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San Matteo Rupe Riva di Luce

Oltre 10 anni fa ho scansionato e corretto questo testo di Pasquale Soccio, il cui titolo è: S. Matteo Rupe Riva di Luce.

La copertina di S.Matteo Rupe Riva di Luce
La copertina di S.Matteo Rupe Riva di Luce
Il libricino, del 1978, gli era stato commissionato dai monaci del Convento-Santuario di San Matteo, a San Marco in Lamis e fu pubblicato, a spese dei frati, dalla Tipografia Editrice Costantino Catapano - Lucera.

Il periodare è fluido ed è tipico della prosa poetica ed immaginifica di Pasquale Soccio. Alcune tesi storiografiche sono, a mio parere alquanto discutibili.
Comunque vale la pena di leggere questo snello opuscolo, testimone di un passato che sembra insegnare poco ai contemporanei.
 
Il convento di San Matteo è dotato di numerose aree espositive, poste nel complesso monumentale dell'omonimo Convento-Santuario, già abbazia benedettina risalente al secolo IX e nell'annessa Biblioteca, ricca di oltre 100.000 volumi e di numerose raccolte artistiche. I locali costituiscono autonomamente un bene culturale per emergenze storico-architettoniche e sono stati interessati da restauro conservativo. Il complesso monumentale ospitava anche un Centro Studi, intitolato al grande monaco francescano p. Michelangelo Manicone, in partenariato con l'Ente Parco Nazionale del Gargano in quanto inserito in area boschiva di notevole interesse naturalistico.
Tale Centro Studi era stato stato sottoscritto nel 2010 ma, scaduto nel 2010, non è più stato rinnovato. Il complesso è abitato da 6 monaci francescani, 4 dei quali hanno mediamente oltre 80 anni.
Purtroppo l'attività divulgativa del Santuario e della Biblioteca sembra essere cessata e non ne conosciamo i motivi.

La Pannifica Officina
Questo badiale convento, così è ancora indicato negli atti ufficiali dello scorso secolo, a metà dell’Ottocento era un popoloso e operoso centro di vita spirituale e pra­tica. Nel 1845 ospitava oltre 60 frati (12 sacerdoti, 11 chierici e 39 laici) che, tra l’altro conducevano un fiorente lanificio. Tale industria, congiuntamente alle elemosine e alle cospicue offerte dei fedeli, costituiva il cespite principale per i vari bisogni economici della intera provincia monastica di San Michele Arcangelo in Puglia e Molise. La ‘Pannifica Officina’ era una vera provvidenza:

san Matteo: immagine di un concerto tenuto nella Chiesa.
san Matteo: immagine di un concerto tenuto nella Chiesa.
Era legge antichissima di questa Provincia di S. Angelo che il convento S. Matteo passava ogni anno il vestiario a tutti i frati della Provincia medesima, dando a ciascuno 14 pal­mi di panno in un anno, e nel seguente 18 palmi, e spendendo la somma di 2000 ducati ogni due anni per l’acquisto del panno. Nel 1842, poiché i frati si moltiplicavano, la Provincia si avvisò di passare l’abito ogni due anni, ed invece dei palmi 18, e 14, ne dava palmi 22, qual costume si è serbato fino al presente (1868). Nel 1857, sotto l’amministrazione di M. R. Padre Luigi da San Marco la Catola, s’istallava, per disposizione del Rev.mo P. Bernardino da Montefranco, il lanificio a S. Matteo. Per la formazione di tal opera il convento S. Matteo versava l’occorrente. 'Sistemato in uno stanzone a piano terra, dal lato sud, il lanificio era fornito di una rudimentale ma indispensabile attrezzatura: 'cardo 1, filanda in grosso 1, filanda in piccolo 1, telai 2. Il Personale addetto: Prefetto, Viceprefetto, sette fratelli laici, due secolari'. Il ciclo lavorativo per produrre 515 canne di panno durava un anno. In quello successivo si lavorava per prodotti liberi da vendere onde incrementare il lanificio. Il panno confezionato a S. Matteo veniva inviato alla fabbrica Pastore di Salerno, per le ultime rifiniture. Riportato a S. Matteo, avveniva la distribuzione ai frati. Gli altri conventi della Provincia versavano, quale simbolico contributo, la somma complessiva di 105 ducati all’anno, mentre quello di S. Matteo sborsava 1000 ducati all’anno. (da una Relazione, del Ministro Provinciale P. Ludovico Barbaro al suo Generale in Roma. cfr. P. Doroteo Forte, Il Santuario di S. Matteo in Capitanata, 1978).

La statua

san Matteo: interno della Chiesa.
san Matteo: interno della Chiesa.
È un’opera in legno, alta cm. 130, di un intagliatore dauno del XIV secolo. ‘Immagine veneratissima, è collocata sull’altare maggiore della Chiesa conventuale. Poco dopo il 1590, allorché il Convento passò dai Benedettini ai Francescani, fu trasformata, con l’aggiunta di qualche accessorio iconografico, in S. Matteo. Completamente ricoperta, a strati successivi, di pesanti ridipinture che ne avevano svisata la sostanza stilistica, è sfuggita per molto tempo all’attenzione della critica. Il delicato intervento di restauro è valso a ridonare alla forma l’aspetto originario, anche se la policromia è apparsa a tratti irrimediabilmente compromessa. Rimosse le vernici e gli strati di pittura sovrapposti, il colore originario è stato consolidato e le lacune, tenuto conto della destinazione chiesastica dell’immagine, integrate, in modo da restituire alla statua la sua coerenza stilistica. Con altri intagli lignei, appartiene ad un gruppo abbastanza omogeneo di sculture, eseguite probabilmente, in Capitanata tra la fine del '200 e i primi del '300, e dipendenti da prototipi gotici oltremontani come la ben nota Madonna di Brindisi. Nel caso di questo Redentore, tuttavia, il modello gotico è soverchiato da un sostanziale bizantinismo di tradizione locale, che imprime alla statua il carattere ieratico di un Pantocratore. M. D. (Bollettino d’Arte a cura del Ministro P. I., Serie V, Anno LVI, 1968, IV).
Restauri, scavi e scoperte
Veduta del convento francescano di san Matteo a San Marco in Lamis.
Veduta del convento francescano di san Matteo a San Marco in Lamis.
Sollecitati da recenti fortunose circostanze, sono essi condotti dall’attuale fraternità religiosa del Santuario e da un apprezzato scultore locale. ‘Fino al alcuni anni fa, il convento di S. Matteo e la sua chiesa erano un libro sigillato, di cui si conosceva appena il titolo e il sottotitolo… Dopo qualche settimana di lavori, la chiesa ha svelato la sua vera identità: una scatola cinese, e cioè, tre chiese inglobate l’una nell’altra, e, probabilmente, corrispondenti ciascuna ad ognuno dei tre periodi storici del monastero: il Benedettino, il Cistercense e il Francescano. Per giustificare la tempestività con cui i Frati hanno deciso di aggredire massicciamente la chiesa, è doveroso precisare che il vero 'mecenate' di tale 'campagna di scavi' nell’intero complesso architettonico, è stato il terremoto del 19 giugno 1975, che aveva lesionato tutto l’edificio monastico con una fitta ragnatela di crepe e fenditure che esigevano un pronto intervento… Al pellegrino che annualmente sale il Gargano per venerare S. Matteo, il santuario riserva 'un fascio' di vive emozioni. Varcato il portone d’ingresso rifatto nel 1838 e percorso per metà il corridoio che mena in chiesa, egli viene colpito dalla prima grande sorpresa: un bei portale gotico, ostruito parzialmente dall’altare di S. Giovanni, che fu eretto nel 1719… Il portale è, per altro, una precisa notizia storica, in quanto l’incastro del pennacchio di una vela del corridoio in un concio della sua ogiva, dice chiaramente che la costruzione o trasformazione di questa parte è posteriore alla chiesa... Entrando in chiesa, il 'visitatore' si sente subito inondare e permeare dalla luminosa e rasserenante ariosità che il nuovo restauro ha ricreata, strappando senza pietà le maschere e i trucchi che ingrigivano e attristavano il sacro ambiente…Osservando con amorosa attenzione tutto l’insieme', egli non stenterà molto per scoprire che il principale successo del restauro sta nell’aver resa esplicita ed evidente la storia evolutiva della chiesa, mediante il raccordo delle strutture di epoche e stili differenti, senza alterare i connotati originar! di ciascuna. Con i vecchi pilastri, che, un tempo, reggevano la volta a capriate oppure a cassettoni della chiesa medievale, ora dialogano fraternamente i pilastri minori che ad essi affiancarono i Francescani, per dare un più valido supporto alle vele della nuova chiesa, costruita intorno alla metà del 1600… L’antologica composizione delle varie strutture è stata concordata e concertata senza interpolare artificiosi nessi di coordinazione e di subordinazione; ma per mezzo di particolari soluzioni pittoriche, e, soprattutto, disboscando la selva degli stucchi tardivi che infestavano la volta e i pilastri, e con l’abbattimento del paradossale e mastodontico cornicione di gesso, la cui caduta ha portato alla luce l’elegante e discreto cornicione in pietra, che oggi, come tanti secoli addietro, corre in giro per l’intero perimetro della chiesa. ... Il raccordo, lungi dal cancellare o comunque attenuare le differenze temporali e strutturali delle chiese successive, può agevolare il compito dell’esperto o degli esperti, non solo per datare, con una certa approssimazione, la nascita di ognuna di esse, ma altresì di stabilirne l’ampiezza, l’orientamento e la configurazione' (P. Amedeo Gravina).
Arte e letteratura
Convento di san Matteo: particolare delle esposizioni.
Convento di san Matteo: particolare delle esposizioni.
Panorama, valle e dintorni, Santuario ed ex voto sono motivi permanenti di feconda ispirazione.
Ovviamente cospicua la produzione di artisti, poeti e scrittori locali, alcuni dei quali si distinguono con saggi di buon livello e di apprezzabile fattura.
Notevole è anche la presenza di pittori e di narratori di gran nome. A parte un pregevole studio monografico su citato, la letteratura storiografica e però ancora agli inizi, con auspicabili lavori di serio impegno e di ampio respiro. Gli ex voto, con recenti mostre a Bari e a Venezia, si sono invece imposti all’attenzione dei critici d’arte e degli studiosi di cultura popolare.
Tra le testimonianze più insigni si trascrivono due brani di uno scrittore di chiara fama, Riccardo Bacchelli. Di essi uno riguarda il panorama che si gode sulla valle dal portico della chiesa, tratto da un lungo racconto, noto anche per la popolarità di un film, e l’altro un ex voto che, con la sua scena di crudo realismo, è lievito e nucleo a uno dei più bei racconti 'disperati' dell’autore del Mulino del Po.
La valle
All’indomani dell’Unità italiana, inseguendo sul Gargano il brigante di Tacca del Lupo, il capitano Sgaralli con Don Filippo, sua guida, dopo Stignano giungevano al convento di San Matteo. Stignano, il convento in rovina, l'Eremita, avevano destata la curiosità di Sgaralli per quel Gargano tutto diverso e tanto antico. Desto all’alba, aspettava la sua compagnia, mentre un frate gli faceva vedere la valle dall’alto del bastione di rocce severe, sulle quali è fondato l’alpestre convento, ed apre i begli archi della loggia sulla bella veduta.
Aveva notato nel chiostro, il capitano, anche qui un pozzo di nobile architettura.
E s’intende, - gli diceva il frate, che era facondo di una sua erudizione non troppo guardinga. - Qui, come a Stignano, oggi son conventi francescani, ma li fondarono i figli di San Benedetto, e con loro non mancarono mai bei pozzi e cisterne e bei cortili. - Così dicendo, gli mostrò sulla vera lo stemma benedettino.
'Come uno spaccato verde tra aridi colli, s’apriva, fresco d’alba, il vallone dove si stipa San Marco in Lamis, paese singolare per la distribuzione regolare delle strade ai lati della via maestra, onde le rosse, vivide file di tetti a due spioventi uguali, uguali anch’esse le case d’altezza e dimensione, si allineano e si spartiscono come un ammattonato a spina' (da Il brigante di Tacca del lupo).
Un ex-voto
Cartolina raffigurante il convento di san Matteo
Cartolina raffigurante il convento di san Matteo
Al fonte gli era stato imposto il nome di Matteo, che gli giovò quando all’età di dodici anni fu addentato da un ciuco intiero di grande statura, magro come la rabbia e la lussuria e la vecchiezza che l’avevano scarnito sotto il basto e fra le stanghe, sotto il sole e fra la polvere del Tavoliere. I denti lunghi e gialli erano arrivati all’osso del braccio, a metà fra gomito e spalla; e le legnate a ruota pareva che servissero soltanto a levar la polvere dalla schiena affilata dell’animale, e a fargli stringer vie più le mascelle.

Allora intervenne San Matteo, protettore della rabbia degli animali, a disserrare quei denti, quando anche l’osso del bambino cominciava a sgretolarcisi.
La scena si vede dipinta in un ex voto, dove il sangue umano spiccia al naturale e la ferocia ciuchesca è parlante. Pende con altri molti nel convento di San Matteo sopra San Marco in Lamis. Vi si vedono i bastoni levati e i bastonatori sulla strada dove il fatto avvenne; il padrone del ciuco molto più sollecito che non abbiano a sconciargli l’animale, che non delle urla del bambino; e San Matteo da una parte in una cornice di nuvole. Dall’altro canto del cielo, in una rosa di visi d’angioli, appare colei che non manca mai nelle opere misericordiose. (da Agnus Dei' in Racconti disperati). (di Riccardo Bacchelli, NdR)
San Marco in Lamis
Sull’arteria statale del Gargano meridionale, che da San Severo porta a Monte S. Angelo, ora coincidente ora parallela all’antica via sacra, è adagiata al fondo di una conca poliocarsica, a metri 550 sul livello del mare.
'Ex lamis surgit terra et splendet: viva San Marco in Lamis!' (Filippo de Pisis).
Lame sorte a fondovalle in un terreno paludoso per acque stagnanti provenienti da torrenti in piena dopo violente piogge.
Il nome apostolico della città, lo stemma leonino, l’apposizione che si richiama alle origini dalle acque (dello storico nucleo originario è tuttora vivo il nome di Palude), destano venezianamente analogie ed echi di campanile, ma subito sfumati dalla bonaria e disincantata autoironia dei locali. Il misero casale  medioevale visse lungamente all’ombra feudale della sovrastante e potente abbazia e ancora nel 1648 contava appena 600 abitanti. 'San Marcuccio', infatti, come si è sopra detto, lo appellerà un viaggiatore del 1576. Affrancato da ogni residua feudalità badiale appena nel 1782, il borgo rapidamente 's’incamminò a diventar città' per la rapida fioritura dell’attività agricola e artigianale. Nel 1814 contava già 14.500 abitanti, avendo ottenuto il titolo di città fin dal 1793. Subì poi questa evoluzione nel numero degli abitanti: 15350 nel 1861, 18200 nel 1921, 22050 nel 1951, 19014 nel 1961 e 16528 nel 1971. Il rapido decremento è in relazione alla generale mutata attività economica da agricola a industriale e alla conseguente emigrazione.
Quando gli abati commendatari trasferirono la loro sede nella borgata, assunsero il titolo di Abati di San Marco in Lamis e abitarono il sontuoso palazzo badiale, ora trasformato in sede comunale. Nel 1782, essendo abate il Cardinale Nicola Colonna, l’abbazia fu dichiarata di regio patronato, cioè alle dirette dipendenze del Re di Napoli. Dopo la morte del Colonna essa non ebbe più alcun abate e nel 1809, con sentenza della commissione feudale, venne sciolta ogni confusione di terre tra il Comune di San Marco e il demanio per l’abbazia vacante. Il 16 febbraio 1816 Pio VII e Ferdinando I stabilirono comunque di non sopprimere l’abbazia, perché forniva una rendita di 2000 ducati. Nel 1855, con la creazione della Diocesi di Foggia, Pio IX provvide alla definitiva sistemazione affidando convento e città alle cure spirituali del Vescovo foggiano.
La città vive un annuale suo momento televisivo di risonanza nazionale la sera del venerdì santo con la processione delle fracchie: religiosa manifestazione popolare unica nel suo genere.
A oltre mezzo chilometro dal Convento di San Matteo, a 630 metri sull’Adriatico, belvedere sul golfo sipontino e sul Tavoliere, al bivio delle strade per Foggia e per San Giovanni Rotondo, si trova il Villaggio di San Matteo o ufficialmente Borgo Celano. I nomi del Santo e del monte, alle cui falde solatie si adagia, dicono tutto di questo piccolo e promettente centro abitato. Nato nell’aprile del 1908, quale posto di sosta per i pellegrini, è ora ricercata località di soggiorno estivo per la sua aria salubre e perennemente fresca e pura.

san Matteo: il chiostro del '500
san Matteo: il chiostro del '500
Non si rinvengono tracce o relitti, in qualche modo significativi, che attestino la remota ma indubbia sacralità di questo luogo. Carenti o quasi nulli sono gli elementi o segni di culto dell’antico uomo della pietra. Eppure numerosi sono i manufatti litici delle prime due età che affiorano nei dintorni spontaneamente; o dopo un temporale estivo; o che vengono alla luce a un appena superficiale solco dell’aratro; o a una semplice sollecitazione della zappa. A differenza del Gargano nord-orientale, dove ricerche e scavi sono fruttuosamente praticati da gran tempo, i segreti che nasconde questa valle e quelli delle vaste distese carsiche tra San Marco in Lamis, Castelpagano e Sannicandro Garganico, sono ancora tutti da scoprire; come altri tra la grava di Zazzana e di Puzzatino, la più grande dolina carsica italiana.
Vaghi e incerti, anche se allettanti, gli indizi preclassici  e  specificamente greco-romani. Qualche sacello, a parte il dubbio luogo straboniano di un tempio a Podalirio, non può essere escluso. La testimonianza più valida è depositata nel linguaggio e collocata nella toponomastica tuttora persistente. Del culto al dio Giano si accenna nel testo, ma anche per questa presenza pagana e romana nessun serio tentativo di ricerca è stato mai intrapreso in loco e nei pressi. Molte le ipotesi, fragile la consistenza testimoniale, riferibile anche alla base della costruzione del Santuario.
Nel profondo medioevo, la prima presenza della 'vocazione' sacrale in questi luoghi, tuttora facilmente rinvenibile, nonostante la desolazione e la devastazione, è solidamente costituita dai non pochi oratori ed èremi disseminati sui dossi solatii delle due valli di Stignano e dello Starale.
Alla sommità di quest’ultima, sul colle a destra di chi guarda il convento, vi era un estremo èremo. San Nicola: vedetta eccelsa lungo la 'via sacra' e altro belvedere sulla valle dello Starale, che accoglie nel suo fondo la città di San Marco in Lamis. Di questo ritiro spirituale, come vuole una tradizione orale, non rimangono che sparsi avanzi e il nome della località.
Si entra nella certezza storica con l’ospizio longobardo: primo germe e impianto della futura costruzione badiale e tappa d’obbligo di chi si dirigeva alla grotta di San Michele, lungo il sentiero tracciato dalla devozione all’Angelo degli stessi longobardi; donde il nome di via sacra langobardorum.
Tenendo presenti avanzi minimi e resti eloquenti di una pietas plurimillenaria e memorie pur labili e confuse, si può senz’altro concludere per questi precedenti protostorici e storici sulla precisa evidenza della predestinazione di un luogo all’insegna della fede e della bellezza: la caratteristica sacralità di un genius loci.
Gli inizi di un culto cristiano, con un ospizio longobardo dedicato a San Giovanni Battista, al più potrebbe, come vuole una comune opinione, farsi risalire alla fine del VI secolo e forse meglio in quello seguente. Inaccettabile è però la data di fondazione dell’ospizio: 567 (anacronistica e acriticamente ripetuta dai cronisti locali; e immaginosa quella di affidamento dello stesso ai benedettini: 589.
Unico punto di riferimento, che forse ha dato poi origine ad arbitrii illativi, non è che il culto per San Giovanni: a Teodolinda, che nel 589 aveva sposato Agilulfo, si deve l’insigne monumento di San Giovanni in Monza. Circa la presenza benedettina i primi possedimenti Cassinesi, in Capitanata, si riallacciano all’intenso movimento di pietà, che, nel secolo VIII, si sviluppò fra il popolo longobardo, in una misura mai più superata. Le prime donazioni fatte, in Capitanata, a Montecassino, le troviamo a Lesina, sin dall’anno 788 (Leccisotti).
Convento di san Matteo a San Marco in Lamis: scala di accesso interna al piano inferiore della Biblioteca.
Convento di san Matteo a San Marco in Lamis: scala di accesso interna al piano inferiore della Biblioteca.
Pertanto, di là dall’assillo nella ricerca di una data imprecisabile, è da ritenere che i benedettini sono qui presenti tra il secolo VIII e IX. È però certo che essi elevarono il primo piano col chiostro trasformando l’originario ospizio nel più severo e maestoso edificio dell’abbazia dal nome di San Giovanni de Lama. Anche perché alle soglie del Mille (precisamente nel 1007 con l’Abate Alessandro) l’abbazia era già assurta al massimo splendore, quale centro di vita religiosa e culturale e quale potentato feudale; presupponendo, per altro, che tale rigoglio non può essere sorto d’incanto.
La sua decadenza ha inizio con l’affermazione preminente dei normanni. Questi neglessero i privilegi elargiti dal conte Enrico che si avvaleva, in un periodo storico confuso, di una poi contestata sovranità in Capitanata e sul Gargano; inoltre il Gargano, feudo anomalo e speciale, ossia l’ Honor montis Sancti Angeli, nel 1177 divenne, con tutti i suoi privilegi, dotalizio delle regine normanne, sveve e angioine a partire dalle nozze di Giovanna d’Inghilterra, figlia di Enrico II Plantageneto, con Guglielmo II il Buono. Ai contributi di ‘onore’ a cui tutte le abbazie garganiche furono così sottoposte, si aggiunsero poi le delimitazioni imposte dal re svevo Federico II e le varie autonomie rivendicate dai comuni garganici. Così i benedettini, spogliati nella massima parte di privilegi e possedimenti, agli inizi del secolo XIV ebbero un’influenza molto affievolita e una presenza variamente contrastata.
L’esistenza di documenti, tra cui due Brevi pontifici, consentono di meglio delimitare il periodo che va dal 1311 al 1578. Esso è genericamente e impropriamente detto periodo cistercense, per l’aggregazione avvenuta nel 1311 dell’abbazia di San Giovanni in Lamis (questa ora la sua nuova denominazione) a quella cistercense di Santa Maria di Casanova nella diocesi di Penne in Abruzzo.
Periodo di transizione agitato da forti contrasti e interessi. La presenza cistercense, impostasi con discussa legalità e deplorata violenza, non escluse di colpo, anche se assottigliata, la famiglia benedettina. Come si legge nei documenti del tempo, per l’inevitabile conseguenza di una lite sorta tra benedettini neri (cassinesi) e bianchi (cistercensi), il monastero nel 1320 era ancora ‘fiorente nello spirituale e ricco nel materiale’; sia pure con i ridotti diritti di vassallaggio sui casali di S. Giovanni Rotondo, di San Marco in Lamis e di Faziolo.
Antica veduta (primissimi anni '40 del '900) del canvento di san Matteo.
Antica veduta (primissimi anni '40 del '900) del canvento di san Matteo.
La cattività avignonese dei papi, assenti o mal rappresentati negli affari e nelle cose in loco, male informati per situazioni artatamente deformate che giungevano alla Curia centrale; gli inseriti interessi della stessa Curia; sequestri di beni per ordini papali; posteriori usurpazioni e dilapidazioni resero tale periodo tristamente infelice. Per tali motivi la decadenza dell’abbazia ha, si può dire, una data ufficiale nel 1327 quando il papa Giovanni XXII affidava, in commenda, all’arcivescovo Matteo di Siponto tutti i beni della badia di San Giovanni in Lamis. Cominciava così il triste periodo degli Abati Commendatari, sempre più assenti e sempre più esigenti nei riguardi dei monaci e dei vassalli.
Ma già nel secolo XVI, ancor prima del 1578, nelle due valli, a Stignano e a San Matteo, è presente la discreta operosità francescana.
L’insediamento dei Frati Minori Osservanti e il nuovo cambio della denominazione, da San Giovanni in Lamis a Convento di San Matteo, precedono di fatto il riconoscimento ufficiale sancito col Breve del papa Gregorio XIII del 1578. Con esso, infatti, si rileva esplicitamente quanto era stato ormai concordato, o in corso di attuazione, tra l’Abate Commendatario perpetuo, il cavaliere di Malta Vincenzo Carafa, e il Ministero della provincia monastica di San Michele in Puglia, P. Luigi da Nola.
Convento di san Matteo: il viale di accesso all'Auditorio.
Convento di san Matteo: il viale di accesso all'Auditorio.
Pertanto, oltre a dover ritenere inesistente la presenza dei cistercensi a Stignano, essa, a parte la pura nominatività dovuta alla presunta o inesatta qualifica di 'cistercense' del Carafa, ci appare assai fragile, o inconsistente, nell’antica abbazia. Circa i due Santuari, c’è da tener presente la prodigiosa attività del frate Ludovico da Corneto che precede a Stignano l’insediamento ufficiale dei Minori (1560). Inoltre, nel suo Viaggi in Abruzzo, dell’autunno 1576, il domenicano S. Razzi annota che all’epoca della sua visita a Stignano la divozione, cioè il culto, da sessanta anni fu data ai padri Zoccolanti. A conferma che prima della data del Breve il nuovo nome del monastero è già diffuso nella comune parlata del tempo, ancora il Razzi così esplicitamente annota: Salendo per la valle trovammo…S. Marcuccio (ora San Marco in Lamis) e più in alto a un miglio S. Matteo.
La benemerita opera di ricostruzione francescana con il conseguente periodo di prosperità durò ininterrottamente per circa tre secoli con il crescendo incremento del culto, degli studi e della pratica, e fruttuosa, attività materiale.
Nell’Ottocento essa fu tormentosamente contrastata, legata inevitabilmente ai contraccolpi storici. Il monastero pur risparmiato nel periodo napoleonico non sfuggì a dure avversioni, alle seguenti non meno dure limitazioni borboniche e alle leggi repressive con l’Unità Italiana. Non di meno il tessuto del racconto storico, reso più consistente e documentabile, pone in drammatica evidenza l’ammirabile capacità di resistenza e di ripresa dei Frati Minori. Un dato significativo del popoloso monastero: Quarantanove Francescani, entro il 31 dicembre 1866, furono sfrattati, sotto i vigili occhi delle Guardie Nazionali, dal convento di San Matteo.
Tuttavia la tenace devozione del popolo, la sagacia dei dirigenti locali, la comprensione delle autorità civili e il tatto dei Francescani consentirono via via di contemperare, e talora anche di eludere, i vincoli della legge fino a rendere possibile una effettiva ripresa tra le due guerre mondiali e rientrare nel pieno possesso del Convento nel 19 giugno 1940. Tale opera di rinascita, iniziata negli anni Trenta, è tuttora in corso col definitivo riassetto dell’intero edificio, con la costituzione di una voluminosa biblioteca ricca di opere pregevoli, di collezioni rare e di documenti di vario interesse, e, soprattutto, con un sempre più esteso fervore di culto e presenza di popolo, di turisti, di studiosi e di quanti, chiedendo e ottenendo facile ospitalità, desiderano trascorrere ore o giorni di serena e salutare spiritualità.

Ancorata a uno scoglio eminente, questa millenaria Nave, carica di fede di speranza e di carità, è dunque sostenuta dal ferreo abbraccio di un teatro di colli: regista dell’elegante scenografia sta il Celano; attore impegnato, il colle che fa da quadro e paesaggio in fondo al lungo corridoio della chiesa.
La punta di questo colle, una volta, pareva entrasse con violenza in convento; all’alba, la sua luminosa calvizie sfolgorava rossa nella lunga corsia tra chiesa e chiostro. Respinta dai frati la sua prepotenza, spaccata la roccia e spazzata la turba sfrigolante delle baracche, ora una vasta platea accoglie una scarafaggera di macchine turistiche, allotrie comitive, assemblee di muggiti di belati di nitriti, invocanti tutti l’onnibenedizione del Santo indigete.
È così fugata per sempre ogni tetraggine medievale e feudale, in un’aura magica di lieta fiducia. Sono però sempre più rari, i carri dipinti, i plaustri dalle grandi ruote e dai pennacchi versicolori, che con il loro stridore frustato destavano farfalle nelle celle addormentate.
Nasconde, comunque, quel colle un paradiso di panica gioia vegetale. Se lo interroghi, ti guida in alto alla tua destra, verso la 'Defensa' e alla sinistra verso la 'Fajarama'.
Vivo è tuttora nella comune parlata il caro nome di 'Defensa', oggi sempre più contaminata da bivacchi domenicali; e caduti i privilegi badiali e imperiali, vivi da remoti tempi sono ancora quelli del popolo.
Questo inesausto bosco, spesso oltraggiato da mano dolosa o distratta, alimenta d’inverno i focolari dei poveri; di primavera, modulata dal cuculo, spande un’aria odorosa con densi effluvi di mammole e di narcisi; d’estate, il vento genera un canale di fresco che al fondo della valle sfiora la fronte degli abitanti del borgo in attesa di questa serotina carezza; ma d’autunno, tacendo gli uccelli gli uomini e le cose, il bosco va in vacanza: riposato da ogni fatica, si abbandona all’estro dipintore di una inesauribile fantasia che, con la gamma dei suoi colori, accende zolle pietre alberi e colli.
'Fajarama, Fajarama': bel nome, caro all’infanzia! Fronda e ramaglia con iridi pendule: foglie, rame e oro di sole brulicante nel fogliame. A un vento di fronda, d’incan­to si sollevano velari su mondi di fiaba. I rivoli del sole avvolgono e trasfigurano rami alberi bosco. Allora, immersi nell’oroverde di un sortilegio, si invocava Tarzan: alla candida puerizia, è sempre naturale vivere e parlare con piante, animali, gnomi. Biancaneve, santi e spiriti folletti.
Ora che quel mondo è concluso, pur vi si ritorna per un attimo di rifugio. Conforta ancora l’azzurrino saluto dei non ti scordar di me, il rosso delle fragole, e, nel mese di San Matteo, quello gridellino dei ciclamini; e poi dei prodighi avellani, degli agili ornelli e dei carpini. Ti investe ancora il bagliore dei gattici trascorsi da fulgida gioia. Se il vento scuote uno di questi alberi e solleva la pagina bianca della fronda, esso ti guarda con mille occhi di meraviglia. Gattice, o albanello come lo chiama la nostra gente rurale, che mai vuole quest’Argo sublime? ‘Ti vedo, dice, mentre ti veli e ti disveli’.
Ma, con questi poveri occhi terreni che mai più si può vedere, mio Dio, da una rupe, nella profondità di questo tuo Cielo?
Mentre scrivo, leggo (e la coincidenza mi esalta) che l’umanità sta perdendo il controllo della propria storia e della propria scienza, e che pertanto eminenti teologi, filosofi e scienziati di ogni dove si sono pensosamente radunati per rilevare con preoccupazione comune che 'c’è in giro una cecità epidemica, ossia l’incapacità di vedere l’armonia' di un Dio operante, intanto che si va mutando lo stesso concetto di umanità.
E vi è chi, con pensosa serietà, sonda gli abissi dell’atomo e vi scopre con meraviglia la luce di una guida ordinatrice, nei suoi ritmi riversibili e rigeneratori. Inoltre, vi è chi, seguendo il viaggio delle sfere, sgomento di fronte a esplosioni galattiche, conclude che non ancora 'riesce a spiegarsi tutti i fenomeni celesti' e registra però leggi e cadenze di un ordine luminoso, Vi è dunque, ci dicono 'qualcosa di nuovo oggi nel cielo'.
In limine, chi cerca, nel labirinto delle incertezze, stupito sospende alla fine ogni giudizio. E quale, allora, il nome della luce che trabocca dal cielo di questa rupe su un abisso?
Di colpo investe l’anima il vento di un messaggio perenne: con ‘la libertà che solo il deserto alleva spira in questo luogo una imperiosa volontà di credere, una sete di fede, 'una furiosa fame di essere'.
Qui è come tornare alle origini, alle radici del bene, all’assenza del male: l’effusa pace verde è, certo, igiene del corpo, salute dell’anima.
Si apre un varco nella selva l’occhio persuasivo del tozzo campanile, e anch’esso ti vede e ti dice:

"Ormai non c’è più distanza fra il cuore dell’uomo e l’immensa sfera dell’universo; e tu spera. Perché su questi rami del futuro, ancora la speranza ha fior del verde".

Certezze storiche e dubbi di leggende non hanno consentito di misurare il peso reale di due eminenti indubbie presenze in questi luoghi. Per quanto il confusionario storico Strabone vagamente lusinghi, la taccia di campanile vieta di insistere nella ricerca del tempio di Podalirio, alla radice del colle, lontano dal mare cento stadi all’incirca' (venti chilometri?), dove 'scorre un rivolo le cui acque sono universale rimedio a tutte le malattie degli animali. La sorgiva che alimentava il ruscello non c’è più; dura, però, il romano nome di Jano e vi convergono gli animali per la benedizione che allontani ogni male.
Nè vanamente, almeno per ora, seguiremo le orme di Argiro e di papa Leone, che si opina qui convenuti, prima che il normanno Roberto, con decisa volontà di conquista, nell’alto Tavoliere imponesse un nuovo destino alla Puglia e al papa in cattività.
A ben altri, invece, è sortito passare per questa terra e rimirare questi odorati colli. Per una misteriosa ma puntuale coincidenza di ritmi storici, carico di destino fu il biennio dauno 1221-22. Qui convennero le due personalità più rappresentative della politica e della fede in quel tempo e, insieme, il più ricco e il più povero di beni terreni: Federico e Francesco. Celebrò l’imperatore le due festività natalizie del 21 e del 22 a Barletta e a Foggia e si rileva appunto in quel tempo la miracolosa presenza di Francesco, pellegrino alla grotta dell’Angelo. E, mentre il primo, dalla piana di Apricena e dalla vetta di Castelpagano, rubando occhi grifagni ai suoi falchi, con mira predace assiderò la potenza benedettina; l’altro, seguendo la via sacra dei Longobardi, di ritorno dalla montagna dell’Angelo, ospite di questo poggio, con i suoi smarriti occhi biavi stupì la valle. Era forse in lui una reminiscenza di Nazareth e di Greccio. Non sapeva della futura eredità che attendeva i suoi figli, la benedisse e le impresse il crisma congiunto della fede e della bellezza: i due agenti che rendono amabile ogni condizione di vita.
Da quattro secoli, ricomposto il volto di quest’Arca di fede, ora tutto parla di Francesco. All’ingresso lo ricorda l’operoso intreccio della mano stimmatizzata con quella crocifissa.
Chi scelse la povertà come premessa di felicità e la letizia nell’affrontare ogni male, per la sua fervida fantasia simbolica, è presente, quale inventore, in un presepio perenne. Nel sintetico giro di un giorno, la figurazione ripropone il tema della natività, la feconda creatività nel rinnovato messaggio d’amore dell’uno e l’altro Cristo, e che solo fa civile ogni umana convivenza. Con questo salutare avvio, qui c’è pace e bello in casta lindura. Cuore e mente, liturgicamente in armonia col giro del sole, delle stagioni e degli eventi umani e divini, si adagiano in una tranquilla sicurezza. Sono così celebrati, nei dovuti ritmi, i riti di sempre; mentre altrove seguendo false immagini di bene, l’uomo, consumando si consuma.
L’erboso incerto del chiostro, che si provvede di acqua e di luce, e la leggiadria di una loggetta, nella loro nuda semplicità, hanno il segno della grazia francescana. Dalle ordinate cellette del piano superno agli inferi anditi e saloni, ospitali al transito dei pellegrini, il cenobio era un tempo una rombante arnia di api operose. Mondo da ogni potenza mondana e feudale, il lascito benedettino era reinterpretato in chiave più nuova e fruttuosa. Telai ronzanti producevano lana abbondante per frati e per laici. Ma avvolgeva di tepore lo spirito la più fine e impalpabile lana della preghiera, della meditazione, dello studio. Il richiamo era atteso ed è inteso tuttora dalla famiglia degli uomini e degli animali. Non c’è più intorno intorno il grido lungo dei lupi, ululanti nelle forre. Estinti i lupi, Francesco avrebbe ancora da compiere opera di persuasione tra gli uomini, ma non potrebbe rinnovare il miracolo di Agobio. Numerosi, invece, greggi e armenti da pascolo, da tiro e da macello porgono mansueta la fronte crinita o cornuta al segno della Croce con la piuma di Matteo intinta di santo olio protettore.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?