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Le aree marine protette
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La storia.
Torri, Saraceni e Turchi

Torre Guaceto
Torre Guaceto
In altri tempi, i luoghi posti nelle vicinanze del mare non erano affatto sicuri per le continue incursioni da parte dei Saraceni, che indussero i governanti a proteggere le popolazioni mediante un sistema di torri, erette a distanza tale da permettere la comunicazione tra loro e assicurare la difesa contro gli sbarchi improvvisi. Torri di avvistamento, dunque, ma anche di difesa. Di giorno colonne di fumo (come gli indiani) e di notte fuochi. In aggiunta campane o colpi di arma da fuoco. I segnali allertavano le popolazioni dell'interno che correvano a mettersi al sicuro e a preparare la difesa. Pare che il sistema fosse così efficace che, in poche ore, i segnali arrivavano a Napoli.
Ogni torre aveva un nome, lo stesso che è pervenuto a noi. Difficilmente ci sono due torri uguali. Ve ne sono di grandi e di piccole, alcune sono imponenti, tutte danno l'idea della solidità e più sono solide più evocano disastri: musulmani, saraceni, turchi, pirati, corsari si affacciano alla mente in una confusione di termini e di date. Il tutto si perde in timori che diventano terrore, ma anche convivenza col pericolo. Sopravvivere in quelle condizioni, sino a non molto tempo fa, significava, prima di ogni altra cosa, coltivare la terra e quindi vivere a distanza breve dai campi. Il mare significava commercio, ma soprattutto pericolo. L'idea di un posto dove rilassarsi, passare le vacanze, fare i bagni è piuttosto recente, così come la mania di abbronzarsi la pelle. La pelle scura significava esposizione al sole per lunghi periodi, significava lavoro duro nei campi. La pelle bianca era segno di distinzione e quindi di valore. In pochi potevano permettersi di affrancarsi dall'esposizione al sole.
Ogni tanto il Mediterraneo s'accendeva. C'era sempre qualcuno che proclamava la sua superiorità sull'una o sull'altra sponda e allora erano guai per tutti. Gli abitanti di intere regioni  hanno vissuto per secoli in paesi abbarbicati sui monti, certamente per difendersi dalla malaria, ma molto di più per la paura di essere ammazzati o catturati e concludere la propria esistenza da schiavi, remando in una galera, costruendo fortezze e palazzi, lavorando la terra o, se donne e piacenti, in qualche harem.
Assieme al sistema delle torri, nel Salento, dove mancano cocuzzoli sui quali abbarbicarsi, avevano escogitato le masserie fortificate. In Abruzzo, sotto l'Abbazia di S. Giovanni in Venere, avevano scavato una galleria sotterranea di due km da utilizzare per mettersi al sicuro in caso di incursioni. Taranto, Bari, Brindisi passavano di mano in mano ora a Bisanzio, ora ai saraceni e ora all'Occidente (Longobardi, Spagnoli). La stessa Roma dovette subire assedi. Le grosse fortificazioni, nell'anno 846 d.C., salvarono la città, ma le chiese fuori le mura (S. Pietro, S. Paolo e numerose altre), assieme a ville e campagne, non furono risparmiate e dovettero subire devastazioni di ogni genere.
Turchi e Saraceni, talora invasori, corsari o pirati, talaltra chiamati a difendere le fortune di questo o quel signorotto locale con doppi e tripli giochi sempre in piedi, alleanze strette e tradite nello stesso giorno. E a pagarne le spese sempre la popolazione.
Le torri, adesso ristrutturate, sono il simbolo di epoche storiche dimenticate per sempre.
Ieri Torre Guaceto proteggeva uomini e cose, oggi l'Area Marina Protetta tutela l'ambiente.


Terminologia. Saraceni, Musulmani, Islamici
I tre termini, attualmente, sono utilizzati come sinonimi. In realtà, il termine Saraceni significa figli di Sara, la moglie di Abramo la quale ebbe un figlio, Isacco, solo in tarda età. Dalla schiava di Sara, Agar, nacque Ismaele e i discendenti di Agar vennero chiamati Agareni, un termine molto diffuso nel Medio Evo per indicare gli arabi. Saraceni, nel corso della storia, ebbe più fortuna di Agareni e, con questo termine, si identificano sia gli Arabi che i Musulmani. Per Musulmani, quando si parla di pirateria, si intendono i pirati provenienti dall'attuale Algeria e Tunisia che erano chiamati barberi o barbareschi. Barberi indica i Berberi che abitavano il Maghreb, cioè la parte occidentale del Nordafrica, e che furono arabizzati ed islamizzati solo nel 12 secolo d.C.
Dal 1.500 d.C. sino agli inizi del 1.800 d.C. i predoni che saccheggiavano le nostre coste erano Barberi e Turchi anche se continuarono ad essere chiamati Saraceni, termine che finì con l'indicare qualsiasi predone proveniente dal mare.

Torri. Difesa o affari?
La pirateria nel Mar Mediterraneo ha trovato sempre terreno fertile. Fenici e Greci la praticavano regolarmente. Roma, sotto Silla, dovette mandare una potente flotta agli ordini di Pompeo per infliggere un duro colpo ai pirati che vennero sconfitti momentaneamente. Gli stessi Vandali, dopo aver saccheggiato Roma nel 455 d.C., occuparono la Sicilia e di qui iniziarono una lunga serie di scorrerie in tutto il Mediterraneo. Il periodo peggiore delle devastazioni dei pirati fu, comunque, l'arco di tempo che va dagli inizi dell'800 sino alla fine del 1.700 d.C.
L'idea di costruire in modo sistematico una difesa contro i pirati, che non sia più affidata ai singoli privati, ma allo Stato, comincia ad affermarsi nella prima metà del 1.500 d.C. quando gli attacchi cominciano a diventare insostenibili. Torri c'erano sempre state, ma non in una visione di difesa globale e integrata di tutta la penisola. Per tutto il 1.500 d.C. si costruirono, dunque, torri in tutta la penisola con accordi tra i governi dei diversi stati. Solo nel regno di Napoli ne vennero costruite 339.
Il sistema di difesa basato sulle torri non scoraggiò le grandi incursioni, ma limitò le piccole.
C'è chi sostiene, però, che le torri costituivano certamente una difesa contro i nemici, ma la loro costruzione, il cui costo era a carico delle collettività, fu anche uno dei più grossi affari dell'epoca, con diffusi casi di corruzione e malaffare (utilizzo di materiali di pessima qualità, modifiche dei progetti al ribasso, ecc.).

Storia di Torre Guaceto
Nei tempi passati, il posto era caratterizzato da un approdo a mare e dalla presenza di acqua dolce. Durante le invasioni barbariche, gli abitanti abbandonarono il posto e si rifugiarono nelle grotte dell'interno. Nell'XI secolo i Saraceni cominciarono a utilizzare il luogo per rifornirsi di acqua dolce. Guaceto, infatti, deriva dall'arabo Gawsit, che significa proprio luogo di acqua dolce. Fu solo nel 500 d.C. che, come in quasi tutta la penisola, anche a Torre Guaceto si affrontò il problema in un'ottica di difesa globale e fu questo il periodo di costruzione della torre omonima. L'area venne poi abbandonata, come insediamento umano, in seguito a grandi depositi di terra alluvionale che trasformarono la zona in una palude.
Attualmente ci sono ancora alcuni tratti della palude originaria che fanno di Torre Guaceto zona umida di importanza internazionale nella quale riposano gli uccelli durante le migrazioni.
Il territorio della riserva terrestre (1.100 ettari) è uno degli ultimi esempi di quale fosse in passato il  paesaggio del Salento, una volta ricoperto di foreste di querce, in particolare Leccio.


Fotografie

Torre Guaceto Torre Guaceto Torre Guaceto
Torre Guaceto Torre Guaceto Torre Guaceto
Torre Guaceto Torre Guaceto Torre Guaceto
Torre Guaceto Torre Guaceto Torre Guaceto
Torre Guaceto Torre Guaceto  

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Punta di Coda Cavallo - Un modello di sviluppo discutibile

Tavolara Punta Coda Cavallo
Tavolara Punta Coda Cavallo
Andando da Olbia verso S. Teodoro, la prima impressione è quasi di abbandono: poco traffico e le costruzioni tipiche di una agricoltura di sopravvivenza. Su tutto dominano i colori della macchia mediterranea. Macchia, caldo e il desiderio di frescura. Ti chiedi come sarà il mare. Il villaggio turistico, camping e bungalow, lo vedi solo quando sei a quattro passi dall'ingresso. Costruzioni basse, immerse nella vegetazione e alla reception, accenti che sardi non sono: sono continentali.
Ti rendi conto che la parola  d'ordine è: modello Costa Smeralda. Mezza collina è ricoperta da costruzioni nuove. Edilizia movimentata, colori caldi, tanto verde, costruzioni basse che assecondano il profilo del terreno. Ville, villette, verande, tetti con coppi, rustico, artistico, roba da architetti. La fila di costruzioni brutte, sugli scogli, le stradine con la sbarra che chiude l'accesso al mare e la scritta "proprietà privata" non ci sono. Ti rassicuri. Pensi che, tutto sommato, non è male.
Continui a guardarti intorno. Due intere collinette sono coperte di case a presepe, di quelle movimentate e ben disegnate. Cominci a chiederti se per caso non si è esagerato. Cerchi i segni di uno storico agglomerato urbano, d'un paesetto; anche se piccolo e sgangherato, andrebbe bene lo stesso. Non c'è. Non ci sono i paesetti che ti aspetti. Solo costruzioni nuove, quelle belle, disegnate dagli architetti.  Un pò di perplessità comincia a insinuarsi tra i pensieri. Non ne afferri il motivo. Ti guardi intorno e non pensi più.
Hai superato S. Teodoro. Sulla destra, verso le montagne, ovunque case in costruzione col modello a presepe e, in bella vista su un cartellone gigante, il nome dell'agenzia immobiliare. Ma la gente dov'è?, domandi. Quale gente?, ti rispondono. Quelle che vedi sono quasi tutte seconde case poco utilizzate. Gli altri, i turisti, quelli che vengono per il mare, se ne stanno distesi al sole in qualche spiaggetta o a bordo di una barca.
Il capitano della barca che porta a spasso i gitanti è un toscanaccio che, tra un'informazione e l'altra, inserisce una lunga serie di maremma maiala. Ecco, signori, di fronte a voi, la località tale, quella più in fondo è invece talaltra, e giù...  un altro nome che ascolti distrattamente. L'attenzione è rivolta altrove, verso una ferraglia che spunta dal mare. L'uomo se ne accorge e informa che il relitto è ciò che resta di una bella imbarcazione russa. I Russi stavano festeggiando il capodanno e non si erano accorti che a bordo era scoppiato un incendio. Per fortuna non è morto nessuno e sono stati tratti tutti in salvo. Poi è arrivata una ditta specializzata a recuperare qualcosa e il resto è lì, come lo si vede. Ma come", chiedi, "una nave affonda in un posto così bello e lasciano i resti lì finché il tempo e la ruggine non li consumano? Il capitano ridacchia. Sostiene, additando le costruzioni che affollano la costa e che dal mare si vedono eccome, che in Sardegna ci tengono a tenere l'ambiente pulito e salvaguardato.
Certo che, case o non case, il posto è davvero bello. L'isola di Tavolara emana suggestioni profonde. Normalmente la gente di mare vive in armonia con il suo territorio: bagna il corpo nelle acque trasparenti e gli occhi nel paesaggio e pensa alla propria terra come a un luogo che ne accolga le spoglie, il più vicino possibile ai propri cari. Un poeta, invece, aspirerà a un cantuccio nel cimitero austero e semplice di Tavolara, lontano dai clamori e dalle tombe magniloquenti. I cimiteri delle isole fanno un effetto strano: costituiscono il massimo della solitudine. Sono luoghi da visitare per chi ama la quiete.


Il turismo a Tavolara
I posti sono splendidi, di quello splendore che piace alla gente di città. Gli isolani, memori dei pericoli che possono venire dal mare, non gli hanno mai dato eccessiva importanza. Le pecore stentano a prosperare nella macchia mediterranea e la terra, come strato di terreno, non fa gridare ai miracoli. Poche costruzioni, quindi, quelle utili agli animali e gruppetti sparuti di case.
Al turismo hanno pensato altri, i venuti da fuori. Il modello è il villaggio turistico organizzato con  costruzioni esteticamente curate. L'eventuale intensificazione dell'intervento edilizio, anche se di qualità, rischia di rompere un equilibrio che fino ad oggi sembra salvaguardato. Tuttavia, non ci si sottrae a una sensazione di artificiosità e non si avverte alcun riferimento di rilievo alla cultura sarda.

S. Teodoro e Loiri Porto San Paolo
Sono gli unici posti, oltre ad Olbia, che hanno un centro urbano strutturato. L'intero insieme di seconde case costituisce la sola forma di urbanizzazione percepibile della costa, urbanizzazione che prima non c'era. Infatti, prima dello sviluppo turistico, esisteva solo Olbia, il cui centro urbano è fuori dell'AMP. I piccoli centri di S. Teodoro e Loiri Porto S. Paolo, inglobati dalle seconde e terze case, sono i soli posti, sulla costa, che hanno la parvenza di un normale centro cittadino. Il resto è un unico villaggio turistico.
A S. Teodoro si stimano 10.000 seconde case, 3.000 a Loiri e 1.000 ad Olbia. Si tratta di seconde case non utilizzate per la gran parte dell'anno. Talora, per abbassare le spese di manutenzione e al di fuori del periodo di utilizzo da parte dei titolari, sono affidate ad agenzie turistico-immobiliari che ne curano l'affitto settimanale a prezzi anche bassi. Le seconde case funzionano come una sorta di albergo diffuso.
Le presenze stimate, secondo l'AMP, sono 400.000. L'impressione ricavata è invece che tale cifra vada almeno raddoppiata. Più o meno le presenze corrispondono ai pernottamenti in quanto il turismo locale appare scarso.

Il ruolo di tutela dell'area marina protetta
C'è una gran quantità di case con vista mare a riempire intere colline. L'attività edilizia è ancora molto forte. Ovunque ci sono cantieri aperti ed edifici in fase di costruzione. Si sente evocare spesso anche il modello Rimini, contrapposto a quello della Costa Smeralda. Con una grossa differenza, però: qui i prezzi sono alti  e i servizi piuttosto bassi. Forse solo l'Ente AMP può giocare un ruolo di controllo e di mitigazione degli appetiti delle società immobiliari.


Fotografie
Tavolara Punta Coda Cavallo Tavolara Punta Coda Cavallo Tavolara Punta Coda Cavallo
Tavolara Punta Coda Cavallo Tavolara Punta Coda Cavallo Tavolara Punta Coda Cavallo
Tavolara Punta Coda Cavallo Tavolara Punta Coda Cavallo Tavolara Punta Coda Cavallo
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Tavolara Punta Coda Cavallo Tavolara Punta Coda Cavallo Tavolara Punta Coda Cavallo

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Secche di Tor Paterno - I diving

Secche di Tor Paterno
Secche di Tor Paterno
Gli uomini si dividono in amanti del mare e amanti della terra, i terricoli. I primi nel mare vedono tutto: ciò che era, ciò che è e ciò che sarà. I secondi nel mare vedono solo acqua. I terricoli hanno sempre bisogno di qualcosa di fermo a cui aggrapparsi. Una nave, per loro, per quanto grande, per quanto inaffondabile, non sarà mai abbastanza sicura. Solo la terraferma dà questa sensazione.
Alle Secche di Tor Paterno non c'è neanche uno scoglio al quale aggrapparsi. Onde, spuma e tra essi i riverberi del sole che si riflette sul mare. Nient'altro. Un terricolo ha bisogno di riferimenti solidi. Il sole, le onde, il vento, non gli dicono nulla. Un fruscio improvviso tra l'erba gli segnala una lucertola. Suoni noti che lo rassicurano, ma qui, nel mare, c'è solo acqua. Gli dicono che però, a pochi metri di profondità, c'è la terra e su di essa vegetazione, un altro tipo di vegetazione, quella marina. E poi ancora ci sono i pesci, molti di più di quanti animali abbia mai visto sulla terra.
Ma un terricolo resta scettico. Gli parlano di animali e piante visti da altri ma lui, in superficie, nota solo acqua. Vede che sono in tanti a recarsi alle Secche, barche piene di gente in tuta da sommozzatore e con le bombole di ossigeno. Le tute sono tutte nere. Chissà perché questo colore, così tetro. I colori che ti circondano sono splendidi: in superficie l'azzurro, quello del cielo e quello del mare e, in profondità, di una varietà e intensità che neanche t'immagini.
Il terricolo però pensa che occorre immergersi in tutta quell'acqua per andare giù a vedere. Non è questione di non saper nuotare. Sono i riferimenti che mancano. Qui tutto è mobile e sulla terraferma la sensazione di mobilità è una sensazione di pericolo, ricorda qualcosa di terribile, ricorda la terra che trema. No, il terricolo, sotto i piedi, ama sentire il solido della terraferma, non una barca che segue il movimento delle onde.
Care Secche di Tor Paterno, forse abbiamo sbagliato approccio. Non è così che ci si avvicina al mare. Un terricolo ha bisogno di prepararsi al viaggio, ha bisogno di vederselo snodare sotto gli occhi. Sale in barca, arriva in un punto, un'isola, uno scoglio, un qualcosa di solido a cui appoggiarsi e poi magari pensa ad azzardare una discesa in acqua. Questo è il percorso mentale verso una meta in mare. Questo si figura uno che mai è partito per andare in un punto in mezzo al mare, per fermarcisi ed immergersi. La sua immaginazione è frenata. Ma tutti gli dicono che lo spettacolo giù, sotto l'acqua, vale tutte le insicurezze che gli vengono in mente, che bisogna vedere per capire.
Sì, forse l'approccio è proprio sbagliato. Proviamo a cambiare, proviamo a inventare un altro tipo di percorso. Iniziamo dalla terraferma. Iniziamo da un punto dove, intanto, vediamo cosa c'è sotto il mare, che distanza c'è tra la costa e le Secche e quanto queste distano dalla superficie del mare. Sarà anche poca cosa, ma uno schema che rappresenti il tutto è già un aiuto. Vediamole una buona volta queste immagini, magari il terricolo si convince.
Non c'è un centro visite dell'Area Marina di Tor Paterno. A Monte Mario, a Roma, ci sono un paio di stanze dove, in mezzo a gente che va e viene, sono ammucchiati computer, carte su tavoli, depliant e cento altre cose. Non è una tal vista che indurrà un terricolo a recarsi alle Secche.
Proviamo allora a vedere cosa c'è a Tor Paterno, frazione di Ostia. Siamo al Borghetto dei Pescatori, un villaggio costruito durante il ventennio fascista per accogliere le famiglie dei pescatori. Il villaggio è raccolto, adesso è ristrutturato e, rispetto all'altra edilizia che siamo abituati a veder nelle periferie, è un capolavoro d'arte.
Nelle sue vicinanze, ad un sol piano, una costruzione con la scritta Area Marina di Tor Paterno, dove sarà realizzato il centro visite. Ci sono progetti ed i finanziamenti per partire. Non èlto, ma è già qualcosa. Si vive di progetti. Di qui dovrebbe venire l'aiuto al terricolo per indurlo a un viaggio alle Secche. Per ora può affidarsi solo a ciò che vede: mare, barche e gente in tuta da subacqueo che va a godersi lo spettacolo. Non gli basta. E' troppo poco, anche se la curiosità si è messa in moto. Un giorno quando sarà cresciuta abbastanza, Secche di Tor Paterno, anche il terricolo verrà a visitarvi.


Il mondo dei sub
Raggiungere le profondità del mare e rimanervi per qualche tempo, per poterne osservare le meraviglie sommerse, è sempre stato un sogno dell'uomo moderno.
Da attività riservata a pochi pionieri, grazie alla rapida evoluzione delle ricerche e delle attrezzature, l'immersione subacquea è diventata una disciplina sportiva accessibile a tutti.
L'aver avvicinato il grande pubblico alla scoperta del mondo sottomarino, però, se da un lato ha portato alla diffusione di una sensibilità verso le problematiche del mare, dall'altro ha aperto le porte dei fondali marini anche a persone con scarsa sensibilità all'ambiente.
Nell'indirizzare al meglio le linee di sviluppo di questa disciplina in costante crescita, è determinante quindi l'azione degli istruttori subacquei, che devono trasmettere ai propri allievi le giuste motivazioni e la sensibilità corretta per un approccio al mondo sommerso.

Sub ed aree marine protette
I subacquei sono probabilmente quelli che, nell'esercizio della loro disciplina sportiva, hanno il privilegio di godere meglio di altri dei benefici effetti che il regime di tutela produce nell'ecosistema sottomarino.
Sono la categoria di fruitori delle AMP che dovrebbe essere più sensibile alle ragioni della conservazione dei fondali in quanto, più di altri, sono in grado di cogliere le problematiche dell'ambiente sommerso e la necessità di ripristinare i naturali equilibri del nostro mare.
Il numero dei sub che sceglie le acque delle AMP italiane quale palcoscenico per le proprie immersioni alla scoperta delle ricchezze del mare è in continua crescita. E' necessario quindi tenere conto di questa realtà nella elaborazione dei piani di gestione e dei regolamenti di fruizione delle AMP, prevedendo zone di immersione con appositi itinerari subacquei, ove possibile anche in zona A. Occorre una opportuna disciplina e predisporre specifici studi sugli impatti che la presenza continua dell'uomo immerso provoca in ambienti particolari come le grotte.
E' necessario allora puntare molto sulla qualificazione degli istruttori subacquei, che accompagnano i subacquei nella visita dei fondali delle AMP, affinché adottino disciplinari di visita attenti al rispetto dell'ecosistema che si accingono a visitare, coinvolgendo gli stessi subacquei in alcune delle attività di monitoraggio e controllo, svolte dall'Ente Gestore.

Immersione alle secche di Tor Paterno
Le Secche di Tor Paterno non comprendono al loro interno un tratto di litorale. Per la loro posizione in mezzo al mare, a notevole distanza dalla costa, in una zona caratterizzata da forti correnti e con una profondità che va dai 18 ai 60 m, presentano difficoltà che ne limitano la fruizione esclusivamente a subacquei esperti, in possesso di brevetto di grado avanzato.
Il periodo migliore per le immersioni è senza dubbio la stagione fredda, dall'autunno alla primavera, quando l'acqua si presenta più limpida, grazie alle correnti che spazzano via la mucillagine ed i sedimenti dovuti alla vicinanza della foce del Tevere.
La distanza dalla costa richiede l'impiego di barche attrezzate e di adeguata potenza, per cui occorre rivolgersi ai numerosi centri diving del litorale romano, autorizzati dall'Ente Gestore.
Per avvicinare una maggiore utenza alla fruizione dei fondali dell'AMP, Roma Natura (Ente regionale per la gestione del sistema delle aree naturali protette nel Comune di Roma) ha di recente predisposto un sistema di visite con un'imbarcazione speciale. A bordo di essa, grazie a particolari attrezzature, i visitatori sono in contatto diretto con un operatore subacqueo specializzato, che invia in superficie le immagini riprese sui fondali.


Fotografie

Le Secche di Tor Paterno Le Secche di Tor Paterno Le Secche di Tor Paterno
Le Secche di Tor Paterno Le Secche di Tor Paterno Le Secche di Tor Paterno
Le Secche di Tor Paterno Le Secche di Tor Paterno Le Secche di Tor Paterno
Le Secche di Tor Paterno Le Secche di Tor Paterno Le Secche di Tor Paterno
Le Secche di Tor Paterno Le Secche di Tor Paterno Le Secche di Tor Paterno

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Il dattero di mare

Punta Campanella
Punta Campanella
La costiera amalfitana e quella sorrentina sono due località turistiche molto note dove arrivano visitatori di ogni ceto sociale. Un posto dove la natura ha volto il suo sguardo benigno, e dove ognuno reclama la sua parte di vedute. Per chi non può permettersi l'albergo, si organizzano, dai posti più disparati, gite di un giorno. Non potranno permettersi una permanenza in loco,ma che diamine!, una spaghettata ai datteri di mare non se la nega nessuno. Perché, sui datteri di mare, si può costruire uno spicchio di quella che il folklore definisce "filosofia partenopea". Mettiamola così: Napoli e la Campania sono il regno dell'arte dell'arrangiarsi e i suoi abitanti, che conoscono i doveri dell'ospitalità, si fanno in quattro per compiacere chi li va a trovare. Se c'è gente che richiede qualcosa, c'è sempre qualcuno di loro disposto a dargliela e viceversa: se qualcuno di essi offre qualcosa, prima o poi trova chi gliela compra, soprattutto se ha il fascino del proibito. I datteri di mare appartengono a questa categoria.
L'AMP si è intestata la battaglia in difesa di questi piccoli animali e sottolinea un dato incontestabile: con i datteri se ne vanno via parte degli scogli e la vita attorno ad essi. Ma la risposta, talora, è secca e disarmante: E chi se ne frega!
Non è facile parlare di difesa dell'ambiente di fronte ad un piatto di datteri di mare. Chi li apprezza, dal punto di vista culinario, ovviamente, sostiene che va bene così. I datteri, meglio in un piatto che al mare. Buoni con gli spaghetti, crudi ancora migliori e, quando saranno scomparsi, pace all'anima loro.
I raccoglitori battono sul tasto della disoccupazione e dell'assenza dello Stato. Cosa volete che ci importi dei datteri di mare quando non c'è lavoro, quando ben altri crimini non sono perseguiti come meriterebbero? I "datterari", dal canto loro, sono degli artisti, ma gli avvocati che li difendono, quando sono presi in fragrante, non sono da meno.
In tribunale, alle prese con un pescatore beccato sul fatto dalla Guardia Costiera, l'avvocato difensore cerca di guadagnarsi il pane:
Signor Giudice, non è vero che il mio cliente rovinava gli scogli. Egli, con un martelletto e con l'aiuto di un paio di pinzette, allargava delicatamente i fori senza far violenza a nulla. Oserei dire che operava con la maestria di un chirurgo. Del resto, tenga presente che, se per caso si rompe il guscio, il dattero non serve più a nessuno.
Ma quale delicatezza, avvocato? E' stato trovato un piccone.
Questo è vero, Signor Giudice, ma il piccone non serviva per i datteri. Il mio assistito non poteva permettersi una barca e si è arrangiato come ha potuto. Ha utilizzato un piccolo canotto e il piccone gli serviva da ancora. Il poveraccio, guardatelo, non è un violento. Egli ha un animo molto sensibile e, se ha commesso un'infrazione, è solo per bisogno. Deve mantenere una famiglia ed è disoccupato.
Avvocato, dai documenti risulta che l'imputato è figlio unico ed è celibe.
Anche questo è vero, signor Giudice. Il mio cliente però è, diciamo, il padre putativo di un certo numero di, vogliate passarmi il termine, sbandati ai quali serve da guida.
Bella guida se ... e il resto non ci interessa.

Immaginiamo, ricorrendo all'oleografia imperante e più scontata, che questo possa essere il quadro nel quale sono costretti ad operare Area Marina Protetta, associazioni ambientaliste e tutti coloro che hanno a cuore i problemi del territorio. Però, è anche vero che, a forza di insistere, i risultati si vedono. Non è raro, ed è anche confortante, notare all'ingresso dei ristoranti cartelli che comunicano alla clientela che lì non si servono datteri perché la raccolta e il consumo dei datteri sono proibiti dalla legge e rovinano l'ambiente. Quest'ultimo, a ben guardare, è il vero datore di lavoro di molti. Il turismo, nella maggior parte delle zone protette, costituisce la principale fonte di reddito. Evitare di metterla a repentaglio a cuor leggero è un fatto che entra sempre di più nella percezione collettiva di coloro che in questi luoghi ci vivono. E i risultati sembrano dar ragione a chi, per la salvaguardia di questi beni, non si risparmia. Dai dati ricavati dal monitoraggio, si rileva che, negli ultimi tempi, la raccolta di datteri è diminuita del 70%.


Osservatorio ambiente e legalità
Istituito, nell'aprile del 2001, dal Consorzio di gestione dell'AMP Punta Campanella con due scopi principali:

  1. Diffusione del rispetto dell'ambiente e della cultura della legalità.
  2. Prevenzione e contrasto dei fenomeni che si oppongono a quanto detto sopra.
  3. L'Osservatorio è gestito, mediante apposita convenzione, dalla associazione ambientalista Legambiente che svolge le seguenti attività:
  • Analisi e monitoraggio sia a terra che a mare, delle forme di illegalità che si verificano nell'AMP,  mediante valutazioni di tipo statistico.
  • Prevenzione e controllo sono raccolte e verificate le segnalazioni che giungono ad un numero verde e che poi sono passate alle forze dell'ordine.
  • Informazione e sensibilizzazione sulle tematiche ambientali.
  • Consulenza e supporto tecnico-giuridico sui temi ambientali ad Enti pubblici e a cittadini privati che si rivolgono all'Osservatorio.
  • Promozione e valorizzazione dell'ambiente e della cultura riguardante il territorio interessato.

L'Osservatorio, per le sue attività, si avvale di un Comitato Consultivo di cui fanno parte le Prefetture di Napoli e Salerno, la Procura della Repubblica di Torre Annunziata e di Salerno, tutte le Forze dell'Ordine, la Regione, la Provincia, le amministrazioni dei sei comuni che fanno parte del Consorzio di gestione dell'AMP, le associazioni di categoria e ambientaliste.

Il dattero di mare
L'Area Marina Protetta, assieme all'Osservatorio ambiente e legalità, ha iniziato la sua attività a Punta Campanella, partendo proprio dalla emergenza datteri. L'attività di denuncia e monitoraggio è effettuata informando i ristoratori e i clienti che la raccolta, il commercio e il consumo di datteri sono vietati dalla legge.
Il dattero di mare (Litophaga litophaga) è un mollusco ricoperto da due valve che scava la sua tana dentro gli scogli. Qui, per diventare adulto, impiega ottanta anni. I raccoglitori di datteri, detti datterari, per prelevare i molluschi, ripuliscono gli scogli e la vegetazione distruggendone ogni forma di vita per almeno un decennio, il tempo cioè perché si ricostituisca l'ambiente deturpato ad un livello di equilibrio accettabile. La raccolta è effettuata da sommozzatori che utilizzano allo scopo martello e scalpello o, in modo  criminale, il martello pneumatico. Prelevano così interi pezzi di scoglio che poi frantumano in barca per recuperare i datteri. Eliminando dalle rocce le numerosissime forme di vita, sia vegetali che animali, i datterari mettono a repentaglio l'intero equilibrio dell'ambiente marino. Se non si intervenisse, il risultato finale sarebbe la desertificazione dei fondali sottomarini.

Altre azioni dell'osservatorio
L'osservatorio si preoccupa, oltre che dei datteri, anche delle altre emergenze ambientali di Punta Campanella, che qui si riassumono:

  • Costruzioni abusive su terreni demaniali.
  • Ancoraggio di diportisti in zone dove è vietato l'approdo.
  • Depurazione delle acque.
  • Campagne di pulizia delle spiagge e dei fondali marini.

Fotografie

Punta Campanella Punta Campanella Punta Campanella
Punta Campanella Punta Campanella Punta Campanella
Punta Campanella Punta Campanella Punta Campanella
Punta Campanella Punta Campanella Punta Campanella
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Ricchezza e fragilità

Portofino
Portofino
Il viaggiatore che, per la prima volta, si recherà nell'area marina protetta di Portofino, certo preceduto dalla fama della bellezza del luogo, subito si guarderà intorno per cercare i segni di una sua conferma, e non resterà deluso.
Una strada tortuosa lo porterà a Camogli, che si affaccia sul mare. Scenderà giù e, dopo aver lasciato l'auto in un parcheggio, giungerà alla spiaggia. Ad un estremo la sua ammirazione sarà catturata da una chiesa austera tra gli scogli a due passi dall'acqua; all'altro estremo della spiaggia potrà guardare la cittadina in faccia. Le pareti delle case, troppo alte, sono multicolori, semplicemente pittura: ornamenti falsi, dipinti, sorprendenti. L'iniziatore di questa moda deve essere stato un mago del travestimento o uno scenografo che, finalmente, ha trovato un palcoscenico adeguato alla realizzazione delle sue fantasie. Se andrà, invece, a Portofino, vittima di una delle mode dei nostri tempi, il safari a caccia di un esemplare, una volta raro ed oggi inflazionato, di quella fauna che va sotto il nome di VIP, rischia un viaggio a vuoto. Visti da vicino, privi di lustrini e pailletes, fuori dal rettangolo di un teleschermo o della foto di un rotocalco, sono come gli altri e perdono il loro fascino. E allora, se deciderà di tornarci, lo farà per rivedere ciò che veramente merita: l'incantevole bellezza dei paesaggi e l'atmosfera che li circonda.
Le male lingue dicono che i Liguri e, in particolare i Genovesi, sono tirchi, ma una cosa è certa: nelle zone che fanno parte dell'area marina protetta, la natura non è affatto avara. Al contrario, è molto generosa e, ad ogni angolo, l'occhio è attratto da mille particolarità. Io non so quante siano le specie vegetali e animali che si trovano nel tratto di mare che bagna la Liguria, ma so che, secondo Sandro Pignatti (Ecologia del paesaggio), la Liguria è la Regione che ha il maggior numero di specie vegetali in Italia. Ricchezza della flora significa ricchezza e varietà di ambienti. In Liguria c'è ricchezza non solo fisica, ma anche di ingegno e passione. Alla ricchezza, però, fa sempre da contraltare la povertà e nessuno è più povero di un povero tra i ricchi. Scomodiamo pure, per avvalorare la tesi, l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) per la quale la salute è data da una condizione di benessere fisico, psicologico, ma anche sociale. L'integrazione sociale, quindi, oltre che un fatto economico, va vista come un vero e proprio fattore di salute. I poveri sono degli esclusi e proprio per questo intaccati nella loro integrità di persone sane.
Nessuno conosce questa verità meglio dei sindaci dei paesi che sono ritenuti ricchi. In essi ci sono fasce di popolazione debole che, ad uno stato di bisogno simile a quella di molte altre parti, aggiungono una profonda consapevolezza della loro condizione di esclusione sociale che la rende più pesante. Dei tre comuni che fanno parte dell'AMP di Portofino, quello di S. Margherita Ligure, che è il più grande, sente il problema in maniera più acuta: maggiori le dimensioni, maggiori sono i problemi.
La questione di allargare l'area dell'inclusione sociale attraverso lo sviluppo economico del territorio, assume qui connotati particolari. La risorsa fondamentale è data dalle vedute che, per la loro rarità, bisogna considerare a tutti gli effetti un prodotto di lusso che, come tale, fino a qualche tempo fa, era per una limitata cerchia di possibili fruitori.
Oggi, almeno teoricamente e forse demagogicamente, queste discriminazioni sono superate: tutto è a disposizione di tutti. Ma il fascino e la bellezza di questi luoghi è frutto di equilibri molto fragili che, una volta rotti, non si ripristinano. Sono equilibri tra natura ed intervento dell'uomo, ereditati da tempi in cui il meglio era riservato a pochi e, spesso, non diventava una risorsa per gli altri.
La sfida che si trovano ad affrontare le comunità che vivono in posti simili è questa: come preservare la bellezza aprendone la disponibilità a chiunque. In altre parole, come determinare i limiti di sopportabilità del territorio e governare i flussi senza ricorrere ad una selezione che, per i costi della fruizione, torni ad essere per censo. Non abbiamo ricette, abbiamo solo voluto ricordarlo a tutti, perché tali comunità non devono essere lasciate sole nella ricerca delle soluzioni.


Il diportismo nautico in Italia
L'Italia, si dice, è un paese di navigatori anche se i dati sulla flotta da diporto sono pochi e discordanti. E' tuttavia possibile stimare il parco nautico italiano in circa 800.000 unità, suddivise come segue:

  1. piccolissimi natanti (canoe, derive, etc.): 400.000; 
  2. natanti (le unità sia a vela che a motore di lunghezza inferiore ai 10 m.): 320.000. Di essi l'87% è a motore, con una prevalenza di gommoni;
  3. imbarcazioni (oltre i 10 m.) a motore: 66.500;
  4. imbarcazioni (oltre i 10 m.) a vela: 14.500.
  5. Portualità turistica In Italia sono oltre 130.000 i posti barca, con concentrazione in Liguria, Sardegna, Toscana, Campania e Friuli Venezia Giulia, suddivisi quasi equamente tra marine, porti e spiagge attrezzate con gavitelli e pontili galleggianti.

Nell'AMP di Portofino sono presenti 350 posti barca nel porto turistico di S. Margherita Ligure e 300 a Portofino. Altri ce ne sono a Camogli.

Nautica da diporto ed aree marine protette
Negli ultimi anni si è assistito ad un riavvicinamento tra il mondo del turismo nautico ed il settore della protezione del mare. Questo grazie a due fattori: una maggiore attenzione alle esigenze del diportista all'interno dei più recenti regolamenti organizzativi delle AMP e gli sforzi compiuti dall'industria cantieristica nella progettazione di accorgimenti tecnici, mirati alla riduzione di emissioni e rumori nelle moderne unità da diporto.
Il riavvicinamento è stato suggellato da iniziative promosse dal Ministero dell'Ambiente per la diffusione di un diportismo sostenibile, attraverso il finanziamento di una serie di interventi all'interno delle AMP:

  • incentivi alla sostituzione di vecchi motori fuoribordo a 2 tempi con moderni 4 tempi, meno inquinanti;
  • incentivi per l'installazione a bordo di casse di raccolta delle acque nere;
  • attivazione di servizi nelle aree portuali per l'aspirazione delle acque nere e per la gestione dei rifiuti;
  • installazione di campi boe per l'ormeggio di imbarcazioni nelle zone con divieto di ancoraggio.

Il diporto nell'AMP di Portofino
In zona A, di riserva integrale, è vietata la libera navigazione.
Nelle zone B e C, rispettivamente di riserva generale e parziale, è consentita:

  • la navigazione con l'utilizzo di remi o vela;
  • la navigazione ai natanti a motore con velocità non superiore ai 5 nodi;
  • la navigazione delle imbarcazioni da diporto a motore con velocità non superiore ai 5 nodi, al solo fine di raggiungere, con rotta perpendicolare, gli ormeggi regolamentati.
  • In zona B e C è infatti vietato l'ancoraggio, salvo l'ormeggio presso gli appositi campi boe appositamente predisposti. La gestione dei campi ormeggio può rappresentare una fonte di autosostentamento per l'AMP ed un'occasione di sviluppo imprenditoriale per i giovani del posto.

Fotografie

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