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[...] e poteva indurre a proseguire per Bobbio, seguendo la via dei monti.
Il prof. Magistretti prosegue per avvalorare la sua tesi con una serie di ottime argomentazioni: 'Paolo Diacono scrive che il cenobio di Bobbio è lontano 40 miglia dalla città di Pavia (Paolo Diacono, Historia langobardorum, IV, 4. Il miglio romano è circa 1.480 metri: ne deriva una distanza di km. 60 circa.). Se a questi si aggiungono i 105 chilometri della Bobbio-Linguadà-Pontremoli (via degli abati) ne consegue che il percorso Pavia-Bobbio-Pontremoli conta 165 chilometri contro i 198 della Pavia-Piacenza-Fidenza-Cisa-Pontremoli (via di Sigerico). Soprattutto d'estate il percorso montano permetteva di evitare il caldo e le zanzare della pianura, facendo risparmiare un tratto di 35 km di cammino, quasi due giorni. Per chi andava a piedi poteva esser considerato più conveniente scalare i cinque passi di Penice, Aserei, Linguadà, Pradetto (parte più bassa del Santa Donna), e Borgallo che affrontare il percorso di pianura Pavia-Piacenza-Cisa-Pontremoli, con la salita sul complesso di Monte Bardone. Un altro possibile riscontro si ottiene tracciando, su una cartina dell'Europa una linea ideale da Mont Saint-Michel a Monte Sant'Angelo sul Gargano: la linea passa approssimativamente per la zona di Bobbio e di San Michele della spelonca.
Qualora si tracci la linea su una carta d'Italia, partendo dalla Chiusa di San Michele (in Valle di Susa), luogo storico e fortezza considerata imprendibile dai Longobardi; dove Carlo Magno iniziò la conquista dell'Italia, e puntando su San Marco in Lamis - punto obbligato per andare a Monte Sant'Angelo, venendo dal nord per via di terra - il passaggio vicino a Bobbio, Borgo Val di Taro e Pontremoli diventa ancora più evidente. Chi osservi poi una rappresentazione del tracciato relativo alla francigena ed al superamento dell'Appennino settentrionale, non può non vedere la gran curva che si ottiene da Pontremoli a Fidenza, Piacenza, fino a Pavia, attraverso Monte Bardone, mentre se si traccia una retta da Pontremoli a Pavia l'itinerario più breve passa dal Borgallo, Borgo Val di Taro, Boccolo Tassi (Linguadà), Bobbio e infine dal valico di Monte Penice. La frequenza di pellegrini, soprattutto a piedi, dimostra il favore di cui ha goduto il percorso montano. Si ricordi che, tra i pellegrini, erano numerosi gli appartenenti alle classi sociali meno abbienti, a dimostrazione della diffusione del culto di S. Michele tra le stesse. Tutto ciò costituirebbe un'ulteriore prova che questo itinerario è antichissimo e autonomo. Un ulteriore indizio è poi offerto dalla considerazione delle numerose dedicazioni a San Michele che si incontrano nella zona di attraversamento dell'Appennino. Lungo la via degli abati, come era già stato accennato in un precedente lavoro, sorgono diverse chiese dedicate a San Michele. A parte il sito di San Michele della Spelonca, nella valle della Curiasca (Coli), di cui si è sopra detto si incontrano: - San Michele - oratorio di Comineto, sulla strada verso Linguadà, zona Groppallo - Farini; - San Michele di Grezzo, tra il passo di Linguadà e Bardi; - San Michele a Monastero di Gravago, in val Noveglia tra Bardi e Osacca; - San Michele di Gotra, dopo Borgo Val di Taro, nei pressi di Rovinaglia e verso il Borgallo; - San Michele di Belforte sulla destra del Taro, in posizione di guardia (in precedenza a Ostia, sulla sinistra del Taro); - San Michele di Braia (sul versante di Pontremoli). Praticamente si può intravedere, da Bobbio a Pontremoli, una specie di corridoio ai cui lati vi sono delle chiese (che al tempo erano anche luoghi di difesa e ospitalità) dedicate a San Michele. Come è noto San Michele era un santo patrono per i longobardi (lo era stato per i bizantini, lo diverrà per franchi e normanni) (Sui molti edifici di culto dedicati a San Michele nell'Alto Appennino piacentino e parmense v. D. Ponzini, Origine ed espansione del cristianesimo nel territorio piacentino, in Storia della Diocesi di Piacenza, Piacenza 2008, vol II parte seconda, cap. VI pp. 140)'.

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[...] con il chiaro scopo di cautelarsi dai fuggitivi, dagli spioni e da coloro che accedevano nel regno con inganno, oppure nei casi in cui malintenzionati tentavano accodarsi ai pellegrini.

'E qui vuolsi rammentare che Vargangi non suona già forestieri o avventizii di passaggio (advenae ovvero peregrini), ma giusta la definizione di Rotari nella legge 390 'forestieri che venivano a prender domicilio nel regno longobardo' sub scuto regiae protectionis e divenivano sudditi. I passaggieri semplici, i pellegrini (Romei) dei quali dopo Rotari e dopo la conversione universale dei Longobardi al Cattolicismo si videro passar grandi stuoli per le terre longobarde verso i luoghi dei Santi Apostoli, non erano Vargangi: essi venivano accolti secondo gli usi dell'ospitalità longobarda intorno ai quali nulla si scrisse nell'Editto, perché si confidò nei costumi stessi: e non fu imitato l'esempio dato dai Bavari e dagli altri popoli barbari che vollero nei loro codici con leggi apposite regolare alcune cose concernenti l'ospitalità verso gli stranieri viandanti e gli Ambasciatori'. Carlo Troya e Cesare Balbo, Della condizione dei romani vinti dai longobardi e di altre quistioni storiche, Napoli, 1869, p. 39. 'I re Rachi ed Astolfo regnarono in un tempo in cui la monarchia longobarda periva in forza de' suoi vizi interni e della politica della Santa Sede aiutata dalie armi de' Franchi. E però i frammenti legislativi, de' quali io ò segnalato l'esistenza, portano il marchio de' tempi, e sono in ogni linea preoccupati di una prossima decadenza e ruina. Sono leggi ispirate dal timore e dal sospetto. 'Hoc autem praevidimus statuere, dice il re Bachi nel suo prologo, ut Marcas nostras Xristo custodientc sic debeant kabere hordinatas et vigilitas ut inimici nostri vel gentis noslrat non Rossini per eas (Marcas) sculcas mittere. Vtfugaces exientes suscipere, sed nullus homo per eas introire possit sine iussione aut epistola regis'. 'Propterea unusquisque iudex per Marchiam sivi commissam totem studium et vigilantiam ponere debeat et per locospositos et clusarius suus ut nullus Homo sine signo aut epistolam regis exire possit: et dum ad ngrediendum venerint peregrini ad clausas nostras qui ad Rotnam ambulare disponunt, diligenter debeant interrogare unde sint; et si cognoscunt quod simpliciter veniant eorum aditum tribuant'. Astolfo rinnova le medesime precauzioni nella sua quarta legge inedita (Ecco le parole di questa legge, la quale sarebbe quinta nell'ordine delle pubblicate da Astolfo, quarta nell'ordine delle rinvenute da Troya, imperocché la prima di esse, non che il principio della seconda, manca nel Codice Cavense, dal quale, come fece notare il Troya, un'empia mano strappò il foglio 169 che la conteneva 'De Clutat (di queste Chiuse, qui nota il Trova, parla il Repelli nel suo Dizionario Geografico della Toscana, 1. 707) quae dirrupatae sunt, restaurtntur et ponantur ibidem custodi am, ut nec nostri homines possint transire sine voluntate regi, ncque estranei possint ingredere in patriam nostram. Similiter sine iussione regis et voluntas in quale Clusas inventus fuetti tali poena subiaceat. Clausarius qui custodire negiexit ad iudice suo qualis ipse iudex agere anteposito. Aisi iudex per ulilitalem regis miteni missum suum, aut susceperit tantum modo pro causa regis'. A proposito di queste leggi dobbiamo avvertire, che il dotto e benemerito Vesme abbia rinvenuto la parte mancante al Codice Cavense, e che non tarderà a pubblicarla nella sua prossima edizione del corpo delle leggi longobarde tanto desiderata da' dotti. Facciam riservatamente noto questo fatto al n. a. onde in qualche altra delle sue relazioni possa partecipare all'onore di una simile scoperta), a proposito delle chiuse delle quali sarebbero state rotte le porte e le barricate o che fossero state abbandonato dai guardiani. Questi principi aveano immaginato un sistema di spionaggio e di carte di passaggio, invenzione che si crederebbe moderna, come se siffatti espedienti avessero potuto impedire o ritardare la caduta d'un impero cadente'. Gaetano Trevisani, Lettera ed annotazioni sul rapporto del Sig. Petit de Baroncourt relativo all’archivio della Trinità della Cava, in Museo di scienze e letteratura, nuova serie, vol. VIII, a. III, Napoli, 1846, p. 230.

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[...] Il cammino proseguì fino a Roma.

Andata: …volentes videre loca sanctorum, que sunt Ierosolimis, cum duobus memet ego Bernardus sociavi fratribus in devotione caritatis, ex quibus erat unus ex monasterio Beati Vincentii Beneventani, nomine Theudemundus, alter Hispanus, nomine Stephanus. Igitur adeuntes in Urbe pontificis Nicholai presentiam, obtinuimus cum sua benedictione necton et ausilio pergenti desideratam licentiam. Inde progressi venimus ad monte Garganum, in quo est ecclesia Sancti Michaelis sub uno lapide, super quem sunt quercus glandifere, quam videlicet archangelus ipse dicitur dedicasse. Cuius introitus est ab aquilone, et ipsa sexaginta homines potest recipere in se. Intrinsecus ergo ad orientem ipsius angeli habet imaginem; ad meridiem vero est altare; super quod sacrificium offertur, et preter id nullum munus ibi ponitur. Est autem ante ipsum altare vas quoddam suspensum, in quo mittuntur donaria, quod etiam iuxta se alia habet altaria. Cuius loci abbas vocabatur Benignatus, qui multis preerat fratribus. De monte autem Gargano abeuntes, per CL miliaria, venimus ad civitatem Sarracenorum, nomine Barrem [Bari], que dudum dicioni subiacebat Beneventanorum. Que civitas, supra mare sita, duobus est a meridie latissimis munita muris, ab aquilone vero mari prominet exposita. Hic itaque petentes principem civitatis illius, nomine Suldanum, impetravimus cum duobus epistolis omne navigandi negotium, quarum textus epistolarum principi Alexandrie necnon et Babilonie noticiam cultus nostri vel itineris exponebat. […] Exeuntes de Barre, ambulavimus ad meridiem per XC milliaria usque ad portum Tarentine civitatis, ubi invenimus naves sex, in quibus erant IX milia captivorum de Beneventanis christianis. In duobus nempe navibus, que primo exierunt Africam petentes, erant tria millia captivi, alie due post exeuntes, in Tripolim deduxerunt similiter III. Ritorno: […] Tandem exeuntes de mari, venimus ad montem Aureum, ubi est cripta habens VII altaria, habens etiam supra se silvam magnam. In quam criptam nemo potest pre obscuritate intrare, nisi cum accensis luminibus. Ibidem erat abbas dominus Valentinus. A monte Aureo venientes pervenimus Romam. Mabillon, Annales ordinis sancti Benedicti saec. III / […]. - Lutetia Parisiorum, 1672, p. 523; Itinera hierosolymitana et descriptiones Terrae Sanctae bellis sacris anteriora… / Titus Tobler et Augustus Molinier ediderunt. - Genevae, Fick, 1880. I, 2, pp. 308-320.

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[...] Le diverse direttrici dall’VIII secolo furono assistite dalla presenza di diversi monasteri come del ricostruito monastero cassinese, del monastero di San Vincenzo al Volturno.

Il nucleo originario dell’abbazia di San Vincenzo al Volturno (situata ai piedi delle Mainarde, nel territorio di Rocchetta al Volturno, in provincia di Isernia) fu fondato, da tre giovani monaci beneventani, nell’anno 703; all’inizio si sviluppò con la protezione del Ducato longobardo di Benevento, poi la sua ascesa continuò sotto la tutela dell’Impero franco-carolingio. Diventò un importantissimo centro religioso ed amministrativo dei benedettini, una vera città-monastero sulla sponda sinistra del fiume Volturno: si estendeva per circa sei ettari ed al suo interno ospitava ben nove chiese e numerosi edifici. Nell’881 venne attaccata, saccheggiata e in gran parte distrutta dai Saraceni, avvenimento che diede inizio alla sua decadenza; altri eventi infausti e un disastroso terremoto nel 1349 contribuirono alla sua definitiva scomparsa. L’attuale basilica, ricostruita solo dopo la seconda guerra mondiale, fu riconsacrata nel 1965. La storia del monastero, circa quattro secoli, ci è stata tramandata da un codice miniato (Chronicon Vulturnense) attribuito al monaco Giovanni, compilato tra il 1115 e il 1136. Alessandro Cimmino, pubblicato sul mensile 'Il Ponte', a. XX, n. 11, novembre 2008, pp. 42-43. L'Abbazia di San Vincenzo è uno dei monumenti più importanti della regione, che conserva affreschi e testimonianze della pittura altomedievale. Le recenti campagne di scavo hanno portato alla luce un complesso archeologico di importanza enorme, costituito dall'impianto dell'abbazia fondata nel 703; nel IX secolo fu una delle maggiori città monastiche dell'intera Europa. Infatti si estendeva per circa 6 ettari con 8 chiese e decine di edifici per la comunità, costituita probabilmente da 400 monaci. Sono riaffiorate le strutture della grande basilica 'San Vincenzo Maggiore', consacrata probabilmente nell'817; questa è composta da tre navate e al di sotto della zona presbiteriale è stata rinvenuta una cripta semianulare in cui sono presenti le immagini a mezzo busto di due abati. La parte più notevole di tutto il complesso è la cripta dell'abate Epifanio, scoperta casualmente nel 1832 da un contadino mentre stava arando i campi; sono qui presenti numerosi ed importanti affreschi che rappresentano tra gli altri, Sant'Anastasia e Sante Martiri, il martirio dei Santi Lorenzo e Stefano, gli Arcangeli, Maria madre di Dio, Cristo dell'Apocalisse, l'Annunciazione, la Natività, la Madonna Regina con il Bambino, la Crocefissione ed Epifanio, Gerusalemme, fatti tutti eseguire dall'abate Epifanio tra l'824 e l'842. Il terremoto dell'847 e l'attacco dei Saraceni dell'881 segnarono la distruzione del monastero e l'uccisione di quasi tutti i monaci. I monaci superstiti tentarono la ricostruzione ed intorno al 1100 fu edificato un altro monastero dalla parte opposta del fiume Volturno.
Negli anni '50 la chiesa è stata ricostruita secondo le forme originarie.

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[...] L’UNESCO nell’inserire il santuario di San Michele di Monte Sant’Angelo nella “World Heritage List” con il titolo di The Longobards in Italy, Places of power and worship 568 - 774 A.D. (testimonianze dell’epoca longobarda in Italia, luoghi del potere e della cultura, 568 - 774 a. D).

Il sito seriale 'I Longobardi in Italia. I luoghi del potere - Longobards in Italy, place of the power - (568-774 d.C.)' inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, comprendono le più importanti testimonianze monumentali Longobarde esistenti sul territorio italiano, sia al nord che al sud, dove si estendevano i più importanti Ducati Longobardi. Si compone di sette gruppi di edifici importanti (tra cui fortezze, chiese e monasteri) in tutta la penisola italiana. Sono preziose testimonianze dei Longobardi in Italia, a livello storico-artistico, archeologico, documentario-epigrafico, linguistico e storico-agiografico. I beni inseriti, pur nella diversità delle loro vicende, hanno conservato tradizioni e caratteristiche proprie, ma si presentano come contraddistinti da una forte identità, nella quale si innervano caratteri peculiari del popolo dei Longobardi. Essi testimoniano la presenza dei Longobardi, che migrarono dal Nord Europa e hanno sviluppato una propria cultura specifica in Italia, dove dominarono vasti territori tra il VI e VIII secolo. La sintesi di stili architettonici Longobardi hanno segnato il passaggio dall'antichità al Medioevo europeo, attingendo al patrimonio di Roma antica, alla spiritualità cristiana, all'influenza bizantina e germaniche del nord Europa. La proprietà di serie testimonia il ruolo importante dei Longobardi nello sviluppo spirituale e culturale del Medioevo nel cristianesimo europeo, in particolare rafforzando il movimento monastico. Il sito seriale comprende: il Santuario Garganico di San Michele a Monte Sant’Angelo (FG); il Tempietto Longobardo a Cividale del Friuli (UD); il complesso monastico di San Salvatore - Santa Giulia a Brescia; il castrum di Castelseprio-Torba (VA); il Tempietto del Clitunno a Campello (PG); la Basilica di S. Salvatore a Spoleto (PG); la Chiesa di Santa Sofia a Benevento. I beni che sono stati inseriti nel sito seriale UNESCO (decisione della 35a sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale riunita a Parigi dal 19 al 29 giugno 2011) “sono il frutto di una rigorosa ed accurata selezione e rappresentano il modello più significativo o quello più conservato tra le numerose testimonianze diffuse sul territorio nazionale e rispecchiano l’universalità della cultura Longobarda. Essi rappresentano quindi il meglio del patrimonio artistico ed architettonico delle gentes Langobardorum che si espressero in forme monumentali solo dopo il loro stanziamento in Italia dopo un lungo periodo di migrazione che dalla Scandinavia li vide attraversare i paesi del nord-est europeo.” I Longobardi seppero integrare la cultura germanica con la tradizione Romana, la spiritualità del Cristianesimo, gli influssi Bizantini, dando vita tra la fine del VII e l’VIII secolo ad una nuova ed originale cultura. Diversi della storiografia più recente pongono i Longobardi tra i principali protagonisti della transizione tra l'Antichità ed il Medioevo; avviarono quel processo culturale che anche con Carlo Magno e i vari Papi trasformò il mondo antico e si contribuì alla formazione dell'Europa medievale influenzando la storia Occidentale. Per inserire il sito seriale nella lista dell’UNESCO sono stati utilizzati alcuni dei criteri di iscrizione secondo la convenzione internazionale. Criterio ii: I monumenti Longobardi sono una testimonianza esemplare della sintesi culturale ed artistica che ebbe luogo in Italia dal VI all’VIII secolo tra la tradizione Romana, la spiritualità Cristiana, le influenze bizantine e i valori mutuati dal mondo germanico, preannunciando e favorendo lo sviluppo della cultura e dell’arte carolingia. Criterio iii: I luoghi Longobardi del potere esprimono forme artistiche e monumentali nuove e straordinarie, che testimoniano la specificità della cultura Longobarda nell’ambito dell’Europa Altomedievale, dell’alto medioevo in Europa. Nel loro insieme essi costituiscono una serie culturale unica e chiaramente identificabile, i cui molti linguaggi e finalità esprimono il potere delle diverse élites Longobarde. Criterio vi: I luoghi dei Longobardi e la loro eredità nelle strutture culturali e spirituali della cristianità medievale europea sono molto rilevanti. Essi hanno potenziato significativamente il movimento monastico e hanno contribuito alla creazione di una meta antesignana dei grandi pellegrinaggi, Monte Sant’Angelo, con la diffusione del culto di San Michele. I Longobardi svolsero inoltre un ruolo determinante nella trasmissione al nascente mondo europeo delle opere classiche di letteratura, tecnica, architettura, scienza, storia e diritto. L'iscrizione del sito 'I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d. C.)' è inoltre un riconoscimento all'impegno delle numerosissime istituzioni pubbliche e private che, coinvolte a differenti livelli nella gestione degli stessi beni o dei territori di riferimento, dal 2006 hanno lavorato e lavorano insieme - sulla base dei principi di sussidiarietà e collaborazione sanciti dall'Europa - non solo per il buon esito della candidatura, ma anche per innalzare sempre di più il livello di valorizzazione delle testimonianze Longobarde e la diffusione della loro conoscenza. Tra i numerosi partner (5 Regioni, 6 Province, 8 Comuni, 2 Comunità Montane, 4 Diocesi, un Parco, il FAI, la Fondazione CAB e due importanti centri di Studi, il CISAM - Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo - e il Centro di Studi Micaelici e Garganici, che tanto hanno contribuito al progresso delle conoscenze sulla civiltà Longobarda) va ricordato lo stesso Ministero per i beni e le attività culturali, presente nella rete con ben 5 Direzioni regionali e 17 Soprintendenze territoriali. Il Ministero, che ha coordinato i lavori per la candidatura, continua a sostenere ed accompagnare la rete anche attraverso la partecipazione all'Associazione Italia Langobardorum, la struttura di gestione promossa dai Comuni che garantisce il coordinamento delle azioni e l'attuazione delle attività di rete. (ITALIA LANGOBARDORUM, la rete dei siti Longobardi italiani iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO).

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