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[...] I Tratturi della Transumanza rientrano tra le varie proposte ufficiali dell’Italia per farli inserire nel patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.

Rovine della città romana di Sepino - Strada sulla quale passavano anticamente gli animali della Transumanza.
Rovine della città romana di Sepino - Strada sulla quale passavano anticamente gli animali della Transumanza.
Dal 1/06/2006 è attiva la candidatura di 'La transumanza: i Regi Tratturi' (The Transhumance: The Royal Shepherd's Track) a Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, presentata dal Ministero per L'Ambiente con le regioni Abruzzo, Molise, Campania e Puglia. Si è avuto l’inserimento nella Tentative List con il Ref. n 5005 e i criteri: ii, iii, x. Il 26 giugno 2009 a Campobasso, in occasione della conclusione del progetto europeo 'La Maratona della Transumanza', è stata decisa la candidatura di un nuovo progetto transnazionale su 'Tratturi e Civiltà della Transumanza', il cui iter si prevede possa concludersi nel 2013.
'La rete dei tratturi regi della transumanza interessano vaste aree nel sud d'Italia e attraversano la regione di Abruzzo, Molise, Campania e Puglia. Le vie della transumanza costituiscono il pascolo del Gran Sasso e della Maiella fino alla Capitanata (Foggia). Essi passano attraverso la parte interna degli Appennini che si formano da un terreno estremamente variegata, tra montagne e pianure. C'è anche una zona archeologica a Sepino in Molise. Ci sono tracce dei pastori lungo i percorsi attraversati dalle greggi per gli spostamenti stagionali legati alla transumanza. La transumanza è un tipo di pascolo in base al movimento stagionale delle mandrie tra le diverse regioni con clima diverso. Quando la pianura diventa arida a causa del caldo, greggi e pastori passano alla montagna in primavera e tornano verso la pianura in autunno. Questi antichi fenomeni possono essere rintracciati in Spagna, Francia, Svizzera, Germania e altri paesi, in Italia, la transumanza presenta la sua espressione più evoluta in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata.
La rete delle piste dei pastori, risalire fino al periodo pre-romano, è stato ulteriormente sviluppato dai Romani e collegati alla rete di vie consolari rendendo così la transumanza una stabile attività economica organizzata e protetta. Grazie alla Aragonesi, la transumanza è diventata il settore trainante dell'economia, per quanto Alfonso I d'Aragona (1442-1458) ha istituito un ufficio per la gestione e lo chiamò regiae Dohanae Menae pecudum Apuliae. Lungo la rete di sentieri dei pastori vi sono numerosi insediamenti. Le piste sono lunghi percorsi verdi di erba e sono presenti molti insediamenti, santuari, taverne, ecc. La città di Saepinum (Sepino), sorge lungo una delle principali traccia pastore del Molise'.

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[...] Questa stabilità viene riconosciuta solo con la conquista romana e più in particolare dall’età postannibalica in poi.

Una veduta delle rovine di Sebino.
Una veduta delle rovine di Sebino.
Nel Sannio prima delle Guerre Sannitiche c’è un’unità territoriale che va dal Tirreno all’Adriatico e che si estende lungo l’Appennino fino a Troia e Venosa. Il processo della transumanza ha bisogno di due aree morfologicamente diverse: una di montagna per il periodo estivo e una di pianura per il periodo invernale.
Queste ultime corrispondono nel percorso della transumanza moderna a quelle del Tavoliere di Puglia, dove ricadono centri antichi i cui territori possono essere considerati nel IV sec. a.C. di prevalente cultura sannitica, considerazione che può essere estesa ad Aecae, ma anche a Teanum Apulum e Luceria. La collocazione o meno di questi centri nell’orbita sannitica per il periodo anteriore al 300 a. C. potrebbe dunque costituire la possibilità di avere un territorio sotto il controllo di un’unica entità politica in grado di permettere la concretizzazione della pastorizia a lungo percorso. Le fonti a riguardo non escludono questa possibilità: quanto si evince da loro è confermato anche dai dati archeologici. Su Teanum Apulum, l’antica Tiati, le recenti ricerche, se non parlano di area sannitica, propongono un contesto culturale sannitico già dal corso del V sec. a. C. che non cambia neanche dopo la II Guerra Sannitica, allorché i Teanenses si arrendono al console Plauzio. Le fonti e i dati epigrafici ed archeologici su Luceria ci propongono una città per lo meno oschizzata con un ruolo probabilmente di cerniera tra mondo sannitico e daunio. Dopo la presa di Bovianum e quella di Aquilonia del 293 a. C., il Sannio cade sotto il controllo romano, un controllo assai pesante, se il Senato romano può permettersi di mandare le legioni del console P. Valerio Levino a svernare a Saepinum dopo la sconfitta di Eraclea del 280 a. C. (Front., Strat. 4, 24). La sottomissione del Sannio Pentro viene completata nel 263 a. C. con la deduzione di una colonia latina ad Aesernia e la realizzazione di praefecturae, di cui una a Venafrum e l’altra forse ad Aufidena in un territorio già sotto il controllo romano nel 265 a. C. Questo articolato sistema di controllo della regione dei Sanniti Pentri permette ai Romani di assicurarsi la loro fedeltà durante la Guerra Annibalica, allorché tutte le popolazioni sannitiche passano dalla parte dei Cartaginesi praeter Pentros (Liv., XXII, 9, 12) ed un contingente di truppe guidate da Numerio Decitio nel 217 interverrà a sostegno dei Romani, contro Annibale, nella battaglia di Gereonium presso Larinum (Liv., XXII, 24, 11: 'Numeri Decitii Samnitis deinde adventu proeliumrestitutum. Hunc, principem genere acdivitiis, non Boviani modo - unde erat – sed toto Samnio, iussu dictatoris octomilia peditum et equites ad quingentosducentem […]'). La posizione dei Sanniti Frentani e di Larinum nei territori posti presso la costa non è molto diversa. Dalle fonti sappiamo che essi accettano molto presto il controllo romano; debellati da Roma nel 319 a.C. (Liv., IX, 16, 2), subiscono il foedus nel 304 a. C. (Liv., IX, 45, 18) insieme ai Marrucini, i Marsi ed i Peligni. Nel 180 a. C. I consoli P. Cornelio Cetego e M. Bebio Panfilo trasferiscono i Liguri nell’ager Taurasinorum in Samnitibus (Liv. 40.38) realizzando i municipi dei Ligures Corneliani e dei Ligures Baebiani in un territorio che era forse sotto il controllo romano già dal 298 a. C. Gianfranco De Benedettis, La provincia Samnii e la viabilità romana, Cerro al Volturno, 2010.

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[...] I frati si facevano apprezzare per la vita densa di preghiera e di opere.

La storia ricorda fra Ludovico da Corneto 'formidabile nemico dei demoni, il quale, per la sua estrema semplicità e per la costante sua preghiera, ottenne da Dio enorme potere contro quelli'. Tra i secoli XVI e XVII il complesso santuariale e conventuale ebbe la sua attuale conformazione. Fu completata la chiesa con la cupola e il campanile. Fu rifinita la facciata della chiesa. Il convento, costruito intorno ai due chiostri porticati, venne concepito con ampie sale per i laboratori, i magazzini, la biblioteca, i luoghi di riunione. I dormitori, tutti posti al piano superiore, sono pieni di luce. Per circa tre secoli il convento divenne noviziato della provincia francescana di Sant’Angelo. Nel 1774 un 'monstrum horrendum marinum', forse un capodoglio, si spiaggiò dinanzi a Rodi Garganico. I rodiani cominciarono a fantasticare che un feroce drago venuto dal mare avesse tentato di assalire la città e portarono a Stignano due ossi del mostro per ringraziare la Madonna dello scampato pericolo. I due reperti, venerati dai pellegrini come reliquie, sono ancora in bella mostra nella sacrestia del santuario. Si disse poi che Satana, travestito da feroce creatura, aveva ingaggiato alle pendici del Gargano una furibonda battaglia con l’Arcangelo Michele. Del mostro non erano rimasti che i pochi ma imponenti resti esposti a Stignano a perenne ammonimento dei cristiani. Presso il convento c’era una speziaria importante e che distribuiva medicamenti a tutti i poveri che ne chiedevano, e i pellegrini trovavano sempre la porta aperta per portarsi i medicamenti. Per preparare gli unguenti utilizzarono anche il grasso di quel 'monstrum horrendum marinum' che era piaggiato a Rodi. Il declino del Santuario di Stignano iniziò con un incendio agli inizi del XIX sec. E nel 1862 quando venne chiuso dalle autorità a causa del brigantaggio allora imperversante.
La zona di Stignano, piena di anfratti, dirupi e foreste inestricabili divenne rifugio preferito di fuorilegge e grassatori. Il 15 aprile 1863, sotto il grande arco che unisce la chiesa alle antiche case dei pellegrini e del Barone di Rignano un colpo di fucile mise fine alla drammatica vita di Nicandro Polignone, uno dei capi briganti garganici. Fu chiuso definitivamente dopo le leggi che sopprimevano gli Ordini Religiosi. Riaperto per alcuni decenni tra la fine dell’800 e il primissimo 900, dopo iniziò per il glorioso santuario di Stignano un periodo buio e doloroso, che si concluse nel 1953 con la donazione del convento ai Frati Minori di Puglia e Molise da parte della famiglia Centola. Da allora sono stati fatti molti lavori di restauro e ristrutturazione. La chiesa ha ricominciato a funzionare.

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[...] Il convento di Santa Maria delle Grazie è importante perché conserva le spoglie mortali di san Pio da Pietrelcina.

Il convento di Santa Maria delle Grazie iniziò la sua vita nel 1540, quando i Frati Cappuccini, invitati dall'Università costruirono le prime casupole in un fondo donato da un devoto sangiovannese, Orazio Antonio Landi. La chiesa fu completata nel 1581. Nel 1575 il giovane Camillo De Lellis iniziò il suo cammino di conversione mentre raggiungeva il convento. Il convento fu sede di noviziato, rifugio di anime sante e di spiriti contemplativi. Agli inizi del XIX sec. I cappuccini dovettero abbandonare il convento per le leggi napoleoniche ma dopo alcuni anni vi ritornarono. Nel 1866 in seguito alle leggi eversive, i frati riabbandonarono il convento. Seguì un periodo molto confuso in cui il Comune e la Congregazione della Carità si contendevano l’uso del convento. La vicenda si trascinò stancamente tra progetti di riconversione e proposte di vendita. Il quadro della Madonna delle Grazie, titolare della chiesa e del convento, che aveva raccolto le preghiere di molte generazioni di frati, oggetto di vivissima devozione da parte della popolazione di San Giovanni, aveva attirato l’attenzione delle nuove autorità. Fu quindi spogliato della sua sopravveste d’argento di cui era tutto ricoperto, la quale fu inviata a San Marco in Lamis presso il ricevitore delle tasse. In previsione di un saccheggio del convento, diventato terra di nessuno, dopo la partenza dei Frati qualcuno pensò di salvare il quadro della Madonna portandolo nella chiesa di San Nicola a San Giovanni Rotondo. Nel frattempo gli esperti avevano sentenziato che il quadro, essendo di ottima fattura, doveva esser custodito nei musei del Regno. L’ordine di consegnare il quadro sconvolse la vita cittadina riaprendo le ferite ancora sanguinanti inferte il 24 ottobre 1860 quando ventiquattro persone erano state trucidate perché favorevoli all'unità nazionale. Il sindaco, con lettera del 20 gennaio 1867, comunicò al Prefetto il pericolo di rivolte armate che si correva se il quadro fosse stato trasferito altrove. Con molta saggezza il Prefetto decise di soprassedere. Qualche mese dopo, il 9 marzo 1867, fu restituita anche la lamina d’argento e così si chiuse felicemente la vicenda del quadro. Nel 1885 erano di nuovo i cappuccini in convento su invito del sindaco di San Giovanni per custodire il convento e la chiesa, finalmente il 1909 il sindaco Giovanni Giuliani propose di riconsegnare in fitto il convento ai Frati Cappuccini. Nel settembre del 1916 fu trasferito nel convento di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo un giovane frate sacerdote dalla salute malferma che si chiamava P. Pio da Pietrelcina. Il frate dalle stimmate visse nel convento per cinquant’anni e il convento è diventato uno dei santuari più importanti della cristianità.

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[...] Il santuario di Santa Maria Maggiore...

Le tradizioni locali anticipano la sua costruzione a San Giustino, e perciò al I-II secolo d. C. L’edificio, di singolare pianta quadrata, secondo gli studiosi fu eretto tra la fine del secolo XI e l’inizio del XII, quando era vescovo Leone e si lega alle lunghe battaglie sostenute per affrancare la diocesi dalla dipendenza beneventana. Nonostante devastazioni e saccheggi e nonostante il suo isolamento, l’antica cattedrale di Siponto è stata sempre nelle cure e nell’attenzione dei pastori della diocesi, non per la sua posizione urbanistica, evidentemente, né per la sua funzionalità organizzativa, bensì per la viva partecipazione popolare al culto della Madonna, che non può vedersi disgiunto da quello per San Michele, sin dalle origini del santuario garganico. L’immagine della Madonna, su legno di cedro, è quella classica delle icone ispirate alla tradizione orientale: la Vergine regge con il braccio sinistro il Bambino mentre questo esibisce il rotolo della Parola di Dio. Ma l’icona non è l’unica immagine della Vergine presente nella cattedrale di Siponto. Fino a non molto tempo fa era conservata nella cripta della basilica una statua straordinaria. Era chiamata dalla devozione del popolo la 'Sipontina'; seduta in trono con il Bambino benedicente sulle ginocchia; con gli occhi allargati in atteggiamento di doloroso stupore, e il mento coperto di strane macchie biancastre. La leggenda prosegue dicendo che le macchie bianche sul mento della statua sono il resto del vomito prodotto dalla Vergine a causa del mare grosso durante la traversata da Costantinopoli a Siponto. La 'Sipontina' fu rapita durante il sacco dei Turchi del 1620 ed in tale occasione due dita della mano furono recise. Ma, la Vergine, con materna premura 'da se stessa tornossene à quelle spiaggie; e perché fosse assai più chiaramente conosciuta la sua protezione, e perciò con più fervore venerata, non posossi nella propria Chiesa, ma tra giunchi delle vicine paludi'. Ma se la 'Sipontina' consentì a mani infedeli comunque di rimuoverla dal suo luogo, la stessa cosa impedì che facessero mani cristiane e quando i cittadini di Manfredonia, in un’epoca imprecisata, tentarono di trasportarla nella città, per imperscrutabile volere divino, 'svegliossi nell'aria sì furiosa tempesta di grandini, pioggia, lampi, tuoni, e saette, che parea volesse inabissarsi il Mondo; perlocché spaventati cessarono da tale attentato'. I guardiani di pecore, capre ed altri animali godono di una speciale protezione da parte della Madonna, tanto che a Lei offrono “le primizie de' loro armenti”. Il sacro tavolo, invece, veniva prelevato per essere portato in processione fino al duomo di Manfredonia in occasione di calamità e avversità e man mano questa pratica processionale si ripeteva in una data fissa divenne una vera e propria ricorrenza e festa patronale 'con rito doppio di prima classe con l’ottava'. Secondo alcuni, la festa che tuttora si svolge ebbe origine tra il 1840 e il 1841 dopo un'epidemia colerica e a partire dal 1849 fu spostata da settembre al 30 agosto.

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