La domenica del Villaggio
I.
Vestito già del camice da Messa,
il fraticello del Convento aspetta
che dalla valle salga, all’ora stessa,
la gente ch’egli chiama benedetta
e all’ultimo momento arriva in fretta
e, posteggiata la macchina, cessa —
sì e no — d’imprecar contro la gran ressa
di pellegrini giunti da Barletta.
Ha già indossato la ricca pianeta
Padre Nicola, ed eccolo all’altare
che tutti sbircia e poi il Kyrie intona,
forse pensando alla bella moneta
che a San Matteo quest’oggi vorrà dare
la nuova gente generosa e buona.
II.
E San Matteo che fa? Non ride mai.
Da cinque secoli imbronciato e scuro,
è però lieto del bel gran viavai
che gli assicura un bel lungo futuro.
Non vede più gli ex-voto appesi al muro,
ricordi di miracoli e di guai,
ma sa del gran Presepe che — vi giuro —
simili in terra non avrà più mai.
E intanto pensa: “Dovrei imparare
a sorridere, vecchio come sono.
Ma come posso sorridere quando
vedo l’antica virtù messa al bando?
Vi dico che anche intorno al Santo Trono
c’è una tristezza lenta a dileguare.”
Joseph Tusiani
New York, 21 dicembre 2014
Da Castelpagano, studi e ricerche, a cura di Giuseppe Di Perna, Leonardo Iaculano, Michele Violano, ?
Lu trasore
M'hanne ditte che sope Castedde
sta 'mmucciate nu grande trasore.
J' camine, camine e camine
fin ' a quante lu sole ce more.
La canosche 'sta granda muntagna,
pare fredda e t'appiccia lu core,
pare vascia e te stracqua li pede,
e li spine te danne delore.
' camine, camine e camine
e non vede stu grande trasore.
Mo me pare che sonn'arrevate:
a Castedde ce sta nu pastore.
Sta ssettate cuntente cuntente,
doie pécure fanne l'amore.
Alla cima de Monte Castedde
ce sta iéreva, iéreva e sciore.
Ce sta iéreva, iéreva 'nturne,
non ce sente nisciune remore
e ce vede lu mare e lu ciele:
lu trasore lu tè lu pastore.
Joseph Tusiani
Il Tesoro. Mi è stato detto che sopra Castello / è nascosto un Grande tesoro. / Io cammino, cammino e cammino / fino a quando il sole muore. / La conosco questa grande montagna, / pare fredda e ti riscalda il cuore, / pare crassa e ti stanca i piedi, / e gli spini ti danno dolore. / Io cammino, cammino e cammino / e non vedo questo grande tesoro. / Mi sembra di essere arrivato: / a Castello c'è un pastore. / Sta seduto contento contento, /due pecore fanno l'amore. / In cima a monte Castello / c'è erba, erba e fiori. / C'è erba, erba intorno, / non si sente nessun rumore, / e si vede il mare e il cielo: / il tesoro lo ha il pastore.
Joseph Tusiani, La parola difficile Autobiografia di un italo-americano, Pagg. 226-231, Schena editore, Fasano 1988
Avevo, ora, nelle mani una lettera autografa del Maestro che aveva polemizzato con Benedetto Croce, e d'un tratto mi sembrò d'esser divenuto parte integrante, più che teste oculare, d'una intera epoca letteraria.
Al critico illustre scrissi poi tante lettere ed ebbi da lui altrettante risposte, incisive e cordiali, finché, un giorno, mi commosse il dono di alcune sue liriche inglesi, inedite: Giuseppe Antonio Borgese mi chiedeva quel ch'io ne pensassi.
M'immersi nella lettura, dimentico d'ogni altro impegno. Mi piacque subito (e già mi ripromettevo di dimostrargliela) l'audacia di certi nomi composti del tutto consoni con la natura dell'idioma inglese. E mi colpi, inoltre, un non so qual fervore latino in veste britannica: anche questo gli avrei fatto notare. Ma, passando da lirica a lirica, trovai poi, qui e lì, dei versi il cui ritmo tradiva l'orecchio straniero: vocaboli, cioè, la cui erronea pronuncia guastava un endecasillabo altrimenti perfetto o un pensiero altrimenti memorabile.
A costo di perdere un'amicizia tanto preziosa, decisi di scrivergli tutto quel ch'io pensassi delle sue poesie. Ma quale non fu la mia sorpresa quando, una settimana dopo, mi giunse un'altra lettera del Maestro che non solo mi ringraziava dei “luminosi consigli”, ma addirittura sperava “in una mia collaborazione”.
Collaborazione con il Borgese? Mio Dio!
Mi arrivò poi un telegramma da Chicago: il Maestro, in partenza per l'Italia, voleva vedermi, la sera dell'undici settembre, al "Rocco's Restaurant" nel Greenwich Village di New York. Per i particolari dovevo rivolgermi al Ruotolo.
La sera dell'undici settembre 1952, al Ristorante Rocco, nel cuore della più antica Piccola Italia di New York, incontrai il Maestro. Mi accorsi, come entrai nella piccola trattoria italiana, che gli amici di fede antifascista avevano voluto festeggiare con un sontuoso banchetto di addio il compagno di lotta che, gloriosamente vendicato, tornava a riprender possesso della sua cattedra fiorentina. Riconobbi subito Augusto Bellanca, fratello di Giuseppe, costruttore di aerei, ed altri rappresentanti del Sindacato della potente "Locale 89", allora diretta da Luigi Antonini, in Italia ex-carabiniere e in America amico di senatori e presidenti.
Dinamico e cordiale come sempre, fu Onorio Ruotolo a salvarmi in quel primo momento di confusione: dinanzi a tutti quei vocianti commensali che non s'erano accorti di me, sarei rimasto a lungo impacciato e tremante, se non fosse stato lui ad invitarmi con un i sonoro "Vieni!"
- Caro amico! - disse il Maestro, che mi aspettava. Con delicatissima premura lo scultore mi cedette la sua sedia perché io gli stessi vicino.
Giuseppe Antonio Borgese! Gli sedevo ora al fianco e stentavo a credere che finalmente il mio sogno si fosse mutato in incantevole realtà. Non sapevo che mi era stato concesso il triste privilegio di assistere all'ultima ora del suo esilio americano; e, anche se l'avessi saputo, non mi sarei potuto comportare diversamente.
Mi avevano detto del suo sguardo ipnotico, incantatore di serpenti ed era vero: non mi era mai capitato di vedere occhi si luminosi e taglienti, fulmini lampeggianti su uomini e cose a lui dinanzi. Ed eran, quegli occhi, la caratteristica più bella e maestosa di un uomo a cui la natura aveva negato lineamenti che potessero in alcun modo pensare a un esperto di bellezze letterarie. La forza del suo mondo interiore, dolce e terribile, era tutta in quegli occhi aquilei che nessuno poteva fissare più di qualche fuggevole secondo; in quegli occhi come due raggi solinghi scaturiti da altitudini inaccessibili, si fermavano sulla terra per rivelarne gli angoli più bui.
- Le mie figliuole, Angela e Domenica! - disse, additandomi, sereno e orgoglioso, due bambine non ancora decenni, sedute a un altro lato della lunga tavola e intente a versare in un bicchiere semi-vuoto il grigio contenuto di ben tre posaceneri, quasi volessero, emule precoci di Madame Curie, scoprire un miracoloso vaccino per il bene delle generazioni future.
Olimpicamente ignara dello strano esperimento chimico delle due piccole aspiranti al Premio Nobel del nonno, la Signora Borgese, la più giovane figlia di Thomas Mann, stava rispondendo a non so quale domanda rivoltale dal signore che le sedeva di fronte.
- Caro amico - ripeté il Maestro, un tantino accostando la sua sedia alla mia, come per escludere dalla nostra conversazione ogni orecchio profano. Sentivo su di me tutta la potenza di quel suo sguardo e, quasi a proteggermi da tanta luce, mi auguravo ch'egli mi dicesse subito, senz'altra pausa, quel che intendesse dirmi.
- Voglio che sia Lei il primo ad ascoltare dei versi che ho scritto ieri per la mia Mamma. In un sogno ho rivisto la sua bellezza magno-greca e, di quel sogno, ecco qui il ricordo e l'emozione, anzi la commozione. Senta!
Ci fu un'altra pausa, che a me sembrò lunghissima. Notai quel suo labbro inferiore sporgente, cui la sùbita concentrazione del pensiero diede un risalto quasi spasmodico. E mi accorsi che il suo sguardo intenso mirava lontano, in cerca d'un oggetto su cui fermarsi. Le stridule voci dei commensali erano ormai distanti, quasi eco appena percettibile d'un mondo ormai ignoto. Ero certo che i versi ch'io stavo per ascoltare li avrei ricordati per sempre.
Il fotografo che ti ritrasse
non disse: “Sorrida! S'inumidisca un poco il labbro!”
Eri troppo pura e triste...
Son passato per il tuo corpo
per venire a questa luce,
a questa luce ch'è già lunga
e cala... Che sarà?...
Mammà!

- Che ne pensa? - disse poi il Maestro, rimovendo lo sguardo dall'oggetto lontano su cui si era posato.
Era presentimento di morte, il suo sogno; ma io non potevo glielo, anche perché non avrei mai osato azzardare un giudizio critico alla presenza di un uomo da cui, giovane com'ero, sentivo soltanto il dovere di apprendere.
- Che ne pensa? - ripeté, e nuovamente mi sentii gelare dalla forza del suo sguardo.
Non ricordo quel che gli risposi. Qualcosa dovetti pur balbettre. Forse gli feci notare l'efficacia del breve ritratto della donna meridionale, riservata e pudica, attraverso le parole del fotografo. Forse dissi della freschezza di quel “Son passato per il tuo corpo / per venire a questa luce”.
- Come definirebbe l'arte, Lei? - mi chiese poi, a bruciapelo. L'inattesa e difficile domanda mi fece tremare.
Ma, da buon discepolo, fui allora io permettermi una lunga pausa che al Maestro fece capire che una risposta dovevo, e volevo, pur dargliela.
- Non so - risposi finalmente; - l'arte io la vedo come dono o un prestito dell'eternità al tempo.
Una simile definizione, fatta di un solo vocabolo terso e preciso non me la sarei aspettata dal Giuseppe Antonio Borgese che avevo conosciuto attraverso i miei studi.
Lo guardai anch'io e per la prima volta riuscii a sostenere la luce che ardeva in quegli occhi: erano belli.
- Ed ora - mi disse con un sorriso, - dobbiamo ritornare... al tempo -. Spostò di pochi centimetri la sedia per rimetterla dov'era prima e, come se in quel locale fosse appena entrato, con un cenno del capo salutò più d'un amico, lungo i due lati della tavola.
Felice dell'ottima riuscita della festicciuola in onore del Maestro, l'anfitrione della serata, Augusto Bellanca, si portò alle labbra l'indice e il medio della mano destra, vi soffiò sopra con un rumorino festoso e, dalla bocca movendo poi la mano in direzione dell'ospite d'onore, come su un'ala di vento gli inviò un suo bacio fraterno, accompagnato da un sonoro - Sugnu suddisfattu.
- E suddisfattu sugnu - rispose il Maestro, ricambiando il bacio alato dall'altro capo della tavola. Ma, nonostante il calore della sua isola natia, egli sembrava già entrato in un mondo del tutto nuovo, inesplorato e freddo.
Mezz'ora dopo, prima di entrare nel tassì che lo avrebbe portato al Fairfax Hotel, il Borgese mi strinse la mano e disse: - Come Le ho detto per lettera, spero tanto in una Sua collaborazione. Mi scriva a Fiesole.
Ci rivedremo in aprile.
Gli scrissi; ma quando, alla fine di quel tristissimo novembre, la mia lettera giunse a Fiesole, la nobile luce, già "lunga", era "calata" per sempre.

09/05/2001 Joseph Tusiani

Ma che cosa c'è dietro questo ritorno così ossessivo ad un dialetto oscuro e senza storia? Tusiani non è un poeta neodialettale. La scelta del dialetto nasce da un rifiuto, da un'adesione morale. È una scelta tra due culture. Non è casuale il recupero di favole e leggende della tradizione popolare (Cola, Maste Peppe, Lu ponte de sòla) che sentiva raccontare da bambino tra la 'Padula' e la 'Cchiesa matra'. Un mondo fatto di artigiani, piccoli contadini, popolane, musici, pretini, che scandivano le sue monotone giornate sammarchesi. Di questo intenso rapporto col dialetto 'Ce sta nu cante', da Bronx America, ne è l'immagine più potente:
| Ce sta nu cante che m'unneja ‘mpette come nu mare che ce stennerica sope na scuma gghianca de merlette e non fa chhiù penzà a tempesta antica, e quistu cante iè lu 'ndijalette de ‘Dda Muntagna (Ddì la bbenedica) che mme dà pace e no mme dà recette, me dà tremente ma m'è ssempe amica. Inte 'sta bella scjema de parole ce scròzzene fulìmmije frustere, ce annetta cullu core ogni penzere. Inte quest'acqua che addora de sole facìteme annijà, come ce anneia inte la luce l'ùtema rnureja. |
C'è un canto che m'ondeggia nel petto come un mare che si distende sopra una schiuma bianca di merletto e non fa più pensare a tempesta antica, e questo canto è il dialetto di quella montagna (Dio la benedica) che mi dà pace ma non mi dà requie, mi dà tormento ma mi è sempre amica. In questa piena di parole si disperdono fuliggini straniere, si netta col cuore ogni pensiero. Dentro quest'acqua che odora di sole fatemi annegare, come annega dentro la luce l'ultima ombra. (Trad. T. Nardella.) |



