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Unità e brigantaggio
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Verso il nuovo regno

Stampa del 1860 che mostra le critiche garibaldine alla situazione nel 1860: Garibaldi regge un foglio sui temi dell'armamento nazionale, liberazione di Roma e Venezia e i suoi decreti emessi a Napoli, a terra giacciono due fogli con i nomi di Nizza e Savoia, tre garibaldini feriti volgono le spalle ad un gruppo di borghesi e notabili che ballano, commentati col detto: 'Il maestro di cappella è mutato, ma la musica è la stessa'.
Stampa del 1860 che mostra le critiche garibaldine alla situazione nel 1860: Garibaldi regge un foglio sui temi dell'armamento nazionale, liberazione di Roma e Venezia e i suoi decreti emessi a Napoli, a terra giacciono due fogli con i nomi di Nizza e Savoia, tre garibaldini feriti volgono le spalle ad un gruppo di borghesi e notabili che ballano, commentati col detto: 'Il maestro di cappella è mutato, ma la musica è la stessa'.
Il grosso bagaglio di problemi che alla vigilia del plebiscito il Giuliani lasciava in eredità al nuovo sindaco Antonio De Theo era invero di una mole imponente e paurosa, tale da scoraggiare chiunque, e, in modo particolare, il capo di un comune che si avviava ad essere “culla”, “fucina” (sono parole dello stesso Giuliani) del brigantaggio e “vergogna nazionale” (come dirà poi il prefetto di Foggia). L'alba della nuova vita si annunziava con barbagli foschi e sinistri, con qualche tuono minaccioso all'indomani stesso del plebiscito. I passi incerti e non privi di sbandamento del nuovo Regno non promettevano sul momento nulla di buono. Ed è mirabile cosa notare come, nonostante tutto, l'unità del nuovo Stato abbia miracolosamente resistito ad ogni gravissimo urto: la saldezza della fede dei pochi, l'ostinata pervicacia di tanti oscuri eroi del buon senso, l'infinita pazienza, la generosità, lo slancio, lo spirito di sacrificio dei preposti alla tutela dell'ordine ci possono in qualche modo spiegare tale miracolo. Erano i sindaci del tempo certamente i cirenei della situazione, votati da un'ingrata fatica a un eroismo tanto più nobile quanto più oscuro. Rivolgimenti radicali dovuti a trasformazioni di stato, di regime e conseguente indirizzo di governo erano, di per sé, già grossi problemi; ma a S. Marco, per la mentalità anzidetta della popolazione, si andava, con rapidi drastici passaggi, inevitabilmente e fatalmente verso la tragedia: alla farsa del 28 ottobre per il plebiscito successe il lungo drammatico inverno e finalmente la catastrofe del 2 giugno 1861.
A distanza di un secolo si possono vedere ora in limpida prospettiva tutti i motivi che la costituirono, i quali furono vari e complessi e perciò decisamente rifuggiamo dall’interpretazione unilaterale di quegli avvenimenti. Motivi che ora isolati costituiscono la nota predominante di una musica sinistra e funesta e che ora s'intrecciano, convergono e divergono, acutizzando ed esasperando così una situazione di per se stessa disperante: motivi politici e personali che conducono alla faida più barbarica e selvaggia; motivi sociali, economici, familiari, religiosi, morali, ambientali porgono, col loro insorgere e con i loro contrasti, naturale alimento a disertori, a latitanti, a delinquenti comuni, ad avventurieri di ogni risma, a manutengoli e, infine, a briganti: e su tutto il generale malumore, con minacce di insurrezioni, per le sempre crescenti tassazioni, taglie e vessazioni di ogni genere. Ne è da sottovalutare il ruolo importante giuocato dall'ignoranza, pura e semplice fonte di ingiustificata paura del nuovo, dei garibaldini, degli avventurieri - i cui soprusi sono già stati notati - e di invalicabili muri d'ombra. Per quest'ultima ragione è stato osservato, con acuta e amara ironia, che ai galantuomini che hanno voluto l'unità d'Italia, tassati e vessati fortemente dallo Stato e dal comune e più ferocemente depredati e saccheggiati nelle loro case dai briganti, il Risorgimento è venuto a costare ben caro. In tale groviglio dovette dibattersi il povero e davvero eroico sindaco De Theo, il quale, pur non avendo l'altezza di ingegno del suo predecessore, aveva però dalla sua una carica di energia, una volontà, uno slancio che al vecchio Giuliani ormai mancavano, per cui non poche volte seppe tener testa con decisione e fermezza, e qualche volta con minaccia di dimissioni dall'ufficio al sottintendente di S. Severo e al governatore di Foggia. A seguire il serrato dialogo tra questi due e lui, attraverso le pratiche di ufficio (che abbiamo minuziosamente lette e riordinate), ne viene fuori un'istruttiva pagina di storia, di significato tutt'altro che locale.

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Domenica 28 ottobre: ancora trattative e finalmente il plebiscito

S. Marco in Lamis: il vescovo della diocesi di Foggia circondato da numerose persone.
S. Marco in Lamis: il vescovo della diocesi di Foggia circondato da numerose persone.
“A prima ora del seguente mattino, domenica, tutto il popolo armato trovavasi altra volta schierato fuori al Piano. La deputazione riunita diede lettura della convenzione stabilita col generale in Rignano. Non tutti la sentivano bene e specialmente riguardo al disarmo. I sangiovannesi che non vedevano in trattativa gli affari del loro paese, giacché anch’essi dopo l'eccidio commesso desideravano la pace, fremevano, e l’Antini e il Cascavilla minacciavano rimanersene coi paesani armati in campagna per disturbare la pace ottenuta. A siffatte minacce il popolo sammarchese che quasi era persuaso ad accettare le condizioni di pace, surse altra volta a gridare che se la truppa doveva venire non doveva entrare armata, ma depositar dovea ancor essa le armi ove si richiedeva il deposito delle armi cittadine. Strana pretenzione! ed il galantuomismo ed il clero non potevano persuaderli. Si dové ricorrere ad Agostino Nardella “Potecaro”, che con la sua influenza sul popolo ne fece raggiungere lo scopo, ed il disarmo avvenne, depositandosi li fucili nel camposanto. Intanto l’ora di appuntamento era per passare, ed essendosi ottenuto il deposito delle armi, si spedì Pasquale Tancredi al Generale, onde far noto che la deputazione non si muoveva ancora, perché stava disponendo le cose per la votazione del plebiscito, essendosi il disarmo già fatto. Così assicurati il Governatore e il Generale, si apparecchiavano a uscire da Rignano e muovere verso San Marco, e da qui, dopo che la popolazione si calmò, la deputazione contenta si mosse ad incontrarli.
San Marco in Lamis: Largo Piano ovvero Piazza Europa.
San Marco in Lamis: Largo Piano ovvero Piazza Europa.
E tu, lettore carissimo, non puoi immaginarti, né io saprei dirti il cambiamento istantaneo che successe nella popolazione poco prima sì feroce. Come quando succede in un teatro il cambiamento di scena, che da quella che si faceva vedere un carcere, una casa di lutto, ne succede un'altra briosa, allegra come quella che è per festa, così avvenne quel giorno. Poco prima lo squallore era dipinto in tutti i volti, le strade parevano a lutto, se qualcuno ti guardava lo credevi nemico. In men che lo dico le facce degli uomini si erano rimesse da quell'aspetto ferigno, e tutti indistintamente allegri uscivano dalla casa comunale, dalle botteghe, dalle strade col ‘Sì’ sulla falda del cappello e nelle pieghe dei berretti, e molti, per farla più sontuosa, uscivano col ’Sì’ di tre colori che facevano fare da un pittore, e quel ‘Sì’ che tanto aborrivano e che se fosse stato pronunziato in tempo avrebbe risparmiato il paese dallo spavento e dal terrore, si pagava financo ognuno un grano. Tutte le porte, tutti i balconi, tutte le finestre ornate si erano di bandiere tricolori con lo stemma di Savoia, ed in mancanza di questo si vedevano faccioletti di colore con in mezzo la croce bianca. E così parate tutte le strade davasi il segno della pace accettata, ed il cuore che prima era oppresso dal timore e dallo spavento si apriva a respirare la vita. Verso le ore 20 [precisamente verso le attuali ore 13 e 30, poiché le ore 24 corrispondono a quella dell'Ave dopo il tramonto] la truppa comparve sulle ‘Coppe’, e si vedeva la cavalleria in bella linea disposta sulla cresta delle montagne. Allora tutto il galantuomismo con bandiere tricolori e tutta la popolazione si mosse ad incontrarla, salutandola con gli evviva a Garibaldi e al Re Galantuomo. Prima a calare fu l'avanguardia, e quattro dragoni si misero alla custodia dei fucili depositati, e un tenente delle guide a cavallo fece schierare la popolazione in due ale, e la istruì come doveva salutare la truppa. Lo squillo della tromba ordinava la ritirata dei cacciatori che si erano sparpagliati sulle vette dei monti e il rullo dei tamburi faceva disporre la truppa al defilare, e così, tra il suono della banda musicale che accompagnava la truppa, tra gli evviva a Vittorio Emanuele, a Garibaldi, all'Italia, una, libera, indipendente, si entrò nel paese per la strada Ponte alle Grazie. Tutte le strade formavano un continuo padiglione di bandiere tricolori e faccioletti crociati: le donne dai veroni sventolavano bianchi lini, salutando la truppa con gli stessi evviva. Si girò sempre gridando per la piazza maestra, si prese la piazza seconda da San Berardino, e si camminò per tutto il paese; e quando si giunse al Corpo di Guardia, un altro grido di evviva ed ognuno soddisfatto si ritirò. I soldati cantando e contentissimi della ricevuta accoglienza presero gli alloggi per riposare. Per ordine del governatore il popolo riunitesi in comizio divenne al plebiscito, che non poté aver luogo nel giorno 21, e la Commissione in permanenza sino alle ore 24 ebbe colma di ‘Sì’ la cassolina dei voti, che il dì seguente si portava a Foggia dal decurione Don Giovanni Picucci con uffizio della lodata autorità, e schiusa da quella commissione risultò in numero di 3.200 ‘Sì’ (Nota 1) e non si rinvenne alcuna cartella per il ‘No’”.

Pur dopo tanto tempo trascorso, l'onda di commozione del buono e vecchio Giuliani raggiunge anche noi, ma... come spiegarsi questo improvviso cambiamento di scena, così radicale e totale? Quel giubilo, quell'entusiasmo della stessa folla che fraternizza con i soldati di Garibaldi e di Re Vittorio ci lascia perplessi. La popolazione era dunque stata ingannata ancora una volta sulle buone e giuste intenzioni dei soldati italiani?
L'inganno caduto spiegherebbe l'esplosione di gioia e l'unanime votazione plebiscitaria? In quella gioia però, in quell'entusiasmo notiamo qualche cosa, se non d'isterico, certamente di posticcio, di artificioso e di effimero (Nota 2). I fatti che seguiranno a pochi mesi di distanza lo confermeranno. A parte il voto non segreto (con tre urne, con schede distinguibili dal colore e numero inferiore (Nota 3) preventivato per le rosee: per cui si presumeva scontato in anticipo l'esito favorevole), come ha fatto la commissione provinciale, aperta l'urna, la 'cassolina', a contare 3.032 'Sì' e a non rinvenire nessuna 'cartella' rosea, scheda cioè negativa?
Negli atti da noi rinvenuti però v'è un elenco nominativo degli elettori di questo Comune che arriva precisamente fino al numero 3.086. Ammesso che non vi sia stato alcun assente per giustificato motivo di malattia o per altro impedimento, v'è una differenza nel numero di non votanti di appena 54. Come poteva esserci un così travolgente e mutevole entusiasmo da un giorno all'altro? Effettivamente non vi è stato alcun votante che si sia cancellato dall'animo, al momento del voto, l'immagine del figlio di Maria Cristina?
Per questo gratuito e inutile broglio elettorale pensiamo alle malinconiche riflessioni dell'autore del Gattopardo. In quell'entusiasmo popolare v'era dunque qualcosa di burlesco, il piacere di un giuoco puerile, come di chi l'ha fatta franca, di chi l'ha scampata bella.
Pur ammettendo una genuina maggioranza favorevole, v'è comunque in tutto questo, nella votazione ritardata, il mesto odore di una minestra riscaldata. Ma vi è dell'altro: in data 26 ottobre il governatore provinciale, per i troppi disordini e moti insurrezionali dauni, assumeva i pieni poteri. A S. Marco il 28 ottobre c'erano le truppe inviate dal governatore e quelle di un uomo di ventura quale Liborio Romano: e ognuno sa come vanno a finire le votazioni con le baionette a pochi passi dalle urne.
Nonostante la sua indubbia diligenza, tutte queste considerazioni il buon Giuliani non le fa e non le poteva fare.
Per suo conto il governatore di Foggia, con nota del 4 novembre 1860 informava il sindaco di S. Marco sui risultati ufficiali del plebiscito tenutosi in tutte le provincie del continente (Nota 4). E per finire, ecco la storia di un retroscena e dei suoi odiosi strascichi.
Si tratta di una domanda e di una risposta, rispettivamente dell'intendente di S. Severo e del sindaco di S. Marco, che qui trascriviamo:

'Signore,
sarà compiacente di informarmi della condotta del signor Liborio Romano della disciolta brigata Peuceta in Avellino; e nel caso che costui pervenga costà di strettamente sorvegliarlo. L'Intendente Folinca.
Sansevero, 28 Gennaio 1861'.

'Sig. Intendente,

S. Marco in Lamis: il municipio già Palazzo Badiale
S. Marco in Lamis: il municipio già Palazzo Badiale
nella sera del 25 ottobre prossimo scorso anno, si fece ad arte sorgere la voce in questo comune da segreti messi del Sig. Romano, che una partita di milizia avventuriera, comandata da esso Romano era giunta nel limitrofo comune di Rignano, per quindi recarsi in questo comune e mettere a sacco e fuoco questi abitanti e abusare delle donne. Inferocitesi il basso popolo a tale novella si riunì nella notte per impedire l'entrata dei militi, ed i galantuomini e gente da bene emigrarono con le famiglie a piedi in altri comuni e nelle campagne. Infatti gli sforzi di Don Michele La Porta 2. eletto allora funzionante da sindaco, e del clero, e galantuomini riuscirono vani, ed in allora il detto signor La Porta spedì un espresso a cavallo al sig. Governatore in Foggia, il quale in vista si portò di Rignano, ove chiamò una commissione. Il 2. eletto in unione di galantuomini, parroci ed altri preti si portarono in Rignano, e quasi catturati, contro ogni diritto stabilì il Sig. Romano delle condizioni per rispettare la vita, l'onore delle famiglie e le proprietà dei cittadini. Fra queste ordinanze del dì 28 ottobre scorso stabilì una tassa di ducati 6.000 a peso metà del clero e metà di tutti gli ordini della città pagabile fra ventiquattro ore sotto il pretesto di spese di guerra, mentre dopo altri ducati mille si fecero pagare per diarie ai soldati, come si rileva da legali ricevute.
S. Marco in Lamis. Vecchio carro funebre della impresa Del Vecchio, ora scomparsa.
S. Marco in Lamis. Vecchio carro funebre della impresa Del Vecchio, ora scomparsa.
I ducati 6.000 vennero pagati col coltello alla gola ed introitati dal Sig. Romano ed è questa la causa che tiene e terrà in agitazione questo popolo che stimando la tassa ingiusta non sente di pagarla ed erutta voci di sollevazione. I proprietari poi che anticipavano i ducati 3.000 per brevità di tempo, temendo di perderli maledicono il nome di Romano, il nome del sindaco [è una frecciata del nuovo sindaco De Theo contro il vecchio Giuliani: tra i due evidentemente non c'era buon sangue. Altro temperamento quello del De Theo - come vedremo - più energico e, quando occorre, più risoluto contro tutti: autorità, briganti e vecchi amici liberali] e decurionato e quello del popolo ancora. I preti non cessano mai di maledire il Romano con ogni potere. Oltre a ciò tutte le baionette e buona parte dei migliori fucili depositati d'ordine del sig. Romano nel corpo di guardia da questa disciolta guardia nazionale vennero rubati da detta brigata oltre a tante scroccherie ed abusi commessi dalla brigata medesima. Dal quadro che Le ho abbozzato desumerà la condotta del sig. Romano serbata in questo Comune, a prescindere da ciò che ha praticato nei limitrofi comuni di Rignano e S. Giovanni Rotondo, ove intimoriti gli abitanti avevano abbandonate le case e a discrezione non di onorati militari, ma di sordidi avventurieri che si dedicavano al temporaneo mestiere delle armi per derubare quanto loro veniva il destro di vedere. Non mancherò tenerlo sorvegliato pervenendo in questo Comune. Serva ciò di riscontro al di Lei riverito foglio del 28 stante senza numero. Il Sindaco.
San Marco in Lamis, 30 Gennaio 1861'.

Dobbiamo però, a questo punto, far rilevare che era questa faccia negativa del Risorgimento, nell'inevitabile e impetuosa azione, concime fertilissimo all'imminente brigantaggio, e che l'unità italiana si presentava al popolo sammarchese tutto col volto del saccheggio nella prepotente figura di un avventuriero garibaldino (Nota 5-1) (Nota 5-2) (Nota 5-3).

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Veduta di Borgo Celano a S. Marco in Lamis. Il Borgo nacque nel 1908 come Villaggio S. Matteo
Veduta di Borgo Celano a S. Marco in Lamis. Il Borgo nacque nel 1908 come Villaggio S. Matteo
Seconda reazione, un Farinata plebeo e il plebiscito del 28 ottobre.
Dopo i chiarimenti già fatti, con alcune precisazioni e un tentativo di interpretazione delle due sollevazioni, ci pare opportuno ora affidarci senz’altro al Giuliani. Cronista diligente e attento, d'una precisione e fedeltà che certamente gli venivano dalla professione notarile, il Giuliani dimostra una notevole sensibilità storica, anche se il suo punto di vista è inevitabilmente unilaterale e non gli permette di comprendere a fondo le ragioni dell'altra parte. È evidente che noi, così dicendo, ragioniamo col senno dei posteri, con la prospettiva di un secolo di distanza; ma è anche chiaro che alcune deposizioni, genuine e non sospette dello stesso Giuliani, si ritorcono contro di lui e l’imbelle sua parte. Si devono infine ammirare nel Giuliani alcune qualità di vero scrittore: vi è ancora nelle pagine che seguono la presenza viva di un gusto del tempo, di un umore e colore che certamente saranno graditi al lettore. Superfluo aggiungere che non si possono condividere, anche se umanamente si comprendono, certe sue invettive contro la turba rivoltosa, terrorizzata e terrorizzante.

Un angolo di Rignano Garganico.
Un angolo di Rignano Garganico.
“Gli eventi tumultuosi e tremendi che si succedono in San Giovanni Rotondo (Immagine)b_250_0_16777215_01_images_brigantaggio_parte1_tooltips_palazzo-san-francesco.jpg spaventarono l’intiera provincia, e sempre più richiamarono l'attenzione dei superiori, che perciò nel giorno di giovedì 25 una forza di Garibaldini, al comando del generale Romano (Nota 1 - 1. parte) (Nota 1 - 2. parte), in numero sopra mille, altra volta usciva da Foggia, e non più direttamente per l’infame paese si dirigeva, ma prese la volta di Rignano, ove giunse alle ore tarde della sera. I naturali di quel paese, quasi tutti, avevano abbandonate le proprie case per la tema che i sammarchesi fusserò ivi andati per rovinarli, poggiando fede a quello che si vociferava. Giuntavi la truppa, onde alloggiarla si dovettero aprire le case per lo più rimaste incustodite, per cui ne seguirono quei soprusi che qui non è lecito ricordare. Per l'arrivo della truppa in Rignano, i proletari sammarchesi, uniti a non pochi sangiovannesi, fecero ritorno a ciò che era già succeduto nel mattino del giorno otto. Voci allarmanti uscivano dalla moltitudine, che arrecavano l'universale spavento. La forza, dicevano, aggredirà il paese; le nostre donne saranno disonorate e tutto sarà posto a sacco e fuoco”.

Ancora una volta la strana e paradossale situazione di un popolo impazzito: si crede minacciato dalle sopravvenienti truppe garibaldine, e in più si sente pressato dagli stessi rivoltosi che lo hanno subornato per credersi infine ricacciato e sfuggito come cane rognoso e appestato dai paesi limitrofi e dalla stessa gente del contado.

Veduta della valle dello Starale nella quale si trova S. Marco in Lamis.
Veduta della valle dello Starale nella quale si trova S. Marco in Lamis.
“All'armi adunque. Oh cecità, oh insania! Tutti corsero all'armi, e per armarsi chi di anni era privo, il popolo in rivolta assaliva le case dei proprietari, richiedendo fucili e munizioni, e chi poté prestarsi dové contentarli. Si chiassava e tumultuava in modo inesprimibile in tutta quella terribile notte, nella quale non si prese cibo né sonno. Le famiglie venivano sorprese da mille tristi pensieri, e dalla maggior parte si prese la determinazione di fuggire in campagna. Ed era cosa spaventevole vedere tutte le primarie famiglie del paese, e tra esse degli uomini inoltrati in età, e donne inabili, non avvezze al cammino, uscire di notte tempo dalle case loro, e chi con i piccoli loro figli nelle braccia, chi sostenendo il vecchio padre, chi trasportando materassi e coverte per dare riposo a colui che più indebolito fusse giunto alla meta del loro sconsigliato imprudente viaggio. Fuggire spaventati inerpicandosi sulle alte e alpestri montagne, che dalla parte settentrionale circondano il paese, e fortunato chiamavasi colui che nella fuga non trovava ostacoli, come non a pochi è avvenuto, giacché tutto il paese e tutte le uscite erano custodite dal popolo che gridava ai fuggenti: - non uscite, non ci abbandonate, perché noi difendiamo l'onore, la vita, la roba di voi tutti; e se voi tutti abbandonar ci volete all'ira della truppa, noi saccheggeremo le vostre case e metteremo tutto a fuoco. Che perciò fu giuocoforza agli ostacolati far ritorno nelle proprie abitazioni. Di quelli poi che uscirono, chi ne può descrivere i trapazzi, gli incomodi ed i mille mali cui andarono soggetti? Chi non avendo potuto trovare alcun ricovero, è stato costretto a starsene tutta la notte all'aria aperta, accovacciato dietro una maceria, esposto al rigido di una notte di ottobre, che nel nostro paese è un principio di inverno: chi entrato in una qualche rurale abitazione, appena vi trovava luogo per essere all’impiedi, e stretto dalla moltitudine ruggita da non potersi muovere; chi appena per favore poteva avere poca paglia per accovacciarsi in un cantuccio, e vedevasi costretto a ritirarsi in qualche lurida grotta a mo’ di immondo animale. Non poche delle famiglie così trapazzate, nella notte per non andare incontro forse ad un'altra più terribile, si decisero, all'albeggiare, andarsene nei convicini paesi, e perciò si diresse per Sannicandro una parte, altra per Sansevero, altra per Apricena. Ma quale non fu la sorpresa quando veniva loro contrastata l'entrata nei detti paesi, perché i convicini popoli già si erano malamente prevenuti al riguardo dei sammarchesi. Convenne piangere e pregare e chiedere garanzia agli amici. E chi descriver potrà lo spavento di quelli rimasti in campagna, quando un banditore, mandato dai caporioni del popolo, girando per colà con tromba e tamburo, invitava tutti a ritirarsi se non volevano che le loro case si fussero esposte al sacco e al fuoco?
Convenne loro, dopo una penosissima notte, ritornare in paese calando quelle ripidissime montagne che a stenti salirono la notte innanzi. Il sole del venerdì [26 ottobre] incominciava a indorare le creste dei monti. Le voci di allarmi si facevano nuovamente sentire, e chi di arma da fuoco non poté essere provvisto, si vedeva armato con armi di ogni specie. I timori di una vicina aggressione sempre più aumentavano, e specialmente dal silenzio in cui si rimaneva il generale Romano, il quale nessuna partecipazione uffiziale ne faceva giungere alle autorità locali: ciò non pertanto si sperava che quella forza si sarebbe diretta non già per San Marco, ma per San Giovanni Rotondo. Il giudice regio, Don Luigi Altobelli, il secondo eletto funzionante da Sindaco per la mia dimissione, Don Michele La Porta, intrattennero la moltitudine, e mossero per Rignano in deputazione, ma, giunti a metà della strada, alcuni contadini reduci da quel paese l’intrattennero, assicurandoli che la forza sarebbe venuta sdegnata in San Marco e che non voleva sentirsi parlare di pace. Quindi i due magistrati se ne ritornarono, ed alla loro comparsa i malevoli, persuadendosi nella loro ostinatezza, che tutto era inutile, che la truppa sarebbe venuta in paese per metterlo al sacco e al fuoco, ed esporre il popolo al furore militare, armati come si trovavano, e rafforzati dai sanguinari sangiovannesi, presero prestamente la via di Rignano, nel contempo che la truppa per qua si muoveva”.

E qui il prodigio di uno strano fenomeno meteorologico, inteso dalle parti come provvido intervento, cui anche altri cronisti, tra cui il Tardio, accennano.

Il castello baronale di Rignano Garganico
Il castello baronale di Rignano Garganico
“Quando le due forze furono a vista, la truppa si schierò in posizione di guerra e sotto il comando militare si avanzava.
Non così la massa, la quale senza direzione e senza comando si precipitava per essere affrontata e distrutta. Nell'avvicinarsi si scambiarono delle fucilate, e, per quanto si disse, l'armata tirava per non offendere ma per intimorire. Il cafone irruente non curava pericoli e si inoltrava. Ma, oh portento! nel mentre che limpido e raggiante della più pura sua luce il sole si alzava in un ciclo perfetto azzurro e tutto sgombro di nubi, ed intrepido spettatore della funesta scena annunziava il più bel giorno di autunno, alla prima azione una nube misteriosa sorta nel solo perimetro della pugna, recava nebbia addensata sopra di quella montagna, e, strette le tenebre come la notte, la bellica azione non più poté proseguire, e la forza, a miglior consiglio, inesperta dei luoghi, dové non senza stenti retrocedere in Rignano, nel mentre che i rivoltosi, quasi con la stessa difficoltà, facevano ritorno in paese. Nel conflitto non si deplorò alcun ferito”.

È dunque in atto uno scontro tra le forze garibaldine, rappresentanti la nuova Italia, e quelle di una massa ancora fedele al Borbone; per la seconda volta in un mese S. Marco vuol testimoniare, con questi sussulti di resistenza, la sua fedeltà al vecchio regime.
I sammarchesi però sentono di aver purtroppo perduto la partita, e finalmente chiedono una resa onorevole, venendo a patti con coloro che, sbarcati il 19 agosto a Melito, raggiungeranno e occuperanno, in nome dell’Italia appena il 28 ottobre, la loro città. I delegati al patto di resa saranno sì i borghesi e le autorità costituite, ma il comando, la vera autorità è nelle mani dei ribelli che rappresentano la più parte del popolo.

Veduta di Rignano Garganico.
Veduta di Rignano Garganico.
“Ritiratisi in paese i rivoltosi nelle ore di mezzogiorno, aspettarono che l'orizzonte si fusse rischiarato. Un rinforzo armato di sangiovannesi, al comando di Vincenzo Antini e di Francesco Cascavilla, si era ad essi unito. Costoro finirono di portare lo spavento nel popolo e lo incitarono a ritornare alla pugna, dicendo che la truppa avrebbe prima distrutta San Marco e poi San Giovanni. Tutti insieme assalirono le case dei proprietari per avere armi e munizioni, e poveri quelli che nella notte innanzi non si erano dati in fuga, sanno essi quanti insulti, minacce e peggio han dovuto soffrire! La mia casa venne altra volta aggredita, e la mia famiglia dové soffrire insulti, e specialmente dai più vili, dai più insolenti, dalla feccia del popolo, da Michele Mimmo, detto Sciuliddo, e da Antonio Scarpa (Nota 2), Mulo Tardio, che con lo schioppo impugnato, chiedevano dai miei figli munizioni e armi, ed il ‘Mulo Tardio’ a forza voleva un designato schioppo, e fu giocoforza contentarlo in parte.
Alle ore di vespero ammassati presero la strada di Rignano e ardirono avvicinarsi a quelle mura. La sentinella gridò l'allarmi, e la truppa bellica e coraggiosa, si dispose in ordine e pose in fuga i ribelli, inseguendoli per tutta la strada, e dai rivoltosi si consumò molta munizione inutilmente, perché malamente maneggiavano l’arma, e fuori tiro. Il tetro velo della notte incominciava ad appannare l'azzurro del cielo, e la truppa inseguiva sempre l'orda avvilita ed ignorante fin sulla vetta del monte, a vista del paese, e proprio fino al podere di Don Michele La Porta, e visto avanzarsi la notte se ne ritornò in Rignano. Anche in questo secondo scontro nessuno perì. Nel mattino seguente, sabato [27 ottobre], riunitisi a consiglio i buoni, credettero indispensabile una deputazione al Generale Romano, onde ricevere la truppa in pace, prevedendosi le tristi conseguenze del furore militare. Il parroco Don Eugenio Moscarella, i canonici Don Luigi Giuliani e Don Costantino Pennisi, i sacerdoti Don Pietro e Don Costantino Vocale, il secondo eletto Don Michele La Porta, il conciliatore Don Gabriele Piccirella, ed i Decurioni, professori e galantuomini, Don Matteo Tardio, Don Giovanni Picucci, Don Filippo Santurbano, Don Raffaele Rispoli, Don Pasquale De Theo, Don Giovanni La Selva, Don Pietro Rendina e Don Giovanni D’Apolito, armati di cittadino coraggio ed a piedi, mossero per Rignano tra gli insorti, che a gran pena annuirono. Si pose a guida della deputazione il Sig. Pasquale Tancredi, soggetto assai influente, e perché non avvezzi a camminare sì lungo tratto a piedi, la deputazione poté stentatamente arrivare ad ora di mezzogiorno, e quando il generale non poté riceverla. Terminato il desinare, il generale la ricevé di mala voglia, ma poi convinto che si chiedeva pace e con la pace si doveva entrare in S. Marco, vennero a stabilire le condizioni, e si stipulò che doveva precedere il disarmo, che si doveva procedere alla votazione del plebiscito, che si doveva rivalere la truppa delle spese fin all'uscita da Foggia. Sottoscritto il doppio foglio, la deputazione si accommiatò, e, giunta alla distanza di mezzo miglio dal paese, per espresso veniva richiamata, perché era giunto in Rignano il governatore col procuratore Generale. Si doveva ubbidire, ed il solo Pasquale Tancredi continuò per qua a rilevare le vetture per gli affievoliti deputati. Al di costui arrivo i rivoltosi che aspettavano fuori l'abitato, se lo posero in mezzo, chiedendogli notizie, ed assicurati della pace conclusa, se ne dispiacquero alquanto, e più quei diavoli figli di Giuda, i sangiovannesi, i quali proruppero in minacce contro la deputazione che si voleva massacrare al ritorno. E si immagini il lettore quale impressione produr potevano sugli animi e nelle famiglie dei deputati siffatte voci! Povere famiglie, palpitanti attendevano il loro ritorno. Il Sig. Governatore, negli alti suoi poteri, approvò lo stabilito col Generale, e s’impose alla deputazione di ritornare il domani con le condizioni accettate dal popolo ed immancabilmente per le ore 15, soggiungendo che il domani, domenica [28 ottobre], sarebbe entrato in San Marco col buono o con la forza.
Ma perché nei tumulti popolari ci è sempre un certo numero di uomini che o per un riscaldamento di passione, o per una fanatica persuasione, o per uno scellerato disegno, o per un maledetto gusto del soqquadro, o per un pravo fine di pescare nel torbido, fanno di tutto per ispingere la cosa al peggio, propongono e promuovono i più spietati consigli, soffiano nel fuoco ogni volta che principia ad illanguidirsi; non è mai troppo per costoro, vorrebbero che il tumulto non avesse né fine, né misura; così nella permanenza della deputazione in Rignano, venuto da lì un tale Giuseppe Gaggiano, detto ‘Inquisito’, a comprare sigari per la truppa, non essendovene in Rignano a sufficienza, recò pure la notizia della pace conclusa, e che, per confermarne il popolo, sarebbe la deputazione tornata in compagnia di alcuni ufficiali garibaldini. Ma quale allarme non successe a tale notizia? Si gridò dal popolo al tradimento. La deputazione ci tradisce! ed a questa voce da taluni e, come dicemmo, dai maledetti ed inumani sangiovannesi, si replicava quella istessa insinuazione: si uccidano, si uccidano”.

Qui si fa innanzi Agostino Nardella, il vero capo di S. Marco in quell'ora, il coraggioso futuro brigante che pagherà di persona con la morte, sulla stessa via di S. Marco-Rignano, tra pochi mesi, nel giugno del 1861. Un atto di riabilitazione non ritardato dalla burocrazia, invocato dalle autorità e dai “buoni” sammarchesi, come si vedrà, avrebbe invece fatto di un “prode” brigante un “eroe” dell'altra parte. Egli con sdegno davvero di un Farinata, si pone ora risolutamente contro i colleghi caporioni di S. Giovanni in difesa dei patti, della sua gente e della sua città, rendendosi “il più benemerito della patria”.

S. Marco in Lamis - Uno dei numerosi 'palazzi' che si affacciano su Corso Matteotti.
S. Marco in Lamis - Uno dei numerosi 'palazzi' che si affacciano su Corso Matteotti.
'Allora sì che il tremore del paese e il terrore facevano sentire tutta la loro possanza! Lo spavento che si accrebbe in quelle povere famiglie al solo pensare che chi minacciava la vita ai loro di già avevano le loro vestimenta, le loro mani lorde di sangue umano e innocente! E come che nei tumulti per contrappeso ci è sempre un certo altro numero di uomini che con pari ardore e con insistenza pari ai primi si adoprano per produrre l'effetto contrario, taluni, mossi da amicizia e da riconoscenza, altri, senz'altro impulso che di un ampio e spontaneo orrore del sangue, questi, e più Agostino Nardella "Potecaro", caporione del popolo, minacciando, come tigre sdegnata, i sangiovannesi che avviliti ingambarono la loro coda, gli fece sentire che se per poco avessero ardito rivolgere una parola sola di insulto alla deputazione, quando sarebbe tornata, li avrebbe tutti sterminati. Gloria alla influenza del "Potecaro", il Cielo il benedica, perché alle sue minacce il popolo si ritirò e poco dopo, verso un'ora di notte, la deputazione ritornò sana e salva a consolare le scuorate famiglie'.

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I fatti di Ottobre: prima reazione e mancato plebiscito
Seguiamo un po' i cronisti del tempo:

'A dì 24 di settembre 1860 si festeggiò l'insediamento del nuovo governo dai pochi liberali del paese, i quali, girando per le due piazze con una bandiera tricolore dallo stemma di Casa Savoia, gridavano di tratto in tratto: Viva Vittorio Emanuele - Viva Garibaldi - Viva l'Italia una e indipendente. Queste grida, o per dirla con una sola parola, l'entusiasmo estrinsecato così dai pochi patrioti, mentre la massa l'era in attitudine ostile, fu motivo ai cattivi e reazionarii di architettare un'altra dimostrazione in senso contrario' (Tardio).

Pochi patrioti, pochi liberali (Nota 1-1. parte) (Nota 1-2. parte) contro una massa attivamente ostile: si profila il dramma. È da notare, invero, che con quella “massa ostile”, sono solidali quasi tutti i galantuomini locali. Inoltre nei moti del 2 agosto i braccianti occupano le terre usurpate da questi stessi “signori” tenacemente fedeli al re Francesco.
Invero, forse con più precisione in merito alla data, il Giuliani annota:

'Un espresso da San Severo nel giorno primo ottobre. Con esso si annunciava il telegramma per la occupazione seguita nello Stato pontificio dalle armi del Re Galantuomo Vittorio Emanuele, e si inculcava di rendersi pubblico il lieto evento, invitandosi il Clero, le autorità giudiziarie, la guardia nazionale, e tutti a festeggiarlo, anche col canto del Te Deum (Nota 2). Uffiziatosi l'arciprete con la comunicazione dell'ufficio venuto dalla Sotto Intendenza di San Severo, venne il Te Deum cantato nella chiesa di S. Antonio Abate, e facendo posa il corteggio al corpo di guardia, dopo la religiosa funzione veniva in quella occasione inaugurato lo stemma delle reali armi di Savoia, e si ricevé il giuramento della guardia nazionale superiormente ordinato. Era così la funzione di quel giorno terminata; ma alcune voci tra gli astanti, richiedevano per la prima volta una manifestazione di pubblica esultanza; e tanto più che false voci facevano conoscere che per la volta di Sannicandro veniva qui una forza di duecento armati a scuotere questa assonnata popolazione. E quindi si proruppe nelle acclamazioni di Viva Vittorio Emanuele Re Galantuomo, viva Garibaldi, viva l'Italia una sotto lo stendardo della Croce di Savoia: e così ponendosi in marcia la guardia nazionale con buona parte delle autorità e del galantomismo, si girò per le piazze con la bandiera tricolore, ripetendosi sempre le stesse voci di evviva, sino a che si ritornò al corpo di guardia, ove la civile funzione ebbe termine.
Si continuò nella quiete fino alla domenica sette, quando non poté farsi la processione della Vergine del SS. Rosario, per non darsi occasione allo sviluppo di un popolare tumulto, come si sussurrava; e per quanto si disse, sospettoso per alcune lettere di soldati regi venute alle famiglie con le valigie del giorno antecedente, perché facevano credere alla ignara plebe l'arrivo in Napoli del re Francesco II'.

Cimitero di S. Marco in Lamis: cappella funeraria della famiglia Gravina
Cimitero di S. Marco in Lamis: cappella funeraria della famiglia Gravina
'Indifferente', 'retrograda', 'assonnata', dunque, questa popolazione di San Marco: sono epiteti che espungiamo dalla stessa relazione del Giuliani; si erge però sospettosa contro ogni novità, si allarma di fronte alla miseranda manifestazione dei pochi liberali e galantuomini, è riottosa ad accettare una nuova realtà dei fatti, dai pochi inneggiata e dai molti temuta e osteggiata, si desta e urta contro una fatalità che vorrebbe distruggere con un moto altrettanto spontaneo quanto pauroso. L'inganno in cui essa è stata tenuta, fin dal tempo dello sbarco garibaldino, ora è desiderato come verità pervicacemente, ostinatamente; non si può, non si vuol credere che tutto sia cambiato da un giorno all'altro.
Pertanto la medesima insinuazione dei malevoli, a cui accennerà candidamente il Tardio, per noi invece è una miccia accesa risucchiata voracemente da una bomba desiderosa soltanto di esplodere. San Marco è borbonica, ecco tutto; ed è la sua reazione un ultimo focolaio di resistenza, di fedeltà al vecchio regime.
Essa ama il suo Francesco e la sua religione e diffida dei liberali, teme le conseguenze dell'unità d'Italia; e il re Vittorio, per qualcuno, come leggiamo in un'anonima, è semplicemente 'un c...'.
Torniamo dunque ai fatti.

'Alla sera della prima domenica di ottobre (7 ottobre) una moltitudine di ragazzi, capitanata da un tal Michele Di Santolo, movendo in fretta dall'estremo della piazza principale a San Berardino, faceva sentire le grida di Viva Francesco II, tra lo sventolare di molti fazzoletti bianchi. La truppa dei monelli via facendo s'ingrossò in poche ore di gente di ogni età; ed era tale lo schiamazzo, lo frastuono, che produceva tanta folla agglomerata lungo la piazza, che il mare in tempesta o l'uragano nel suo maggior furore non avrebbe retto al paragone. Poscia alle grida di viva Francesco II succedevano, dietro insinuazione dei tristi, quelle di “morte ai liberali' (Tardio).

Seguiamo ora il Giuliani che è, a un tempo, testimone, cronista e parte in causa, il quale anche lui è impressionato dalla potenza della folla in rivolta. Gli vien fatto di ricorrere al Pellico per meglio esprimere la sua profonda impressione:

'quel muoversi dei popoli irruente ...
un mar parea,
che straripando inondi la campagna...
Si discernea ch’ell’era gioia, e pure
era una gioia che mettea spavento'.

Gioia e spavento; i molti non vogliono credere alla verità dei pochi, e questi non vogliono credere alla realtà dei molti: due dure certezze, direbbe il Vico, provenienti da due verità diverse, da due idee opposte, e pertanto i pochi liberali e la gran massa del popolo reciprocamente non si comprendono, donde la tragedia in corso.

Battaglia del Volturno
Battaglia del Volturno
'Ciò che era titubanza e dubbio del giorno ebbe a divenire realtà e certezza; giacché non ancora erano battute le ore 24, quando dalla piazza San Berardino, un aggruppamento di bracciali inermi, e dal bambolo fino al canuto, e perciò di ogni età, non escluse le donne contadine, precipitavasi a torme sulla piazza maestra, e come si inoltrava, così sempre più cresceva, tanto che in breve tutta la lunghezza ne veniva dai tumultuanti occupata, gridando sempre Viva Francesco II, Viva il nostro Re... Gli insorti così cresciuti in massa, e sempre in tumulto passando per il corpo di guardia nazionale rimasto vuoto per la fuga di quelle poche guardie che lo custodivano, ed insuperbiti per non aver trovato ivi chi loro facesse fronte, procede al massimo dei disordini, perché tutto il mobilio venne distrutto e dato alle fiamme; i fucili vennero presi, l’effige, le bandiere, lo stemma, dispersi e lacerati. E simili alle locuste, quando precipitano a divorare il campo, tutto in un baleno venne posto a rovina, né si risparmiarono le grosse travi di sostegno alla lettiera, ridotte in minuti pezzi e con le sole orsigne mani. I pacifici, presi da spavento, precipitosamente corsero a chiudersi nelle proprie abitazioni, chi chiamando i figli, chi i fratelli, chi il padre; e confondendosi queste alle grida tumultuose della plebe, sembrava un finimondo; e così tutte le porte si chiusero e custodirono. Semplicemente non poté chiudersi, e dové rimanere aperta ed esposta la mia abitazione, e la mia famiglia, fino a notte avanzata, dové sopportare gli assalti dei rivoltosi i quali ora volevano l'effige di Francesco II, ora le sue bandiere: più tardi torce e ceri, ed in ultimo armi e munizioni: era un vero caos, una vera casa del diavolo. Come che ciò che si chiedeva non tutto poteva darsi, così onde cessare le insistenze, si dové pregare e persuadere alla meglio che si poté. Durante il tumulto il sarto Angelo Calvitto fu il solo che venne mortalmente ferito; e più per opinione manifestata, che per vendetta privata, e così offeso fuggendo stiede in campagna tutta la notte; la sua casa venne aggredita e saccheggiata, il poco mobilio disperso e parte incendiato, e col di più che l'infelice famiglia deplora. Il disgraziato che dopo rifugiato si era presso l'eremita dell’Addolorata, nella cui cella con cristiana rassegnazione ricevé gli ultimi sacramenti, dopo due giorni se ne morì in casa della figlia maritata. La famiglia orbata ricevé in appresso dal Governatore una liberanza di ducati 300 dalla tassa per le spese di guerra (Nota 3). Nella notte istessa, mentre ancora disperatamente si gridava e si strepitava per le strade, le femmine coi tamburelli, come le baccanti, gli uomini con le mazze e i rottami di tavole, residuo del distrutto corpo di guardia, per ragione della mia carica ho dovuto, in mezzo a tanto fracasso, rapportare l'accaduto al sotto Governatore del Distretto: ma il corriere non poté muoversi, perché tutte le uscite erano già custodite dai rivoltosi, e non partì che alle ore tarde del giorno appresso. Dell'istesso rapporto se ne fece inteso il Governatore in Foggia. Non ancora sorgeva l'alba del giorno otto, e l'imperiosa gente già era dietro al mio portone, chiedendo e obbligando ripetersi le funzioni che nel primo ottobre facevansi per Garibaldi, oggi, dicevano, per Francesco secondo, e più solenni. E chi poteva negarsi? Tutta la potenza già stava nelle loro mani, e bandi in ogni poco si sentivano per le strade; con che chiedevano che nessuno fosse andato in campagna per assistere alla funzione; che tutti avessero cacciate le loro armi da fuoco per solennizzarla con lo sparo; che tutti i componenti la disordinata banda musicale dovevano riunirsi; e che si fussero suonate le campane in segno di allegrezza. Tutto a rigore si eseguì, che anzi con mio invito da essi impostomi, calarono tutti i monaci da San Matteo, e così, quando il sole aveva percorso la quarta parte del nostro orizzonte, il clero uscì processionalmente dalla chiesa collegiale, e, seguito dal popolo, si recò nella chiesa dell'Addolorata.
Un vasto piano si accerchia da irti monti, che, tappezzati da fiori di mille colori, e guardandosi la prospettiva delle nostre terre, ti ricorda i vastissimi anfiteatri di Roma. Di fronte a quel punto di cielo, ove l'aurora sorge rugiadosa e benefica, furierà dell'astro maggiore, evvi la chiesa dell'Addolorata, situata su l'ultima linea del piano; al suo sinistro fianco, a pochi passi, il paese s'innesta tra il piano ed i monti, e, come apposito sgabello in un luogo di festa, parea che fusse fatto per guardare sicuro la tumultuosa gente, che il giorno otto raccoglieva sul piano: e veramente che da ogni punto dell'abitato e sopra i tetti si vedevano le donne a gruppi, che ad ogni mossa del popolo sventolavano i loro pannilini, e lo spettacolo e la natura intiera pareva tutta animata, tutta viva.
Il suono continuo dei campanelli della chiesa, lo sparo fragoroso dei fucili e mortaletti, annunciava che la funzione già incominciava. La massima parte del popolo dové lasciarsene nello spianato e sull'atrio, atteso che la chiesa poca dell'accorsa gente poté contenere. Tutti raccolti, abbenché fuori li vedevate con le braccia a sen conserte, con gli occhi bassi, e dal muovere continuo delle labbra, riconcentrati in se stessi, si arguiva che pregavano. Vi regnava un perfetto silenzio, interrotto dallo sparo dei fucili e da qualche sospiro mal represso di femminella.
La Santa Messa parata a festa e solennizzata dall'arciprete era per terminarsi. Sull'atrio e tra le due porte della chiesa, con pensiero del popolo, si eresse un altare parato con baldacchino, ceri e tutt'altro, acciocché tutti avessero assistito al canto del Te Deum e ricevuta la benedizione.
Era non adatto; ma pure quella funzione, quel vedere di un popolo sì devoto e sì cambiato dagli eccessi di furia, che quasi insensato animale lo rendevano nel giorno innanzi, mi commuoveva l'anima. Le due porte della chiesa si spalancarono e due file di armati si ordinavano sull'atrio. Il clero ed i monaci a due a due defilavano dalle porte, quando apparve il Gran Dio Sacramentato, che veniva reverentemente situato nel baldacchino sul preparato altare. Oh allora! Il battersi del petto, il pianto soffocato delle donne, lo sparo dei mortali e degli schioppi mi allacciavano il cuore, e con gli occhi nuotanti nelle lacrime, guardava l'umiliato popolo e pregavo per quella gente ignorante che l’avesse fatta ravvedere dall'inganno già preso. E tra le clamorose voci che là là si alzarono di Viva Francesco secondo, l'arciprete intuonava il Te Deum, ed uno sparo mai inteso salutò l’Iddio degli Eserciti. Non un motto, non un detto distoglieva la moltitudine dal suo raccoglimento ed unità di pensiero, e profittandone il Canonico D. Pietro Maria Giuliani, mio figlio, salito sul basso muro di cinta all’atrio, improvvisò un discorso di disinganno richiesto dalla circostanza, non discompagnato dalle esortazioni agli astanti di presto riprendere l’ordine; e che, inteso con pacatezza, produsse l'effetto che si desiderava. Il popolo, ricevutosi la benedizione del Santissimo, lo accompagnò devotamente e con bell'ordine; e dopo che la processione pose termine nella chiesa di S. Antonio Abate, ognuno si ritirò soddisfatto e contento'.

Queste pagine del sindaco Giuliani che abbiamo voluto riprodurre integralmente per la loro bella efficacia, ci inducono ad alcune considerazioni.
Il popolo fino allora ingannato vuol imporre la sua disperata azione.

'Il convicino paese di Rignano stava in veglia e tremebondo, perché dai rivoltosi si minacciava un'aggressione, e il timore non era senza fondamento, poiché nel tumulto ne uscirono di tali voci, e, per dirla, si decretava così dai caporioni, e per ciò qui si dubitava della venuta della forza, come di fatti era già giunta in S. Giovanni Rotondo, e là se ne rimase, ed il tenente comandante De Maria me ne faceva consapevole. Una deputazione, veniva allestita per quel comune, io col R. Giudice e molto seguito ci presentammo al comandante la forza mobile e gli facemmo chiaro l'accaduto, persuadendolo che la reazione qui succeduta non aveva un oggetto politico, ma che false notizie venute dai soldati regi alle famiglie, accagionarono tanto rumore'.

Il dire che la rivolta non aveva avuto oggetto politico è semplice, pietosa, plausibile bugia dal sindaco a favore dei suoi amministrati nell’invocare clemenza dalle autorità superiori.
La rivolta, checché ne dica il Giuliani, è schiettamente politica (Nota 4) con un incentivo a sfondo sentimentale comune alle due parti e insieme diverso.
Fatta eccezione del triste episodio Calvitto, del quale diremo fra poco, non vi fu danno alle persone né invasione di case, né saccheggi, né, come nell'agosto, occupazione di terre. Con spirito sia pure fanatico, il popolo vuole il suo re, la sua religione che crede minacciata: Garibaldi, i rossi spaventano il popolo sammarchese. In un manifesto dello stesso Giuliani con cui indice i comizi per l'imminente plebiscito si leggono frasi illuminanti e rivelatrici come queste:

'il vessillo tricolore con la croce dei Savoia non vi spaventi'.

È ormai in atto un conflitto di idee, di interessi, sia pure, ma questa volta non materiale, di due parti che non si comprendono più. In quel popolo silenziosamente orante si possono ravvisare tutte le classi sociali: contadini, braccianti, clero e borghesi di parte borbonica come nell'altra parte sono anche rappresentate le stesse classi, fino a quelle dell'umile sarto Calvitto che solo paga di persona per opinione semplicemente e liberamente espressa. 'Più per opinione manifestata che per vendetta privata', sentenzia incisivamente lo stesso Giuliani. Eroismo, in questo caso del povero Calvitto, o imprudenza di fronte a una folla scatenata? Comunque - 'un vero martire', annoterà mestamente il buon Tardio - 'colpevole d'aver manifestato la propria opinione favorevole al risorgimento d'Italia'.
Certo non si poteva pretendere quest'eroismo, questa imprudenza da un sindaco responsabile e da un galantuomo qual’era il vecchio Giuliani. Occorreva un coraggio civile e sovrumano per dire a quella folla piamente pregante la verità, né sappiamo che cosa il di lui figlio, il canonico Don Pietro Maria Giuliani, abbia precisamente detto in quel discorso di disinganno improvvisato per la circostanza.
Vero è che lo stesso Tardio (Nota 5), di sicura e strenua fede liberale, annota favorevolmente il comportamento tenuto dal sindaco.
Fatto sta che se un altro Angelo Calvitto avesse in quell'ora di raccoglimento gridato improntamente: “Viva l'Italia libera e unita”, la folla si sarebbe ridestata come belva e sarebbe ritornato il “finimondo” che il Giuliani aveva già sperimentato, nella notte precedente, in casa propria. (Con lo stesso sentimento del Tardio, a distanza di un secolo, a noi però vien fatto di pensare che quella folla ora variamente divisa in partiti di massa si batterà tuttora per un ideale nobilissimo di religione, magari di patria, per un giusto interesse di lavoro e di pane, giammai ancora, purtroppo, per un ideale di libertà).
Scrive a sua volta con commozione il Giuliani - e il fremito di tale commozione raggiunge anche noi tardivi lettori -:

“era non adatto; ma pure quella funzione, quel vedere di un popolo sì devoto e sì cambiato dagli eccessi di furia, che quasi insensato animale lo rendevano nel giorno innanzi, mi commuoveva l'anima'.

Era dunque non adatto proprio così, perché quella commozione del Giuliani ci appare complessa. Non era soltanto la surriferita e giusta considerazione a commuovere il Giuliani: l’onestuomo in quel momento sentiva che la sua opera di sindaco, di “padre” antico e, in qualche modo, di educatore, era fallita. In quel momento la folla sammarchese prende coscienza della sua forza, che una prova di forza fu appunto quella prima manifestazione. Essa cederà soltanto a un'altra forza irresistibile di cui subirà, per dirla col Vico, l'imperioso fascino: sarà prima la forza di capi rivoltosi e poi quella dell'esercito regolare. Da quel momento il popolo non può ascoltare più il suo sindaco; esso pensa a un suo capo. Praticamente dal 7-8 ottobre il sindaco non ha più alcuna autorità.
Infatti il popolo, l'otto ottobre con un anticipo di dodici giorni sulla data del plebiscito aveva apertamente e unanimemente risposto no.
Intanto il Giuliani, più per dovere d'ufficio, il 18 ottobre, esorterà così i suoi amministrati nel prepararli alla votazione:

Il proclama di Leonardo Giuliani di indizione del plebiscito del 21 ottobre 1860
Il proclama di Leonardo Giuliani di indizione del plebiscito del 21 ottobre 1860
'Cittadini,
voi vi riunirete con noi in comizio domenica prossima alle ore 13 nella casa comunale. Ne sapete il perché? In questa riunione conoscerete la vostra dignità nella quale vi ha posto il riordinamento della cosa pubblica sotto gli auspici dell'invitto Dittatore... Per adesso si avrà una giustizia imparziale, un incoraggiamento all'agricoltura ed al commercio, il rispetto alla religione ed ai suoi ministri. Il vessillo tricolore non vi spaventi. Voi, col pronunziare il sì concorrerete a mettere una pietra al patrio edifizio. Siete però liberi a profferire anche il no... Cittadini, mi chiamate padre ed io da figli vi ho amato e vi amo. Nella mia avanzata età fui chiamato a porre mano all'aratro...: sentiste le mie voci e vi siete ritirati speranzosi dalle sconsigliate dissodazioni sopra i demani comunali. Le sentiste quando mi dirigeva alla guardia nazionale per mantenersi nel buon ordine e nella pubblica quiete, e voi come assonnati in placido riposo non vi scuoteste alle tumultuose voci dei popoli convicini, serbando sempre il rispetto ai magistrati e l'osservanza alle leggi. Ma infine, tutto ad un tratto, cadeste nel precipizio. Chi vi salverà, chi salverà la Patria, le vostre famiglie, i vostri figli? Un sì che profferirete sarà l'antidoto salutare e questo da voi provoco'.

Ma la domenica del 21 ottobre, giornata del plebiscito, a San Marco le urne saranno deserte: il sindaco, con la giunta preposta alle operazioni di voto, è costretto a redigere malinconicamente un verbale negativo. Dall'atto ufficiale esistente nell'archivio comunale trascriviamo:

'L'anno 1860 il giorno 21 ottobre in San Marco in Lamis. La giunta comunale composta dal sindaco presidente, dai Decurioni e Comandante la guardia nazionale in piedi sottoscritti, coll’intervento pure del regio Giudice, si è riunito alle ore 7 antimeridiane nella casa comunale ad oggetto di raccogliere i voti in Comizio che si sarebbero dati dai votanti dichiarati capaci per la votazione, per accettare o rigettare il Plebiscito richiesto dai Decreti Dittatoriali degli 8 e 11 volgente mese. Il sindaco presidente ha dato lettura dei citati decreti con i regolamenti annessi.
Ha dato lettura della lista dei votanti col correlativo certificato di affissione dai quali si ha il numero dei votanti 3086, esclusi quegli individui che per condanna si trovano riportati negli elenchi trasmessi dal Sig. Governatore con lettera del 16 e 18 detto corrente mese, e dei quali ancora si è data lettura. Su di un panco destinato per la votazione si sono situate le tre urne come dall'art. 4. Non essendo richiesto l’appello nominale dei votanti si è attesa la loro spontanea comparsa. Ed essendo stata la Giunta in sessione permanente, sino alle dodici nessun votante si è presentato, per cui il chiesto Plebiscito, non ha avuto luogo. Di che si è disteso il presente processo verbale. Sottoscritto dal Sindaco presidente, dai Decurioni intervenuti e dal Comandante la 3. Compagnia della Guardia Nazionale, vistato dal Regio Giudice. Il sindaco: L. Giuliani; I Decurioni: Giovanni Picucci, Giuseppe Luigi Ciavarella, Pasquale De Theo, Angelo Bonfitto, Giuseppe Luigi Martino; Il Comandante della Guardia Nazionale: Michele Gravina; Visto il Giudice: L. Altobelli' (Nota 6).

La memoria viva e fresca dei fatti del sette e dell'otto ottobre, e l'oscura minaccia dei molti fecero passare la voglia di votare ai pochi eventualmente volenterosi. Lo stesso giorno, nella vicina S. Giovanni Rotondo, i capi liberali e i preposti alle urne,

'24 distinti cittadini, tra cui un giovane notar di San Marco, di molto ingegno dotato, a nome Paolo Franco' (Tardio),

furono barbaramente trucidati.
Il 24 ottobre il Giuliani si dimette: al sindaco notar Leonardo Giulianib_250_0_16777215_01_images_brigantaggio_parte1_tooltips_storia-statistica-giuliani.jpg subentra, vera autorità morale, anche se illegale, il futuro e cavalieresco brigante Agostino Nardella. Sarà comunque un breve interregno in cui tutti si appellano al fuorilegge, scappato di prigione, al Nardella, alias 'Putecaro', anziché al Vice-Sindaco, al secondo eletto sig. Michele La Porta. Durerà questa extralegale ma provvida autorità lo spazio di una settimana ancora gravida di eventi.
Un diverso svolgimento del plebiscito, sia pure con alcuni fermenti contrari, subito repressi, si ebbe nel vicino borgo di Sannicandro Garganico. Questi furono i risultati della votazione del 21 ottobre: 485 voti favorevoli e nessuno contrario. Senonché il sindaco credette opportuno informare minuziosamente le autorità di alcuni tentativi inquietanti.

'La mattina del 21 ottobre verso le 6 a.m. i campagnuoli, uscendo fuori dalla Chiesa, dove avevano ascoltato la messa dell'aurora, avevano gridato ‘Viva Francesco II’'! Appena erano giunte le Guardie Nazionali essi erano fuggiti. Uno di essi, Michele Centonza, era stato arrestato. Verso le 5 p.m. dello stesso giorno però, mentre la votazione procedeva in tutta tranquillità, una pattuglia della Guardia Nazionale si accorgeva che alcuni pastori-campagnuoli, riuniti in piccoli crocchi tentavano di risollevare una sommossa reazionaria. Essi infatti, riunitisi a largo Colonna in vicinanza della Chiesa madre, avevano di nuovo gridato ‘la detestabile parola’ brandendo ‘stili e scuri’ di cui erano armati e lanciando pietre ai cittadini inermi. Respinti dalla G. N. i rivoltosi benché si difendessero strenuamente con le pietre e con ‘gli scuri’ (avevano tirato anche due colpi di pistola) avevano dovuto arrendersi alle G. N. ed erano fuggiti per una strada che sporgeva nel vallone di Monte Vergine e si erano salvati dall'arresto. Erano stati arrestati i pastori Luigi Fortunato e Pasquale Cristino il quale aveva poi ferito una guardia a colpi di scure. La votazione però non era stata minimamente turbata. Il sindaco accusava di aver provocato questi sediziosi un tale Antonio Cavallo vagabondo ‘coverto di mille turpitudini’ e un certo Giuseppe Fioritto che era un ancor più tristo individuo' (Nota 7).

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Vecchio panorama di S. Marco in Lamis. All'estrema sx si vede la Cappella, ora abbattuta
Vecchio panorama di S. Marco in Lamis. All'estrema sx si vede la Cappella, ora abbattuta
Gli anni decisivi dell'unità italiana, e precisamente quelli che vanno dalla seconda guerra d'indipendenza, aprile 1859, all'entrata di Garibaldi in Napoli, 7 settembre 1860, trovano pressoché indifferente il popolo di San Marco in Lamis.
Se un inserimento vi fu nella prorompente azione unitaria, esso, sotto l'aspetto strettamente politico, non fu che di violenta reazione e di tenace resistenza all'ordine nuovo. Pensando all'attiva partecipazione ai moti del '20, avendo San Marco una delle più prospere vendite Carbonare daune, e ricordando anche alcuni moti a sfondo sociale del '47 e politici del '48, sotto e contro lo stesso regime borbonico, tutto ciò potrebbe destare qualche sospetto. Tant'è: nel 1859-60, dopo un decennio di esperienze malinconiche e dolorose, e anche per quanto verremo dicendo circa le classi e gli organi dirigenti, la situazione politica a San Marco appare completamente mutata tanto da poter avvalorare il noto slogan che il risorgimento fu opera di pochi.
Se questa opinione sta subendo una certa revisione a seguito di un'odierna approfondita indagine storiografica, è però essenzialmente vera per quanto riguarda San Marco nel biennio 1859-61.
Gli avvenimenti del '59 e in parte quelli del '60 dunque lasciano pressoché indifferenti i sammarchesi, anche se ardentemente gonfiavano di speranza il cuore dei pochi liberali.

“In tanto che nei comuni limitrofi, e specialmente nei capoluoghi della Provincia e del Distretto, si alzavano voci, oh quante! di giubilo, non discompagnate da tumulti popolari, questo Comune guardava con indifferenza le novità, per cui era ritenuto per paese retrogrado. Ciò non pertanto curava la osservanza alle leggi (Nota 1 ) ed il rispetto ai magistrati”.

Così si esprimeva con fondate ragioni il sindaco del tempo. Era già il settembre del 1860, con Garibaldi a Napoli, e S. Marco non condivideva l'entusiasmo generale per cui creduto compito del sindaco, come si vedrà fra non molto, con un'esposizione ordinata degli avvenimenti, era quello di frenare l'entusiasmo dei pochi, temuto come incentivo ed esca al crescente malumore dei molti.
Infatti lo stesso sindaco, appena eletto nell'agosto precedente, si trovò a dover sedare un moto, schiettamente sociale questo, di braccianti, i quali, (come sempre in rivolgimenti successivi fino al 1919) insensibili al crollo del trono borbonico, incuranti degli ordini del dittatore Garibaldi e ignari di Vittorio Emanuele, occupano le terre del demanio e dei “signori” locali. Ma è tempo di procedere con ordine lasciando ai fatti la parola o, meglio, agli atti e alla memoria degli uomini che furono attori e spettatori.
Lo sbarco garibaldino e l'inganno borbonico
L'undici maggio 1860, come è noto, Garibaldi sbarca a Marsala dovendo, subito, nei giorni successivi, affrontare a Calatafimi i borbonici in uno scontro di portata decisiva per l'ulteriore sviluppo dell'impresa.
Ecco come in data 19 maggio, in via ufficiale, sono informati i sammarchesi dal consigliere A. Sorrentini della sottintendenza del circondario di San Severo.
Ci pare opportuno riportare integralmente i tre documenti relativi allo sbarco.
Scrive dunque il Sorrentini al sindaco:

“Signore, con telegramma pervenutomi ier sera alle ore 8 p.m. mi è stato partecipato quanto segue: Le orde di Garibaldi sbarcate in Marsala sono state completamente sconfitte dalle reali truppe in Calatafimi lasciando il terreno ingombro di morti e la loro bandiera. Le reali schiere le hanno caricate alla baionetta. Sia resa lode a Dio e gloria immortale al nostro Augusto Sovrano che Iddio sempre conservi ed alle sue fedeli ed eroiche milizie.
Io quindi mi affretto parteciparLe tale lieto annunzio perché sia a parte della gioia universale, e divulghi fra gli amministrati sì fausto glorioso avvenimento esortandoli vieppiù a fedele sudditanza e devoto attaccamento verso il nostro Augusto Sovrano Francesco II che Iddio sempre prosperi e conservi.
San Severo, 19 maggio 1860” (Nota 2).

Con l'informazione volutamente errata, l'inganno dunque parte dall'alto, cui intendente e sindaci di Capitanata, non privi di altre informazioni più veritiere, devono far finta di credere; e naturalmente il nostro sindaco così in data 21 maggio risponde:

'Signor Sotto Intendente,
di riscontro al di Lei foglio emarginato Le rassegno di aver l'animo mio risentito la più viva gioia all'annunzio che le Reali truppe hanno disfatte ed atterrate le orde di Garibaldi sbarcate in Marsala, e la medesima gioia si è provata da tutte le autorità Amministrative e Giudiziarie, come pure da tutti questi miei amministrati a tale felice novella da me divulgata, e tutti unanimemente hanno renduta lode all'Altissimo ed immortale gloria al nostro Augusto monarca e Padrone che Iddio conservi sempre e gli dia lunga vita onde possa nel corso degli anni in avvenire proteggere e governare i suoi sudditi, i quali protestano alla Maestà Sua la maggior fedeltà ed ubbidienza' (Nota 3).
Che la gioia fosse unanime e sincera, da parte del popolo, è da porre fuori dubbio, come dimostreranno i fatti successivi, specie quelli dei primi di ottobre, e quindi è da credere al sindaco, Francesco Paolo Spagnoli.
Intanto, proseguendo nello stesso metodo, con dispaccio del 31 maggio, l'autorità superiore incalza:

Battaglia di Milazzo - Garibaldi si riposa
Battaglia di Milazzo - Garibaldi si riposa
“Il Sig. Direttore del Real Ministero della Polizia Generale, partecipava al Sig. Intendente della Provincia i seguenti ulteriori ragguagli intorno alle brillanti azioni del nostro glorioso esercito in Sicilia. Col R. piroscafo la Saetta abbiamo ricevuto ulteriori rapporti i quali confermano quanto ivi accennammo sui brillanti fatti d'armi seguiti al Parco il giorno 24, non meno che la sconfitta delle bande degli insorti e di quelle di Garibaldi, aggiungano che le Reali Truppe comandate dal Generale Colonna e dal Colonnello Von Merkel (sic: per Mechel) con islancio straordinario scacciarono da quella importante posizione i ribelli. Questi ne occuparono un'altra soprastante alla prima, ed anticipatamente trincerati a difesa da 5 pezzi di cannoni. Il dì 25 la seconda posizione venne pure espugnata con impeto eguale e tolto ai rivoltosi uno dei loro cannoni.
L'assalto delle reali truppe fu sì vivo e tremendo che tutti i ribelli uniti alle bande di Garibaldi con esso alla testa fuggirono scompigliate fino alla Piana dei Greci. Ivi novellamente incalzate ed atterrate dalle colonne di Merkel e dal valoroso nono Battaglione Cacciatori comandato dal Maggiore Bosco, si diedero pure a precipitosa disordinata fuga, attraversando il Distretto di Corleone in cerca di scampo più che di nuove posizioni. Le bande anzidetto perseguitate senza posa dalle reali truppe continuando a fuggire in preda dello scoraggiamento, che è il doppio effetto del disinganno, in cui son caduti fin dal loro arrivo in Sicilia ed alle gravi perdite che in ogni fatto d'armi le hanno estenuate di forze e di speranze. Quanto ai siciliani che loro associaronsi sedotti dal loro numero e dalle lunsinghe si son pur essi dispersi e vanno rientrando nei rispettivi comuni scorati ed abbattuti non men dolenti per essersi lasciati ingannare dagli invasori stranieri venuti per suscitare la ribellione in quella contrada. Lo spirito pubblico disingannato pure esso si rialza di giorno in giorno ai sentimenti dell'ordine leale, e si assicura nel valore e nell'ammirabile contegno delle reali truppe delle quali non potremo abbastanza lodare la bravura, la perseveranza e la disciplina. Uno di tutti è l'entusiasmo per la causa legittima che sostengono; uno è il grido del combattimento e della vittoria: Viva il Re - Napoli 28; ore 12 m.
Ed io mi affretto a comunicarglielo per sua intelligenza e diffusione a tutti i suoi amministrati. Il Sottointendente di San Severo A. Sorrentini”.

In verità lo 'spirito pubblico' lo si 'disinganna', ingannandolo. Il Direttore del Real Ministero della Polizia Generale evidentemente si riferisce ai fatti d'armi di Corleone e di Piana dei Greci e allo stratagemma di Garibaldi di imboscare parte della truppa verso l'interno, in direzione di Marineo e Misilmeri, al fine di allentare la pressione delle truppe borboniche, mentre il Generale prepara, col grosso delle sue forze, l'accerchiamento di Palermo. L'apparente fuga dei garibaldini nell'interno e qualche parziale successo in cui trovò la morte, tra gli altri, proprio Rosolino Pilo, fa precipitosamente cantare vittoria al suddetto direttore.
La stessa precisazione dell'ora nel rapporto, cosa rara, è sintomatica in questa precipitazione.
A ben individuare lo stato d'animo dei sammarchesi nei mesi successivi al maggio ci sembrano calzanti alcune espressioni dello stesso dispaccio da riferire però non ai garibaldini invasori ma ai sudditi borbonici illusi con ragguagli mendaci. Proprio così:

'lo scoraggiamento è il doppio effetto del disinganno' e 'lo spirito pubblico disingannato pure esso si sveglia di giorno in giorno'.

In tal modo passarono i successivi mesi di giugno e di luglio, tra menzogneri comunicati ufficiali e dicerie, voci contrastanti che turbavano enormemente l'opinione pubblica.
Fu così che la tardiva concessione degli statuti liberali, da parte di Francesco II, colse di sorpresa i sammarchesi (Nota 4).
Pertanto l'inganno si dimostrò un'arma a doppio taglio, usata prima contro lo stato borbonico, nell'agosto coll'occupazione delle terre, e poi contro il nuovo stato garibaldino-sabaudo, nell'ottobre.
Concessa la costituzione ci fu anche il cambio di guardia a Palazzo badiale (ove ha tuttora sede il comune): venne nominato sindaco il notaio Leonardo Giuliani il quale, già in altre occasioni, aveva dato prova di capacità e abilità nel reggimento della cosa pubblica e che veniva così ripagato, in qualche modo, da contrarietà e amarezze subite (Nota 5).
Spirito liberale moderato ed equilibrato, ma alieno da iniziative spericolate, agì più con scaltrezza che con ardimento. La situazione paradossale in cui venne a trovarsi fu quella di un popolo, che, già ingannato, continuava a voler essere ingannato nel rifiutare di riconoscere ormai la nuova realtà storica e di voler credere a una menzogna, in buona e in mala fede, a un tempo, propalata: i fatti di ottobre, cioè, ne saranno dimostrazione significativa non solo per la storia locale ma per quella tutta del tempo.
Il Giuliani inizia il due agosto la sua attività di sindaco. I compiti che lo attendono sono quelli di sedare i moti premonitori dei contadini e dei braccianti, di tener calmo il popolo per un ordinato e improvviso trapasso di regime e di preparare infine l'opinione pubblica indirizzandola favorevolmente alla novità del plebiscito e del nuovo Stato unitario.
Compito davvero immane in un paese difficile, di schietti e radicati sentimenti borbonici, di spirito tradizionalista, alieno e sospettoso del nuovo.
Egli del resto, riuscì brillantemente nella prima operazione.

“All'ingresso nella carica - annota il Giuliani in una sua memoria (Nota 6), tuttora inedita - trovai la massa dei bracciali buttata sui demani comunali che dissodava, ed anco a mano armata. Le guardie forestali non gli potevano resistere ed i superiori ne fremevano. Per chiamarla all'ordine emanai un bando, affisso nei luoghi pubblici, e che veniva pure letto a cinque agosto, giorno di domenica, ed affisso nelle chiese parrocchiali: e la plebe, speranzata per le promesse ripartizioni dei demani a coltura, si ritirò dal delitto, di che l'Intendente se ne compiacque”.

Il bando, tra l'altro, promette che

“la comunale amministrazione non mancherà venire in aiuto alla classe dei poveri bracciali e provocare dal provvido governo del Re, nostro signore, apposite provvidenze per loro passare nei modi di legge una quota parte delle tante illegittime occupazioni, onde poter utilmente applicare le braccia e trame uno stentato sostentamento...
Obbediente alle leggi, attenderà che il nuovo regime costituzionale si consolidi, perché i poveri bracciali saranno alla meglio contentati. Si desista dunque da ogni atto violento e non si prenda ad esempio quello che in fatto di arbitraria dissodazione avvenne nei tempi passati, perché ancora quelle accresceranno la massa dei terreni divisibili, onde per tutti vi sia latitudine nella quotizzazione” (Nota 7).

Purtroppo Francesco II non poté mantenere la promessa dello “stentato sostentamento” e il nuovo Stato non passò giammai, in San Marco, alla ventilata “quotizzazione”.
Il buon Giuliani per il momento dovette ridimensionare le sue promesse con le disponibilità della cassa comunale. E

Un gruppo di pastori in una immagine tratta dal libro del Beltramelli 'Il Gargano'
Un gruppo di pastori in una immagine tratta dal libro del Beltramelli 'Il Gargano'
“poiché col bando promettevasi applicare le braccia ai pubblici comunali lavori, ed aprire quelli specialmente sulla strada di Stignano, così, consultandosi lo stato finanziario, non si trovavano a disposizione che semplicemente ducati cento”. Così molto più modestamente “in sulle prime, per applicare le braccia, s'intrapresero le opere col disterramento di quel braccio del canalone da me altra volta aperto che, dall'orto badiale, passando pei pozzi, va a congiungersi presso la vigna di De Lillo al torrente del vallone di San Matteo, il quale stava colmo; ed abbattendosi il ponticello che portava ai pozzi, perché non era sufficiente al passaggio delle alluvioni, se ne costruiva un altro di maggior capacità ed altezza per salvare buona parte del paese dalle inondazioni. Col getto del materiale, poi, si poté fare un tratto di strada che dal ponte De Lillo conduce alla chiesa di S. Maria delle Grazie”.

Ma gli eventi incalzano, anzi 'galoppano', direbbe il Giuliani. Mentre il nostro sindaco si affanna a calmare gli animi, a procurare comunque lavoro ai braccianti con opere utili alla città, negli stessi giorni, un suo illustre concittadino si appresta, sull'estremo lembo della baia calabrese, a porgere il primo autorevole saluto del continente a Giuseppe Garibaldi. Il sammarchese Marco Centola (Nota 8) giudice a Mélito di Porto Salvo, all'alba del 19 agosto 1860, s'incontra col Generale a bordo del “Franklin” e, dopo un cordiale colloquio, viene nominato da questi “Presidente” di Melito. È la prima investitura di autorità compiuta da Garibaldi sul continente. Rapida la corsa del dittatore da Reggio a Napoli, e già il solerte sindaco, a nome dei suoi amministrati gli fa giungere il seguente messaggio:

“Al Direttore dell'Interno. Il Municipio di San Marco in Lamis, non vuole essere l'ultimo a salutare l'eroe, il Redentore d'Italia, il Duce e il condottiero della Croce di Savoia, il Dittatore delle Due Sicilie, il cittadino Giuseppe Garibaldi, ed esclamare anch'esso nella piena effervescenza di gioia che brilla in ogni cuore: Salve, Salve! Per tè l'Italia una. Viva la Croce di Savoia - Viva Vittorio Emanuele e Viva Garibaldi. Cessato il duro servaggio, il Municipio aspetta e spera”.
Eguale giubilo, eguale entusiasmo nel Giuliani e nel suo collega predecessore il quale, come abbiamo visto, si felicitava col sottintendente di San Severo perché nel maggio scorso le “reali truppe”, avevano “disfatte ed atterrate le orde di Garibaldi”.

Per suo conto, comunque, il Giuliani meritamente si compiace che

'nei giorni di settembre tutto fu quiete, tutta tranquillità in San Marco, e come nei giorni 21 e 23 si ebbe a celebrare la Fiera di San Matteo, i commercianti non ebbero che ad ammirare l'ordine serbato in ogni classe dalla ospitale popolazione'.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?