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Da Limes 2007-4-4928
I grandi cicli migratori europei
di Massimo Livi Bacci
L’attuale capacità dell’Europa di attrarre stranieri chiude una fase lunga cinque secoli, quella delle emigrazioni dal Vecchio Continente. Cause e origini di questi fenomeni. La perdita di centralità demografica è parallela al declino delle potenze europee.
1. Nei due decenni a cavallo dell'inizio del terzo millennio, l’Europa è divenuta la regione di massima attrazione dei flussi migratori internazionali. Italia e Spagna, nell’ultimo quinquennio, hanno avuto un’immigrazione più intensa (tenuto conto delle dimensioni demografiche) di quella assorbita dall’America ricca a nord del Rio Grande. La persistente debolezza demografica di buona parte del continente - particolarmente dell’Europa mediterranea e della Germania - e la buona ripresa economica fanno ritenere che per molti anni ancora (forse un paio di decenni) l’Europa continuerà ad essere meta di flussi consistenti.
Se non ci fosse immigrazione, i giovani che oggi hanno tra 20 e 40 anni non potrebbero essere rimpiazzati dai giovanissimi sotto i 20: i secondi sono meno numerosi dei primi del 30-35% in Italia, Spagna e Germania. Altrove il deficit è minore ma, salvo che in Francia e in Gran Bretagna e in qualche paese del Nord scandinavo, pur sempre notevole. Nei paesi delle rive Sud ed Est del Mediterraneo - nonostante la rapida diminuzione della natalità negli ultimi vent’anni - la popolazione giovane (motore delle migrazioni) continuerà a crescere velocemente. Una quota considerevole di questi giovani, spinti dal divario economico, considereranno l’emigrazione come un possibile obiettivo.
Per trovare un’Europa che attrae risorse umane bisogna tornare indietro almeno di mezzo millennio: è con l’avvento dell’età moderna che l’immigrazione nel continente si affievolisce e cessa. Nei millenni precedenti, le popolazioni del continente si erano arricchite per flussi che varcavano il Mediterraneo, provenienti da sud-est, o che traversavano le steppe attraverso la porta orientale del continente, tra il Caspio e gli Urali.
L’avvento dell’epoca moderna chiude un ciclo di immigrazione e apre una nuova fase storica, contraddistinta dall’entrata dell’America nell’orbita dell’Europa e dall’emigrazione di popolamento verso i nuovi continenti e, in misura assai più limitata, verso l’Africa e l’Asia. Un’Europa importatrice di risorse umane fino al Quattrocento diventa esportatrice per cinque secoli, fino alla nuova fase di immigrazione della quale stiamo testimoniando l’inizio.
2. Il trasporto di massa di persone e cose che ha reso possibile per l’Europa il controllo del continente americano non sarebbe avvenuto senza il progresso della navigazione e la maggiore efficienza nella cattura dell’energia eolica. Che ebbe un grande effetto nonostante rappresentasse una modestissima quota (una frazione dell’1%) dei consumi energetici degli europei. L’evoluzione avviene per l’impulso dei paesi atlantici: i grandi velieri del Portogallo, nel Trecento e nel Quattrocento, consentono espansione e conquista. Non che nel Mediterraneo non vi fossero stati progressi sia nella capacità di carico sia nelle tecniche di navigazione (vela latina, bussola, timone) ma le innovazioni più rilevanti avvengono nell’Atlantico. Un progresso che si può sintetizzare nello sviluppo di una complessa velatura; nella transizione dalla nave a un albero alla nave a tre alberi; nell’aumento del tonnellaggio e quindi nell’aumento della capacità di carico, della sicurezza e della velocità del trasporto. Legati a queste prerogative sono, ovviamente, la convenienza e il costo del trasporto.
Il governatore Ovando arriva a Santo Domingo il 15 aprile del 1502, con 32 navi e 2.500 passeggeri: una grande spedizione, e non sono ancora trascorsi dieci anni dal primo rischioso e geniale viaggio di Colombo. Ogni nave portava, in media, un’ottantina di persone tra equipaggio e passeggeri, oltre a viveri, bagagli, derrate per la colonia, utensili, materie prime, sementi, animali e piante. Si tratta della prima spedizione di vero e proprio popolamento dell’isola, che a fine decennio conterà, si dice, 10 mila coloni spagnoli con una discreta proporzione di donne.
L’istituzione di una colonia di popolamento presupponeva anche l’esistenza di un regolare traffico, capace di scambiare con la madrepatria merci, persone e informazioni.
Già nel decennio 1506-1515 il numero delle navi in partenza dai porti della Spagna verso il Nuovo Mondo era dell’ordine di una trentina all’anno con una capacità di trasporto di due o tre mila persone. Capacità limitata, ma sufficiente ad iniziare una colonizzazione di popolamento. Il tonnellaggio medio, pari a circa 100 tonnellate all’inizio del Cinquecento, risulta triplicato verso la metà del Seicento; il traffico raggiunge il massimo tra il 1590 e il 1620 - sia in termini di navi che di tonnellaggio - un periodo durante il quale più di 100 navi all’anno partivano alla volta dell’America. Sulla base di questi dati, è stato stimato che l’emigrazione spagnola transoceanica, nel secolo e mezzo considerato, sia ammontata a circa 450 mila emigranti, con una media annua di tremila persone.

Quanto scritto per l’emigrazione spagnola può ripetersi, naturalmente, per quella dalle isole britanniche verso il Nordamerica e i Caraibi, o dal Portogallo al Brasile. Per la sola popolazione inglese, il saldo migratorio (per tutte le destinazioni, ma con predominanza nordamericana) sarebbe stato pari a 270 mila persone tra il 1541 e il 1600, a 713 mila unità nel Seicento e a 517 mila nel Settecento. Per quanto riguarda il Portogallo, l’emigrazione sarebbe stata assai più intensa, date le piccole dimensioni del paese: si sono fatte le cifre di 4 mila emigranti in media nel Cinquecento e nel Seicento, cresciuti a 9 mila all’anno nel Settecento in conseguenza delle scoperte minerarie in Brasile. Dei grandi imperi coloniali solo la Francia - il paese più popoloso d’Europa - fu avaro di emigranti; assai modesto fu il flusso transoceanico verso il Canada, che contò appena 27 mila passaggi transoceanici tra il 1600 e il 1730; poco rilevante fu anche l’emigrazione verso le Antille. Tra gli Stati non coloniali, l’emigrazione verso l’America fu abbastanza rilevante per la Germania, con perdite valutate tra le 125 mila e le 200 mila unità nel corso del Settecento.
Verso il 1800 la popolazione di origine europea era pari a circa 3,5 milioni nell’America del Nord, a 2,5 milioni nell’America ispanica e a 1 milione in Brasile.
Giustificano questi numeri flussi di emigrazione consistenti anche se molto piccoli rispetto alle cifre ottocentesche. La capacità di trasporto permetteva al Portogallo, nel 1747, di disporre la trasmigrazione di 4 mila famiglie dalle Azzorre e da Madera, provviste del necessario per colonizzare l’isola di Santa Catarina e la terraferma brasiliana adiacente. Né l’intenso traffico transoceanico era limitato alle destinazioni americane: la Dutch East India Company (Voc) durante i due secoli della sua esistenza (1602-1795) ebbe ad imbarcare quasi un milione di persone dirette ad oriente, di cui una metà rientrò e una metà rimase (spesso per sopravvivere poco tempo) in Asia o Africa.
Dalla metà del millennio il mondo si apre alla penetrazione europea e un intero continente all’insediamento di un continuo anche se esiguo flusso immigratorio.
Anche di questo processo fu protagonista l’Europa atlantica. Dal punto di vista strettamente demografico, l’emigrazione europea ebbe un’importanza relativamente modesta, e fu una modesta frazione della tratta africana che condusse in America, tra il 1500 e il 1800, oltre sette milioni di schiavi. Si valuta la migrazione netta dall’Europa verso l’America in poco più di due milioni nel periodo 1500-1760 (tabella 1): un saldo medio annuo di appena 8 mila unità da un continente che al termine del periodo si avvicinava a 150 milioni di abitanti. Benché questi emigranti fossero in prevalenza uomini giovani, l’impatto demografico fu praticamente ininfluente sulla dinamica aggregata. Non così, naturalmente, fu per le aree nelle quali si concentrarono le spinte ad emigrare. Ma i 7 milioni di abitanti di origine europea che abitavano il continente americano verso il 1800 - esito di quei modesti flussi migratori - avevano modellato il Nuovo Mondo ad immagine e somiglianza del Vecchio Continente: lingua, religione, istituzioni, città, tecnologia e perfino - entro certi limiti - ambiente, profondamente modificato da piante e animali di origine eurasiatica. Le premesse per attirare e accogliere la grande migrazione ottocentesca c’erano tutte.
3. La grande migrazione transoceanica ottocentesca marca una discontinuità col passato per le sue dimensioni di massa e la sua diffusione nel continente. E oltre alle dimensioni numeriche - che coinvolgono decine di milioni di europei - anche il profilo sociale degli immigrati muta: tra di essi prevalgono adesso i ceti rurali impoveriti perché privi di terra o vittime della frammentazione sospinta dalla crescita demografica. Contrariamente al passato, l’emigrazione non proviene solo dagli Stati atlantici del continente alla testa dei loro imperi coloniali, ma si estende a quasi tutte le parti d’Europa.
Per rimanere al livello aggregato, il fenomeno migratorio si comprende meglio ricordando alcune forze di fondo all’opera in tutta Europa con intensità e cronologia variabili. Anzitutto va ricordata l’accelerazione della crescita demografica che si determina a partire dalla rivoluzione industriale. Tra il 1800 e il 1900, la popolazione europea cresce da 195 a 422 milioni di abitanti (nonostante la forte emigrazione) con un tasso d’incremento medio dello 0,8% (con punte dell’1,3% in Inghilterra e dell’1% in Russia), un tasso doppio di quello realizzato nel Settecento e quadruplo di quello realizzato tra il 1500 e il 1700. Al netto dell’emigrazione, il tasso d’incremento naturale (natalità meno mortalità) supera l’1% e si avvicina all’1,5% in alcuni periodi e paesi. Ciò significa che il numero di persone in età lavorativa cresce assai più velocemente della produttività dell’agricoltura. Il secondo fenomeno concorrente è costituito dall’aumento della produttività del lavoro in agricoltura e dalla creazione, per questa via, di forza di lavoro in eccesso. L’aumento della produttività del lavoro sarebbe stato in Europa (Russia esclusa) dello 0,6% all’anno tra il 1800 e il 1850, un valore assai inferiore a quello dell’aumento della popolazione lavorativa. La crescita della produttività si rafforza in seguito raggiungendo lo 0,9% tra il 1850 e il 1880 e l’1,2% tra il 1880 e il 1910. Si tratta di aumenti dovuti ad una varietà di fattori: la meccanizzazione, l’irrigazione, la selezione delle sementi, l’organizzazione dei mercati. Tuttavia, per larga parte dell’Ottocento, il divario tra crescita demografica e aumento della produttività erodeva i salari reali, determinava il frazionamento della terra oltre i limiti fisiologici, impoveriva i piccoli proprietari, faceva crescere le famiglie senza terra: insomma, in termini maltusiani, creava un surplus demografico. Fino verso la metà del secolo la popolazione rurale continuò ad aumentare. Del resto (a parte la Russia) di terra molta non ce n’era: si è calcolato che quella coltivabile aumentasse da 140 a 147 milioni di ettari (cioè assai poco) nel mezzo secolo successivo al 1860. Scarse erano quindi le possibilità di impiego agricolo per i surplus demografici delle campagne.
Se la spinta a emigrare delle campagne tende ad aumentare durante il corso del secolo, non tutta la pressione si tramuta in emigrazione fuori d’Europa - o fuori dei confini nazionali. Quote anche importanti di popolazione rurale vengono assorbite dal processo di industrializzazione. Del resto le stesse forze che stimolano lo sviluppo agricolo e la sua accresciuta produttività contribuiscono al processo di rivoluzione industriale. L’industrializzazione e la concomitante crescita delle città con il connesso aumento delle attività di servizio costituiscono sbocchi consistenti per le popolazioni rurali. Se circa i tre quarti della forza di lavoro europea (escludiamo la Russia, ancora una volta) erano impegnati nell’agricoltura all’inizio del secolo, la quota scendeva alla metà verso il 1850 e a un terzo verso l’inizio del Novecento.
Fino al 1850 l’ammontare assoluto della forza di lavoro agricola aveva continuato ad aumentare, per poi stabilizzarsi e cominciare a diminuire. Il continente perde sempre più la sua fisionomia rurale; le attività manifatturiere, estrattive e di costruzione si espandono e così quelle che oggi chiamiamo attività terziarie. Il processo di urbanizzazione è intenso e accresce le occasioni di lavoro nell’amministrazione, nei trasporti, nel commercio, nei servizi.
Mano a mano che si sviluppa l’industria e cresce la domanda di lavoro nel settore manifatturiero, la pressione emigratoria diminuisce. Tra fine Ottocento e inizio Novecento c’è un’evidente correlazione inversa tra sviluppo dell’industria ed emigrazione; quando gli occupati nell’industria si avvicinano a quelli dell’agricoltura gli emigranti transoceanici calano. Durante gli ultimi decenni dell’Ottocento, in Gran Bretagna i primi avevano superato i secondi e l’emigrazione aveva perso da tempo il carattere di fenomeno di massa. Prima della Grande Guerra gli occupati nell’industria avevano superato quelli in agricoltura in Belgio (che non aveva mai conosciuto migrazione di massa), in Germania e in Svizzera, dove l’emigrazione era cessata. Nei paesi mediterranei, come Italia e Spagna, dove l’industrializzazione accelerò il passo nel ventennio successivo alla seconda guerra mondiale, l’emigrazione si esaurì nello stesso periodo. In altri paesi (Olanda, Svezia, Norvegia) nei quali l’industrializzazione venne a dominare l’economia tra le due guerre, l’emigrazione si era già spenta per le restrizioni poste dalla grande crisi.
Il quadro dell’emigrazione qui delineato ha privilegiato alcune dimensioni «macro» trascurandone altre: vale la pena enumerare le più rilevanti. La prima è quella «politica» sotto la cui etichetta vanno posti una serie di aspetti, dall’intolleranza religiosa (che ha avuto rilevanza non solo nel regime antico, ma anche durante l’Ottocento: basta pensare all’emigrazione degli ebrei russi); alle politiche interne che hanno incentivato o disincentivato le partenze con manovre di prezzi e imposte, liberiste o protezioniste; ai vincoli giuridici e politici alle partenze e via dicendo.
Il caso francese, ancora una volta assai particolare nel panorama europeo per l’assenza di spinte migratorie (pur in presenza di un vasto dominio coloniale e di una forte influenza politica internazionale), può essere visto sotto vari aspetti: quello demografico, perché l’abbassamento della fecondità (alleggerendo la pressione demografica) ha reso «superflua» l’emigrazione; quello economico-sociale, per la struttura rurale fatta di piccoli proprietari visceralmente attaccati alla terra e poco attratti dall’emigrazione; quello culturale e politico, con il rifiuto della subalternità connesso con l’emigrazione di massa.
Un’altra dimensione trascurata è quella dell’autoalimentazione del processo migratorio; una volta iniziato un flusso con una pattuglia di selezionati e avventurosi pionieri, le partenze successive vengono rese via via più facili per i costi decrescenti dell’integrazione, propiziata dalla presenza di una comunità amica. Un’altra ancora, di norma appena accennata, riguarda la facilità del trasporto, il rapido estendersi della rete ferroviaria, l’enorme sviluppo dei trasporti marittimi - la prima traversata atlantica di una nave a vapore è del 1833 - l’aumento della capacità, l’abbassamento dei tempi di percorrenza, la regolarità dei passaggi e, soprattutto, l’abbassamento dei costi. Infine, di grande rilevanza è la politica dei paesi di accoglienza: si pensi allo Homstead Act (1862) che concedeva terra senza oneri a capifamiglia di 21 anni o più, intenzionati a coltivarla e che fossero cittadini degli Stati Uniti o avessero fatto richiesta di diventarlo. Stimoli analoghi all’immigrazione furono predisposti anche da altri paesi, come Argentina e Brasile.
Per gli Stati Uniti - che hanno assorbito più della metà dell’intero flusso transoceanico - è invalsa una distinzione semplificatrice della grande emigrazione europea, tra «vecchia» e «nuova» emigrazione (grafico 1). La «vecchia» migrazione proviene dalle isole britanniche, dalla Germania, dalla Scandinavia e dagli altri paesi dell’Europa centrale e settentrionale; raggiunge il suo massimo negli anni Ottanta dell’Ottocento. Un’alta proporzione di questi emigranti si dedicherà ad attività agricole e, negli Stati Uniti, costituirà il nerbo della penetrazione verso ovest; molti sono di religione protestante o riformata; alta è la frequenza di interi nuclei familiari.
La 'nuova' emigrazione proviene soprattutto dall’Europa mediterranea e orientale (e in particolare dall’Italia); essa diventa consistente negli anni Ottanta e maggioritaria a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento; in Nordamerica è attratta soprattutto dalla crescita urbana e industriale e da una domanda di lavoro nei settori manifatturiero e delle costruzioni; è di religione prevalentemente cattolica; è costituita in prevalenza da migranti uomini. Si calcola che tra il 1840 e il 1932 siano partiti per destinazioni transoceaniche 18 milioni di persone dalle isole britanniche; quasi altrettanti dalle penisole iberica e italiana (oltre 10 milioni da quest’ultima, e più della metà di questi verso gli Stati Uniti); circa 15 milioni da Austria-Ungheria, Germania e Russia; 2 milioni dalla Scandinavia - per non citare che le maggiori provenienze (carta). Questo fiume di emigrati - che dette luogo naturalmente anche ad alti flussi di rientri - si diresse per 34 milioni verso gli Stati Uniti, per oltre 7 verso Argentina ed Uruguay, oltre 5 verso il Canada, per 4,5 verso il Brasile, per 3,5 verso Australia e Nuova Zelanda.
Alla vigilia della Grande Guerra, l’Europa aveva trasferito oltreoceano alcune decine di milioni di abitanti, alleggerendo le conseguenze del proprio dinamismo demografico, e aveva contribuito fortemente alla crescita e al consolidamento demografico dei paesi d’Oltreoceano. L’estensione verso il Pacifico della frontiera americana, o verso l’interno e verso sud di quella argentina, debbono molto all’emigrazione europea. Al 1860, l’estensione della superficie coltivata negli Stati Uniti, in Canada e in Argentina era di 66 milioni di ettari, contro 140 in Europa (esclusa la Russia); nel 1910 la prima era arrivata a 174 milioni e la seconda a 147. Ma l’espansione in Occidente non deve far dimenticare quella verso Oriente, che ha scavalcato gli Urali e colonizzato l’inospitale Siberia. Tra il 1850 e la Grande Guerra – quando l’emigrazione praticamente cessò - 5,3 milioni di persone si insediarono nella Russia asiatica, dei quali 3,6 milioni tra il 1897 e il 1911. Un movimento che riguardava qualche decina di migliaia di persone all’anno, sospinto dall’abolizione del servaggio nel 1861 e dalla progressiva saturazione delle terre più fertili, e fu accelerato enormemente negli anni Novanta dall’apertura della ferrovia transiberiana. Al 1914 la grande espansione dell’Europa era giunta al termine, e tra i grandi paesi europei era stata l’Italia a dare il contributo demografico maggiore.
4. La grande migrazione è stato il fenomeno demografico più impressionante dell’Ottocento per dimensione e per le implicazioni sullo sviluppo di più continenti.
Ma con la prima guerra mondiale vengono a cessare le condizioni che l’avevano resa possibile; si allenta la domanda nei paesi di tradizionale destinazione; si attenua l’offerta da parte dell’Europa per il rallentamento della crescita demografica dovuto anche alla perdite belliche. Questi due fenomeni hanno però agito lentamente, mentre fattori più contingenti - la guerra e le politiche migratorie degli Stati - hanno troncato bruscamente l’ondata migratoria. È stato calcolato che circa 1,4 milioni di emigranti lasciassero l’Europa ogni anno tra il 1906 e il 1915; dopo l’inevitabile rallentamento dovuto alla guerra, la cifra si abbassò a circa 0,6 milioni tra il 1921 e il 1930 e a poco più di 100 mila tra il 1930 e il 1940. Vi fu una ripresa nel decennio successivo alla seconda guerra mondiale, ma di durata relativamente breve.
Il freno più efficiente all’emigrazione fu posto dalle restrizioni adottate dagli Stati Uniti, culminate nel National Origin Act del 1924 che non solo impose un tetto al numero annuo di immigrati (poco più di 150 mila persone contro 900 mila all’anno nel periodo anteguerra) ma fu congegnato in modo da penalizzare le aree di provenienza della «nuova immigrazione», cioè l’Europa meridionale e orientale. La quota italiana - circa un quarto dell’immigrazione totale nel periodo anteguerra - fu ridotta a meno del 4% del totale ammissibile.
Altri paesi di immigrazione, anche in conseguenza della grande depressione, assunsero provvedimenti restrittivi e imposero quote all’immigrazione - il Sudafrica nel 1930, la Nuova Zelanda nel 1931, l’Australia nel 1932 e il Brasile nel 1934. Quali ne fossero le ragioni - la pressione per escludere immigrati etnicamente o culturalmente indesiderati, le difficoltà economiche, la convinzione che le società, formate dall’immigrazione, avessero raggiunto un loro assetto stabile - la stagione della grande emigrazione si chiuse, almeno per l’Europa. La breve ripresa dell’emigrazione transoceanica dopo la seconda guerra mondiale avvenne in un contesto diverso e i ricongiungimenti familiari e la sistemazione di rifugiati della guerra predominò sull’emigrazione per motivi di lavoro. L’America del secondo cinquantennio del Novecento, nonostante la contrazione dello spazio e la crescente internazionalizzazione, è paradossalmente più lontana dall’Europa di quella dell’inizio del secolo.
Nel secondo dopoguerra, dunque, la spinta migratoria dell’Europa si esaurisce.
Lo sforzo di ricostruzione ed il forte sviluppo degli anni Cinquanta e Sessanta richiedono manodopera e mettono in moto forti flussi di immigrazione verso le economie più forti del continente. Si tratta però di flussi prevalentemente intraeuropei, provenienti dai paesi dell’area mediterranea che hanno ancora un alto grado di ruralità e una demografia vivace. Tuttavia, la graduale diffusione di un modesto benessere inaridisce l’opzione migratoria di questi paesi. I potenziali candidati all’emigrazione dall’Italia, dalla Spagna o dal Portogallo preferiscono sopportare il costo delle lunghe file di attesa per entrare nei mercati del lavoro domestici che affrontare il costo (psicologico e sociale) dell’emigrazione.
Con gli anni Settanta il potenziale migratorio dell’Europa - per destinazioni sia fuori del continente sia interne a esso - è oramai esaurito. Naturalmente la riconversione produttiva delle economie colpite dalla crisi energetica attenua la domanda di lavoro, ma la ripresa degli anni Ottanta e Novanta comincia a dipendere dai flussi migratori provenienti dall’esterno del continente (tabella 2).

Il fenomeno è stato in parte occultato dai movimenti intraeuropei conseguenti al crollo dei muri - fisici, politici, economici - tra Ovest ed Est. Tuttavia anche questa fonte di migrazione è destinata a inaridirsi principalmente per la debolezza della demografia dei paesi ex socialisti, che hanno una natalità più bassa di quella media del continente, processi d’invecchiamento più veloci, maggiori squilibri tra generazioni.
Poco c’è da fidarsi delle statistiche sulle migrazioni, mal coordinate sul piano internazionale, che non comprendono i flussi irregolari e che - nei singoli paesi - presentano molte lacune. Con un giudizio benevolo potremmo giustificare la pochezza delle statistiche con la difficoltà oggettiva di definire e individuare i migranti.
Un giudizio critico induce però a definire scandalosa la scarsità dei mezzi finanziari e delle risorse intellettuali posti a disposizione degli uffici statistici nazionali e internazionali per una valutazione accurata di uno dei fenomeni più rilevanti di questo inizio secolo.
A inizio 2005 si stimava che gli 'stranieri' presenti nella Ue-25 fossero 26 milioni, dei quali circa la metà provenienti da paesi (oggi) esterni alla Ue. L’altra metà è da considerarsi migrazione 'interna' alla Ue. Considerando gli irregolari, è possibile che lo stock extraUe si aggiri (2007) attorno ai 15 milioni (su quasi mezzo miliardo di abitanti), una cifra destinata ad accrescersi notevolmente nel futuro per i fattori indicati all’inizio.
5. Attorno al 1800, la popolazione europea costituiva circa un quinto della popolazione mondiale. La rivoluzione demografica che prende corpo nell’Ottocento provoca un’accelerazione della crescita e, nonostante l’emigrazione, il peso dell’Europa (comprese le popolazioni dell’Unione Sovietica) raggiunge il suo massimo alla vigilia della prima grande guerra con circa il 28% della popolazione mondiale.
È questo, quasi sicuramente, il massimo 'storico' mai toccato nella nostra èra (prima, non sappiamo). Da allora, il peso europeo è andato diminuendo in ragione della convergenza demografica verso la crescita nulla (oggi) e negativa (domani) e dell’accelerazione dei paesi extraeuropei: circa il 23% nel 1950, il 13% nel 2000 e se accettiamo le più recenti previsioni delle Nazioni Unite, appena il 7% verso il 2050. Una perdita della centralità europea che è anche economica: il peso dell’Europa sull’economia mondiale raggiungeva il massimo nel 1913, col 47%, per declinare gradualmente al 26% del 2000 e, qualora le differenze geografiche di prodotto pro capite restassero quelle di oggi, ad appena il 13% nel 2050. Una vera e propria rivoluzione geodemografica.
Naturalmente questi valori si riferiscono ad un’Europa strettamente ancorata al territorio di riferimento, alla popolazione che vi vive e a ciò che vi produce. È un po’ come se si comparasse la Grecia di Pericle con quella di Alessandro o la Roma dei Gracchi con quella di Augusto. Infatti, se invece che all’Europa geografica ci riferissimo agli europei e ai loro discendenti, il discorso sarebbe un po’ diverso. Lo stock demografico di origine europea sfiorava il 40% della popolazione mondiale alla vigilia della Grande Guerra e produceva i tre quarti del prodotto mondiale; oggi rappresenta pur sempre un quarto della popolazione mondiale e contribuisce al 55% del prodotto del pianeta.
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Limes 2007-4-4927
di Luca Muscarà
Il contesto delle migrazioni alla scala globale aiuta a comprendere e a relativizzare l’aumento dei flussi migratori verso l’Europa.
Le diaspore transnazionali come risorse per adattare lo Stato nazionale alla globalizzazione. Inutile tentare di chiudersi.
1. La globalizzazione avanza attraverso l’espansione dei mercati e l’integrazione economica mondiale. Tuttavia la sfida allo Stato nazionale procede ugualmente grazie alla diffusione delle diaspore internazionali. Non solo quelle storiche di ebrei, greci o armeni, ma quelle contemporanee: cinesi, indiane, filippine, latinoamericane, europee e africane.
Senza contare i clandestini, le naturalizzazioni e le generazioni successive, i più recenti dati Onu sulle migrazioni internazionali stimano che circa 200 milioni di persone vivano al di fuori del paese in cui sono nate. Si tratta di una cifra che corrisponde alla somma delle popolazioni di Italia, Francia e Germania. La loro distribuzione alla scala macro-regionale risulta evidentemente squilibrata. Anzitutto sul piano demografico: 64 milioni si trovano in Europa (Russia inclusa), 53 milioni in Asia, 44 milioni in Nordamerica, 17 milioni in Africa, mentre altri 6 milioni circa sono in America Latina e 5 in Oceania. Anche sul piano economico, a differenza di quarant’anni fa, la maggior parte dei migranti si trova oggi nelle nazioni più sviluppate: gli Stati più ricchi sono passati da 35 milioni (1960) a oltre 120 milioni di migranti (2005), più che triplicando la propria quota di stranieri.
Secondo Clark, tre sono le direzioni principali dei flussi migratori alla scala globale:a) verso l’Europa occidentale, provenienti da Africa, Europa orientale e Russia; b) verso l’America settentrionale, provenienti dall’America centrale e dall’Asia; c) verso il Medio Oriente, provenienti soprattutto da Filippine, Indonesia e India.
A questi tre flussi principali vanno poi aggiunti diversi flussi migratori all’interno del Sud-Est asiatico e quelli cosiddetti Sud-Sud, interni all’Africa e all’America meridionale.
I pattern e le tendenze delle migrazioni si mantengono piuttosto stabili alla scala nazionale riguardo ai paesi d’origine e ai paesi di destinazione dei migranti.
Ad eccezione della diaspora cinese, distribuita tra 130 Stati (il 70% dei cinesi all’estero risiede in Indonesia, Thailandia, Malaysia e Singapore, importanti comunità cinesi si trovano in Vietnam, Stati Uniti, Filippine e Canada) e, in misura minore, di quella filippina con circa tre milioni di migranti nelle Americhe e in Asia e circa ottocentomila in Europa, la tendenza generale è quella ad inviare verso destinazioni specifiche i propri compatrioti.
L’analisi dei dati migratori in Europa indica che nel suo insieme essa è divenuta una meta globale. In termini assoluti le maggiori presenze di stranieri in Europa si rilevano in Russia (12 milioni), Germania (10 milioni), Ucraina (7 milioni), Francia (6,4 milioni), Regno Unito (5,4 milioni) e Spagna (4,8 milioni). Le diaspore transnazionali sono inoltre divenute una componente fondamentale del cambiamento demografico nella maggior parte dei paesi, la principale in molti di essi. L’Europa centroccidentale, compresi Balcani e Turchia, al 2006 conta infatti una popolazione di circa 594 milioni di abitanti, dei quali 462 all’interno dell’Unione Europea a 25 (senza Bulgaria e Romania). Poiché la crescita naturale europea è pari allo 0,07%, ne risulta che in Europa quasi tutta la crescita demografica è dovuta al contributo dei migranti.
Tuttavia la crescita più rilevante riguarda l’Europa meridionale (8,2 volte).
Gli Stati mediterranei sono infatti divenuti un’importante meta di migrazione netta. Se nel periodo considerato l’Italia ha più che triplicato i propri residenti nati all’estero, Grecia, Spagna e Portogallo hanno addirittura moltiplicato per venti la propria quota di stranieri. Persino l’Europa dell’Est, all’origine di importanti flussi in uscita, ha ricevuto negli ultimi vent’anni notevoli quantità di immigrati sia per lavoro che per ricongiungimenti familiari, come in Russia e in Slovacchia.
Per quanto riguarda le origini dei gruppi di migranti che oltrepassano il mezzo milione (escluse le naturalizzazioni) in Europa vi sono complessivamente circa 3,3 milioni di ex jugoslavi, 2,8 milioni di turchi, 1,2 milioni di marocchini e 0,7 milioni di algerini, suddivisi in undici Stati dell’Europa occidentale. In genere, le diaspore tendono a privilegiare una destinazione principale. Così, il 74,1% dei migranti turchi e il 60,2% degli ex jugoslavi si trova in Germania. Il 92,6% degli algerini risiede in Francia, mentre il Regno Unito ospita il 59,3% della diaspora indiana, il 53,4% di quella irachena e il 45% di quella pachistana.
Opposta è la situazione dell’America settentrionale. Dal 1960 i residenti negli Stati Uniti nati all’estero sono quadruplicati, giungendo oggi a circa 38 milioni di stranieri, pari a circa un ottavo della popolazione. Tuttavia se oltre ai nati all’estero dovessimo includere anche la prima generazione, avremmo circa 50 milioni di persone, pari a circa un sesto della popolazione totale degli Stati Uniti. Negli Usa gli ispanici rappresentano oltre la metà degli stranieri e i messicani in particolare costituiscono il nucleo più importante. Tuttavia un quarto dei flussi proviene dall’Asia: Cina, Corea, Giappone, India e Filippine costituiscono una presenza rilevante e in aumento. Solo il 13% arriva dall’Europa.
In Canada sono oltre sei milioni i residenti che risultano nati all’estero, quasi un canadese ogni cinque. Si tratta di una delle quote mondiali di stranieri più alta dopo l’Australia e per questo, oltre che per ragioni storiche e culturali, le politiche del Canada nei confronti delle diaspore transnazionali sono oggi tra le più esemplari. La loro composizione è tuttavia mutata: se fino al 1960 oltre il 90% di essi proveniva dall’Europa, oggi la quota europea costituisce solo il 30%, mentre i migranti provenienti da Asia e Pacifico rappresentano quasi la metà dei residenti stranieri.
In Asia gli Stati con un saldo positivo sono, oltre alla Russia asiatica, Giappone, Hong Kong, Singapore, Malaysia, Myanmar e Timor Est. Mentre i principali saldi negativi si registrano in Cina, in tutte le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, nell’Asia centro-meridionale, in Indonesia, Filippine e Iran.
I flussi più spettacolari in entrata sono verso i paesi del Golfo, dove la richiesta di manodopera per l’estrazione del petrolio e l’edilizia ha portato circa 15 milioni di persone: 6,5 milioni in Arabia Saudita e 3,2 negli Emirati Arabi Uniti (su una popolazione totale di 4,4 milioni); in Iran i nati all’estero sono 2 milioni e in Kuwait 1,6 milioni (su una popolazione di 2,6 milioni). Un altro milione di migranti è tra Qatar e Bahrein. Le aree di origine di questi flussi sono l’Asia centro-meridionale, Egitto, Yemen, Giordania e Sudan.
Sempre nell’Asia sudoccidentale vi sono quasi 3 milioni di stranieri in Israele (su una popolazione di circa 7 milioni) e 2,4 milioni - per la maggior parte profughi - in Giordania (su una popolazione di 5,6 milioni).
2. Le spiegazioni di un fenomeno così accelerato sono necessariamente molteplici.
Le diaspore internazionali possono essere considerate il prodotto delle disparità economiche in termini di opportunità e redditi tra paesi di origine e paesi di destinazione. Tuttavia, tra le motivazioni non economiche gli aspetti demografici e quelli geopolitici sono ugualmente centrali, senza tralasciare l’attrazione di natura culturale nei confronti di paesi percepiti non solo come più ricchi, ma anche come più moderni e liberali. Infine anche le politiche degli Stati ospiti nei confronti dell’immigrazione hanno il loro peso, specie riguardo i ricongiungimenti familiari.
Approcci recenti hanno evidenziato come la disoccupazione nei luoghi di origine alimenti soprattutto in un primo tempo le migrazioni verso quei mercati dove il lavoro è meglio remunerato, mentre in un secondo momento sia la presenza di reti di parentela ad aumentare i flussi, anche a causa delle politiche che privilegiando la migrazione di famiglie facilitano i ricongiungimenti familiari. Così, soprattutto negli ultimi tre decenni, i flussi migratori hanno creato vasti stock di immigrati in Europa e in Nordamerica, che a causa dei ricongiungimenti familiari sono aumentati come funzione dello stock di immigrati esistenti. Tuttavia il comportamento dei migranti è fluido a seconda dell’orgine: a differenza di induisti e sikh in Gran Bretagna, i musulmani del Kashmir presenti nel Regno Unito si sposano solo all’interno di chiuse reti familiari, e ciò spiega perché i flussi in entrata da questa regione continuino anche dopo il processo iniziale di ricongiungimento familiare.
Due aspetti principali influiscono oggi sui flussi migratori: da un lato il crescente invecchiamento della popolazione in Europa, Nordamerica e Giappone, dall’altro la crescita della popolazione più giovane di Africa, India e Cina. Questa popolazione più giovane e più numerosa, grazie a una crescente mobilità, migra dunque alla ricerca di opportunità di lavoro (migrazioni sostitutive). Non a caso i contributi maggiori ai flussi migratori internazionali provengono da paesi asiatici: dalla Cina (30-40 milioni), dall’India (20 milioni) e dalle Filippine (7,7 milioni). E se per i primi due Stati le dimensioni ultramiliardarie delle rispettive popolazioni possono rendere conto delle relative diaspore, per le Filippine (85 milioni di abitanti) la spiegazione risiede quasi esclusivamente nel tasso annuo di crescita demografica, tra i più alti dell’Asia, che si combina con le reti mondiali di solidarietà della Chiesa cattolica.
Tuttavia, negli ultimi quarant’anni è la popolazione dell’Africa subsahariana ad essere aumentata più rapidamente di quella di qualsiasi altra regione del mondo.
Elevati tassi di fertilità ne fanno la principale fonte di crescita della popolazione mondiale anche nei prossimi vent’anni, nonostante l’elevata diffusione dell’Hiv/Aids. Così, secondo le statistiche Onu, la popolazione totale dell’Africa dovrebbe passare dagli attuali 876 milioni ad almeno 1,1 miliardi nel 2025, ed è dunque da questa regione del mondo che è verosimile attendersi il contributo più rilevante alle future migrazioni.
Per il cosiddetto mondo sviluppato, Clark prevede dunque il crescente avvento di una popolazione duale: da un lato quella di cittadini nativi che progressivamente invecchiano, dall’altro una gioventù di migranti nata all’estero.
3. Anche le crisi di natura geopolitica e ambientale hanno da sempre contribuito a diaspore e migrazioni. Alla scala globale esistono oggi 10 milioni di rifugiati internazionali, metà dei quali minorenni. Vi sono inoltre almeno 15 milioni di sfollati all’interno degli Stati nazionali e 6 milioni di apolidi, persone prive di cittadinanza nazionale. La quota maggiore dei rifugiati assistiti dall’Unhcr si trova in Asia (4,6 milioni), 2,5 milioni sono in Africa, 1,7 milioni in Europa e quasi un milione in Nordamerica e Caraibi. Dei rifugiati giunti in Europa, ben 700 mila hanno trovato accoglienza in Germania, 303 mila nel Regno Unito e 137 mila in Francia.
Mentre 400 mila sono arrivati negli Stati Uniti e 150 mila in Canada. Osservati più in dettaglio questi dati offrono una mappa piuttosto accurata dell’impatto dei principali conflitti degli ultimi decenni. Dei 4,3 milioni di rifugiati palestinesi assistiti dalla Unrwa, la sola Giordania ne accoglie 1,8 milioni (un terzo della sua popolazione totale), quasi un milione sono in Siria e Libano, mentre 1,7 milioni di profughi sono nella stessa Palestina. La porosità dei confini tra Siria, Libano e Giordania rende molto difficile controllare i flussi tra questi Stati: è noto come le armi impiegate durante il conflitto della scorsa estate siano entrate in Libano proprio dalla Siria, e si stima che nell’ultimo anno siano transitate attraverso quel confine in media circa 1.600 persone al giorno.
Alla fine del 2005 il conflitto in Afghanistan aveva prodotto 2,2 milioni di rifugiati, pari a oltre un quarto del totale mondiale dei profughi assistiti. La metà dei quali rifugiati nel solo Pakistan, mentre la guerra con l’Iraq prima e il cambio di regime poi hanno spinto settecentomila rifugiati in Iran. Si calcola che nella sola regione del Balucistan si trovino 25 mila rifugiati, in parte afghani in parte cittadini baluci sfollati a causa dei bombardamenti del governo pachistano.
Anche in Africa, la mappa dei rifugiati all’estero a fine 2005 ricalca quella dei recenti conflitti. Oltre 1,1 milioni di rifugiati sono in Africa centrale e nella regione dei Grandi Laghi, 857 mila nel Corno d’Africa e 273 mila in Africa occidentale.
Quasi 700 mila rifugiati provengono dal Sudan e oltre 400 mila dalla Somalia. Ad essi vanno tuttavia aggiunti quasi 5 milioni di sfollati all’interno dei rispettivi confini nazionali a causa delle crisi di Dårfûr e Somalia. Dal Burundi provengono 439 mila rifugiati e dal Congo 431 mila. Tra i paesi africani che ne accolgono il maggior numero, 548 mila rifugiati sono in Tanzania, 393 mila in Ruanda, 275 mila in Ciad, 257 mila in Uganda, 251 mila in Kenya, 204 mila in Congo, 155 mila in Zambia, 147 mila in Sudan e centomila in Etiopia.
Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno portato a un aumento delle misure di controllo per combattere l’immigrazione clandestina ai confini nazionali. Se il confine meridionale degli Stati Uniti rappresenta il principale punto di ingresso per i clandestini provenienti dall’America centrale e meridionale, il confine settentrionale con il Canada è invece il principale accesso per i migranti illegali provenienti dall’Asia. Dei circa 35 milioni di residenti negli Usa nati all’estero, oltre 11,5 milioni sono privi di documenti e la metà di essi proviene dal Messico. Si stima che ogni anno entrino negli Stati Uniti da 500 a 700 mila migranti illegali. Di questi circa 7,5 milioni sarebbero entrati negli ultimi 10 anni. E secondo i consolati messicani negli Usa, circa 400 messicani muoiono ogni anno tentando di attraversare il confine con gli Stati Uniti.
In Europa le cifre sono meno certe, ma alla fine degli anni Novanta si stimavano oltre 3 milioni di migranti illegali nell’Ue. Mentre secondo le stime dell’Office of International Migration i migranti illegali in Europa sarebbero 8 milioni, e crescerebbero ad un ritmo di circa 500 mila l’anno. In particolare l’Ue attrae migranti clandestini dall’Africa e dall’Europa orientale. Si stima che la presenza di migranti illegali sia dell’ordine di 800 mila persone in Italia, 570 mila nel Regno Unito, 500 mila in Germania e 300 mila in Francia. L’International Centre on Migration Policy Development stima che circa 2 mila migranti muoiano ogni anno tentando di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Europa dall’Africa. I confini più critici per le migrazioni clandestine provenienti dall’Africa sono infatti quelli marittimi (Spagna meridionale e Italia) e quelli polacchi per le migrazioni provenienti dall’Est.
Infine, sebbene la piaga del traffico di persone stia aumentando anche tra macroregioni, la maggior parte di esso ha luogo all’interno delle diverse macroregioni.
Secondo il Dipartimento di Stato americano, circa due terzi delle vittime globali di questo traffico vengono trasferite all’interno delle macroregioni dell’Asia orientale e del Pacifico (260-280 mila) e all’interno di Europa ed Eurasia (170-210 mila).
4. Nel complesso tali movimenti alla scala globale portano necessariamente trasformazioni alla scala locale, della comunità e del vicinato. La maggior parte dei migranti segue infatti la tendenza globale all’urbanizzazione. Se al 1950 la popolazione urbana era un terzo circa del totale, oggi ha superato la metà (nel mondo sviluppato rappresenta circa il 75%, mentre è circa il 43% nel mondo in via di sviluppo).
Per questa ragione le città e le aree urbane sono aumentate sia come numero che come dimensioni, a un ritmo di 60 milioni l’anno. Intere sezioni di Londra sono divenute albanesi, somale o ucraine. Tale aumento è visibile in particolare nei paesi in via di sviluppo, dove le città sono cresciute ad un ritmo da due a tre volte maggiore della crescita urbana mondiale. Tuttavia non sono solo le grandi conurbazioni ad attrarre i migranti. Uno dei mutamenti più interessanti nella distribuzione dei flussi migratori all’interno dell’Europa meridionale riguarda il fatto che città relativamente piccole, con forti tradizioni urbane, siano divenute destinazione privilegiata di una molteplicità di nazionalità e di tipi di migranti.

Tale crescita è naturalmente portatrice di problemi, dall’incapacità di gestire dei flussi così massicci di persone in entrata, al mancato riconoscimento da parte dei governi centrali del peso che un’immigrazione rapida e sostenuta riversa sulle comunità locali che le accolgono, alle tensioni e alle proteste della popolazione locale.
Tuttavia va riconosciuto anche il ruolo svolto dai migranti sia come contributo alla prosperità dei paesi di accoglienza che nel promuovere lo sviluppo e la riduzione della povertà nei paesi di origine. Le diaspore transnazionali dovrebbero divenire una parte integrale delle strategie nazionali, regionali e globali per la crescita economica, sia nel mondo in via di sviluppo che in quello sviluppato. Nei paesi di origine, le migrazioni all’estero rappresentano infatti non solo una strategia di sopravvivenza per i lavoratori esclusi dal mercato del lavoro, ma anche una sorta di investimento nel futuro, dato che le famiglie inviano rimesse in denaro nei luoghi di origine come strategia di sopravvivenza sul lungo periodo. Nel 2004 i migranti internazionali provenienti dall’America Latina hanno inviato in patria oltre 41 miliardi di dollari in rimesse. I migranti provenienti dall’Asia orientale e dal Pacifico, circa 39 miliardi; 30 miliardi di dollari sono rientrati in Asia meridionale e 223 miliardi in Medio Oriente e nel Nordafrica.
Secondo l’Ocse nel 2004 gli investimenti nella Repubblica Popolare Cinese da parte della diaspora contavano circa il 45% degli investimenti esteri diretti in Cina.
Nelle Filippine l’occupazione all’estero è una parte vitale dell’economia nazionale: nel 2004 questi migranti hanno inviato in patria rimesse per 8,5 milioni di dollari, contribuendo quasi al 10% del pil.
Il Marocco di recente ha realizzato un progresso significativo nello sviluppo economico e sociale, grazie anche alle rimesse della propria diaspora. Secondo la Banca Mondiale, il reddito lordo pro capite è più che raddoppiato dagli anni Settanta, passando da 550 a quasi 1.200 dollari l’anno. Tale mutamento economico trova riscontro anche negli indicatori socio-demografici: con un aumento dell’aspettativa media di vita, che è passata dai 55 anni del 1970 ai 68 del 2001, e con un numero di figli medio per donna che è diminuito da 6,3 a 2,8 nello stesso periodo.
Nonostante l’Africa subsahariana riceva la più bassa quota di rimesse di tutte le regioni in via di sviluppo, l’impatto locale di queste ultime è molto significativo.
I redditi dei nuclei familiari in Somalia sono raddoppiati dalle rimesse; mentre i trasferimenti di denaro costituiscono l’80% del reddito dei nuclei familiari rurali in Lesotho.
Tuttavia recenti ricerche mostrano che il 42% dei lavoratori domestici ha ridotto le rimesse in patria dopo aver ottenuto il diritto giuridico a risiedere in Gran Bretagna. Viceversa bosniaci ed eritrei hanno aumentato le rimesse in patria dopo aver ottenuto lo status di rifugiati, perché potevano lavorare, ricostruire i propri collegamenti professionali ed erano certi del proprio diritto a restare.
Non si deve infine ritenere che le migrazioni internazionali riguardino solo gli strati più poveri della popolazione. Negli Stati Uniti ad esempio i migranti internazionali sono presenti in tutti i settori dell’economia. Nell’edilizia e nell’industria dei servizi alla persona i nati all’estero rappresentano la maggioranza degli occupati e costituiscono una quota consistente degli occupati nell’agricoltura. Se quasi due terzi dei clandestini ha meno di 35 anni e quasi due terzi non ha frequentato le scuole superiori, tra i migranti legali si verifica il contrario: quasi il 70% ha più di 35 anni e la metà circa possiede un diploma o una laurea. I nati all’estero rappresentano oltre il 14% dell’occupazione nelle professioni mediche e in quelle ingegneristiche e scientifiche. Persino in Italia ogni anno circa 6 mila laureati vengono reclutati e cooptati da università e centri di ricerca di tutto il mondo, senza peraltro essere compensati da un flusso opposto di laureati stranieri, a causa dei bassi compensi e delle difficoltà di accesso e di carriera nell’università e nella ricerca.
Tuttavia, tra i migranti qualificati non sempre l’investimento in formazione porta i benefici attesi nel paese di origine. La migrazione di personale nelle professioni sanitarie ha ad esempio un grande impatto sul settore sanitario dell’Africa subsahariana. Nel solo mercato del lavoro britannico, dal 2000 sono stati registrati quasi 16 mila infermieri africani. Solo 50, però, dei 600 medici educati in Inghilterra dall’epoca dell’indipendenza dello Zambia (1964) lavorano oggi in quest’ultimo Stato, e si stima che vi siano più medici del Malawi che praticano la professione a Manchester che non nel loro paese di origine.
5. Secondo uno studio della divisione popolazione dell’Onu, l’integrazione delle diaspore nelle società di accoglienza dipende in primo luogo dalla conoscenza della lingua nazionale, dalla capacità di trovare un’occupazione compensata, dallo status giuridico, dalla partecipazione alla vita civile e politica, oltre che dall’accesso ai servizi sociali. Naturalmente vanno considerati anche il contesto del paese di accoglienza, la sua storia, la sua cultura, la sua economia, la struttura dei suoi insediamenti, oltre alla forza delle identità locali, all’intensità del discorso nazionalista, alla velocità del cambiamento.
Una comunità nazionale la cui identità non sia messa in crisi da velocità e intensità dei flussi migratori è - entro certi limiti - più disponibile a vedere i vantaggi locali offerti dalla presenza di diaspore al proprio interno e tollera meglio le differenze culturali. Viceversa una comunità nazionale la cui identità sia in crisi - anche quando veda i vantaggi economici legati alla presenza di un certo numero di migranti al proprio interno - vivrà tale presenza come una minaccia e tenderà pertanto sia a una minore tolleranza che a imporre maggiori dispositivi di controllo alle frontiere.
L’ideale utopico di una cittadinanza cosmopolita è ancora ben lontano dalle lotte delle giovani minoranze etniche spesso segregate nei quartieri operai o alle periferie delle grandi metropoli. Negli Stati Uniti, la cui storia nazionale è in buona parte una storia di migrazioni, e dove vi sono città come Los Angeles dove si parlano 123 lingue, le diverse diaspore mantengono spesso confini spaziali distinti all’interno delle maggiori città, anche se le vite dei migranti di diversa etnia si sovrappongono in alcuni quartieri. I riots di Los Angeles del 1992 furono di natura interetnica e in soli sei giorni provocarono 53 morti, oltre 4 mila feriti, 12 mila arresti, 3.600 incendi, 1.100 edifici distrutti e danni alla proprietà per oltre un miliardo di dollari.
Anche la vicenda delle migrazioni dalle ex colonie dei paesi europei ha spesso dato vita a tensioni tra gli ultimi arrivati e le popolazioni locali, dagli storici riots di Notting Hill che incendiarono quel quartiere di Londra nel 1958, agli scontri del 2005 nelle banlieues francesi, che hanno prodotto danni per 250 milioni di euro, hanno mostrato il fallimento di quelle politiche urbane francesi che pure hanno identificato oltre 750 quartieri a rischio, 150 dei quali nella sola Parigi.
Tuttavia non saranno certo le misure volte a ridurre i ricongiungimenti familiari, come quelle progettate da Sarkozy, a risolvere queste difficoltà. Al contrario, è errato credere che la rottura con la comunità di origine acceleri l’integrazione nel nuovo paese. Diverse ricerche mostrano infatti che migranti e rifugiati sembrano adattarsi al nuovo contesto più rapidamente quando vivano come una famiglia estesa o siano parte di un gruppo proveniente dallo stesso villaggio. Addirittura è stato dimostrato che, se negli ultimi vent’anni l’industria dei trasporti marittimi ha reclutato lavoratori marittimi dai paesi in via di sviluppo, più multinazionale è l’equipaggio e maggiori saranno i livelli di cooperazione e integrazione; maggiori i livelli di tolleranza interculturale e interreligiosa e migliore sarà la capacità di sopperire ai punti deboli dei colleghi e alla capacità di apprendere da altre pratiche ed esperienze.
Pertanto, anche se una parte delle migrazioni internazionali sono di natura temporanea, al di là dei dibattiti sul fatto che le politiche nazionali verso l’immigrazione debbano privilegiare l’integrazione o il multiculturalismo, è necessario iniziare ad accettare il fatto che nell’èra della globalizzazione l’autoctonia è un mito e denazionalizzare le storie nazionali. Le diaspore danno infatti vita a un mutamento dello stesso concetto di Stato nazionale, attraverso la creazione di comunità transnazionali, costituite da persone dotate di doppia cittadinanza, che mostrano attaccamenti e lealtà transnazionali, senza per questo svalutare la cittadinanza nel nuovo Stato, che anzi è l’emblema del loro essere accettati e lo strumento per potersi meglio sviluppare nel nuovo ambiente.
Diaspore e migrazioni continueranno, anche se cambieranno forma, natura ed estensione, a seconda delle crisi geopolitiche, economiche o ambientali che spingono le persone a lasciare la propria patria di origine, così come muteranno le nazionalità, il genere e l’età dei migranti, i loro bisogni e aspirazioni e il loro impatto socio-economico. Tuttavia esse sono una parte permanente del nostro futuro e con esse dobbiamo imparare a convivere, ricordandoci che a migrare non sono solo i poveri della Terra, ma anche i più giovani, le persone dotate di capacità di adattamento e di orizzonti culturali più ampi e che la presenza di diaspore transnazionali all’interno di uno Stato è una risorsa nazionale con la quale conviene stringere un’alleanza. Alla crisi anche demografica degli Stati nazionali e ai tanti appelli all’unità e all’identità nazionale andrebbero opposte le parole di Enzensberger, che ricordava come 'quanto più tenacemente una civiltà si difende da una minaccia esterna, quanto più si chiude in se stessa, tanto meno alla fine resta da difendere'.
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Limes 2007-4-4925
di Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini
Un’indagine Demos-Coop rivela ambiguità e paradossi del nostro approccio all’immigrazione. Crescono, specie fra i giovani, i favorevoli alla piena integrazione degli ‘stranieri’. Ma aumentano anche paure e diffidenze.
1. L’attenzione dell'opinione pubblica al tema dell’immigrazione è salita nuovamente, in questi ultimi mesi. Sull’onda emotiva suscitata da fatti di cronaca recenti, come la rivolta nel quartiere cinese di Milano dell’aprile scorso o la tragica fine, nella metropolitana romana, di Vanessa Russo, per mano di una giovane immigrata romena, Doina Matei. Ma anche sulla scia di quanto avviene nella vasta provincia italiana: i furti nelle case, la cosiddetta microcriminalità, che produce, però, una paura 'macro' e diffusa. Episodi legati alle comunità nomadi, come ad Appignano del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, dove sempre nello scorso aprile uno zingaro in stato di ebbrezza ha travolto con l’auto quattro ragazzi del luogo, deceduti nell’incidente. A questi fatti si aggiungono i periodici sbarchi di clandestini sulle coste meridionali.
Così, l’inquietudine è tornata a diffondersi, riproponendo divisioni antiche, fra gli stranieri e noi. Almeno, questo è quanto emerge dalla lettura mediatica e dalle dichiarazioni di alcuni attori politici. I dati dell’indagine Demos-Coop 1 che presentiamo in queste pagine, rivelano però atteggiamenti contrastanti. Sicuramente, il senso di paura suscitato dalla presenza straniera è aumentato, nell’ultimo periodo.
Ma altri atteggiamenti espressi dagli intervistati segnalano il persistere di significativi elementi di apertura. È largamente condivisa l’idea che gli immigrati debbano godere dei diritti di cittadinanza, come quello di voto. L’immigrazione, allo stesso tempo, continua ad essere percepita da ampi settori della popolazione, specie del Nord Italia, come un fenomeno necessario all’economia e alle imprese.
L’ambivalenza degli orientamenti registrati riflette, da un lato, l’approccio sensazionalistico al fenomeno dell’immigrazione tipico dei media, che tendono a dare grande risalto a storie di violenza e di paura. Dall’altro lato, sembra riflettere gli incerti messaggi trasmessi dalla politica: tendenzialmente rassicuranti e inquadrati in una prospettiva solidarista quelli provenienti dal centrosinistra e dal mondo cattolico; più allarmisti quelli lanciati dall’opposizione e dagli attori politicamente schierati a destra. Il cleavage politico, pertanto, continua ad esercitare un peso rilevante sugli atteggiamenti delle persone in materia di immigrazione.
2. Il numero degli stranieri, in Italia, è cresciuto vertiginosamente. Stando ai dati sugli immigrati regolari, nel 1969 il ministero dell’Interno ha rilasciato 164 mila permessi, di cui una parte significativa a persone provenienti da paesi sviluppati.
La stima della presenza regolare al 1° gennaio 2006, secondo l’Istat, è di 2.767.964 unità, mentre secondo il XVI Rapporto sull’immigrazione della Caritas, avrebbero già superato i 3 milioni. Nel frattempo, è cambiato anche il profilo degli immigrati, che in numero sempre maggiore provengono da paesi in via di sviluppo, o che hanno subito profonde trasformazioni sul piano politico e istituzionale, come nel caso dei paesi dell’Europa orientale.
L’immigrazione resta comunque un argomento spinoso. Anche paesi che in materia hanno un’esperienza ben superiore all’Italia - Francia, Olanda, Inghilterra e Germania - sono alle prese, da qualche tempo, con problemi di integrazione piuttosto seri. Nel caso italiano, però, il fenomeno ha conosciuto una dinamica straordinaria, tanto che la presenza straniera ha superato, in poco più di dieci anni, la media europea. Le stime più recenti dicono che l’incidenza degli immigrati, nella penisola, è del 5,2% sulla popolazione, con una forte concentrazione nelle regioni del Centro-Nord e in alcune specifiche province.
Tuttavia, il paesaggio sociale non ne risulta sconvolto. L’immigrazione è cresciuta molto, ma non ha causato lacerazioni. Il tessuto urbano che caratterizza il territorio nazionale - fatto in larga misura di piccoli paesi, anziché di grandi centri urbani e di banlieues - ha attenuato l’impatto del fenomeno, favorendo livelli di integrazione piuttosto elevati. Ciò nonostante, gli immigrati costituiscono motivo di inquietudine crescente presso gli italiani. Il tema della sicurezza, che negli ultimi anni è stato al centro del dibattito pubblico e di manifestazioni di carattere politico, viene spesso associato a quello dell’immigrazione.
Rispetto a dieci anni fa, il numero degli immigrati con regolare permesso di soggiorno è più che triplicato in Italia. Slavi, argentini, filippini, etiopi, che negli anni Settanta e Ottanta formavano le comunità più numerose, erano praticamente 'invisibili' nella società italiana, dal momento che il loro numero ammontava a poche migliaia. Oggi, il numero di marocchini, albanesi, romeni, ucraini e cinesi, per citare solo alcune delle nazionalità più presenti, è letteralmente esploso, attestandosi nell’ordine delle centinaia di migliaia.
Aumentano, di conseguenza, le occasioni di contatto tra italiani e migranti: sul luogo di lavoro, a scuola, nei locali e nelle piazze. Tali relazioni, se da un lato alimentano diffidenza e paura, dall’altro sembrano talvolta favorire il processo di integrazione: i dati raccolti da Demos lo dimostrano in modo esplicito. Gli stranieri sono ormai parte della quotidianità di molti italiani: più di uno su tre afferma di condividere un’amicizia con qualche immigrato, oppure di avere relazioni in ambito lavorativo (36%). Una percentuale appena inferiore afferma che tra i propri vicini di casa vi sono stranieri (27%), oppure che i propri figli hanno dei compagni di scuola provenienti da altri paesi, o figli di immigrati (33%). Sempre più spesso, gli immigrati sono a servizio presso le abitazioni degli italiani, in qualità di collaboratori domestici o badanti, preziosi in una società che invecchia progressivamente.
Si tratta di dati in sensibile crescita rispetto al 2003, quando le stesse informazioni sono state rilevate da un’altra indagine realizzata da Demos (figura 1). La crescita più consistente delle occasioni di contatto con gli immigrati passa anzitutto attraverso la figura della badante (dal 9 al 16%), del compagno di scuola (dal 19 al 33%) e del collaboratore domestico (dal 5 all’8%). Del resto, le statistiche ufficiali riportano, dal 2003 a oggi, una crescita della popolazione immigrata di quasi un milione di persone. In particolare, le recenti stime sui lavoratori domestici - regolari e non - oscillano tra 1 milione e 1 milione e 600 mila (Iref, 2007 2), mentre gli studenti con cittadinanza straniera sono ormai quasi 500 mila.
Un tipo di relazione che riveste particolare interesse è l’amicizia tra italiani e immigrati. Essa è una relazione spontanea e volontaria, non riconducibile a situazioni di necessità - come per i rapporti di tipo lavorativo - o di contatto 'involontario' - come nel caso del vicinato o della scuola. È interessante notare come questo tipo di relazioni presentino una diversa diffusione in relazione alle classi d’età (figura 2). Le persone di una certa età dichiarano di avere meno amici tra le persone immigrate. Ovviamente, il fattore anagrafico si lega ad una serie di opportunità effettive di stringere relazioni con gli immigrati (e non solo): i soggetti più anziani sono in misura maggiore al di fuori del mercato del lavoro, hanno reti amicali meno estese, tendono a coltivare relazioni ormai consolidate nel tempo. Inoltre, come è noto, sentimenti di diffidenza sono sicuramente più diffusi tra i soggetti socialmente più deboli, come, appunto, le persone con un’età più elevata. I 55 anni, da questo punto di vista, si pongono come uno spartiacque. Superata questa soglia, circa una persona su quattro dichiara di avere amici che provengono da altri paesi. Tra i più giovani, invece, il dato sale oltre il 40%: ciò, in prospettiva, suggerisce indizi positivi circa il processo di integrazione tra autoctoni e immigrati.
3. Oggi come ieri l’immigrazione è vista con timore dagli italiani, soprattutto per quanto riguarda l’impatto sulla sicurezza. Il recente Rapporto sulla criminalità del ministero dell’Interno mette in evidenza come l’evoluzione geografica dei reati, negli ultimi anni, rifletta almeno in parte la geografia dell’immigrazione. Nel corso degli anni Novanta, la diffusione di alcuni reati è cresciuta soprattutto nel Centro-Nord, dove, parallelamente, la presenza straniera è aumentata in modo più consistente. A sottolineare tale aspetto contribuisce l’incremento della percentuale di stranieri sul totale delle persone denunciate, per quanto l’incidenza degli immigrati, tra gli autori dei delitti, riguardi nella grande maggioranza dei casi gli irregolari.
Ciò nondimeno, questi eventi favoriscono il diffondersi di un clima di allarmismo sociale. Esiste dunque un problema legato alla sicurezza che, come sottolinea il dossier Caritas, preoccupa gli stessi stranieri, i quali temono ricadute negative sulla loro immagine presso gli italiani.
Il sondaggio registra come il numero di quanti vedono l’immigrazione come un problema per l’ordine pubblico sia tornato quasi ai livelli registrati nel 1999 (tabella 1). Il 43% delle persone interpellate vede infatti gli stranieri come una minaccia per la sicurezza, mentre lo stesso indicatore si fermava, solo tre anni fa, sei punti percentuali più in basso. L’allarme sociale, rispetto al passato, investe però anche altre dimensioni: si è allargata, in particolare, la componente che percepisce gli immigrati come un pericolo per l’identità nazionale, la cultura, la religione (35%), oppure come un pericolo per l’occupazione (34%). Diminuisce, coerentemente, la quota di cittadini che vede gli immigrati come una risorsa per l’economia (dal 46 al 42%), oppure come un fattore che favorisce l’apertura culturale (46%). Si tratta, anche in questo caso, di percezioni fortemente legate all’età e, ancor più, all’orientamento politico. Ad esprimere maggiore apertura sono, infatti, le giovani generazioni. Gli elettori del centrodestra appaiono preoccupati soprattutto per l’integrità culturale e per la sicurezza (tabella 2). Quelli di centrosinistra, invece, hanno degli immigrati un’immagine diversa: riconoscono loro una funzione sociale importante, valorizzandoli come risorsa per lo sviluppo economico e come stimolo per l’apertura culturale.
Il sentimento di diffidenza risulta più elevato tra i soggetti che non conoscono gli immigrati, perchè non hanno contatti con loro, oppure tra le persone che li frequentano solo in modo saltuario (tabella 3). Si tratta di un dato che segnala una situazione di diffuso pregiudizio nei confronti dei nuovi arrivati. Chi li conosce attraverso un contatto diretto, mediante esperienze legate alla quotidianità (scuola, lavoro, vicinato, amicizia eccetera), matura un atteggiamento di maggiore apertura.
Quei tratti di criticità sottolineati dagli italiani che non hanno occasione di frequentarli - o li frequentano solo in modo limitato - si stemperano sensibilmente presso chi, invece, ha con loro un rapporto più intenso.
La categoria di immigrato e, più ancora, quella di extracomunitario hanno assunto, nel tempo, una connotazione che limita il campo semantico di queste parole.
Nelle rappresentazioni sociali esse vengono associate, generalmente, a persone provenienti da un paese povero: dai paesi dell’Est, dall’Africa, dall’America Latina o dall’Oriente. Non certo a chi emigra da paesi sviluppati e si trova in Italia per ragioni diverse, magari ricoprendo un ruolo professionale di altro profilo. Per questo, è difficile pensare, ed 'etichettare', un americano o uno svizzero come extracomunitario.
Inoltre, dentro questa categoria ricadono gruppi nazionali diversi, che godono di una reputazione sociale fortemente differenziata.
Se chiediamo agli italiani di esprimere il proprio livello di fiducia verso alcuni grandi gruppi etnico-nazionali, osserviamo, innanzitutto, che il maggiore grado di diffidenza si indirizza verso le persone provenienti dai paesi arabi: solo un cittadino su tre - senza variazioni apprezzabili negli ultimi anni - esprime fiducia nei loro confronti (34%). Seguono gli immigrati di origine balcanica (albanesi, slavi, romeni eccetera) e i cinesi. Per entrambi questi gruppi, il livello di fiducia si attesta attorno al 43%. Nei confronti dei cinesi, il clima è diventato più ostile nel tempo: rispetto alle rilevazioni condotte qualche anno fa, è diminuita sensibilmente la componente di italiani che afferma di riporvi fiducia. È evidente che gli eventi di via Paolo Sarpi, a Milano, hanno influenzato negativamente la percezione di questo gruppo. Probabilmente, tale episodio 'congiunturale' ha accentuato una caduta di fiducia già in atto, dovuta a ragioni più 'strutturali', che si legano, in particolare, alle accuse di concorrenza sleale e alle paure generate dai processi di delocalizzazione produttiva in Cina. Resta invece più o meno stabile, nella scala della fiducia, la posizione degli immigrati provenienti dall’ex Unione Sovietica e dai paesi dell’Europa centrorientale (come Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia).
Circa una persona su due manifesta fiducia nei loro confronti. Anche le persone che giungono in Italia da 'altri paesi in via di sviluppo' sembrano aver perso qualche punto, nel corso del tempo, sebbene il livello di fiducia si attesti, tutt’oggi, su valori elevati: oltre la metà degli intervistati, infatti, esprime un orientamento positivo nei loro confronti (tabella 4).
4. L’estensione dell’inquietudine prodotta dai fenomeni migratori e il deterioramento del clima d’opinione nei confronti degli stranieri ha delle ripercussioni, piuttosto evidenti, anche sul modello di integrazione ritenuto maggiormente efficace.
Gli italiani, rispetto a qualche anno fa, condividono maggiormente un’idea di integrazione che prevede l’adeguamento alla nostra cultura e alle nostre tradizioni (tabella 5). La componente di persone che suggeriscono questa impostazione ha conosciuto una crescita notevole, nell’ultimo periodo: dal 37% del 2001 al 45% del 2003, fino a raggiungere, oggi, la soglia del 58%.
Questa evoluzione testimonia come la crescita della tensione attorno al tema dell’immigrazione spinga verso l’affermazione di un approccio di tipo assimilazionista.
In modo speculare, solleva maggiori perplessità il modello basato sul mantenimento delle tradizioni di origine, condiviso da una porzione decrescente dell’opinione pubblica. All’inizio del 2001, poco meno di una persona su due (48%) riteneva opportuno che gli immigrati fossero inseriti nelle comunità che li ospitano, conservando però la cultura e le tradizioni del paese di origine. Tale quota è scesa al 38%, nel 2003, e successivamente si è ridotta ad appena un quarto della popolazione.
Lo scarto fra queste due diverse visioni tende ad accentuarsi soprattutto nelle generazioni più anziane, mentre fra i più giovani il modello che potremmo definire multiculturalista riscuote maggiore consenso. Questo orientamento sembra confermare le altre risultanze dell’indagine: tra chi ha meno di 25 anni, il 36% vede con favore la possibilità che gli immigrati 'portino' nel nostro paese le proprie abitudini, i propri costumi e tradizioni, ma tale componente si assottiglia al crescere dell’età, fino a ridursi sotto il 14% superati i 65 anni (figura 3). Tra le persone più anziane, in altre parole, gli equilibri si spostano, nettamente, in favore di una concezione assimilazionista. La porzione residua di intervistati, infine, si distribuisce fra le due posizioni estreme, più scettiche circa l’ipotesi di integrazione dei nuovi arrivati: circa il 4% ritiene giusto che gli immigrati vivano fra di loro, mantenendo la propria cultura e le proprie tradizioni; l’11% (era il 6% all’inizio del 2001) che l’integrazione non sia possibile, che ognuno dovrebbe 'restare a casa sua'.
Non è venuta meno, tuttavia, la disponibilità alla concessione dei diritti, che costituisce un elemento tradizionale della realtà italiana. Ben tre persone su quattro, ad esempio, pensano che gli immigrati debbano avere accesso alle case popolari.
Estendere il diritto di voto agli immigrati (regolari) è, da molto tempo, ritenuto giusto dalla maggioranza degli italiani: il 75% è d’accordo nel caso delle elezioni amministrative, il 65% anche per quelle politiche. Va segnalato che tale disponibilità si è sensibilmente allargata, nel corso degli ultimi anni, mentre le ipotesi di leggi in questo senso, ventilate tempo fa, non sembrano procedere con altrettanta velocità.
Sul fronte sociale, invece, la quota di persone pronte a concedere il diritto di voto anche alle elezioni per il parlamento nazionale è lievitata di oltre dieci punti nell’arco di soli tre anni: si fermava, infatti, al 53% nel 2004. Anche in questo caso, le differenze dettate dall’appartenenza politica del rispondente sono piuttosto nette.
L’apertura alla concessione delle case popolari, ad esempio, raggiunge l’86% fra gli elettori dell’Unione, mentre si ferma quasi venti punti più in basso tra chi si dichiara di centrodestra (figura 4). Lo stesso schema si ripropone relativamente al diritto di voto. Va segnalato, comunque, che anche presso l’elettorato della Casa delle libertà la concessione del voto è ritenuta opportuna da un’ampia maggioranza.
Insomma: la distanza nei confronti degli stranieri si è allargata. Tuttavia, gli italiani continuano a guardare con largo favore la concessione dei diritti di cittadinanza politica e sociale agli immigrati 'regolari', che paghino regolarmente le tasse.
Ciò contribuisce a precisare uno dei principali fattori di inquietudine: la condizione di 'irregolarità', che caratterizza molti immigrati, entrati clandestinamente nel paese e spesso assorbiti da aziende 'regolari', ma, in molti casi, reclutati nei circuiti dell’illegalità (e della criminalità).
5. L’Italia, negli ultimi anni, è diventata un paese ad alto tasso di immigrazione.
E la popolazione straniera è destinata a crescere ancora, nel prossimo futuro, visti gli indici annui di incremento. Ma i sentimenti e gli argomenti che prevalgono, a questo proposito, sembrano guidati soprattutto dal pregiudizio, dalle ideologie, oppure dalle semplificazioni che talvolta producono i media. Le stesse posizioni espresse dalle forze politiche tendono a seguire schemi preconcetti, spesso volti alla massimizzazione dei vantaggi politici. Da un lato, si registra la tentazione di capitalizzare, dal punto di vista elettorale, le ansie dei cittadini, rischiando però di alimentarle ulteriormente. Dall’altro lato, si rischia di scivolare nell’errore opposto, quello del 'giustificazionismo a prescindere', come se il problema della sicurezza, in alcuni contesti, non fosse 'anche' collegato all’immigrazione (clandestina).
Ma l’immigrazione è di per sé un problema, peraltro complesso, e come qualsiasi altra problematica sociale va regolata. La legislazione in materia si è preoccupata soprattutto di arginare i flussi migratori, oppure ha risposto con soluzioni tampone, come le sanatorie, che suggeriscono la mancanza di un progetto di lungo periodo.
La stessa legge Bossi-Fini concepisce l’immigrato come lavoratore temporaneo, destinato a rientrare nel proprio paese, secondo una logica che esclude, a priori, una prospettiva di integrazione.
Così, il costo e il peso dell’accoglienza (e dell’integrazione) è ricaduto, quasi interamente, sul volontariato, sulle amministrazioni e sulle comunità locali. Il territorio ha reagito, tuttavia, in modo efficace, fornendo riposte locali ad una questione globale. Dando luogo ad alcuni apparenti paradossi. Come quello del Nord e del Nordest: regioni che esprimono, al contempo, i livelli massimi di preoccupazione e di integrazione. Regioni roccaforte della Lega, partito che ha tenuto, in questi anni, le posizioni più intransigenti in materia di immigrazione. Ma che, nei fatti, dove governa ha favorito l’inserimento degli immigrati. Appoggiando le imprese, le associazioni sindacali e imprenditoriali, l’associazionismo cattolico e laico.
L’Italia come 'paese dei paradossi' non è un’immagine nuova. L’«arte di arrangiarsi» degli italiani, e le best practices, che pure si registrano sul territorio, non bastano però a dare risposta alle domande che solleva un fenomeno vasto e complesso come quello dell’immigrazione.
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Limes del 2007-4-4924
La paranoia dell'invasione e il futuro dell'Italia
di Ferruccio Pastore
Dobbiamo sciogliere tre nodi strategici per affrontare coerentemente la questione migratoria: quanti immigrati, da quali paesi, con quali diritti. Le ambiguità dei governi e le tendenze dei flussi, in forte crescita nel Sud Europa. La posta in gioco è strategica.
1. Una volta, fino a qualche decennio fa (ma sembra un’altra èra), l’immigrazione - specialmente in Europa - era 'low politics'. Una policy-Cenerentola, tecnica, tranquilla, fatta a suon di circolari amministrative, quasi mai dibattuta nei parlamenti. Una policy che solo eccezionalmente produceva echi significativi sulle pagine dei giornali, ancor meno sugli schermi televisivi.
Uno dei primi politici europei a 'usare' con un certo impatto l’immigrazione come argomento di politica nazionale, fu il conservatore britannico Enoch Powell, in un famoso discorso tenuto a Birmingham, il 20 aprile del 1968. In quella filippica, che contiene già tutti i principali argomenti antimmigrazione che oggi permeano il dibattito, il carismatico Powell invocava la chiusura delle frontiere (ma non agli altamente qualificati che - precisava - 'are not, and never have been, immigrants'). In una prosa infuocata, che ha fatto scuola, chiedeva una decisa politica di incoraggiamento al ritorno, paventava i rischi della legislazione antidiscriminazione proposta dai laburisti allora al governo; concludeva facendo sua la profezia della Sibilla virgiliana, che nel Libro VI dell’Eneide vede il Tevere spumeggiare di sangue ('multo spumantem sanguine').
Il giorno dopo, Powell fu costretto alle dimissioni dallo Shadow Cabinet conservatore, e non ricoprì mai più incarichi di rilievo. Ma sollevò un putiferio, mieté consensi, diede la stura a una tendenza che prosegue tuttora. Nel 1970, il leader tory Edward Heath vinse a sorpresa le elezioni. Secondo alcuni, il nuovo linguaggio, ancorché ambiguamente ripudiato, aveva garantito un vantaggio decisivo.
Da allora, la politica migratoria ha subìto un processo che appare inarrestabile di politicizzazione e mediatizzazione. E l’immigrazione ha scalato tutti i gradini della piramide delle priorità: capitolo imprescindibile nei programmi elettorali, oggetto di continui interventi legislativi, tema di riunioni straordinarie degli esecutivi, nelle capitali nazionali come anche a Bruxelles.
L’opinione pubblica, motore di questa evoluzione, rimane tuttavia volatile, oscillante, ambigua; molti la bollano come schizofrenica. Nell’Italia di inizio 2007, per esempio, sembrava che avessimo imboccato un percorso di raffreddamento e di razionalizzazione del dibattito. Dopo aver fatto campagna elettorale nel 2001 promettendo severità e rigore, la Casa delle libertà aveva dovuto piegarsi all’anima pragmatica del suo elettorato, a scapito dell’altra, quella ideologica. Gli argomenti economici erano prevalsi su quelli psicologici e culturali, e il secondo esecutivo Berlusconi aveva finito per stabilire due record europei: la più grande regolarizzazione della storia (2002: 705 mila domande, oltre 646 mila regolarizzati) e il decreto-flussi più generoso che si ricordi (2006: 340 mila ingressi, di cui 170 mila di cittadini neocomunitari, tetto poi ulteriormente innalzato dal governo Prodi II). In quel clima, che pareva propizio, ha iniziato a prendere forma la nuova strategia di politica migratoria del centrosinistra.
Il primo mattone venne posato in agosto, con una proposta di riforma fortemente innovativa in materia di cittadinanza; in novembre, fu varato un disegno di legge mirato specificamente a lottare contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo degli stranieri; infine, il 24 aprile 2007, il Consiglio dei ministri ha approvato un ambizioso disegno di legge-delega che intende innovare profondamente sia in materia di immigrazione legale che di integrazione e di lotta all’irregolarità. Allo stesso disegno complessivo si possono ricondurre anche provvedimenti di politica religiosa (sei nuove intese firmate nell’aprile 2007, tra cui quelle con gli ortodossi e gli induisti) e altri di natura finanziaria (un Fondo per l’inclusione sociale degli immigrati: 150 milioni per il triennio 2007-2009).
Una strategia di governo così articolata richiede tempo e una volontà politica solida e costante per essere messa in pratica. Nell’arco di poche settimane, però, è risultato palese che queste condizioni essenziali non erano affatto garantite.
Alla debolezza congenita dell’esecutivo - che si è manifestata per esempio con i distinguo centristi sul cosiddetto autosponsor o sui tempi minimi richiesti per la naturalizzazione - si è sommato l’impatto pesantissimo della contingenza.
I tafferugli tra residenti cinesi e vigili urbani, nel cuore di Milano, il 12 aprile; l’insensato omicidio nella metropolitana romana, il 26 aprile; il drammatico sequestro di un autobus nel novarese, il 15 maggio; la decisa ripresa degli sbarchi - o meglio delle tragedie e dei salvataggi in mare - nelle acque del Canale di Sicilia.
Per quanto diversi, questi episodi, prevedibilmente amplificati dai media e dall’opposizione, hanno concorso a ricreare rapidamente un clima di emergenza, in cui qualsiasi strategia di lungo periodo si pone come un cantiere su un pendio franoso.
Si riapre così - in forma acuta - un dilemma ricorrente e fondamentale nella storia recente delle politiche migratorie in Europa: come impostare e sviluppare un’azione di governo integrata e di ampio respiro, che nel breve termine implica necessariamente scelte impopolari, in un contesto di sondaggiocrazia ipermediatizzata?
2. Non ci sono alternative, però, a un approccio strategico e di lungo periodo.
Paradossalmente, infatti, l’emergenzialismo rischia di produrre immobilismo. Lo ha dimostrato la parabola della Bossi-Fini, legge-manifesto superata dai fatti. Ma oggi neppure una timida marcia indietro verso la Turco-Napolitano del 1998 sarebbe sufficiente: serve una riforma radicale e coraggiosa. Una riforma che ci metta in grado di affrontare tre nodi strategici fondamentali: quanti immigrati? Quali (ossia con quali caratteristiche e da quali paesi)? Con quali diritti?
Quest’ultimo interrogativo è al cuore del dibattito che infuria intorno al disegno di legge Amato-Ferrero. L’opzione di fondo non è tra frontiere aperte e frontiere chiuse. In Italia, persino la Lega si è ormai persuasa della irrinunciabilità dell’immigrazione; sull’altro versante, il liberismo radicale di ispirazione terzomondista rappresenta un’ala battagliera, ma decisamente minoritaria. La vera opzione dunque è un’altra: un’immigrazione tendenzialmente stabile a cui è aperto un percorso di cittadinanza? Oppure un’immigrazione temporanea, interamente soggetta alle leggi del mercato?
Il dilemma non è affatto nuovo, ed è un dilemma sentito in tutto il continente: negli anni Sessanta e Settanta, tutti i principali paesi europei di immigrazione coltivarono più o meno a lungo (la Germania, ufficialmente, fino a pochi anni fa) l’idea che i lavoratori immigrati fossero soltanto ospiti temporanei (guestworkers, Gastarbeiter).
L’illusione dirigista che si potessero importare solo braccia, senza persone annesse (parafrasando una celebre espressione dello scrittore svizzero Max Frisch) naufragò presto. Negli anni della deindustrializzazione, i lavoratori-ospiti si riconvertirono in commercianti, disoccupati di lungo corso, pensionati precoci. Intanto i loro figli erano entrati nelle scuole e molti erano ormai cittadini. Espellerli in massa, come invocavano i tanti emuli di Enoch Powell, era impossibile senza smantellare lo Stato di diritto. I tentativi di incentivarne il ritorno fallirono, a Parigi come a Bonn. Tanti emigranti italiani, spagnoli, greci e portoghesi effettivamente rimpatriarono, ma solo perché a loro la Comunità Europea garantiva che, se fosse andata male, avrebbero sempre potuto riemigrare. Poi, per tre decenni, l’Europa renana e occidentale è rimasta sostanzialmente chiusa a nuovi ingressi legali di lavoratori extra Ue.
Oggi il bisogno si fa di nuovo sentire, ma le opinioni pubbliche sono ostili.
Non è un caso, in un contesto simile, che l’idea di un’immigrazione temporanea o 'circolare' - termine in voga, perché più soft e 'positivo' - si riaffacci sulla scena politica, allettando burocrati e decisori. Peraltro, non è un’idea solo europea: nel 2005, la Global Commission on International Migration (Gcim), voluta da Kofi Annan come grande esercizio di riflessione strategica su scala planetaria, insisteva nel suo rapporto finale proprio sul concetto di circolarità; quell’illustre consesso globale di esperti affermava, un po’ apoditticamente, che «il vecchio paradigma basato sull’insediamento permanente sta progressivamente cedendo il passo a forme di immigrazione temporanea e circolare»; poi concludeva, esortando gli Stati e le organizzazioni internazionali a 'formulare politiche e programmi per massimizzare l’impatto in termini di sviluppo del ritorno e della migrazione circolare'.
L’idea piace, non solo nei grandi paesi di immigrazione non occidentali - come la Malaysia, gli Stati del Golfo o la Libia - dove di integrazione non si parla e l’immigrazione si regola abitualmente a colpi di deportazioni di massa. La storica (ma terribilmente controversa e dall’esito quanto mai incerto riforma bipartisan dell’immigrazione recentemente discussa al Congresso Usa ha tre pilastri fondamentali:
a) la regolarizzazione di 11-12 milioni di irregolari; b) il passaggio da un sistema di ammissione basato sui legami famigliari a uno di tipo «meritocratico», a punti; e infine c) proprio un programma di immigrazione temporanea, che aprirebbe il mercato del lavoro statunitense a 400 mila immigrati con basse qualifiche ogni anno. Costoro potrebbero rimanere per periodi massimi di due anni, rinnovabili per due volte, ma con intervalli obbligatori di un anno da trascorrere nel paese di origine. Le famiglie potrebbero far visita a questi migranti temporanei per non più di un mese all’anno. L’idea dell’immigrazione circolare o temporanea (i due aggettivi non sono necessariamente sinonimi) rimbalza anche in Europa. Rispondendo a un invito fattole dal Consiglio europeo nel dicembre 2006, la Commissione ha recentemente pubblicato una Comunicazione sulla migrazione circolare: Com (2007) 248. L’obiettivo strategico è quello di massimizzare il rendimento complessivo della mobilità del lavoro, facendo in modo, per esempio, che l’emigrazione non si traduca in permanenza improduttiva o in brain drain. Ma il metodo proposto dalla Commissione è soft, non coercitivo come quello in discussione al Senato Usa. Nel documento presentato dal vicepresidente Franco Frattini il 16 maggio 2007, la circolarità è concepita essenzialmente come un’opportunità, da favorire mediante incentivi e forme mirate di liberalizzazione, piuttosto che come un vincolo da imporre con la minaccia di sanzioni.
E in Italia? L’impostazione iniziale del governo della Casa delle libertà, nel 2001, era fortemente orientata verso un Gastarbeitermodell all’italiana. Non è un caso se, nel primo decreto-flussi adottato dall’esecutivo Berlusconi II, la percentuale di stagionali sul totale degli ingressi programmati balzava al 70,4% dal 44% dell’anno prima, per poi salire ancora fino a toccare un picco dell’86,1% nel decreto per il 2003. Ma, nella seconda metà della legislatura, il centrodestra al governo dovette rivedere radicalmente il suo approccio, nel senso di una maggiore tolleranza de facto e flessibilità. Ora, la scelta tendenziale fatta dal centrosinistra (con il disegno di legge Amato-Ferrero, con i provvedimenti in materia di caporalato e di lotta alla tratta, con la proposta sulla cittadinanza) è chiaramente quella di modernizzare mediante i diritti, e non riducendoli. L’idea di base è che l’esclusione e lo sfruttamento dei migranti, non la loro inclusione stabile, siano i veri problemi dell’Italia.
D’altra parte, a favore di un modello di politica migratoria fondato su un percorso di integrazione rapida e duratura militano argomenti solidi di natura economica e demografica, oltre che etico-politica; come scrive il demografo Massimo Livi Bacci: 'Per l’Italia, bisognosa in misura crescente di immigrati, il 'tempo' della permanenza deve essere lungo, e la rotazione bassa'.
3. Una seconda questione di rilevanza strategica che l’Italia, nel ridefinire la sua politica migratoria, ha di fronte è di natura quantitativa: quanti immigrati intendiamo accogliere nei prossimi decenni? La domanda va posta senza ingenuità: è evidente che la politica migratoria, come qualsiasi policy settoriale, si misura con vincoli strutturali e incognite di ogni genere. Le promesse di un’immigrazione governata al 100% sono trappole demagogiche che qualsiasi governo responsabile dovrebbe non solo evitare, ma anche impegnarsi a confutare. Eppure, è chiaro che le determinanti economiche e demografiche, per quanto pesanti, non cancellano del tutto l’autonomia della politica: entro certi limiti, pianificare l’immigrazione si può.
Per impostare un discorso sugli scenari quantitativi, bisogna partire da una chiara consapevolezza della situazione attuale. Ci sono tre tipi di bugie - «lies, damned lies, and statistics» - ammoniva Mark Twain citando Benjamin Disraeli.
Se è così, le statistiche migratorie sono una sottocategoria particolarmente spinosa: oltre che affette da enormi problemi di definizione, rilevazione e comparazione, sono sistematicamente oggetto di usi fuorvianti o addirittura dolosamente strumentali da parte dei media e della politica. Eppure sono imprescindibili. E se guardiamo, pur con tutte le cautele necessarie, al quadro statistico europeo, ci rendiamo conto di trovarci - come Italia - in una posizione eccezionale. All’interno di un’Unione Europea che ha recentemente sopravanzato gli Stati Uniti come massimo polo di attrazione su scala globale (tabella 1), il nostro paese risulta, da alcuni anni, dopo la Spagna, il principale paese di immigrazione, in termini netti (tabella 2).

Questo panorama statistico è fluido e controverso: perché le stime di Eurostat sono oggetto di revisioni successive, perché la classifica risulta diversa se si assumono come parametro gli ingressi invece dei saldi migratori, e per altri motivi ancora.
Ma ciò che conta, qui, è sottolineare la nuova centralità dell’Europa meridionale nella geografia europea delle migrazioni, e il livello elevatissimo dei flussi registrati da Spagna e Italia nell’ultimo quinquennio. Gli esperti sono concordi nel ritenere che questo boom non dipende affatto da una maggiore esposizione geografica alla pressione migratoria da sud, come i mezzi di informazione tendono a far credere e larghe fette dell’opinione pubblica continuano a pensare. Le spiegazioni non sono da cercare in Africa o in America Latina, ma all’interno dei confini nazionali: perché l’immigrazione è stata la strategia implicita con cui l’Italia ha finora messo una pezza alla perdita di competitività e alla carenza di innovazione nel suo sistema produttivo, alla perdita di efficacia ed efficienza del suo welfare, al suo rapido declino demografico.

Al di là delle sue caratteristiche specifiche (regolarizzazione come principale strumento regolativo), indubbiamente da riformare, bisogna chiedersi se si tratta di un modello sostenibile. Se l’attuale trend di crescita proseguisse, arriveremmo rapidamente a livelli record: 'Ipotizzando flussi netti di circa 260 mila persone all’anno (media 1999-2004), si avrebbero [nel 2020] 6,9 milioni di immigrati, pari all’11,3% della popolazione'. Inoltre, va sottolineato che si tratterebbe di un incremento localizzato prevalentemente nelle aree settentrionali del paese, dove gli immigrati si concentrano in misura crescente (64% del totale all’inizio del 2006, contro il 62% di soli quattro anni prima) (tabella 3) e dove peraltro l’ostilità al fenomeno sembra essere più marcata.
È probabile, e in generale gli esperti assumono, che i tassi di crescita della popolazione straniera registrati recentemente dall’Italia subiranno un rallentamento.
Nella variante di base delle sue previsioni a lungo termine, Eurostat ipotizza per esempio che il saldo migratorio dell’Italia nel periodo 2004-2051 sarà complessivamente di 'soli' 5,7 milioni, a costo però di un calo sostanzioso della popolazione totale. Ma data la natura irreversibile e l’intensità della tendenza all’invecchiamento della popolazione italiana, un eventuale ridimensionamento del ricorso all’immigrazione nel medio periodo ci imporrebbe un drastico ripensamento del nostro modello sociale ed economico (dall’età pensionabile ai livelli e alla struttura della spesa sociale). Rispetto a dilemmi così radicali, il livello della ricerca e del dibattito appaiono tragicamente inadeguati.
4. Naturalmente, non è solo la quantità di immigrazione che conta, bensì anche la sua qualità, la composizione dei flussi. Il 7 maggio scorso, parlando a Unioncamere, il presidente del Consiglio affermava perentorio: 'Non possiamo continuare ad avere immigrazione di residuo. Dobbiamo scegliere immigrati di cui abbiamo bisogno. Persone altamente qualificate'. Non è un concetto originale: molti leader europei promettono un’immigrazione selezionata, di qualità, cercando anche così di attenuare l’ostilità radicata in gran parte dell’opinione pubblica.

Per un altro verso, è sicuro che la perdita di peso della componente africana dipende anche da scelte istituzionali: è molto più difficile, per esempio, ottenere un visto Schengen a Lagos che a Chis˛inaˇu. Inoltre, gli sforzi sempre più massicci di controllo delle frontiere comuni, da parte dei governi e delle istituzioni europee, si concentrano lungo le frontiere marittime meridionali dell’Unione, in maniera assolutamente sproporzionata rispetto all’entità reale, piuttosto limitata, dei flussi clandestini provenienti dalle coste africane.
La 'preferenza europea' che caratterizza in modo sempre più forte il modello migratorio italiano, oltre a sollevare questioni di natura etica, pone un problema pratico nel lungo periodo. Il potenziale migratorio dei paesi dell’Europa orientale, a cui l’Italia ha fatto così massicciamente ricorso negli ultimi anni, è limitato. Da qualche anno, i flussi dall’Albania si sono fortemente ridimensionati, non solo per effetto di controlli più efficaci ma anche a causa di una riduzione del potenziale demografico di base. Ora, anche nei rapporti con la Romania e persino con l’Ucraina (il paese del mondo con il tasso di crescita naturale della popolazione più pesantemente negativo), si intravede la possibilità, non troppo remota, di una supply crisis. Occorrerà compiere scelte strategiche fondamentali su quali altre aree privilegiare come bacini di reclutamento. Ovviamente, non si tratterà di scelte astratte, fatte a tavolino. Saranno orientamenti graduali, condizionati da molteplici fattori, tra cui gli sviluppi dell’integrazione europea; la situazione economica e politica internazionale; lo stato dei rapporti bilaterali con i diversi paesi di origine e di transito, anche nel campo della cooperazione allo sviluppo. Ma, pur con molti vincoli, ci sarà la possibilità e la necessità di fare delle scelte: aprirsi con maggior fiducia e decisione al Maghreb e all’Egitto? Inaugurare canali di immigrazione lavorativa dalla Turchia (prima e a prescindere da un’eventuale adesione)? Impostare una politica di immigrazione legale dall’Africa subsahariana? Oppure rendere più strutturata e sistematica l’apertura di fatto verso l’America Latina, magari privilegiando - come si è sperimentato, con scarso successo, nella scorsa legislatura - i paesi etnicamente 'più italiani', come l’Argentina? Qualunque sia il mix prescelto, andrà difeso con forza e coraggio straordinari, per conquistare il consenso necessario e arginare la paranoia dell’invasione.
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L’Italia ha il mondo in casa. Quanto ne diventerà di casa? Dalla risposta dipende il nostro futuro. Non un vago avvenire, ma la vita di tutti noi, italiani e stranieri che popolano questo paese. Un domani di cui l’oggi è pregno. Sapremo organizzare la convivenza con gli immigrati, armonizzandola nel contesto nazionale? Potremo scernere il grano dal loglio, gli amici dai nemici, o dovremo solo subire scelte, lenire tragedie altrui? L’incrocio fra persone, storie e culture diverse produrrà un’Italia felicemente meticcia in un’Europa emancipata dal mito spagnolesco della limpieza de sangre? Oppure italiani e stranieri sono condannati ad asserragliarsi in domini separati, vegliati da fortificazioni non solo metaforiche, prodotto delle reciproche paure? Possiamo/vogliamo vivere da separati in Italia?
Affrontare la questione dell’immigrazione in termini geopolitici implica sondare questo terreno mobile, incerto. Segnato da cifre, statistiche e proiezioni spesso adattate alle intenzioni di chi le produce più che alla voglia di capire. Perché degli stranieri abbiamo insieme bisogno e timore.
Due termini meno contraddittori di quanto appaia.
Eppure ai numeri non possiamo rinunciare, se presi con un grano di sale. Le quantità determinano la qualità del problema e delle possibili soluzioni.
Su scala mondiale l’Italia è ormai seconda solo agli Stati Uniti quanto ad attrazione di immigrati; in proporzione agli abitanti siamo diventati leader. Davvero uno shock ricordando che tra metà Ottocento e metà Novecento siamo stati il paese di emigrazione numero uno in Europa, come testimoniano i 60 milioni di oriundi e i 3 o 4 milioni di nostri concittadini sparsi fra Americhe e Australia.

Oggi da noi vivono o sopravvivono, secondo le stime della Caritas, oltre 3 milioni e mezzo di immigrati, tra cui si stimano circa 6-800 mila clandestini. I regolari incidono per il 5,2% sul totale dei residenti in Italia, compresi gli irregolari siamo intorno al 6% (per i dati 'ufficiali' Istat, vedi la tabella 1). Insieme alla Spagna, ci avviamo a raggiungere le nazioni europee di radicata immigrazione, come Germania, Francia e Gran Bretagna. La vertigine da «invasione» è accentuata dal ritmo: la popolazione immigrata è raddoppiata ogni dieci anni tra il 1970 (144 mila) e il 2000, salvo moltiplicarsi nuovamente per due nel quinquennio 2001-2005. In 35 anni gli immigrati sono aumentati di 25 volte. Verso la fine del prossimo decennio potremmo superare i 7 milioni. E intorno alla metà del secolo varcare la soglia dei 10 milioni, quando gli abitanti dello Stivale dovrebbero scendere sotto i 56 milioni. La forbice fra calo demografico, flusso e riproduzione di allogeni sembra destinarci in un futuro non lontanissimo al rango di primo paese europeoper numero di immigrati.
Formidabile testacoda: da campioni continentali dell’emigrazione a leader dell’immigrazione, nell’arco di un secolo.
Prima di scavare sotto la crosta dei grandi numeri per trarne lezioni e opzioni operative, conviene tracciare la cornice entro cui la mutazione del Bel Paese da esportatore a importatore di anime (non solo braccia!) può essere meglio interpretata.
Il mondo gira
Su 6 miliardi e mezzo di umani, nel 2005 l’Onu ha contato nel mondo 191 milioni di migranti, dei quali 115 milioni (61%) nelle nazioni più ricche, il resto nei paesi 'in sviluppo'. L’Europa guida la classifica per continenti, accogliendone il 34%, seguita da Asia (28%), America Settentrionale (23%), Africa (9%), America Latina e Caraibi (4%), Oceania (3%) (tabella 2). Cifre da ponderare quando si sciolgono inni alla 'globalizzazione': se davvero il globo fosse globale, ci sposteremmo solo per turismo.
Ma il mondo non è piatto. È polarizzato fra pochi Nord e molti Sud. Le transumanze lo rendono meno iniquo.
Dalla scoperta dell’America fino alla seconda guerra mondiale, nei secoli d’oro del colonialismo europeo, i flussi migratori dirigevano dal centro alla periferia. Poi la tendenza s’è invertita, mentre si è aggiunta una corposa transumanza Sud-Sud (carta 1). Oggi è il Terzo Mondo che preme alle porte dell’Occidente. Almeno, chi può permettersi di sopportare i costi (e le umiliazioni) del trasferimento verso paradisi presunti, attraverso terre, cieli e mari ignoti. Insieme ai profughi che fuggono persecuzioni e guerre.
Il Quarto Mondo - i disperati - è inchiodato al suo destino. Giacché a muovere le persone non è la povertà quanto la speranza. 'Deprivazione relativa', in sociologese. In parole povere, la coscienza di star male e di poter aspirare a un’esistenza meno inumana. Accentuata dalla diffusione dei mass media - più televisioni, più aspettative, più migrazioni - e dalla possibilità di muoversi in tempi e per costi tollerabili, anche se a condizioni talvolta spaventose.
Ma una quota migratoria non indifferente, oltre che qualitativamente incisiva, riguarda cervelli a caccia di migliori offerte, imprenditori, manager o altri benestanti che aspirano ad affermarsi altrove. Infine, milioni di persone tornano a casa dopo una più o meno lunga permanenza all’estero, non solo per nostalgia ma per mettere a frutto l’esperienza in terra altrui. È l’altra faccia del fenomeno, meno mediatizzata ma non per questo insignificante.
In Europa l’immigrazione suscita sentimenti ambigui, spesso negativi.
Meno negli Stati Uniti. Una recente indagine Harris informa che il 67% dei britannici, il 55% dei tedeschi e degli italiani e il 45% degli spagnoli valuta 'eccessivo' il numero degli immigrati legali nei rispettivi paesi, contro il 35% degli statunitensi (peraltro più dei francesi: 32%). Richiesti se l’immigrazione sia un danno o un aiuto, il 59% degli americani opta per il secondo termine, contro il 54% dei francesi, il 53% degli spagnoli, il 51% degli italiani, il 48% dei tedeschi e il 36% dei britannici, i meno xenofili della compagnia. Quanto ai clandestini, gli italiani guidano la classifica di chi vorrebbe espellerli (60%), seguiti da britannici (59%), tedeschi (54%), americani (46%), spagnoli (43%) e francesi (34%), campioni di ecumenismo (sic).
La storia dimostra che le migrazioni sono state più una risorsa che un problema per chi ha saputo gestirle. Il paese più potente del mondo è stato inventato dagli immigrati. Il patriottismo a stelle e strisce si fonda sulla consapevolezza di aver saputo attrarre e convertire milioni di stranieri, facendone fieri americani. Ancora oggi, questa idea dell’America si riflette in due tendenze strutturali opposte a quanto sperimentiamo nel Vecchio Continente: la notevole fertilità e la capacità di accogliere chi bussa alla porta.
Con oltre 300 milioni di abitanti, gli Stati Uniti sono il più popoloso fra i paesi ricchi (i giapponesi sono meno della metà, i tedeschi poco più di un quarto, italiani, francesi e britannici a stento un quinto). Stante la crescita zero quando non negativa che incombe sul nostro continente, nel 2025 dovremmo contare 4,4 americani per ogni tedesco (oggi sono 3,6) e 6 per ogni italiano (contro i 5 attuali). E se la migrazione netta verso l’Europa occidentale nel decennio 1996-2005 si è aggirata intorno ai 740 mila individui l’anno, pari allo 0,19% della popolazione stanziale, negli Stati Uniti ha toccato quota 980 mila (0,35%). Quasi tutti i nuovi immigrati negli Usa, ad oggi passabilmente integrati, non sono europei, ma latinoamericani e asiatici, così marcando la crescente distanza fra le due sponde dell’Atlantico.
Insomma, se l’America declina, non è colpa della demografia.
La deriva geopolitica dei continenti occidentali nasce dal profondo (grassetto del webmaster).
Perché radicata negli animi prima che nei numeri. Fare figli e integrare chi è nato altrove sono segni di fiducia. Gli americani credono nel futuro, noi meno. Se persino dopo l’11 settembre, mentre in Medio Oriente (e non solo) soffia forte il vento antiamericano, milioni di musulmani preferiscono diventare statunitensi piuttosto che europei, a che serve crogiolarsi nella retorica dell’«Europa gentile»? Che ne è del nostro civil power?
La ricomposizione della frattura demo-migratoria che mina l’Occidente è improbabile. Se mai avverrà, sarà per l’europeizzazione dell’America più che per l’americanizzazione dell’Europa. Oggi quasi tutti i governi veterocontinentali - con la notevole eccezione del nostro - enfatizzano i rischi piuttosto che le opportunità dell’«invasione». Tendiamo ad autorappresentarci come fortezza assediata. Fino a immaginare un sistema europeo di controllo dei visti (Vis) fondato su una banca dati in cui sarebbero custoditi nomi, volti e impronte digitali di ogni straniero entrato nell’Unione Europea. Anche se talvolta avvolgiamo la sindrome da assedio nella retorica europeista, come quando celebriamo il tentativo di alzare barriere verso l’esterno quale apertura dei confini interni (Schengen).
Ma ora anche l’America accenna a chiudersi. Il paese è in guerra. Come sempre, preferisce combatterla altrove, sperando di dirottare lontano i terroristi che potrebbero colpirla ancora al cuore. In tale clima non è scontato distinguere fra lavoratori stranieri - aspiranti americani - e potenziali attentatori. Al di là delle misure di sicurezza, emerge la diffidenza verso gli «altri». Di cui soffrono anche immigrati del tutto estranei all’islamismo militante, a cominciare dai latinos. Il Muro del Rio Grande è un monumento alla paura dei clandestini. Oggi valutati intorno ai 12 milioni, dei quali 7-8 milioni ispanici, in prevalenza messicani.
Bush ha proposto nel 2005 una legge che punta sull’attrazione di forza lavoro coltivata e sui permessi temporanei, implicando una gigantesca sanatoria.
Un approccio troppo liberale per la schiacciante maggioranza bipartisan dei senatori. Destra repubblicana, ostile a ogni sanatoria intesa come 'tradimento della patria', e sinistra democratica, sensibile alla lobby sindacale, che teme lo spiazzamento dei lavoratori nativi, hanno affossato insieme il testo della Casa Bianca. Se ne riparlerà forse con il nuovo presidente.
In America come in Europa i governi sopravvalutano la possibilità di governare i flussi migratori. A determinarli è l’incrocio fra domanda e offerta di lavoro, alimentata in Europa dal declino demografico. In questo mercato transnazionale intervengono attori diversi, portatori di interessi contrastanti. Il demografo Antonio Golini ne conta otto. Quattro principali: migrante; paese di destinazione; paesi di transito; trafficanti di manodopera.
E quattro secondari: paese di provenienza; famiglia d’origine; diaspore di connazionali che formano una catena migratoria; datori di lavoro della nazione di arrivo. Per quanto sia potente e deciso, lo Stato obiettivo del migrante difficilmente può tenere sotto controllo gli altri sette fattori. Risultato: i paletti all’immigrazione imposti con le quote non fermano i clandestini, si procede quindi alle sanatorie, le quali suscitano nuove aspettative. E così via, in un circolo assai poco virtuoso.
Vorrei e non vorrei
L’Italia è paradigma ed epicentro del declino geopolitico, demografico ed economico europeo, avviato con le due guerre mondiali ma tuttora in corso. Non c’è rapporto fra l’influenza delle potenze europee d’inizio Novecento e ciò che ne residua oggi. Se il nostro continente ospitava nel 1913 il 28% della popolazione mondiale, nel 2000 eravamo al 13% e nel 2050 rischiamo di non superare il 7%. Parallela la perdita di peso economico: alla vigilia della Grande Guerra il pil continentale valeva il 47% su scala globale, nel 2000 eravamo al 26%, metà di quanto se ne prevede per il 2050 (13%). Una 'rivoluzione geodemografica', giusta la definizione di Massimo Livi Bacci.
In prospettiva storica, siamo dunque una nazione calante in un continente illuminato di luce occidua. Eppure restiamo uno dei paesi più ricchi al mondo, una meta alla moda per milioni di stranieri. Non solo turisti, ma uomini e donne che pensano di poter aspirare qui da noi a una vita migliore.
Se non è troppo tardi, il riscatto dell’Italia verterà sulla leva migratoria come risorsa nazionale. Certo senza immigrati il declino demografico ed economico del nostro paese avrebbe già assunto il profilo del crollo.
La conoscenza del fenomeno migratorio è il punto di partenza per favorire la convivenza e persino un certo grado di integrazione fra italiani di ceppo e new entries. Sembra ovvio, ma non lo è affatto. L’aria del tempo è tutt’altra. Viviamo uno dei ricorrenti 'treni di paura' che percorrono l’Occidente. Timore del 'diverso', che induce riflessi pavloviani e blocca financo la curiosità per chi viene da fuori. Del quale sappiamo poco. Ora, qualsiasi approccio si voglia privilegiare, compreso il rigetto dell’immigrato manu militari, non può prescindere dalla fredda analisi della questione.
Non pare che le pubbliche autorità ne siano convinte, stando ai miseri investimenti devoluti a tal fine, da cui scaturiscono dati incompleti, se non virtuali o addirittura manipolati.
Proviamo a sistemare quel poco che sappiamo in uno scenario del caso italiano. Ne emergeranno alcuni punti fermi e qualche linea di tendenza.
1) I crescenti flussi migratori incrociano l’intero territorio nazionale, con una marcata concentrazione al Nord (59,5%, contro il 27% del Centro e il 13,5% del Sud) (carta a colori 1). Roma e Milano ospitano da sole più di uno straniero su cinque, ma la tendenza è a sparpagliarsi fuori delle maggiori città. Le provenienze sono quasi universali, con un terzo originato dai primi tre paesi in graduatoria: Romania, Albania e Marocco. Ogni 10 immigrati, 5 sono europei (soprattutto dell’Est), 2 africani, 2 asiatici e 1 americano. Il 49,1% sono cristiani, seguiti da un milione di musulmani (33,2%). In prevalenza arrivano giovani: il 70% degli immigrati ha fra i 15 e i 44 anni.
2) L’Italia è non solo paese di transito verso altri Stati europei, ma meta di residenza. Il 60% degli immigrati pensa di restare con noi, anche perché l’80% considera di vivere qui meglio che nel paese di origine.
3) I clandestini (oltre mezzo milione) sono per il 64% overstayers - persone che entrano regolarmente salvo restare una volta scaduto il permesso - per il 23% hanno violato di nascosto le frontiere, il restante 13% è sbarcato sulle coste. Le principali direttrici di provenienza sono i Balcani e (molto meno) l’Africa settentrionale. Paradossalmente, i nostri media enfatizzano l’emergenza mediterranea, mentre trascurano la filiera dell’Est, assai corposa e soprattutto coincidente con le rotte dei traffici di droga in partenza dall’Asia centrale.
4) L’Italia detiene il primato europeo di irregolari, in termini assoluti e relativi. In buona parte restano disoccupati. Molti alimentano l’economia 'informale', contribuendo a disegnare segmenti etnici nel mercato del lavoro (muratori romeni, ristoratori cinesi, prostitute nigeriane eccetera). Mafie etniche - in cooperazione fra loro, raramente con le nostre - gestiscono il traffico di esseri umani dalla partenza all’approdo in Italia.
Esiste un nesso fortissimo fra clandestinità, ghettizzazione e criminalità: quasi tutti gli stranieri che finiscono nelle nostre carceri sono irregolari.
Lo stato della questione migratoria si ricava intrecciando tali dati con le percezioni reciproche fra italiani e stranieri e con le scelte operative, nostre e altrui, che ne derivano.
L’indagine Demos-Coop curata da Ilvo Diamanti che pubblichiamo in questo volume rileva quanto stia crescendo in Italia la paura dell’«altro da noi»: il 43,2% degli interpellati vede l’immigrato come una minaccia alla sicurezza. Allo stesso tempo, quasi la metà degli italiani (46,4%) considera quello stesso immigrato utile per aprire il nostro paese al mondo, e il 41,5% concede che è 'una risorsa per la nostra economia'. La nostra percezione dello straniero in casa si conferma ambigua. La febbre securitaria coabita con la coscienza di quanto gli 'altri' siano necessari al nostro benessere (vedi l’articolo di Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini).
Ci muoviamo lungo un sentiero stretto. L’umore pubblico può volgere rapidamente al peggio. La minaccia più grave è il risveglio delle cellule terroristiche dormienti, incistate nelle comunità islamiche, soprattutto maghrebine. Per i jihadisti l’Italia resta un’importante base logistica, che può facilmente trasformarsi in obiettivo di attentati. Il sogno del nostro governo di produrre un 'islam italiano', centrato sulla Consulta islamica, è fallito.
E nessuno sa come la gente potrebbe reagire a un attacco terroristico di primo grado. Da cui forse scaturirebbe una guerra fredda fra italiani e immigrati musulmani, o addirittura rappresaglie 'spontanee' a sfondo razzistico. Certo l’intreccio fra ingenuo 'buonismo' e allarmismo emergenziale produce insicurezza e apre la strada agli imprenditori politici dell’odio razziale.
Più difficile quantificare e qualificare i sentimenti altrui verso di noi.
Il miglior metro è la tendenza dei flussi, in continuo aumento: se vengono qui, vuol dire che non ci stanno poi male. La relativa prossimità ai paesi di origine spiega molto, ma non tutto. In Italia indigeni e allogeni confliggono meno che nei paesi di immigrazione storica. Sarà per la minor quota degli stranieri sul totale degli abitanti (gap che peraltro stiamo rapidamente colmando), per la maggior dispersione territoriale e quindi la minore omogeneità etnica degli insediamenti - le banlieues alla francese non sono (ancora) la nostra norma - o per il lavoro di volontari laici e cattolici che surrogano in parte le carenze dello Stato stabilendo un contatto cordiale e fattivo con gli stranieri.
Ma trascurata debolezza delle istituzioni e aggressiva potenza delle mafie etniche potrebbero produrre una miscela micidiale. A Roma come a Milano, a Napoli come a Torino, ma anche in provincia e nelle campagne, si stanno coagulando ghetti etnici gestiti da organizzazioni criminali, in cui capibastone stranieri sfruttano i connazionali clandestini senza che del nostro Stato si scorga l’ombra. E in cui gli italiani diventano stranieri.
La rivolta nella Chinatown milanese è più di un campanello di allarme: una comunità autosufficiente, tendenzialmente appartata, tiene in scacco le autorità italiane nel cuore di una nostra metropoli e accusa la polizia di aggressione premeditata: 'Siamo come le erbacce', ha scritto un anonimo cinese di Milano, 'ci diffondiamo con rapidità e le piante più deboli (gli italiani) si sentono in pericolo. Così preferiscono attaccarci'.
Nel Sud, dove ampie fette di territorio sono gestite dalle mafie nostrane, si prospettano guerre fra bande criminali italiane e straniere. Un solo esempio: a Castelvolturno, nel Casertano, i nigeriani sfruttano le loro prostitute e controllano il mercato del lavoro. Con il clan dei casalesi, il cui dominio tocca il confine del Nigerialand locale, le mafie nere stanno osservando una pax camorristica appesa a un filo. Certo non possiamo chiedere ai comboniani - che ospitano ex prostitute ed ex carcerati d’origine africana - di impedire la resa dei conti fra criminali campani e nigeriani.
Noi+loro=?
I migranti sono semi di nuove comunità. Non illudiamoci di poterli piantare come e dove ci pare. Al massimo, possiamo contribuire a orientarne la crescita, mediando fra culture e aspettative diverse. Cercando di salvaguardare i nostri valori e, in qualche misura, le nostre leggi (ma se non le rispettiamo noi, come possiamo pretenderlo dagli altri?).
Chi arriva in Italia non incontra un progetto nazionale, uno Stato forte. Non siamo né saremo mai l’America, e nemmeno la Francia. L’integrazione all’italiana, nel migliore dei casi, è adesione a uno stile di vita tollerante (o menefreghista), variabile da regione a regione, che produce innesti più promettenti al Nord (carta 2 e tabella 3). Vale in genere il vantaggio di controlli meno pervasivi e lo svantaggio di servizi meno efficienti che nell’Europa centro-settentrionale. Oltre alla mobilità sociale quasi nulla e alla sovrana indifferenza al merito, fattori che contribuiscono a deviare altrove gli immigrati in gamba e ad attrarre i mascalzoni.

Scoraggiando poi l’italianizzazione delle seconde generazioni: solo un immigrato su cento diventa nostro connazionale, ma dopo aver speso quindici o vent’anni per sfuggire alle trappole di una legge ancora impregnata di ius sanguinis e a sbattere la testa contro il muro di gomma delle nostre leggendarie burocrazie.
Il disegno di legge Amato-Ferrero, perno della politica immigratoria del governo di centrosinistra, punta ad accelerare l’integrazione e a semplificare l’incontro fra domanda e offerta di lavoro per prosciugare le sacche di clandestinità diffuse sul territorio. È improbabile che veda mai la luce. In ogni caso, difficilmente usciremo nel prossimo futuro dal meccanismo semiautomatico delle sanatorie. A conferma che con gli strumenti di cui dispongono gli Stati nazionali - anche più efficienti e legittimati del nostro - non si gestisce un macrofenomeno transnazionale. Quanto all’Unione Europea, meglio non illudersi: ognuno fa per sé, magari contro il vicino.
A tendenze costanti, gli italiani sono destinati a coesistere con milioni di stranieri insediati a macchia di leopardo in comunità semiautonome.
Loro saranno loro. E noi saremo noi. Non una vera convivenza. Comunità ed esistenze parallele, che si ignoreranno e/o si scontreranno, mai riconoscendosi pari dignità.
Non è affatto scontato che la nazione italiana possa sopravvivere a tale prova. Stentiamo a collaborare tra noi, figuriamoci con gli immigrati.
Per questo dobbiamo correggere la rotta.
Ernest Renan spiegava che le nazioni si fondano sulla solidarietà. Sono una conquista da coltivare giorno dopo giorno. Se fosse stato italiano, Renan avrebbe ammesso che certe nazioni non necessitano di un plebiscito quotidiano, quando si fondano su una storia meno recente di quella francese e non hanno alle spalle una rivoluzione da legittimare. Forse non sbagliava {tip Nota 15 nel testo::A. Gramsci, Nel mondo grande e terribile. Antologia degli scritti 1914-1935, a cura di G. Vacca, Torino 2007, Einaudi, p. 182.}Antonio Gramsci{/tip} quando osservava che 'il nazionalismo di marca francese è una escrescenza anacronistica nella storia italiana, propria di gente che ha la testa voltata all’indietro come i dannati danteschi'. Giacché 'il popolo italiano è quel popolo che “nazionalmente” è più interessato a una moderna forma di cosmopolitismo'.
Ma nessuna comunità, nazionale o meno, può prescindere dalla condivisione della memoria e delle prassi - non necessariamente codificate - indotte dalla tradizione e coniugate con il mutamento. Più che a Renan, guardiamo al genio medievale di Fibonacci. Il matematico pisano, educato all’algebra sulle sponde del Mediterraneo arabo, padre della serie in cui ogni numero è somma dei due precedenti. Quella progressione logica può applicarsi al futuro dell’Italia: continueremo ad esistere se armonizzeremo il consueto con l’esotico, se il presente affonderà nel passato per suscitare un futuro aperto ma integrato. Arricchito da chi ci raggiunge da fuori, soprattutto dai suoi figli e nipoti.
Obiettivo arduo, che presuppone l’incrocio di due volontà, nostra e altrui. In sé l’immigrato non è risorsa né minaccia. Diventa l’una o l’altra se funziona o fallisce la chimica dell’«integrazione leggera», all’italiana.
Scettica, ma consapevole. Non c’è terza via: il meticciato ben temperato è il lievito dell’umanità, gli esperimenti di 'purificazione' razziale ne sono la tomba.




















