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Ernesto Rossi, persona civile
Dopo tanti anni non è più un’indiscrezione rendere noto che spesso Ernesto andava a trovare il ministro e poi il primo ministro Antonio Segni, che gli chiedeva consigli. Nel 1955 nel nostro paese erano stati trovati giacimenti di idrocarburi (petrolio e metano).
L’ambasciatrice americana era Clara Booth Luce, ultrareazionaria, che dietro le quinte premeva affinché una grande compagnia del suo paese ottenesse in concessione buona parte della Valle Padana e perché l’Italia adottasse una legge petrolifera di tipo coloniale, simile a quella libica del re Idriz, nettamente favorevole alle compagnie. Segni era accerchiato. 
Per la preparazione della legge scrivemmo un lungo rapporto sulla nostra missione, che era durata un mese; avevamo visitato molte città, incontrato più di cinquanta manager delle grandi compagnie in America e nel Canada, a Città del Messico avevamo incontrato il presidente dell’ente idrocarburi messicano.
Da questa storia che ritengo importante (il petrolio è una grande ricchezza) si ricavano insegnamenti incoraggianti. In questo paese possiamo trovare persone civili in tutti i partiti. La legge che poi venne approvata è buona e funzionò bene. 
La difesa da questa minaccia poteva essere rappresentata da Mattei.
Andai a trovare don Sturzo e feci del mio meglio.
Per estrema chiarezza aggiungo che nessuno di noi era animato da sentimenti antiamericani. Per quanto mi riguarda io avevo svolto studi e ricerche negli Stati Uniti, dove ho vari amici e dove ho pubblicato diversi libri. Tantomeno era antiamericano Gaetano Salvemini, che negli Stati Uniti aveva trovato asilo e aveva insegnato per molti anni a Harvard. È vero: verso la fine della guerra scrisse un libro con Giorgio La Piana (What to do with Italy?) (3), in cui denunciava, in base a documenti inoppugnabili, come Roosevelt intendesse dare mano libera a Churchill, che per l’Italia voleva un fascismo senza Mussolini. A impedire quello scempio dette un contributo il libretto di Salvemini e di La Piana, ma certo il contributo di gran lunga più importante fu portato dalla Resistenza. Diversi politici americani si adirarono per l’attacco a Roosevelt, ma l’ira fu presto superata perché tutti coloro che conoscevano Salvemini, pur considerandolo un "rompiscatole", lo amavano e gli avevano affibbiato l’affettuoso nomignolo di mother-in law of democracy (la suocera della democrazia).
La storia del petrolio è edificante. Un’altra storia un po’ meno edificante, soprattutto oggi, è quella della norma costituzionale secondo cui c’è libertà di creare scuole private ma "senza oneri per lo Stato".
Io e altri abbiamo sudato sette camicie per cercare di dimostrare l’ovvio, ossia che "senza" significa "senza" e non "con". Una volta ebbi una polemica su "Repubblica" con Ciriaco De Mita, allora presidente del Consiglio. Ho annoverato sette sofismi con cui si voleva far credere che "senza" in realtà significasse "con". La difesa più sottile è venuta da Giulio Andreotti, il quale ha sostenuto che nel dibattito alla Assemblea Costituente i democristiani cedettero perché un esponente della parte avversa concordò con l’idea che quel comma mirava solo a stabilire che lo Stato non aveva l’obbligo di sostenere oneri: il comma escludeva l’obbligo ma non la facoltà! Il sofisma è acuto ma è pur sempre un sofisma: il concetto è quello espresso dalle parole. Se una norma costituzionale non piace, in un paese civile la si abolisce con le dovute procedure, non la si aggira. Oggi stiamo assistendo alla spudorata inosservanza della norma costituzionale.
Di più, abbiamo assistito all’assunzione tra i dipendenti pubblici degli insegnanti di religione, scelti dai vescovi, fuori da ogni concorso pubblico.
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I cattolici per bene
Con l’articolo apparso il 21 giugno 2005 sull’"Unità" (2) Paolo Flores D’Arcais ha avviato un discorso di questo tipo. Il mio taglio è diverso ma l’obiettivo è lo stesso. Essere spietatamente franchi significa evitare come la peste ogni ipocrisia e ogni rispetto umano. Si sentono fare sia da laici sia da cattolici dichiarazioni nobilissime, quasi commoventi: gli uni e gli altri si indignano per le nefandezze degli uomini, ma poi agiscono in modo ignobile. Si tratta solo di "apparire", non di "essere". A mio giudizio anche Carlo Marx è colpevole, gravemente colpevole, di indignazione strumentale, cioè di ipocrisia: denuncia con parole di fuoco le nefandezze dei "borghesi" ma poi, machiavellicamente, consiglia ai comunisti di praticare nefandezze anche peggiori per il trionfo della rivoluzione.
Il fine giustifica i mezzi? Non è vero: mezzi barbari imbarbariscono il fine stesso.
Quando la signora in nero si presenterà al mio cospetto, la tratterò - mi auguro di essere coerente - con cortesia e con "arguzia", come dice e come probabilmente ha fatto il mio amico Adamo Smith e come certamente ha fatto il mio amico e maestro Gaetano Salvemini il quale, quando stava per "chiudere gli occhi alla luce", ebbe la visita di due studentesse che si accostarono trepidanti e commosse al maestro che stava per morire (e lui lo sapeva bene): "Come siete carine! - disse. - Se mi rimetto vi sposo tutte e due".
Ho conosciuto negli anni molti preti, alcuni missionari, alcuni vescovi, e ho avuto con loro ottimi rapporti.
Ho conosciuto diversi politici democristiani che erano credenti, e per certi periodi ho collaborato con loro: il rapporto di stima era reciproco. Sulla Chiesa di Roma debbo ammettere che faccio fatica a dimenticare i lunghi periodi bui: l’Inquisizione e le torture, la politica che, in quanto azione di Stato, puntava sulle potenze straniere e ha quindi reso impossibile per secoli l’Unità d’Italia. Faccio fatica a dimenticare le nefandezze commesse dallo Stato pontificio che usava la religione come instrumentum regni.
Ho tanti anni addosso: sono nato nel 1920. Mia madre era una donna genuinamente religiosa, intelligente e intrepida. Mio padre era, per educazione, blandamente cattolico, era antifascista e quindi - dopo l’ "uomo della provvidenza" - sempre più ostile alle gerarchie ecclesiastiche, non alla religione in quanto tale. La madre di mia madre era la sorella di Giustino Fortunato, un liberale vero che si rese immediatamente conto del pericolo rappresentato dal fascismo.
Ruppe col suo amico Benedetto Croce, che per anni fu decisamente filo-fascista al punto da votare, al Senato, a favore di Mussolini dopo l’assassinio di Matteotti. Solo in seguito, col Manifesto degli intellettuali, Croce divenne il vessillo dell’antifascismo; se avesse assunto subito quella posizione forse avrebbe contribuito a bloccare il fascismo, la sua influenza era enorme.
Sono stato allevato in quel clima.
Dopo l’8 settembre 1943 tornai a Roma e mi iscrissi a un gruppo di partigiani. Ma il mio tentativo di fare l’eroe è fallito ed eccomi qua.
Ero riuscito a laurearmi nel luglio 1942 con una tesi, scelta da me, sui rapporti tra innovazioni e sviluppo economico. Nel preparare la tesi conobbi Adamo Smith economista, solo molti anni dopo ho conosciuto Smith filosofo. Concorsi a una borsa di ricerca e la vinsi e nel ’48 andai in America per un anno. Ad Harvard, dove insegnava Joseph Schumpeter, aveva insegnato storia anche Gaetano Salvemini. Mio padre, che era antifascista e pugliese come Salvemini di cui aveva una stima grandissima, mi presentò a lui con una lettera.

Quando tornammo in Italia andai spesso a trovare Salvemini a Firenze e, negli ultimi anni della sua vita, a Punta di Sorrento dove era ospite dei suoi cari amici.
Qualche volta veniva a Roma, ospite di Ernesto Rossi, suo amico intimo e allievo. Andandolo a trovare conobbi Ernesto e stabilii un’amicizia che è durata fino alla sua scomparsa. Salvemini e Rossi erano visti come "mangiapreti". In realtà erano anticlericali e quando incontravano un fervente cattolico che fosse un uomo civile lo rispettavano senza riserve. Ecco quello che Salvemini scrisse di don Sturzo - la citazione fu fatta da don Tonino, vescovo di Molfetta, il 6 ottobre 1988, in occasione delle giornate salveminiane promosse dal Comune di Molfetta, amministrato da democristiani (il sindaco mi aveva invitato a tenere la relazione di base).
Forse l’anima pulita del suo laicismo la si può cogliere in questo splendido giudizio che egli dà su don Sturzo:
Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo poi sopprimerla negli altri, non appena sia possibile, in nome del principio clericale. Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà, per tutti e sempre. È convinto che, attraverso il metodo della libertà, la sua fede prevarrà sull’errore delle altre opinioni per forza propria, senza imposizioni più o meno oblique.
E questo, credo, era quel terreno comune di rispetto alla libertà di tutti e che rese sempre possibile la nostra amicizia, al di sopra di ogni dissenso ideologico.
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La devastazione della Costituzione: la devolution (05)
Partecipano attivamente uomini e donne di sinistra e di destra: mi riferisco a una destra genuina, non a quella di Berlusconi, che non è destra. In breve, non è affatto esagerato affermare che, sul piano civile, stanno emergendo le premesse di un nuovo Comitato di liberazione nazionale. Quello degli anni Quaranta includeva tanti gruppi politici, dai monarchici ai comunisti; oggi le ideologie sono assai diverse ma la sostanza è la stessa, giacché si sta diffondendo la convinzione che, come paese, siamo entrati in uno stato preagonico. Possiamo ancora salvarci ma è sempre più difficile e il tempo stringe in modo implacabile.
Io sono intervenuto in due di questi dibattiti, il primo organizzato a Palazzo Vecchio a Firenze il 1 ottobre 2004 dalla Fondazione Pertini, sul tema "Libertà e democrazia", il secondo promosso dall’Associazione Libertà e Giustizia a Roma il 3 ottobre al Teatro di Tor di Quinto, sul tema "Salviamo la Costituzione": l’allarme del titolo è pienamente giustificato.
In entrambi i dibattiti erano numerose le personalità del nuovo Cln; in entrambi è intervenuto l’instancabile ex presidente Oscar Luigi Scalfaro, che ha due anni più di me (ne ha 86!). In entrambi i dibattiti ho riecheggiato l’urlo di Munch. Ecco alcuni degli argomenti che ho svolto.
Com’è venuta a Berlusconi l’idea di riformare l’intero sistema di governo previsto dalla nostra Costituzione?

Per questo molte persone serie pensano che probabilmente, come estrema soluzione, resti il referendum 06, il cui esito però non è sicuro. Ma allora è sempre valido il terribile giudizio di Calamandrei? Se così fosse non ci sarebbero speranze. Ma Calamandrei scriveva subito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. Poi c’è stata la Resistenza. C’è stato - per brevità parlo per simboli - il massacro della famiglia Cervi.
Dopo la guerra si è svolto quello straordinario processo civile che ha visto collaborare tutte le forze politiche, di destra e di sinistra, che avevano dato vita alla Resistenza, un processo in cui ha operato come protagonista lo stesso Calamandrei e che ha generato la nostra "bella Costituzione", oggi in pericolo di morte.
In seguito hanno ripreso poco a poco il sopravvento i vecchi vizi. Io credo però che le tragiche esperienze del fascismo, della guerra e della Resistenza abbiano lasciato, in molti, segni indelebili sotto la superficie: questo spiega perché nel dopoguerra ha avuto luogo un sia pur lento e tormentato progresso civile, oggi brutalmente interrotto. L’eredità che proviene da quelle esperienze ci consente di sperare nonostante tutto, e sperare significa operare.
Se riflettiamo sui motivi dell’interruzione del progresso civile e poi dell’ascesa e della permanenza al potere di Berlusconi, dobbiamo riconoscere che le responsabilità dell’opposizione sono grandi. 
Di recente alcuni leader dell’opposizione in varie circostanze hanno riconosciuto di aver fatto gravi errori.
Ma per convincere tutti che intendono veramente cambiare strategia, alle parole debbono far seguire i fatti: smettendo di litigare e abbandonando la difesa a oltranza delle loro meschine posizioni di potere personale, una difesa che porta all’esclusione dei "non addetti ai lavori". La politica non deve essere monopolistica, ché allora è dittatura: è democratica solo se è aperta a tutti. Le formule sono diverse: una è quella del grande Ulivo, un’altra è la Federazione. I nomi contano poco. Se l’opposizione non fa sul serio, la conclusione, bisogna ribadirlo, è una nausea e quindi un astensionismo dilaganti, col conseguente trionfo del berlusconismo, ossia dell’Italia descritta con angoscia da Calamandrei.
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Risalire dall'abisso *
Allora l’uomo non è un "grande comunicatore" ma qualcosa di ben più preoccupante?
Anche il declino di Berlusconi, come la sua ascesa al potere, avviene in modo umiliante per l’Italia intera.
Il ministro di turno ha ridotto le aliquote dell’Irpef - riduzioni sensibili per le fasce alte, risibili per quelle basse - ma al tempo stesso ha dovuto tagliare servizi essenziali (provocando ad esempio l’aumento dell’acqua), introdurre vergognose sanatorie, vendere beni pubblici, elevare alcuni balzelli (bolli per esempio), alzare le aliquote dei tributi locali e gli estimi catastali: la pressione fiscale nel 2004 è diminuita di circa un punto, con danni difficili da rimediare, ma è destinata inevitabilmente ad aumentare. Chissà se i personaggi via via elencati si vergognano del loro operato. Ne dubito.
In primo luogo si tratta di ripristinare le norme costituzionali di cui la maggioranza berlusconiana ha già fatto scempio e quelle riguardanti la giustizia, con emendamenti concordati attraverso opportune maggioranze parlamentari e definite col concorso dei principali giuristi.
In secondo luogo occorre rafforzare l’Europa sia sotto l’aspetto politico che sotto quello economico.
Occorre perciò abbandonare la politica di Bush, mettendo da parte le assurdità dette anche da alcuni esponenti del centrosinistra secondo i quali l’America con la guerra in Iraq avrebbe esportato la democrazia. No! Ha dichiarato una guerra sulla base di menzogne ed ha esportato massacri e torture. La conquista di una democrazia adatta a quel disgraziato paese andava perseguita gradualmente dall’Onu o dall’Unione europea, non da una potenza isolata e mossa da propri interessi economici e politici. Al tempo dell’insediamento di Bush uscì un documento ufficiale sul "dovere" degli Usa di dominare il mondo e di svolgere una politica imperialista, basata su guerre preventive; un documento che ha tolto agli intellettuali di sinistra il fastidio di muovere una tale critica. Che altro diavolo si vuole per convincersi che così stanno le cose? Cari amici mi dicono: sei troppo pessimista sull’Italia, l’America non sta meglio, Bush moralmente è come Berlusconi, anzi è peggio poiché è ben più potente e quindi pericoloso. D’accordo. Ma Bush neanche volendo può cambiare a suo vantaggio la Costituzione e il sistema giudiziario, non può fare leggi ad personam, non può licenziare i giornalisti 
Terzo: abolizione di tutte le leggi-vergogna, fra cui ci sono le leggi ad personam.
Quarto: ripristinare, eliminando ogni possibilità di cavilli, la legge del 1957 secondo cui i titolari di rilevanti concessioni d’interesse pubblico non potevano essere eletti in Parlamento.
Oggi circolano voci secondo cui personaggi impresentabili sarebbero in trattativa per passare alla cosiddetta opposizione, anzi, secondo alcuni sarebbe in corso un’oscena campagna acquisti a largo raggio d’indagati o addirittura di condannati: "è la politica, bellezza!". Se persone stimabili vogliono trasmigrare, ben vengano, ma indagati o condannati, no!
Ci sono dunque leader che stanno preparando un berlusconismo senza Berlusconi. Sarebbe la fine di ogni speranza. Con la forza della disperazione mi auguro che Prodi rigetti con una dichiarazione pubblica di carattere generale, prima che sia troppo tardi, ogni campagna acquisti di quel tipo. Per la sua stessa immagine Prodi deve imporsi ed ho fiducia che lo farà. M’inganno? Se è lecito mettere da parte una tale triste discussione e far riferimento a una critica di tipo culturale, la sinistra deve superare la dannosa ritrosia nel criticare Marx: dannosa perché ha creato a sinistra l’ansia di farsi perdonare sia il ripudio del mercato sia l’antiamericanismo, passando da un eccesso all’eccesso opposto e propagandando un fantomatico "riformismo" che nessuno, a sinistra, sa spiegare seriamente in cosa consista. Certe volte sembra che consista nell’imitazione, con qualche variante, del berlusconismo. Penso che occorra elaborare una critica non solo di Marx ma anche di un altro mostro sacro, Machiavelli, il cui pensiero politico ha fortemente influenzato quello di Marx. Di questo parlerò in un prossimo capitolo.
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Un appello ai miei concittadini
1. Ahi serva Italia, di dolore ostello! (Il Ponte, 10 ottobre 2005)
Ma il quadro dominante è quello descritto da Ainis, con diverse integrazioni: lavoro sommerso, abusi edilizi, concorsi truccati, evasione fiscale diffusissima, tangenti non meno diffuse, appalti truccati, sport largamente corrotto, università dominate da raccomandazioni, fuga all’estero di tanti cervelli, schiere di parlamentari pronti a votare tutto per danaro o altre "utilità", leggi-vergogna ad personam, leggi aggirate con astuti espedienti come la legge del 1957 sulla ineleggibilità dei titolari di importanti concessioni pubbliche (2), stretti rapporti con mafia, camorra e sacra corona unita.
Già al principio del Trecento Dante poteva urlare: "Ahi serva Italia, di dolore ostello!". "Serva", ecco il punto centrale che caratterizzerà con alterne vicende la storia successiva per arrivare fino ai giorni nostri, ecco la radice dei nostri mali.
Italia del Centro: qui tutte le persone che pensano, credenti e non credenti, debbono riconoscere le gravi responsabilità che la Chiesa si è assunta con lo Stato pontificio. In certi periodi ha praticato largamente la tortura attraverso l’Inquisizione. Ha usato la religione come instrumentum regni. Un confessore, racconta l’economista inglese Nassau Senior nel suo diario romano del 1848, per costringere una madre a denunciare il figlio, liberale, le negò l’assoluzione: la madre alla fine cedette e suo figlio fu arrestato e torturato. Credo però che la colpa più grave della Chiesa cattolica verso l’Italia stia nel fatto che, per preservare il suo potere, si è appoggiata a potenze straniere, contribuendo così a ritardare l’unificazione del paese e perpetuando lo stato quasi servile di tutta la popolazione verso gli stranieri. Tuttora la Chiesa, che pure annovera fra le sue fila tante persone di grande valore, spesso rinuncia alla primogenitura per qualche piatto di lenticchie, specialmente nel campo della scuola. Da laico mi auguro che cambi in profondità giacché, fede a parte, la Chiesa ha grande influenza nella società.
Anche i costi della politica, che da noi sono assai maggiori che nei paesi civili, sono la manifestazione di una carenza grave nell’autogoverno e nell’autonomia dei cittadini. Si deve però ammettere che, nonostante tutto, al fondo c’è un substrato di civiltà, che emerge nei periodi più drammatici. Così, la Resistenza ha rappresentato un trauma benefico poiché era animata da un nucleo di persone coraggiose e civili: ha dato origine alla nostra "bella Costituzione", cui dette un contributo fondamentale Calamandrei.
Per giustificare il malaffare si usa dire, riecheggiando antiche tesi, che la politica non va confusa con l’etica. Ma fra l’etica e la politica c’è distinzione, non contrapposizione, e c’è distinzione e non contrapposizione fra etica ed economia. Lo dimostra l’Argentina, la cui economia è stata travolta dalla corruzione.
Nel Seicento e nel Settecento l’Inghilterra era un paese largamente corrotto. La corruzione, che proveniva dalla Corte e dalle alte gerarchie ecclesiastiche, danneggiava tutti, economicamente e moralmente. I nuclei sociali più compatti e più autonomi, che si trovavano in certi strati delle classi medie di allora, reagirono.
Furono chiamati Puritani. La loro reazione si svolse in due ondate, una nel Seicento, che culminò con la rivoluzione di Cromwell, l’altra nella seconda metà del Settecento.
Verso la fine di questo secolo erano Puritani i borghesi che misero in moto la Rivoluzione industriale.

Senza i Puritani, gli Stati Uniti non sarebbero oggi quello che sono, compresa la forza militare, che è prodotta dalla cultura. (Ciò non toglie che l’America di Bush non mi piace affatto, ma non durerà.) Il New England condizionò in seguito lo sviluppo del Nord degli Stati Uniti, mentre nel Sud andarono - com’era la regola nelle colonie - gli avventurieri, per far soldi prima con le miniere e poi con le produzioni tropicali, dove impiegarono largamente gli schiavi neri.
L’esempio inglese dei Puritani può rincuorarci? Sì, se però ci rendiamo conto che ci dovremo dare da fare con grande impegno e a lungo, per uscire dall’abisso di abiezione in cui siamo precipitati. In Italia un substrato di civiltà esiste: in alcune categorie sociali, specialmente tra i contadini medi e fra certi strati di operai e di piccoli imprenditori, ci sono persone che possono aiutare la ripresa. Occorrono però gli intellettuali: in tutti i paesi ci sono i servi, gli opportunisti e gli intellettuali che si espongono. Questi ultimi da noi sono assai più rari che nei paesi civili. La speranza è che, man mano che lo stato di abiezione in cui oggi ci troviamo diviene evidente a tutti, cresca il numero degli intellettuali disposti a rischiare, e che si facciano vivi, dopo aver tanto sofferto, tutti coloro che, nella politica e nella società civile, si oppongono a Berlusconi e ai berlusconiani di ogni tendenza: solo così potremo riprendere il cammino dell’incivilimento.
