XII
La sfortuna era che intanto eravamo arrivati davanti alla siepe di casa sua: e tutto quel che potevo aspettarmi da una vecchia signora del genere era che lei mi facesse un saluto con tutte le regole e poi mi lasciasse lì sulla strada. Una volta lo aveva già fatto del resto. Va bene che il suo era proprio un usciolo da ridere, appena appena più in forze di quelli che usiamo noi nei porcili, e anche con la sinistra me lo sarei comodamente sfondato: ma questo voleva dir meno che niente.
"Ecco qui" disse subito lei come m’ero previsto.
"Ecco qui casa mia ..."
"La conosco" dissi io. "Sono venuto a farci una serenata cinque o sei giorni fa, verso sera".
" … Così io vi ringrazio, e scusatemi del disturbo e di tutto. E buona notte anche a voi".
"Buona notte neanche per scherzo" dissi io un po’ allegramente "e del disturbo non vi scuso per niente. Troppo comodo, no?"
Mi guardò appena appena, non sicura d’aver ben capito.
"Dura da un po’ troppo" spiegai. "Ammetterete che dura da troppo".
"Sono venuta solo due volte da voi a disturbarvi in parrocchia" cercò lei di sgusciarmi di mano. "E poi, neanche due volte: una sola. La seconda non vi ho neanche trovato ... Buona notte, e scusate di tutto".
Mi decisi a cambiare.
"Questi qui sono tutti complimenti e galanterie e roba simile. Lo fanno su per giù a diciott’anni, e pare anche che ci provino gusto: ma è diversa per noi" dissi io.
"Sono venuto a pigliar la mia lettera. La mia lettera, Zelinda, mi spiego?"
Mi premeva che si mettesse subito in testa che non avevo nessuna intenzione d’andarmene. Me ne sarei stato lì un’ora o anche due. Avrei aspettato tutto il giorno con lei, se occorreva. E se occorreva, anche più: mi capiva? Così tirai fuori il mio fazzoletto da sole, e me lo spiegai bene a modo, senza un’ombra di fretta, e mi misi a sedere proprio sullo scalino di casa dove il giorno s’accende il fornello. "Questo è un modo da capraio, lo so, e mi piace ancor meno che a voi. Ma c’è un fatto. La lettera era già mia, se volete saperlo, né più né meno che i miei libri e il mio tavolo, e anche un avvocato di città od il pretore mi darebbero tutte le ragioni del mondo. Potete giurarci tranquilla. E se quel giorno non correvo da voi, io me la leggevo subito subito, e adesso ogni cosa sarebbe a posto da un pezzo e non ci sarebbe più bisogno di starcene qui tutti e due sul gradino di casa. Comincia anche a far fresco, tra l’altro”.
Lei mi stava a guardare, sempre un po’ a testa bassa, a due passi e nemmeno da me. Teneva ancora il grembiule rialzato con dentro quel po’ di farina, e nessuno poteva negare che fossimo proprio un bel numero.
"Avete ragione" si decise alla fine, guardando subito a terra però. "Avete ragione, lo so. Ma anch’io credo di avere ragione … Bene. Io penso per tre o quattro giorni a una cosa e nient’altro: e poi me ne vado giù fino a valle a comperarmi il sale, la carta e l’inchiostro: e poi vi mando la lettera con dentro tutta quanta la cosa. E così tutto è finito. Poi però, quando vado al canale, ci ripenso sopra un bel po’, e vedo che la lettera non può proprio servirmi per niente, e così allora ritorno in parrocchia e mi riprendo la lettera. E la prima cosa che faccio è quella di buttarla nell’acqua".
"Oh, il canale sembra fatto apposta per far pensare e pensare a un mucchio di cose. E anche peggio il mestiere che fate. È così. Ma cosa avete pensato? Adesso è notte, Zelinda, e non c’è nessun altro che noi: tutti e due abbiamo già un piede di là: e così certe cose si possono anche dire, mi sembra".
Indugiò due secondi.
"Che cosa ho pensato al canale? Dopo, voi v’arrabbiate, io lo so".
Alzai appena appena le spalle.
"Neanche voi ci credete, Zelinda".
"Ho pensato" lei disse "che certe cose voi non potete capirle. Voi, e neanche gli altri però. Solo che gli altri non ci si arrabbiano mai”.
"E anche questo può essere. Chi vi dice di no?" cercai di sorridere ancora. Quella vecchia signora a suo modo era proprio invincibile; era indifferente, ostinata e mansueta e mille altre cose di più che neanch’io saprei dire. C’era ben poco da fare con lei: logica, teologia e tutto il resto eran solo forchette spuntate. "Certe cose si arriva a capirle, e certe altre mai e mai, in nessun caso. Né più né meno che un medico che per anni ha studiato di tutto e perfino il latino, ma poi arriva la volta che anche lui non può fare niente altro che starsene lì sulla seggiola a guardare il malato che va. Eppure" conclusi un po’ soddisfatto di quel mio paragone da sagra "è bene andare dal medico. Tutti vanno a farsi vedere dal medico".
"Io no" disse lei con dolcezza. "Io non ci sono mai andata. Anche quando il mulo dei carbonai mi calciò qui alla schiena, io non sono andata dal medico. Ci ho messo su delle frasche d’ortica".
Non era una ragione, s’intende: ma era tutto quel che passava il convento e bisognava a ogni modo pigliare il buono e il cattivo.
"Però" ribattei "la lettera l’avete pur scritta. E quella sera siete pure venuta da me. Dal dottore … E dite quel che volete, Zelinda, ma è segno che le frasche questa volta non siete riuscita a trovarle. Bene: io avevo intenzione di dirvi questo soltanto: che in due si cerca meglio, ecco tutto".
Questa volta era chiaro che dovevo aver fatto centro, perché la vecchia non rispose parola: e da un tipo del genere anche il semplice silenzio era già un poco più di quel che potessi aspettarmi.
Adesso, sulla strada di monte, per le siepi e le scarpate d’intorno e i calanchi ed i pascoli era tutto silenzio, e già dormivano gli uccelli e le rane ed ogni altra creatura; e a me venne quasi il sospetto che le nostre parole potessero arrivar fin laggiù, in fondo a valle, dove ci sono i paesi grossi e la luce elettrica e tutto e la gente non va mai a letto prima dell’ora di notte. E allora, così, pensai che la storia delle frasche d’ortica e di noi due che andavamo a cercarle come si fa con i funghi faceva sul serio un po’ ridere, e a tutte quelle belle ragioni che avrei invece saputo trovare trenta anni prima e un po’ più quando leggevo ogni sera e discutevo di questo e di quello e avevo inoltre una vita davanti. E poi pensai anche a quel che doveva essere lei, su per giù a quell’età, quando se ne tornava a casa di sera dalla festa da ballo, coi giovani che venivano a farle la musica dietro il fico dell’orto: e magari lei spiava dai vetri e pensava a chissà quante cose, ma mai e poi mai che una notte si sarebbe trovata qui sul gradino di casa a parlare con un vecchio don di montagna. No, la vita non era stata certo di manica larga con questi due galantuomini. Ma a ciascuno il suo e così sia.
"Così, io non vi capirò; forse è vero" insistei perché il ferro era caldo. "Però anche Olivieri diceva così, e alle volte anche peggio. Una volta si sfilò la sua cinghia e la distese sul tavolo, proprio sotto i miei occhi, perché nuora intendesse. Questo, per dirvi che tipo era l’amico. Poi ci siamo capiti. Abbiamo finito col capirci, vi dico.
E così col vedovo Sante quando vennero a dirmi che s’era messo a guardare un po’ troppo la figlia: e così con uomini e donne che non saprei più neanche contare".
"Ma per me è diverso" disse lei come a sé. "Per me è tutto diverso. Non c’è nemmeno un confronto, con me".
"Tutti siamo diversi, ecco il fatto" ribattei con la maggior sicurezza del mondo. E non aggiunsi parola. La mia vecchia cominciava sul serio a commuoversi. Buon segno. E ormai non c’era di meglio per me che aspettare e tacere e guardarmi le scarpe.
"Tutte le mattine alzarsi alle cinque e andare giù in fondo valle per pigliare gli stracci" cominciò lei dopo un po’ "e fermarsi a mezzogiorno un momento a mangiare olio e pane sopra l’erba di un fosso: e poi venire su fino a monte a pigliar la carriola e andarsene al canale a lavare. Fino alle sei, fino alle sette, e il lunedì fino alle nove di sera. E poi dopo caricare la carriola e tornare su a casa, appena in tempo per mangiare ancora olio e pane e anche un po’ di radicchi, e poi andare a dormire".
Respirò un po’ a fatica. Si capiva che ormai doveva provare una gran pena di sé.
"E il giorno dopo fare lo stesso, e anche l’altro giorno, e tutti i giorni del mondo. Perché io questo lo so: questo lo so, lo so bene: tutti i giorni del mondo. E su questo neanche voi potete dire di no".
S’interruppe per respirare di nuovo, perché mai aveva parlato tanto così in vita sua, c’era da giurarci sicuri: e io guardavo e guardavo e non dicevo parola.
"Io ho una capra che porto sempre con me: e la mia vita è quella che fa lei, tale e quale. Viene in fondo alla valle, torna su a mezzogiorno, si ferma davanti al fosso con me, e poi la porto al canale, e quando vado a dormire va a dormire anche lei. E anche nel mangiare non c’è gran differenza, perché lei mangia dell’erba, e io radicchi e insalata, e la differenza sta solo nel pane. E poi a momenti io non potrò mangiare più neanche quello … Come me … come me. Ecco che cosa faccio io: una vita da capra. Solo che lei ... quanto può stare al mondo una capra?"
"Una capra? Quanto vive una capra?" dissi io, preso così alla sprovvista. "Beh, non più di vent’anni".
"Ecco, Vent’anni e nient’altro. Solo che lei finisce più presto; senza nemmeno confronto. Io ne ho sessantatré quest’inverno".
Erano amare parole: e mi parve che qualcosa dovessi ben dirlo a ogni modo. E mi alzai e mi avvicinai di due passi, perché è chiaro che non potevo parlare stando sopra il gradino di casa come il tale che è lì a prendersi il fresco ed in bocca ha magari la pipa.
"Era questo, Zelinda, che avevate messo nella lettera voi?"
"No" disse lei: e la cosa mi stupì la sua parte. "No. Questo chiunque lo sa: chiunque passa lo vede, e neanche c’è bisogno di dirlo".
Oltre tutto cominciavo a deluderla. Giusto.
"Non era questo che avete scritto? E cos’era? Ormai che mi avete dato il dito, Zelinda, datemi anche la mano, che io son qui per allungarvi la mia".
"No, no" disse lei un po’ indecisa. "Voi non potete capire. Per me tutto è diverso. Io sono stata tra le Serve di Maria, sono andata fino a Loreto in pellegrinaggio, e tutto a piedi fin là: ho fatto quel che Dio dice di fare, e nessuno può dir niente di me. Di grosso non ho mai fatto niente".
"Si capisce" cercai di inserirmi, senza per questo doverla interrompere "è più chiaro dell’oro, Zelinda".
"E io pensavo che adesso un piacere Dio potrebbe anche farmelo, perché io non gli ho mai chiesto niente. Non l’ho mai disturbato tanto così in sessantatré anni a momenti. E non l’ho mai avuta con lui; mai una volta.
Nemmeno quando il calcio del mulo mi buttò sopra il mucchio di sassi, e quando i ragazzi per scherzo mi nascosero metà degli stracci e io dovevo pagarli in giornata. Ma sul momento io non sapevo che fosse uno scherzo. Un piacere potrebbe anche farmelo, ecco".
E si fermò un’altra volta, perché ormai era proprio commossa: e io continuavo a guardarla e non dicevo parola.
"Per questo io sono venuta da voi quella sera a domandarvi se anche da voi, dalla Chiesa, qualche volta non si bada alla regola: e la storia del matrimonio era solo un’astuzia. E per tutta la notte mi ci son vergognata".
"Questo l’ho capito subito anch’io, neanche tre minuti più tardi”.
"Però un po’ vi siete arrabbiato".
"Ho detto tre minuti più tardi, Zelinda. E se non l’ho capito subito è perché ormai sono anch’io né più né meno un cavallo da fiacre. Ma per capire ho capito, vi dico: e vi ho anche richiamata, per questo".
"Sì, davanti al sagrato, lo so. Ma questo da capire era facile. Questo si poteva capire di colpo. Ma quello che c’era dentro alla lettera voi di chiesa non potete capirlo – voi e neanche gli altri però – e non mi direte di sì per tutto l’oro del mondo".
"Non dite questo, Zelinda" dissi cambiando di tono, mentre il freddo mi pigliava alla schiena e alla testa. E intanto mi sentivo pungere il naso come se qualcuno mi strappasse i capelli. "Per ogni domanda c’è sempre la sua risposta, credetemi: tutto sta nel saperla cercare. E voi per adesso non dovete far altro che dir la vostra domanda".
"C’è che voi risponderete di no" disse lei molto più debolmente: e ormai cominciavo a capire che anche lei mi voleva dir tutto, e non credeva alle sue stesse parole, e davvero era un po’ come il bambino viziato. "Io me lo sento già adesso".
Io tacevo però: io continuavo a tacere e capivo che ormai mi avrebbe detto ogni cosa.
"Allora volete sapere quello che c’era scritto?" mi chiese.
Mi limitai a far di sì con la testa.
"Va bene" decise. "E io ve lo dico anche. Ma allora voi vi voltate da un’altra parte e non mi state a guardare più in faccia".
Ed io feci anche questo. V’assicuro che mi voltai verso il muro, come quando qualcuno si sveste. E neppure un secondo pensai che vedendoci un tale avrebbe potuto anche riderci sopra.
Affar suo ad ogni modo.
1988-2
Capitolo XII
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- Categoria: Silvio D'Arzo
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