Ho adattato per il web un testo di Gabriele Tardio, utilizzando, ove possibile, le illustrazioni originali. Altrimenti ho usato alcune foto di G. P. Villani ed altre di mia proprietà. I grassetti ed i corsivi non sono presenti nel testo originale, ma sono stati inseriti dal sottoscritto
La Valle di Vituro tra natura, storia e cultura
Antica mappa seicentesca (Archivio pubblico) che descrive il confine con Rignano e il tratto della valle di Vituro e della strada tra il Candelaro e San Marco in Lamis per una vertenza sul pagamento delle decima.
Imbocco della valle di Vituro dalla pianura
Questi sono solo appunti alquanto disordinati. Ho voluto dare solamente un modesto contributo, perché sono impegnato in ricerche più importanti e complesse che devo completare. Valle di Vituro: arco di san MicheleMi scuso con l'amico che vuole sapere di più, ma questa volta si accontenti di poco, la prossima volta saprà di più. Anche se avrei voglia di dirgli: ma perché non sei venuto con me nelle diverse escursioni che ho organizzato? Sapresti quanti chilometri bisogna fare, quanto sudore bisogna 'cacciare fuori', quanto sole o freddo bisogna prendere, ma con questi disagi vedrai quanto è bello scoprire ogni volta qualcosa di nuovo, una nuova grotta, un fiore diverso, un rapace che volteggia, le tracce del cinghiale o del lupo, un albero che racconta la 'sua storia', un pagliaio che vorrebbe dirti le lacrime e i sorrisi che ha visto, la strada che vorrebbe raccontarti le storie di viaggiatori, briganti e contadini, l'arco di San Michele che vorrebbe raccontarti le tante leggende ... il vento che vorrebbe parlarti del silenzio ... Chi vuole, ha capacita, ha competenza e voglia può ampliare e completare questa ricerca. Questa valle ha molte sfaccettature che bisogna ampliare: la natura con le formazioni carsiche e geologiche, gli animali sia del cielo che del suolo, le piante e i fiori, ma anche gli animali estinti vogliono essere studiati... la storia con le innumerevoli testimonianze dalla protostoria, alla preistoria fino ai tempi moderni e contemporanei ... la cultura che l'uomo ha incarnato in questa valle con le tecniche di coltivazioni agrarie, di trasformazione di prodotti agricoli e artigianali, di ardite costruzioni povere, le leggende e i racconti fantastici, il passaggio di intere generazioni di persone, i moderni sfregi ambientali fatti dalle ultimissime generazioni.
Ortofoto della Valle di Vituro
Ortofoto della Valle di Vituro
Con questa piccola raccolta fotografica e brevi note si vuole dare a chi è impossibilitato a vedere la Valle di Vituro di avere una piccola infarinatura su questo lembo di terra garganica che racchiude un inestimabile patrimonio di grande valore di natura, storia e cultura. Natura Valle di VituroQuesta valle è una summa di moltissimi fenomeni carsici che andrebbero studiati e puntualizzati meglio. La lama, le grotte, le doline, le sedimentazioni, i karren (o meglio i paesaggi in roccia caratterizzati da forme di questo tipo, come i termini italiani campi solcati, il vocabolo francese lapiès, l'inglese limestone pavement) ....E' un habitat ideale per moltissime piante sia erbacee che arboree, ma si ha anche la presenza di moltissimi animali, compresi molti tipi di rettili, rapaci e non ultimo anche di alcuni mammiferi particolari. E' un ambiente ideale per la vita di animali selvatici. Storia In questa valle e nelle sue immediate vicinanze si trovano e vengono conservate moltissime testimonianze storiche della presenza dell'uomo, da prima della preistoria fino ai giorni moderni. Grotte con segni tangibili della presenza di ominidi e uomini, segni dell'allevamento, focolari, manufatti e in un caso anche disegni colorati. Resti di insediamenti medio-grandi, di agglomerati abitati preistorici, insediamenti isolati e moltissimi manufatti in muratura per attività agricole e di difesa. Ruderi di abitazioni e sistemazioni agrarie dei terreni realizzati da uomini nei millenni (difficile la datazione perché si sono usati sistemi di allevamento e coltivazione oltre che tecniche costruttive simili per millenni. Fino agli inizi del novecento le tecniche erano comuni agli uomini della protostoria).
L'arco di San Michele, eremi, chiese, frantoi e le molte piscine testimoniano una grande e povera tecnica costruttiva con i minimi ed elementari mezzi costruttivi utilizzati. La strada di comunicazione tra la montagna e la pianura era l'unico tratto per poter scendere un pò più agevolmente con gli animali da soma e da carovana così da poter portare le mercanzie da e per il Gargano occidentale. Una bruttura è la vecchia discarica di rifiuti solidi urbani di San Marco e una enorme cava di estrazione della pietra. Cultura La valle racchiude un coacervo di storie e leggende dove sono protagonisti i briganti, i viandanti, gli eremiti, i contadini, i draghi e altri animali fantastici, ma anche i santi e gli angeli ... Non mancano anche le battaglie e gli innamoramenti. Ma la valle racchiude un grosso libro non scritto dove si legge la millenaria storia della presenza umana in queste zone: le pietre allineate con muretti, i terrazzamenti, la sistemazione delle grotte per l'abitazione, gli alberi e le piante allevate per la produzione, gli stazzi per gli animali, le piscine, i pagliai, i cocci di ceramica e schegge di selce ...
Ortofoto della valle di Vituro
La Valle di Vituro, nel comune di San Marco in Lamis - Gargano - Foggia, scende dall'altopiano delle Coppe di Casarinelli e in direzione sud raggiunge prima la piana del Calderoso e dei Lammioni per poi arrivare al Candelaro. Inizia circa alla Latitudine: 41.693889 (41° 41' 38.00" N) e Longitudine: 15.641034 (15° 38' 27.72" E), per avere poi alcune piccole vallive di affluenza fino ad arrivare all'affluenza della biforcazione di Valle Rovisco (Latitudine: 41.681086 (41° 40' 51.91" N) Longitudine: 15.643802 (15° 38' 37.69" E). Il suo andamento serpeggiante le fa raggiungere l'altipiano del Calderoso (Latitudine: 41.663952 (41° 39' 50.23" M) Longitudine: 15.654166 (15° 39' 15.00" E) e nel suo scendere divide la contrada Calderoso dalla contrada Lammioni. Proseguendo l'andamento serpeggiante arriva a sfociare nel Candelaro quasi vicino a Ciccallento. Questa valle è descritta diverse volte nei vari documenti antichi dell'Abazia di San Giovanni in Lamis perché in diversi casi il suo scorrimento determinava il confine dell'Abazia con il territorio di Rignano (... pergit usque ad flumen candelarii, deinceps ascendit per ipsum flumen usque ad vallem qui dicitur Rubellum, per Rubellum usque ad vallem Bulteri discendit ad guardiolam et vadit ad montem condizi prope rinianum...). I vostri occhi e il vostro cuore non potranno mai capire a fondo tutto quello che nasconde questo lembo del territorio garganico. Ogni volta scoprirete qualcosa di nuovo e di affascinante. Ogni pietra, ogni grotta, ogni manufatto, ma anche ogni fiore, ogni pianta, un animale vi faranno percepire le lacrime e i sorrisi di chi per millenni ha vissuto in queste contrade. Lasciatevi aprire il cuore e percepite questa silenziosa e discreta presenza umana che vuole accompagnarvi per nuovi orizzonti. Nella zona sud delle coppe Casarinelli in agro di San Marco in Lamis ci sono due antichi insediamenti abitativi (civite) che alcuni studiosi individuano in Civita 1 della Chiancata sopra Vituro (alcuni citano casa Crisetti) e Civita 2 della Chiancata sopra Vituro.
Vicino alle zone interessate alle Civite c'è la cava in attività dagli anni '80 del XX sec., nella quale sono state trovate le impronte di dinosauri o altri animali preistorici, che in questi anni hanno polarizzato l'attenzione di diversi studiosi ed hanno attivato e reso possibile la realizzazione di un museo paleontologico a Borgo Celano.
La cava dove sono state scoperte le contro-impronte di dinosauri
Ortofoto della cava
Le Civite di Vituro sono riconosciute oltre che per la grande varietà di manufatti in muratura, anche per i cocci ceramici e le tombe. Ci sono indicazioni anche in diversi documenti antichi oltre che nella toponomastica e nel ricordo dei contadini. La zona è tra i 580 e 540 mt slm, ci sono diversi muri a secco che delimitano vecchie 'vigne' che erano coltivate con cereali, legumi e mandorli, e si possono individuare vecchie strade, muri delle abitazioni e mura di cinta. La Civita 1 della Chiancata sopra la valle di Vituro, che alcuni individuano come Case Grisetti anche se queste case sono ai margini del territorio interessato, è circondata da un muro a secco, ha una forma ovale con le misure diagonali di circa 240m x 150m. Latitudine: 41.688249 (41° 41' 17.70" N) Longitudine: 15.656826 (15° 39' 24.57" E) Nella zona ovale ci sono molti muretti a secco, alcuni sono di divisione tra le stradine interne e i vari lotti, mentre altri muri sono verosimilmente divisori tra abitazioni, orti e cortili. Si sono notati alcuni cocci in terracotta e altri manufatti. Reperti trovati nella Valle di Vituro ed attualmante esposti nel Museo del Convento di San Matteo sul GarganoIl sito ha una parte centrale con molti muretti in pietrame sia come vecchie case che come recinti. Le due estremità ampie (nord-nordest e sud-sudovest) sono con pochissimi muretti e sembrano più recinti per animali o orti, nella zona a nord-ovest, fuori questo perimetro, nella zona casa Grisetti, sono stati trovati diversi manufatti ceramici ora conservati presso la biblioteca di san Matteo. Per raggiungere il sito bisogna percorrere la strada Borgo Celano - Foggia e al Km 2 sulla destra dietro la piscina di acqua c'è la vecchia strada comunale che fiancheggia il sito sulla zona ovest. Ci sono alcune pubblicazioni scientifiche su ricerche archeologiche fatte sul sito. I terreni sono privati e c'è bisogno dell'autorizzazione per accedere. A circa 750 m. a sud-ovest di Civita 1 della Chiancata sopra Vituro c'è Civita 2 della Chiancata sopra Vituro. Tra le due civite vicino ad una strada sterrata di recente si notano alcuni gruppi di pietre e segni di scavo per prove di saggio di cava realizzate all'inizio dell'800 da Leonardo Cera per verificare la presenza di marmi sul Gargano, che hanno alimentato molti studi geologici ed economici sulla estrazione di pietra, marmi e alabastri, diverse di queste pietre sono state esposte anche all'esposizione universale di Parigi del 1867. La Civita 2 della Chiancata sopra la valle di Vituro è circondata da muri a secco, ha una forma quasi quadrangolare con due lati di circa 200 m e due lati di circa 170 m. Muri a secco nella Civita 1 della Valle di VituroNella zona circondata da muretti a secco ci sono molti altri muretti a secco, alcuni sono di divisione tra stradine interne e i vari lotti, mentre altri muri sono verosimilmente divisori tra abitazioni, orti e cortili. Si nota un'ampia strada con muretti laterali che attraversa la civita da nord a sud. Si notano molti cocci in terracotta e altri manufatti. All'interno del sito ci sono alcune tombe dove erano visibili resti umani. Le tombe sono a camera chiusa con un gruppo di pietre circolare attorno. Reperti trovati nelle Civite della Valle di Vituro e conservati nel Museo del Convento di San MatteoIl sito ha subito nei secoli alcune manomissioni per attività agricole e quindi c'è stato un parziale spietramento che ha formato dei cumuli di pietre (nei cumuli sono visibili diversi pezzi di terracotta di varie misure e fogge). Nel recinto della Civita 2 ci sono alcune casette o pagliai fatti in epoche più recenti. Il sito si trova sul pianoro che poi cade a strapiombo nella valle di Vituro, sotto il sito sono state scoperte alcune grotte con materiale preistorico. Ci sono alcune pubblicazioni scientifiche su ricerche archeologiche fatte sul sito, diversi reperti sono conservati presso la biblioteca di san Matteo. Latitudine: 41.681438 (41° 40' 53.18" N) Longitudine: 15.648479 (15° 38' 54.52" E) Valle di VituroSul pianoro della Chiancata del Croce, che si trova nel lato ovest della Valle di Vituro, sono visibili diversi manufatti in pietra. Le strutture e le disposizioni andrebbero più attentamente studiate e valutate perché in alcuni casi presentano una tessitura della sistemazione delle pietre per realizzare i muretti che è diversa dalle tecniche di altre strutture simili e si potrebbe valutare una sistemazione molto più arcaica. Simili strutture si trovano principalmente nella zona centrale del pianoro della Chiancata la Croce in una zona leggermente valliva (circa Latitudine: 41.674613 (41° 40' 28.61" N) Longitudine: 15.643295 (15° 38' 35.86" E). Nella zona a ovest della vecchia discarica di San Marco in Lamis sul culmine di una collina che affaccia sulla valle di Vituro e una sua prima diramazione c'è l'ingresso di una grotta con un piccolo muretto di pietrame a secco per ostruirne parzialmente l'apertura. La grotta è lunga oltre 10 m ed è larga mediamente 3, all'interno ci sono piccoli muretti di pietra e vicino all'ingresso sono visibili i resti di un comignolo per lo sfiato del focolare. Nelle zone immediatamente vicine ci sono diversi muretti a secco sia come contenimento del terreno vegetale che come chiudenda, ci sono i ruderi di una vecchia cisterna di acqua piovana. Bisognerebbe fare un attento studio del sito per valutare meglio l'antichità della presenza umana. Latitudine: 41.689967 (41° 41' 23.88" N) Longitudine: 15.641541 (15° 38' 29.55" E) Quasi all'inizio della valle di Vituro è interessante vedere una struttura muraria complessa che i vecchi pastori chiamavano il sanatorio per indicare che era una struttura che serviva per isolare persone con malattie ritenute contagiose. La struttura edilizia è situata nelle immediate vicinanze dell'attuale nuovo bacino di diramazione delle acque potabili dell'Acquedotto Pugliese per i centri abitati di Rignano, San Marco, Borgo Celano e San Giovanni Rotondo. Una grotta nella Valle di VituroDopo poche centinaia di metri che è iniziata la valle di Vituro c'è una grande e vecchia cisterna per la raccolta di acqua piovana per l'abbeveraggio degli animali. Latitudine 41 692575 (41° 41' 33 27" N) Longitudine: 15.642182 (15° 38' 31.86" E) La cisterna è realizzata con la classica sistemazione per le puscine a ciclo aperto delle nostre zone montane carsiche Si possono notare che le pietre di rivestimento interno non sono informi ma ben squadrate, c'è la postazione a balcone per poter attingere acqua e la classica zona esterna di decantazione Per poter contenere acqua si sfruttava la caratteristica dell'argilla che una volta imbevuta d'acqua aumenta di volume e quindi crea uno strato con poca dispersione di acqua. Una volta fatto il fosso si realizza un ampio strato di argilla (terra rossa pozzolana) che viene tenuta in sito da un muro di pietrame a secco, per evitare che con l'azione dell'acqua o per essiccamento dell'acqua possa cadere la pozzolana secca o troppo bagnata. Questa era una delle tecniche per realizzare cisterne di conservazione dell'acqua, c'erano altre tecniche costruttive per realizzare cutini, cutinelli, pozzi, cisterne, pozzacchi, pile .... Un discorso a parte meriterebbe la vecchia discarica dei rifiuti solidi urbani perché ha urgente bisogno di bonificazione e sistemazione ambientale. Latitudine: 41.692627 (41° 41' 33.46" N) Longitudine: 15.644950 (15° 38' 41.82" E) Sotto l'apice della cresta della montagna dove ci sono i ruderi di Civita 2 della Chiancata sopra la valle di Vituro ci sono tre grotte basse e lunghe che erano usate come stalla per pecore e capre. Queste grotte sono chiamate pannoni o pennoni. Due hanno l'apertura con sezione nella direzione nordovest-sudest, un'altra in direzione est-ovest. Sono di ampia apertura leggermente in pendenza. Nel fondo dei pannoni si notano le usure delle superfici realizzate dallo sfregamento degli animali. Nel pannone centrale ci sono i ruderi di una vecchia struttura abitativa quadrilatera. Latitudine: 41.679884 (41° 40' 47.58" N) Longitudine: 15.647975 (15 ° 38' 52.71" E) Karren nella Valle di Vituro CLICCA PER INGRANDIREIl vallone di Vituro e le sue diramazioni laterali compreso il vallone di Rovisco presentano ampie forme carsiche sia in superficie che nel sottosuolo. La lama, le grotte, i campi solcati (o meglio i paesaggi in roccia caratterizzati da forme di questo tipo, conosciuti in altre realtà con altri nomi (karren, lapiès, limestone pavement) .... Le grotte naturali o quelle parzialmente finite di ampliare dall'uomo sono tantissime in questa valle. Citarle tutte sarebbe difficile anche perché diverse devono ancora essere finite di esplorare per verificare l'effettiva consistenza e dimensione e redigere la relativa scheda tecnica di rilevamento. Interessante per la spettacolarità è la grotta con due porte o meglio conosciuta come la grotta di Rovisco. Latitudine: 41.680068 (41° 40' 48.24" N) Longitudine: 15.641774 (15° 38' 30.39" E) Una grotta nella Valle di Vituro CLICCA PER INGRANDIREMolte grotte sono interessanti anche sotto l'aspetto storico-antropologico perché per secoli sono state rifugio e abitazione di pastori, contadini, briganti ed eremiti; in molte di queste grotte si notano ampie sistemazioni con muretti a secco e sistemazioni varie. Attualmente in diverse di queste grotte trovano rifugio animali selvatici e uccelli rapaci. E' un habitat ideale per moltissime piante sia erbacee che arboree, alcune piantate dall'uomo ma altre spontaneamente cresciute. Interessanti sono alcuni secolari alberi di olivo e di mandorlo. La varietà di fiori e di orchidee, di piante erbacee medicinali e officinali, di piante colonizzatrici o endemiche fanno di tutta questa zona un'interessante stazione botanica. Si ha anche la presenza di moltissimi animali, compresi molti tipi di rettili, rapaci e non ultimo anche alcuni mammiferi particolari. Nella zona della valle che si avvicina al tavolato del Calderoso ci sono gruppi di enormi piante di agave (in dialetto 'céntanni', una volta fiorita la pianta muore). Fiorisce dopo circa vent'anni formando uno stelo lungo diversi metri. La pianta è originaria dell'America e i nostri contadini la utilizzavano sia per l'estrazione di fibre tessili di buona qualità e molto resistenti usate per tappeti, stuoie, sacchi, cappelli, ecc. che per estrarre bevande fermentate e distillate. Nella zona della valle di Vituro sono interessanti alcune vecchie cultivar di pianta da frutta (fichi, melograni, mele, pere, nespole, mandorle ... ) e di vite. L'arco di San Michele nella Valle di Vituro CLICCA PER INGRANDIRELa strada comunale è una mulattiera con generalmente un muro di pietrame a secco di contenimento nella zona a valle, ma in molti punti il muro è crollato. La vecchia sede stradale, che in molti casi è di poco superiore al metro, è molto piena di pietrame di varia pezzatura che è scivolato dalla parte superiore del costone della montagna. A circa metà valle c'è l'arco di San Michele. L'arco è stato realizzato con pietre squadrate, un diametro di 4 m e un'altezza di circa 5 m. Si vede una nicchia dove c'era una statuetta di san Michele. Quest'arco è posizionato in una postazione strategica perché a monte c'è un costone di roccia difficilmente valicabile che arriva fino alla cima di Civita 2 sopra Valle di Vituro, mentre a valle lo strapiombo è scivoloso. Questa posizione ha fatto pensare ad una posta di gabella per le carovane dei trasportatori. A quest'arco sono associate diverse leggende legate a san Michele Arcangelo e al diavolo, ai briganti e mercanti, ad amanti e spioni, a lotte tra animali fiabeschi e cavalieri, ... (in altra occasione vi racconterò queste strane e belle leggende. La più bella e cara è quella che riferisce che quest'arco è stato costruito dalla spada di san Michele per indicare al diavolo che da qui non può passare sulla sua montagna sacra. Vacche tenute allo stato brado nella Civita 1 della Valle di VituroSi vedono moltissimi terreni abbandonati dall'attività agricola con sporadiche piante di olivo e mandorlo ma in molti casi si nota la ricolonizzazione di alberi forestali e di spinacristi, biancospini e altre piante spinose. Il terreno è in forte pendenza, in molte parti i muretti a secco sono parzialmente crollati e ci sono vacche podoliche pugliesi con belle corna. Le vacche sono di colore grigio chiaro, mentre i vitellini sono color frumento. La parte superiore dei costoni della valle è molto ripida, con pochi arbusti e molte rocce affioranti. Molte sono i pagliai abbandonati presenti, di alcuni andrebbe fatto uno studio più attento anche per cercare di datare la costruzione e valutare la diversità di fattura tra di loro. Su un comignolo di una vecchia casa colonica c'è una meridiana, le stanze interne hanno subito alcuni decenni fa dei lavori di manutenzione e all'interno si nota una piccola grotticina. Davanti alla casa c'è una piccola aia e c'è una cisterna per l'acqua piovana. Sia a destra che a sinistra della casa ci sono piccole grotte. Latitudine: 41.676614 (41° 40' 35.81" N) Longitudine: 15.651666 (15° 39' 6.00" E) A circa 50 m a nord dalla casa con la meridiana ci sono una serie di grotte. Una piccola con un muro davanti e una porticina con architrave ad arco, all'interno è crollato un grosso masso dal soffitto e si notano un caminetto e un armadio a muro. Un'altra grotta è molto grande con ampia apertura, all'ingresso ci sono dei muretti bassi di protezione che comunicano all'esterno. All'interno la grotta è lunga circa 15 m, è larga 7 m con una volta alta 4 m, lateralmente si nota un muro a secco che delimita una piccola stanzetta. La struttura arenaria della grotta necessita di un attento studio geologico. Poco prima che la Valle di Vituro si apra alla piana del Calderoso, ci sono diverse serie di grotte che avrebbero bisogno di un più attento studio per valutare meglio il grado di antropizzazione che nei secoli si è avuto. Grotta usata come abitazione nella Valle di VituroIn una serie di queste grotte c'è una cavità adattata dall'uomo con una muratura esterna e una porta d'ingresso ancora presente, all'interno sulla sinistra c'è un vecchio camino con ancora la cenere, la mensola sopra il caminetto con alcuni pezzi di specchio, un vasetto di latta con diverse posate in ferro, sulla parete laterale sono appese vecchie pentole e altri vecchi arnesi da cucina; a terra un paio di vecchi sandali fatti con un copertone di auto e strisce di cuoio; sul lato destro si trova un tavolinetto con sedie di paglia, una vecchia culla, vecchi giornali, altri attrezzi agricoli e un cesto di paglia che serviva per il trasporto delle olive e del grano, il cesto è ricoperto di pelle di pecora perché era rotto in più punti. La parte più interna delle grotta è divisa da un muretto basso con una piccola apertura, sicuramente qui si mettevano gli animali, ora sono ammucchiati sassi, corde e robe varie. Sulla facciata esterna in muratura c'è una piccola nicchietta. Lateralmente c'è un'altra piccola grotta con un parziale crollo, si nota una mangiatoia molto lunga con una parte di intonaco sulla volta, mentre la facciata esterna non è più visibile perché crollata. Latitudine: 41.675206 (41° 40' 30.74" N) Longitudine: 15.652884 (15° 39' 10.38" E)
Continuando in direzione nord c'è una terza grotta dove si vedono delle strutture in muratura, poi poco discosta c'è un'altra grotta più piccola. Continuando in direzione nord a 40 m si nota una struttura in muratura con la volta a botte coperta di terra, entrando dentro si nota che la struttura muraria è lunga 7 m, è 4 m larga ed è 3 m alta, dopo questo primo tratto c'è una grotta che continua, ma senza volta a botte in pietra, ma solo con un cunicolo delle stesse misure precedenti per oltre 25 m e un altezza di 3 m e una larghezza di 4 m. Diverse altre grotte antropizzate sono presenti. Il Vallone di Vituro non avendo più a est la montagna di Chiancata la Civita ed a ovest la montagna di Ividori e la Chiancata la Croce, il suo alveo torrentizio scorre tra le contrade Calderoso a est e Lammioni a ovest. Nella contrada Calderoso a est è degna di nota a circa 700 m la chiesa di San Giuseppe e la masseria De Peppo (ora Casa Sollievo della Sofferenza) e la masseria D'Alessandro. Sempre a est a circa 1500 m c'è la torre medioevale dell'abate e a circa 900 m c'è la valle dell'arciprete con molti altri insediamenti medioevali e preistorici, con eremi, grotte, frantoi e muri. A ovest, a pochissime centinaia di metri dall'alveo di Vituro, ci sono due belle masserie, una di Tardio e l'altra dei Lammioni, a circa 2000 m c'è la masseria di Paglicci. A circa 1000 m a est dell'alveo torrentizio di Vituro scorre l'alveo torrentizio di Ividori che divide la contrada Paglicci dalle contrade Lammioni e Colle della Battaglia. In questo canale ci sono diverse grotte sia nella parte più a nord (con le presenza di interessanti eremi) che nella parte a sud. Interessanti oltre alle grotte eremi e ad altre grotte, compresa Grotta Caprara, sono interessanti quelle che si trovano più a sud tra cui in alcune sono state trovate tracce di frammenti ceramici e selci, e alcuni strani segni di colore rossastro che avrebbero maggiore studiati. Latitudine: 41.652569 (41° 39' 9.25" N) Longitudine: 15.630305 (15° 37' 49.10" E). Nella zona a sud della Masseria dei Lammioni, nella zona individuata sulla cartina IGM con 'il tavoliere', c'è il Colle della battaglia. Latitudine: 41.656465 (41° 39' 23.27" N) Longitudine: 15.637064 (15° 38' 13.43" E) E' conosciuto come Colle della battaglia per un feroce scontro avvenuto in epoca normanna. Rainolfo, cognato del normanno Ruggero II, col suo esercito e con una moltitudine di gente raccolta nelle città marine, correva a contrastare decisamente l'avanzata di Ruggero. Lo scontro accanito e feroce tra i due eserciti avvenne nelle matine di Rignano nell'anno 1138. Più a sud del Colle della battaglia, ai margine dell'alveo del canale Vituro, sono interessanti una serie di grotte di media grandezza dove c'era anche la chiesa-eremo di San Giorgio. Latitudine: 41.644280 (41° 38' 39.41" N) Longitudine: 15.639918 (15° 38' 23.70" E) Nella zona a ovest dell'alveo del canale di Vituro sono interessanti: - a circa 1500 m la Cava del re dove venivano estratte le preziose pietre-marmi utilizzate anche nella reggia di Caserta e di Napoli. Latitudine: 41.642003 (41° 38' 31.21" N) Longitudine: 15.667706 (15° 40' 3.74" E) - a 1800 m interessanti grotte-eremo; - a 2000 m alcune zone interessante alla estrazione della bauxite da parte della Montecatini; - a 2000 m l'insediamento preistorico di Montegranata e di diversi altri insediamenti antichi. - nella zona di confluenza con il Candelaro c'era la vecchia strada romana; - il canale è attraversato da un tratturo gestito dalla dogana della mena della transumanza. - nella zona vicino al Candelaro ci sono molte testimonianze sia di epoca dauna, che Magna Grecia, romana, medioevale con tombe e rinvenimento di reperti vari. La valle di Vituro e le zone vicine conservano ancora tantissimo altro materiale interessante per studi e ricerche, qui abbiamo solo dato alcuni appunti.
Alcune particolarità della Valle di Vituro
Alcune particolarità della Valle di Vituro
Alcune particolarità della Valle di Vituro
Alcune particolarità della Valle di Vituro
LEGENDA 1 - Vecchia discarica rifiuti solidi urbani di San Marco in Lamis 2 - Valle Vituro vecchia "puscina" cisterna Gravina, raccolta acque piovane per abbeveraggio 3 - Grotta con presenza preistorica 4 - Civita 1 chiancata sopra valle di Vituro 5 - Cava lapidea sopra valle di Vituro dove sono state trovate le impronte dei dinosauri 6 - Civita 2 Chiancata sopra valle di Vituro 7 - Arco di San Michele 8 - Valle di Vituro, tracciato della strada mulattiera 9 - Muri vecchi Chiancata la Croce 10 - Vecchio insediamento agricolo 11 - Vecchio insediamento agricolo con grotte 12 - Vecchio insediamento rurale 13 - Vecchio insediamento agricolo con grotte ed eremo 14 - Chiesa san Giuseppe, insediamento agricolo con eremo 15 - Grotte ed eremo valle Ividori 16 - Vecchio insediamento agricolo 17 - Lammioni, vecchio insediamento agricolo 18 - Colle della battaglia del 1138 tra i Normanni Ruggero II e il cognato Rainolfo 19 - Grotte di cui una con graffiti dipinti 20 - Valle di Vituro detta in questa zona in antichi documenti rubello (rossa) 21 - Cava di breccia in attività 22 - San Giorgio 23 - Nuovo Bacino Acquedotto Pugliese 24 - Sanatorio, case Gravina 25 - Condotta interrata linea Acquedotto Pugliese La valle di Vituro nella sua totale lunghezza e ampiezza fa parte del Sito di Interesse Comunitario (SIC) denominato Valloni e Steppe pedegarganiche e della Zona di Protezione Speciale (ZPS) denominata Promontorio del Gargano (Codice IT91100 39; che ha unificato le precedenti ZPS Saline di Margherita di Savoia Savoia IT 9110006 IschItella e Carpino IT9110036 Falascone IT9110017 Foresta Umbra IT 9110018 Sfilzi IT 9110019 Valloni di Mattinata - Monte Sacro IT 9110009 Monte Barone IT9110010 Valloni e steppe pedegarganiche IT 9110008). Nell'ambito dell'intervento Life Natura 2006Salvaguardia dei Rapaci della ZPS Gargano sono state previste delle azioni dirette per la conservazione di specie considerate prioritarie, perché in pericolo di estinzione dall'Unione Europea. Reperti esposti nel Museo del Convento di San MatteoDopo il ritrovamento di orme di animali paleontologici su blocchi di pietra estratti nella cava sopra la valle di Vituro si è polarizzata l'attenzione per valorizzare questo grande patrimonio. Così è stato realizzato il Museo Paleontologico - Parco dei dinosauri e il Centro Visite del Parco Nazionale del Gargano dedicato al carsismo a Borgo Celano, villaggio di San Marco in Lamis. Il museo propone pannelli illustrativi, filmati, diorami e ricostruzioni di luoghi basati su studi scientifici, al fine di preparare il visitatore al percorso estemo. Nello spazio del parco è stato allestito un sentiero illustrato da percorrere anche attraverso la ricostruzione di un habitat naturale, tra piante locali e specchi d'acqua, fra tracce e impronte, ci si vede, in dimensioni reali, la riproduzione di animali vissuti su questo territorio 120 milioni di anni fa.
Museo dei dinosauri, a Borgo Celano
Museo dei dinosauri, a Borgo Celano
Queste brevi note servono per aiutare i visitatori di una escursione-visita guidata nella Valle di Vituro nel comune di San Marco in Lamis fatta il 21 Agosto 2011. La visita non prevedeva di visitare tutto, quindi i gruppi organizzatori hanno pensato bene di porgere questo gradito omaggio in modo da far capire e apprezzare meglio questo luogo ricco di natura, archeologia, storia, cultura. Dove la presenza per parecchi millenni degli uomini umani e di animali hanno alimentato leggende e racconti di briganti, viandanti, eremiti, contadini, draghi e altri animali fantastici, ma anche di santi e angeli ... ma non mancano anche le battaglie e gli innamoramenti.
Vi presento il testo di Gabriele, pubblicato nel 2004. E' una piccola ricerca sugli orefici a S. Marco in Lamis. Ho arricchito il tutto con alcune foto di G. Bonfitto e mie. Gabriele Tardio Motolese La lavorazione dell’oro a San Marco in Lamis Presentazione della II edizione S. Marco in Lamis - L'Attuale Corso MatteottiGli studiosi considerano l’uso dell’oro in una comunità umana come un segno e un indicatore che in quel territorio c’è una popolazione con una certa agiatezza, ricchezza e senso del bello. Ma anche la lavorazione dell’oro presuppone la conoscenza di diverse tecniche e denota inoltre uno scambio commerciale attivo e vivace. Scoprire perché nei secoli a San Marco in Lamis ci sono stati sempre artigiani che nella loro bottega hanno lavorato l’oro è molto affascinante. Si aprono anche ampi interrogativi per capire perché c’erano questi artigiani, come la tecnica si è affinata e in quali mercati arrivava l’oro lavorato a San Marco in Lamis. San Marco in Lamis è stato sempre nei secoli un fiorente centro economico e culturale per tutto il Gargano. C’erano molti artigiani nei vari settori. Scorrendo elenchi ottocenteschi dei mestieri degli abitanti di San Marco in Lamis si trovano molti fabbri, falegnami, conciatori di pelli, ceramisti, sarti, tessitori. Anche se la maggioranza dei cittadini era dedita alla attività agro-silvo-pastorale. Tra gli artigiani spiccano per la loro specializzazione alcune botteghe orafe. Nella presente ricerca si vuole presentare un piccolo spaccato dell’attività orafa a San Marco in Lamis nei secoli passati. S. Marco in Lamis - Una donna anziana agghindata.Non si è voluto fare parallelismi con attività orafe dei comuni vicini (Monte Sant’Angelo e San Nicandro Garganico) o con gli artigiani abruzzesi e beneventani (località che avevano un forte legame con la nostra terra per gli annuali scamp[b]i economici e culturali legati alla transumanza delle greggi). Purtroppo nella seconda edizione non troverete le indicazioni archivistiche complete perché personaggi con pochi scrupoli hanno utilizzato le mie ricerche per fini propri senza citarmi e snobbando la mia passione e senza citarmi. Tutte le indicazioni sono nella I edizione, consultabile solo in alcune biblioteche. La presente ricerca non è completa ed ha bisogno di ulteriore approfondimento. Nel fare questa ricerca ho scoperto che qualcuno, in questi mesi, ha sottratto dei documenti da un archivio che potevano essere utilizzati per ulteriore approfondimento della tematica sugli orafi a San Marco in Lamis. In appendice verranno presentati estratti di lavori di ricerca sugli orafi a San Marco in Lamis già pubblicati (Coco, Sansone, Tripputi), in modo da dare immediato materiale per l’approfondimento, si rimanda agli originali per approfondimenti del testo, delle note e dell’apparato fotografico e di ricerca. La lavorazione dell’oro a San Marco in Lamis nei secoli passati S. Marco in Lamis - Vecchia foto.Tra la fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna gli abitanti della Universitas della Terra di San Marco in Lamis si sono dati un nuovo statuto comunale e tra le altre cose sono normati i pesi, le misure e la disciplina generale di alcune attività artigianali e commerciali. Nello statuto si specifica che il venditore o mastro abbia bilance che pesino giusto, le appenda e di esse il piattello dove è il peso delle mercanzie sottostia all'altro piattello di mezzo piede di canna e le mercanzie si pongano nel piattello superiore di queste bilance e le corde a cui si appendono i piattelli siano uguali. Chi contravverrà paghi. Mentre per le altre mercanzie a lunghezza e larghezza il commerciante o il mastro abbia cura di usare le misure segnate sulla torre di Santo Antonio. Tutti e singoli i cittadini e abitanti di questa terra che vendono robba di qualsiasi genere e bene di qualsiasi natura ed anche il pane e il vino, non vendano ai forestieri ed agli estranei più caro che ai cittadini abitanti nella stessa terra, ed a tutti vendano a prezzo giusto ed equo. Chi contravviene, se la cosa venduta è di valore inferiore ad un'oncia, paghi la pena; se poi sarà di valore superiore ad un'oncia paghi la pena doppia. In appendice allo Statuto vengono disciplinate diverse attività artigianali e di commercio. Tra quelle descritte c’è anche l’attività dei lavoratori di oro e argento. Li lavoratori di oro e argento devono usare le misure giuste e devono usare arnesi e fucina osservata (autorizzata). Dovevano avere dei registri delle entrate e delle vendite che dovevano essere controllati dall’Ufficiale o il Bajulo, mentre le bilance dovevano essere controllate e marchiate. I pesi (semi di carrube - carati) non dovevano essere bagnati ma asciutti. Le pietre o i vetri che devono essere usati dovevano essere colorati. Sulla mercanzia in oro e argento da mettere in commercio doveva essere impresso il sigillo SM che solo lo Bajulo tiene. Se veniva trovata mercanzia senza marchio del bajulo doveva venire sequestrata e l’orafo doveva pagare la pena. Da questo disciplinare si nota che doveva esserci un discreto controllo sull’attività di lavorazione e vendita. I registri servivano per controllare la quantità e qualità dell’oro lavorato e a chi veniva venduto, in modo da tenere tutto sotto controllo; tutta l’attrezzatura doveva essere autorizzata, e gli oggetti di oro e argento realizzati dovevano essere marchiati.Lo statuto non si limitava a sanzionare solo la lavorazione e commercio dell’oro ma specifica anche il comportamento che devono tenere le donne che vogliono portare addosso argento o oro. Possono portare sulle maniche delle loro tuniche non più di 6 pezzi il cui peso sia di un'oncia di argento o oro lavorato per pezzo e così per ogni manica non ci sia più di 6 once per manica. Mentre le cinture o cinghie non devono superare 4 once di oro o di argento lavorato. Chi contravverrà sarà punito tutte le volte con la pena. E il padrone ossia il principale di casa sia tenuto per tutta la sua famiglia. Lo Statuto sanziona anche i ricami con filo d’oro. Ma anche la lavorazione del ricamo con oro è vietato. Giacché a causa della vanità in molte maniere si offende Dio, è proibito espressamente che in nessun'altra maniera, tovaglie, gimpe e terzaroli né altro panno di seta o di lino si facciano ossia siano lavorati con oro come un tempo si faceva, ma si facciano e possano farsi fare soltanto di seta pura oppure di lino, senza oro. Chi fa il contrario tanto chi lavora e fa, come chi li fa fare uno o più di questi (capi di vestiario) paghi come la pena per ogni volta per ognuno di questi panni. Ma è comunque permesso fare uso per il futuro, a piacere, di tovaglie, gimpe, terzaroli ed altri panni lavorati in oro in antecedenza, nel modo predetto, come anche (è permesso) dare in dote, vendere a chiunque ed anche donare detti (indumenti) o uno solo di essi. E in ogni caso il principale e padrone di casa è tenuto e paghi la pena per tutta la sua famiglia. S. Marco in Lamis - Vecchia foto.E il denunziante abbia parte della pena e sia tenuto occulto. Questa specifica organizzazione e disciplina medievale dell’attività di lavorazione e commercializzazione dell’oro è molto importante, perché attesta una lavorazione molto antica con un discreto numero di artigiani che la svolgevano e una rete commerciale per la vendita. Non è dato sapere se questa attività orafa sia legata ad artigiani del orginarii del posto [sic!], oppure venuti dall’Abruzzo. Ma questa scarna documentazione però ci permette di capire l’importanza sociale ed economica che questo settore artigianale aveva nel tessuto economico locale. Dal settecentesco “corredo” della Vergine Maria di Stignano si ha un lungo elenco di oggetti d’oro. Non sappiamo se gli oggetti del ‘corredo’ sono di produzione locale oppure opera di artigiani di San Severo, Lucera, Apricena o abruzzesi. (La Vergine Maria di Stignano aveva molti devoti in un ampio raggio territoriale, quindi gli arredi e gli ex-voto possono essere prevenuti da molti luoghi). Ma il nome e una descrizione molto sommaria di alcuni gioielli possono essere importante[i] per sapere quali erano gli oggetti aurei che venivano donati per essere utilizzati come ‘corredo’ della Vergine Maria di Stignano. Purtroppo non si conosce che fine abbia potuto fare questo “corredo”. “Una frasca di corallo rotta rustica. Una cannacca di oro a pezzi con pietre verdi, rosse, smalto e granatini. Un paro di pendenti di oro alla genovese rotti. Un cuore di turchina senza pietra. Un cuore di filograno di argento con in mezzo una medaglia di argento. Un anelluccio di oro con pietre in mezzo. Un filo di perle picciole al numero di 59 e granatini piccioli numero 31 poste al collo del Bambino della sacristia, ed una torchinella nel dito del med.mo. Una corona di argento del Bambino che tiene in mano S. Antonio. Una corona di argento sopra la testa della Madonna. Una cannacca di oro in nove pezzi che sta appeso alla carnea della Mad.a. Un gioiello con cristallo in mezzo e figura con perle grossotte al numero di 22. Una cannacca di perle di 5 quarti. Un laccio di perle e crocifissetto tiene il Bambino della med.a. … Una anticona di seta rossa con treni di oro. Un’altra dell’istessa maniera. Un’altra di primavera rossa e bianca con merletto d’argento. Un’altra di recamo con fodera di taffità di color turchino. Un’altra di amuer verde. Un’altra di damaschello verde con fodera rossa. Un’altra d’oro con fodera verde e frangia d’oro filato. Un’altra di color paonazza foderata di taffità paonazzo. Un’altra paonazza con treni di argento. Un’altra rossa di argento con fodere di taffità incarnato e bianco. Un’altra di drappo di oro a rosa secca foderata di taffità prunzina. Una tovaglia di seta armosina incarnata con pizzo di oro falso. Una bianca di seta con pizzo falso di argento di sotto. Un’altra incarnata e bianca con pizzillo di argento all’estremi. Un’altra rossa e bianca con pizzo di argento in giro.… Un’altra torchina con fila di argento. Un’altra di velo rosso e fili di oro con frangia nova. Altre 4 vecchie. Un baldacchino rosso con pizzillo di argento serve per la processione di Capocolonne.… Un palliotto di argento. Una croce di argento. Sei frasche di argento grandi e due altre picciole. Sei giarre di argento. Sei candelieri di argento. Una carta di gloria di argento. Una pianeta di lama di argento ed oro con pizzillo di argento. Un’altra di lama di argento. Un’altra di asprolino di argento bianco e turchino… Due palliotti uno verde di lama di oro e l’altro del med.mo colore. Due altri di lama di oro uno rigato rosso e l’altro a rosa secca. Un altro di primavera ed un altro paonazzo. Un altro di drappo di oro di tutti fiori.… Un altro di tela di argento con fascia sopra di damasco bianco. Un altro ricamato di oro e seta. Candelieri di legno grandi e mezani n. 24. Giarre n. 24.…” S. Marco in Lamis - Vecchia foto.Sicuramente nelle altre chiese sammarchesi doveva esserci altro materiale in oro e in argento donato da devoti, ma purtroppo sono rimasti solo alcuni calici, pissidi o ostensori ottocenteschi. Abbiamo gli elenchi di donativi aurei presso la Confraternita del Carmine, ma di questi ex-voto di oro e di argento non c’è più nulla perché sono stati venduti, dopo approvazione ecclesiastica, per fare vestiti alle statue oppure per riparazioni urgenti alle strutture murarie. L’attività orafa doveva essere molto fiorente sia nel settecento che nell’ottocento. Nel settecento a San Marco in Lamis era attiva un’Accademia o il Collegio de selvaggi o del salvatico che con incontri periodici (congrega) voleva risvegliare gli animi dal sonno e dalla pigrizia per incitarli nel desiderio di coltivare le belle arti e le scienze colla serietà de discorsi (Nota 8a)(Nota 8b)(Nota 8c). Nel 1740 svolse un incontro annuale sul tema: Sulla perfetta conservazione degli elementi aurei nella tomba della fanciulla rinvenuta nella antica Arpi fondata da Diomede. Purtroppo non sappiamo se quest’incontro annuale sia stato solo un incontro culturale oppure abbia approfondito nuove tecniche e disegni nella lavorazione dell’oro. Sicuramente gli orafi di San Marco in Lamis lavoravano sia per i sammarchesi che per i forestieri che venivano in occasione della fiera di San Matteo (20-22 settembre). Si può fare una simile affermazione perché il 31 agosto 1810 si ebbe un furto di oro in una bottega di orafi a San Marco in Lamis. Il furto ebbe ripercussioni anche sul piano economico della famiglia Del Giudice che per alcuni anni non poté più svolgere l’attività orafa. Il furto fu possibile perché c’era molto oro sia grezzo che lavorato. Gli orafi sammarchesi preparavano per tempo la mercanzia di oggetti di oro lavorato da vendere durante l’annuale fiera di San Matteo. Fiera che ha sempre avuto una grande importanza e dove accorreva molta gente da tutti i paesi vicini. Nella relazione del furto del 31 agosto 1810 si specifica che nella notte precedente (tra il 30 e il 31 agosto) da tre ladri armati ignoti fu commesso furto di diversi oggetti in oro e arcento nella bottega del sig. Fortunato Del Giudice sita nella strada Maestra. La bottega era officina … vendita… e abitazione. Gli ignoti ladri sono entrati con bajonetta, pistola e accetta. La quantità di oro lavorato rubato è stato di libbre 6 e oncie 6, (Nota 12) mentre il non lavorato era di libbre 2 e oncie 4. La relazione descrive dettagliatamente il lavorato: 10 suste complete, 2 bracciali, 5 concerti, 10 concertini, 20 paia di orecchini con pietre e pendaglio, 6 collane con mazzo, 10 ciappe, 5 medaglioni. La quantità di arcento lavorato rubato è stato di libbre 3, once 10. La relazione specifica che Fortunato Del Giudice è stato ferito mortalmente ma è vivo, mentre nessuno della sua famiglia ha subito ferite. Sicuramente gli ignoti ladri saranno stati dei briganti che in quel periodo infestavano la zona di San Marco in Lamis. Dalla relazione di questo furto si sa come era organizzata una bottega e del materiale aureo che lavorava (Nota 13). S. Marco in Lamis - Giovane donna.Ricostruire l’eredità e la tradizione delle varie botteghe è cosa molto difficile per la mancanza di materiale archivistico abbondante. Sono stati ritrovati il nome di diversi orafi in vari elenchi, forse con ulteriore ricerca si potrà verificare meglio la discendenza delle botteghe e le scuole di arte orafa. Per trovare i nomi di alcuni orafi ottocenteschi ci siamo avvalsi dello stato di anime del 1821 della Parrocchia di Sant’Antonio Abate. Da questo ampio elenco si può risalire al nome, all’età e al luogo dove esercitavano la professione orafa alcuni artigiani. Essendo un elenco molto parziale non abbiamo uno sguardo completo sulla cittadina, perché la parrocchia di Sant’Antonio abate era una delle tre esistenti nel territorio comunale. Esercitavano l’arte orafa nella strada Centola al n. 5 il sig. Giovanni Gallucci, di Domenico e di Rosa Di Stefano, di anni 40; nella strada del Purgatorio il sig. Pasquale Iannacone, di Antonio e di Eleonora Siani, di anni 31; in piazza Maestra il sig. Fortunato Del Giudice, di Matteo Nicola e di Anna Maria Cristino, di anni 61(Nota 14). In un archivio pubblico è conservato un documento del 1841 dove la Direzione dè Dazj indiretti della provincia di Foggia chiede al Sindaco di San Marco in Lamis con apposito n[d]ocumento il numero degli orefici, fabbricanti e negozianti di oro e argento esistenti in codesto comune. Nella risposta si doveva specificare il nome e la patente (autorizzazione) per esercitare la professione. Dalla risposta del Sindaco si evince che solo due artigiani avevano l’autorizzazione mentre altri sei artigiani ne erano privi. Da questo elenco si evince che avevano la patente: il sig. Fortunato Del Giudice fabbricante de’ lavori di oro ed argento. Ha la patente rilasciata a Napoli il 27 aprile 1838, n. 7. Il rogante del Banco direttore generale dell’amministrazione generale della moneta. Commentatore Prospero dè Rosa. Il capo di Dipartimento dll’Amministrazione generale della moneta Cav. Cantarelli. L’orafo Michele Centola idem di Del Giudice ha la patente rilasciata il 18 luglio 1838 n. 15. Mentre altri orafi erano senza patente: sig. Felice Rainaldi, Leonardo Del Giudice, Girolamo Del Giudice, Carlo De Carolis, Francesco Paolo Gallucci, Angelo Serrilli. Sicuramente quelli che non avevano la patente lavoravano l’oro non in forma esclusiva perché facevano altri mestieri e per integrare il reddito ogni tanto lavoravano anche l’oro. Alcuni orafi oltre che alla lavorazione dell’oro si dilettavano anche nell’arte musicale. Dal Notamento de Bandisti per la banda ad organizzarsi in San Marco in Lamis sotto la istruzione del Signor d. Ferdinando Greco che fu presentato a Foggia il due ottobre 1856 e che fu approvato dal Signor Direttore del Ministero Real Segretariato di Stato della P. Gen a 24 settembre ultimo. V. 10646, si conoscono le generalità di alcuni orafi che facevano parte del corpo bandistico musicale. Angelo Iannacone di Luigi di anni 26, Michele D’Augello di Francesco Paolo di anni 15, Antonio Batista fu Raffaele di anni 28, Michele Totta di Domenico di anni 18 (Nota 15). S. Marco in Lamis - Giovane uomo.Anche il nome di un orefice risulta negli elenchi dei briganti redatti tra il 1861 e il 1863 (Nota 16). Il nome di alcuni orafi si ritrova anche negli elenchi di chi era assoggettato nel 1869 alla zeccatura dei pesi e misure. Si evince che erano soggetti alla zeccatura delle loro bilance gli orafi: Del Giudice Leonardo di Antonio; Del Giudice Girolamo di Antonio; Iannacone Angelo di Luigi; Pennin[s]i Luigi fu Beniamino; Spagnoli Antonio fu Francesco Paolo. Nel 1887 erano soggette alla zeccatura le bilance degli orafi: Augello Nicola fu Giuseppe con il laboratorio in via Purgatorio; Bevilacqua Nicola di Samuele con il laboratorio in piazza 2.; Ciavarella Angelo fu Angelo con il laboratorio in via Maestra; Centola Michele fu Domenico con il laboratorio in via Maestra; Della Croce Michele di Tito con il laboratorio in via Maestra; Del Giudice Matteo Michele con il laboratorio in via Maestra; Guerrieri Nicandro con il laboratorio in via Maestra. Purtroppo non possiamo sapere se solo questi erano gli orafi che esercitavano a San Marco in Lamis. Non sappiamo se nelle loro botteghe lavorassero anche altri operai o apprendisti. I briganti usavano molto oro nel loro vestiario e, forse, ne nascosero anche ingenti quantità tenendo conto delle molteplici leggende sui tesori dei briganti. Sono numerose le leggende e le credenze popolari riferite a tesori che i briganti avrebbero nascosto in grotte, in anfratti o in muri delle abitazioni (Nota 17). Il Soccio [Pasquale Soccio, NdR] nel dichiarare lo stato di dissolutezza in cui vivevano i briganti specifica che avevano di già corrotta la pubblica onestà nel popolo basso perché avevano liberato il freno ad ogni dissolutezza con la profusione del danaro, e con la mostra di gioielli, fila di oro, anelli e altre cose preziose. Con l’ostentare gioielli ognuno di essi, sia o no coniugato, aveva la sua particolare Ciprigna, che gareggiava nello sfoggio con quella del suo compagno. Laonde, a vista di tanto oro, lacerossi la benda ad ogni pudore ed onestà; e noi che stiamo tramandando ai posteri in queste pagine tali fatti, per vergogna vorremmo piuttosto tacere che i mariti prostituivano le mogli, i fratelli le sorelle, gli stessi padri, ma soprattutto le stesse madri, vendevano senza ritegno, anzi con millanteria, la innocenza verginale delle ancora impuberi figlie (Nota 18). Nell’assalto che i briganti fecero alla casa della famiglia Tardio sita di fronte la chiesa di Sant’Antonio Abate nei primi giorni di giugno del 1861 dopo aver messo a soqquadro tutta la casa rubarono molte provviste alimentari, suppellettili e anche gioielli di famiglia. L’elenco dell’oro sottratto dalli briganti nel dì 3 giugno 1861
1 collana a granatelli
1 collana a segnali ricchi
1 collana a barilotto
1 collana a coretto
1 pendaglio a medaglia con Madonna
1 idem con disegno di donna
1 fermaglio con pietra
20 graffe per capelli
2 anelli a smalto
1 anello a rotella
1 idem a cuore
1 idem con crocifisso
2 idem con pietra rossa e verale
1 xoppia orecchini a pendaglio
1 idem a fiocchi
1 idem a campana
1 idem a bottone
1 concerto completo
1 susta a fiori.
S. Marco in Lamis - Una giovane coppia.Da una relazione di polizia del 1862 si ha notizia del ritrovamento di una pignata con oggetti di oro e di metallo vario che era appartenuto a qualche banda di briganti che avevano razziato questi preziosi nelle loro scorribande. Nel fare la perlustrazione nelle grotte alli piedi del Monte Castello si è rinvenuto in uno di questi ricoveri ai Porcili: Dieci cartoni di polvere, due borse in pelle con camicie e calze pulite, e in una pignata una quantità enorme di oggetti di oro e di metallo vario che è stata consegnata al Capitano. Ha provveduto a chiamare coloro che avevano fatto denuncia di furto e sono stati restituiti solo alcuni dei oggetti. Gli altri sono ancora nelle mani del Capitano. Ma anche in altre occasioni si ha il ritrovamento di bottino in oggetti d’oro che i briganti avevano con sé. Il 6 marzo 1863 alcune compagnie della Fanteria sabauda si scontravano con 35 briganti della banda di Angelo Raffaele Villani conosciuto anche con il nome di Recchiomozzo. Nello scontro morirono molti briganti. Il sottotenente Temistocle Mariotti ci descrive lo scontro: Noi l'inseguiamo alle calcagna continuando il fuoco, cui essi di tratto in tratto rispondono, finché uno dopo l'altro vengono raggiunti e ne succedono lotte corpo a corpo veramente macabre: 8 sono finiti a colpi di baionetta e di calcio di fucile sulla testa; uno, inseguito dai soldati del mio plotone, scompare in una specie di voragine dissimulata tutt'attorno da fitta boscaglia. Quivi noi sopraggiunti, senza punto riflettere, saltammo dentro, scoprendovi lateralmente una tana capace di accogliere appunto un uomo carponi. Il brigante vi si era infilato tutto intero; non isporgeva fuori che un piede stivalato, munito di un enorme sperone di ottone. S'incominciò a tirarlo da quel piede ed esortarlo ad arrendersi, ma a smuoverlo riuscì inutile ogni sforzo. Quando meno ce l'aspettavamo, avendo forse egli potuto fare col braccio un movimento opportuno, ci scaricò contro senza interruzione i sei colpi della sua rivoltella, che tutti per fortuna fallirono il segno. Allora uno dei soldati sparò nella buca, e dopo poco, tirando ancora il piede, il corpo esanime fu estratto. Era un giovane poco più che ventenne, bella figura scultorea inappuntabile nella sua uniforme brigantesca con ogni ben di Dio nelle tasche: lunga borsa di pelle fornita di 200 piastre, un grosso involto di gioielli, orecchini e spille di brillanti di valore, fili di coralli comuni, parecchi anelli con pietre varie, un orologio ed ancora una magnifica pipa di schiuma con buona provvista di sigari napoletani; un robusto pugnale, infilato nella cartucciera di cuoio ben lavorata e contenente non meno di 60 cartuccie. Nelle tasche del panciotto, medagliette ed abitini e amuleti di ogni specie; altrettanti appesi al collo: nelle braccia, tatuaggi religiosi; perfetto il fucile a due canne; la rivoltella pareva sparata per la prima volta (Nota 19). Con questo non si vuol certo sostenere che i gioielli del brigante fossero tutti di fattura locale ma nepossiamo presupporre una buona parte, poiché la lavorazione dell'oro sul Gargano, e specie a S. Marco in Lamis, ha radici antiche e vanta una produzione particolare e indigena (Nota 20). S. Marco in Lamis - Due donne.La lavorazione dell’oro aveva anche un’attività clandestina perché era comune ad alcune persone che avevano imparato il mestiere da alcuni orafi locali oppure da alcuni zingari di passaggio. Questo fatto si può spiegare da un avvenimento successo nel 1864 dove in una relazione di polizia si evince che erano stati arrestati alcuni individui che in un pagliaio di campagna scioglievano dell’oro con un crogiuolo artigianale. Non hanno voluto attestare la provenienza dell’oro che stavano fondendo e quindi erano stati tratti in arresto per furto. Dopo la testimonianza della madre di uno di questi, erano stati scagionati perché la donna era riuscita a dimostrare che quell’oro era di sua proprietà e faceva parte del suo corredo e lei lo aveva donato ai figli dopo la morte del marito. Alcuni berlocchi (Nota 21) avevano le iniziali incise e da testimonianze anche di artigiani si è constatato la veridicità della dote sottratta. Nel 1869 la Reale Società Economica e la Camera di Commercio ed Arti di Capitanata indissero una Esposizione economiche e culturali (sic!) della Capitanata. Se per la prima volta s’invitasse la Capitanata ad una esposizione industriale occorrerebbe preconizzare i vantaggi per eccitare il concorso di quanti potrebbero avere interesse a mostrare lo stato delle rispettive produzioni, siccome elemento irrecusabile di prosperità economica industriale, ch’è pure materiale e morale prosperità…Una esposizione adunque delle su ripetute produzioni sarà celebrata in Foggia in questo anno a cura e spese [d]ella Reale Società Economica e della Camera di Commercio ed Arti della provincia; e si manifesta con animi riconoscenti, che la mostra medesima si feconderà eziandio dal concorso e dell’incoraggiamento del Governo, che accoglieva generoso le premure della ripetuta Società, giusta le officiali dell’onorevole Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio del dì 11 e 30 di agosto p. p. Numeri 23906 e 25131, divisioni 1. sezione 2. C La fiera comincerà il 20 novembre prossimo e durerà 20 giorni salvo a prolungarne il termine, ove la circostanza lo esigerà. Una commissione eletta in seno dè due Istituti si occuperà per l’ordinamento della esposizione nella quale saranno accolte le cose indicate nel manifesto. Alla sezione 3. intitolata Manifatture ed Arti nel gruppo 7. sono indicati gli oggetti di Oreficeria, giojelleria e minuteria, d’invenzione, o di imitazione. Lavori in ogni genere, che valgono a mostrare in quale stato si trovi cotest’arte, e quindi torneranno accettevoli; saggi di lavorazione per fusione o getto, a martello, a cesellatura, placcatura, damaschinatura; incastonatura delle pietre artifiziali e preziose. Lavorazioni in oro, collane, braccialetti, orecchini, medaglioni ec. (Nota 22). L’amministrazione comunale si fa promotrice presso artigiani locali per la partecipazione e riesce a coinvolgere alcuni artigiani che presenteranno alla Fiera alcune loro lavorazioni. Dalla Nota dei oggetti aurei alla esposizione in Foggia all’uso di S. Marco in Lamis si conosce l’elenco degli oggetti presentati alla fiera. Oggetti in oro N 1 susta con pendaglio N 1 concertino completo N 1 collana con mazzo N 1 anello con pietra N 1 anello corallo N 4 ciappe con madreperla N 2 orecchini pendenti N 2 orecchini con mazzo N 1 bracciale a maglia N 1 bracciale liscio N 1 ciappa doppia N 1 pendente con cuore di turchina N 6 anelli con pietra colorata Oggetti in Argento N 10 ciappe lunghe N 5 braccioli lisci N 1 fibbia femminile N 1 crocifisso completo N 1 corona per la Madonna S. Marco in Lamis - Ritratto di famiglia.Per una verifica sugli oggetti aurei di uso comune bisognerebbe approfondire la ricerca negli archivi notarili per verificare se negli atti dotali ci sono elenchi di oggetti aurei dati in dote. Gli oggetti di oro donati come ex-voto dovevano essere molti ma purtroppo, allo stato attuale, conosciamo solo una parte degli elenchi degli ex-voto aurei che i sammarchesi avevano donato. Da alcuni registri della Confraternita della Madonna del Carmine di San Marco in Lamis abbiamo l’elenco degli oggetti d’oro che la Confraternita aveva ricevuto e che voleva alienare per ricamare un manto ricco. Gli oggetti furono stimati dall’orafo Del Giudice. Oggi (21 febbraio 1870) sotto scritto il Priore fa conoscere in piena congregazione, siccome nelle mani del Sig. Padre Spirituale sono in loco di deposito varie oggetti di oro, doni votivi alla SS. Vergine nostra titolare ed altri oggetti di argento che stavano nelle mani del Cassiere d. Nicola Ciavarella, ed altri ricevuti fra il 1868 ed il 1869 da persone divote; conoscendo la necessità del manto ricco adattato alla veste ricca che è per terminarsi dalla maestra Anna Del Giudice alias Carrozzelli, la roba della veste ricca è di lana, color tané, ricamata in oro massiccio con 14 dozzine di pietre legati d’oro, che da più tempo dura il ricamarla. I suddetti doni votivi che sono in deposito presso d. Nicola Nardella, padre spirituale da più anni anno il n.° [?] alla rinfusa, ma siccome il giorno 22 del prossimo passato gennaio 1869, il priore sottoscritto ed il 1. assistente sig. Michele Ceddia ci portammo l’orefice Matteo Nicola Del Giudice a verificare e pesare tutti gli oggetti di oro e di arcento, che in uno peso fanno trappesi (Nota 23) centoquarantadue, netti di tutto il semplice oro. La coronella di arcento e gli altri oggetti di argento pesati trappesi quarantacinque netti. Nelle mani del 1. assistente sig. Michele Ceddia vi sono due suste, tutte di oro, che propriamente li donò il medesimo padre spirituale d. Nicola Nardella li 19 marzo 1869, questi pesano tutte due venti trappesi netti. Nelle mani del Cassiere sig. Luigi Tricarico vi sono quei puochissimi oggetti d’oro e di arcento che ne li consegnò la cassera Giuseppe Quaquaglio, pesano netti di oro 10 trappesi più una spingola darcento quattro trappesi. Nelle mani di me sotto scritto vi sono in deposito se ci fa il manto ducanti ventidue col suo consenzo e mia garanzia ed altri doni stanno promessi da altre divote se facciamo il manto ricco, perciò vi propongo di scrivere a Roma per ottenere il permesso della vendita di tali oggetti acciò possiamo fare il desiderato manto ricco corrispondente alla veste ricca per onorare la gran madre di Dio nostra patrona e refuggio dei peccatori e nostra in punto della nostra morte noi diciamo: Mostrati esser Madre, come ci risponde dal Paradiso, mostratemi veri figli (Nota 24). S. Marco in Lamis - Ritratto di famiglia.Dopo questa delibera ci fu l’autorizzazione del Cardinale Quaglia per la vendita. L’alienazione avvenne il 18 gennaio 1871 per ducati 58 e grana ottanta. Nella cassa della Confraternita del Carmine nel dicembre 1871 erano custoditi ancora altri piccoli gioielli. Nella riunione dei confratelli della venerabile Congrega del Carmine del 15 dicembre 1871, dopo aver visionato i conti in entrata ed uscita, è stata depositata sul banco dell’amministrazione oltre i soldi in cassa anche un piccolo anello con pietra di colore fiore di lino del valore di circa carlini cinque, un altro anello di oro, una crocetta di simile metallo con piccolo barilotto del valore di circa carlini quindici più un medaglione tutto consumato corroso e inserito da piccole lenti del valore di circa carlini cinque, come pure una quantità di monete di rame Carlivecchio si stima non numerati perché fuori di corso regolare in ultimo hanno consegnato la chiave della custodia in metallo rame del valore di carlini tre. Con ciò i venerabili fratelli hanno constatato la regolare amministrazione … Nel dì 30 giugno 1886 l’orafo Matteo Michele Del Giudice consegna al Rev. Priore della Congrega di Maria SS. ma del Carmine della città di San Marco in Lamis una corona per la sacra statua della Madonna Carmelitana in argento e oro con pietre colorate e preziose che fu commissionata per una grazia ricevuta da una divota che vuole rimanere ignota. Purtroppo la corona è andata dispersa. Nella riunione della Confraternita del Carmine del 26 febbraio 1888 il priore dichiara che il rettore spirituale d. Francesco Paolo Tancredi, interpretando i voti di tutti, ebbe la felice ispirazione di vendere, previo permesso de superiori, i doni di S. Ciro e col prodotto della vendita fare un diadema al santo ed ordinare i due altarini. Il diadema è costato £ 107,10 e i due altarini compresi il trasporto e la composizione 963,83. S. Marco in Lamis - Una 'sustuma', opera di un orefice locale.Il diadema in argento è ancora conservato è [sic!] si usa solo nei giorni della festa (Nota 25). Abbiamo un elenco dettagliato dei doni esistenti per San Ciro avuti dai benefattori che era, forse, la risultanza finale della perizia per la stima e la vendita (Nota 26). 1888 25 aprile Un paio di fibbie di argento del peso di once 310 trappesi 7 e 7 valore 18,10 25 aprile Un barilotto di oro con due piccoli a fianco trappesi 3 valore 3,00 25 detto Un concertino con catena corrispondente d’oro trappesi 11 valore 16,50 Del 1887 Un piccolo anello ricordo d’oro smaltato trappesi 1 ½ valore 2,55 Idem Un crocifisso d’argento valore 1,00 Idem Un orologio con cassa di argento avuto da Giuseppe La Porta valore £ 10 venduta 25 aprile Un paio di orecchinelli a palla trappesi 3 acini 2 valore 4,25 25 detto Un anelo d’oro liscio trappesi 2 acini 2 valore 3,50 25 detto Un anello a crocifisso d’oro trappesi 4 valore 7,70 16 luglio 88 Un maschetto a tre pietre due verdi ed una figurina con due conioli di oro trappesi 12 acini 1,70 valore 20,40 16 detto Una su stima piccola ad una pietra rossa due conidette con crocifissi con pietre celeste trappesi 10 meno acini 8 valore 14,00 16 detto Un piccolo birlocco con pietra rossa trappesi 3 acini 8 valore 6,00 16 detto Due anelli a crocifisso ed un ricamo d’oro 16 detto Un anello d’oro con smalto. S. Marco in Lamis - Un anello, opera di un orefice locale.A questi oggetti hanno aggiunto i doni della Madonna del Carmine avuti a dì 16 luglio 1888 (Nota 27) che consistevano in un anello a crocifisso e in un piccolo anello liscio. Gli artigiani orafi hanno continuato a lavorare nelle loro botteghe. Con la emigrazione alcuni artigiani hanno lasciato la nostra terra per cercare fortuna oltre confine, non si sa se nelle terre dove hanno [sic!] approdato hanno continuato la loro attività oppure hanno fatti altri mestieri. Agli inizi del ‘900 si è trasferito a San Marco il sig. Torelli, proveniente da Bagnoli di Napoli, è [sic!] i suoi discendenti sono stati e sono ancora abili artigiani dell’oro. Nel ‘900 molti artigiani orafi sammarchesi si sono trasformati in commercianti di prodotti aurei e solo raramente realizzano qualche oggetto di vecchio artigianato. Da alcuni anni sono presenti due laboratori che artigianalmente producono oggetti di oro sia secondo la tradizione orafa locale che con altri soggetti. Alcuni politici hanno paventato l’idea di realizzare dei corsi professionali di arte orafa o di dare un certo impulso alla attività orafa volendo realizzare delle manifestazioni culturali e fieristiche ma senza successo. L’AVIS nel 1992 ha realizzato una mostra di arte orafa artigianale presso le vetrine dei vari negozi (Nota 28).
A P P E N D I C I Gli ori di S. Marco in Lamis Gli orafi del Gargano di Matteo Coco(Nota 29) Il settore orafo è indubbiamente un settore di grande prestigio, attrattiva e vitalità per la nostra economia. Da secoli l'artigiano è l'artista che crea, che inventa le cose dal nulla, e a ragione si può sostenere, che l'orafo è il principe degli artigiani. Noi spinti dalla curiosità e stimolati dallo studio di quest'arte antica che vanta in Italia grandi maestri come Benvenuto Cellini, cerchiamo di ricomporre il mosaico e di scoprire tracce di lavorazione di questo materiale in un paese della Capitanata: San Marco in Lamis. Ai primi di marzo del 1863 la 13. e la 14. compagnia del 55. Reggimento di Fanteria, in cui militava come sottotenente un certo Temistocle Mariotti che racconta l'accaduto, si scontravano con 35 briganti della banda di Angelo Maria Villani di S. Marco in Lamis. Nell'infuriare della battaglia, veniva colpito tra i tanti un giovane ventenne che oltre ad avere "nelle tasche del panciotto, medagliette e abitini e amuleti d'ogni specie... aveva pureun grosso involto di gioielli: orecchini e spille di brillanti di valore, fili di coralli comuni, parecchi anelli con pietre varie, un orologio ad ancora... etc.. Con questo non si vuol certo sostenere che i gioielli del brigante fossero tutti di fattura locale ma ne possiamo presupporre una buona parte, poiché la lavorazione dell'oro sul Gargano, e specie a S. Marco in Lamis, ha radici antiche e vanta una produzione particolare e indigena. Innanzitutto bisogna dire che i lavori di oreficeria prodotti a S. Marco in Lamis si suppone fossero molto semplici, grezzi, su cui si sbizzarriva la fantasia popolare degli artigiani che quasi sicuramente lavoravano un oro di pochi carati, oro più scuro e non giallo che denota minor qualità e fa pensare al riciclaggio di materiale già usato. Scarsa era la lavorazione classica in filigrana. Molto più diffuso e comune invece il lavoro in lamina: l'oro veniva messo per lo più in crogiuoli in cui fondeva e venivano poi preparate delle lamine più o meno sottili per le indorature; la lamina ricopriva la forma e il lavoro veniva fatto a sbalzo (specie per le sustume a conchiglie), naturalmente i materiali che venivano ricoperti dalla lamina d'oro erano spesso di bassa lega. Questo tipo di lavorazione ci porta ad un'ipotesi interessante: questa tecnica era usata anche dagli zingari i quali lavoravano bene oltre all'oro anche il rame. La lavorazione dell'oro, tramandata di padre in figlio, che coinvolge solo alcune determinate famiglie e che non è diffusa come la lavorazione di altri materiali: legno, ricamo etc., va individuata nel crescente fiorire del '700 sammarchese di un tipo di artigianato che poi continua a svilupparsi nell'800… Il repertorio fornito dagli ori di S. Marco in Lamis abbraccia gran parte dei tipi di gioielli diffusi nell'oreficeria meridionale (e non a caso, anche longobarda - per certe similitudini o influenze), comprendendo orecchini barocchi impreziositi da gemme, molto lunghi e pesanti; collane a due fili del tipo corto e lungo con oggettini pendenti: chiave, aquila, cuore, o altre simili - chincaglierie - che ritroviamo a far bella mostra di sé anche sotto lu mazze, sorta di collana doppia con un pendaglio ricco di amuletini (il n.13, il gobbo, etc.) con valore apotropaico quasi di 'scacciamalocchio'; tra l'altro, alle pietre preziose si attribuivano proprietà magiche, per cui esse dovettero essere impiegate largamente anche come amuleti nei tempi più antichi; i bracciali in oro e in argento (pochi per la verità) e tanti anelli di svariati tipi e a castone ovoidale liscio o inciso con raffigurazioni, spesso, di argomento religioso: “Quanto alle incisioni che li decoravano, esse attingono per lo più ad un repertorio (...) costituito da immagini di divinità”. Superfluo sarebbe parlare delle cozzole (poiché a forma di conchiglia) delle borchie, che per lo più costituiscono l'unico o il maggior ornamento delle susteme. Un'altra ipotesi di sviluppo di questa produzione può essere addebitata al trasferimento in loco di immigrati … Alcuni cognomi di orefici avvalorano questa ipotesi poiché non sono indigeni, senza dire che generalmente l'orefice svolgeva altra attività e che in un angoletto della casa aveva gli attrezzi per la lavorazione e una piccola esposizione casalinga di questi oggetti lavorati. Era d'obbligo, qui sul Gargano, regalare oro e concerto (anello, spilla, orecchini, collana) alla fidanzata e futura sposa. In qualche famiglia poteva mancare il pane, ma non l'oro in dote e la consuetudine era presente in tutte le fascie sociali. Ancora un'ipotesi idonea può essere quella della connessione con i centri dell'Abruzzo tramite le vie della transumanza. Si possono analizzare così rapporti d'interdipendenza stabilendo una correlazione; richiamando manufatti delle due zone d'indagine e datando possibilmente con precisione i pezzi presi in esame (così come è stato fatto per il crocifisso d'argento conservato nella Chiesa Madre di S. Marco in Lamis attribuito dagli esperti alla Scuola abruzzese di Nicola Gallucci di Guardiagrele). A Pescocostanzo ancor oggi resta valida una tradizione artigianale che comprende anche oreficeria in filigrana, non dimenticando che Pescocostanzo è un paese dell'Abruzzo dove, vignali, cognomi e costumanze possono avere dei riferimenti notevoli per S. Marco in Lamis. Ed è questo soltanto un esempio da tener presente per ricercarne altri. Un altro riferimento poi si può fare alla scuola napoletana e alla lavorazione che questa scuola faceva di acquamarina, occhio di tigre, turchesi, coralli, etc.: godono, come ognun sa, bella fama e meritata gli orafi e gioiellieri della nostra metropoli afferma R. Liberatore in un suo saggio delle manifatture napoletane esposti nella solenne mostra del 1834, ricordando che benanche nelle province del Regno delle Due Sicilie, a cui la nostra Capitanata apparteneva, l'arte di gioiellare e il resto dell'artigianato locale erano veramente opera assoluta che prometteva sempre crescente profitto… Un'ultima ipotesi, che è la più allettante pur essendo la più azzardata. Gli abilissimi orafi di Bisanzio e di altri centri lavoravano su lamine d'oro: poiché i bizantini l'han fatta da padroni qui sul Gargano, può dunque essere che abbiano insegnato agli indigeni a lavorare l'oro. E dopo l'appiattimento bizantino si può recuperare l'esperienza dei maestri orafi veneziani che comunque usavano in particolare la tecnica della filigrana. Sono queste le fascinose e misteriose radici in cui affonda ipoteticamente le sue origini l'arte del lavorar l'oro sul Gargano e a S. Marco in Lamis.
Oreficeria Garganica di Matteo Sansone(Nota 30) … L'orafo oltre a saper disegnare, doveva necessariamente conoscere la chimica e i processi empirici che erano tramandati di padre in figlio e affinati attraverso generazioni. Nelle zone ove per tradizione e costume il corredo aureo era vistoso, come oggetti e peso (circa un chilogrammo di oro avevano come dote le donne di famiglie agiate di Monte S. Angelo; un pò meno ne avevano le donne di San Marco in Lamis, quelle di altri paesi garganici invece avevano solo il cosiddetto cuncertine) l'orafo fu costretto ad abbandonare l'antica tradizione del lavoro massiccio e di grande lega nell'eseguire anelli, croci, orecchini, collane a colpi di martello, cesoia e lima. Così preparò con la filiera i fili aurei, con il laminatoio, la plancia, si creò punzoni, stampi, matrici e delle saldature scorrevolissime. Il progredire dell'arte orafa portò a una tesaurizzazione - nei vari nuclei familiari che si tramandavano, aumentando i vari corredi aurei e argentei. L'indice di tesaurizzazione lo possiamo dedurre per Monte S. Angelo e per San Marco in Lamis dall'infinita quantità di oggetti aurei rastrellati nel 1935 dalla Banca d'Italia. Uscirono da questi centri quintali di oro lavorato e non c'è da meravigliarsi se si tiene presente, ripeto, che ogni donna di un certo livello sociale aveva come corredo circa un chilo di monili aurei, più i doni dei vari parenti e ciò che in seguito poteva ereditare; per le classi meno abbienti invece con sommi sacrifici, si arrivava a un trecento grammi, sia pure di lega più bassa. Questa è la ragione per cui Monte S. Angelo e San Marco in Lamis contavano qualche decina di piccole officine orafe, a capo delle quali c'era il “maestro” o “principale” che insegnava, dopo essersi assicurato della capacità e dell'onestà di ciascun allievo, i segreti di quest'arte chiamata erroneamente arte minore. Basti considerare, infatti, che gli orafi plasmando nell'oro, nell'argento, nel rame, dei monili il più delle volte di minime dimensioni ma prestigiosi e di esecuzione capillare ci hanno trasmesso dei veri capolavori artistici. Il Gargano ci ha tramandato monili di squisita e originale fattura… Le collane d'oro laminato a vari festoni hanno un medaglione terminale in oro filigranato con al centro uno smalto floreale o due cuori uniti da una mezza luna: tipologia, questa, che si riscontra anche in Calabria, nel Molise e nella Basilicata. La filigrana è costituita da due fili sottilissimi aurei o argentei ritorti insieme. Con questa cordicella così ottenuta si creavano motivi floreali, arabeschi e disegni vari. Gli orecchini a navicella che, con varie modifiche nel gambo e nei penduli erano in uso in Calabria, Basilicata e Puglia, da noi diventano di proporzioni maggiori, con più ornati e con sveltezza di disegni e di eleganza. La maestranza degli orafi giunse ad eccellenze artistiche: splendidi medaglioni filigranati nella purezza del disegno formanti volute, spire, foglie, fiori ricavati da un tortiglione aureo sottilissimo. Il pregio maggiore di questi lavori non è solo nella bellezza, nell'eleganza dell'oggetto ma nella tecnica esecutiva antica di secoli di questi maestri orafi che non conoscevano la saldatura molle graduata e che creavano questi capolavori di ornati e di pazienza saldando gli innumerevoli pezzi con il cannello ferruminatorio a lancio di fiamma e con saldatura - dura, ridotta in polvere con la lima… Ogni maestro orafo aveva il suo segreto nella preparazione della saldatura che era una lega in oro, argento e rame, di caratura inferiore all'oggetto da creare. Quanto più essa era scorrevole, migliore era l'esecuzione dei manufatti, e tale scorrevolezza era data da aggiunte, nella lega, di altre sostanze, che erano segreti di ogni bottega orafa. Si eseguivano anche lavori in getto, i quali ritoccati poi a bulino e messi insieme con maglie e saldature, formavano il monile ornamentale e di uso. Purtroppo man mano quest'arte andò scomparendo soppiantata dalle oreficerie a bilanciere di caratura minima importate dalla Svizzera, dalla Germania e da Napoli. Le ciappe d'argento e d'oro erano decorate con mascheroni, con figure di santi e di uccelli, e con quanto la fantasia artistica potesse creare. Esse erano ricavate in fusione... Gli orecchini a campana erano formati da una rosetta a rococò con pietra e cammeo centrale c con granulazioni auree, alla quale era attaccato un pendulo solitamente a forma di pera; alla base vi erano festoni filigranati a disegno geometrico-floreale e una pallina terminale. Dal festone pendevano tante lamelle auree. Gli orafi di San Marco crearono anch'essi una variante di orecchini molto simile a tale tipologia, che chiamarono appunto a pire. I nostri orafi elaborarono un'infinità di collane, da quelle semplici costituite da vaghi olivali variamente sfaccettati e degradanti a quelle più complesse e articolate. Alcune erano formate da serie di conchiglie terminanti in un rosone filigranato con smalto centrale floreale; altre da cuori uniti da mezza luna; altre ancora da medaglioni incastonati alla rococò con cammeo centrale in corallo o in porcellana, sul quale erano incise o disegnate figure profane o sacre. Infine vi erano collane formate da conchiglie intercalate da colombe, a doppio filo, senza medaglione terminale e collane formate da rombi con quadrifoglio... Altra tipologia di collane semplici era quella di vaghi a traforo. Ma dove maggiormente si sbizzarrì l'arte creativa dei nostri orafi fu nelle cosiddette suste, la cui tipologia varia da quelle create dagli orafi di Monte S. Angelo a quelle meno elaborate ma più fini create dagli orafi di San Marco in Lamis. Le suste più antiche erano formate da tre placche auree… Altro tipo di susta era quello a doppio filo con inserimenti multipli di rosoni. Infine vi era un ultimo tipo più ricco e più vistoso per la molteplicità dei vaghi di collana, per la quantità e varietà di rosoni e di medaglioni… Le suste create dagli orafi di San Marco in Lamis erano ad un solo giro, formato in alcune da una serie degradante di dischi a rococò con pietre incastonate di vario colore, in altre da mezze coppe auree. In tale tipologia rientravano anche le collane con castone centrale nel quale erano inseriti corallo o pietre varie, e con decorazioni geometriche floreali in oro granulato. Qualcuna presentava un medaglione terminale. Le suste di San Marco erano molto accollate a differenza di quelle di Monte S. Angelo per alcune delle quali gli elementi decorativi arrivavano quasi vicino all'ombelico. Gli orafi di San Marco, inoltre, non solo crearono gli orecchini “a pire” ma anche i tipi a pendulo impreziosito da corallo o da cristalli colorati, alla schiava, costituito da un grande cerchio con parte inferiore semilunata. Infine, ad imitazione di quelli cosiddetti francesi, crearono il tipo lamellato fatto a stampo con inserimento sulla placca di foglie e castoni per le pietre. Gli oggetti cavi servivano per le classi meno abbienti. Con lo stampo si creavano due pezzi simili, per esempio una conchiglia, i due rovesci di una mano, di una croce, di un cuore e poi li si saldava insieme. Poiché la lamina aurea era sottilissima, il prezzo era alla portata di tutti. Le bordellerie o planterie fantasiose come pettinesse, collane, orecchini, catene rese vistose ed appariscenti da smalti, pietre colorate, erano più o meno eseguite quasi in serie. L'orafo usava tutta una serie di utensili: tenaglie a punta, piane, a morsa piatta, a taglio; molle o mollette senza perno, ad uncino per prendere i crogiuoli ove egli fondeva l'oro e l'argento che poi versava nelle forme; tenagliette e pinze varie per la sagomatura dei fili aurei; morsetti a mano per tenere fisso il pezzo di metallo da lavorare. I martelli erano vari … I punzoni, di una varietà eccezionale, erano forgiati dallo stesso orafo onde poter ottenere conchiglie, foglie e fiori e tutto ciò che la mente creativa potesse immaginare. Il tasso… Le lime … Infine c'era un mazzetto di filo di ottone che serviva a grattugiare l'oggetto da dorare: questo prima veniva cosparso di urina e poi passato all'avvitatoio; lo sporco prodotto dall'urina veniva eliminato con setole di maiale, con scopette e frasconcini. Le coppe in rame servivano per sciogliere i vari tipi di mastice; il mantice fisso e a mano, la piastra in ferro, semicircolare con veri buchi, i crogiuoli e il carbone dolce per fondere i metalli preziosi; il salnitro, la borace e una bacchetta di ferro… Per ottenere le viti, in un primo tempo, l'orafo le sagomò a mano, successivamente usò la “vitiera”; per fare i fori usava un trapano a mano a cordicelle… La pulitura e l'apparecchiatura degli oggetti era fatta con una emulsione di olio e polvere di osso di seppia, o anche con un'emulsione di olio e minio, lo sfregamento con tela di cotone, filacci di cotone, e con la ferula. I monili, dopo essere stati rifiniti con vari tipi di limette, raschietti e bulini, subivano il trattamento di cui sopra. Infine avveniva la doratura a 24 carati… Gli anelli erano cesellati, impreziositi da incastonature di gemme e smalti o decorati con figure profane e sacre. Nella più che molteplice creazione degli anelli da parte degli orafi garganici si riscontra una continuazione delle varie tipologie antiche; esse, pur differenziandosi nei disegni, permangono tuttavia nella figurazione di santi, di cuori e di motivi faunistici e floreali… Vari erano i monili usati per arricchire la grande massa di capelli, la cui acconciatura terminava in un concio che le donne adornavano con spilloni a testa rigida o a fiore tremulo, o a testa traforata con pietre incastonate, o a testa granulata e filigranata, o a forma di spada con elsa filigranata e con pietre policrome o a testa a forma di ancora. Erano di moda anche le spatucce con le estremità tondeggianti o vistosi spilloni a rococò con pendagli e superficie granulata e filigranata arricchita di pietre policrome. Le pettinesse, sia d'oro che d'argento, presentavano al centro figure di santi in mezzo a motivi floreali applicati, sui lati pietre variopinte incastonate. La placca metallica contenente tale decorazione era circoscritta da un motivo a tortiglione, con zona apicale centrale più alta decorata a traforo. La pettinatura era caratterizzata dalla scriminatura centrale, e da quattro trecce, due dietro e due ai lati delle tempie, che attorcigliate formavano la cosiddetta rutella o retomme. In sostanza era il tuppo tenuto da ferretti d'argento. Sul tuppo nei giorni festivi e di ricorrenze ricordevoli erano messi la pettinessa in oro e due spilloni filigranati con pendulo, nei giorni feriali, invece, la pettinessa in argento e la spatuccia… Alle orecchie pendevano orecchini di svariate forme e di varia grandezza: a campana, a giarretta, a schappe, a pire, a penduli. Questi ultimi avevano o un corallo racchiuso da elementi d'oro granulato o cristalli di forma conica allungata, anch'essi racchiusi da oro fìligranato. Sia l'uno che l'altro tipo erano agganciati ad una rosetta anch'essa granulata e filigranata. Molti orecchini erano piuttosto vistosi sia per la grandezza che per la elaborata ornamentazione: a panierino fermati da un'ansa filigranata con smalto centrale ed un cestello pendulo con frange auree mobili... La tipologia dei nostri manufatti, oltre all'influsso barbarico e bizantino, risente anche l’influsso arabo, come si evidenzia nello sbalzo e nell’incisione. L'ultima officina orafa che ha funzionato fino a settanta-ottanta anni fa (a Monte Sant’Angelo) fu quella di Giuseppe Antonio Azzarone. Nell'esecuzione degli oggetti s'intrecciano e si sovrappongono tendenze e valori ben diversi e talora contrastanti, con vive note cromatiche di pietre dure, di pasta vitrea, di smalti. È un susseguirsi di piccole opere di minuto e raffinato lavoro, che sono la testimonianza di uno stile fluido e svelto, di un gusto eclettico e nello stesso tempo raffinato e scelto. L'insieme di tutta questa produzione di monili e manufatti ornamentali ci dà l'immagine esatta di una successione di vita, alla quale tradizioni culturali antichissime hanno impresso una impronta di nobiltà e di solida e reale qualità.
Il 3 aprile 2003 chiesi a Paolo Torelli se potevo scattare alcune foto agli attrezzi del suo lavoro di orefice. Egli acconsentì. Vi presento alcune delle foto scattate.
Anno: 1855 Archivio: ADF (Archivio di Stato di Foggia) Brevi note: In questa relazione viene delineata la vita civile e religiosa così come si svolgeva a San Marco in Lamis nella metà dell'800, con la descrizione, ricca di notizie e particolareggiata, del paese e delle sue tradizioni di devozione popolare. Risulta scritta da un canonico della Chiesa di Foggia a seguito di una visita fatta a San Marco in Lamis prima della costituzione della Diocesi e descrive il paese e le tradizioni. Testo Di buon ora siamo partiti con un calesse e percorrendo la campagna siamo arrivati alla masseria di Freda a Mercaldi, poi abbiamo dovuto abbandonare il calesse per metterci sulla soma. Abbiamo attraversato il Calderoso che era così asciutto e piano cominciato a salire la montagna, sembrava un deserto, tenimento molto povero. Siamo entrati in una valle detta del Vulture, ho avuto paura che briganti ci avrebbero assaliti, anche le cavalcature ansimavano. La salita era erta e le montagne molto scoscese, siamo passati sotto il ponte di San Michele che dicono costruito dai Longobardi per dire che di lì si entra nella valle che mena alla sua reggia, l’arco è maestoso. Continuiamo per la valle la gente che incontriamo è ospitale ci danno da bere e da mangiare, ma come sono arretrati, sono trogloditi che vivono nelle grotte. Oh! Come possono dire che si ha comunanza di costumi e di climi con la città di Foggia, sembra di piombare in piena preistoria. I pochi terreni possibili sono tutti coltivati anche dove c’è un poco di terra e dove c’è roccia ci sono gli olivi. La gentilezza e l’urbanità è cosa molto abituale ma la povertà è troppa. Si vede questa gente timorata di Dio ma povera e ricurva per il lavoro. Dopo tante pietre troviamo una valle ubertosa piena di vigne e di vita, circondata da alte montagne e sotto lo sguardo vigile del Convento di San Matteo tenuto dagli Osservanti di San Francesco. Come arriviamo sulla cresta della montagna sentiamo tutte le campane suonare a festa, era bello sentire quel concerto … Il quarto giorno insieme a d. Michele Gravina e all’arciprete Spagnoli, che in questi giorni è stato la mia ombra, andiamo a casa di d. Ciavarella e celebriamo nella cappella privata di San Michele e tra un pasticcino e l’altro mi fanno una elencazione di tutte le usanze del capitolo, delle chiese e delle tradizioni del paese. Da quanto sentito si capisce che questo paese è stato retto per secoli da abati commendatari e da loro vicari senza nessun vescovo presente e quindi le disposizioni della Santa Sede venivano sempre falsate e travisate … nel pomeriggio ho voluto distendermi chiacchierando sulle tradizioni religiose locali e mi hanno fatto un buon resoconto mostrandomi la fede e la devozione di questo clero e popolo. A parte tutte le varie funzioni, novene, tridui, novenari, quindicine nelle varie chiese c’è di particolare rilievo … A Maggio la congrega del Sacramento fa l’annuale pellegrinaggio a San Michele… a fine settembre vanno a Monte S. Angelo i pellegrini di Sant’Antonio Abate e di San Bernardino…
Le bizzoche dimesse di Santa Chiara in San Marco in Lamis nel primo ‘700 Anche se non rientra nel periodo storico oggetto del presente libro, ho pensato di includere questo testo in appendice per documentare la presenza femminile nella Chiesa sammarchese. La tradizione orale e alcuni scritti ottocenteschi ci attestano la presenza di monache clarisse a San Marco in Lamis. Il ritrovamento di questo straordinario documento ci mostra la presenza di donne consacrate nella Chiesa in San Marco in Lamis agli inizi del ‘700. S. Marco in Lamis. La chiesa di Santa Chiara.Questo documento, trovato nell’Archivio Diocesano di Foggia (fascicolo n. 383/3135), proveniente dall’Archivio Diocesano di Manfredonia, ci descrive l’attività di tre Bizzoche dimesse di Santa Chiara, e alcuni brani di un testo di Cecilia Giuliani sotto il titolo di Trattenimenti spirituali. Il testo ci descrive la vita e l’organizzazione di queste tre 'suore'; ci informa del modo di vestire e delle attività che svolgevano e della loro presenza 'attiva' nella Chiesa in San Marco in Lamis. S. Marco in Lamis. Il vecchio organo della Chiesa di Santa Chiara.La famiglia Sassano aveva messo a disposizione alcuni locali ed un orto per alloggiare queste 'suore'; il 'Convento' era formato da un dormitorio, una cucina, una piccola cappella, un localino per lavorare e uno per studiare e un parlatorio, oltre a una loggia esposta a sud, sull’orto ben coltivato e cinto da alte mura. Il visitatore dichiara che sono locali troppi angusti per poter istituire un monastero e che 'abbisognano altre strutture altrimenti non si potrà mai avanzare la richiesta di apertura di un monastero'. Purtroppo il monastero delle clarisse non venne mai costruito. La famiglia Sassano nella metà del ‘700 costruì la chiesa di Santa Chiara che poi alla fine dell’’800 venne acquistata dai cittadini di San Marco in Lamis. Dietro suggerimento di Padre Giuseppe Piccirelli la chiesa fu intitolata al Sacro Cuore di Gesù(Nota 1), ma ancora ora è comunemente chiamata Santa Chiara. L’orto di Santa Chiara che viene descritto in questo documento è ancora ricordato come toponimo. L’abito indossato da queste donne era di color bigio-grigio cenere, con un mantello fino a mezza gamba color marrone; in capo un velo senza crespe e una fune per cintura. Dal testo Trattenimenti spirituali apprendiamo dalla buona formazione spirituale di queste suore che erano seguite attentamente dal clero e dai francescani. Dallo scritto traspare una profonda spiritualità e una riflessione mistica sul SS. Sacramento, fornace d’amore, e continua
una povera creaturella genuflessa avanti il suo tabernacolo, che di cuore l'ama, questa è tutta la sua delizia. Con lei si ricrea, si trastulla. Così, dunque, si gode quell’infinita bontà nella sua creatura; e la creatura con sì abominevole ingratitudine non vuol contentare il suo Creatore? No, mio Dio, non vò che si dica tal cosa di me: v’amerò, sì, con tutto quanto il cuore; mi trattenerò al più spesso che potrò avanti a Voi, sacramentato mio Bene, per ivi tutta consumarmi del vostro sacrosanto amore.
La Giuliani esprime profonde riflessioni laddove invita le sorelle a credere, amare e adorare il Sacramento perché l’occhio mira pane, l’odorato sente pane, il gusto gusta pane, il tatto tocca pane, solo l’udito dunque crede, e lo esibisce alla volontà, acciò lo gusti così nascosto; e qui sta il nostro gran merito … non vogliate, dunque, o sorelle scrutinare cosa veruna di sì alto Sacramento, ma solamente credete, amate ed adorate; la santa fede vi sia guida, e non i sentimenti e ragioni. S. Marco in Lamis. Chiesa di Santa Chiara.Il termine bizzoca non ci deve far pensare ad un insulto; perché le bizzoche o vezzoche o monache di casa, erano laiche consacrate in una sorta di monachesimo domestico; godevano in mezzo al popolo di prestigio e venerazione, e il termine dimesse non deve intendersi licenziate o umili, ma nella sua accezione medioevale di contrite e penitenti. Il fenomeno delle beghine nel nord Europa e del bizzocaggio nel Napoletano fu assai diffuso: nell’Arcidiocesi di Napoli, a metà Settecento se ne contavano ottocentoventi su una popolazione di 300mila abitanti. La Chiesa lo assecondò e lo governò fino ad un certo punto; i requisiti richiesti erano diversi da diocesi a diocesi, nel Napoletano bisognava avere più di quarant’anni, avere una dote di 36 ducati e rendite adeguate, accettare il taglio dei capelli, vestire casacca con cordoncino, panno di lino in testa con divieto assoluto di portare velo, sottogola e pazienza, essere inoltre nubili convinte, e superare il processetto che la Chiesa imponeva sulla vocazione al bizzocaggio. Queste donne decidevano di sottomettersi ad una regola di pietà, di sacrificio, il lavoro, e in penitenza, in castità e prendevano i voti durante una pubblica cerimonia oppure in privato sotto confessione. S. Marco in Lamis. Soffitto della Chiesa di Santa Chiara.Il bizzocaggio sopravvisse a San Marco fino alla metà del ‘900 (Nota 2). Erano presenti anche in famiglie non molto ricche le cosiddette zie monache che vivevano in casa ma vestivano con un abito monacale; lavoravano come sarte e vivevano in una semi clausura facendo molte penitenze insieme a molte preghiere e letture spirituali. Chi poteva permetterselo (Nota 3), aveva anche la cappella in casa e il sacerdote come assistente tutti i giorni. E’ da ricordare che agli inizi del ‘700 c’erano altre bizzoche o oblate'in Capitanata; il gruppo più importante era legato al Terz’Ordine Francescano di Lucera ed era seguito spiritualmente da San Francesco Antonio Fasani(Nota 4). Alcune caratteristiche, però le diversificavano da quella di San Marco in Lamis. Testo
S. Marco in Lamis. Sacrestia della Chiesa di Santa Chiara.Abbiamo visitato per conto dell’Ill.mo e Revmo D Marco Ant. De Marco vescovo Vestano delegato dalla f. m. R. Cardinal Giudice Abbate Commend. di qsta Badial terra di Sancti Marci in Lamis, il locale usato da donne consacrate in confessione che si appellano le 'Bizzoche dimesse di Santa Chiara'. La famiglia Sassano mise a disposizione il suo horto e poche case che erano fuori le mura per costruire il monastero delle recluse, ma purtroppo per la poca spesa si poterono fare solo un piccolo dormitorio, un foco, una piccola cappella, un localino per opificio, un locale di studio e il parlatorio, oltre una loggia esposta a mezzodì nel horto, ben coltivato e cintato con mura alte. Abbisognano altre strutture altrimenti non si potrà mai avanzare la richiesta di apertura di un monastero di vergini sotto i regolari precetti di S. Chiara d’Assisi per straniarsi alle blandizie di questo secolo per uno splendido avvenire. Se non si avranno altre entrate non si potrà mai costruire un monastero degno per ospitare vergini consacrate. S. Marco in Lamis. Particolare della sacrestia della Chiesa di Santa Chiara.Ora sono ospitate tre vergini e una serva, la decana è una tal Cecilia Giuliani, che ho interrogato sulla fede cristiana e sulla pietà, non ho trovato nessun errore, mi sono fatto consegnare il suo libro di pietà intitolato “Trattenimenti Spirituali”, ne ho copiato alcune pagine che trascrivo. Prima venivano seguite dalli monaci di San Matteo ora sono stati allontanati da queste donne perché le confondono la testa e il cuore. Di notte fanno molte veglie orazioni divozioni e molte genuflessioni, di giorno ancora eziandio orazioni, devozioni letture e opere buone, il tutto condito da multe penitense, digiuni, astinenza e flaggelazione con la disciplina, si lavora nelle ore deputate ma molto tempo est dedicato alla solitudine e al santo silenzio. Vanno vestite de bertino e da sopra un matello de panno de bruna lungo fino a mezzagamba e in capo uno velo de poca parenza senza crespe, e una fune per cintura. La porta di trasciuta è pesante e sempre chiusa. La cappella privata è di Santa Chiara, pote entrare solo il sacerdote per l’officiatura con il permesso del vicario, tutto ordinato e pulito. Si conviene che vadano per il noviziato e la formazione presso al Monastero della SS Trinità de Santa Chiara de Monte. Lì 26 giugno 1722 Il Delegato Antonio Beruduta data dalla Curia Arcivescovile di Manfredonia addì 21 marzo 1915 Sipontino Sac. Cafarelli Cancelliero della Curia di Manfredonia
Da Trattenimenti spirituali'di Cecilia Giuliani S. Marco in Lamis. Ingresso alla sacrestia della Chiesa di Santa Chiara dalla piazzetta chiamata 'orto di Santa Chiara'.Altri esercizi facevo tutt’applicata all’amor divino sacramentato per me. Questo Sacramento è per me una fornace di amore. Oh, che prodigi! Oh, che finezze vi miro, che tutta mi rapiscono: con che insaziabile fame me ne cibavo. La notte me la passo in lacrime e sospiri, anelando che venisse l'ora bramata di riceverlo. Venuta, tutta mi struggevo in lacrime d’amore avanti a Lui: non lo lasciavo in tutto il giorno. Me lo stringevo al petto e pareva che tutta mi consumansi nel di Lui amore e sensibilmente il sentivo. Ora é simile ma più semplicemente, dolcemente e soavemente. Molti fedeli assiston al sacrosanto sacrificio della Messa, che è una vera rappresentazione di ciò che occorse sul Calvario. Gesù Cristo gli vuol donar il suo divin Spirito ed essi non vogliono disporsi a ricevere sì pregiata grazia, per non disimbarazzar il loro cuore da queste frascherie terrene, Povero Signore. Quante inciviltà ricevete da sì vilissime creature! Vi rimiro maneggiato da mani sacerdotali; ma con sì mali termini e brutte maniere, che mi cagiona spavento. Così vi stimano le creature. Che debbono dire gli Angeli di così grand’ardire di vilissimi vermicciuoli della terra? Essi, che tremano avanti la vostra infinita Maestà? E pur per essi non s'è incarnato, ne rimasto prigioniero nel Sacramento; ma bensì per noi. S. Marco in Lamis. La Chiesa di Santa Chiara.Perdonateci, o infinita bontà, tante ingratitudini! Non resta pago, ne soddisfatto il Signore nel veder milioni d’Angeli affollati a suoi altari: non è questo ciò che desidera. I suoi fratelli vuole, i suoi parenti veri, quelli che fanno la sua santa volontà, quelli che il suo sangue brama. Una povera creaturella genuflessa avanti il suo tabernacolo, che di cuore l'ama, questa è tutta la sua delizia. Con lei si ricrea, si trastulla. Così, dunque, si gode quell’infinita bontà nella sua creatura; e la creatura con sì abominevole ingratitudine non vuol contentare il suo Creatore? No, mio Dio, non vò che si dica tal cosa di me: v’amerò, sì, con tutto quanto il cuore; mi trattenerò al più spesso che potrò avanti a Voi, sacramentato mio Bene, per ivi tutta consumarmi del vostro sacrosanto amore. S. Marco in Lamis. Sopra l'altare maggiore della Chiesa di Santa Chiara.Il sacramentato Signore molto più si compiace di un’anima umile, che lo loda con profonda riverenza ed amore, di quello si compiaccia in milioni di spiriti beati. Ma perché questo? Perché per gli spiriti celesti, non si è sacramentato; elli sono cortigiani della reggia celeste, lo mirano svelato negli splendori della gloria, non possono non amarlo e nella perdita di questa lor libertà consiste la loro eterna beatitudine.Non così noi, che lo miriamo velato, e che l'udito solo, per via di fede, ha la pura entrata in questo gran Sacramento; perché l’occhio mira pane, l’odorato sente pane, il gusto gusta pane, il tatto tocca pane, solo l’udito dunque crede, e lo esibisce alla volontà, acciò lo gusti così nascosto; e qui sta il nostro gran merito e dove diamo gusto a Dio in questo atto di fede, che quanto è più priva di sentimenti e ragioni umane, tanto è più nobile e meritoria. Non vogliate, dunque, o sorelle scrutinare cosa veruna di sì alto Sacramento, ma solamente credete, amate ed adorate; la santa fede vi sia guida, e non i sentimenti e ragioni.
La lapide presente a Palazzo Badiale a San Marco in Lamis. Vi propongo la versione di Gabriele Tardio.
Concessione di capituli et immunita & franchitie all’Università e agli abitanti di San Marco in Lamis da parte dell’abate commendatario Vincenzo Carafa Nel secolo XVI Sicuramente agli inizi del ‘500 ci furono molte sommosse popolari contro i soprusi degli 'offigiali' dell’Abbazia e dei suoi 'affittatori'. La popolazione capeggiata da Donatello Compagnone rivendicava antiche immunità e franchigie oltre agli usi civici iscritti nei Capituli che per sua fortuna conservava in originale e copia. E’ da sottolineare il fatto che venga ribadito nelle concessioni il diritto ad un conpetente e giusto salalio sagome anticamente e stato solito; forse è da mettere in relazione a soprusi subiti a causa di offigiali, governatore e affittatori che volevano ristabilire la tristemente famosa servitù della gleba. Il 22 giugno 1537 all’Università e agli abitanti di San Marco in Lamis viene riconfermato e concesso:
la possibilità di usare et pascolare herbe spigare e cliandare et pernottare in tutti li terreni … di detta abbazia si come anticamente li hanno pascolato e posseduto (uso civico);
il diritto ad avere giusto salario, come anticamente è stato solito;
di fare forni e centimoli per loro uso di casa;
di far pascolare e abbeverare gli animali domiti, e di raccogliere legna secca in buoni tempi e in tempi fortuito si possano tagliare hogni sorte di legni infruttiferi … ancora lo ceppone di Natale nella defensa dell’abazia;
l’immunità e communità con le Università e abitanti di San Giovanni Rotondo e Rignano;
un giorno franco di mercato settimanale non per mercantie ma solo per le grasse e vettovaglie.
L’Abate si obbliga ogni anno di mutare gli offigiali che non devono essere affittatori dell’Abate. Si ribadisce, altresì, che la defenza de Valle Stignano è proprietà dell’Università e degli abitanti di San Marco in Lamis, e che è solita vendersi per beneficio e bisogno dell’Università. Molto probabilmente ci saranno state delle contestazioni e per questa ragione Donatello Compagnone, civem Santi Marci in Lamis cum protestate relationis, presentò copia e originali di capituli, immunità & franchigie il 5 aprile 1559 al Cardinal Vincenzo Carafa, Abate commendatario, che confermò le concessioni, le quali furono trascritte su una lapide ora collocata nel palazzo badiale. Attualmente la lapide è murata nel corridoio al primo piano ed è formata da nove lastre di pietra locale, di cui una non incisa; i bordi sono leggermente rovinati e i caratteri sono tutti maiuscoli senza punteggiatura né accenti. Agli inizi della terza lastra ci sono alcune lettere incomprensibili. Il Fraccacreta scrive che agli inizi dell'800 questa lapide era presso la sede dell’Università, vicino alla chiesa di Sant’Antonio Abate (Leggi la nota) sulla piazza maestra. Purtroppo, per molti anni, questa lapide è stata sempre osservata ma mai studiata attentamente, anzi si è fatto confusione dichiarando che la stessa rappresentasse la concessione dei diritti di uso civico, ma l’uso civico non è iniziato in questo periodo ma è sempre stato esercitato dagli abitanti di San Marco in Lamis fin dal medioevo. In questo momento veniva solo riconfermato dalle tre parti in causa: l’Abazia, l’Università e i cittadini residenti. Questo documento attesta sostanzialmente che esistevano dei Capituli contenenti i diritti di uso civico, le immunità e le franchigie, confermati nel 1559 ai cittadini di San Marco e ribadisce il diritto di proprietà della Defenza di Stignano a favore della Università. Le concessioni, quindi, andrebbero studiate più attentamente alla luce del diritto medioevale e feudale e inquadrate nel particolare periodo storico del XVI secolo. L’Abate commendatario viene chiamato erroneamente Carrafa. Testo In primis detta università et huomini di quella humilmente supplicano V. S. I. si degna concederli che possano con loro bestiame usare & pascolare herbe spicare & cliandare e pernottare in tutti li terreni herbe e spiche e cliande di detta abbazia si come anticamente li hanno pasculato e posseduto & al presente godono pasculano e posseggono Ancora si supplica V. S. I. R. li piaccia concedere alla detta unoverssita & huomini che non possano essere comandati da suo offigiale ne da qualsivoglia governatore ne affittatori di detta abbazia in esercitio alcuno vale o personale senza conpetente e giusto salalio sigome anticamente e stato solito & osservato et al presente si osserva Ancora si supplica V. S. I. R. si conpiaccia concedere a detta universita & huomini di quella che possano fare forni e centimoli per loro uso diccase loro senza pagamento alla corte _______ Ancora si supplica V. S. I. & R. si degna concedere alla detta universita & huomini di quella che possano con loro animali domiti pascolare nella defensa di detta abbazia abbeverare allo cutino e cisterna sincome stato solito per il passato Ancora si supplica V. S. I. & R. si degna concedere a detta universita & huomini di quella che comunamente possano tagliare nella defensa di detta abbazia legna secche cio ollati in buoni tempi & in tempi fortuito si possano tagliare hogni sorte di legni _______ infruttiferI & ancora ::: lo cippone del Natale come anticamente e stato solito Ancora si supplica V. I. & R. si degna concedere alla detta universita & huomini farli godere & usare hogni immunita communità & unione che hanno hauto & al presente hanno con loniversita & huomini di San Giovanni Rotondo e Rignano sincome anticamente tra loro e stato usato e consueto quando per li signori offigiali & huomini di dette terre di San Giovanni e Regnano sarà osservato & adempito alla _____ detta universita & huomini di San Marco Ancora si supplica V. S. I. & R. si degna concedere di grazia speciale ad essa universita & huomini che quandocumque li piacera affittare detta abbazia V. S. I. & R. habbia da ponere e dap. offigiali e non laffittatori quali offigiali deputeranno per quella habbiano da essere giudici tra laffittatori & huomini di detta universita accio non siano vessati e molestati ingiustamente dalli affittatori e si degna loffigiali mutarli anno per anno come e stato & solito consueto Ancora detta universita & huomini di quel ______ la fanno intennere a V. S. I. & R. come ab antiquo da per se detta universita have havuto una defenza per lantecessori concessali per uso di loro bestiami quale defenza si nomina la defenza de Valle Stignano dentro li territorii di detta abbazia esistente e detta defenza e stata solita vendersi per beneficio e bisogno di detta università Ancora detta universita & huomini di quella supplicano a V. S. I. & R. si degna concedere ______ per grazia un giorno di franco la settimana specialmente sabbato per quelli veneranno a questa terra di Santo Marcco in vendere o vero comprare e tal che essendoci in detto di defranco si possano conducere e vendere vettovaglie & altri subsidii in benfitto & utile di detti poveri vassalli ut altissimus & c dechiarando che tal franchiTia si tenda per le grasse e vettovaglie solamente e non per altra sorte di mercantie & c. Ista ut supra concedimus manu nostra quatenus universitas in possessione existat ________ presentata per Donatellum Compagnone civem Santi Marci in Lamis cum potestate relationis copiam primi capituli & recuperandi originale die 22 iunii A.D. 1537 Foggia e capituli et immunità & franchitie quali si dimandano per lo oniversita & huomini di Santo Marco in Lamis humili e devoti vassalli dell I. & R. S. VINCENDO Carrafa di Napoli perpetuo commendatario della venerabile abbazia di Santo Giovanne in Lamis A. S. I. & R.________ Locus sigilli Vincenzius Carrafa Datum in terra nostra Sancti Marci die quinto mensis aprilis millesimo quincentesimo quinquagesimo nono
Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?
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