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https://roma.repubblica.it/cronaca/2011/11/24/news/il_palazzo_delle_meraviglie_di_leonilla_bariatinsky_un_affascinan
te_spaccato_sull_aristocrazia_europea-25495506/ del 24 novembre 2011
Il palazzo delle meraviglie di Leonilla Bariatinsky (1816-1918) - Uno spaccato sull'aristocrazia europea di Linda De Sanctis.
Un'affascinante spaccato sull'Europa dell'alta aristocrazia e delle grandi monarchie, rivolto in particolare all'est, attraverso tre grandi famiglie di genealogia italiana, russa, russa, tedesca e lituana: è la mostra "Meraviglie dal Palazzo. Dipinti, disegni e arredi della collezione Bariatinsky dal Palazzo Chigi in Ariccia", promossa dal Centro Europeo per il Turismo, e realizzata con il contributo della Provincia di Roma che si inaugura venerdì nel Palazzo Chigi di Ariccia.
Una collezione di opere d'arte che nasce dal gusto di una delle donne più belle d'Europa, la principessa russa Leonilla Bariatinsky, che frequentò la corte degli Zar, quella di Napoleone III e dell'imperatore di Germania conoscendone i fasti e la decadenza, attraverso il cui matrimonio con il principe lituano Ludwig Sayn Wittgenstein, figlio dell'eroico generale Wittgenstein che salvò San Pietroburgo dall'invasione napoleonica, nacque Antonietta che sposò, nel 1857, il principe Mario Chigi.
In mostra i ritratti della principessa Leonilla, seduta in posa languida e sontuosamente vestita di nero, della piccola Antonietta sorridente su un cuscino, e di tanti esponenti di casate europee a loro legati, raffigurati dai più noti ritrattisti dell'ottocento russo, e quello inedito dell'imperatrice Alexandra Fiodorovna di Franz Xaver Winterhaler, e un gruppo, ancora inedito, di ritratti a lapis eseguiti dal pittore Jean Gudin, raffiguranti le frequentazioni del salotto letterario della principessa Bariatinsky. Poi le vedute della Russia, di Mosca e del Cremlino, e le rarissime "fotografie all'albumina" che forniscono un quadro della grande aristocrazia europea nella seconda metà dell'800. Di grandissimo pregio un gruppo di raffinate vedute d'interni del XIX secolo, uno straordinario documento del gusto dell'arredamento, tra neoclassicismo, biedermeier, neogotico e neobarocco di sale da pranzo, saloni, camere da letto e giardini d'inverno, opera del pittore russo Vasily Semenovic Sadovnikov, uno dei maggiori specialisti dell'ottocento di tal genere.
Dalle vedute private alle vedute delle prorietà di campagna di proprietà dei Wittgenstein: castelli e parchi nella campagna russa nei pressi di Vilnius, Coblenza, Kursk, ma anche di Losanna e Parigi. Infine gli oggetti d'uso come una tazzina da tè di manifattura Meissen con la veduta del castello di Sayn, un portagioie, e la portantina della principessa Leonilla.
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https://parigimeravigliosa.it/articoli/il-cabaret-degli-assassini/ del 16 Febbraio, 2017
Il Lapin Agile: il cabaret degli assassini e l’orribile massacro di Pantin.
Rincantucciata in un angolo della folle butte di Montmartre c’è una casetta che sa di campagna, vino, risate, musica e miseria.
È lì, uguale a se stessa da 150 anni.
La casetta del Lapin Agile è un po’ la nonna di Montmartre e con questo non mi riferisco alla candida vecchietta raccolta sulla sedia a dondolo davanti al fuoco a fare la calza per i nipotini… direi piuttosto una robusta nonna ubriacona dal cuore generoso, quella che mette tutti in imbarazzo alle riunioni familiari e che solo i bambini sanno apprezzare e vedremo perché.
Tanto per cominciare, questo luogo ebbe diversi nomi curiosi: prima ebbe il ragguardevole titolo di Au Rendez-vous desVoleurs (Al Rendez-vous dei ladri), poi venne promosso a Cabaret des Assassins (il Cabaret degli Assassini) grazie non solo alla dubbia fama che caratterizzava gli avventori del locale, ma anche a questo quadro di cattivo gusto appeso alla parete.
Incuriosita da questa deliziosa scena al chiaro di luna, decisi di approfondire il caso di cronaca nera a cui faceva riferimento.
A Parigi divenne noto come il "massacro del Pantin".
Il protagonista si chiamava Jean-Baptiste Troppmann, ghigliottinato alla tenera età di 21 anni per omicidio efferato, reiterato e immondo di ben 8 membri della famiglia Kinck.
Per amor di precisione aggiungo che non si trattò di un raptus omicida, ma di un assurdo massacro a puntate che sconvolse la fastosa Francia del Secondo Impero (1852-1870).
Iniziai a studiare il caso immaginando che il ragazzo avesse avuto quantomeno un’infanzia difficile, invece scoprii che era “il cocco di mamma” e che era stato avviato a un buona carriera nell’officina di papà.
Ah, “la banalità del male“! Il gesto criminale di Jean non era dovuto a nulla di particolarmente trascendentale anzi, nasceva da un movente talmente banale da risultare deprimente.
Jean-Baptiste Troppmann voleva il successo, il lusso, la fama - magari in America - e voleva tutto subito, ma gli mancava la grana per finanziare certi suoi progetti di impresa.
Un cinico destino lo fece diventare amico intimo dei Kinck, un’agiata e numerosissima famiglia borghese che ai tempi viveva nel nord della Francia e che si fidava di Jean, in quanto giovane socio in affari di Monsieur Kinck.
Ed ecco che la lampadina della depravazione si accese.
Ho provato a riassumere per voi il ragionamento di Jean qui sotto.
Giunse quindi il momento di mettere in atto un piano… piuttosto confuso, come vedremo.
Millantando un grosso affare in cui investire, Jean convinse il padre di famiglia Kinck - che, per cinica ironia della sorte, si chiamava come lui - ad seguirlo in Alsazia.
Al sicuro da sguardi indiscreti, Troppmann uccise Kinck rifilandogli del vino avvelenato. Sperava di trovargli addosso una grossa somma di denaro, ma scoprì solamente due assegni che non poteva incassare.
Jean non si fece prendere dal panico e formulò un nuovo piano - è vero, aveva ucciso per la prima volta, ma evidentemente era deciso a meditare più tardi su quanto la cosa lo avesse sconvolto.
Troppmann decise di spedire gli assegni trovati sul corpo di Jean Kinck alla moglie, Hortense, accompagnandoli con una lettera scritta per conto del marito il quale, disgraziatamente, si era “ferito a una mano” e non era quindi in grado di firmare…
In questa lettera, monsieur Kinck - si fa per dire - pregava la moglie di incassare gli assegni e di spedire il denaro alla posta di Guebwiller, dove progettava di pernottare qualche giorno con l’amico Jean.
La poveretta si fidò - non aveva motivo di sospettare alcunché - ed eseguì gli ordini.
Il denaro giunse così alle poste, ma il genio del crimine non aveva considerato di essere troppo giovane per poter ritirare il denaro spacciandosi per Kinck, e troppo vecchio per passare per suo figlio maggiore Gustave, che di anni ne aveva solo sedici.
Nessun problema, il crimine non dorme mai, né si dà mai per vinto: Jean si rifugiò a Parigi e passò al piano C, ossia scrivere una nuova falsa lettera, questa volta indirizzata al ragazzo.
Il ragazzo obbedì, ma alle poste il denaro non gli venne consegnato perché aveva dimenticato il documento di identità.
Gustave decise di raggiungere comunque suo padre nell’albergo di Parigi dove gli aveva dato appuntamento, ma quando arrivò, trovò solo il caro amico Troppmann a riceverlo. E papà? Strano.
Troppmann, non vedendo un soldo, probabilmente si sarà detto "vatti a fidare degli adolescenti!", ma ancora una volta non si diede per vinto e chiese a Gustave di scrivere un telegramma a mammina…
Inviato il telegramma, Gustave risultava inutile e pericoloso.
Dopo averlo ucciso a coltellate, Troppmann ne seppellì i resti nel campo di Pantin, a nord-est di Parigi, che poco più
tardi sarebbe diventato tristemente famoso.
Mme Hortense Kinck, nonostante fosse al sesto mese di gravidanza, accorse alla chiamata portando con sé i suoi cinque
figli.
Il sesto era troppo piccolo e venne quindi lasciato con la balia: fu l’unico membro della famiglia Kinck a sopravvivere al settembre del 1869.
Ricostruire cosa accadde quella fatidica notte tra il 19 e il 20 settembre non è cosa semplice, ma proviamoci lo stesso.
Il proprietario dell’Hôtel du Chemin de Fer du Nord - l’attuale Terminus Nord di Parigi che sorge esattamente di fronte alla stazione del Nord - sostenne che, la sera del 19 settembre, Mme Kinck si era presentata alla reception della sua
struttura accompagnata dai suoi cinque bambini.
La signora aveva domandato del marito Jean Kinck (il quale, lo ricordo, era morto stecchito in Alsazia).
Un signore rispondente a quel nome aveva effettivamente preso una stanza, ma in quel momento non era presente.
Madame chiese allora altre due camere per sé e i bambini ed uscì poco più tardi per recarsi a un appuntamento, probabilmente con il giovane Troppmann.
La notte era scesa quando una carrozza contenente la donna, i suoi cinque figli e un giovane sui vent’anni (chissà di chi stiamo parlando?), si allontanò dalla stazione del Nord per dirigersi verso Pantin, a nord-est di Parigi.
Il cocchiere narrò di come la donna, il suo figlio più grande - tredici anni circa - e il signore che li accompagnava, fossero scesi per primi dalla carrozza, scomparendo nei pressi di un campo.
Come da ordini, il pover’uomo era rimasto in attesa e, poco dopo, vide ritornare il signore per prendere gli altri quattro bambini che, stanchi dal viaggio, dormivano in vettura.
Per il proprietario di quel campo a Pantin, la mattina seguente non sarebbe stata piacevole da ricordare.
Notando della terra smossa e qualcosa spuntare dal terreno, l’ignaro signore si avvicinò e scoprì il corpo di un bambino.
Inorridito corse a cercare aiuto. L’incubo era appena cominciato: in tutto vennero rinvenuti sette cadaveri, quello di una donna incinta e cinque bambini, di cui la più piccola aveva appena quattro anni.
Identificate rapidamente le vittime, i sospetti ricaddero subito sui membri mancanti della famiglia, ossia monsieur Kinck e il figlio maggiore Gustave, i quali vennero ricercati inutilmente per giorni. Sfido io…
L’articolo de Le Petit Journal datato giovedì 23 settembre 1869, riporta la testimonianza del proprietario dell’Hôtel du Chemin de Fer du Nord secondo il quale il famigerato “Monsieur Kinck” - che noi sappiamo essere Troppmann - sarebbe rientrato per un breve momento in albergo la mattina dopo il massacro.
Era in compagnia di un “uomo”, non dice “di un ragazzo”. Dopo essersi cambiato d’abito, Kinck sarebbe uscito senza
fare ritorno.
Le testimonianze erano confuse, contraddittorie e sempre più fantasiose, aizzate dalla stampa che, registrato un picco di vendite senza precedenti, non era mai sazia di nuovi dettagli macabri. Poco importava che fossero anche autentici.
Fu lo stesso Troppmann a tradirsi e a fornire la svolta decisiva alle indagini.
Al porto di Le Havre, un tale Wolf dall’aria piuttosto nervosa che attendeva di imbarcarsi per New York, non poté esibire il passaporto.
Gli venne ordinato di seguire un ufficiale per un accertamento e allora Troppmann - nel caso non lo aveste riconosciuto - per tutta risposta si gettò nel canale.
Non so bene cosa sperasse di ottenere, ma quel che è certo è che venne prontamente ripescato e arrestato.
Addosso gli trovarono la corrispondenza e dei titoli recanti il nome di Kinck. Non era certamente un caso per Perry Mason…
Inizialmente, Troppmann sostenne di essere stato trascinato contro la sua volontà nel terribile piano di vendetta di Jean Kinck e di suo figlio Gustave. Assetati di vendetta a causa delle infedeltà di Mme Kinck, i due avevano pianificato e commesso il massacro dell’intera famiglia per poi costringerlo ad aiutarli a nascondere i corpi nel campo del Pantin.
Difficile credere a una storia tanto astrusa.
Finalmente, dopo lungo esitare, Troppmann confessò d’aver ucciso anche Jean e Gustave Kinck.
Nel frattempo, tanto per rendere la vicenda ancor più grottesca, il campo di Pantin era divenuto il luogo di intrattenimento preferito dai parigini, la passeggiata più alla moda.
Sedicenti testimoni oculari in vena di racconti morbosi, venditori di presunte reliquie appartenute alle vittime o di vanghe per cercare cadaveri, turisti, punti di ristoro, borseggiatori… non mancava proprio nulla alla fiera degli orrori e del cattivo gusto.
Per Troppmann la conclusione fu inevitabile: la sua esecuzione in rue de la Roquette radunò una folla smisurata.
Anche quel giorno, Troppmann diede prova della sua incredibile forza e tenacia combattiva: fece saltare le cinghie, dovettero tenerlo fermo e per poco non staccò l’indice al boia con un morso.
Rimane il dubbio - più che fondato - che una persona sola avesse potuto compiere lo scempio di Pantin: durante gli interrogatori Troppmann aveva accennato a dei complici, ma si era sempre rifiutato di dire di più. Inoltre, diverse testimonianze che lo descrivono accompagnato da uno o più personaggi misteriosi. È perfettamente plausibile che Troppmann avesse assoldato dei complici per riuscire nel suo intento, ma allora perché non confessarne i nomi per ingraziarsi la giustizia?
Qualcuno ipotizzò il suo coinvolgimento con potenti gangs di falsari.
Si parlò persino di spionaggio: era l’alba della guerra franco-prussiana e i Kinck vivevano al confine con il futuro nemico. Si ipotizzò che Jean Kinck si stesse occupando di ben altro che semplici affari “borghesi”. Troppmann avrebbe collaborato con le spie prussiane per proteggere il piano dei invasione della Francia? Questo potrebbe spiegare quel "porta tutte le carte" che Troppmann fece scrivere nel telegramma a Gustave prima di ucciderlo?
Nessuna teoria è abbastanza solida.
Quel che è certo è che sulla butte più matta che ci sia, da tutti conosciuta come Montmartre e che io ho ribattezzato “Mont-Matto”, non poteva mancare un aneddoto dedicato alla follia omicida.
Fortunatamente, il Lapin Agile racconta molte altre storie di ordinaria di follia che di malvagio non hanno proprio nulla.
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Giacomo Oddo, Il brigantaggio o l'Italia dopo la dittatura di Garibaldi, Volume III, Milano 1870
[...] Conclusione.
Venuto al termine di un penoso lavoro, io debbo giustificarmi dinanzi ai miei lettori per la copia dei documenti che in quest'opera ho inseriti. Le storie contemporanee quasi sempre vanno a rompere contro gli scogli delle passioni politiche, di che è raro che uno scrittore sia spoglio. Ma se il ragionamento dello storico contemporaneo si fonda sui documenti, egli può dire: della presente età non ho rilevato che i fatti. E ciò che ai presenti parrà forse superfluo, ai futuri sarà non che utile, necessario; essi forse mi sapran grado di aver loro preparato i materiali della storia politico-morale della nostra epoca. Posto ciò, io compendio in pochi generali giudizi i fatti discorsi in questi volumi.
Il Brigantaggio è stato terribile più che nol comporti la mitezza dei costumi attuali in tutta Europa. Confesso che avrei creduto impossibile tali e tante stragi, tali e tante nefandezze nel secolo nostro, e sotto il cielo d'Italia. Ciò che prova come i secoli passino indarno sul capo dei popoli schiavi, ai quali non è lecito fare un passo dal punto a cui sono stretti dalle proprie catene.
La caduta dinastia Borbonica ha promosse ed aiutate queste scene di orrori con danaro, consigli ed inganni; ma tutto ha fatto pazzamente, perciocché oltre alle difficoltà di riuscire, nuove difficoltà si ha creato circondandosi di gente che era la più trista tra l'emigrazione napoletana. Talché, dopo aver perduto il trono, perdette anche la compassione che circonda i grandi infortuni e più scadde nella pubblica opinione che l'ha giudicata severamente. Non trovandone in Italia cercò uomini allo straniero, e credette poter far guerra al nuovo italico governo con avventurieri pochi e malvagi, venuti di Spagna o d'Austria. In tutte le disposizioni dei comitati borbonici io non ne trovo una che sia commendevole per moralità o per sapienza politica o per l'ardimento di cospirazione. Quella dinastia era cadavere nel corpo e nello spirito, e non seppe, dopo la sua caduta, che mandar puzzo di cadavere e stomacarne il mondo.
Il clero romano ha fatto più scaltramente, ma non più saggiamente. Le encicliche del papa, le circolari dei vescovi, le decisioni dei conciliaboli han dimostralo apertamente la incompatibilità della rivoluzione e del progresso col cattolicismo. Per la qual cosa le questioni si fermarono al punto di sapere se la società doveva ritornare indietro o continuare a muoversi, lasciando indietro il papato e con esso tutte quante le cattoliche dottrine. E non entrando nel pensiero di alcuno, fatte pochissime eccezioni, che si dovesse distruggere ciò che con tanti sacrifici avevasi edificato, ne veniva l'abbassamento ed il discredito della cattolica religione in faccia agli interessi della civiltà. Io penso che né Lutero, né Voltaire, né qualunque altra setta di increduli abbia fatto tanto male a Roma quanto ne hanno fatto papa Pio IX ed i vescovi attuali. I preti poi ed i frati, mentre da una parte si sono serviti della confessione e della predicazione per promuovere o la diserzione nelle truppe, o la disubbidienza alle leggi dello Stato, o il discredito del Governo, o l'avversione alla ricostruzione della nazionalità italiana, hanno continualo vita corrotta. E la loro immoralità pubblicata dai giornali per fatti particolari accaduti nelle città, nelle campagne, nei collegi, nei seminari, ha fatto raccapricciare chiunque abbia sentimento di onestà, e vegli sull'innocenza dei propri figli. In questo modo mentre essi privatamente e per vie indirette han cercato modo di avversare la rivoluzione italiana, questa pubblicamente, e col rivelare le turpitudini loro gli ha discreditati e resi odiosi, quindi isolali e in qualche modo impotenti. La parte presa dal clero cattolico nel brigantaggio nocque assai più a Roma sacerdotale; perciocché se si è disposti a compatire le passioni e gli eccessi di esse in certi argomenti, non si è inclinati a perdonar loro le passioni politiche delle quali dovrebbe esser spoglio chiunque voglia farsi credere consacrato a Dio, alla vita dello spirito, ai beni dell'anima immortale.
L'occupazione francese ha protetto il brigantaggio rendendo inviolabile Roma, il focolare di esso; dico protetto; perciocché i generali francesi e i ministri della Grande Nazione, residenti in Roma e comandanti l'esercito d'occupazione si sono mostrali peggiori dei preti e più avversi a noi ed alle cose nostre di quanto il comporterebbe l'inimicizia tra governo e governo, tra nazione e nazione. E qui ci conviene ritornare a quanto dissi nel principio di quest'opera: i francesi di lor natura più entusiasti che riflessivi possono formare il bene od il male della libertà secondo il talento di colui che li regge, e secondo le apparenze che si presentano ai loro sguardi. Luigi Napoleone assise sul trono di Francia coll'aiuto del clero, non ha più potuto né saputo disfarsi apertamente di quest'ombra fatale. Egli quindi a tenere in freno la potenza clericale dell'episcopato francese, ha dovuto, a danno nostro, proteggere il papa e Roma, e col papa, con Roma il brigantaggio che colà si organizzava. L'avvenire dirà che la bandiera francese bastantemente macchiata nel combattere contro la romana repubblica, divenne brutta in queste faccende del brigantaggio, proteggendo l'immoralità, l'assassinio, tutte quelle opere scellerate dalle quali rifugge la civiltà del secolo decimonono.
Il Governo italiano non si trovò mai all'altezza delle circostanze e dei tempi; colpa in parte dei sistemi, ed in parte delle persone. Le ambizioni accecarono, e la sete di potere e di influenza spinse sulle scene del Governo uomini che avevano orgoglio, non capacità. Nei momenti difficili costoro non sapevano trovar salvezza che nei consigli del gabinetto francese, e questo gabinetto se ne valeva per rassodare ed accrescere le sue influenze in Italia. Si andava in Francia per mendicare un portafogli, e si stava stretti alle consorterie per sostenersi e non cadere; gioco indegno che ha aperte piaghe infinite nel corpo della nazione e che ha condannato il popolo, degno di migliore fortuna, alle condizioni le più umilianti. La diffidenza verso gli uomini onesti del paese, la incapacità dei generali, nel guidar le truppe, un certo cinismo circa ai fatti sanguinosi che avvenivano; ecco le ragioni per cui il Governo italiano non li giunse a spegnere il brigantaggio. Lo studio più ordinario che mai si possa fare sui movimenti delle truppe nelle provincie napoletane insegnerebbe a chiunque la inettezza dei comandanti; ed i briganti che di ciò si accorsero a tempo, schernirono chi li perseguitava, correvano le vicinanze di Napoli, uccidevano, ricattavano, ed avrebbero preso il generale Lamarmora a pochi passi dalla capitale, se un caso non lo avesse salvato.
Il Parlamento italiano non è stato per noi guarentigia di sorta; la maggioranza serva, la minoranza ricca di generosi propositi ma indisciplinata. Il Governo ha fatto tutto ciò che ha voluto, e sanzionato dal Parlamento.
La rivoluzione vivente nel così detto partito di azione ha prodotto Sarnico ed Aspromonte; eroismo schiacciato dal governo, non secondato dalla addormentata nazione; pure questo partito vive ancora e forse usciranno da esso gli uomini dell'avvenire.
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https://www.arezzonotizie.it/social/storia-gnicche-federigo-bobini.html/pag/3 del 4 febbraio 2020 di Matteo Marzotti
Sei peggio di Gnicche dicevano i nonni ai nipoti troppo vivaci e chiassosi qualche tempo fa. Solo pochi lo ancora oggi accostando i piccoli a quel soprannome che fu affibbiato secoli fa a Federigo Bobini. Un ladro per la storia, un gentiluomo per la leggenda. Una sorta di Robin Hood aretino che rubava ai ricchi per dare ai poveri secondo il folklore e le ballate che sono state tramandate negli anni soprattutto ad Arezzo e in Valdichiana. Ma chi era Federigo Bobini?
Primi anni a Colcitrone
Federigo Bobini nacque il 13 giugno 1845 in una famiglia di origini umili. Fin da giovanissimo aveva organizzato una piccola banda in zona Santa Croce ad Arezzo, quartiere che gli aveva dato i natali. A soli 19 anni venne denunciato dal padre Sebastiano al quale aveva sottratto del denaro. Scontata la pena non limitò la sua attività di brigante iniziando a colpire nelle campagne attorno alla città.
Amante del gioco, delle donne e del ballo, nella sua biografia desta scalpore la ricostruzione di quella sera in cui Gnicche voleva recarsi al Prato di Arezzo dove era stata allestita una balera. I carabinieri gli davano la caccia e allora Federigo fermò una donna in un vicolo del centro storico portandogli via i vestiti per poter ballare indisturbato grazie al travestimento. Celebre l'episodio accaduto in una villa del cortonese. Gnicche si era recato in casa di un nobile con l'intenzione di portargli via una somma ingente a carte. Il nobile lo accusò di barare e Gnicche estrattò il coltello glielo porse dicendo di essere un gentiluomo e un uomo d'onore e di non aver paura di lui.
Gli omicidi, le rapine e la fuga
Condannato a otto anni in contumacia nel 1869 commise il suo primo omicidio. Gnicche fece visita alla fidanzata, Francesca Borgheresi, a Santa Firmina. Qui venne sorpreso dai carabinieri che lo avevano seguito. Federigo non si lascò catturare: salì sul tetto e imbracciata la doppietta uccise il carabiniere Luigi Gnudi di soli 24 anni. Proseguirono le rapine commesse da Gnicche fino al nuovo arresto nell'ottobre del 1870. Pochi mesi dopo ecco la fuga rocambolesca dal Palazzo Pretorio, un tempo carcere di Arezzo e oggi sede della biblioteca comunale. Da questo momento iniziò il periodo più cruento nella storia di Gnicche che non lasciò l'Aretino forse per vendicarsi di chi lo aveva tradito e fatto arrestare. Negli ultimi mesi di vita uccise un uomo a Sargiano e una donna nel cortonese.
La morte a Tegoleto
Il 14 marzo del 1871 Gnicche fu scoperto a Tegoleto nel comune di Civitella in Val di Chiana. Ne nacque una collutazione con il brigante che tentò la fuga. Uno dei carabinieri aprì il fuoco e colpì alla schiena Federigo Bobini. La ferita fu letale e come riporta il verbale dei carabinieri spirò prima di arrivare alla caserma.
"Comparve d’improvviso il noto malandrino Bobini armato di tutto punto… Vederlo ed avventarglisi fu per il Mongatti un atto solo, afferrandolo al petto. Pronti lo strinsero pure gli altri due suoi colleghi e lo gettarono a terra e dopo accanita lotta riuscirono ad ammanettarlo. Nella lotta il Mongatti per morsicatura dell’assassino ebbe tronca la prima falange del dito indice della mano sinistra e gli altri due riportarono alcune sgraffiature e morsicature alle mani di poca entità. Fattolo rialzare ed avviatosi verso la caserma di Badia al Pino, ad un tratto spiccò un salto oltre la siepe laterale al fosso e velocissimo si diede alla fuga… Il carabiniere aggiunto Dilaghi gli assestò tre colpi di revolver cogliendolo alle reni in modo da farlo cadere esanime al suolo. Trasportato nella caserma di Badia al Pino, egli prima di giungervi, spirò".
La foto con i tre carabinieri alcune ore dopo la morte
All'indomani della morte di Federigo Bobini il corpo venne trasferito nella camera mortuaria dello Spedale di Santa Maria Sopra i Ponti in Arezzo. Qui Ernesto Bellotti scattò la fotografia col suo dagherrotipo immortalando il corpo di Gnicche, morto, fra i Reali Carabinieri che lo avevano scovato e ucciso a Tegoleto. Ecco quindi in foto l'appuntato Alessandro Mongatti, di Barberino di Mugello, il carabiniere Antonio Banchelli, di Volterra e l'allievo carabiniere aggiunto Pasquale Di Laghi, di Figline, del 44esimo reggimento di linea in forza alla stazione di Badia al Pino, che lo sorreggono. Bellotti intervenne sulla foto per far sembrare vivo Gnicche che in realtà era già morto da diverse ore.
Il folklore e la leggenda
Dopo la morte la storia e la leggenda vennero a contatto. Anche perché nella cultura popolare fatta di canti e ballate la figura di Gnicche venne associata per certi versi a quella di un Robin Hood aretino. Un ladro gentiluomo che rubava ai ricchi per donare ai poveri. I cantori locali ne hanno così narrato le gesta adattandole all'immagine di un eroe difensore dei deboli.
Se la storia di Federico Bobini vi incuriosisce vi consigliamo allora di leggere il libro di Enzo Gradassi Sopracchiamato Gnicche. Non un romanzo ma una vera e propria ricostruzione storica, basata su documenti e atti ufficiali, elaborata dall'autore che ha seguito passo dopo passo le vicende di questo uomo che nella sua vita si è reso protagonista di più di un misfatto diventando a pieno uno dei personaggi più noti del folklore e aretino.
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Luigi Dubino, Storia di un biennio ..., Roma 1872.
[...] 2. Essendosi mancato in questa importantissima parte politica, e non essendo avvenuto in Roma alcun moto o apparenza qualsiasi di movimento rivoluzionario, dopo aperta la breccia si dové necessariamente ricorrere ad una finzione politica sguinzagliando entro le mura gli emigrati romani e da ciò originò il Governo della Piazza che durò per quasi tre giorni. Il rimedio di ricorrere agli emigrati por scuotere la perplessità dei romani non fu al certo una gran prova di abilità politica per parte del gabinetto italiano, il quale poteva portar la cosa con maggior accortezza. Ma essendosi trasandato ogni altro mezzo alla Cavour o alla Garibaldi, il fare entrare in massa gli emigrati diveniva naturalmente l'unico per attenuare in qualche parte le cannonate e tentare di ricoprire con un diritto di postliminio, la violenza del più forte sul più debole. Gli emigrati erano altrettanti cittadini romani espulsi dai preti ed avevano diritto di entrare per i primi nella natia loro città, se non fosse altro per salvare l’onore della popolazione romana, cacciando avanti a sé i zuavi nella Città Leonina.
3. L'ingresso degli emigrati e più ancora quello delle truppe nazionali nella Città Eterna fu salutato con uno scoppio di entusiasmo indicibile, da tutta la popolazione, tranne il partito papalino. Questo, che, basato sulle parole del pontefice, aveva sperato fino all’ora della capitolazione che le milizie regie non sarebbero entrate in Roma, appena si persuase di tal fatto per lui incredibile, scomparve come per incanto e restò mortificato, abbattuto, annichilito sotto la frenetica gioia che s'impossessò di tutte le classi del popolo. Quest’entusiasmo fu così immenso e generale che sembra che l’istesso pontefice ne rimanesse sul momento profondamente impressionato.
E temendo che dalle varie classi dei cittadini si trasfondesse eziandio nelle sue milizie prigioniere del vincitore, si affrettò a dichiararle prosciolte da qualunque vincolo o giuramento di fedeltà verso la bandiera pontificia, prevenendo, con questa in sé saggia, in politica affrettata misura, ad un possibile spergiuro. Tanto era lo scoraggiamento in Vaticano, che si credé per alcun tempo che anche le truppe indigene pontificie si sarebbero poste in massa a servigio della nuova bandiera (1).
(1) A circa un migliaio e mezzo si calcola essere ascesi gli individui di bassa forza e sottufficiali delle truppe indigene pontificie che presero servizio nel regio esercito. È curioso che il contingente più forte di costoro venne fornito dal corpo della Gendarmeria, della quale oltre cinquecento uomini si arruolarono sotto la novella bandiera, cioè quasi un terzo dell'intero corpo, ascendendo i gendarmi papalini a 1.800 teste o in quel torno.
4. I clericali poi ripensando in quei primi giorni al dispotico sistema con cui per oltre vent'anni si era compressa qualunque aspirazione nazionale verso un più libero governo, temettero che la massa popolare potesse trascorrere ad eccessi e vendette private. Per buona sorte ciò non avvenne.
Per quanto ho potuto raccogliere, in tutto quel tramestio che seguì all'ingresso delle truppe non accadde altro che l’uccisione di uno Squadrigliere e cinque ferimenti di quattro zuavi e di un’altro Squadrigliere. Il che si sarebbe eziandio potuto evitare se le milizie papaline avessero in tempo ricevuto avviso dai loro comandanti di rendersi prigionieri senza opporre alcuna resistenza, una volta che l'esercito italiano era già entrato in Roma: ovvero si fossero fatte ritirare in tempo nella Città Leonina. Del resto l’irritazione popolare si circoscrisse o a disarmare qualche soldato in ritardo, o a fischiare e lanciar contumelie ai zuavi, ovvero a saccheggiarne le caserme.
Tranne questi pochi disordini nulla altro di grave avvenne in quei primi istanti in cui il governò era la Piazza!
La vendetta si ridusse al continuo grido che s’udì per tre giorni e tre notti per ogni parte della città di Viva l’Italia, viva il Re, viva l'Esercito. Siano imparziali i clericali. Dopo una negativa continuata di ventidue anni all'indipendenza, alla confederazione, alla nazionalità, alla secolarizzazione, il popolo si portò in modo assai civile.
Sarebbe certamente stato assai meglio che i sovraccennati disordini, quantunque piccoli, non fossero avvenuti: ma qui ancora ripeto; dove trovate repubblica di Platone in un cataclisma politico, qual era la cessazione del Poter Temporale?
Io vorrei vedere di quali eccessi non sarebbe capace una restaurazione qualunque nell’ipotesi di un momentaneo trionfo. Da ciò che operarono nel 1866 i Borbonici a Palermo, da quel che fecero i zuavi nel 1867 a Villa Cecchina in Roma, si può dedurre di che si sarebbe capaci di fare nella suaccennata ipotesi.
5. Roma dopo l'ingresso delle truppe Reali, per ben tre giorni altro governo non ebbe che la Piazza. Questa parola è per solito sinonimo di anarchia; eppure non vi furono mai di così scevri di inconvenienti quanto quei primi tre. Io mi rammento che durante quel breve periodo di tempo neppure un grido venne innalzato che acclamasse a Garibaldi.
Erano veramente i giorni del trionfo della monarchia e tutte le acclamazioni si compendiavano in questi tre gridi: viva il Re, viva l'Italia, viva la truppa nazionale. Chi avrebbe mai creduto che questa monarchia, sì idolatrata in quel momento, sarebbe stata sciupata nella capitale da quegli stessi uomini che non aveano saputo provvedere a che la medesima facesse in Roma un ingresso più decoroso di quello che presenta una breccia senza guerra! [...]
