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Da Wikipedia.
Memorie di Giuda è un romanzo storico di Ferdinando Petruccelli della Gattina, da alcuni considerato il più importante della sua produzione letteraria.
Fu pubblicato inizialmente in Francia nel 1867 con il nome Les Mémoires de Judas ed in seguito in Italia nel 1870 dall'editore Treves.
È una rivisitazione dell'apostolo traditore Giuda Iscariota, raffigurato dall'autore come un rivoluzionario che combatte per liberare gli ebrei dall'imposizione romana. L'opera, oltre a manifestare il forte anticlericalismo di Petruccelli, nasconde un messaggio di ideali risorgimentali in quanto Giuda non è altro che un carbonaro ante-litteram.
Per il suo contenuto dissacrante, il libro suscitò polemiche, soprattutto da parte delle gerarchie clericali, e fu criticato anche da alcuni intellettuali come Benedetto Croce.
Memorie di Giuda ebbe una grande influenza su La reliquia di José Maria Eça de Queirós, tale da indurre alcuni studiosi ad accusare lo scrittore portoghese di plagio.
La 1. edizione italiana è del 1870.
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Giornale dei Notari e procuratori, n. 2, Anno III, 13 gennaio 1866
Testamento del marchese di Villa-Hermosa - regalo dal notaio Manina, di Torino.
Il 15 febbraio corrente si aprì in Torino, davanti la Corte d'Assise, il gran dibattimento nella causa criminale contro i signori Vignali, Mannelli, Martina notaio, Cassilli e Berdoati, accusati di truffa e falso nel testamento del marchese di Villa-Hermosa.
L'importanza del processo ci induce a darne un breve riassunto, massime che il ceto notarile e legale vi è specialmente interessato, trovandosi purtroppo uno dei suoi membri fra i principali accusati. I difensori del notaio Martina sperano ancora di salvarlo, avendo esso peccato piuttosto per troppa fiducia e buona fede, che per malizia e truffa. Noi non possiamo che desiderare questo risultalo por l'onore dell'ordine notarile.
Ecco l'atto d'accusa del Pubblico Ministero.
Fra gli atti ricevuti da Gian Domenico Martino, notaio residente in Torino, se n'è trovato uno che fu fatto il 1865, addì 24 febbraio. alle ore nove della sera in Torino, via Carlo Alberto, ed in una camera al primo piano dell'albergo della Pensione Svizzera. Nel quale atto si leggono le dichiarazioni e menzioni che qui si trascrivono letteralmente per una imparziale ed esatta relazione del caso; ed acciò si possa formare un giusto e saldo apprezzamento delle disposizioni di esso, se ne riferisce soltanto il bastevole concetto.
Dice dunque l'atto che avanti al prefato notaio ed alla presenza di quattro testimoni qui nominati, fu presente il signor marchese D. Giuseppe fu Stefano Villahermosa, nato e domiciliato in Genova, il quale mentre si trova sano di mente, di vista, udito, loquela ed intelletto, sebbene per infermità detenuto in letto, volendo disporre delle sue sostanze dopo di sé per testamento pubblico, dichiara e spiega al notaio, presenti ed udienti gli stessi testimoni, la sua volontà nella conformità seguente, cioè:
1 Per funerali e suffragi si rimette alla pietà dell'erede universale infranominato.
2 Risponde nulla voler legare alle Pie Opere.
3 Lega alle sorelle dam. Virgilia e dam. Raffaella Bascone, figlie del cav. avv. D. Gennaro, Vice-prefetto di Abbiategrasso, lire 10 mila ciascuna, ed un regalo di lire 150 passando a matrimonio.
4 Lega alla signora dam. Maria Trona di Giuseppe, detta Pecchette di Clarafort, lire 15 mila.
5 Lega al signor D. Giovanni Battista Marinelli di Agnone, ex-conventuale, lire 150 al mese sua vita naturale durante.
6 Lega all'avv. Felice Nicola Cassili di Napoli, ed ora in Torino impiegato al Ministero di grazia e giustizia, lire 1.500 all'anno sua vita naturale durante.
7 Lega all'Ottavia Mango, vedova dell'avvocato Cova di Sassari, lire 2.000.
8 A dam. Giuseppina Idoppio, maritata Conrotto di Sassari, lire 2 mila.
9 Lega a dam. Vincenza Santi di Tommaso, moglie del geometra Berdoati di Ravenna, ora in Torino, la somma di lire 2 mila annue, di lei vita naturale durante.
10. Alle persone di servizio dell'albergo, fra tutto lire cinquecento (500).
11. Alle persone di servizio in Genova, una pensione vitalizia eguale allo stipendio corrente.
12. Dichiara di avere due crediti, l'uno verso i fratelli Guerrieri Giovanni ed Alessandro di lire 11 mila, coi frutti sociali
da liquidarsi: e l'altro verso Giovanni Gambaro di Genova in capitale di lire 23 mila, residuo di 30 mila.
Nel rimanente di sua eredità chiama e nomina in suo erede universale il consigliere D. Giovanni Vignali di Napoli, ora in Torino, pregandolo a volere, in attestato di sua buona amicizia, accettare la carica di esecutore testamentario della sua eredità, colle dispense che dalla legge gli sono concesse di accordare a favore dello stesso esecutore testamentario.
Indi l'atto prosegue così: Tale dice essere il testatore la precisa sua volontà, dichiarata a me notaio, udenti li suddetti testimoni, e volere abbia a sortire pieno effetto dopo di sé, revocando ed annullando ogni precedente suo testamento. E richiesto io regio notaio collegiato, ho ricevuto letto e pronunciato ad alta e chiara voce il presente atto di testamento in presenza ed a piena intelligenza dello stesso testatore, e dei suddetti testimoni tutti meco notaio sottoscritti.
E nel fine si leggono i nomi del testatore, dei testimoni e notaio.
Alla lezione di questo riferito atto, i leggenti reputerebbero che ei sia un atto, come d'ordinario, compilato regolarmente, con veracità e lealtà, riferente le formalità prescritte dalla legge, e realmente adempiuto ad essenza e cautela di un atto cosi importante e solenne, e per attestare la volontà libera, cascate, e manifestata dal testatore.
Ma invece questo ricordato atto è assolutamente falso, tanto in ordine alla menzione dello adempimento di alquante di quelle formalità, che costituiscono la essenza e la prova insieme della legittimità del detto atto, quanto in ordine ai fatti ed ai casi che così vuol attestare, ed alle disposizioni cui dichiara dettate od espresse dal testatore.
1 È falso che il testatore al momento dell'atto si trovasse sano d'intelletto, ed abbia detto o potuto dire essere in quell'atto la precisa sua volontà, dichiarata al notaio, udenti i testimoni.
La istruzione del processo fa manifesto che già sino dalla sera 28, il marchese Giuseppe era incoerente nelle sue risposte, non comprendeva più quello che gli si diceva, ed aveva difficoltà di esprimersi: che da più ore innanzi le nove della sera del 24 non aveva la testa a segno, né sufficienti cognizioni, né lucidità d'idee, né coscienza di quanto faceva o gli si volesse far fare: stato questo conseguente al non avere preso alimento da quasi dieci giorni, ed alla cancrena onde si trovava mortalmente travagliato; anzi è reso evidente, per dichiarazioni di onestissimi medici e probi testimoni, che ne depongono, che le funzioni della respirazione, della circolazione del sangue e della innervazione erano già alterate alle sette di quella sera; che se l'ammalato non aveva ancora il subdelirio degli agonizzanti, era però affatto apatico, non si trovava in grado di conoscere la portata delle disposizioni, non aveva l'animo cosciente; tutto al più poteva rispondere un sì o un no, senza conoscere il valore del sì o del no pronunziato: e finalmente, oltre a molti altri accidenti, di cui sarà data notizia più innanzi, venne con uniforme e costante asseveranza di più testimoni accertato, che inorno alle nove (proprio in quello spazio di tempo in che il notaio riferisce compilato quel testamento) il marchese Giuseppe era agonizzante, sorretto a stento da più persone che lo circuivano, matido di morte lo aspetto; ed appena finita la lettura dell'atto, data dal notaio, o quasi condotta la sua mano a vergare una pressoché non intelligibile firma, ricadde sugli origlieri ed indi a pochi minuti emise lo spirito, senza che un sacerdote allora allora messo nella stanza, potesse, secondo il rito della religione cattolica dal morente professata, avviarlo confortato alla eternità misteriosa e creduta.
2 E' falso assolutamente che il testatore marchese di Villahermosa abbia dichiarato al notaio Martino, in presenza dei testimoni scritti nell'atto le disposizioni che si leggono in detto testamento o qualunque sua volontà. La istruzione raccolse in processo le prove più salde o palmari, che i quattro testimoni instrumentari furono introdotti nella camera ove giaceva moribondo il marchese di Fuente Hermosa, allorquando già l'atto ero stato compilato e scritto: i testimoni ignoravano, e tuttavia ignorano, quanto abbiano fatto in quella camera il marchese Giuseppe, il notaio Martina, il Vignali, il Marinelli, il Cassilli, il Berdoati e le femmine che circuirono da alcuni giorni quello sventurato signore: i testimoni non hanno potuto udire pronunziare dal supposto testatore nessuna disposizione, e specialmente quelle contenute nel rogito Martina; anzi ignorano o ignoreranno sempre, se il marchese abbia o quella od altra qualunque disposizione manifestata al Martina od a chicchessia; perché il notaio, insieme coi quattro individui sunnominati, e colle donne assistenti rimasero chiusi esclusivamente in quella camera,circuendo il moribondo marchese, esattamente dall'istante in cui il Martina fu messo contro a quel segreto luogo, sino al momento che vi furono, per la lettura dell'atto compiuto, chiamati ed introdotti i quattro testimoni istrumentari medesimi.
E due circostanze notevolissime accertò l'istruzione, che debbono qui ricordare, e sono:
l Che mentre il notaio Martina stava appunto chiuso in quella camera con le già nominate persone, il signor Emilio
Matteo Jourdan, padrone dell'albergo, si accostò al limitare della camera stessa, ne aperse la porta per introdurvi il notaio Partiti, cui aveva mandato a richiedere, appunto perché da taluno gli erai stato riferito che si domandava il ministero di un notaio por servire ad atti del marchese; ma non sì tosto posò il piede sul limite della porta, che il Jourdan ed il Partiti furono mandati via.
La seconda circostanza è che quando l'atto del notaio Martina già era stato scritto, ed nulla più mancava a dargli la forrma apparente di autenticità, fuorché la menzione del concorso di quattro testimoni, il Berdoati Filippo uscì da quella camera, e, andatosene all'ufficio della segreteria dell'albergo, domanda che gli si indicassero le generalità di quattro testimoni, da servirgli nel testamento fatto dal marchese Don Giuseppe, e fu soltanto per la savia o diritta osservazione del Jordan, che cioè non la indicazione dei nomi e delle generalità dei testimoni, ma sì la reale loro presenza ed il loro concorso all'atto dovesse richiedersi, che i quattro testimoni menzionati nell'atto furono introdotti nella camera, dove giaceva il moribondo marchese, ed udirono solamente il notaio leggere l'atto del suo supposto testamento.
Ben è vero che prima di incominciare la lettura dell'atto, il notaio Martina, volgendosi al giacente marchese, gli disse, che ponesse mente a quella lettura, acciocché intendesse se recasse espressa la sua volontà; ed è pur anche vero, che nel volgere della lettura di tale atto si fecero talune osservazioni, dichiarazioni ed aggiunte; ma egli è verissimo altresì, ed è lucidamente accertato, che il marchese D. Giuseppe, non manifestò, non espresse, non disse mai, neppure in tutto il tempo passato dall'introduzione dei testimoni in quella camera al punto pur troppo vicino e pronto della sua morte, né la sua volontà, né quali disposizioni lasciasse, e molto meno poi quelle che si leggono nell'incriminato testamento.
Il marchese, in quegli estremi momenti della sua vita, e nello stato che già più sopra si è descritto, nou fu udito dai quattro testimoni a pronunciare fuorché parole tronche, confuse e fioche le seguenti parole: dieci, dieci - ossequio, ossequio: taluno udì, o gli parve di udire un sì, taluno un no, ed altri all'interpellanza del notaio che stesse attento alla lettura, udì rispondere difilato ed automaticamente dal marchese si e no insieme.
I quattro testimoni, nel corso di quella lettura, videro ed osservarono che il marchese Giuseppe girava lo sguardo apatico e spento intorno a sé; faceva col capo segni indefinibili, perché malcerti, se affermasse o negasse; osservarono che le persone, o specialmente le femmine che gli stavano a lato, gli mettevano alle nari ed ai polsi pezzuole bagnate d'aceto, che a quando a quando Cassilli e Marinelli gli si accostavano, che venne sorretto, fiancheggiato da più origlieri, sottopostigli da quelle persone, di cui taluna gli sosteneva il braccio: osservarono che appena vergate su quell'atto alcune cifre, che dovevano poi ela sua sottoscrizione, cadde sfinito eri indi a poco spirò.
E mentre l'aspetto di così fatti casi s'imprimeva indelebile nella loro memoria, i quattro testimoni osservavano altresì (per poscia rendere unanime e fermissima deposizione) che furono invece il Vigliali, il detto Mannelli, il Cassilli, il Berdoati e talvolta alcuna delle femmine circuenti il marchese coloro che, di vero o propriamente, discutevano, emendavano o aggiungevano intorno a taluna di quelle disposizioni, di cui il notaio andava proseguendo la lettura, alla cui fine, anzi, coloro, con frequenti eccitamenti lo venivano sollecitando.
3 E' falso ancora ciò che a suggello delle sue premesse attestazioni riferisce l'atto: che cioè, dopo avere udita la lettura dell'atto, abbia il marchese Giuseppe detto essere quella la precisa sua volontà, dichiarata al notaio, udenti i testimoni. Il marchese, anche in quel punto, anzi tanto più in quel punto, né disse, né poteva dire parole siffatte; i testimoni lo accertano, e la negazione è d'altronde sostenuta dal continuato peggioramento della letale sua infermità, dal progressivo spegnersi delle sue facoltà, dalla costante sua apatia, dalla successiva pronta sua morte, e finalmente da un grido di raggiunta soddisfazione scattato, in quei miserevoli istanti, dal petto ànsio dei circostanti eredi e legatari... In conseguenza Vignali D. Giovanni, Marinelli Padre Giambattsta, Cassilli Felice Nicola avvocato, Berdoati Filippo geometra, Martina notaio Giovanni Domenico.
Sono accusati
Li primi quattro:
"Di falsità in atto pubblico, e di truffa, per avere in Torino, nell'albergo della Pensiona Svizzera, la sera del 24 febbraio 1865, in seguito a doloso concerto fra essi, fatto compilare un testamento pubblico, supponendolo contro la verità, dichiarato dal marchese Giuseppe di Villaherrmosa, all'effetto di procurarsi un documento ad impossessarsi, come fecero, delle sostanze di lui che aveva esso di sé in detto albergo, eccedenti lire 500, e della sua eredità con danno dei suoi discendenti e successori legittimi.
Il Gio. Domenico Martina, dì falsità in atto pubblico, di complicità in truffa e del reato previsto all'articolo 348 del Codice penale, per avere nella suddetta sera e nell'albergo medesimo rogato nella sua qualità di notaio un atto in forma di testamento, di detto D. Giuseppe e marchese di Villahermosa da lui non conosciuto, e senza che pur si facesse a lui conoscere in modi e colle cautele legali, contra verità e fraudolentemente alterate la sostanza e le circostanze di tale atto, scritto disposizioni non dettate, e diverse dalle dettate, e dichiarato come fatti veri quelli che son fatti falsi, e come riconosciuti e quelli che non furono, per cotale guisa procurando ai nominati Vignali, Cassilli, Marinelli e Berdoati il titolo efficace ad impossessarsi di quelle sostanze e successione. Reati previsti dagli articoli 626, 630.103,104, 348 del Codice penale.
Cav. Giulio Albertazzi
Avvocato Generale.
Questo processo che da circa 10 giorni occupa tutta la città di Torino, pare dover durare ancora dieci o dodici giorni.
Noi faremo conoscere nella prossima dispensa il suo andamento, e, se possibile, il suo risultato.
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https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/collane-visoni-e-ipad-ruba-ruba-a-montecitorio/186839/ del 27 gennaio 2012 di Sara Nicoli
Ladri. Sì, certo, ladri. La Camera dei deputati è infestata dai ladri. E non è una propaganda anticasta. Qui si parla di ladri veri, lesti come professionisti e, soprattutto, imprendibili. Agiscono prevalentemente nelle zone più frequentate, il Transatlantico, l’ala “fumoir”, il cortiletto, i divani dei corridoi, le toilette delle deputate, gli uffici delle commissioni. L’aula stessa non è più un luogo sicuro. Anche qui sono spariti iPad, agende e portafogli, ma poi niente denunce. “Non è mica facile - scuote la testa un deputato Pdl - fare i nomi di chi ti stava accanto quando ti è sparita la roba… e puoi rovinare delle amicizie antiche perché è sparito un iPad da 600 euro?”. Mica sempre, però. L’altro giorno la leghista Paola Gosis girava per la Camera come una pazza “perché non mi rimborserà neanche l’assicurazione e questo è uno scandalo!”.
È successo che prima della pausa natalizia - si era in tempi di regali, in effetti - la Gosis abbia lasciato “la mia borsa blu, quella con il logo della Camera che usiamo per mettere dentro fogli e scartoffie” su uno dei divani rossi del Transatlantico “perché era suonata la chiama e sono corsa dentro a votare”. Tornata alla borsa dopo qualche minuto, l’ha ritrovata con tutte le carte, meno un astuccio con dentro una collana “del valore di 3 mila euro”. Ecco, pensare che il Transatlantico, il corridoio cuore di una delle massime istituzioni del Paese, non sia “controllato”, né “assicurato”, fa ridere. Poi, però, si scorre l’elenco dei furti (30 nel 2009, 33 nel 2010 e 26 nel 2011, cui vanno aggiunti una decina di minor entità solo prima di Natale) e si capisce che qualche ragione ce l’ha chi parla di “ladri alla Camera come in una kasbah”. In effetti sparisce di tutto. I più gettonati sono gli iPad, seguiti dai portatili e dai cellulari. Seguono le penne di pregio, i classici portafogli, le agende telefoniche, qualche prezioso delle signore e quindi pellicce, borsette e un profluvio di cappotti di cachemire. Ultimo: un navigatore satellitare da barca, per ritrovare chissà quale rotta politica. I cappotti, si diceva. Per dire: l’hanno rubato anche a Paolo Bonaiuti, l’ex portavoce del governo Berlusconi, “era quello blu, ci tenevo un sacco, l’ho appoggiato su una sedia, poi sono uscito e dopo non c’era più”.
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www.eleaml.org del luglio 2014 Autore: ? - I 450 deputati del presente e i deputati dell'avvenire
PIETRO BASTOGI
Vi sono taluni i quali con una carità tutta propria, che saremmo tentati di chiamar pelosa, vorrebbero che sulla faccenda delle strade ferrate meridionali nessuno avesse più a fiatare eternamente.
Noi non siamo di quest'avviso; prima perché una promessa ci fa obbligo di parlar anche del signor Pietro Bastogi, il quale, al tempo che fu cominciata quest'opera, era ancora deputato; in secondo luogo perché, crediamo che non sia sano il dimenticar troppo presto le brutte azioni e i loro autori, ed essere carità di patria il rammentarne di quando in quando il castigo inflitto, come esempio solenne di pubblica moralità.
E tanto più che vi hanno uomini interessati a far comparire - non difficile intento! - bianco il nero e nero il bianco, a minorare ogni colpa, a volgerle fors'anche in senso contrario.
Chi avrebbe detto che un barone Ricasoli osasse rilasciare al Susani un benservito, che nessuna cima di galantuomo avrebbe sperato migliore? Al Susani che non ha pur saputo risponder sillaba alle sanguinose imputazioni mossegli in pieno Parlamento e fuori, e che preferì farsi condannare dalla nazione in contumacia, purché fosse salvo il fatal milioncino....
Che volete di più se il Bastogi stesso ci ha creduti tanto gonzi da pubblicare quel miracolo di impudenza, che è la lettera, in data Torino 5 agosto corrente, a suoi elettori di Vicopisano, la quale ha fatto piangere di tenerezza tutti quanti i borsaiuoli d'Italia? E se i suoi elettori con una risposta ancor più impudente hanno creduto di fargli sapere che non volevano rieleggerlo, non perché egli fosse stato colpito dal voto della Commissione di inchiesta e da quello più tremendo: dall'opinione pubblica europea ma perché egli non aveva saputo mantenere le sue piccole promesse da campanile, perché non aveva saputo proteggere i meschini interessi di quel collegio....
A guarire questi traviamenti della morale pubblica non sarebbero troppo i bottoni di fuoco. Perciò, sebbene per abitudine e per proposito ci piaccia essere miti, dovremo assegnare al signor Pietro Bastogi la misura che gli spetta, in modo di raccomandarlo, crediamo noi, per tutte le legislature dell'avvenire.
E perché le città italiane non se lo disputino nei secoli futuri, come quello che meritò di essere il primo conte del regno italiano, ci affrettiamo a registrare che Pietro Bastogi è nativo di Livorno. Siccome nessuno si sarebbe figurato che sarebbe stato un dì cavaliere, deputato, ministro delle finanze del Regno d'Italia, impresario delle strade ferrate meridionali e protagonista della commedia dolorosa, vi fu anche nessuno che tenesse conto della sua prima giovinezza, se non fosse stato egli medesimo a farci sapere nella lettera, 7 marzo 1860, indirizzata al presidente del Comitato elettorale di Cascina che lo aveva prescelto per candidato, come fin dai suoi più verdi anni fosse in lui desiderio ardente di vedere l'Italia sottrarsi alla licenza straniera.
Tradusse infatti questo suo desiderio coll'accettare d'essere membro e cassiere della Giovine Italia; ma pare che fin d'allora tendesse ad affari un po' meglio importanti. Questa cassa essendogli per avventura sembrata un po' magra, la abbandonò d'improvviso e si unì al partito assoluto.
Nondimeno gli si metta in buon conto di aver aiutato la stampa in Parigi dell'Assedio di Firenze, che è la migliore fra le opere letterarie e politiche del Guerrazzi. Si disse essere questa edizione costata al Bastogi ed agli amici dell'autore quattordici mila lire; noi lo vogliamo lodare di questa buona opera, anche a dispetto del Guerrazzi, che sembra l'abbia dimenticato, se potè al Circolo democratico della sua città proporre ai giorni scorsi di radiare il Bastogi dalla cittadinanza livornese, e se, con una intemperanza da
arrabbiato, gli slanciò contro i più luridi vituperi che possano uscire da una bocca umana. Ingrato!
Dopo quella buona azione, fino cioè, al 1849, si preparò alla vita politica ed alla gloria che in essa lo attendeva.... facendo il banchiere.
La prima operazione bancaria che ha attinenza colla causa italiana è ricordata dal maggiore Stefano Siccoli, ora deputato, nell'indirizzo agli elettori di Cascina, in cui si riassumevano i meriti del Bastogi.
"Appena tornato il Lorenese cogli Austriaci, prese un forte imprestito. Il suo denaro si commutò in vittovaglie e catene per tutti noi, ed in pane per i Croati, che scannavano i Livornesi e bastonavano le nostre donne: egli però intascò a sangue freddo i frutti di quell'imprestito, prezzo di maledizione, prezzo di sangue! In premio di tanto stoicismo fu fatto cavaliere (S. Giuseppe di Toscana). Questi sono i servigi che ci ha resi..."
Noi qui interrompiamo un momento la citazione per empire una lacuna.
Allorquando cessò in Toscana l'occupazione austriaca, il Bastogi fu tra coloro che firmavano una supplica a Leopoldo II perché prolungasse quell'occupazione almeno per Livorno sua patria, e raccomandò tale supplica con lettera particolare al cavalier Speroni, cavallerizzo del Granduca:
"In sul principio dell'anno passato (1859) ricusò di firmare l'atto di adesione al bel libro del sig. Celestino Bianchi: Toscana ed Austria, e indusse altri a far lo stesso, e così fece per ogni altro scritto liberale che comparve prima e dopo il 27 aprile, quando non si sapeva ancora come sarebbero andate le cose!
Nominato membro della Consulta, il giorno in cui si adunò per dichiarare la decadenza della dinastia di Lorena e riconoscere il Governo Provvisorio, il cav. Pietro Bastogi non intervenne. - Ecco la prova del suo coraggio civile! Ecco la fermezza dei suoi principii! Infine sollecitò dal nostro governo (cioè, il governo toscano) l'ultimo imprestito, perché lo sapeva affare sicuro, essendo garantito dal Piemonte. Abusando della strettezza del Governo l'ottenne e ne fece un monopolio. Così per dato e fatto suo fu esclusa la libera concorrenza nell'operazione finanziaria di maggiore rilievo che si sia fatta in Toscana, dal che risultarono due danni gravissimi: diminuzione di capitali per lo Stato e esclusione dei cittadini dai benefizii di quell'imprestito, che con tanto sciupio di denaro ha profittato a lui solo. Di questo genere sono i sagrifizii del cav. Pietro Bastogi per la patria!"
Proclamata l'annessione della Toscana, quando si trattò d'inviare al Parlamento Italiano i deputati, il cav. Bastogi fiutò prima in Livorno qual vento tirasse per lui, e visto che la sua candidatura vi sarebbe rifiutata, picchiò alla porta di varii comitati elettorali di Toscana e di Romagna, e fu allora che il collegio di Cascina lo avrebbe preferito; ma il maggiore Siccoli, con quell'animo che deve avere ogni uomo di cuore, mandò fuori il suo indirizzo a quegli elettori, del quale è bene trascrivere un'altra parte, perché racchiude un'antiveggenza di ciò che sarebbe avvenuto e perché si conosca come non mancassero a suo tempo coloro che prevedevano le conseguenze della sua nomina: "Ora io vi domando: che cosa va a fare il cav. Pietro Bastogi al Parlamento italiano? Quale fra le tante bandiere che ha seguito, sarà quella che abbraccerà attualmente? La più stabile senza dubbio: ma se tornasse il pericolo
Il cav. Bastogi è prima di tutto banchiere e quel che è peggio nient'altro che banchiere.... Il suo tempo equivale a una bella cifra di napoleoni d'oro.
Come mai, signori elettori, potete permettere che il cav. Pietro Bastogi sagrifichi forse un anno di tempo, o piuttosto, come mai potete credere che voglia sagrificarlo senza un largo compenso, senza la certezza di un guadagno assai più vistoso di quello che gli produrrebbe un anno di catena al banco? Egli dunque va al Parlamento per speculazione, colla speranza di far degli affari. Il Parlamento non è, per Dio, una Borsa, né una Banca di sconto! Fuori i mercanti dal tempio! Non vogliamo speculatori, ma gente che abbiano sempre avuto uno stesso colore, un colore deciso, e che al bisogno sappiano morire intrepidamente sulle loro sedie curali, come i Senatori Romani, nostri padri, in Campidoglio. Ricordatevi signori elettori che voi siete responsabili in faccia a Dio ed alla patria pei vostri mandatarii".
Il Siccoli era stato la Cassandra, con queste sue parole, che prevedevano la catastrofe del luglio scorso.
Il cav. Pietro Bastogi agli elettori di Cascina aveva messo innanzi come a programma politico questa sua dichiarazione:
"Il costringere insieme le sparse provincie italiche in un regno liberamente costituito, potendo solo assicurare la indipendenza della patria, io non mi arresterò dinanzi ai provvedimenti reputati utili anche da una prudente audacia(!) né a sacrifizii d'ogni maniera necessarii per conseguirla".
E pose tosto in pratica questa promessa quando, presentataglisi una cambiale di firma d'augusto personaggio, il cui prodotto doveva valere a sostenere la rivoluzione delle Romagne, questo banchiere patriota ricusò di scontarla.
Chiarendosi tosto ministeriale, e lo fu sempre, votava la cessione di Nizza e Savoia; come deputato parlò raramente, secondando così opportunamente la indifferenza e la poca scienza della Camera in materie economiche.
Il conte di Cavour, senza averlo molto studiato, lo chiamava troppo presto al ministero delle Finanze.
Allora le finanze italiane erano ancora in buon stato e godevano di molto credito. Il Bastogi nel 29 aprile 1861 presentava una legge per autorizzazione a fare un prestito di 500 milioni e fu per lui contratto a condizioni più onerose perfino di quello dei 700 milioni, stipulato l'anno scorso da Minghetti.
Gli venne ascritto a gran merito l'unificazione del debito italiano, ed ei medesimo ne fa un capo grosso che mai il maggiore, come se con quella legge fosse stato aperto e sgombro da ogni inciampo il vasto mercato italiano, dentro il quale potessero muoversi il capitale ed il credito e diffondersi liberamente; ma oltre che egli non l'ebbe attuata che semplicemente di nome e non totalmente di fatto, era inevitabile il compierla, per continuare il lavoro già iniziato da Cavour; era insomma un' idea talmente semplice e logica, che poteva entrare anche nella mente del suo barbiere.
Nondimeno Bastogi per tanta sua scoperta venne fatto conte.
Non sappiamo se i lettori divideranno l'opinione di parte della Camera circa l'eloquenza parlamentare e la coltura letteraria del nostro conte; certo è che la destra si lasciò andare più d'una volta ad entusiasmi per lui.
Ecco qualche saggio del suo stile, meritevole di venir riportato nelle crestomazie italiane.
In una sua lettera, 7 marzo 1860, di ringraziamento al Comitato elettorale di Cascina, troviamo questo gioiello: "Senza queste (le libertà interne) non sarà dato a noi italiani esplicare grado a grado tutta la nostra virtù intellettiva ed usare tutte le forze produttrici, che Iddio compartiva proprio (!) alla terra dei nostri padri.
Assicurando con la indipendenza d'Italia le sue libertà interne, raccogliendo quella forza che sta a perpetua difesa dell'una e delle altre. Questa forza è riposta nel costume (!!) che forma la corona della vita (!!!) di un popolo libero".
Nella seduta del 21 gennaio 1862, essendo il Bastogi ancora ministro delle Finanze, versando la discussione intorno al progetto di tassa del 10% sui prezzi, trasporti, viaggiatori e merci a grande velocità, premette alle sue parole questa scusa: "una lieve malattia non mi ha permesso di fare gli studi per fare un discorso all'improvviso" (ilarità).
Difendendosi contro Popoli che lo accusa di non presentar mai i bilanci, dice: "dobbiamo incoraggiare il popolo italiano all'adempimento dei più solenni doveri e se non abbiamo vinto sui campi di Solferino, sappiamo e vogliamo pur anche consolidare le nostre vittorie sottoponendoci tutti a quei sagrifici che valgano a conservare la nostra dignità e il nostro onore".
E tutte queste frasi, pervenirci poi a dire: pagate! E altrove: "noi non abbiamo domandato all'estero dei denari per dire: non li restituiremo; ma li abbiamo domandati perché avevamo la coscienza di poter soddisfare ai nostri impegni".
Eppure gli è a simili baggianate che il centro e la destra applaudivano fragorosamente. E continua: "Duolmi, che da qualche tempo un malvezzo siasi insinuato nella pubblica (!) stampa, la quale dirò schietto, non si occupa d'altro la mattina, che d'indovinare le piaghe che sogna la notte essere nelle nostre finanze. Dico indovinare, perché essi (chi?) ve lo assicuro, non le conoscono".
Oh, così fossero stati sogni!
Il Bastogi ritornò alla vita privata quando Dio volle, e come che non gli fosse bastata la bazza del ministero - tanto più, se è vero, che per consuetudine spetta la provvigione al ministro che conchiude un prestito, e allora quella sui 500 milioni deve essere stata abbastanza larga - il poverino - "acconsenti (sono sue parole), a sobbarcarsi (altro dei violentati!) ad un'impresa, di quelle da cui per temperamento e per abito(!) si era sempre tenuto lontano".
I lettori capiranno a volo, che siamo giunti alla eroica impresa delle strade ferrate meridionali.
Il Talabot aveva rinunziato alla convenzione sancita colla legge 21 luglio 1861, che riguarda appunto le ferrovie meridionali e la casa Rotschild, in unione allo stesso Talabot, ne sottoscriveva un'altra il 15 giugno 1862, e all'indomani veniva presentata al Parlamento, nella quasi certezza di riportarne approvazione, non solo, ma encomio.
Ma rimessone l'esame ad una Commissione composta dei deputati Nisco, Bonghi, Trezzi, De Luca, Leardi, Susani, Tonelli, Guerrieri e Grattoni, questa pel contrario venne fuori inopinatamente, appuntando gravezze di condizioni finanziarie imposte allo Stato, e proponendo modificazioni che non potendo accettarsi dai signori Rotschild e Talabot, agevolavano così la via ad accogliersi la proposta abboracciata nel frattempo dal Bastogi e dal Susani con qualche modificazione che autorizzasse la preferenza in massima. E questa non si lasciò gran fatto attendere.
Noi lasciando in disparte le altre gravi accuse mosse alla nuova società del Bastogi, la quale, fin dal suo nascere aveva dato già qualche odore di sua poca legalità, come si è notato nella biografia del Susani e massime da parte del deputato Mosca, che aveva dimostrato d'aver buon naso, verremo tosto a dire, come fosse già da molti mesi, che s'udivano voci esservi stati corruttori e corrotti per ottenere quella concessione, ed essersi usate arti disoneste per raccogliere il capitale. E la stampa pubblica, che dà tanto fastidio al Bastogi, ecco a strombazzare queste sinistre voci, e il Mordini, più importuno ancora, a chiedere in Parlamento un'inchiesta: "per mettere in luce se, e sino a qual punto, fosse stata rispettata nei fatti relativi alla società delle ferrovie meridionali, la dignità della rappresentanza nazionale".
E la Camera ad ordinarla.
La Commissione d'inchiesta, in quanto riguardava il Bastogi e il Susani, in una vendita d'azioni fatta dal Credito mobiliare alla ditta Weill Schott di Milano, colla mediazione del deputato ingegnere Susani, vide: "la prova di una ingerenza diretta e attiva dal signor Susani nell'impresa Bastogi, e in una sfera d'interessi ben diversa da una cooperazione officiosa con consigli meramente tecnici: ingerenza incompatibile colla posizione sua personale nella Commissione parlamentare, e alla vigilia della discussione Bastogi"; e fece queste severe conclusioni: "Che il Bastogi, il quale non poteva ignorare che il deputato Susani faceva parte della Commissione parlamentare, doveva rispettare nel Susani e nell'interesse della stessa istituzione nostra, quella posizione e non doveva accettarlo o sceglierlo come cooperatore all'attuazione del suo progetto; Che se le lire 1.100.000 furono effettivamente rimunerazione dei servigi e della cooperazione del Susani, il deputato Bastogi nelle circostanze di fatto preindicate, avrebbe tanto più mancato al rispetto dovuto alla qualità che rivestiva il Susani, in quanto che, mentre riguardo al Grattoni l'offerta non accettata di un compenso, fu fatta dopo che la legge sulla concessione al Bastogi era già stata votata, riguardo al Susani si verificherebbe invece, che la sua cooperazione sarebbe stata interessata precedentemente alla votazione e citazione".
Le quali conclusioni vennero dalla Camera accettate, cioè, per il sì 153 deputati, 10 soli respingendole e 45, fra i quali indistintamente i ministri, astenendosi dal dare il voto.
Fu detto che la concessione data al Bastogi delle ferrovie meridionali gli costasse, sia prima che dopo, ben tre milioni di beveraggi; sarebbero stati questi dunque i sagrifici, innanzi ai quali aveva così solennemente promesso il Bastogi di non arrestarsi per assicurare proprio l'indipendenza della patria?
Così condannato il Bastogi dal Parlamento italiano, dal quale meglio sarebbe stato se si fosse tenuto sempre lontano, invano mendicò giustificazioni colà, invano le pubblicò di poi.
Vide essersi reso impossibile quind'innanzi al paese e rassegnò il proprio mandato di deputato.
Vicopisano che glielo aveva conferito, colla elezione di altro suo rappresentante, confermò il giudizio del Parlamento, sebbene le ragioni che quel collegio espose, quasi a giustificar il rifiuto a Bastogi, sieno ridicole e indegne.
Se il Palazzo Carignano avesse la galleria dei ritratti dei deputati italiani, come il palazzo Ducale di Venezia quelli dei suoi dogi, dovrebbe stendere anche sull'effigie del conte Pietro Bastogi, grand'uffiziale dell'ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, un velo nero, come la serenissima fece su quello di Marin Faliero, dove scrisse a perpetuarne la memoria queste tremende parole: Marini Faletri decapitati pro criminibus.
I falli di Susani e di Bastogi si pretende che non siano crimini, ma in paese che risorge a libertà e che ha sommo bisogno di pubblica estimazione, essi sono peggiori del più sanguinoso delitto.
Milano, 30 agosto.
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Guido Susani (1824-1892), deputato e faccendiere
Nato a Mantova viene eletto nel collegio di Sondrio.
Mazziniano, poi collaboratore di Cavour. Membro della commissione parlamentare che doveva esaminare la richiesta di concessione del Bastogi. Si dice che abbia intascato 1.100.000 lire ovvero 5 milioni di euro in valuta attuale.
La concessione delle ferrovie dell'Italia meridionale offrì il tristo spettacolo di parecchi deputati, che dopo di essersi grandemente adoperati con la parola e cogli scritti perché quel contratto avesse effetto, presero poi parte come azionisti o come stipendiati in quella società.
Nella seduta del 2 luglio 1861 il suo intervento a noi pare voglia spianare al strada a quella che poi sarà la cordata tricolorata del Bastogi. Fra l'altro afferma: Si chiamano in fatti nemici della patria, aggiotatori, compagni dei Borboni, si chiamano alleati dei socialisti, dei camorristi, dei briganti, alleati con quanto v’ha di peggio, affine di farsi battere le mani da que’ molti che al mondo han paura di tutto.
www.eleaml.org del luglio 2014 - I 450 deputati del presente e i deputati dell'avvenire
La biografia del deputato di Sondrio avremmo voluto assoggettarla a quella stessa operazione, che i Veneziani fecero al ritratto del doge traditore. Un nero velo calato sul di lui nome sarebbe stato, per certuni, più significante che un volume di fatti. Ma ci trattenne il doppio pensiero che quest’opera, per vivere più in là del momento, per aspirare a qualche cosa di più utile e di più durevole, che non sia un successo d’attualità, aveva d’uopo di contenere in sè qualche serio ammaestramento pel futuro, e di essere, per cosi dire, un manuale storico e statistico del primo Parlamento italiano.
È dunque necessario fissar la memoria di questi fatti recenti, perché in essi, i rappresentanti futuri dell’Italia, possano trovare un serio esempio e una severa lezione.
La biografia parlamentare di Susani è pur troppo feconda di ammaestramenti. Essa è, a cosi dire, la dimostrazione e la riprova più evidente di quel principio da noi sostenuto e avversato da chi lo teme forse perché si sente colpevole che nella importantissima scelta d’un amministratore della cosa pubblica, gli elettori debbono contenersi, come qualunque privato, nella scelta del proprio ragioniere: aver informazioni sulla sua vita privata; assicurarsi ch’egli non è solo un galantuomo, ma un uomo delicato; studiarlo nelle più futili operazioni della vita, dove la vera probità si rivela, finché sia entrata la certezza che esso è di quella tempra che non transige mai col più stretto punto d'onore, e che, tra un dovere e un buon affare, ha sempre lasciato di far il secondo pel primo. Susani fino all’altro giorno fu un uomo perfettamente onorevole, nel più stretto senso della parola. Gran merito! Anche prima d’essere candidato del collegio di Sondrio, il Susani, era milionario. Ma chiedetene a tutti i suoi amici, vi risponderanno, ch'egli, fin da giovinetto, fu sempre un po’ intrigante.
V’ha chi lo dice anche d’un orgoglio che supera la misura del suo ingegno, il quale non è mediocre, e d’una presunzione mista d’imprudenza e di sguaiataggine, non iscusata da alcuna mite qualità. Ne daremo le prove.
Nella tornata 9 luglio 1861, mentre sta parlando a tutto pasto di ferrovie, gli sfugge la parola rails, che tosto traduce in regoli.
Alcuni deputati Toscani lo pregano di sostituirvi guide, ed egli, in tuono piccato e con voce ironica: "Già.... ai Toscani certe parole non piacciono... dirò dunque guide".
Poco dopo, volgendosi a Peruzzi, con un risolino di compiacenza e scrollando l’indice della destra, esclama: "Peruzzi, quell’oratore furbo, furbissimo".
E il ministro grato e sorridente, dal suo seggio ministeriale lo ringrazia col capo e colla mano.
In quella seduta istessa riceve una ben meritata mortificazione da Poerio, che gli rinfaccia di aver abusato di confidenza, con una sua lettera privata che riguardava la concessione Thalabot.
Poerio conchiude con queste parole: "mi credo perciò in diritto di esternargliene pubblicamente il mio profondo risentimento".
E Susani si mette a ridere e a fregarsi le mani.
Il giorno dopo, ei riafferra la parola e con un lungo e dilavato discorso annoia la Camera in modo che il presidente è costretto a dargli sulla voce per le bisbetiche e insolenti frasi, che quella disattenzione de’ suoi colleghi gli chiama sul labbro.
Nella discussione del bilancio passivo de’ lavori pubblici, Susani catechizza la Camera, dicendo, che in fatto di spese era necessario andar molto adagio: "Badiamo, signori, che pel buco precedentemente fatto, non passi il torrente".
Invidiabile disinvoltura!
In quella stessa seduta del 3 marzo 1863, in cui ad ogni tratto ei fa udir la sua voce argentina, una di quelle voci che Voltaire chiamava scarlatte, egli è petulante verso il grave e positivo Possenti; chiede con proterva insistenza la parola per un fatto personale e costringe il presidente Poerio a domandargli, in che cosa consista il fatto personale.
E Susani, coll’aria d’uno scolaro che tenta di mettere in ridicolo il maestro, risponde: "Il fatto personale consiste nell’aver il relatore, rispondendo a me, chiamate false le cose di fatto da me riferite".
Il relatore non aveva parlato di falsità, ma di inesattezza.
Nella seduta 18 ottobre 1863, l’onorevole Capone, a proposito del bilancio interessi ferrovie, presentato dal senatore Bona, gli amministra un’altra tirata d‘orecchi così: "Susani non ci dà che delle chiacchiere e delle ipotesi, mentre noi vogliamo cifre precise".
Nella tornata del 4 agosto 1862 trattandosi appunto delle ferrovie meridionali e lombarde, il ministro Depretis chiede a Susani: "Che cosa dobbiamo farne delle molte compagnie incomplete e fra queste, della Compagnia Vittorio Emanuele, e principalmente dopo la separazione della Savoia?"
E Susani: "La mangeremo!"
A cui Depretis: "La mangerete? facile il dirlo la mangeremo!"
Ingenuo ministro! Non sapeva egli che dal giorno in cui un cardinale ed un frate, per non pigliar un bagno freddo, mandarono giù la pergamena, i fili e il piombo dei sigilli d’una scomunica papale... e non morirono, la razza dei ventricoli capaci delle più laboriose digestione non è ancor spenta!
Essendo invitato dal presidente Poerio ad attendere ch’ei gli desse licenza di parlare su un fatto personale, nella seduta 7 luglio 1863; giacché come ei s’esprime: "Spetta al solo presidente giudicare se vi sia o non vi sia fatto personale su cui dare o non dare la parola...." il Susani con una di quelle petulanze indegno, non solo del tempio della politica, ma di qualunque educata società, uscì a dire: "Dunque continuo".
In quel dunque è dipinto tutt’un carattere.
Eppure il doloroso fatto, che diede origine alla catastrofe Bastogi-Susani, era stato presentito in Parlamento.
Nella seduta 6 agosto 1862, l’onorevole Mosca, quasi odorando da lungi un puzzo di corruzione, sorse a dire: "Mi perdoni la Camera se mi valgo di una certa libertà di espressione.... ma la proposta Bastogi si introdusse alla vigilia dell’aprimento di questa discussione in un modo che non è assolutamente conforme ai buoni usi parlamentari... Io pongo termine pregando la Camera a considerare, che il modo con cui si è finora condotta questa discussione ha dovuto far nel paese la più dolorosa impressione. Siamo in tempi in cui le istituzioni che ci stanno tanto a cuore non hanno ancora gettate cosi profonde radici, che il prestigio della rappresentanza nazionale possa dirsi assolutamente al coperto da qualunque attentato. Noi viviamo anzi in tempi in cui tutti i giorni abbiamo il triste spettacolo di riputazioni illibate attaccate rabbiosamente dalla voce della calunnia e della maldicenza. È d’uopo fare in modo che il sospetto e la maldicenze non possano aver mai sopra di noi nemmeno la ombra di un pretesto".
Chi sa qual eroica fatica avrà durata l’onorevole Mosca per dirle cose tanto parlamentariamente, lui così onesto, ma gentile come un carciofo. E Susani presente avrà applaudito anch’esso alle generose parole, o avrà arrossito?
Chi non applaudì fu il Bonghi, il quale si querelò delle parole di Mosca, come di un insinuazione, e si meravigliò: "perché la Camera lasciasse la sua commissione esposta ai dardi dell’onorevole preopinante".
E Mosca: "Che dardi d’Egitto!"
A cui il traduttore di Platone. "I dardi furono lanciati dall’onorevole Mosca; ciò però non vuol dire che ci abbiano colpiti".
In tal caso, perché rimbeccaste, signor deputato di Manfredonia?
Lo spazio a noi concesso non ci permette di far la storia della caduta di Susani; un senso di moderazione e un avversione instintiva alle volgari intemperanze ci consigliano a non colpire più oltre l’uomo atterrato.
V’ha una condizione più orribile della miseria; v’ha un castigo più triste della galera; v’ha un flagello più tremendo dell’esecrazione: ed è quell’arido sogghigno di pietà e di disprezzo, con cui il pubblico guarda in viso all’uomo che ha subito una condanna morale. Questo uomo che conobbe tutto le sfumature della parola onore, che libero come voi, come voi sano e ricco, e del quale, nel vostro cuore potete pensare un’ignominiosa parola, è un gradino più in giù d’ogni altro sventurato. Ieri onorevole, corteggiato, invidiato; oggi solo, sfuggito, vilipeso; ieri tutto, oggi nulla. Non è più una persona che si discuta; è un fenomeno attraverso cui si fa passar uno spillo, come un coleoptero da museo e sul quale, nello stesso modo che il naturalista erige una classificazione di zoologia, il legislatore innalza un sistema di diffidenza: la legge del 17 luglio.
Vedete. La folla trae al Palazzo Carignano; sono affollati i banchi degli onorevoli; sono affollate le tribune.
Non è una parola sacra al paese, non è una sublime o una gloriosa promessa, che sta per essere bandita sui destini immortali d’Italia; non è una lotta di passioni politiche, da cui, per mezzo della eloquenza e del talento, debba uscir incontestato il diritto d’un capo di partito ad afferrare il potere. No. Nella ressa dei deputati e del popolo, ad assistere a quella seduta, c'è della bieca curiosità, che attrae la folla dinanzi alla gogna ed al patibolo. E là, in mezzo, nell’aria fosca, si vede qualche cosa che scuote ogni fibra: è un sacco d’oro che passa da una mano tremante, a un’altra mano tremante anch’essa nel riceverlo.
Il Parlamento è mutato in Corte d’Assisie.
Ecco gli accusatori e i giurati. La causa è decisa; la condanna è pronunciata. Per la prima volta forse due occhi piangono in
Parlamento. La folla esce attonita, commossa e piena il cuore d’un inenarrabile sentimento misto di disgusto, di indignazione
e di sospetto.
Il signor ingegnere Guido Susani di Mantova, ufficiale dell’ordine mauriziano, non è più per noi una individualità studiata su documenti, e offerta agli Italiani, perché giudichino se sia degno o indegno di rioccupare il suo posto, nella prossima legislatura. Susani è morto al mondo politico, non meno dello storico della bile.
Cesare Cantù.
Milano, 27 luglio.
