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Longobardi (o Langobardi). Popolazione germanica che appare nelle fonti scritte nel 5° sec., quando si stanziò nel Meclemburgo (a E dell’attuale Amburgo).
1. Storia
1.1 Le origini

I possedimenti longobardi nella seconta metà del 7 secolo.
I possedimenti longobardi nella seconta metà del 7 secolo.
Secondo l’antico mito longobardo delle origini, i Longobardi, provenienti dalla Scandinavia, sarebbero partiti verso il continente europeo a causa di una grave carestia. La scienza storica delle migrazioni, tuttavia, tende ormai a vedere il problema delle origini delle gentes germaniche in una luce diversa; queste ultime si sarebbero formate solo durante le migrazioni e i gruppi che, secondo le varie tradizioni, avrebbero iniziato il cammino migrante, sarebbero stati solo un elemento delle posteriori gentes di età storica. In questo senso i L. come stirpe germanica definitivamente formata non sono più antichi dei loro stanziamenti in area tedesca. Del resto lo stesso mito chiama gli antenati scandinavi dei Longobardi Winnili (forse 'cani vittoriosi'), il che lascia supporre che dal punto di vista culturale ed etnico fossero diversi dai Longobardi posteriori. La trasformazione che portò i Winnili a divenire Longobardi (i 'lungabarba') sul continente si collega all’adozione del culto magico-guerriero di Wotan, il dio dalla lunga barba, e degli Asi, e a un’accentuazione del carattere guerriero della stirpe.
1.2 La discesa in Italia
Le Nozze di Teodolinda
Le Nozze di Teodolinda
I Longobardi riappaiono nelle fonti durante la guerra dei Romani contro i Marcomanni allorché, alleati di questi ultimi, tentarono una prima penetrazione verso il Danubio. Sconfitti, rimasero per altri due secoli sulla Bassa Elba. Nel 488 giunsero nel Rugiland (Bassa Austria); guidati dal re Vacone, passarono il Danubio (527-28) penetrando in Ungheria; all’epoca il loro regno comprendeva anche la Boemia. Nel 547-48 si spinsero nella Pannonia meridionale e nel Norico mediterraneo, regioni-chiave per il collegamento tra Italia e Balcani; la loro nuova qualità di federati trascinò i Longobardi nella grande politica mediterranea di Bisanzio: prima si scontrarono con i Gepidi, poi furono coinvolti nella guerra greco-gotica come alleati dei Bizantini; lo scoppio aperto delle ostilità contro i Gepidi vide in seguito i Longobardi vittoriosi ma a prezzo di una pericolosa alleanza con gli Avari, che divennero la forza dominante in area balcanica. Per lasciare loro spazio, i Longobardi furono costretti a dirigersi più a ovest e, guidati dal re Alboino, nel 569 penetrarono in Italia; al momento dell’invasione i Longobardi mantennero quasi intatta la loro antica cultura tribale, l’unico elemento di chiara influenza romana fu la loro conversione al cristianesimo ariano.
1.3 Il Regno longobardo
Teodolinda sposa Agilulfo.
Teodolinda sposa Agilulfo.
L’occupazione dell’Italia da parte dei Longobardi non fu rapida né totale; Alboino occupò parte del Veneto e puntò su Milano e Pavia; il fatto militarmente più rilevante fu il lunghissimo assedio di Pavia, l’antica capitale del regno gotico, che si arrese dopo tre anni. L’assassinio di Alboino (certo per manovre bizantine), poco dopo la presa di Pavia (572), gettò i Longobardi nel caos, bloccando lo sviluppo di razionali piani di conquista. Assassinato dopo due anni il nuovo re Clefi, una parte dei Longobardi cadde sotto l’influenza bizantina; d’altro canto la struttura anarchica dei Longobardi permise a molti duchi e alle loro fare non solo di rimanere indipendenti, ma anche di continuare a estendere l’area da essi controllata. Durante la cosiddetta anarchia ducale (574-84), il paese fu percorso da bande di guerrieri che saccheggiavano e devastavano; tramontò così quello che restava in piedi dell’apparato statale e dell’assetto sociale e culturale tardo-antico, e con esso la classe dei senatori-proprietari di terre. Nel 584, di fronte alla concreta minaccia di un’invasione franca i Longobardi si sottomisero al re Autari ma il caos politico cominciò a diradarsi solo con il suo successore, Agilulfo (590-616).
In questo periodo fu stipulata una prima pace con l’impero, che riconobbe il regno longobardo nella sua configurazione territoriale: esso comprendeva l’Italia del nord (eccetto la fascia costiera veneta e la Liguria), la Tuscia, il cuore dell’Umbria e delle Marche e vaste regioni del sud. Già in quest’epoca fu chiaro però che l’autorità del re longobardo era debole a sud degli Appennini: i duchi di Spoleto e di Benevento rappresentavano dei poteri quasi autonomi. Nel resto del regno i duchi, stretti collaboratori del re, erano posti a capo di civitates, città con il loro territorio. In tale contesto emerge la figura del gastaldo, in origine semplice amministratore dei beni fondiari (le curtes) del re; dal 7° sec. gli furono affidate anche intere civitates da governare al posto del duca. Il re risiedeva a Pavia, dove aveva un palatium, sede della corte e di una rudimentale amministrazione centrale, il cui fondamento economico era rappresentato dalla vastissima rete di curtes di proprietà regia. Sotto Agilulfo e sua moglie Teodolinda aumentò la collaborazione con i residui elementi colti della popolazione romana e si stabilì un rapporto di parziale convivenza con il papato, allora rappresentato da Gregorio Magno.
1.4 La massima potenza
Evangeliario di Teodolinda.
Evangeliario di Teodolinda.
Una nuova fase di aperto contrasto con i Bizantini si ebbe con il re Rotari (636-52), che conquistò la Liguria e prese Oderzo, cacciando i Bizantini in laguna e vincendoli a Scultenna. Egli inoltre mise per iscritto le leggi del suo popolo, il cui valore rimase inizialmente limitato, con tutta probabilità, ai soli Longobardi. Nella seconda metà del 7° sec. la dinastia cosiddetta dei re bavaresi (discendenti da Teodolinda e da suo fratello Gundoaldo, che avevano nelle vene sangue bavarese), si distinse per una lenta ma sempre più netta apertura verso il cristianesimo nella sua forma romana: nel 653 il re Ariperto I abbandonò l’arianesimo e, nel 698, con il sinodo di Pavia cadde l’ultima barriera, rappresentata dallo scisma dei Tre Capitoli, nei confronti della popolazione romanica d’Italia. Nell’8° sec., abbandonata la loro lingua per adottare il latino d’Italia, i Longobardi, cattolici, si fusero con la popolazione locale. Contemporaneamente, il termine 'longobardo', sinonimo di guerriero, esercitale, arimanno, viene impiegato per indicare l’uomo libero che porta le armi nel quadro dell’esercito longobardo. Il momento di massima potenza politica del regno si ebbe con Liutprando (712-44) che, sfruttando i gravi contrasti che indebolivano l’Italia bizantina, lacerata dalla controversia dell’iconoclastia, riuscì a estendere i possessi longobardi in Emilia, a prendere per breve tempo Ravenna, ad arrivare fino alle porte di Roma e a sottomettere i due ducati di Spoleto e Benevento.
1.5 La fine del Regno
Ornamento di una sella in lamina d'oro longobarda.L’elemento decisivo che bloccò Liutprando, impedendogli di spazzare via in modo definitivo i Bizantini, fu rappresentato dal papato, il cui prestigio nei confronti di un popolo di neo-convertiti era immenso. La Chiesa romana, con Gregorio II, Gregorio III e Zaccaria, si presentò allora sulla scena come decisa continuatrice della res publica Romanorum, nel momento in cui la forza politico-militare dei Bizantini (sottoposti, in Oriente, alla tempesta dell’espansione araba) appariva in netto declino. Quando, sotto Astolfo, nel 750 la stessa Ravenna cadde in mano longobarda, papa Stefano II, di fronte alle pesanti richieste da parte del re longobardo di un tributo (che avrebbe sancito la supremazia longobarda su Roma), si rivolse ai Franchi. Si ebbero così le due discese del re Pipino in Italia: i Franchi sconfissero i Longobardi costringendoli a cedere le recenti conquiste, ma non li sottomisero. Ciò avvenne, in modo definitivo, con il figlio di Pipino, Carlomagno, nel 774, dopo che l’ultimo re longobardo Desiderio aveva rinnovato le aggressioni contro i territori romani. Carlo assunse la corona longobarda, cercando un accordo con l’aristocrazia. Nel 776 una violenta rivolta dei Longobardi del Friuli costrinse Carlo a destituire una serie di duchi longobardi sostituendoli con conti franchi. Tuttavia, l’aristocrazia longobarda non cedette del tutto le leve del potere locale e, nonostante le novità introdotte dai conquistatori, la società longobardo-italica mantenne molti dei suoi caratteri precedenti all’invasione franca. L’eredità politica, sociale e giuridica del regno longobardo, proseguita esplicitamente nel sud nella Longobardia minore dai duchi di Benevento, continuò anche nel centro-nord nel ducato di Spoleto, andando a confluire nella più complessa realtà dei secoli centrali del Medioevo italiano.
2. La Longobardia minore
Croce di Gisulfo - VII secolo.
Croce di Gisulfo - VII secolo.
È l’Italia meridionale longobarda sfuggita alla conquista franca; essa fu l’erede del ducato longobardo di Benevento, fondato nel 6° secolo. Comprendeva la Campania, la Marsica, il Molise, l’Abruzzo, la Puglia, la Calabria, con l’eccezione di molte zone costiere, dove le città ‘greche’ (bizantine) della costa, Napoli, Amalfi, Sorrento (più a nord Gaeta), offrirono un’inflessibile resistenza ai Longobardi dell’interno, pur restando in continuo contatto con i territori da loro occupati. Dopo la conquista del Regno longobardo da parte dei Franchi, il duca beneventano Arechi (758-87) assunse il titolo di principe e difese l’indipendenza del suo dominio dagli eserciti di Carlomagno. Il peso di Bisanzio, non appena essa si fu ripresa dalle invasioni arabe, divenne massiccio nel Sud italiano e così pure la presenza stessa degli Arabi o Saraceni.
La storia della Longobardia minore è un susseguirsi caotico di conflitti interni. Approfittando della guerra civile scoppiata tra Benevento e Salerno, gli Arabi penetrarono nel sud come mercenari. Dopo la divisione della Longobardia minore nei due principati di Benevento e Salerno (849), i Saraceni fondarono emirati a Bari e Taranto e basi piratesche ad Agropoli e sul Garigliano, eliminati faticosamente tra 9° e 10° secolo. Alla fine del 10° sec. i Bizantini fondarono in Puglia il tema di Longobardia, dominando così i deboli principi longobardi di Benevento, Salerno e Capua. Ma l’estrema frantumazione del quadro politico, complicata anche dalla persistente presenza dei Saraceni, rese impossibile l’affermazione di un unico potere forte; la stessa unificazione della Longobardia minore sotto il principe longobardo Pandolfo Capodiferro (m. 981) si rivelò effimera. Nell’11° sec. la Longobardia minore cadde sotto la dominazione dei Normanni che, nel 1130, fondarono il Regno di Sicilia.
3. Il Diritto
Cividale del Friuli: Tempietto longobardo.
Cividale del Friuli: Tempietto longobardo.
Stanziatisi in Italia, i Longobardi continuarono a regolarsi secondo le loro consuetudini, tramandate oralmente di generazione in generazione o confermate nella pratica dei tribunali. L’organizzazione politica risentì a lungo della concezione contraria al potere di uno solo, così che la legge era considerata non data dall’alto, ma convenuta tra re e popolo. Nel campo dei rapporti privati, il diritto longobardo rimase a lungo affidato alle forme e al simbolismo, come è soprattutto osservabile nel processo, dominato dal rito dell’ordalia o giudizio di Dio. Solo nel 643 il re Rotari pensò a una codificazione scritta, redatta in latino in 388 capitoli e intitolata Edictum che fu la base della legislazione. I sovrani successivi vi apportarono solo aggiunte e modificazioni. Un’evoluzione relativamente rapida avvenne comunque al contatto con la civiltà degli occupati e ancor più dopo la conversione al cattolicesimo, seguendo i suggerimenti della Chiesa di Roma.
4. La lingua
La lingua longobarda, che si estinse completamente nel 10° sec., non ha lasciato né documentazioni dirette né letteratura: tutte le testimonianze risalgono al periodo della dominazione in Italia (fu particolarmente vitale tra il 6° e il 7° sec.). Restano soltanto testimonianze lessicali: dirette, in citazioni o adattamenti che appaiono in alcuni testi (per es., nell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono:piscina quod eorum lingua 'lama' dicitur), oppure indirette, cioè nell’onomastica (ErmannoAstolfo), nella toponomastica (nomi in -engo, come Marengo, vMartinengo) e nel lessico italiano (baruffapalla, stamberga, zazzera ecc.).
Il longobardo era una lingua indoeuropea del gruppo germanico occidentale, che presentava, come l’anglosassone, caratteri conservativi, dovuti anche al fatto di essersi staccato molto presto dalle altre lingue germaniche del gruppo e di non aver partecipato a talune innovazioni caratteristiche del tedesco.
5. L’arte
Torre longobarda ad Olona (VA).
Torre longobarda ad Olona (VA).
Un’intensa attività nel campo dell’architettura longobarda avvenne soprattutto dopo la conversione dei Longobardi al cattolicesimo e la progressiva fusione con le popolazioni locali; le numerose architetture (molte rimaneggiate, alcune scomparse) si mostrano ricche di riferimenti classici, bizantini, orientali. Notevoli, anche per le importanti decorazioni, S. Salvatore a Brescia (753), S. Maria in Valle a Cividale, S. Sofia di Benevento (762, originariamente a pianta stellare) ecc. Importanti sono le tracce degli insediamenti longobardi, che determinarono lo sconvolgimento dei criteri urbanistici romani. Di rilievo, fra i cicli decorativi, gli stucchi di Cividale e gli affreschi di Brescia, Castelseprio, San Vincenzo al Volturno, Benevento. Nelle ornamentazioni sono caratteristici i motivi antropomorfi e zoomorfi stilizzati, le decorazioni a intreccio o vermicolate, desunti soprattutto dal repertorio germanico e influenzati da modelli bizantini. Tali aspetti assumono importanza particolare nella lavorazione dei metalli, della quale i Longobardi possedevano tradizionalmente una progredita tecnica, e che costituì un ambito produttivo di fondamentale importanza, come testimonia la ricca suppellettile rinvenuta nelle necropoli (Benevento, Bolsena, Castel Trosino, Civezzano, Cividale, Nocera Umbra, Testona ecc.). Negli ornamenti di armi o di vestiario, negli oggetti a carattere religioso e, in particolare, nell’oreficeria si osserva l’uso dell’agemina, della filigrana, della incastonatura, della doratura, della damaschinatura.

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Maometto
Maometto
Maométto (arabo Muḥammad 'il Lodato'). - Fondatore della religione islamica (La Mecca 570 circa - Medina 632). È considerato dai musulmani il sigillo dei profeti, cioè colui che ha concluso il ciclo della rivelazione iniziata da Adamo. Maometto, figura chiave dell'Islam, è il messaggero di Dio (rasūl Allāh), ma nonostante l'importanza fondamentale che riveste la sua figura, essendo colui che ha rivelato il Corano, l'ortodossia islamica insiste sul carattere esclusivamente umano della sua persona. Fonti principali della vita di Maometto sono innanzitutto il Corano, la biografia canonica (sīra) e le raccolte di Ibn Isḥāq e Ibn Hishām: secondo queste, rimasto orfano in tenera età, Maometto crebbe in condizioni disagiate fino al matrimonio con la ricca vedova Khadīgia. Dal politeismo patrio, attraverso una profonda crisi spirituale, passò a una ferma fede monoteistica, che cominciò a predicare intorno all'età di 40 anni (610 circa) tra i suoi concittadini: questi mostrarono dapprima indifferenza, poi ostilità, vedendo nella nuova dottrina, basata sull'uguaglianza, un pericolo per i proprî interessi economici. Capisaldi di tale religione erano: fede in un Dio unico creatore onnipotente, cui gli uomini debbono totale sottomissione (islām) attraverso la conduzione di una vita casta e l'osservanza dei precetti islamici (preghiera, digiuno, ecc.); aiuto verso il prossimo, soprattutto se indigente; prossima fine del mondo, giudizio universale e retribuzione in bene e in male delle azioni umane, con paradiso, inferno, resurrezione dei corpi, ecc. Nelle teorie religiose di Maometto convergevano molti elementi già presenti nella religione ebraica e cristiana, primo fra tutti quello del monoteismo, ma anche credenze pagane, come, per es., quella riconducibile al pellegrinaggio alla Ka'ba. La predicazione di Maometto riuscì a formare alla Mecca una piccola comunità comprendente suoi familiari e membri della borghesia, e soprattutto umili e schiavi; ma l'ostilità delle classi dirigenti, come già detto dovuta per lo più a motivi sociali ed economici, rese la vita difficile al profeta e ai suoi seguaci, tanto da indurlo a cercare un appoggio e un campo d'azione fuori della città natale. Dopo un tentativo fallito a Ṭā'if, un accordo fu da lui stretto con elementi di Medina, e in questa città Maometto si recò nell'autunno del 622, con quella egira, o migrazione, che segnò poi l'inizio dell'era musulmana. Pochi anni dopo l'egira morì Khadīgia, che aveva dato quattro figlie a Maometto; in seguito questi ebbe altre mogli, tra cui la sua preferita ῾Ā'isha. Era questo un modo per ottenere con diplomazia l'appoggio di varî clan tribali o di rinforzarne i legami. A Medina Maometto divenne non solo capo religioso ma anche politico, e seppe abilmente estendere il suo potere passando da ospite alleato e paciere di quella divisa comunità pagana, a vero arbitro e guida. Circondato dai fidi Compagni (Ṣaemḥāba), tra i meccani con lui migrati (Muhāgirūn) e i nuovi ausiliarî (Anṣār) medinesi, egli organizzò rapidamente la comunità musulmana (umma), opponendosi agli elementi ostili di Medina, ebrei e cristiani, dapprima consenzienti al monoteismo islamico. È in questi anni (624) che Maometto sostituì la direzione della preghiera (qibla) dall'originaria Gerusalemme alla Ka῾ba. Le tappe della vittoriosa affermazione di Maometto a Medina furono la vittoria di Badr (624) sui meccani, non invalidata dal susseguente passeggero scacco di Uḥud; la resistenza all'assedio di Medina invano tentato (627) dai meccani; la tregua decennale con La Mecca, stretta (628) col patto di Ḥudaibiya, denunciato poco più di un anno dopo; la marcia sulla Mecca e la sua occupazione quasi senza colpo ferire (630). Ma residenza del profeta restò sempre Medina, donde egli aveva via via eliminato, con esilî e aspre battaglie, le dissidenti tribù ebraiche, e che quindi restava cittadella della nuova fede e capitale del nuovo stato teocratico, che abbracciava ormai, attraverso la sottomissione delle tribù beduine, buona parte d'Arabia. Dopo un solenne pellegrinaggio d'addio alla città natale, il cui culto della Ka῾'ba era stato da Maometto inserito e armonizzato nell'Islam, il profeta morì a Medina in seguito a breve malattia, lasciando la sua comunità senza capo designato, ma con una cerchia di uomini d'alto valore religioso e civile (Abū Bakr, Omar, ecc.), che continuarono in parte, come califfi, l'opera del fondatore. Il giudizio storico sulla figura di Maometto, a lungo offuscato da parzialità e ostilità confessionali, riconosce in lui una personalità eccezionale, di indubbia sincerità nella sua fede e nella sua missione, un abile politico, fondatore di una religione e di uno stato, un uomo votato con ogni energia a un'opera che egli sentì trascendere la sua persona, e destinata a segnare una traccia indelebile nella storia. ▭ Alla figura di Maometto sono ispirate alcune opere letterarie, tra le quali Le fanatisme ou Mahomet le prophète di Voltaire (1741) e il frammento drammatico Mahomet di W. Goethe (1772 circa).

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Dinastia Sui: testa di Buddha. 580-600
Dinastia Sui: testa di Buddha. 580-600
La dinastia Sui, (581-618) precedette la dinastia Tang e riunificó la Cina dopo quasi quattro secoli di lotte intestine, divisioni politiche e dinastiche.
Fu una dinastia di breve durata, appena 37 anni, ma fondamentale per il consolidamento dell'impero e della Cina come unica nazione. Appoggiò energicamente il buddhismo e ricostruì economicamente il territorio dando nuovo prestigio internazionale al Paese. Si arrivava da un lungo momento di lotte, il periodo Wei-Jin iniziato intorno al 220 con la decadenza del regime degli Han orientali. Vi furono separazioni e riunificazioni altalenanti, ma soprattutto, forti conflitti nell'area settentrionale.
Nel 587 Yang Jian fonda la dinastia Sui, ma già da sei anni aveva soppiantato gli Zhou Settentrionali. L'anno successivo riesce a sconfiggere il monarca della dinastia Chen, in Indocina, rendendone tributario il regno. Per migliorare il controllo sul territorio, trasferisce la sua residenza a nord. Nel 589 Yang Jian riesce finalmente a riunificare l'impero. Contemporaneamente iniziano le riforme burocratiche e funzionali nella gestione del territorio: l'imperatore inserisce un sistema gestito da tre ministeri e sei dipartimenti; le pene del sistema giudiziario si ammorbidiscono e viene instaurato un nuovo metodo per la scelta dei funzionari imperiali che potranno accedere alla carica dopo una serie di esami. Non sono momenti facili, tanto che nel 590 fioriscono alcune rivolte. Sarà il figlio dell'imperatore, il principe Yangdi Yang Guang, a porsi al comando delle truppe per domare le ribellioni. Inoltre Yang Guang fa edificare una nuova capitale, la città di Jiangdu, l'odierna Yangzhou.
Nel 604 il principe sale al trono e diventa il secondo imperatore della dinastia Sui. Contributo importante all'unificazione, crescita economica e controllo della Cina, è lo scavo del Gran Canale lungo 1.790 chilometri. La via d'acqua artificiale crea una rete di vie navigabili grazie all'intersezione con i fiumi e i canali naturali: diventa più facile e veloce trasportare materie prime, vettovaglie e truppe in molti angoli dell'impero. Le due principali capitali, Lo-yang e Ch'ang-an vengono collegate a sud con la bassa valle dello Yangtze e alla baia di Hangchow; a nord vicino all'area di Tientsin.
Riguardo ai rapporti con gli stati confinanti, ai regni ormai tributari si deve aggiungere la razzia di Taiwan. Vanno male invece le spedizioni contro l'area della Corea e, dalla parte opposta, contro i Turchi dell'est. Non va bene neppure la spedizione in Mongolia. I malumori crescono, anche per l'alta tassazione imposta ai sudditi. Aristocratici e popolo non vogliono più Yangdi Yang Guang. La rivolta inizia nel 613, poi la situazione sfugge al controllo e nel 616 l'imperatore si rifugia nella sua Jiangdu. Nel 618 viene strangolato dal figlio di un suo generale che apparteneva all'area di comando settentrionale.

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Gerusalemme, la prima Città Santa dell'Ebraismo e la terza Città Santa dell'Islam.
Gerusalemme, la prima Città Santa dell'Ebraismo e la terza Città Santa dell'Islam.
La dominazione musulmana di Gerusalemme inizia nel 636 d.C., quando il sultano Omar strappa la città al dominio persiano di Cosroe II.
Per i quattro secoli seguenti Gerusalemme diventa islamica ed è venerata come una delle quattro città sante dell'Islam, ricevendo l'appellativo di El Kuds, la Santa; secondo il Corano, infatti, Abramo, Davide, Salomone e lo stesso Gesù furono anch'essi grandi profeti.
L'importanza di Gerusalemme per i musulmani è legata alla tradizione che vuole sia avvenuta qui l'ascesa al cielo del profeta Maometto; proprio per ricordare l'evento il califfo Abd el Malik fece costruire nel 687 la Moschea di Omar (conosciuta anche come Cupola della Roccia) all'interno della quale è contenuta la sacra roccia. La leggenda vuole che la roccia tentò di seguire il Profeta, ma venne fermata dall'angelo Gabriele, che vi lasciò l'impronta della mano.
Sotto alla roccia, pochi gradini portano al pozzo delle anime, una grotta che, secondo la tradizione musulmana, sarà il luogo di ritrovo nel giorno del giudizio.
Il basamento della Moschea è di forma ottagonale ed è rivestito nella parte inferiore da marmi policromi, mentre la parte superiore è ricoperta da piastrelle arabescate di maiolica azzurra fatte collocare da Solimano il Magnifico nel 1552 in sostituzione del precedente mosaico bizantino.
Accanto alla Moschea di Omar il califfo Walid I fece costruire, tra il 709 e il 715, la Moschea El Aqsa, il cui nome significa la più lontana perchè secondo la tradizione indicherebe il luogo più remoto in cui si sarebbe recato il Profeta.
La dominazione musulmana venne interrotta dalla conquista della Città Santa da parte dei crociati nel 1099 che si protrarrà fino al 1187, quando Gerusalemme venne riconquistata dal Saladino.
Ancora una breve parentesi di dominio cristiano si ebbe a partire dal 1229 con la V crociata, ma nel 1244 i musulmani si impossessarono definitivamente di Gerusalemme e la città non tornò mai più in mani cristiane.
Ben presto, però, l'importanza e la centralità di Gerusalemme lasceranno il posto ad un inarrestabile declino. Un dato significativo: a metà del XIX secolo la popolazione era ridotta a soli 11 mila abitanti.
Nel 1918, al termine della I guerra mondiale, l'impero turco si arrende agli anglo-americani e poco dopo inizia il mandato britannico sulla Palestina che durerà fino al 1947.

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La conquista islamica della Spagna

La città di Cordoba in Ispagna.
La città di Cordoba in Ispagna.
Nel 711 Tariq ibn Ziyad, un Berbero affrancato da Musa ibn Nusair, il governatore di Tangeri, nell'Ifriqiya, approdò in Spagna, probabilmente chiamato in aiuto dal re visigoto Achila contro il suo rivale Roderico, proclamato re a Toledo. Il luogo dello sbarco in Spagna prese il nome proprio da Tariq ibn Ziayad, Giabal al- Tariq, c'est-à-dire Monte di Tariq, divenuto poi Gibilterra. Tra ottobre e novembre del 711 Tariq, con le truppe berbere, occupò facilmente Cordova e Toledo, capitale del regno visigoto.
Le fonti filoarabe riferiscono che nei cinque anni seguenti buona parte della Spagna cadde nelle mani dei musulmani, mentre le fonti eurocentriche amano precisare che la Spagna non divenne completamente musulmana. Il territorio dei monti Cantatrici e dei Pirenei, a nord e nord-est, rimase inaccessibile ai berberi e un altro centro di resistenza antislamica si formò sul territorio montuoso dell'Aragona settentrionale.
La conquista musulmana fu favorita dalla debolezza della monarchia visigota e dalla mancanza dell'opposizione da parte della popolazione locale e dall'appoggio degli ebrei di Cordova e Toledo alle truppe degli invasori musulmani. I visigoti, infatti, da tempo si erano impegnati in una aspra persecuzione antiebraica. Forzati al battesimo, spogliati dei loro beni ed imprigionati, gli ebrei accolsero come dei liberatori i berberi musulmani, che si dimostrarono, in effetti, più tolleranti dei visigoti cristiani.
Dopo i primi anni di insediamento i governatori musulmani, stabilitisi a Cordova, dovettero affrontare numerosi problemi: la resistenza cristiane, che durò poco grazie alla politica tollerante dei musulmani, con l'unica eccezione delle Asturie; le rivolte dei Berberi contro gli Arabi, pur essendo entrambe le etnie musulmane e le lotte intestine fra Arabi di origine tribale diversa, riuniti insieme nelle truppe composite degli eserciti musulmani che avevano invaso la Spagna. A seguito di un periodo di disordini, il governo centrale omayyade di Damasco inviò un esercito siriano. I siriani presto si stabilirono nel paese ed ottennero i territori vicini al litorale spagnolo. Questo legame rappresenta la
causa della scelta della Spagna come rifugio dell'ultimo rampollo omayyade, Abd al-Rahman, sfuggito, nel 750, al massacro dell'intera dinastia omayyade per mano di Abu l-Abbas, che diede avvio alla seguente dinastia musulmana, detta abbaside, che regnò in Oriente.
La Moschea Cattedrale di Cordoba in Spagna.
La Moschea Cattedrale di Cordoba in Spagna.
Con l'appoggio dei siriani, Abd al-Rahman nel 756 fu proclamato emiro a Cordova. Durante il suo regno, benché non fu imposta ai locali la religione musulmana e sia ai cristiani che agli ebrei fosse permesso di esercitare liberamente il loro culto, le conversioni all'Islam furono numerose, specialmente nella Spagna meridionale ed orientale, dove la presenza araba era più massiccia. L'islamizzazione e la seguente arabizzazione furono molto rapide, tanto che, dopo alcune generazioni, fu impossibile distinguere i discendenti dei conquistatori da quelli dei convertiti, che venivano chiamati muwalladun, ossia gli adottati. Pertanto si assistette ad un vero e proprio melting pot di popolazioni e di culture. I cristiani furono detti musta'rib, dal cui è derivato mozarabi.
A dispetto della diversità della popolazione, la Spagna omayyade iniziò già in questa epoca a configurarsi come uno stato indipendente dal califfato abbaside orientale.
I primi anni dell'emirato di Abd al-Rahman furono turbati dalle rivalità fra i clan arabi, ma non vi fu alcuna ostilità con i cristiani del nord della Spagna, fatta eccezione per la spedizione di Carlo Magno nel 778, intrapresa per sostenere un governatore di Saragozza contro l'emiro. In questa occasione avvenne l'episodio di Roncisvalle.
Dopo la morte di Abd al-Rahman (788), i suoi successori Hisham I (788-796) e al-Hakam I (796-822) consolidarono la loro posizione, nonostante alcune rivolte locali. Sotto al-Hakam i Franchi riuscirono a riconquistare Pamplona e addirittura Barcellona (801).
La Moschea Cattedrale di Cordoba
La Moschea Cattedrale di Cordoba
Il regno di Abd al-Rahman II (822-852) fu caratterizzato dalla pace interna e da piccole tensioni con i cristiani delle Asturie. L'emiro riorganizzò l'amministrazione del suo stato sul modello di quella abbaside: autorità assoluta del sovrano; amministrazione centralizzata, gerarchizzata e burocratica, posta sotto la guida dello hagib, una sorta di primo ministro, corrispondente al visir abbaside.
L'economia prosperò, il paese divenne ricco e la corte viveva nel lusso, tanto che Abd al-Rahman II divene un munifico mecenate che si circondò di letterati, poeti, scienziati, filosofi, provenienti dall'Occidente, ma anche dall'Oriente.
In questo periodo l'emirato assunse l'aspetto di uno stato indipendente, dato che il califfato abbaside doveva fronteggiare disordini di varia origine in Oriente e che il frazionamento politico era ormai un dato di fatto nell'Africa settentrionale.
La fine del IX secolo fu agitata da numerose insurrezioni locali, ma l'emiro Abdallah (888-912), successo ad Abd al-Rahman II, riuscì a mantenere ben salda la dinastia. Durante il suo regno marinai e mercanti andalusi crearono delle colonie nei principali porti dell'Africa settentrionale, a testimonianza della crescente vitalità del commercio della Spagna musulmana.
Maria Maddalena Colasuonno

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