San Marco in Lamis (FG): Lungo Iana in una vecchia foto.Nonostante tutti i danni arrecati, il colera avrebbe comunque potuto avere un esito positivo se fosse riuscito a provocare dei cambiamenti nell'organizzazione della vita cittadina. Purtroppo, non fu così. La popolazione continuò a vivere ammassata in abitazioni squallide e malsane, l'igiene pubblica venne tranquillamente continuata ad essere ignorata, i ‘vasi immondi’ perdurarono ad essere gettati nei quartieri periferici della città, il canalone continuò a trascinare allo scoperto ogni sorta di lordure, le strade rimasero non lastricate, l'ospedale dovette attendere il 1911-12 per vedere inaugurati i primi dieci posti-letto (Nota 65). L'unico concreto cambiamento riguardò le sepolture: il colera affrettò notevolmente la nascita del camposanto. Ingresso monumentale del cimitero di Vico del Gargano (FG), costruito nel 1792.In verità, le prime leggi per la costruzione dei camposanti fuori dell'abitato vennero emanate dal Re fin dal 1817, ma al tempo del colera erano ancora pochi i comuni che lo avevano. In Capitanata, solo Manfredonia, Vico e qualche altro comune. Dappertutto, quindi, vigeva ancora l'uso di seppellire i defunti nelle chiese cittadine e tale uso non era certamente privo di gravi inconvenienti e pregiudizi per la pubblica salute, come non aveva mancato di far rilevare anche il Gatti nel 1811, scrivendo: ‘In quasi tutte le chiese della provincia vi sono sepolcri i quali si aprono frequentemente. Ognun sa quanto sieno nocevoli i gas che tramandano tanti cadaveri in putrefazione, non solo quando s'aprono le sepolture ma anche allorché si trascura di chiuderle con esattezza. Benché le chiese sieno ben ventilate, i sepolcri nondimeno mal custoditi e aperti di frequente, tramandano un fetore intollerabile ed emanano delle esalazioni che inquinano l'atmosfera di gas ammoniacali e fosforati. In alcuni paesi i cimiteri sono attaccati alle chiese e di là anche sorge un puzzo sepolcrale che ammorba’ (Nota 66). Nel 1836, non appena scoppiò il colera a Rodi, l'Intendente inviò ai sindaci un'ordinanza con cui si davano tassative disposizioni sulle sepolture: ‘Il seppellimento di ogni persona morta verrà indistintamente fatto ne' campisanti, ed ove manca tale stabilimento nei sepolcri delle chiese suburbane. Simile misura comprènderà anche coloro, che anno in città tombe gentilizie’ (Nota 67). In S. Marco, dove fino ad allora il seppellimento dei defunti aveva avuto luogo nelle chiese cittadine e nel piccolo cimitero attiguo alla Chiesa della Madonna delle Grazie, la situazione era questa: non esisteva ancora il camposanto, ma c'erano, nel luogo dove esso poi sarebbe sorto, tre cappelle fondate dalle Confraternite del SS. Sacramento, di S. Maria del Carmine e del Trionfo del Purgatorio (Nota 68); per cui, quando giunse l'ordinanza dell'Intendente, la Commissione sanitaria pensò bene di utilizzare per la sepoltura dei cadaveri proprio quelle cappelle. Il torrente Iana che attraversa in lunghezza San Marco in Lamis (FG).Tuttavia, poiché queste avevano una scarsa ricettività ed erano di ‘diritto patronato’, essa si rendeva esattamente conto della provvisorietà del provvedimento e quindi della necessità di chiedere all'Intendente, non appena fosse passato il pericolo del colera, l'autorizzazione a servirsi nuovamente delle sepolture delle chiese cittadine. E in effetti, nel dicembre del 1836, l'Intendente, in considerazione dell'«attuale florido stato di salute in tutti i Comuni della Provincia», accordò l'autorizzazione, ma solo per le sepolture gentilizie. Naturalmente, tale limitata concessione non trovò la soddisfazione della Commissione sanitaria e, soprattutto, non trovò quella delle Confraternite. La Cappella funebre della famiglia Ciavarella, eretta nel 1825 - Cimitero di San Marco in Lamis (FG).E qui occorre aprire una breve parentesi per dire che, fin dagli inizi, la volontà sovrana di far costruire un camposanto in ogni comune del Regno incontrò una notevole resistenza proprio da parte delle Confraternite, che erano, invece, tenacemente attaccate alla tradizione del seppellimento dei defunti nelle chiese cittadine, nella quale vedevano soddisfatti sia il sentimento religioso sia l'aspirazione ad assicurarsi una estrema dimora decorosa e socialmente riconosciuta (Nota 69). Il camposanto, al contrario, era visto come ‘il luogo del disonore’, e finire nelle sue fosse voleva dire fare una fine da miserabile. E neppure erano accettate di buon grado le sepolture nelle chiese suburbane perché troppo distanti dall'abitato (Nota 70). Lapide di Sante Ciavarella risalente al 1825 - Cimitero di San Marco in Lamis (FG).Si comprendono così le numerose lettere di protesta all'Intendente, nelle quali si minacciava lo scioglimento delle Confraternite se non fosse stato ripristinato il seppellimento dei confratelli nelle chiese cittadine (Nota 71). In verità, l'Intendente si mostrò ancora una volta comprensivo e accordò il permesso, ma si trattò di un successo di effìmera durata. Quando, infatti, ai primi di luglio del 1837 il colera fece la sua ricomparsa, l'Intendente ripristinò l'ordinanza del 1836 e annullò ogni concessione contraria alle disposizioni in essa contenute. Tuttavia, è facile immaginare come, soprattutto nella confusione dell'epidemia, ci dovessero essere numerose violazioni dell'ordinanza. Chi con un pretesto e chi con un altro, furono parecchi coloro che riuscirono ancora a far seppellire i parenti defunti nelle chiese cittadine, e l'andazzo sarebbe durato chissà quanto se non ci fosse stata questa ferma protesta del parroco di S. Antonio Abate:
Marco in Lamis 3 Agosto 1837 ‘Signor Intendente. Le sue sagge vedute uniformi sempre alle reali disposizioni han l'unica mira di allontanare nella presente circostanza, piucché mai ogni pur anco sospettoso miasma dagli abitati. Ora, chi il crederebbe? Una Chiesa nel centro di questo Comune, in mezzo della pubblica piazza, qual'è la mia Parocchiale si è convertita in Cimitero, talmente, che nell'atrio esce sensibilmente il fetore, e son ridotto per questo a respirarne l'infezione più nella necessità della notte, che del giorno, aprendosi allo spesso le due sepolture, che vi sono, per tumularvici i cadaveri di quasi tutta questa numerosa popolazione. Mi sono più volte querelato con questo Signor Sindaco che vanta comunale la detta Chiesa; senza mai però volersi ingerire di biancarla, e ristaurarla in qualche modo, come è assai necessario, ma le mie giuste querele indarno han battute le orecchie del vangelieo sordo. Il Camposanto è già aperto, pare dunque espediente, che i cadaveri siano indistintamente ivi tumulati, senza riguardo dei colerici, o non colerici, acciò sia eguale la pubblica persuasione, e rendasi puro al possibile il respirabile a tutti. Lo rassegno all'E.V. per le analoghe disposizioni. Il Parroco di S. Antonio Abate - Luigi Nardella’ (Nota 72).
Dopo questa protesta, non ci fu più posto per le tergiversazioni: la Commissione sanitaria dovette prendere tutte le misure necessarie per dare finalmente inizio alla costruzione del camposanto. Si provvide, così, all'assunzione di alcuni becchini e di un buon numero di operai per lo scavo delle fosse, all'installazione di un cancello di ferro per delimitare il camposanto e, mancando la cappella, all'erezione di una croce di ferro, debitamente benedetta, sopra un pilastro di pietre lavorate (Nota 73). Per dovere d'informazione, si aggiunge che le fosse dovevano avere una profondità minima di otto palmi (= cm. 209,2), che le bare nelle fosse dovevano essere ricoperte prima di uno strato di calce viva e poi di terra, e che i morti non potevano essere seppelliti prima della scadenza di 12 ore dalla morte. Nasceva così, ad opera del colera, il camposanto di S. Marco in Lamis (Nota 74). Col passar del tempo appresero tutti a non considerarlo più un ‘luogo di disonore’ e a comprenderne l'importanza dal punto di vista igienico; tuttavia, non poteva mai essere che il colera passasse senza far registrare altri casi di violazione della legge. Quello più clamoroso fu il caso del canonico D. Aristide Vincitorio, morto di colera il 26 agosto 1837. Con il pretesto dello svolgimento di solenni cerimonie funebri in suo onore, il suo corpo venne portato di notte nella Chiesa Madre, e lì, l'indomani, alla chetichella, venne seppellito nella tomba comune dei sacerdoti. Le proteste furono vivacissime, ma Don Aristide rimase al suo posto (Nota 75). L'Intendente, da parte sua, fece sapere che non aveva il potere di disporne l'esumazione. E ora, prima di far scendere un giusto e pietoso velo su questo terribile dramma vissuto dalla città di S. Marco in Lamis nel 1837, riteniamo opportuno fare qualche ultima considerazione. È stato già detto che il governo napoletano cercò di non farsi cogliere alla sprovvista dal morbo asiatico; tuttavia, un fatto era discutere del colera e un altro trovarselo poi di fronte. L'immane e spaventosa atrocità della malattia mise decisamente a nudo l'impotenza di tutte le teorie e scompigliò i vari piani di difesa concepiti dalle Commissioni sanitarie. Notevole fu il disorientamento causato non solo nei profani ma anche nella classe medica, divisasi presto in tante «scuole» in aspra polemica tra di loro. Tra i medici, ovviamente, ci fu chi con molta umiltà ammise l'impotenza della medicina del tempo (e in effetti non si può dimenticare che il vibrione del colera venne identificato dal Koch quasi mezzo secolo più tardi), ma ci fu anche chi con una certa boria ritenne d'essere riuscito a individuare la vera natura del morbo e di possedere pertanto la giusta panacea per esso. Ebbene, quel che si vuoi far notare è che nel comportamento dei medici sammarchesi non si scorge la minima traccia di tale presunzione. Essi, non ritenendo affatto di essere in possesso della formula magica per debellare il colera, cercarono semplicemente di non risparmiare, dalla mattina alla sera, energia alcuna per portare comunque soccorso ai colerosi offrendo loro qualche parola di sollievo e qualche farmaco che servisse almeno ad alleviare dolori e sofferenze. Più ingrato era senz'altro il compito affidato alla Commissione sanitaria, e se esso fu così infruttuoso non fu certamente a causa di un insufficiente impegno o di uno scarso senso di civica responsabilità. Può darsi benissimo che, agendo con maggiore avvedutezza, essa avrebbe anche potuto organizzare, in collaborazione con gli stessi cittadini, una più efficace azione di soccorso per limitare maggiormente i danni; questo però non deve far dimenticare che, trattandosi della prima epidemia colerica, essa dovette fronteggiarla con notevole impreparazione e senza poter far tesoro di analoghe esperienze del passato. Infatti, che in tali drammatiche circostanze l'esperienza abbia il suo peso è apparso evidente nel 1886, in occasione della terza epidemia colerica, allorché un gruppo di benemeriti cittadini, organizzando delle squadre di volontari per portare soccorso ai colerosi, riuscì a far registrare perdite umane notevolmente inferiori e ad ottenere dal Ministro Crispi una medaglia d'oro. Per quanto riguarda la popolazione, infine, ci sembra di poter affermare che essa, a parte alcune comprensibilissime manifestazioni di protesta, andò incontro a quest'altro dramma con cristiana rassegnazione; abbiamo la sensazione anzi, che essa, più che l'idea della morte, non tollerò quella di venire sepolta nelle fosse del camposanto. Sarebbe stato interessante far terminare questo lavoro con un bilancio dei danni, materiali e morali, arrecati dal colera, ma l'impresa, dato anche il notevole silenzio delle fonti, è abbastanza ardua. Tuttavia, almeno a proposito delle perdite demografiche, pensiamo di fare questa breve nota. Non sappiamo se se ne può trarre qualche motivo di consolazione, ma in merito ad esse la città di S. Marco in Lamis non ha da lamentare alcun primato né su scala nazionale né su scala provinciale. Il suo indice di mortalità, infatti, pari al 28,9 per mille, venne largamente superato, su scala nazionale, in città come Palermo (che ebbe il 135 per mille), Brescia (57 per mille), Udine (54 per mille). Napoli (39 per mille, nel 1837), Como (36 per mille) e Bergamo (32 per mille) (Nota 76). Su scala provinciale, non conoscendosi gli indici di mortalità degli altri Comuni, non è possibile fare un confronto con essi; ad ogni modo, fatti i debiti rapporti con i rispettivi numeri di popolazione, ci pare di poter asserire che esso dovette essere più elevato in Comuni come Vieste (dove si ebbero 1.011 decessi), S. Bartolomeo (459), Roseto Valfortore (325), Castelnuovo della Daunia (397), Candela (377), Biccari (341), o anche Lucera (523) (Nota 77). Comunque, gravi o no che possano considerarsi le perdite demografiche subite dalla città di S. Marco in Lamis, è certo però che esse furono assai presto recuperate.
Il 19 luglio 1837, con Pietro Mercaldi, un bracciante di 40 anni, coniugato e domiciliato in Borgo Limosani, si ebbe il primo morto di colera. Il giorno dopo si aveva la pubblica denuncia dello sviluppo dell'epidemia. Secondo precise disposizioni dell'Intendenza, l'Amministrazione comunale avrebbe dovuto redigere settimanalmente uno stato degli avvenimenti colerici; di questi stati settimanali, però, non si conserva traccia nei documenti. L'unico quadro statistico esistente è quello riassuntivo compilato il 28 ottobre 1837, dal quale risulta che il colera avrebbe avuto inizio il 17 luglio e termine il 17 settembre. I casi e i decessi sarebbero stati denunziati come segue (Nota 57):
Morti per colera dal 17 al 22 luglioDal 23 luglio al 22 agostoDal 23 agosto al 17 settembre
Si sarebbero avuti, quindi, 1.187 casi e 359 decessi. I dati esatti però sarebbero questi altri: 1.191 casi e 363 decessi, in quanto nel 1838 una Commissione speciale accertò che nei registri dello Stato Civile erano stati omessi altri quattro decessi per colera (Nota 58).
Di conseguenza, va corretto anche l'altro quadro statistico, distinto per sesso e per età, compilato il 24 ottobre 1837, il quale offrirebbe i seguenti dati (Nota 59):
Età dei morti.
Considerato che al 31 dicembre 1836 S. Marco in Lamis contava 12.538 abitanti, si deve dedurre che il colera fece registrare un indice di mortalità pari al 28,9 per mille e un indice di letalità pari al 30,4 per cento (Nota 60). Poiché il numero dei casi non è distinto per sessi, non è possibile sapere se ci fu una maggiore resistenza al morbo da parte dei maschi o da parte delle femmine. Rispetto al numero globale dei casi, comunque, la letalità maschile da un indice del 13,5% e quella femminile del 16,9%. Sarebbe stato molto interessante rinvenire tra i documenti un elenco nominativo degli ammalati e dei morti di colera per sapere con esattezza quali furono i quartieri e le classi sociali maggiormente colpiti. Da essi, invece, si ricava appena qualche sommario dato sulla condizione naturale e civile dei morti di colera (Nota 61). In merito alla prima, è detto che delle 202 femmine 94 sarebbero state nubili, 37 coniugate e 71 vedove, e che dei 161 maschi 93 sarebbero stati celibi e 68 coniugati; in merito alla seconda, è detto solo che sarebbero morti 3 sacerdoti, 3 professori e 8 artieri. Per colmare tale lacuna abbiamo ritenuto opportuno utilizzare i dati ricavabili dai registri dello Stato Civile, dal momento che abbiamo notato che, sebbene in essi i decessi non portino l'indicazione della causa, sommando tutti quelli avvenuti nel periodo dell'epidemia non si supera di molto il numero di 363. Infatti, tra il 19 luglio, data in cui si ebbe il primo morto di colera, e il 4 settembre, data che segna praticamente la fine dell'epidemia, si contano 382 decessi; però, se ad essi si sottraggono quelli registrati nei giorni 20, 21, 24, 25, 26, 27, 30 luglio e il 1 e 5 agosto, in cui non ci sarebbe stato alcun morto di colera, si scende a 366; aggiungendo, poi, i due decessi registrati in data 17 settembre e gli altri quattro accertati nel 1838 dalla Commissione speciale, si arriva definitivamente a 372. Ciò vuol dire che la differenza rispetto all'effettivo numero dei morti di colera sarebbe solo di 9 unità ed essa altererebbe perciò in minima parte i dati reali. Valga come dimostrazione la riproduzione dello specchietto statistico per sesso e per età sulla base dei dati dello Stato Civile: Come si vede, la differenza con l'altro riportato poco più sopra, è molto lieve. Attraverso i tre quadri statistici che seguono, perciò, pensiamo di offrire delle indicazioni abbastanza attendibili sulla distribuzione della mortalità tra le varie classi sociali (Nota 62):
Quadro statistico sul numero della popolazione Stati della popolazione.Quadro statistico sulla condizione naturale.
Quadro statistico sulla condizione civile(Nota 63) Condizione civile.
Interessante pure è vedere quali furono i quartieri maggiormente colpiti dal colera. Poiché, come si è detto, nel 1837 l'assetto edilizio di S. Marco comprendeva gli attuali Corso Giannone e Corso Matteotti con tutte le relative strade trasversali, abbiamo pensato di dividere l'abitato in tre sezioni longitudinali: quella posta alla sinistra di Corso Giannone, sul pendio della collina a nord, comrendente pure l'ex Palazzo badiale e il quartiere di S. Giuseppe; quella compresa tra Corso Giannone e Corso Matteotti; e quella posta tra Corso Matteotti e il torrente Iana (Nota 64). In esse i decessi si distribuiscono come segue: 103 nella prima, 90 nella seconda, 133 nella terza. Se si considera che la prima conosceva certamente una maggiore densità di popolazione rispetto alla terza, si deve dedurre che la più colpita, sia in cifre assolute che in percentuale, fu proprio quest'ultima. La ragione di ciò può essere vista soprattutto nella sua prossima vicinanza al canalone che, trascinando, come si è detto, nel suo alveo acque putride e accogliendo quotidianamente rifiuti solidi, la rendeva igienicamente più vulnerabile rispetto alle altre due. Dei 133 decessi registrati in questa sezione, 80 si ebbero nella zona compresa tra la Collegiata e Via Roma e 53 nell'altra tra Via Roma e Via G. Verdi. Le strade maggiormente colpite risultarono: la Palude, con 20 decessi; Via del Pozzo Grande, con 18; Via Roma, con 15, che potrebbero salire a 25 se si aggiungessero i 3 di Vico Montesano e i 7 di Via dei Mille, sue traverse; l'Orto di Santa Chiara, con 11; Via Garibaldi, con 8; Vico Ceci, con 7. Per quanto riguarda la prima sezione, si deve notare che la parte meno colpita fu il lungo tratto estendentesi tra Via Scarano e Via Gentile e comprendente anche il Casalotto: 29 decessi, di cui 9 proprio nel Casalotto. Più colpito, invece, il quartiere della Crocicchia, dove se ne ebbero 21. Ma la zona in cui l'epidemia infierì in modo particolare fu quella posta tra Via De Filippis e la Chiesa di S. Giuseppe, che fece registrare complessivamente 64 decessi, così distribuiti: 7 in Via De Filippis, 15 in Via Stanco, 10 in Via Ciavarella, 11 al Trono del Palazzo badiale e 21 in Via S. Giuseppe. Nella seconda sezione non si distinguono zone più colpite da zone meno colpite; in essa l'epidemia operò con maggiore uniformità. Tuttavia, una circostanza piuttosto curiosa e sorprendente merita di essere posta senz'altro in evidenza, ed è questa: la zona compresa tra Via Incoronata e via XX Settembre, nonostante si trovasse chiusa tra la Palude da una parte e tra Via De Filippis e il Trono del Palazzo badiale dall'altra, venne minimamente toccata dal colera, contando solo 8 vittime. Per quanto concerne i due Corsi, infine, va detto che essi, se si tien conto della diversa densità di popolazione, risultarono colpiti più o meno in ugual misura: 14 decessi in Corso Matteotti e 20 in Corso Giannone. A causa del colera, la mortalità annuale, che nel quinquennio 1832-36 era stata in media pari al 23,7 per mille, passò nel 1837 al 51,1 per mille. Ma per dare un'idea più precisa del movimento di popolazione negli anni immediatamente precedenti e seguenti il colera, si riporta un quadro statistico della natalità e della mortalità relative al decennio 1832-41:
Abitazione di S. Marco in Lamis (FG) nel quartiere denominato "Casalotto".Per concludere il discorso sulle misure di difesa resta da vedere come fu organizzata l'assistenza medica e ospedaliera. Come si è già fatto notare, nel 1837 a S. Marco in Lamis, su una popolazione di oltre 12.500 abitanti, c'erano sei medici (Nota 37). Può darsi che in tempi normali essi fossero anche sufficienti ad assicurare la propria assistenza a tutta la popolazione, dal momento che la classe popolare difficilmente ricorreva ad essi, sia per mancanza di fiducia che per impossibilità di pagarne l'onorario; ma in occasione del colera essi si rivelarono assolutamente insufficienti, tanto che fu chiesto l'intervento di altri medici dalla provincia. Questo, tuttavia, non vuol dire che il colera avesse persuaso la classe popolare ad avere fiducia nei medici e ad accettarne i consigli. Il suo atteggiamento di diffidenza, che aveva radici antiche (Nota 38), si conservò intatto e spinse i medici a definirla ‘una classe naturalmente rozza’. Anzi, si può tranquillamente affermare che nella circostanza del colera esso si consolidò notevolmente, perché era molto evidente che a proposito del morbo asiatico la classe medica brancolava nel buio. Perché, se è vero che fin dal 1831 ci fu in tutto il Regno un vasto fiorire di tutta una letteratura sul colera, a livello scientifico e pratico-divulgativo, è altrettanto vero che i pareri sulla natura del morbo e sui metodi curativi erano i più discordi. E allora, i medici sammarchesi quale preparazione avevano sul colera, quale ‘scuola’ seguivano e come pensavano di curare i colerosi? Quel poco che risulta dai documenti archivistici non permette di rispondere circostanziatamente a tale domanda. Di sicuro si sa che essi ebbero a disposizione una decina di copie dell'Istruzione popolare(Nota 39), fatta diramare dal governo centrale, e una ventina del lavoro del medico napoletano Francesco Romani(Nota 40). La copertina del libro 'Istruzione popolare sul colera'.Si può anche ritenere che conoscessero il trattato sul colera del medico foggiano Vincenzo Raho(Nota 41) e che avessero delle reminiscenze universitarie, dal momento che allora nelle Università si studiava ancora l'opera di Ippocrate. Per motivi che saranno meglio chiariti poco più giù, si può fondatamente ritenere che essi si attenessero soprattutto all'Istruzione popolare, anche se i consigli in essa contenuti, per quanto igienicamente validi, erano però in gran parte privi di senso per la popolazione sammarchese. Essa suggeriva, infatti, di non abitare in luoghi sudici e malsani, di rinnovare frequentemente l'aria nelle case, di evitare l'accumulo delle immondizie, di non tenere in casa gli animali, di non trascurare la pulizia del proprio corpo, di cambiare spesso la biancheria di dosso e da letto; tutti suggerimenti che la maggior parte della popolazione sammarchese, date le proprie condizioni di vita, di cui si è detto precedentemente, non era certamente in grado di accogliere. Ugualmente non aveva senso consigliare di ‘fuggire l'umido del mattino e della sera’ ai contadini che, costretti durante l'estate a pernottare spesso in campagna, dovevano subire l'alternarsi del caldo della stagione e del lavoro con il fresco umido della notte; oppure di evitare gli strapazzi fisici, dal momento che quelli, per la mancanza di ricoveri in campagna, l'inverno ‘erano costretti a camminare sino a 4 miglia la mattina, ed altrettanto la sera, aggravati dal peso dei loro attrezzi, da quello del proprio vitto, e delle volte carichi di sementa e di legname per bruciare’ (Nota 42), mentre le donne, oltre ad accudire alle faccende domestiche, dovevano spesso aiutare gli uomini nei lavori dei campi; o, ancora, consigliare ‘di far uso di cibi sani come sarebbero carni ben cotte e non grasse, pesci freschi, uova, pane, ben lievitato e ben cotto, brodi semplici con farinacei, come farro, riso, semola, paste ecc. Per contrario le carni ed i pesci salati, l'erbe specialmente crude, l'abuso della frutta principalmente immatura, i legumi, vanno eliminati, o almeno usati con molta discrezione’ (Nota 43), quando si sa che la classe popolare si nutriva soprattutto di legumi e di piante ortensi e campestri, e se faceva uso della carne, si trattava quasi sempre di carne di ammali infermi o morti naturalmente. In merito all'alimentazione va inoltre fatto notare che i medici, essendo persuasi che il colera in S. Marco in Lamis si fosse propagato attraverso l'aria e i cibi, fecero vietare la vendita della carne e del pesce di bassa qualità, della verdura e della frutta, e in particolar modo dei cocomeri e delle pere considerati maggiormente predisponenti alle diarree, ma la popolazione trasgredì spesso il divieto facendo ricorso al mercato nero. Ad ogni modo, per chi era colpito dal colera quali cure venivano prescritte? Sembra da escludere, in base a quel poco che si può desumere dai documenti, che i medici sammarchesi abbiano seguito i metodi curativi, aberranti e perniciosi, del foggiano Raho, il quale, ritenendo che il colera non fosse altro che un tipo particolare d'infiammazione, curava gli ammalati ‘con i salassi, le sanguisughe, la somministrazione di energici purganti, ripetuti bagni freddi e enormi quantità di neve da ingurgitare’ (Nota 44). Tipica abitazione in San Marco in Lamis (FG).Probabilmente, anche nella prescrizione dei farmaci essi cercarono di non discostarsi dalle istruzioni governative, anche se poi la classe popolare preferiva ricorrere ai rimedi propri facendo un larghissimo consumo di neve e di limoni. I farmaci maggiormente raccomandati erano i seguenti: ipecacuana, oppio, gomma arabica, canterelle, semi di senape, canfora, etere solforico, ammoniaca liquida, laudano liquido di Sydenham, spirito di Mindereno, rabarbaro, aceto aromatico detto dei quattro ladri, acqua distillata di menta, ammoniaca concreta, mercurio dolce, sale d'assenzio alcalino, assa fetida, polvere di Dovver, olio essenziale di rosmarino (Nota 45). Il fatto che i medici si attenessero abbastanza scrupolosamente alle istruzioni governative potrebbe essere la testimonianza di un certo loro imbarazzo di fronte al colera derivante dalla scarsa conoscenza di esso. E in effetti, quando scoppiò il colera, essi attesero qualche giorno prima di decidersi a dichiarare che si era in presenza del colera asiatico, e sentirono la necessità di redigere collegialmente la relazione sui primi due casi colerici, per meglio rendersi conto delle modalità di manifestazione della malattia e delle probabili cause che potevano provocarla. E poiché tale relazione è l'unica che si conservi in proposito, si ritiene opportuno riportarla qui per intero:
Semi della 'Veccia sativa', mangiati dal bracciante Pietro Mercaldi, morto di colera (fu il primo in assoluto) a San Marco in Lamis (FG) il 19 luglio 1837. S. Marco in Lamis, li 20 luglio 1837 ‘Signori, Pietro Mercaldi bracciale di anni quaranta è assalito nel giorno 18 corrente all'improvviso da vomito, e diarrea di materiali bianchi sierosi, notandovi fiocchi simili a lanugine. I bulbi degli occhi intropressi irrorati di sangue, volto nelle gote arrossito, lingua arida setina stintibile gran desiderio di neve cardialgia insoffribile cincolo precordiale, stirature dei tendini dei muscoli flessori delle gambe sulle cosce, e delle coscie sull'addome, irrequietezza, smanie, urli, sudor viscido e freddo su tutta la superficie del corpo. Tali fenomini si sono tutti esacerbati nella sera colla sopravvegnenza dell'iscuria, ed afonia, ed i polsi, se prima percettibili, in tale tempo scomparsi del tutto. Sì miserando treno ha perdurato tutta la notte, e quel freddo ch'era sensibile ai soli medici nell'apparir del morbo, è divenuto marmoreo nella mattina colla cianosi di tutto il corpo, in mezzo a sì deplorabile spettacolo è andato a succumbere circa le ore venti. Cagioni: per quante dimande si abbiano potuto fare, e al defunto, e agli assistenti, si è rivelato di aver mangiato il giorno innanzi i semi della veccia sativa cotti, e nella mattina pane e cipolle crude. Se vi sieno stati altri errori e di vittitazione, e di traspirazione s'ignora. La quantità di detti semi mangiati nel giorno innanzi, e del pane e cipolle la mattina han potuto determinare il colera? Metodo curativo: Si erano indicate pozioni anodine colla tintura di canfora alluncate nell'acqua distillata di menta, e melissa, le prime, la tintura di canfora sulla neve. Si è benanche indicato il bagno tiepido, che è stato il solo praticato. Michelarcangelo de Carolis di anni trentotto e di condizione fabro mastro d'ascia assalito anche da vomito, e secesso con tutti i fenomeni descritti di sopra in minor grado all'infuori della cardialgia che era più forte, senza l'apparizione del sudor freddo, e dell'algidismo. Cagioni: Diarrea trascurata per sei giorni, ed errore di vittitazione con abuso di vino. Metodo di cura: Da ieri mattina si è incominciato a trattare con acqua distillata di menta, e melissa, laudano, e liquore anodino. Terapia praticata sino a vespro, quando si è incominciato a dargli tintura di canfora, assa fetida, e canfora, praticate sino a questa mane, nonché con clisteri di riso, e di semmola. Tale è la terapia dalla quale ne spera forse la guariggione. I Professori sanitari: Barnaba Ciavarella - Leonardo Cera - Michele La Porta - Ferdinando Palatella - Matteo Tardio’ (Nota 46).
Copia del decreto di fondazione (1900) dell'ospedale di San Marco in Lamis (FG).Un altro punto di forza del programma sanitario governativo prevedeva l'istituzione, nei Comuni in cui mancava, di un ospedale e affidava alle locali Commissioni sanitarie il compito di reperire dei locali idonei. Quanto ai mezzi necessari per dotare l'ospedale di tutto l'occorrente, si consigliava di promuovere le offerte volontarie specificando che esse dovevano consistere in ‘semplici soscrizioni di promesse realizzabili nelle occorrenze’ (Nota 47). Anche in merito a tale problema la Commissione sanitaria di S. Marco in Lamis cercò di adottare abbastanza per tempo i relativi provvedimenti, ma i risultati non furono per niente diversi da quelli delle altre iniziative. Si incontravano notevoli difficoltà per il reperimento sia dei locali che delle disponibilità finanziarie. Trovare dei locali da adibire ad ospedale in una città terribilmente angustiata da un'altissima densità di popolazione non era certamente facile. Alla fine, essi furono individuati in un comprensorio di case (sei vani sottani e quattro soprani) posto nel luogo detto ‘il Piano’, a circa 150 passi dall'abitato, appartenente al ‘proprietario’ Angelo Maria Schiena, e destinato a ricovero di capre; e poiché lo Schiena, tanto ‘per rendere un beneficio di sparambio al Comune’ (Nota 48), pretendeva per il fitto un canone annuo di 120 ducati, ci fu bisogno dell'intervento dell'Intendente perché la Commissione sanitaria potesse spuntarla nei suoi confronti e avere i locali per 30 ducati all'anno (Nota 49). Tuttavia, l'ostacolo maggiore era rappresentato, come si è più volte notato, dall'assoluta deficienza di disponibilità finanziarie. Il 7 agosto 1835, allorché si affrontò per la prima volta il discorso dell'ospedale, la Commissione sanitaria, ancora inconsapevole della reale gravita della situazione, tracciò questo lusinghiero preventivo:
‘Per la mobilia, utenzili, bagni, e letti che sono i primi comodi a' quali deve attendersi per la nettezza degli infermi importano lo spesato di ducati mille, e duecento circa, giacché prudentemente si è stabilito istallarsi per il pronto bisogno cinquanta letti, duecento lenzuola almeno, duecento facci di cuscini, lettiere con piedistali corrispondenti, dieci bagnaiole e cinuanta cutre di lana, quattro grosse caldaje per riscaldare l'acqua, ed altri utensili per uso di cucina, nonché candelieri, vasi immondi di creta, ed altri; per quello poi riguarda il fuoco onde riscaldare l’acqua, letti, e cucinare evvi la necessità di provvedersene dalla vicina Ditesa di S. Matteo appartenente all'Ex Badia, stante che niun'altro luogo può somministrarlo. Sono da addirsi al servizio degli spedali non meno di sei donne, e sei uomini per lo servizio agl'infermi si di giorno, che di notte, ed a questi stabilirsi un buon salario, stante che verrebbero ad assistere persone contagiate’ (Nota 50).
Nell'ottobre del 1836 il preventivo scese da 50 a 16 posti-letto, ma occorrevano ugualmente oltre 500 ducati (Nota 51) e non si sapeva proprio da dove trarli fuori. La conclusione fu che per acquistare due soli letti fu necessario stornare 37 ducati dai 100 previsti per la costruzione di un nuovo orologio (Nota 52). Infine, si può far notare che il Supremo Magistrato di Salute del Regno tenne in una certa considerazione un altro servizio: la disinfezione delle abitazioni dei colerici. Al fine di impedire la ripululazione del morbo ‘da' mobili, da' panni, dalle vesti, dagli utensili, dalle mura stesse dove avevano dimorato i colerici’ (Nota 53), venne prescritto quanto segue: ‘Riunirsi nella stanza tutti gli oggetti più sospetti, e dopo di aver mescolato in una padella o bacile di creta due once di cloruro di calce, due libbre di acqua e due once di aceto forte, ovvero un'oncia di acido muriatico, chiudansi le aperture esattamente, rimanendovi dentro l'apparecchio indicato per non meno di cinque ore, e non più di dieci; badando però di non rientrarvi, se non dopo fatta in qualche modo ventilare la stanza stessa’(Nota 54) . Misure di precauzione e di preservazione vennero prescritte pure per i medici e per tutti coloro che dovevano necessariamente avere contatto con ammalati o morti di colera. Eccone qualche esempio: ’1) Non avvicinarsi mai agli infermi a stomaco digiuno, e senza tenere un pezzetto di canfora in bocca. 2) Lavarsi le mani ed il viso prima di entrare nella camera dell'infermo, con una soluzione composta di un'oncia di cloruro di calce sciolta in una libbra di acqua, rimanendo dette parti, leggermente umettate; potranno anche tenerne bagnato il fazzoletto da sacca per riceverne nelle ispirazioni l'alito da tempo in tempo. Simile cautela dovranno praticare nell'uscire dalla casa dell'infermo, per mettersi in contatto con altri. È pure utile di portare in tasca una caraffina di aceto dei quattro ladri per spesso adorarla, e stropicciarsene le mani’ (Nota 55). E ancora: ‘Gli inservienti, i becchini, i così detti pratici ecc. anderanno sempre ricoperti di un'ampia veste di tela impeciata con maniche larghe, e lunghe oltre la estremità delle dita, onde nel bisogno la mano possa osservare senza discoprirsi. La veste avrà pure un cappuccio, che circondi il viso, sporgendo alquanto in fuori, onde il volto rimanga difeso il più che si possa. Avranno calzari di pelle impeciata con solatura di legno, o di sughero’ (Nota 56). Non è possibile sapere se in S. Marco in Lamis queste norme vennero in tutto o in parte osservate. Riesce comunque difficile immaginare che, soprattutto nei momenti di maggiore virulenza del colera, i medici, costretti a correre continuamente di qua e di là per visitare decine e decine di ammalati, senza un attimo di respiro, potessero trovare il tempo e la voglia di pensare alle misure di precauzione. Più difficile ancora riesce immaginare che abbiano potuto trovare applicazione le norme sulla disinfezione delle abitazioni dei colerici. Un tal servizio, infatti, avrebbe potuto essere realizzato solo costringendo tante famiglie ad abbandonare per qualche giorno le proprie abitazioni. Ma per ricoverarle dove?
Cittadini di S. Marco in Lamis (FG) attingono acqua dai pozzi. Foto dei primi decenni del '900.Un'epidemia provoca sempre nella storia di una città un trauma profondo. Sconvolge le sue strutture assistenziali, economiche e edilizie, dopo aver posto a dura prova la loro capacità di un'efficace difesa dal male, e mette brutalmente a nudo meschinerie, viltà e debolezze umane. La situazione, poi, presenta un aspetto ancora più avvilente là dove certe strutture o non esistono affatto o sono alquanto precarie. Era questo il caso di S. Marco in Lamis durante l'epidemia colerica del 1837. Vale anche per questo Comune l'osservazione fatta da altri (Nota 21) circa il diverso comportamento delle autorità amministrative prima e dopo lo scoppio del colera. Prima dell'estate del 1837, si può seguire una fitta corrispondenza di ordinanze e circolari miranti a istruire, raccomandare, suggerire, consigliare varie misure di prevenzione e di difesa; dopo lo scoppio del colera, invece, le autorità sembrano chiudersi in se stesse e limitarsi a una corrispondenza puramente burocratica; il che era indice di smarrimento e di disorientamento. Il fatto è che l'insorgenza del morbo, che restava completamente sconosciuto nonostante il gran parlare che se ne era fatto, sconcertò un po' tutti e dimostrò chiaramente che fino ad allora ci si era semplicemente illusi d'aver apprestato un organico ed efficiente sistema di prevenzione e di difesa. D'altra parte, si deve tener presente che nel 1837 il colera invase con particolare virulenza tutta la Capitanata, per cui l'Intendenza si trovò nell'impossibilità di seguire, come avrebbe voluto e dovuto, la situazione nei singoli Comuni, che vennero perciò un po' abbandonati al loro triste destino. Quando nel 1836 il colera penetrò in Ancona e il timore che esso invadesse a breve scadenza anche il Regno di Napoli si fece più reale, l'Intendente ritenne opportuno inviare alle Commissioni sanitarie comunali un'ennesima circolare per ricordar loro l'osservanza delle misure di precauzione atte a tutelare la sanità delle popolazioni. Poiché si riteneva che il colera si diffondesse attraverso i miasmi dell'atmosfera, si raccomandava innanzi tutto ‘la nettezza delle strade, la salubrità dell'aria, il prosciugamento de' putridi ristagni, la vendita de' cibi’ (Nota 22), ma anche di tener pronti i locali da adibire ad ospedale, di fissare il luogo da destinare a cimitero, di invitare le farmacie a fornirsi delle necessarie medicine, di portare a conoscenza della popolazione l'istruzione popolare sul colera, e, infine, di conservare la calma e il sangue freddo indispensabili per impedire il diffondersi del panico tra la popolazione. Famiglia di San Marco in Lamis (FG) ritratta in una foto dei primi decenni del '900.La Commissione sanitaria di S. Marco in Lamis, composta dal Sindaco Candeloro Cera e dai ‘proprietari’ Domenico Gabriele, Leonardo Tancredi, Giovanni Picucci e Matteo Luigi Guerreri, si mise al lavoro fin dal 1835 cercando di non lesinare energie e di non lasciare nulla d'intentato, ma dovette presto rendersi conto di quanto gravoso fosse il suo compito, trattandosi di intervenire su una realtà di ataviche miseria e arretratezza e perciò difficile da modificare e da migliorare dall'oggi al domani. L'impressione generale che si ricava dai documenti è che la Commissione sanitaria profuse senz'altro un notevole impegno nel concepire un organico sistema di misure per difendere la città dal colera, ma che alla fine potè raccogliere ben scarsi frutti a causa delle molto precarie condizioni igienico-sanitarie dell'abitato e della notevole miseria in cui versava non solo la popolazione ma la stessa Amministrazione comunale. Essa partì anche con un certo fervore e nell'estate del 1836 inviò all'Intendente le prime proposte miranti a mantenere la città in uno stato più pulito e a rimuovere alcune cause di putride esalazioni. Le proposte erano queste: far lastricare le strade interne dell'abitato a spese dei proprietari delle abitazioni, al fine di impedire il ristagno delle acque e del fango; approvare il progetto per la sistemazione della strada che dalla Chiesa Madre conduceva fuori l'abitato ‘ove con dispiacere si osservano depositi di acque ristagnate putride, e che in tutti i momenti sviluppa de' gassi nocivi alla salute’; permettere l'abbattimento dei mignaletti, al fine di rendere più agevole il deflusso delle acque e del fango (Nota 23). Oltre a ciò, dispose il trasferimento dei macelli in alcuni locali fuori l'abitato, ordinò ai farmacisti di fornirsi delle medicine prescritte dalle autorità sanitarie, al brigadiere della Gendarmeria ‘di vigilare le chianche per le carni morte’, e non tralasciò ‘di ricorrere in pari tempo agli Uffizi di Religione con inculcare il Capo della Chiesa per un solenne triduo all'Altissimo, e si è del pari disposto che dovendo l'anima essere rivolta all'Ente Supremo si chiudine le cantine per i giocatori, e l'uso del gioco nelle pubbliche cafetterie’ (Nota 24). Incisione di Alfredo Petrucci.Ma anche le delusioni giunsero in fretta. Infatti, i proprietari delle abitazioni dichiararono di non potersi addossare la spesa per il lastricamento delle strade, nonostante che essa fosse stata calcolata in soli 10 carlini per abitazione, per i lavori di sistemazione della strada che fiancheggiava la Chiesa Madre, l'Intendente rispose che avrebbe dato subito disposizioni per la loro esecuzione, ma dopo di allora non se ne parlò più; e la proposta per l'abbattimento dei mignaletti venne giustamente lasciata cadere perché piuttosto assurda e mero frutto di un progetto di ‘bonifica’ edilizia concepito sotto il trauma del colera. Tuttavia, lo scoglio maggiore contro il quale erano destinati a naufragare tutti i progetti della Commissione sanitaria era costituito dalla mancanza di disponibilità finanziarie. In verità, essa tentò diverse vie per procacciarsene, ma inutilmente. L'Intendente respinse sia la proposta di ricorrere alle Casse Centrali sia quella di rendere disponibile la somma di 1.006 ducati che i proprietari sammarchesi avevano prestato alla truppa austriaca (Nota 25) e consigliò di sollecitare le offerte dei privati, ai quali, aggiungeva, non sarebbe stato male far notare che qualora si fossero venuti a trovare senza mezzi di fronte al colera, sarebbe stato tanto peggio per loro. Il suo atteggiamento, purtroppo, non mutò nemmeno quando S. Marco cadde completamente in preda al colera e contava, come si suol dire volgarmente e non iperbolicamente, i morti a carretti. C'era, allora, assoluto bisogno di denaro per soccorrere le centinaia di colerosi, e poiché non sapeva proprio a qual santo rivolgersi per ottenerlo, il Sindaco pensò bene di inviare all'Intendente quest'altra proposta:
‘Nello scorso anno da questi proprietari di animali nel mese di ottobre si permise accordare ad alcuni locati abruzzesi una fida autunnale, ed il prezzo di essa applicarsi alle spese di lite che verte tra questo Comune, e quello di S. Giovanni Rotondo pel limitrofo tenimento nella G. Corte de' Conti, e ciò fu eseguito col mio consenso, sul riflesso, che la Cassa Comunale non avendo fondi disponibili per tal causa, non potea adempirvi certamente alle spese del giudizio. Ora conoscendo che il bisogno de' poveri è urgentissimo sì per la vittitazione, che per le medele, senza delle quali il morbo non puote estinguersi, così o stimato che la somma di ducati 700 della fida sia invertita pel colera’ (Nota 26).
Vecchia cartolina con un panorama di San Marco in Lamis (FG).Ma neppure essa incontrò il favore dell'Intendente. Così, per mancanza di risorse, alcune iniziative della Commissione sanitaria finirono in una bolla di sapone e altre vennero fortemente compromesse. Tra queste, l'istituzione dei posti di guardia. Per impedire l'ingresso furtivo in città di forestieri, che potevano essere portatori del morbo, vennero istituiti intorno all'abitato sei posti di guardia. Tre trovarono sede in alcune casette in muratura e gli altri in tre baracche di legno coperte da embrici. Sia le casette che le baracche erano inabitabili e prive di sedie, di lumi e di riscaldamento. Il Capo Urbano, il medico Michele La Porta, ebbe a lamentarsi spesso di questo, ma la Commissione sanitaria non potè mai soddisfare le sue richieste. In tali condizioni, ovviamente, si correva il rischio che le guardie urbane si rifiutassero di prestare servizio, con grave pregiudizio della salute pubblica (Nota 27). Un'altra importante iniziativa gravemente compromessa dalla mancanza di fondi fu la prestazione del soccorso, in viveri e medicine, agli ammalati poveri. La Commissione sanitaria si rendeva conto benissimo che qualora fosse scoppiato il colera, i poveri, come i più esposti e indifesi, sarebbero stati i primi a rimanerne colpiti e l'avrebbero poi tramesso agli altri. Soccorrerli, quindi, voleva dire non solo tentar di sottrarre all'epidemia il maggior numero possibile di vite umane, ma anche circoscriverne al massimo la vastità. E di poveri, nel 1837, in S. Marco in Lamis ce n'erano tanti. Solo di ‘mendici’ se ne contavano 348, di cui 88 uomini e 260 donne (Nota 28). Ma dove trovare i fondi necessari? Si bussò ancora una volta alla porta dei privati ma senza alcun esito, come ebbe malinconicamente a confessare all'Intendente il Sindaco Cera: ‘Io con la Comissione, l'Arciprete e Parrochi, o posto in esecuzione le sue disposizioni, ma niun utile si è ritratto, perché li poveri, di cui questo Comune ne abonda, non àn potuto nulla offrire, per niente avere, e quei pochi proprietari, si sono negati, dicendo che le loro finanze non permettono di fare elemosine. Dunque poiché si è nato in un paese povero, si deve perciò morire?’ (Nota 29). Tuttavia, quando si trovò nel bel mezzo del colera, il Sindaco, volenti o nolenti i suoi superiori, si vide costretto a prelevare da altre voci il denaro necessario per distribuire gratuitamente le medicine ai poveri, ma ricevette questa dura reprimenda dall'Intendente: ‘Foggia li 7 Settembre 1837. Sig. Sindaco. Riscontro il di lei rapporto del 6 stante rimessomi per espresso. Le accordo la chiesta dilazione al pagamento del ratizzo per le opere pubbliche comunali. Non deggio nasconderle che mi à sorpreso l'esito di docati trecento per medele ai poveri infermi. Mandi ella a me le ricette finora spedite se veggo uno sciupio dei fondi comunali che dovrebbero essere maneggiati colla più scrupolosa economia. Intanto la incarico di non erogare un soldo senza l'intesa della Commessione Sanitaria, di cui farà parte cotesto Giudice Regio, cui con la stessa data vado a passarne lo invito. Né meno esagerata mi sembra la quantità della calce costà impiegata per lo interramento dei cadaveri. Mi faccia ella tenere il distinto notamente della spesa all'uopo occorsa. Approvo il pagamento del pedatico all'espresso in carlini dodici. L'Intendente Lotti’(Nota 30). E qui ci sia permesso aprire una breve parentesi per far notare una certa contraddittorietà nel comportamento dell'Intendente. Egli, infatti, mentre non tralasciava di raccomandare a ogni minima occasione la massima vigilanza contro il colera, si mostrava però scarsamente propenso ad autorizzare qualsiasi spesa necessaria per approntare delle efficaci misure di difesa. Si può dire ch'egli vivesse nella costante preoccupazione che si spendesse troppo e spesso tale preoccupazione sfociava in un'assurda pretesa: conseguire il massimo risultato, strappare cioè il maggior numero possibile di vite umane alla ferocia del colera, col minimo mezzo, spendendo cioè il meno possibile, e tanto di guadagnato se quel poco che si doveva spendere fosse speso dai privati. Per di più, egli menava vanto di questo suo comportamento e l'additava a modello a tutti gli amministratori comunali della Capitanata (Nota 31). Per quanto detto finora non c'è da stupirsi se alla fine la Commissione sanitaria venne accusata d'essersi presa poca cura della salute pubblica. In effetti, sarebbe stata un'impresa eccezionale riuscire a conseguire dei risultati in una città priva di risorse, carente di strutture assistenziali e igienico-sanitarie, abitata da una popolazione costretta a vivere in uno stato di miseria e in un'avvilente promiscuità di persone e di animali. Fin dall'estate del 1836 ci dovettero essere parecchie proteste: per i ‘vasi immondi’ che continuavano a buttarsi nelle strade, per la macellazione degli animali che si faceva ancora all'interno dell'abitato, per i porci che vagavano liberamente per le strade della città, ecc.; però, la più circostanziata fu quella mossa nell'agosto del 1837 da Ignazio Giangrossi, ‘proprietario e legale domiciliato nel Comune di S. Marco in Lamis’. In essa si diceva, tra l'altro:
‘Questi Signori Sindaco e Commissione sanitaria, mentre che dichiaransi attivi, zelanti, ed oculati per la pulizia interna ed esterna del Comune indicato, omettono tuttavolta i mezzi onde riparare, od impedire le funeste conseguenze, che con probabilità dalle immondezze e putride acque in taluni di questi locali permanenti potrebbero aver sviluppo. Difatti la contrada, così detta pozzo grande, contigua, e senza interruzione fa parte dell'intero abitato: la stessa viene circondata da un canale, che positivamente racchiude acque corrotte, quali tramandano gassi nocivi alla pubblica salute: più vi esiste una piscina, detta pozzo grande, diruta, in parte atterrata, e quel piccolo vuoto ripieno di materie le più mefetiche. Finalmente tutt'i vasi immondi hanno il di loro cammino nell'identico punto senza inibizione alcuna. Tutto ciò o Signore comporta che l'oratore, una con altri interessati cittadini avocano il di Lei provvido potere, affinchè descritti ciò il canale venghi senza remora spurgato, la piscina ripianata di terra, ed ordinarsi infine, che i vasi immondi siano buttati in luoghi remoti all'abitato’ (Nota 32).
"Cumpagnia" di pellegrini a Monte Sant'Angelo (FG).S. Marco in Lamis, perciò, giunse all'appuntamento con il colera senza aver potuto predisporre un adeguato piano di difesa. Le maggiori speranze di contare il minor numero possibile di vittime erano riposte nella clemenza dello stesso morbo e nella protezione del Padreterno. Quando nella prima decade di luglio il colera cominciò a colpire Troia, Lucera e Foggia, immediatamente il panico si diffuse tra la popolazione sammarchese e si può giurare che nessuno s'illudeva di poterla fare franca anche quell'anno. Qualche giorno dopo, infatti, cominciarono a registrarsi i primi casi. Tuttavia, si arrivò alla fine del mese con lievi danni. Assai funesto, invece, doveva rivelarsi il mese di agosto, soprattutto nella seconda metà, allorché il colera dispiegò tutta la sua ferocia ponendo la Commissione sanitaria di fronte a una situazione difficile sotto ogni punto di vista, senza dubbio superiore alle sue forze, e che diventava sempre più incontrollabile man mano che il morbo incrudeliva. Si tentò di fare alla meno peggio quel che il colera imponeva. C'era innanzi tutto da portare soccorso agli ammalati e da seppellire i cadaveri, e si trattava di due imprese abbastanza disperate. S. Marco aveva allora sei medici, cioè uno per ogni 2.100 abitanti circa, ed essi, nonostante tutta la loro buona volontà, non potevano certamente assicurare alla popolazione un'adeguata assistenza. Si chiese all'Intendente di mandare in aiuto alcuni medici foggiani, ma fu risposto che non era possibile perché anche in Foggia imperversava il colera. Un grave problema era pure quello della tumulazione dei cadaveri, dopo che il Sovrano aveva vietato il seppellimento dei defunti nelle chiese urbane e disposto l'apertura dei Camposanti fuori la cinta muraria dell'abitato. C'era bisogno di parecchi operai per scavare in tutta fretta le fosse occorrenti, ma non era facile trovarne per la paura che aveva la gente di rimanere contagiata dal frequente contatto con tanti cadaveri. Né minori preoccupazioni derivavano dalla necessità di effettuare un rigoroso controllo sanitario sulle persone e sulle merci che entravano in città, per impedirne l'ingresso a quelle non sane o provenienti da luoghi infetti. E poiché non si poteva disporre di un numero sufficiente di guardie urbane, capitò che parecchi forestieri.provenienti da luoghi infetti, sperando di trovarvi scampo, s'introdussero di nascosto in S. Marco provocando una dignitosa e composta protesta della Commissione sanitaria verso l'Intendente: ‘Questa Commissione Sanitaria non si è mai arbitrata respingere chicchesia, rispettando le Superiori disposizioni, tanto ciò vero, per quanto molti forestieri involando da luoghi infetti si sono rifugiti in questo Comune: ora però che il numero degli abitanti va escrescendo, e l'abitato è bastentemente ristretto, per quanto in ogni abitazione si annidano due, e tre famiglie coll'animale da soma, neri, ed altro, e privi affatto questi contadini di mobili, biancherie, e sussistenze, nel caso di sviluppo del flagello di Dio, verrebbe sicuramente a distruggersi, ed è perciò che la Commissione per non soffrire i clamori dei cittadini per l'asilo che si da ai forestieri provenienti da luoghi infetti le umilia le pù fervide preghiere perché siano messi allo esperimento del termine stabilito dall'Augusto Nostro Sovrano di giorni sei, senzacché questa veduta possa apportare nocumento al pubblico commercio’ (Nota 33). A partire dal giorno di ferragosto, poi, la situazione si fece talmente insostenibile da spingere il Sindaco ad inviare all'Intendente queste drammatiche e patetiche note:
S. Marco in Lamis, li 23 Agosto 1837 Carretto del 'lu vuttaiole' dove venivano versati i liquami casalinghi a San Marco in Lamis (FG).‘Signore. La parca fatale si è talmente ingigantita che fa strage in questo infelice Comune. I casi fulminanti si sono resi frequenti. I medici si sono infermati con colera, diarrea colerica, e debolezza nervile. Ne sono dunque rimasti due Sig.ri Cera e Palalella, della di cui salute anche ne temo, giacché è impossibile assoluto che questi due infelici professori possano assistere agli ingenti infermi. Il Capo Urbano medico ancora guarda il letto da più giorni con pericolo di vita. Gli urbani sen stanno in campagna, ad eccezione di pochissimi individui che veggonsi nel quartiere per semplice formalità; e quindi ved'ella bene che mancano le braccia per imporre e fare eseguire le disposizioni sanitarie. Il Cancelliere Comunale è gravemente infermo. Il Sostituto sta in campagna convalescente. Due commessi sono infermi. Ved'ella dunque che ho dovuto anche chiudere la Cancelleria. I proprietari sen sono andati in campagna. Porzione di Preti, e Canonici hanno del pari emigrato. Il 1. e 2. Eletto sono gravemente infermi. Postociò, io in un'età di circa ottant'anni, con tre membri della Commissione, a stenti posso dare un'occhiata al generale delle cose; e se Iddio non voglia, andrà ad infermarsi il deputato sanitario Sig. Picucci, il quale indefessamente fatiga di notte, e giorno sì per la sovvenzione ai poveri, sì per lo trasporto de' cadaveri, sì finalmente per l'anticipazione dello scavo al Camposanto, e somministrazione di medele a poveri, io allora mi vedrò perduto, per cui La prego avere considerazione di questo soggetto. L'Arciprete della Collegiale, sebbene da più giorni infermo, pure nel rincontro ha tutta l'energia nel suo impiego Apostolico. Egli vedendo il bisogno, ha stabilito cinque Sacerdoti all'Amministrazione dei Sacramenti, ed all'assistenza delle anime. Il Parroco di S. Berardino sotto la dipendenza del Capitolo, ha ricevuto dallo stesso due coadjutori con pagamento della Cassa Capitolare. Il Parroco di S. Antonio Abbate gira di notte, e giorno, e si ha stabilito altri due coadjutori. Ma tutto ciò non basta, se l'Arcivescovo di Manfredonia non ordinerà al Vicario Forano di qui di stabilire almeno dieci individui per ogni Parrocchia per fargli essere pronti all'invito della campana, di portare il Santissimo, ed accorrere alle confessioni. Signore, questo è il tragico quadro che offre questo Comune, ove altro non vedesi, che il trasporto de cadaveri, il Santissimo in continuo movimento, e gli ultimi Sacramenti, talché in ciascuni individui scorgesi il pallore della morte. Mi fa pena il vedere anche in letto, e come scheletro l'altro degnissimo deputato Sig. Tancredi, che per essersi troppo occupato all'assistenza degli infermi, ed alla sua carica, ne andrà facilmente a soccombere. Io dunque mi rivolgo alle di Lei paterne cure, perché mi provvegga di forza, di medici, e di qualche prestanza numeraria, giacché essendosene i proprietari emigrati, questo infelice Cassiere, non ha mezzi, come far fronte alle infinite spese giornaliere; non essendo sufficiente per la sola sussistenza a poveri, che religiosamente ed economicamente si somministra la somma di duc. dodici al giorno, oltre del pagamento a ventisei in ventisette individui al giorno a grana 38 per cadauno per lo scavo al Camposanto, ed oltre pure delle medele, e tutt'altro che verrà pagato in prosieguo. La prego per le sollecite provvidenze all'Arcivescovo di Manfredonia, ch'è l'unica base fondamentale, e per quello che riguarda a lei, mi ci raccomando fervidamente’ (Nota 34).
Quale fu la reazione della gente di fronte a questa nuova terribile malattia? Ebbe paura e protestò e si ribellò, oppure l'accettò con calma e rassegnazione? La risposta è che la popolazione nel suo insieme fu presa da una gran paura e questa influenzò spesso il suo comportamento. Di precisi episodi di protesta e di ribellione si conservano scarse notizie; oltre alla già ricordata protesta di Ignazio Giangrossi, si può citare l'episodio di cui fu protagonista un non meglio identificato Giovanbattista Del Mastro che fu rinchiuso in carcere perché ‘accusato di aver detto che S.M. il Re N.S. avesse emanato un Decreto, che era noto ai soli medici, ordinando che costoro dovessero abbreviare la vita degl'incipienti colerici affine di non fare propagare il morbo’ (Nota 35), anche se il Giudice Regio di S. Marco dichiarò che si trattava con tutta probabilità di una falsa accusa lanciata a fini di privata vendetta. Un episodio che dimostra come fin dal settembre del 1836 la popolazione fosse in balia della psicosi del colera fu quello del trasporto della neve in Rodi colpita dal morbo. Per convincere, infatti, i ‘partitari’ della neve di S. Marco a recarsi in quella città fu necessaria la minaccia della galera. Ma ciò che maggiormente colpisce in questa epidemia colerica non è solo il comportamento della classe popolare, quanto e soprattutto quello dei ‘proprietari’. La paura non conosce distinzioni di classe, ma in questa occasione dai ‘proprietari’ ci si aspettava una migliore prova di coraggio e di generosità. Già si è detto che essi si rifiutarono di contribuire alle spese per il lastricamento delle strade interne e per soccorrere i poveri; ora si può aggiungere che non appena scoppiò il colera pensarono bene di darsi alla fuga e rifugiarsi in campagna. E alla tentazione della fuga in campagna non seppero sottrarsi nemmeno alcuni membri della Commissione sanitaria. Prima ancora che i medici denunciassero la presenza del colera, i deputati sanitari Matteo Luigi Guerrieri e Domenico Gabriele presentarono domanda di esonero dall’incarico, accampando a giutificazione urgenti e inderogabili esigenze di famiglia, ma l'Intendente la respinse facendo notare che in quel momento ‘gli affari della patria erano anche affari delle loro famiglie’ (Nota 36).
Un povero a San Marco in Lamis.Sarà sufficiente, ai fini del nostro discorso, delineare un quadro delle condizioni di vita della popolazione dal punto di vista igienico-urbanistico e da quello della sussistenza. Le prime annotazioni di particolare interesse possono essere quelle relative alla densità di popolazione. A tal proposito va fatto notare che tra Sette e Ottocento S. Marco in Lamis fece registrare un incremento demografico davvero straordinario e incredibile. Definita già nel 1683 ‘terra popolatissima’ (Nota 10), nel 1722, anno che vide la nascita della parrocchia di S. Antonio Abate, S. Marco contava 4.400 abitanti. Questi diventarono 8.000 nel 1782, 9.000 nel 1793, 10.200 nel 1808 (Nota 11), 10.677 nel 1815(Nota 12), 11.140 nel 1825, 12.420 nel 1835, 14.277 nel 1845, 15.350 nel 1861(Nota 13). Un incremento di popolazione così rapido e consistente dovette certamente avere all'origine varie ragioni, che però non è il caso di indagare in questa sede. Pare, comunque, da escludere che esso possa essere stato determinato unicamente da un improvviso impennarsi dell'indice di natalità. Una parte notevole deve avervi avuto senz'altro il fenomeno dell'immigrazione, favorito dall'aria salubre che la città offriva agli abitanti della pianura, costantemente afflitta dalla malaria, e dall'abbattimento dei boschi, effettuato in quel tempo in misura massiccia e, in verità, con una certa sconsideratezza (Nota 14). Principale conseguenza di un aumento così notevole della popolazione fu un altrettanto rapido sviluppo dell'assetto edilizio. Nel 1722 S. Marco in Lamis si estendeva, presso a poco, tra la Collegiata e il Palazzo badiale a est e la strada del Ponte (attuale Via Roma) e la strada della Chiesa del Purgatorio a ovest; nel 1809, invece, il territorio abitato comprendeva gli attuali Corso Matteotti e Corso Giannone, con tutte le relative strade trasversali (Nota 15). Nonostante ciò, tuttavia, la densità di popolazione rispetto al territorio abitato si mantenne sempre alquanto elevata, e verso la metà del secolo scorso ci si trovò di fronte a seri problemi di spazio e di sostentamento. Bambini che vanno per legna nel bosco a San Marco in Lamis. Fototeca di G. Bonfitto.Al fenomeno dell'immigrazione succedette quello dell'emigrazione. Parecchi cittadini si videro costretti a trasferirsi in altri comuni come Cagnano, S. Giovanni Rotondo, Rignano, Sannicandro e Lesina, e nel 1863 l'ex-Sindaco Giuliani, durante l'inchiesta Massari, propose la fondazione di un nuovo centro in Puglia per un equo sfollamento dell'abitato. Per avere un'idea più chiara della gravità della situazione si pensi che al 31 dicembre 1836, su un territorio abitato di circa tredici ettari e mezzo, S. Marco in Lamis ospitava una popolazione di 12.538 abitanti, raggiungendo l'eccezionale densità di 927 abitanti per ettaro. È facile, quindi, rendersi conto di come, una volta scoppiato, il colera dovesse fare una cospicua mietitura di vite umane. Gran parte della popolazione, poi, era costretta a vivere in abitazioni affatto prive di ogni requisito igienico necessario alla vita umana perché vi mancavano l'aria, la luce, l'acqua e il cesso. Molte case erano soggette all'umidità e al freddo e cacciavano acqua dal pavimento, costituito rozzamente di pietre gettate alla rinfusa. Erano prive di ventilazione perché non avevano altra apertura che la porta, e se c'era qualche finestra, questa era piccolissima. All'interno erano assai sporche e spesso accoglievano non solo più d'una famiglia, ma, insieme alle persone, anche gli animali. ‘Questo strano concorso di abitanti viziava talmente l'aria, che l'uomo pria d'entrarvi sentiva gli effluvi piuttosto d'un sepolcro che di un'abitazione’(Nota 16) . Erano, insomma, così squallide e meschine, le abitazioni, che un militare settentrionale, inviato quaggiù a combattere contro i briganti, non potè fare a meno di annotare malinconicamente nel proprio diario: ‘I poveri contadini hanno case tali da far loro invidiare le nostre stalle, e gli stallotti da maiale. Una stanzuccia tetra, quattro gradini sotto il livello stradale, con suolo di fango, serviva da cucina, da camera e da stalla. Sul giaciglio, collocato sopra cavalletti di legno a tre assi, si trovava l'appartamento dei genitori; sotto il letto, al pianterreno, c'era il domicilio della prole. Ad imitazione di Cristo avevano in un angolo il somarello e in un altro il maialetto’ (Nota 17). Vecchia veduta della "Padula", quartiere di San Marco in Lamis. Foto di G. Bonfitto.In una condizione migliore non erano certamente le strade che, a causa del sudiciume che raccoglievano, si sarebbero rivelate un ottimo veicolo del colera. Esse erano per lo più strette, non lastricate, fangose, prive della necessaria pendenza per il deflusso delle acque, ricoperte d'immondizie a causa del loro insufficiente spazzamento. Essendo le case prive d'acqua e di fogna, la gente buttava sulle strade ogni sorta di lordure, solide e liquide; né era infrequente imbattersi in carogne insepolte di bestie. Poiché per la maggior parte del popolo la strada costituiva una specie d'appendice e di completamento della propria abitazione, su di essa si svolgevano tante attività artigianali e commerciali, che contribuivano notevolmente a fomentare putride esalazioni. Calzolai, carpentieri e fabbri esercitavano spesso all'aperto il loro mestiere, e all'aperto pure esponevano le proprie mercanzie i rivenditori al minuto di vari generi alimentari; i pescivendoli buttavano sulla strada l'acqua che era servita a lavare il pesce, e i macellai vi lasciavano scorrere il sangue delle bestie macellate. Né si deve dimenticare che allora il torrente Iana, meglio noto come il canalone, scorreva allo scoperto e sprigionava quindi, specie dai diversi punti di ristagno delle acque, fortissimi miasmi. A leggere che nel 1834 S. Marco in Lamis era abitata da ‘12.000 cittadini culti e vegeti’ (M. Fraccacreta), si potrebbe supporre che i sammarchesi vivessero in una discreta agiatezza. Questo, purtroppo, almeno in gran parte, non corrisponde alla realtà dei fatti e, anzi, si deve dire che essi si trovarono spesso alle prese con il problema della fame. Il "pancotto" con verdura e fave, piatto dei "poveri" di allora. ...Così fu, ad esempio, nel 1793, allorché oltre un centinaio di cittadini sottoscrisse la decisione di vendere sei difese comunali per alleviare le sofferenze del popolo che moriva di fame (Nota 18), e nel 1847, quando si ebbe una delle più clamorose occupazioni di terre (Nota 19). Né va dimenticato che le amministrazioni comunali dovettero occuparsi a più riprese del problema della classe povera perennemente angustiata dalla mancanza di generi alimentari. Essa si nutriva prevalentemente di piante ortensi e campestri, di legumi, della cosiddetta acqua e sale, del pane cotto con l'olio mischiato spesso con erbe selvatiche. La carne riusciva ad assaggiarla appena nei giorni festivi e spesso faceva uso di carni di animali infermi o morti naturalmente, andando perciò soggetta a gravissime malattie. Mangiava pane di farina mescolata con fave, orzo e granone, e beveva acqua non molto pura perché le cisterne, poste generalmente accanto alle stalle e al coperto, non avevano mezzi di purificazione. Vestiva, infine, in maniera semplice ed economica: ‘Il contadino più povero non ha altro indosso che una camicia, un calzone ed una calza di pannolino che si fabbrica nel proprio paese. Una suola di crudo cuoio di bue sostenuta dalla parte superiore del piede con funicelle gli serve da scarpa. Al di sopra della camicia si pone un giubbetto corto di felpa e d'altro panno rozzo’ (Nota 20). Condizioni di vita del genere non potevano non rendere la classe povera facile preda delle malattie. Le più diffuse erano le pleuriti, i reumi, i catarri, le tossi e le febbri gastriche, ma non mancavano le petecchie, provocate dal sudiciume delle strade e delle abitazioni, e i tifi putridi, specie nei luoghi paludosi e malsani. Il terreno, cioè, era più che fertile per una buona fecondazione del morbo asiatico.
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