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La guerra gotica (535-553), detta anche guerra greco-gotica, fu un lungo conflitto che contrappose l'Impero bizantino agli Ostrogoti nella contesa di parte dei territori che fino al secolo precedente erano parte dell'Impero romano d'Occidente. La guerra fu il risultato della politica dell'imperatore bizantino Giustiniano I, già messa in atto precedentemente con la riconquista dell'Africa contro i Vandali, mirante a riconquistare all'impero le province italiane e altre regioni limitrofe conquistate da Odoacre prima e dagli Ostrogoti (Goti orientali) di Teodorico il Grande alcuni decenni prima.
Il conflitto ebbe inizio nel 535 con lo sbarco in Sicilia di un esercito bizantino guidato dal generale Belisario. Risalendo la penisola le forze di Belisario sconfissero le truppe gote dei re Teodato prima e Vitige poi, riconquistando molte importanti città tra cui le stesse Roma e Ravenna. L'ascesa al trono goto di Totila ed il richiamo di Belisario a Costantinopoli portarono alla riconquista da parte dei Goti di molte delle posizioni perdute. Solo con l'arrivo di una nuova armata sotto il generale Narsete le forze imperiali poterono riprendersi, e dopo la morte in battaglia di Totila e del suo successore Teia la guerra si concluse nel 553 con una completa vittoria per i Bizantini.
La lunga guerra provocò vaste distruzioni alla penisola, spopolando le città ed impoverendo le popolazioni, ulteriormente flagellate da un'epidemia di peste e da una carestia; l'occupazione dell'Italia da parte dei bizantini si rivelò effimera visto che già dal 568 le forze dei Longobardi iniziarono a calare nella penisola, occupandone vasti tratti anche grazie alla debolezza dei difensori.

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Alessandria d'Egitto.
Alessandria d'Egitto.
Alessandria d’Egitto. Metropoli del mondo antico, oggi la seconda città del moderno Egitto (5.000.000 ab. nel 2006), capoluogo dell’omonimo governatorato (2679 km2). Sorge a una ventina di km dalla sezione più occidentale del delta del Nilo, su un lembo di terreno sabbioso che separa il lago litoraneo Maryūt dal Mediterraneo. L’isoletta di Faro (in arabo Ras et-Tīn), congiunta alla terraferma da una diga (lunga circa 1200 m), determina due golfi: l’orientale, il ‘porto grande’ degli antichi, di scarsi fondali, oggi frequentato soltanto da piccole imbarcazioni; l’occidentale, di costruzione moderna, protetto da un frangiflutti esterno, con un ampio specchio d’acqua, 12 km di banchine e buoni fondali, vasti depositi e magazzini. Maggior porto del Mediterraneo orientale, ha assunto sempre più importanza e consistenza di traffici, grazie anche all’apertura del SUMED, l’oleodotto che collega Suez con Alessandria; qui sbocca anche il canale Mahmudieh, che unisce la città al Nilo e le fornisce l’acqua potabile. La popolazione di Alessandria, cresciuta rapidamente negli ultimi decenni del 20° secolo, comprende numerosi stranieri, dediti prevalentemente alle attività commerciali. I principali prodotti dell’esportazione sono cereali, zucchero, ortaggi e soprattutto cotone; si importano attrezzature e prodotti alimentari. L’industria rappresenta una discreta voce nell’economia della città ed è sviluppata in diversi settori (dell’abbigliamento, della cellulosa e della carta, raffinazione del petrolio, pastificio, cotonificio, saponificio; produzione di sale marino).
La città fu fondata da Alessandro Magno nel 332-331 a.C.; con i primi Lagidi (Tolomeo I e II) divenne una grande realtà monumentale e urbanistica, accolse le spoglie del fondatore e sostituì Menfi come capitale dell’Egitto ellenizzato. Fin dal tempo del primo Tolomeo cominciarono a sorgere, nel quartiere reale, il Museo e la Biblioteca, due delle più grandi istituzioni culturali dell’antichità. Tutti i successivi sovrani Lagidi contribuirono all’incremento e abbellimento della città, che ebbe non solo nelle costruzioni, ma nella lingua, negli ordinamenti e nelle leggi un carattere prettamente greco sino alla fine del mondo antico. Passata con Augusto a far parte integrante dell’Impero romano, fu sede del governatore della provincia imperiale d’Egitto e oggetto delle premure di Augusto stesso, di Adriano e di Antonino. La decadenza cominciò sotto Caracalla, si accentuò con Aureliano e con Diocleziano. Sotto Traiano vi fu una violenta rivolta di Giudei, i sec. 4° e 5° videro l’affermazione del cristianesimo e la secessione monofisita fra tumulti e distruzioni in cui perì buona parte del patrimonio monumentale antico. Nel 619, dopo un rovinoso assedio, il persiano Khusraw II strappò Alessandria all’Impero d’Oriente, a cui un decennio dopo la recuperò Eraclio. Nel 642 vi entrò il conquistatore dell’Egitto, ‛Amr ibn al-’Āṣ: a partire da quel periodo il centro politico e amministrativo d’Egitto tornò a spostarsi a S del delta (Fusṭāṭ, poi Cairo) e Alessandria divenne centro secondario, cui tuttavia la posizione sul mare serbava importanza economica e militare. Nel sec. 8° vi si rifletté la contesa fra Omayyadi e Abbasidi; fra 811 e 827 vi si insediarono avventurieri e pirati musulmani provenienti dalla Spagna. Nel 1166 la città fu assediata da Amalrico re di Gerusalemme, appoggiato da una flotta pisana e dal visir fatimida Shāwar, contro una guarnigione sira comandata da Saladino. La decadenza si accentuò sotto i Mamelucchi e i Turchi, che usarono le rovine dei monumenti antichi come materiali per le moschee e le fabbriche di Costantinopoli. Il dominio di Moḥammed ῾Alī, seguito alla spedizione francese d’Egitto del 1798-1801, diede inizio alla ripresa della città, continuata poi per tutto il 19° secolo. Nel 1882, esplosa la rivolta nazionalista di ‛Orābī Pascià, Alessandria fu bombardata dai britannici, che la occuparono. Nella prima metà del 20° sec. allo sviluppo dei traffici e all’accresciuta importanza militare e civile del porto corrispose l’incremento demografico e urbanistico. Oggetto nella Seconda guerra mondiale di ripetute incursioni aeronavali delle forze italiane e tedesche, alla fine del conflitto riprese la sua ascesa. Nell’ottobre 2002 vi è stata inaugurata la nuova grande Biblioteca, ricostruita grazie all’interesse dell’UNESCO e della comunità internazionale sugli stessi luoghi dell’antica.
Della Alessandria greco-romana si è potuto ricostruire abbastanza esattamente la topografia: divisa in cinque quartieri dall’architetto Dinocrate secondo i principi ippodamei, comprendeva il quartiere indigeno (Rhakòtis) a O, e la vasta Neàpolis a E con i palazzi reali e i giardini, il teatro, il museo, la biblioteca, e gli altri principali templi e monumenti; all’incrocio delle due vie principali era il Σῆμα, la tomba dell’eroe fondatore, eretta da Tolomeo Filadelfo; all’estremità dell’isola sorgeva il celebre faro. Gli incendi e le distruzioni hanno quasi completamente distrutto questo complesso monumentale, il più imponente del mondo ellenistico. La ‘colonna di Pompeo’ (in realtà del 3° sec. d.C.) è l’unico vistoso monumento sopra terra che rimanga della città antica: a esso si possono aggiungere le tombe ellenistiche di Kōm esh-Shuqāfa, con ricca decorazione architettonica e plastica, e le catacombe cristiane di Karmūze, di Qabbārī. Il sottosuolo della città, non esplorato mai sistematicamente, ha dato e dà ancora una ricca messe di oggetti di scavo, che ha arricchito il museo greco-romano di A., fondato e per anni diretto da studiosi italiani. La Alessandria bizantina e quella araba dell’età più antica (che non pare abbia mai avuto uno sviluppo monumentale paragonabile a quello del Cairo) sono parimenti scomparse: le moschee oggi sussistenti sono tutte di epoca tarda, posteriori alla conquista turca.
Attorno alla Biblioteca e al Museo fiorirono gli studi di filologia e critica (Aristarco, Callimaco, Licofrone), di scienze fisico-matematiche (Euclide, Eratostene, Tolomeo, Erone), di filosofia e di medicina. In questi ultimi due campi in particolare si può parlare di una vera e propria scuola alessandrina, che nella medicina vanta i nomi di Erofilo, Erasistrato (4°-3° sec. a.C.), Rufo e Sorano d’Efeso, Marino; verso la metà del sec. 3° si affermarono gli empirici (Eraclide di Taranto), che fondavano la medicina sul ‘tripode’, formato da osservazione, tradizione, analogia. La scuola filosofica alessandrina, invece, rappresenta l’ultima fase del neoplatonismo (5°-7° sec. d.C.) e conta la martire Ipazia, il suo scolaro e poi vescovo Sinesio di Cirene, Ierocle di Alessandria, Giovanni Filopono ecc. Questa estrema manifestazione del pensiero pagano, se da un lato si contrappose al cristianesimo, e ne fu aspramente combattuta, finì d’altra parte con il trasmettergli elementi mistici ed emotivi.
La Chiesa alessandrina fu fondata secondo la tradizione da san Marco. I primi maestri cristiani alessandrini noti sono i dottori gnostici Basilide, Valentino, Carpocrate. Alle dottrine del cristianesimo gnosticizzante si contrappose l’insegnamento della celebre scuola catechistica (Didaskalèion) iniziata da Panteno, cui succedettero Clemente, Origene e, dopo l’allontanamento di questo, Eracla, Dionigi, Pietro Martire, Didimo di Alessandria, Rodone. Caratteristiche della scuola in filosofia la tendenza sincretistica su una base neoplatonica e in teologia l’allegorismo nell’esegesi e il misticismo, che portava a sminuire l’importanza della natura umana di Gesù Cristo. A partire dal 4° sec. le controversie teologiche si mischiarono strettamente con quelle politiche ed ecclesiastiche, superando i confini dei singoli vescovadi. Alessandria ebbe in questa situazione la massima importanza, riuscendo con Atanasio, il più celebre dei suoi patriarchi, a contrapporsi efficacemente agli stessi imperatori durante la controversia ariana e con Teofilo e Cirillo ad avere il sopravvento sui rivali patriarcati di Antiochia e Costantinopoli. Nel medesimo periodo si rafforzò il dominio assoluto del vescovo di Alessandria su tutto il territorio egiziano, e fu abbattuta con la violenza la resistenza degli ultimi pagani, soprattutto con l’aiuto dei monaci. La crisi sopravvenne col concilio di Calcedonia (451), quando il patriarcato di Costantinopoli con l’aiuto di Roma guadagnò una definitiva vittoria, facendo esiliare il patriarca alessandrino Dioscoro. Iniziò da quel momento la divisione della Chiesa egiziana (e in particolare del patriarcato alessandrino) in due rami: quello cosiddetto monofisita o copto, e quello melchita, fedele agli imperatori di Bisanzio.

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Le invasioni barbariche (sec. IV-VIII)
L'Europa medievale ha preso forma attraverso la violenza e la distruzione delle invasioni. A partire dal 375, spinte dall'avanzata degli Unni, provenienti dalle steppe dell'Asia centrale, diverse popolazioni di ceppo germanico, fino ad allora in qualche modo respinte ai confini, si riversarono nei territori dell'impero. Erano gruppi non particolarmente numerosi, considerato che includevano donne e bambini, ma con una fortissima indole guerriera. A Oriente fecero incursioni e razzie, ad Occidente, con il procedere del V secolo, travolsero l'intera struttura politico-amministrativa di Gallia, Spagna, Africa settentrionale e Britannia.
Neppure l'antico cuore dell'impero fu risparmiato. Senza colpo ferire, nell'indifferenza dei contemporanei, il capo militare Odoacre, eletto da mercenari barbari 're delle genti germaniche in Italia', depose nel 476 l'imperatore Romolo Augustolo ed assunse il potere mantenendolo fino al 489, quando la Penisola subì l'invasione degli Ostrogoti di Teodorico, che vi costruirono il loro stato.
Con la fine dell'autorità imperiale in Occidente, dunque, si formarono una serie di regni che vengono tradizionalmente indicati come romano-barbarici. Le loro caratteristiche essenziali erano l'indipendenza dal potere imperiale di Costantinopoli (che alcuni dei nuovi sovrani riconoscevano solo formalmente), il mantenimento della struttura amministrativa romana, l'affermazione del principio che conquistati e conquistatori conservavano le rispettive leggi pur vivendo sul medesimo territorio.
In molti casi si trattava di costruzioni ancora precarie, sia per le difficoltà di fusione fra i dominatori e le popolazioni autoctone, sia per le lotte interne alla grande famiglia germanica, sia per l'impatto di forze 'esterne', come la pressione esercitata dai generali di Bisanzio, che l'ambizioso Giustiniano lanciò nella riconquista dei territori occidentali perduti. Fra il 533 e il 554, in effetti, l'Italia, l'Africa del Nord e le coste sud-orientali della Spagna tornarono a far parte dell'Impero d'Oriente, ma si trattò di una restaurazione di breve durata.
Nella seconda metà del VI secolo, dopo la fine del sogno giustinianeo, sulla carta d'Europa spiccavano quattro grandi aree di insediamento destinate ad una notevole longevità: 1. il regno dei Visigoti, sviluppatosi a partire dal 418 intorno alla città di Tolosa ed estesosi nel corso di un secolo alla quasi totalità della Spagna; 2. il regno dei Franchi, con capitale Parigi, dilatatosi dopo il 486 fino a comprendere l'intera porzione centro-occidentale del continente; 3. il regno longobardo, che gravitava intorno a Pavia, eretto dopo l'invasione del 568 in un'Italia dove Sicilia, Sardegna, Calabria e Basilicata, Puglia, Napoli, Roma, Ravenna e Venezia rimanevano in mano bizantina; 4. i regni Anglo-Sassoni in Inghilterra, frutto di quella penetrazione germanica, cominciata verso il 450, che aveva cacciato i Britanni verso la Scozia, il Galles, la Cornovaglia ed in parte verso l'odierna regione francese della Bretagna.
Su questa Europa politicamente frazionata, ma che trovava un collante sempre più decisivo nel cristianesimo abbracciato dagli stessi barbari, all'inizio dell'VIII secolo si abbatté la marea montante dell'Islam: Arabi e Berberi d'Africa invasero la Spagna, ricacciarono i Visigoti nelle Asturie e si proiettarono fino in Gallia. Furono i Franchi ad arrestare un'espansione che appariva incontenibile: nel 732 la battaglia di Poitiers, insieme alla sconfitta dei musulmani, regalò all'Occidente un eroe dalla forza leggendaria: Carlo Martello.
Bibliografia
J. Le Goff, La civiltà dell'Occidente medievale, trad. it., Torino, Einaudi, 1981, pp. 15-48 e 129-146
Storia del Medioevo, a cura di R. Fossier, vol. I, I nuovi mondi (350-950), trad. it., Torino, Einaudi, 1984, cap. I
P. Delogu, Longobardi e bizantini in Italia, in La Storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Età Contemporanea, vol. II, Il Medioevo, Torino, Utet, 1986-1988, tomo 2, pp. 145-169

Da Viaggio nella Storia, Gruppo Editoriale l'Espresso, CD Rom 2, Il Medioevo, 2000

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La rivelazione di Maometto
di Pietro Citati
Passati i quarant' anni, Maometto ebbe le prime visioni. La notte gli compariva in sogno una figura enorme, e sconosciuta, che con la testa toccava il cielo e con i piedi la terra, e si avvicinava per afferrarlo. Durante il giorno, mentre camminava per la campagna sentiva delle voci uscire dai sassi, dai muri e dai ventri degli animali: voci che gli dicevano: 'Salute, o apostolo di Dio'. Il divino gli si presentava come l'esperienza del tremendo: una forza che non aveva nome, che poteva venire da tutte le parti, che non aveva nulla a che fare col bene, che era solo contraddistinta dalla propria potenza, irrompeva sopra di lui, lo afferrava, lo dominava, e voleva soggezione senza limiti. Maometto aveva terrore di queste voci e di queste visioni.
Era sconvolto da brividi di freddo o si copriva di sudore: strani suoni di campana o fruscii di lontane ali celestiali o fragori gli risuonavano nella mente, e restava a terra senza coscienza. Come confessò più tardi, gli sembrava che qualcuno infinitamente possente gli stesse strappando l'anima a pezzi. Diventò inquieto: temeva di impazzire o di essere posseduto da un demone: 'O Hadigah - disse alla vecchia moglie - temo di diventare pazzo'. 'Perché', gli domandò lei. 'Sento in me i segni degli indemoniati: voci misteriose per le strade, figure enormi nel sonno'. Hadigah gli rispose: 'O Maometto, non inquietarti. Con le qualità che hai, tu che non adori gli idoli, tu che ti astieni dal vino e dal vizio, che fuggi la menzogna, che pratichi la probità, la generosità e la carità, non hai nulla da temere. Dio non ti lascerà cadere sotto il potere dei demoni'.
Spesso Maometto lasciava la città, e saliva in una caverna sulle colline di al Hira, passando le notti nella meditazione e nell' adorazione, come un monaco cristiano. Una notte, mentre stava dormendo, la figura enorme dei primi incubi gli si presentò di nuovo in sogno. Aveva in mano un copriletto di broccato: sopra c'era scritto qualcosa. Gli disse: 'Leggi'. Maometto rispose: 'Cosa mai devo leggere?' . La figura lo strinse con tanta forza che Maometto pensò di morire. Tre volte gli impose: 'Leggi!' , tre volte Maometto rifiutò; finché, soltanto per liberarsi, rispose: 'Cosa devo dunque leggere?' . L'altro rispose: 'Leggi in nome di quel Dio che creò, che creò l' uomo da un grumo di sangue. Leggi! Il tuo Signore è il più generoso, ha insegnato per mezzo del calamo, ha insegnato all'uomo quello che non sapeva'. Secondo la tradizione islamica, erano i primi versi del Corano. Maometto lesse, e la figura si allontanò da lui. Si svegliò, e le parole erano scritte nel suo cuore.
Aveva ripetuto l'esperienza di Ezechiele e di Giovanni nell'Apocalisse. Qualcuno gli aveva imposto con la violenza uno scritto vergato in un altro mondo: Ezechiele e Giovanni l'avevano ingoiato; lui l'aveva fatto diventare parte del cuore e del corpo. Soltanto attraverso questa totale appropriazione fisica, la rivelazione celeste era divenuta Apocalisse, e ora sarebbe divenuta Corano. Ezechiele e Giovanni avevano accettato senza timore il libro dal sapore dolceamaro, certi del suo carattere sacro. Più dubbioso, inquieto e consapevole dell'ambiguità della parola ispirata, Maometto non osava accettare la rivelazione. Temeva di essere un 'poeta estatico' o un 'uomo posseduto': uno di quei kahin, che in Arabia profetavano ispirati dai demoni. Travolto dall'angoscia avrebbe voluto uccidersi, e cercò di precipitarsi dalla collina.
In quel momento, udì una voce dal cielo. Girò la testa, e scorse l'angelo Gabriele, con i piedi a cavalcioni sull'orizzonte, che diceva: 'O Maometto, tu sei l'apostolo di Dio e io sono Gabriele!'. Rimase stupito: girò la faccia dall'altra parte, e verso qualunque luogo del cielo guardasse, dovunque spingesse gli occhi ansiosi, scorgeva il corpo del grande angelo. Gabriele lo prese dolcemente tra le ali, in modo che non potesse muoversi, e gli ripeté: 'Non temere, tu sei il profeta di Dio, e io sono Gabriele, l'angelo di Dio'. Maometto discese dalla collina: tremava in tutto il corpo per il terrore della rivelazione, ma ripeteva tra sé le frasi di Gabriele, le prime frasi di quello che sarebbe diventato il suo libro, che cominciavano a rassicurarlo. Tornò a casa, raccontò la visione a Hadigah, e le disse le parole dell'angelo. Poi fu ancora colto dal freddo e chinò la testa chiedendo: 'Coprimi. Coprimi!' . La moglie lo avvolse in un mantello, e lui si addormentò al suolo, come un bambino terrorizzato. Hadigah andò da un vicino. Mentre Maometto dormiva, Gabriele entrò nella casa e gli parlò: 'Alzati, tu che sei coperto con un mantello'.
Maometto si risvegliò e rispose: 'Eccomi, che debbo fare?' . E Gabriele: 'Alzati e avverti gli uomini e chiamali a Dio'. Maometto gettò via il mantello e si alzò. Quando la moglie tornò, gli disse: 'Perché non dormi, e non ti riposi?' . Maometto rispose: 'Il mio sonno e il mio riposo sono finiti. Gabriele è tornato, e mi ha ordinato di trasmettere il messaggio di Dio agli uomini'. Nella rivelazione di Dio a Maometto, come la raccontano Ibn Ishaq, Tabari e la tradizione antica, qualcosa di sublime e di unico, una grandiosa esperienza originaria, tocca la linea dei semplici fatti umani. Molti hanno fantasticato su quale avrebbe potuto essere la vita di Maometto, se la visione l'avesse occupato completamente, ed egli si fosse accontentato di ascoltare senza fine la Voce, come un mistico, senza uscire dalla caverna. Ma Maometto discese dalla caverna, e conquistò la terra. Dopo di allora, continuò a vivere nel sacro: il sovrannaturale riempiva la sua esistenza; Dio gli rivelava tutte le cose, anche il luogo dove si era perduto un cammello nel deserto o dove si era impigliata la sua briglia. Il sacro non trasformò Maometto. Lasciò che egli abitasse nel suo mondo totalmente umano, tra passioni totalmente umane, come se il compito del sacro fosse non di trasformare il mondo, ma consacrarlo com' è, nella sua realtà quotidiana. Qualche secolo dopo, i mistici sufi sostennero che Maometto dovette superare una grande difficoltà, per uscire dalla caverna e adattarsi alla vita di ogni giorno.
Nel racconto degli scrittori antichi, Maometto non conobbe invece né difficoltà né prove. Per loro, la sua esperienza religiosa e quella di capo politico, che a un lettore dei Vangeli sembrano inconciliabili, non sono divise da nessuna frattura e da nessuna opposizione. Il visionario imbracciò la spada, senza dimenticare la visione che l'aveva sconvolto. L'antica tradizione islamica non tenta nessuna di quelle idealizzazioni, che qualsiasi agiografo occidentale avrebbe compiuto. Ora Maometto si vendica di chi lo ha offeso, fa massacrare tribù di ebrei, assale a tradimento i nemici, infierisce sui morti: ora è tollerante e indulgente come il più accorto uomo politico. Sullo sfondo, Tabari mette in scena una indimenticabile rappresentazione dell'Arabia del VI e del VII secolo: cammelli, cavalli, montoni, odore di sterco, di sudore e di rovina; povertà, fame, miseria, vagabondaggio; beghe tribali, liti femminili, pettegolezzi, chiacchiere di mercanti, carovane che attraversano il deserto, agguati presso i pozzi, feroci battaglie di predoni, donne che mangiano la lingua e il fegato dei nemici. Nella primavera del 632, ventidue anni dopo la rivelazione, Maometto si ammalò. La mattina dell'8 giugno, si sentì meglio.
Al momento della preghiera, si alzò, sollevò la tenda che serviva da porta alla capanna della moglie prediletta, A' isah, e si fermò sulla soglia. Lì accanto c'era la moschea - un povero muro di mattoni essiccati al sole, coperti da rami di palma -, dove i suoi fedeli dicevano le orazioni. Quando lo videro, interruppero la preghiera per la gioia; ma egli fece un cenno con la mano, invitandoli a continuare. Era felice: il suo viso si illuminò e splendette; disse: 'Grazie siano rese a Dio, perché, dopo la mia morte, il mio popolo seguirà le mie istituzioni'. Qualcuno affermò di non averlo mai visto così bello. Dopo pochi minuti, Maometto ritornò nella capanna di A' isah, e si distese sul cuscino. Entrò un parente di Abu Bakr; aveva in mano un ramoscello verde, con cui si puliva i denti: Maometto lo guardò; la moglie capì il desiderio del marito, prese un altro ramoscello, la masticò, lo rese tenero, e glielo porse. Quando Maometto cominciò a fregarsi i denti con vigore, A' isah gli disse: 'Non strofinarti troppo forte i denti, se no te li guasti'. Egli rispose: 'O A' isah, Gabriele mi ha sempre raccomandato di fare così'. Appena ebbe terminato le preghiere, Abu Bakr, corse nella capanna di A' isah, dove vide il Profeta che si puliva i denti. Pensò che fosse guarito. Cercando di farlo ridere, si mise a scherzare con A' isah: 'Ora che il Profeta è guarito, dovrà passare questa notte nell'appartamento di un'altra moglie'. A' isah si offese e rispose: 'Quando era malato, è stato con me. Ora che è sano, andrà nella capanna di un'altra donna?' . Maometto rise, ma restò in silenzio. Poco dopo, si sentì morire. A' isah si sedette dietro di lui, l'attrasse e gli prese la testa sul seno. Maometto rimase così qualche tempo. Verso mezzogiorno, la fronte cominciò a sudare, lo sguardo diventò fisso: mentre A' isah lo udiva mormorare: 'No, l'Amico sommo del Paradiso...' . Lo spazzolino verde di salvadora persica: l'angelo Gabriele che insegna l'arte di pulire i denti: gli scherzi volenterosi e salaci di Abu Bakr: la gelosia di A' isah; il riso silenzioso di Maometto... Nessuna morte meglio di questa, raccontata dalla tradizione islamica, può adattarsi all' uomo che visse con tanta gioia e pienezza nel grembo infimo e illimitato della vita quotidiana.
(Nota. Nato nell' 839, Muhammad Ibn Garir Al Tabari compose le Notizie dei Profeti e dei Re, da cui il vizir persiano Bal' ami trasse un compendio. Una parte delle Notizie, dedicata a Maometto, è stata pubblicata nella Bur).
La Repubblica del 11.10.2001

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Roncisvalle, quando la Storia si trasforma in Mito
di Max Trimurti
Da questa cocente ed oscura disfatta subita dall’esercito di Carlo Magno nel 778, nasce la Chanson de Roland, il primo capolavoro della lingua francese antica.
Nel 774, dopo aver acquisito il controllo del regno longobardo in Italia, Carlo Magno prende la decisione di eliminare l’ostacolo costituito dai Sassoni in Germania. Lancia contro di loro una prima campagna che lo porta a Paderborn, dove, nell’estate 777, riunisce una grande assemblea (plaid). La campagna, sebbene coronata da successo, non risultata definitiva, in quanto i Sassoni, attaccati alle loro tradizioni ancestrali e guidati dal loro capo Widukind, si ribellano all’occupazione franca ed alla cristianizzazione forzata. Gli scontri dureranno fino al 779.
Perché attaccare la Spagna?
Occorre prendere in considerazione questo quadro generale per il motivo per cui Carlo Magno riceve a Paderborn un ospite musulmano venuto dalla Spagna, Suleiman ibn Yakzan ibn Al-Arabi, wali (governatore) di Barcellona e di Gerona (spesso presentato a torto come wali di Saragozza, che era invece Husain ibn Yahya al-Ansari). Suleiman, in conflitto con l’emiro ommayyade di Cordova, Abd al-Rahman, veniva a proporre di mettersi sotto l’autorità del re franco, offrendogli la sottomissione dei territori di cui era responsabile.
Mentre il piccolo regno delle Asturie - fondato dai Visigoti e scampato alla conquista mussulmana del 711 - era riuscito, sotto la guida de re Alfonso I e dei suoi successori, ad iniziare la reconquista, recuperando la Galizia, la Rioja ed il Leon, Carlo Magno ha molto probabilmente pensa di porsi, per mezzo di una spedizione in Spagna, come capo naturale della Cristianità davanti ai suoi nemici. Secondo Pierre Riché: 'Forse egli sognava di riprendere la Spagna a questi Arabi, contro i quali suo padre e suo nonno avevano aspramente lottato'. Sta di fatto che Carlo Magno risponde positivamente all’invito di Suleiman. Gli Annali di Metz forniscono una giustificazione religiosa a questa decisione: 'Il re Carlo, commosso dalla preghiere e dai lamenti dei Cristiani di Spagna, che si trovavano sotto il giogo dei saraceni'. Ma Eginardo, il biografo di Carlo Magno, ci fornisce una visione più politica: 'Il re, rimane persuaso dal predetto Saraceno, che egli poteva facilmente impossessarsi di qualche città della Spagna'.
Nella primavera del 778 il re franco si porta in Aquitania, recentemente incorporata alla stato carolingio, dove, il 19 aprile, celebra le ricorrenze della Pasqua. Nella regione, egli ha mobilitato una forza militare considerevole, ripartita in due eserciti. Uno, dove si erano riuniti gli uomini provenienti dall’Austrasia, dalla Burgundia, dalla Baviera, dalla Provenza e dalla Longobardia, si muove in direzione sud-est, verso la Septimania e Barcellona, attraverso il colle di Perthus. Il secondo esercito, comandato da Carlo Magno in persona e composto da uomini dell’ovest, della Neustrasia e dell’Aquitania, attraversa la Guascogna, recentemente sottomessa, con direzione sud. L’esercito di Carlo deve attraversare i Pirenei attraverso il passo di Roncisvalle, un itinerario classico per una colonna militare di una certa consistenza, sin da tempo dei Romani.
I Franchi arrivano in tal modo a Pamplona, minacciata dai Mussulmani ma controllata dai Cristiani. Carlo Magno, per impressionare le popolazioni locali, mette in mostra tutta la sua forza. In effetti, il suo vero obiettivo è la città di Saragozza e la traversata del fiume Ebro viene effettuata attraverso un guado. Una volta giunti davanti a Saragozza, i Franchi subiscono una grande delusione: la città, promessa dal saraceno in occasione dell’incontro di Paderborn, non solo non apre le porte, ma dimostra nei fatti tutta la sua ostilità. In effetti il suo wali, probabilmente inizialmente d’accordo con Suleiman (l’interlocutore di Carlo Magno), ha nel frattempo cambiato opinione e rifiuta di consegnargli la città. La cosa infligge un duro colpo all’orgoglio del re franco, che si rende conto di essere stato vittima di un raggiro.
Vengono iniziati dei negoziati con il wali di Saragozza, che si concludono nel nulla. Carlo, a questo punto, fa mettere in catene Suleiman, nonostante la consegna di ostaggi e di oro da parte di quest’ultimo, destinati ad attenuare il risentimento del franco. Ma Carlo è un uomo pratico: dal momento che l’affare è fallito, occorre ritirarsi il più presto possibile, anche perché la situazione dei Sassoni, non ancora consolidata, rischia nuovamente di deteriorarsi e di esigere la sua presenza. Nel percorso di ritorno, un colpo di mano mussulmano riesce a liberare Suleiman (che finirà comunque assassinato dal suo ex complice, il wali di Saragozza). Giunto a Pamplona, Carlo Magno distrugge la città, 'per impedire di ribellarsi' (spiegazione ufficiale fornita dagli Annali Reali), anche se, in effetti, questa era una città cristiana. Decisione forse voluta perché gli abitanti della “nobile città fortificata dei Navarresi” erano sospettati di connivenza con i Mussulmani. Comunque sia, questa azione del re franco costerà molto cara, come il seguito degli avvenimenti si incaricherà di dimostrare.
La trappola di Roncisvalle
Nonostante la volontà di esaltare il re dei Franchi, diventato imperatore nel Natale dell’800, il suo biografo Eginardo racconta che egli ha subito, ritornando dalla Spagna, un cocente rovescio nei Pirenei dovuto alla 'perfidia dei Vasconi', ovvero i Baschi. Nella suaVita Karoli (redatta intorno all’826) egli scrive: 'Mentre l’esercito sfilava in una lunga colonna, obbligato dalla natura e della ristrettezza dei luoghi, i Vascones, che avevano organizzato un’imboscata in cima alla montagna, si slanciano sulla colonna che scortava i bagagli e respingono i soldati che la proteggevano in una valle situata al di sopra e quindi ingaggiano il combattimento, uccidendoli fino all’ultimo uomo. Dopo di ciò, facendo man bassa dei bagagli e favoriti dal calar della notte, essi si sono dispersi con la più grande celerità. I Vasconi erano avvantaggiati in questa azione dalla leggerezza del loro armamento e dalla configurazione geografica dei luoghi. In questo combattimento, Eggihardo, prevosto della tavola reale, Anselmo, conte di palazzo e Orlando/Rolando (Rotland), prefetto della Marca di Bretagna, rimangono uccisi insieme a tanti altri'.
Lo scontro ha avuto luogo il sabato 15 agosto del 778, alla fine del pomeriggio. L’episodio illustra la combattività dei montanari che, per mezzo della loro perfetta conoscenza dei luoghi e di tecniche di guerriglia, adattate alle condizioni geografiche, hanno potuto mettere a completo profitto l’effetto sorpresa ed avere ragione di soldati agguerriti.
A dire il vero, i Vasconi avevano dimostrato da lungo tempo la loro capacità di resistenza e di reazione nei confronti di chi pretendeva imporsi su di loro. Già i Romani non avevano potuto occupare in maniera permanente i Pirenei centrali. Anche se le popolazioni che vi vivevano, prevalentemente pastori, non sembravano minacciose, ma godevano comunque di una reputazione di crudeltà e di ferocia ben consolidata: Paolino da Nola, intorno al 390, scriveva al suo vecchio maestro Ausone, per rassicurarlo, spiegandogli che egli viveva in un ambiente urbano e non 'nella selvaggia Vasconia', paese di un 'popolo barbaro', dai costumi feroci e disumani.
Più di due secoli più tardi, Isidoro di Siviglia, descriveva i Vasconi come abitanti 'le ampie solitudini dei monti Pirenei'. Questi rudi montanari avevano accolto, nel V secolo, i Bagaudi - bande itineranti di vagabondi celtici che vivevano di saccheggi - che si erano associati a loro per operazioni di brigantaggio. Restii alla romanizzazione ed alla cristianizzazione, i Vasconi si erano insediati nel nord dei Pirenei, dando il loro nome alla Guascogna. A sud dei Pirenei, nei territori controllati ormai dai Visigoti, questi ultimi avevano avuto grandi difficoltà a respingere o semplicemente a contenere i raid lanciati dai Vasconi, nonostante le successive campagne organizzate contro di essi, nel corso del VI e VII secolo. Nel 711, quando si scatena l’invasione mussulmana nel sud della Spagna, il re visigoto Rodrigo era impegnato a condurre una spedizione nel nord, proprio contro i Vasconi. Dopo la conquista, i Mussulmani della valle dell’Ebro e del Duoro, incontreranno le stesse difficoltà, proprio come contro i Cristiani delle Asturie. In definitiva, Carlo Magno, lanciando il suo esercito attraverso dei percorsi che attraversavano il cuore dei territori dei Vasconi - ovvero dei Baschi - doveva necessariamente sapere di andare incontro ad un grosso rischio.
Ma il re franco aveva l’abitudine di reagire con razionalità ai colpi della sorte. Il primo imperativo per Carlo Magno era quello di consolidare la tutela franca sull’Aquitania, mal sopportata dalle popolazioni locali, che potevano essere tentate di approfittare di un indebolimento del prestigio carolingio per emanciparsi. In questo caso verrà adottata una soluzione, apparentemente astuta. L’Aquitania, eretta in regno, per vellicare le suscettibilità regionali, verrà affidata nel 781 al figlio di Carlo Magno, Luigi. Si trattava di un bambino di tre anni che, proprio per questo fatto, verrà circondato da uomini di fiducia del potere centrale. Questi, insediati a Tolosa con il giovane monarca, riceveranno delle offerte di servizio da parte di piccoli principi mussulmani dell’altra parte dei Pirenei. Ecco, dunque, una nuova occasione per rimettere piede in Spagna e per stabilire il potere franco ad est delle zone in cui la spedizione del 778 aveva fallito. E sarà proprio in questa ottica, che Gerona, Urgel ed il territorio della Cerdagna verranno occupati. Ma l’emiro di Cordova, di fronte a questa nuova tendenza espansionistica, reagisce prontamente, riuscendo ad infliggere una ulteriore sconfitta, nel 793, al duca Guglielmo, cugino di Carlo Magno. Il duca sarà, comunque e posteriormente aureolato, poiché, ritiratosi in un luogo desertico in Linguadoca (Gellone), vi fonderà un monastero, al quale rimarrà legato il suo nome (San Guglielmo le Desert).
Il potere carolingio riuscirà tuttavia ad insediarsi a sud dei Pirenei, grazie alla conquista di Barcellona nell’801 da parte del principe Luigi, ormai in età di servire efficacemente gli interessi di suo padre. La marca carolingia di Spagna diventerà più tardi la Catalogna. Ad ovest, Pamplona e la Navarra cadono quindi sotto il controllo dei Franchi. Ma nell’812, Luigi è costretto a domare una nuova rivolta dei Vasconi, che si era estesa dalla Guascogna alla Navarra. Di ritorno da Pamplona in Aquitania, il principe, reso prudente dai ricordi di Roncisvalle, si proteggerà dalle insidie della traversata dei Pirenei, prendendo un considerevole numero di ostaggi dai montanari dei luoghi. Una nuova spedizione punitiva lanciata contro Pamplona, nell’824, si concluderà ancora con un fallimento: le truppe carolingie cadranno al ritorno in una ulteriore sanguinosa imboscata. La Navarra era decisamente al di fuori della portata delle ambizioni franche ed essa diventerà un regno indipendente, destinato a giocare, successivamente un ruolo di rilievo nel futuro della storia francese.
La potenza del mito
La sconfitta di Roncisvalle sarebbe potuta rimanere solo uno sfortunato e secondario episodio nel contesto dell’avventura carolingia. Ma la poesia, impadronendosene, lo trasfigurerà in un’epopea eroica, la cui eco marcherà profondamente la letteratura medievale e tutto l’immaginario collettivo europeo.
Occorre, per convincersene, rileggere la Chanson de Roland. Secondo questo testo, Carlo Magno, che aveva già passato sette anni in Spagna, si dirige verso Saragozza, il cui capo è un certo Marsilio. Carlo Magno conquista diverse città e quindi riparte verso la 'dolce Francia', lasciando al suo nipote Rolando/Orlando, ai suoi 12 pari ed a 20.000 soldati franchi il compito di assicurare il buon svolgimento del ritorno. Ecco, però che viene ingaggiata una battaglia fra Cristiani e Mussulmani e Orlando/Rolando, tradito da Gano/Ganelone, nonostante i prodigi della 'Durlindana, la sua buona spada', deve 'suonare l’Olifante', per avvertire Carlo Magno, in quanto 'gli Etiopi dal grande naso e dalle gradi orecchie' sono troppo numerosi. Morto il suo amico Oliviero, Orlando tenta invano di spezzare la sua spada su una grossa pietra ma se la 'spada cigola' essa 'non si spezza, né si frantuma'. Quando infine Carlo Magno arriva sul posto, 'Orlando è morto'. L’imperatore a quel punto ingaggia un combattimento contro 'l’ammiraglio (emiro)' e vendica come si deve la perdita di Orlando e dei suoi prodi compagni.
La Chanson dimostra che il ricordo era stato perpetuato dalla tradizione orale, che alimenterà, in seguito, numerosi scritti. Uno di essi, denominato Pseudo-Turpin, ha avuto una grande influenza sul Libro di San Giacomo ed il pellegrinaggio di Compostela. Ma l’eco letteraria legata a Roncisvalle si ritrova, nel XII e XIII secolo, anche in Spagna, dove contribuisce a velicare, come era logico, l’identità ispanica. Tracce importanti si trovano anche nella letteratura italiana, nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e nel Canto XXII dell’Inferno di Dante. In Germania un prete bavarese consacra nove mila versi a glorificare Rolando nel suo Ruolandes liet. Anche in Inghilterra, in Danimarca e in Norvegia le gesta di Rolando offrono spunti per saghe e composizioni letterarie. Oggi una statua di Rolando fa bella mostra di sé nella piazza di Brema. Naturalmente, il ricordo di Roncisvalle è ancora presente nei canti dei pastori baschi, e rappresenta una delle migliori espressioni del radicamento della loro identità culturale.
Per saperne di più
G. Narracci, Roncisvalle - Lampi di Stampa, 2006
A. Cesareo, Fede e potere. Ritratto inedito di Carlo Magno nei 'Gesta Karoli' di Notkero Balbulo - - MGC Edizioni, 2012
D. Hagermann, Carlo Magno. Il signore dell’Occidente – Einaudi, 2004
Pierre Narbaitz, Orria, ou la bataille de Roncevaux (15 août 778) - Editions Zabal, 1978
J. Claret, La Unarde, le mystère de Roncevaux - Editions Rabiou, 2010

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