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Nord e Sud
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L’evoluzione dei divari regionali
Possiamo ricostruire l’evoluzione dei divari regionali dal 1861 ad oggi in cinque fasi (Felice 2015, 67-71).
1 - Nella prima fase, che coincide con i primi decenni postunitari, l’economia dell’intero paese, ancora sostanzialmente agricola, non cresce o cresce molto poco e il divario iniziale di reddito tra Nord e Sud rimane sostanzialmente invariato.
2 - Sul finire degli anni Ottanta, sfruttando le maggiori dotazioni di infrastrutture, capitale umano erisorse idriche, nel Nord-Ovest ha inizio il decollo industriale, con il costituirsi del cosiddetto“triangolo” - Piemonte, Lombardia, Liguria -, dove gli occupati nell’industria sul totale degli occupatipassano dal 26% del 1891 al 33% del 1911, per arrivare al 42% nel 1951. Nella fase di avvio i settori a maggiore intensità di lavoro sono l’alimentare, il tessile, il meccanico. Gli occupati nell’industria nel Sud-Isole calano dal 25% del 1891 al quasi 21% del 1911 al quasi 17% del 1951. Nel Sud non si verifica dunque alcun decollo e il divario con il Nord comincia a farsi più consistente, pur restando - fino alla Prima guerra mondiale - ancora contenuto e limitato dall’emigrazione e dalle iniziali politiche pubbliche a favore del Mezzogiorno.
3 - Nella terza lunga fase - dalla Grande Guerra all’inizio degli anni Cinquanta - il divario si amplianotevolmente, favorito prima dalla concentrazione dei finanziamenti pubblici e privati nelle industriedel Triangolo, impegnate nella produzione di materiale bellico, e poi dai salvataggi del dopoguerra di quelle stesse industrie nella fase di riconversione alle produzioni di pace. Le politiche industrialiautarchiche del fascismo favoriscono le produzioni industriali del Nord-Ovest, mentre quelle agricole e demografiche da un lato bloccano la modernizzazione del settore agrario, dall’altro, conl’incentivazione alla crescita della popolazione e con la chiusura della valvola migratoria, aumentano le bocche da sfamare e la pressione sulle regioni più povere (Vecchi, 222; Felice 2013, 108). La Seconda guerra mondiale, infine, produce più danni al Sud che al Nord (Felice 2007, 197). Non può allora stupire se nel 1951 il divario raggiunge il suo massimo storico, mentre si sono attenuate o sono scomparse le differenze interne nelle aree settentrionale e meridionale.
"Ma al di là del ruolo dello Stato, significativo è il fatto che nei quattro decenni che intercorronotra il 1911 e il 1951 il Sud Italia si sia mostrato del tutto incapace di generare un qualsiasisviluppo industriale autonomo, senza cioè il supporto dei poteri pubblici" (Felice 2013, 109).
4 - La quarta fase si dispiega negli anni Cinquanta e Sessanta quando, per la prima volta in modoconsistente, il divario tra Nord-Ovest e Sud si riduce e ha luogo un processo di convergenza. È anche l’epoca del “miracolo economico” che determina una forte crescita dell’intera economia nazionale, crescita che, a sua volta, consente di destinare cospicue risorse all’intervento pubblico nel Meridione, realizzato tramite la Cassa per il Mezzogiorno, che finanzia un esteso programma di infrastrutture e di investimenti industriali nei settori della siderurgia, della meccanica e della chimica.
5 - La quinta fase inizia con la crisi petrolifera del 1973-74, che colpisce più pesantemente proprioquei settori che per un ventennio avevano trainato lo sviluppo del Sud; si interrompe così il processo di convergenza e di crescita industriale, che nel frattempo non aveva provocato effetti diffusivi né indotto uno sviluppo endogeno, per cui il sistema meridionale, in crisi anche l’intervento straordinario, si dimostra incapace di ripartire per forza propria. Nel 2001 il distacco tra il Centro-Nord e il Sud torna sui livelli del 1961 (Vecchi, 224).

Un secolo e mezzo all’insegna della divergenza Il grafico mostra l’evoluzione del Pil per abitante (misurato lungo l’asse verticale, con Italia=100) per ciascuna ripartizione geografica. La distanza fra il Pil medio di ciascuna macroarea aumenta nel tempo (salvo la parentesi degli anni 1951-1971). Fonte: Vecchi, 221
Un secolo e mezzo all’insegna della divergenza Il grafico mostra l’evoluzione del Pil per abitante (misurato lungo l’asse verticale, con Italia=100) per ciascuna ripartizione geografica. La distanza fra il Pil medio di ciascuna macroarea aumenta nel tempo (salvo la parentesi degli anni 1951-1971). Fonte: Vecchi, 221
Gli anni in cui si interrompe il processo di avvicinamento del Sud al Nord però sono anche gli anni durante i quali ha luogo invece un processo di convergenza: le regioni del Centro e del Nord-Est crescono e riducono le distanze con il Nord-Ovest. A partire dagli anni Settanta infatti si manifesta l’ascesa manifatturiera delle regioni del Nord-Est-Centro (Nec) - Trentino-A. Adige, Veneto, Friuli V. Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio -, dove l’occupazione industriale passa dal 25% del 1951 al 37% del 1971, e mantiene un 33% nel 2001. È il successo dei “distretti industriali”, sistemi coordinati di piccole e medie imprese altamente specializzate, profondamente legate fra loro, ancorate al territorio e alle reti sociali e istituzionali, fortemente orientate all’esportazione sui mercati internazionali di prodotti del settore tessile, dell’abbigliamento, meccanico, arredamento, ceramiche, manifatture varie (Felice 2013, 106).

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Il quadro così drammaticamente delineato dalla Svimez ripropone, aggiornata quasi solo nei numeri, l’ormai secolare “questione meridionale”. Ne vorremmo qui riprendere i termini storici alla luce di alcuni studi ed in particolare di quello dovuto a Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro.
Questo libro, pubblicato nel 2013, ha riacceso il dibattito sia nell’ambito della ricerca accademica e specialistica che nell’ambito della cronaca e del commento giornalistico.
Secondo gli storici economici V. Daniele e P. Malanima: “… non esisteva, all’Unità d’Italia, una reale differenza Nord-Sud in termini di prodotto pro capite. […] Il divario economico fra le due grandi aree del paese in termini di prodotto sembra invece essere un fenomeno successivo […] i divari regionali, assai modesti nell’immediato periodo post-unitario, aumentano nettamente per quasi un secolo riducendosi solo nei due decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale” (Daniele, Malanima 2007, 274-8). Secondo i due storici dell’economia, al momento dell’unificazione nazionale le differenze interne al Mezzogiorno e al Nord sono assai più importanti di quelle esistenti tra le due aree; solo a partire dalla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento e con il progredire dell’industrializzazione, da un lato si riducono tali divari interni, dall’altro si crea e si allarga il differenziale di reddito tra Nord e Sud; insomma è solo dopo l’Unità che si manifesta una questione meridionale, come divario di sviluppo tra due grandi aree di uno stesso Stato.
Emanuele Felice non ritiene attendibile il calcolo del PIL al 1861 fatto da Daniele e Malanima, perché non sarebbe l’esito di “una stima puntuale, basata su dati reali di quel tempo” (Felice 2013, 33). Non solo, tali stime, che sopravvalutano il reddito per abitante del Sud all’Unità, oltre a non avere fondamento storico, favoriscono di fatto “quei lavori di taglio giornalistico (o propagandistico) che di tanto in tanto, con pretese di revisionismo filoborbonico, si vedono in circolazione” (Felice 2013, 34).
In realtà, il divario, già al 1861 può essere stimato (ma con molte incertezze) al 20-25% a favore del Centro-Nord.
Ma nei primi decenni dell’Italia unita, anche secondo Felice, vi erano importanti differenze all’interno delle due grandi aree, il Nord-Ovest e il Sud: nel 1871 il reddito della Campania oltrepassava la media nazionale, mentre alcune regioni del Nord-Est e del Centro si collocavano al di sotto; solo in seguito si è venuta a creare una netta uniformità all’interno del Nord-Ovest e Nord-Est-Centro da un lato e del Sud dall’altro (Felice 2015, 66).
In ogni caso, i soli dati di reddito non sono adeguati a descrivere la situazione economica di una comunità, e ancor meno a misurare l’effettivo livello di benessere (Felice 2007, 119).
Ed è proprio perché prende in considerazione una varietà di indicatori, e non solo il Pil, che Felice può affermare che il divario Nord-Sud è sicuramente anteriore all’Unità d’Italia. Intanto, fin dal 1848 Piemonte e Regno di Napoli prendono strade diverse: sul piano istituzionale anzitutto, perché il Piemonte, futuro motore dell’unificazione, si avvia a diventare una monarchia costituzionale, la quale, con Camillo Cavour e in sintonia con intraprendenti gruppi imprenditoriali, dispiega una vasta attività riformatrice che modernizza la legislazione, le infrastrutture, il commercio, l’agricoltura, mentre a livello internazionale si mostra capace di rilevanti iniziative diplomatiche. Il Regno delle Due Sicilie, invece, ricollocatosi nell’ambito delle monarchie assolute e isolato nel contesto europeo, si caratterizza per l’assenza di ogni impegno a modernizzare gli apparati fiscali, finanziari, giudiziari, risultando di fatto bloccata ogni azione riformatrice da una bassissima pressione fiscale, bene accetta all’esigua borghesia indigena e ai proprietari terrieri assenteisti.
Il divario delle infrastrutture di trasporto, ferrovie ad esempio, è altrettanto marcato. Nel 1859 gli abitanti del Regno delle Due Sicilie disponevano di 99 chilometri di ferrovia, mentre Liguri e Piemontesi ne avevano 850, i Lombardi con i Veneti 522, i Toscani 257 (Felice 2013, 22).
Già in epoca preunitaria, nelle città di Milano, Torino e Genova, ma anche nei piccoli centri, si sviluppa una vasta rete di intermediazione finanziaria (Banche e Casse di risparmio), con una rapida crescita del numero degli sportelli bancari, che si riveleranno una delle condizioni dello sviluppo economico e industriale successivo (Felice 2007, 170).

L’alfabetismo della popolazione di 12 anni o più negli Stati pre-unitari. Censimento del 1861 Fonte: Vecchi, 161
L’alfabetismo della popolazione di 12 anni o più negli Stati pre-unitari. Censimento del 1861 Fonte: Vecchi, 161
Al 1861 gli abitanti in grado di leggere e scrivere erano quasi il 51% in Piemonte, in Lombardia il 49%, in Campania il 18%, in Sicilia il 13%; complessivamente, nel Regno di Sardegna gli alfabetizzati erano il 42%, nel Regno delle Due Sicilie il 14% (Vecchi, 161).
Al 1861, mentre nel Centro-Nord gli abitanti che vivevano al di sotto della linea di povertà assoluta erano pari al 37%, nel Sud la percentuale arrivava al 52%. Ciò che significa, fra l’altro, che la disuguaglianza interna era molto più alta al Sud che al Nord (Felice 2013, 44).
Altri indicatori non monetari utili per stimare il benessere della popolazione, come la statura e la speranza di vita, ci dicono che le condizioni di esistenza al momento dell’Unificazione erano peggiori al Sud rispetto al Centro-Nord.
Sinteticamente, dunque, secondo Felice, al momento dell’Unità Nord e Sud si presentano già divisi, per il reddito e, in modo anche più marcato, per altri indicatori socio-economici: infrastrutture di comunicazione, sistema creditizio, alfabetizzazione e quindi capitale umano, speranza di vita. Tale divario, per quanto riguarda il Pil, non farà che crescere o mantenersi per oltre 150 anni, a parte la parentesi del ventennio tra il 1953 e il 1973 (si veda qui sotto il grafico sull’evoluzione dei divari regionali).

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Fonte: https://www.iconur.it/storia-degli-uomini/27-perche-il-sud-e-rimasto-indietroPerché il Sud è rimasto indietro
di Vincenzo Medde.
Il Meridione si sta avviando verso il sottosviluppo permanente?
La SVIMEZ nel suo Rapporto 2015 sulla situazione del Meridione delinea un quadro davvero preoccupante: l’Italia risulta essere un Paese sempre più diviso e diseguale, dove la distanza del Sud dal Centro-Nord-Est ha ripreso ad allargarsi, per tornare nel 2014 ai livelli di inizio secolo.
Tra il 2001 e il 2014 sono emigrati dal Sud verso il Centro-Nord oltre 1 milione 667 mila meridionali, a fronte di un rientro di 923 mila: il Mezzogiorno ha quindi perso 744 mila unità, il 70% giovani, dei quali poco meno del 40% laureati.
E il Sud è sempre più povero, infatti la povertà assoluta sul totale della popolazione è passata dal 2008 al 2013 dal 2,7% al 5,6% nel Centro-Nord, e dal 5,2% al 10,6% al Sud.
Tra il 2008 ed il 2014 nel Mezzogiorno gli occupati sono diminuiti del 9%, sei volte di più che nel Centro-Nord (-1,4%).Quasi raddoppiati, rispetto al 2008, anche i tassi di disoccupazione dei giovani sotto i 34 (31,2% al Sud, 12,9% al Centro-Nord).
E l’allarme viene ripetuto sulla stampa. “Il gap economico tra la Lombardia e la Calabria è maggiore di quello tra la Germania e la Grecia. È a rischio povertà nel Sud un individuo su tre (nel Nord uno su dieci). Il tasso di disoccupazione al 20 per cento è più del doppio della media nazionale (quello giovanile supera il 30 per cento). Oltre il 18 per cento delle famiglie ha difficoltà nell’approvvigionamento idrico. In Regioni come la Sicilia, la Sardegna, la Campania la percentuale degli studenti che non terminano il quinquennio dell’istruzione superiore si aggira intorno al 40 per cento (la media nazionale, altissima, è di circa il 25). In tutto il Mezzogiorno, infine, non c’è una sola sede universitaria definita “di qualità”: il che in parte spiega anche perché nell’ultimo decennio le immatricolazioni negli atenei meridionali siano diminuite di oltre il 27 per cento (nel Nord dell’11)”. (E. Galli della Loggia, Corriere della Sera, 21 dicembre 2015).
Non si tratta solo di numeri e problemi relativi a una fase, anche se difficile: il rischio è che il depauperamento di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire al Mezzogiorno di agganciare la possibile nuova crescita e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente.
Questo mentre in altre aree europee i dislivelli tra regioni si sono fortemente attenuati; in Germania, ad esempio, è stata registrata una rilevante convergenza: le regioni dell’ex Germania Est, più arretrate, crescono oramai in sintonia con le regioni tedesche occidentali, più avanzate.
Ma l’allarme era suonato anni prima. Gli studiosi che nel 2011 pubblicavano i saggi del volume In ricchezza e povertà. Il benessere degli Italiani dall’Unità a oggi, dopo aver documentato gli straordinari progressi nel Paese, e in particolare la crescita del Mezzogiorno e la riduzione della disuguaglianza, rilevavano però che dagli anni Ottanta si era bloccato ed invertito il processo di avvicinamento del Sud al Nord, mentre riprendeva ad allargarsi la forbice della disuguaglianza dei redditi, e concludevano con una domanda "Tutti ricchi per sempre?" (Vecchi, 267). Tanto più che risultava sempre più sbiadita quell’immagine del Meridione assai diversificato all’interno, “a pelle di leopardo”, con aree che si avviavano a raggiungere gli standard del Centro-Nord, perché invece in tutta la macroregione i dislivelli interni si riducevano, mentre crescevano invece le disuguaglianze rispetto al Settentrione (Vecchi, 227).

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Estratto da Rapporto Svimez 2017 sull'economia del Mezzogiorno, Camera dei Deputati, Roma 2017
1.6. Integrazione e interdipendenza tra Sud e Nord

Mezzogiorno: il 'miracolo' in Sicilia.
Mezzogiorno: il 'miracolo' in Sicilia.
L'andamento molto differenziato delle economie regionali, nell'ultimo biennio di ripresa, ci spinge a qualche considerazione più articolata sull'interdipendenza tra le macroaree. La debolezza della ripresa non riguarda solo il Mezzogiorno, che certo ha pagato maggiormente la crisi ma che nel biennio di ripresa ha mostrato complessivamente una certa reattività alle politiche. Le recenti vicende politiche, con la celebrazione di due referendum consultivi per avere maggiore autonomia, che si sono focalizzati sul tema dell'autonomia fiscale, sembrano rimuovere questo dato: le politiche per il Mezzogiorno non sono uno spreco, ma fanno bene all'intero Paese.
La discussione pubblica si è riaperta intorno al tema, già abusato, del c.d. “residuo fiscale”, e cioè la differenza tra quanto i residenti di un’area contribuiscono al finanziamento dell’azione pubblica statale, regionale o locale (in primo luogo attraverso il pagamento delle imposte) e i benefici che gli stessi ricevono da tale azione (soprattutto sotto forma di servizi pubblici): assumendo come territorio di residenza la Regione, esso diventa una misura dei trasferimenti interregionali.
Recenti stime dei residui fiscali regionali elaborate per gli anni 2000-2014 a partire dai dati del Sistema dei Conti Pubblici Territoriali (CPT) evidenziano i valori permanentemente negativi per il Sud e le Isole, segnalando per la macroarea meridionale una strutturale condizione di beneficiaria netta della redistribuzione interregionale, stimabile intorno ai 50 miliardi nel 2012-2014. Queste stesse stime, peraltro, confermano il trend complessivamente decrescente della redistribuzione operata dalla finanza pubblica a favore del Mezzogiorno: confrontando i dati per i trienni estremi del periodo, vale a dire 2000-2002 e 2012-2014, i flussi redistributivi verso le regioni meridionali risultano in calo in termini reali di più del 10%, sia in valori assoluti (si passa da oltre 55,5 a circa 50 miliardi di euro) che pro capite (da 5.673 a 5.072 euro), laddove, in rapporto al PIL, la riduzione è meno grave, per effetto della maggiore contrazione dell’attività economica al Sud.
Mezzogiorno - Un attaversamento ferroviario.
Mezzogiorno - Un attaversamento ferroviario.
Sono dati su cui si è riaperta la polemica sulla "dipendenza" del Mezzogiorno.
Nulla di nuovo. Poiché il prelievo fiscale è correlato al reddito e quindi al livello di sviluppo di un’area, esso è strutturalmente più elevato nelle regioni centro-settentrionali.
D’altra parte, la spesa pubblica tende ad una più uniforme distribuzione sul territorio nazionale, ancorché non eguale, a dispetto dei molti luoghi comuni, tanto che non sempre nelle regioni meridionali è assicurato il rispetto del dettato costituzionale, che all’art.117 del Titolo V stabilisce per tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro residenza, un uguale livello di servizi pubblici essenziali.
I dati di finanza pubblica parlano chiaro. Il complesso delle risorse finanziarie a disposizione della P.A. è nettamente inferiore nel Mezzogiorno: il divario nelle entrate con il Centro-Nord è superiore al 45%, per quel che riguarda le entrate delle Amministrazioni centrali, tra le quali prevalente è l’apporto dell’Irpef (l’imposta sui redditi), mentre scende al 35% nel caso delle Amministrazioni regionali e al 28% nel caso delle Amministrazioni locali, anche per effetto del relativo maggior carico fiscale imposto alle popolazioni che risiedono nelle aree deboli del Paese, un fenomeno che è prodotto dalle maggiorazioni di aliquota stabilite dagli Enti o risultanti dalle sanzioni imposte per legge a carico delle c.d. «Regioni canaglia», oltre che dallo stato di sofferenza finanziaria in cui si trova un numero crescente di Comuni situati nei territori medesimi. La scarsa progressività, in via di fatto, delle imposte dirette non compensa, peraltro, la regressività di quelle indirette. A partire dal 2007, anno di inizio della crisi, la qualità del nostro sistema tributario è gradualmente peggiorata: nel periodo 2007-2015, il valore della pressione fiscale complessiva, ovvero riferita sia alle imposte dirette che a quelle indirette, passa per il Mezzogiorno dal 29,5 al 32% e per il Centro Italia dal 30,3 al 32,5%; nel Nord d’Italia si registra, invece, una diminuzione della pressione tributaria, che passa dal 33,4 al 32,2%.
Mezzogiorno - Lavoro minorile.
Mezzogiorno - Lavoro minorile.
Per quanto concerne il confronto territoriale tra i livelli di spesa della Pubblica Amministrazione, il divario del Mezzogiorno non solo resta elevato ma è cresciuto negli anni della crisi dell’8,8%, essendo passato da 2.174,3 euro per abitante nel 2007 a 2.378,8 euro per abitante nel 2015. Anche escludendo la spesa previdenziale, che di per sé produce una accentuazione del divario suddetto, l’ammontare della spesa pubblica complessiva consolidata, intesa come spesa di Amministrazioni centrali e territoriali, si presenta significativamente più basso nel Mezzogiorno: 6.573 euro per abitante nel 2015 contro i 7.327,7 euro del Centro-Nord.
Per effetto delle variazioni di segno opposto registrate tra il 2007 ed il 2015 (–5,4% per il Mezzogiorno; +1,4% per il Centro-Nord), la spesa pro capite della P.A. (al netto di quella previdenziale) nell’area meridionale ha rappresentato nel 2015 l’89,7% del livello del Centro-Nord, a fronte del 96,2% registrato nel 2007. Non hanno quindi consistenza le affermazioni, anche di fonte autorevole, che accreditano il Mezzogiorno di un volume di spesa pubblica più elevato ed attribuiscono il problema della mancata crescita del Paese ad un «assistenzialismo secolare», capace di generare solo sprechi ed inefficienze.
A fronte di questi dati, il residuo fiscale appare addirittura insufficiente, e comunque ineliminabile, a meno di non ledere del tutto i principi fondamentali della Costituzione. Così come avviene tra individui ricchi e poveri appartenenti ad una stessa collettività, si originano inevitabilmente flussi redistributivi netti a favore delle regioni più povere, quelle meridionali. Il residuo fiscale, in altri termini, è lo specchio dei divari economici, sociali e territoriali esistenti in Italia. Non ci sfugge il tema decisivo, che però riguarda tutto il Paese, dell'efficienza della spesa della Pubblica Amministrazione, e riteniamo anzi giunto il momento di riprendere seriamente il percorso di attuazione di un serio e responsabile "federalismo fiscale". Ma l'unico modo per ridurre il trasferimento interregionale e la "dipendenza" è riattivare un più forte sviluppo delle Regioni meridionali, o rassegnarsi a un loro spopolamento. Noi crediamo che sia possibile, e utile all'intero Paese, perseguire l'obiettivo dello sviluppo, e il Sud è un "motore interno" fondamentale.
La visione che identifica semplicisticamente i residui fiscali negativi delle regioni meridionali con lo spreco di risorse pubbliche indebitamente sottratte al Nord, infatti, non solo non è dimostrata dalle evidenze empiriche ma è parziale nel riconoscere, tra i diversi aspetti dell’integrazione economica tra Nord e Sud del Paese, solo quelli che penalizzerebbero il primo a vantaggio del secondo. L’integrazione e l'interdipennza tra le economie del Nord e del Sud, oltre che flussi di finanza pubblica (da Nord a Sud) implica infatti anche corposi trasferimenti di risorse a vantaggio del Nord nella forma di flussi commerciali, svolgendo ancora il Mezzogiorno un ruolo importante di sbocco della produzione settentrionale.
L
Mezzogiorno - La Sardegna.
Mezzogiorno - La Sardegna.
e risorse che affluiscono, sotto diverse forme, al Sud, contrariamente a quanto comunemente si crede, non restano circoscritte al solo Mezzogiorno, ma danno luogo a effetti economici che si propagano all’intero Paese. La SVIMEZ ha proceduto con il proprio modello econometrico a una valutazione quantitativa di tali effetti. Poiché il modello in uso alla SVIMEZ considera l’Italia come la somma di Centro-Nord e Mezzogiorno, e di tutti i principali circuiti economici presenti in queste due macro-aree, il processo di valutazione risulta particolarmente accurato.
Il punto di partenza è costituito dal seguente dato: la domanda interna del Sud, data dalla somma di consumi e investimenti, attiva circa il 14% del PIL del Centro-Nord. In altre parole, con riferimento, ad esempio, al 2015, la domanda espressa da consumatori meridionali per beni di consumo e d’investimento ha dato luogo a una produzione realizzata nel Centro-Nord per un ammontare di 177 miliardi di euro. Tale valore, per avere un termine di paragone, è pari alla metà dell’attivazione esercitata dalla domanda estera sul PIL del Centro-Nord; area, è bene ricordare, che ha conosciuto un’integrazione con l’estero molto forte.
Ora, i 50 miliardi dei residui fiscali di cui il Sud beneficia, e che alimentano parte dei consumi pubblici e degli investimenti locali, rappresentano un po’ più dell’11% dell’intera domanda interna dell’area. Di conseguenza, una parte di PIL del Centro-Nord attivata dalla domanda interna del Sud è riconducibile, a sua volta, proprio ai residui fiscali che sostengono consumi e investimenti del Sud. Si valuta che questa “parte” (effetto spill-over) sia pari a 20 miliardi. In altri termini, per ogni 10 euro che dal Centro-Nord affluiscono al Sud come residui fiscali, 4 fanno il percorso inverso immediatamente sotto forma di domanda di beni, altri contribuiscono a rafforzare un mercato interno di sbocco che resta, per l'economia dell'intero Paese, ancora rilevante.

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Estratto da Rapporto Svimez 2017 sull'economia del Mezzogiorno, Camera dei Deputati, Roma 2017
3 - Demografia, istituzioni, società: un 'nuovo' dualismo.

3.1. Il nuovo dualismo demografico e il depauperamento del capitale umano

Lombardo Veneto - Veduta di Bergamo
Lombardo Veneto - Veduta di Bergamo
All’indomani di una delle crisi economiche e sociali più profonde e gravi dell’era moderna, il Mezzogiorno si appresta ad affrontare un periodo di ricostruzione del tessuto economico e di riavvio di un processo di sviluppo in condizioni decisamente più svantaggiate di quelle dell’immediato Dopoguerra. Allora, infatti, le necessità della ricostruzione e dello sviluppo erano garantite da una popolazione costituita prevalentemente da giovani e da un sistema di sicurezza sociale il cui equilibrio era garantito da una quota di persone in età avanzata assai modesta. Il generale entusiasmo di vivere una età d’oro dello sviluppo favoriva il dinamismo demografico compensando l’emorragia delle emigrazioni.
Oggi il quadro è radicalmente cambiato non solo per gli effetti della severa recessione ma anche per l’assenza, a partire dagli ultimi due decenni del ‘900, di un progetto di sviluppo strutturato e coerente, in grado di restituire fiducia e incentivare un ruolo attivo dei singoli nel migliorare le proprie condizioni di vita. L’esito lo registriamo da anni: nella questione meridionale è emerso un nuovo dualismo, quello demografico. Una popolazione in rapido invecchiamento in un'area ancora caratterizzata da un forte deficit di capitale fisso sociale potrebbe innescare un pericoloso circuito di causazione negativa: maggiori oneri sociali, minore competitività del sistema economico, minori redditi e capacità di accumulazione e crescente dipendenza dall'esterno.
Il Sud non è più un’area giovane né tanto meno il serbatoio di nascite del resto del Paese, e va assumendo tutte le caratteristiche demografiche negative di un'area sviluppata e opulenta, senza peraltro esserlo mai stata. Nel corso degli ultimi quindici anni la popolazione meridionale è cresciuta di 265 mila abitanti a fronte dei 3 milioni e 329 mila nel Centro-Nord; al netto degli stranieri, però, la popolazione del Sud è diminuita di 393 mila unità (mentre è cresciuta di 274 mila nel Nord).
Nel 2016 si è avuta un’ulteriore conferma della crisi demografica delle regioni meridionali insorta nei primi anni Duemila e aggravatasi nel corso della Grande recessione. L’anno scorso, infatti, la popolazione meridionale è diminuita di 62 mila unità, come l’anno precedente e fa seguito alla flessione di circa 21 mila unità del 2014 e di 31 mila del 2013; il calo del 2016 è stato determinato da una riduzione della componente italiana di oltre 96 mila unità, cui ha fatto riscontro una crescita degli stranieri di circa 34 mila unità. Nel Centro-Nord, il calo della popolazione complessiva è stato meno intenso, -14 mila unità, di quello dell’anno precedente (-68 mila unità); vi ha contribuito in misura assai modesta la componente italiana (circa -700 unità) e in maggior misura (-13,2 mila unità) quella straniera; alla sostanziale stabilità della popolazione italiana nel Nord ha senza dubbio contribuito l’apporto delle migrazioni dal Sud.
Lombardo Veneto prima del 1859
Lombardo Veneto prima del 1859
Le nascite non cessano di diminuire.
Nel 2016 il numero dei nati nel Mezzogiorno ha toccato un nuovo minimo storico, dopo quello dell’anno precedente, il valore più basso dall’Unità d’Italia: 166 mila nuovi nati. Il calo delle nascite interessa anche il Centro-Nord dove, per il secondo anno consecutivo, il decremento include anche le nascite da coppie con almeno un genitore straniero, che negli anni Duemila avevano contribuito ad alimentare soprattutto in quest’area, una lieve ripresa della natalità.
Il calo della natalità riflette la diminuzione delle donne in età feconda (15-49 anni) e la minor propensione a fare figli. Le donne nate durante il baby-boom degli anni Sessanta sono ormai uscite dall’età riproduttiva e sono subentrate le donne nate negli anni Ottanta e Novanta, le cosiddette baby-busters, appartenenti a coorti meno numerose, poiché nate in un periodo in cui il numero dei nati in Italia era già sceso sotto le 600 mila unità.
Gradualmente i valori del Sud sono scesi sotto quelli medi nazionali. In un solo decennio il Mezzogiorno ha perso il primato della fecondità femminile e negli anni Duemila il numero medio di figli per donna ha proseguito nella storica tendenza alla riduzione, mentre nel Centro-Nord si è manifestato un crescente risveglio della maternità (dovuto soprattutto alle straniere): nel 2016 il TFT (Tasso di Fecondità Totale) è pari a 1,29 nel Sud e a 1,38 nel Nord, quando il tasso di sostituzione naturale è 2.
In base alle tendenze in atto, il Centro-Nord sperimenterà, nei prossimi anni, una riduzione della popolazione, in parte compensata dalle immigrazioni dall’estero, da quelle dal Sud e da una ripresa della natalità, mentre il Mezzogiorno resterà terra d’emigrazione con scarse capacità di attrarre immigrati dall’estero e sarà interessato da un progressivo ulteriore calo delle nascite.
Queste tendenze, secondo le previsioni dell’ISTAT, implicherebbero per il Mezzogiorno una perdita di 5,2 milioni di abitanti tra il 2016 e il 2065, a fronte di un assai più modesto calo (1,8 milioni) nel Centro-Nord con una flessione di sette punti percentuali nella quota di popolazione residente nel Sud (dall’attuale 34,4% al 29,2% del 2065).
Tutte le regioni meridionali saranno interessate da un crollo della natalità, contrastata da una immigrazione dall’estero apprezzabile solo per l’Abruzzo e la Sardegna; al contrario, la Campania e la Puglia sembrerebbero essere interessate da un saldo migratorio continuamente negativo: le immigrazioni dall’estero non sembrerebbero nemmeno in grado di compensare le perdite migratorie interne.
La perdita di popolazione interesserà da qui al 2065 tutte le classi di età più giovani del Mezzogiorno, con una conseguente erosione della base della piramide dell’età, ed un allargamento al vertice con conseguenze del tutto imprevedibili ma che potrebbero portare ad una sostanziale implosione demografica con costi sociali e economici difficilmente sostenibili. Nel Centro-Nord, invece, la base della piramide vede una presenza delle giovani generazioni adeguata a sostenere il ricambio generazionale.
Il depauperamento del capitale umano con le emigrazioni sempre più qualificate. A incidere in misura determinante sul quadro demografico meridionale contribuisce la continua emorragia di risorse umane dal Sud, dovuta a molti fattori ma sicuramente anche all’insufficiente dotazione di capitale produttivo dell’area che si traduce in una carente domanda di lavoro, che non favorisce l’impiego delle giovani generazioni formate nei percorsi di istruzione anche avanzati. Ciò è alla base di un processo di emigrazione dal Sud che non conosce soluzione di continuità. Per avere un quadro di riferimento, basti pensare che nel ventennio 1955-1974 delle migrazioni di massa sono emigrati dal Sud verso il Nord 4,1 milioni di abitanti a fronte rientri per 2,6 milioni, con una perdita netta di 2,5 milioni. Le cifre attuali, se pure distanti da quelle di allora, sono comunque ragguardevoli, per la "qualità" delle emigrazioni.
Negli ultimi quindici anni, sono emigrati dal Sud 1,7 milioni di persone a fronte di un milione di rientri, con una perdita netta di 716 mila unità: si tratta per lo più (72,4%) di giovani tra i 15 e i 34 anni e di laureati che costituiscono un terzo del totale (198 mila unità).
Una stima della perdita di capitale umano meridionale. Recenti studi condotti per la SVIMEZ stanno provando a calcolare stime attendibili della perdita, anche in termini finanziari, del flusso di emigrazione meridionale qualificata a partire dall'inizio degli anni Duemila.
Considerato il saldo migratorio negativo nel periodo, una perdita di circa 200 mila laureati meridionali, e moltiplicata questa cifra per il costo medio a sostenere un percorso di istruzione terziaria, sia secondo la media OCSE (circa 130 mila euro complessivi) sia secondo i dati dell'Agenzia per la Coesione territoriale (CPT) di spesa pubblica pro capite regionalizzata in istruzione (sostenuti fino al 25esimo anno d'età), la cifra (ricapitalizzata nel periodo) ammonterebbe a circa 30 miliardi di euro. Una cifra che, addirittura, considerando la spesa pubblica pro capite regionalizzata totale (tranne quella relativa alla spesa previdenziale e alle integrazioni salariali) del laureato fino al 25esimo anno d'età, salirebbe fino a sfiorare i 40 miliardi.
Lombardo Veneto prima del 1859
Lombardo Veneto prima del 1859
Sono stime al ribasso, perché non considerano il costo degli altri servizi pubblici connessi al percorso formativo, perché non tengono conto di coloro che, pur risultando residenti nel Mezzogiorno, sono "pendolari di lungo raggio" e vivono stabilmente nel Centro-Nord dove lavorano (nel 2016, oltre 50 mila laureati). Non tengono nemmeno conto del fatto che, molto spesso, non solo a differenza della grande emigrazione del passato non esistono flussi finanziari che tornano indietro sottoforma di rimesse, ma spesso sono al contrario le famiglie meridionali che alimentano un flusso di risorse private per aiutare i giovani laureati, spesso precari e sottopagati, a sostenere il costo della vita nelle città centro-settentrionali.
La cifra "minima" di 30 miliardi - quasi 2 punti di PIL nazionale - trasferito nel periodo dal Sud alle regioni del Centro-Nord e in minima parte all'estero, dà la dimensione di un fenomeno che pesa sul Mezzogiorno anche in termini di trasferimento di risorse finanziare verso le aree più sviluppate, e che andrebbe considerato nella letteratura che, in occasione dei referendum per l'autonomia di Veneto e Lombardia, sta rifiorendo sui trasferimenti finanziari interregionali e il cd. residuo fiscale. Senza contare gli effetti indiretti di perdita per il Sud e di guadagno per il Centro-Nord in termini di competitività e di produttività del trasferimento di forza lavoro qualificata.
Infine, questa stima non considera i giovani diplomati che vanno a studiare in un'Università del Centro-Nord e che sembrano destinati a rimanerci (essenzialmente per ragioni legate al placement), avendo usufruito fino alla scuola media superiore dei costi dell'educazione nel Mezzogiorno. Nell'anno accademico 2016-2017, gli Atenei meridionali, perdono rispetto alla loro platea potenziale circa un quarto degli studenti: su circa 108 mila immatricolati meridionali, quasi 26 mila scelgono un Ateneo del Centro-Nord. È una dinamica sempre crescente - legata anche ai deficit nella garanzia del diritto allo studio nel Mezzogiorno (al Sud ha una borsa di studio appena la metà degli idonei, al Nord la quasi totalità) e alle politiche universitarie del decennio (nell'ultimo anno, e con l'ultimo decreto Mezzogiorno, si registra una positiva inversione di tendenza) - che, combinata alla riduzione del tasso di passaggio all'Università, indica una prospettiva preoccupante di perdita "strutturale" di capitale umano nel Mezzogiorno.

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