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Salvatore Tomaiuolo nasce a Monte Sant'Angelo (FG) il 2 novembre 1913. Muore nel 1998 all'età di 85 anni.
Iscrizione: Ex militare Palumbo Francesco fu Salvatore classe 1918 di Montesant’Angelo investito a Roma in via Aurelio (sic) 3 aprile 1943 per grazia ricevuto da S. Matteo e da S. Michele - Descrizione: La scena si svolge a Roma. Sulla strada, fiancheggiata da viali alberati e palazzi sontuosi, una carretta militare viene urtata sulla fiancata destra da un grosso torpedone blu, proprio mentre un altro torpedone rosso è appena passato proveniente dalla direzione opposta. Il conducente della carretta giace sotto la ruota del torpedone tutto insanguinato mentre dai finestrini del grosso automezzo i passeggeri guardano terrorizzati. Sulla fiancata del carretto, dipinta di verde, si legge Carretta 13° Fanteria. In alto a destra le apparizioni di San Matteo e di San Michele.
Iscrizione: Ex militare Palumbo Francesco fu Salvatore classe 1918 di Montesant’Angelo investito a Roma in via Aurelio (sic) 3 aprile 1943 per grazia ricevuto da S. Matteo e da S. Michele - Descrizione: La scena si svolge a Roma. Sulla strada, fiancheggiata da viali alberati e palazzi sontuosi, una carretta militare viene urtata sulla fiancata destra da un grosso torpedone blu, proprio mentre un altro torpedone rosso è appena passato proveniente dalla direzione opposta. Il conducente della carretta giace sotto la ruota del torpedone tutto insanguinato mentre dai finestrini del grosso automezzo i passeggeri guardano terrorizzati. Sulla fiancata del carretto, dipinta di verde, si legge Carretta 13° Fanteria. In alto a destra le apparizioni di San Matteo e di San Michele.
Iscrizione: A divozione di Esposito Michele di Girolamo successo il 6 agosto 1933 in Monte S. Angelo - Descrizione: Un uomo,investito da un carretto in una via di Monte Sant'Angelo, giace a terra. Uno dei due cavalli, rotti i finimenti, fugge in senso inverso. Un uomo tenta di sollevare il carro da tergo. Dietro una palazzina che fiancheggia la strada si scorge il campanile della chiesa di San Michele. In alto al centro l’apparizione di San Matteo.
Iscrizione: A divozione di Esposito Michele di Girolamo successo il 6 agosto 1933 in Monte S. Angelo - Descrizione: Un uomo,investito da un carretto in una via di Monte Sant'Angelo, giace a terra. Uno dei due cavalli, rotti i finimenti, fugge in senso inverso. Un uomo tenta di sollevare il carro da tergo. Dietro una palazzina che fiancheggia la strada si scorge il campanile della chiesa di San Michele. In alto al centro l’apparizione di San Matteo.
Iscrizione: A divozione Gabriele Matteo il giorno 5 dicembre 1934 mentre andava a Manfredonia a un tratto . . . il carretto ricevuta la grazia da S. Matteo e Incoronata - Descrizione: Il conducente di un biroccio è finito sotto le ruote del proprio veicolo. Accorrono due uomini, scesi da un carretto appena sopraggiunto in senso inverso. La scena è descritta in maniera essenziale, animali e personaggi sono rappresentati sommariamente. Più accurato il paesaggio: la strada si snoda inerpicandosi sulla montagna fino a Monte Sant'Angelo che si scorge in cima alla montagna. In prossimità della scena un complesso di fabbricati di cui uno sembra una cappella. In alto a sinistra, su una nuvola, le apparizioni della Madonna Incoronata e di San Matteo.
Iscrizione: A divozione Gabriele Matteo il giorno 5 dicembre 1934 mentre andava a Manfredonia a un tratto . . . il carretto ricevuta la grazia da S. Matteo e Incoronata - Descrizione: Il conducente di un biroccio è finito sotto le ruote del proprio veicolo. Accorrono due uomini, scesi da un carretto appena sopraggiunto in senso inverso. La scena è descritta in maniera essenziale, animali e personaggi sono rappresentati sommariamente. Più accurato il paesaggio: la strada si snoda inerpicandosi sulla montagna fino a Monte Sant'Angelo che si scorge in cima alla montagna. In prossimità della scena un complesso di fabbricati di cui uno sembra una cappella. In alto a sinistra, su una nuvola, le apparizioni della Madonna Incoronata e di San Matteo.
Iscrizione: A divozione di Mansueto Luigi di Michele successo 8 settembre 1934 - Monte S. Angelo - Descrizione: Davanti al santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo un uomo è stato investito da un camioncino. Accorre gente dal campanile del Santuario. Le costruzioni sono accuratamente descritte dal pittore. Su una porta si legge l’insegna Birraria. In alto a sinistra, su una nuvola, l’apparizione della Madonna di Siponto e di San Matteo. L’asse di tutta la composizione è dato dalla mole del campanile.
Iscrizione: A divozione di Mansueto Luigi di Michele successo 8 settembre 1934 - Monte S. Angelo - Descrizione: Davanti al santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo un uomo è stato investito da un camioncino. Accorre gente dal campanile del Santuario. Le costruzioni sono accuratamente descritte dal pittore. Su una porta si legge l’insegna Birraria. In alto a sinistra, su una nuvola, l’apparizione della Madonna di Siponto e di San Matteo. L’asse di tutta la composizione è dato dalla mole del campanile.
Iscrizione: A devozione Giuffreda Antonio successo 3 novembre 1942 contrada - Carbonara - Montesantangelo - Descrizione: Un ciclista è finito sotto un carretto. Il suo veicolo è a terra, sul ciglio della strada, e il malcapitato giace con le gambe sotto le ruote del carro. Il conducente si alza in piedi, allargando le braccia, mentre sopraggiunge un uomo che regge per le briglie un cavallo su cui è seduta una donna. Sullo sfondo la strada che s’inerpica su per la montagna, fino al paese. In alto a sinistra le apparizioni di Sant'Antonio e di San Matteo.
Iscrizione: A devozione Giuffreda Antonio successo 3 novembre 1942 contrada - Carbonara - Montesantangelo - Descrizione: Un ciclista è finito sotto un carretto. Il suo veicolo è a terra, sul ciglio della strada, e il malcapitato giace con le gambe sotto le ruote del carro. Il conducente si alza in piedi, allargando le braccia, mentre sopraggiunge un uomo che regge per le briglie un cavallo su cui è seduta una donna. Sullo sfondo la strada che s’inerpica su per la montagna, fino al paese. In alto a sinistra le apparizioni di Sant'Antonio e di San Matteo.
Iscrizione: La Torre Giuseppe figlio a Vignarula il 18 ottobre 1932 Monte S. Angelo - Descrizione: Un uomo arde come una torcia, le braccia levate in alto. La scena accade dinanzi ad una serie di case imbiancate a calce. Accorrono due uomini e una donna. In alto al centro su una nuvola l’apparizione di San Matteo.
Iscrizione: La Torre Giuseppe figlio a Vignarula il 18 ottobre 1932 Monte S. Angelo - Descrizione: Un uomo arde come una torcia, le braccia levate in alto. La scena accade dinanzi ad una serie di case imbiancate a calce. Accorrono due uomini e una donna. In alto al centro su una nuvola l’apparizione di San Matteo.
Iscrizione: Per grazia ricevuta da S. Matteo Lombardi Vingenzo (sic) di Francesco Monte S. Angelo 20-3-1954 - Descrizione: Un uomo viene morso al braccio da un cavallo. Accorre un contadino. Vicino al cavallo si trova un aratro di legno, chiamato in inguaggio locale "timonella". Sullo sfondo una casetta e declivi verdeggianti. In alto a destra, su una nuvola, l’apparizione di San Matteo.
Iscrizione: Per grazia ricevuta da S. Matteo Lombardi Vingenzo (sic) di Francesco Monte S. Angelo 20-3-1954 - Descrizione: Un uomo viene morso al braccio da un cavallo. Accorre un contadino. Vicino al cavallo si trova un aratro di legno, chiamato in inguaggio locale "timonella". Sullo sfondo una casetta e declivi verdeggianti. In alto a destra, su una nuvola, l’apparizione di San Matteo.
Iscrizione: Per grazia ricevuta dalla Madonna S. Michele Arcangelo e S. Matteo Ciliberto Leonardo e Ciliberto Vincenzo di Michele di M. S. Angelo contrada Vrisentino Manfredonia 7 novembre 1953 - Descrizione: Un fulmine è entrato dal soffitto in una stalla, scaricandosi sul pavimento, proprio davanti a due brande militari su cui balzano a sedere, impauriti, due uomini. Sull’altro lato della stalla, legati ad anelli allineati sotto le mangiatoie, sette cavalli giacciono a pancia all’aria, e solo un puledrino è ritto sulle zampe. Il tetto della stalla, in muratura, è a spioventi. In alto a sinistra, su una nuvola, le apparizioni di San Michele, della Madonna Addolorata e di San Matteo a destra.
Iscrizione: Per grazia ricevuta dalla Madonna S. Michele Arcangelo e S. Matteo Ciliberto Leonardo e Ciliberto Vincenzo di Michele di M. S. Angelo contrada Vrisentino Manfredonia 7 novembre 1953 - Descrizione: Un fulmine è entrato dal soffitto in una stalla, scaricandosi sul pavimento, proprio davanti a due brande militari su cui balzano a sedere, impauriti, due uomini. Sull’altro lato della stalla, legati ad anelli allineati sotto le mangiatoie, sette cavalli giacciono a pancia all’aria, e solo un puledrino è ritto sulle zampe. Il tetto della stalla, in muratura, è a spioventi. In alto a sinistra, su una nuvola, le apparizioni di San Michele, della Madonna Addolorata e di San Matteo a destra.
Iscrizione: Per grazia ricevuta da s. Michele Arcangelo e s. Matteo Evangelista Ridriquenza Nicola di Matteo Monte S. Angelo 16 Maggio 1954 - Descrizione: Una stanza da letto: un uomo giace disteso, tutto vestito, su uno dei due letti della stanza, attorniato dai famigliari, due uomini e una donna. Un altro uomo è al centro della stanza. Una delle due donne si stringe le mani disperatamente, l’altra alza le braccia al cielo. In alto a sinistra e a destra, su una nuvola, le apparizioni di San Michele e di San Matteo. A sinistra la foto del miracolato. La stanza ha il soffitto a volta. Completano l’arredamento, oltre al letto con testata bellissima occupato dal protagonista, anche un altro letto matrimoniale senza testata, una toilette con piano di marmo e specchio e una porta coperta parzialmente da una tenda.
Iscrizione: Per grazia ricevuta da s. Michele Arcangelo e s. Matteo Evangelista Ridriquenza Nicola di Matteo Monte S. Angelo 16 Maggio 1954 - Descrizione: Una stanza da letto: un uomo giace disteso, tutto vestito, su uno dei due letti della stanza, attorniato dai famigliari, due uomini e una donna. Un altro uomo è al centro della stanza. Una delle due donne si stringe le mani disperatamente, l’altra alza le braccia al cielo. In alto a sinistra e a destra, su una nuvola, le apparizioni di San Michele e di San Matteo. A sinistra la foto del miracolato. La stanza ha il soffitto a volta. Completano l’arredamento, oltre al letto con testata bellissima occupato dal protagonista, anche un altro letto matrimoniale senza testata, una toilette con piano di marmo e specchio e una porta coperta parzialmente da una tenda.
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Per Grazia ricevuta nel 1962 nei pressi del Santuario di Stignano
Per Grazia ricevuta nel 1962 nei pressi del Santuario di Stignano
Le tavolette votive rappresentano solo una parte della complessa problematica degli ex voto e s’inseriscono, con caratteristiche e ruoli propri, tra gli ex voto di ringraziamento.
Fortemente ancorate al territorio e alle evoluzioni della sua storia sociale, economica e religiosa, politica e culturale, le tavolette offrono la possibilità di una lettura a vastissimo raggio che, partendo dal dato religioso, investe il campo dell’arte, dell’antropologia e della storia in generale.
Altra caratteristica delle tavolette dipinte è il loro linguaggio enfatico e ridondante che tende a sottolineare la gravità del pericolo corso dal protagonista.
In questa sede mi preme sottolineare di esse solo alcuni aspetti il cui approfondimento può consentire una lettura più completa ed equilibrata.
La tavoletta votiva: un atto pubblico
La caratteristica fondamentale delle tavolette votive dipinte è che sono destinate ad essere pubblicamente lette e proclamate sulla scorta di quanto dice il libro di Tobia:

Allora Raffaele li chiamò tutti e due in disparte e disse loro: 'Benedite Dio e proclamate davanti a tutti i viventi il bene che vi ha fatto, perché sia benedetto e celebrato il suo nome. Fate conoscere a tutti gli uomini le opere de Dio, com’è giusto, e non trascurate di ringraziarlo. E bene tenere nascosto il segreto del re, ma è cosa gloriosa rivelare e manifestare le opere di Dio (Tb 12, 6-7).

Il miracolato nel piccolo dipinto è rappresentato mentre vive un momento unico della sua vita, di enorme importanza in cui, posto sull’orlo del baratro, già consegnato alla morte, ne è stato ritratto da insperata mano provvidenziale
Il miracolato nel piccolo dipinto è rappresentato mentre vive un momento unico della sua vita, di enorme importanza in cui, posto sull’orlo del baratro, già consegnato alla morte, ne è stato ritratto da  insperata mano provvidenziale
Il miracolato nel piccolo dipinto è rappresentato mentre vive un momento unico della sua vita, di enorme importanza in cui, posto sull’orlo del baratro, già consegnato alla morte, ne è stato ritratto da  insperata mano provvidenziale. La volontà di proclamare, di far conoscere al mondo di essere stati oggetto di una grazia straordinaria è l’intenzione della tavoletta votiva. La tavoletta è, quindi, un atto pubblico. Il pittore è assimilato al notaio che con la sua arte rende pubblicamente intelligibile, garantendone nel contempo la verità, quanto accaduto in un zona riservata dell’esistenza, sia che questa si collochi nel segreto delle mura domestiche, o sulla strada pubblica, o in un ospedale.
In questo la piccola tavoletta che racconta ingenuamente fatti e segreti, è stretta parente delle grandi chiese erette per ricordare nei secoli i benefici ricevuti in momenti particolarmente drammatici della vita di una città o di una comunità. Tra le più famose le monumentali basiliche della Salute a Venezia costruita da Baldassarre Longhena in scioglimento del voto del Doge Nicoletto Contarini in occasione della grande pestilenza del 1630, o quella di Superga a Torino voluta dal Principe Amedeo II di Savoia ed edificata da Filippo Juvarra in ringraziamento per la vittoria sui francesi del 7 settembre 1706. Ricordo anche il bel San Michele che domina la città di Roma dall’alto della mole adriana che ricorda al mondo come la città, decimata dalla peste, sia stata liberata dall’Arcangelo.
Ex voto della collezione di san Matteo
Ex voto della collezione di san Matteo
La tavoletta votiva si pone, quindi, in perfetta consonanza di intenzioni, anche se con un linguaggio tutto suo, nell’essenza stessa dell’evangelizzazione, nell’annuncio della buona novella, di quel messaggio della salvezza che, ascoltato in segreto, deve essere proclamato dai tetti. Il devoto sente il bisogno di raccontare, di mettere a disposizione della chiesa intera la sua esperienza, come il cieco nato e la Samaritana del Vangelo di Giovanni sentirono l’irrefrenabile bisogno di confessare e di confessarsi e proclamare pubblicamente il gratuito intervento del Salvatore che ha provocato il cambiamento radicale della loro vita.
La vita in un attimo, il tempo ristretto delle tavolette votive.
Incidente stradale
Incidente stradale
La maggior parte delle tavolette votive descrivono incidenti: stradali, di lavoro, di casa, del mondo contadino, con animali, carretti ecc. L’incidente è costituito dal sorgere improvviso e imprevedibile di un elemento che provoca il passaggio repentino da uno stato di quiete, di equilibrio fisico e psicologico, di tranquillo scorrere del tempo, a condizione nuova in cui tutto è fluido, in movimento, e senza che questo movimento sia razionalmente controllabile.
L’ex voto documenta il momento stesso in cui il dramma si consuma; l’attimo in cui il mondo esplode e la persona diventa pura fisicità soggetta ad altre leggi.
L’assenza di consapevolezza è totale. L’evento assorbe lo spazio, il tempo, l’essere della persona in un turbinio vorticoso, compresso in pochi istanti, che cambia radicalmente la vita, dopo il quale niente più è possibile di quanto fosse un attimo prima. E’ l’imprevisto e l’imprevedibile che azzera tutto, ciò che si è e ciò che si ha, abilità e ricchezze, insieme al complesso delle relazioni, di affetti e di interessi. La persona che, tranquilla, percorre la sua strada, o attende al suo lavoro, o é immersa nel quieto scorrere della vita quotidiana, circondata da affetti e relazioni stabili e conosciute, d’improvviso non ha più contatti con se stessa, perde la percezione del fluire della vita. Non è in grado di compiere azioni nè reazioni. Il tempo che sta vivendo è talmente ristretto e compresso che non gli è consentito di chiedere o desiderare un aiuto.
Credo che l’essenza della tavoletta votiva sia proprio qui. Il santo è presente all’evento, come sono presenti i parenti, gli amici, i colleghi della vittima: ritratti con le braccia alzate, del tutto impreparati, protestano la loro impotenza, meravigliati e sgomenti incapaci di capire. L’intervento del Santo è contemporaneo, intrinseco all’evento stesso. Il Santo scende nelle vicende umane, è partecipe e protagonista anche lui, interviene dall’interno dell’avvenimento cambiandone il naturale esito.

Dorotino Matteo nato il 4 aprile 1939 a Manfredonia nell’offrire al San Matteo vuole ricordare con devozione al Santo il giorno 16 ottobre 1970 giorno in cui si accasciò su di lui la tremenda sciagura: mentre rincasava con l’auto finisce contro la murata di pietre capovolgendosi più volte sulla strada ne esce illeso. (N. 190)

Incidente occorso a due persone a bordo di un calesse
Incidente occorso a due persone a bordo di un calesse
L’intervento di Dio attraverso i suoi santi non è provocato da un gemito o da un’invocazione, non deriva da una promessa, non è frutto di impietosimento. È gratuito, come gratuito e imprevisto è l’incidente occorso. Alcune tavolette votive esprimono esplicitamente e con grande chiarezza  questo fatto. La n. 414 raffigura un incidente occorso a due persone che a bordo di un calesse percorrono una strada di montagna. Arrivati a un ponticello su un profondo canale in fondo al quale scorre un torrente, il cavallo per cause sconosciute scavalca la spalletta e precipita nel vuoto trascinandosi il calesse. Il calesse resta ancorato alla spalletta del ponticello col cavallo a mezz’aria appeso ai finimenti. I due passeggeri a capofitto sono giunti quasi sul fondo, dove San Matteo li aspetta con le braccia aperte.
L’ex voto n. 157 raffigura una scena di violenza brigantesca. Un’automobile percorre una strada solitaria. All’improvviso è incrociata da una banda di briganti armati di fucili e bastoni. I passeggeri guardano spaventati. Poi un lampo abbaglia i malviventi. La Madonna Addolorata, col petto trafitto dalle sette spade, s’interpone; gli assalitori alzano le braccia in gesto di meravigliato terrore.
Assalto di briganti
Assalto di briganti
La tavoletta n. 457 narra di una bimba, già pronta per la scuola, col grembiulino e la cartella a tracolla, che cade dal secondo piano. La bimba vola a testa in giù verso l’impiantito, dal basso le sale incontro con le ali aperte l’Angelo Custode.
De profundis clamavi ad te, Domine: l’ex voto e l’inizio di una nuova vita.
Il momento della consegna della tavoletta votiva agli addetti del Santuario segna, il più delle volte, anche una nuova fase della vita del miracolato: quella della riscoperta di Dio nella propria vita.
Appena accaduto  l’evento, la persona si ritrova sola, nuda e impotente in una povertà assoluta e senza speranza. Questo ‘ritrovarsi’, benché doloroso e sconvolgente, è tuttavia il primo momento positivo: è il primo attimo di coscienza dopo che l’evento l’ha scaraventata in un mondo sconosciuto. Ora, riacquistato un nuovo scomodo equilibrio, la persona è in grado di percepire i dolori, di far l’inventario dei danni, di guardare se l’abisso in cui è caduta offre qualche via di uscita, se esiste da qualche parte un aiuto su cui fare affidamento.
La caduta in un pozzo
La caduta in un pozzo
È il momento in cui si ristabiliscono le relazioni. Il disgraziato si scopre solo, nudo e impotente di fronte agli eventi. Intanto si ritrova vivo, e questo è già un guadagno. Scopre, parimenti, di avere una forza nascosta, di riserva: è la forza di chiedere, di invocare, di rivolgersi almeno col pensiero a qualcuno che può molto più degli eventi. Questo è il momento dell’invocazione, a cui segue quello del ringraziamento. Nell’abisso del pozzo fiducioso invocai il tuo nome o San Matteo. Tu mi salvasti. A te la mia riconoscenza e la mia fede eterna. Così recita l’iscrizione della tavoletta n. 240. Non solo i sentimenti sono descritti, ma anche la situazione fisica dell’interessato, finito insieme ad un compagno in fondo a un pozzo. Le alte murate e la solitudine del sito sembrano precludere ogni via di scampo. Non si può non notare in questa iscrizione il riferimento non velato, addirittura una parentela letterale, col Salmo 130 De profundis clamavi ad te, Domine; la profondità del pozzo è l’estrema condizione dell’uomo, rimasto senza ricchezze, né orpelli, né possibilità alcuna. Ha perso tutto, gli è rimasta solo la vita, ma questa sembra priva di ogni possibilità razionale. Tutto intorno al povero disgraziato è stato eretto un alto muro che non gli lascia scampo; la riacquistata coscienza acuisce il dolore; incombono l’ottusità della mente, l’insensata ribellione e la disperazione. La condizione umana non può essere più bassa. Poi l’estrema debolezza diventa forza di ringraziare per la vita preservata, forza di chiedere aiuto a Dio. L’unica speranza è ritornare nel seno materno dove in tutto fummo dipendenti dalla disponibilità e dall’amore degli altri, riacquisire la coscienza della propria piccolezza, tendere la mano: Nell’abisso del pozzo fiducioso invocai il tuo nome o San Matteo.
Caduta di un aereo nelle vicinanze del Santuario di s. Matteo
Caduta di un aereo nelle vicinanze del Santuario di s. Matteo
La tavoletta votiva, così letta, diventa un’icona della vita, soprattutto quando il degrado spirituale fa scadere l’uomo a livelli infimi di ottusità mentale, di indifferenza al bene e al male, e di disperazione non avvertita. Lo stato di incoscienza, come negli incidenti, può durare a lungo. Poi arriva il momento in cui la fede illumina l’esistenza umana e le rivela il suo vero stato. Ma questo è già il primo gradino di un nuovo esistere in cui si realizza il rinnovato desiderio di vivere: è il tempo della Grazia che dona il pius credulitatis affectus, primo lampo di vita a cui segue, ineludibile, il bisogno di consolidare questo barlume di nuova esistenza, di risalire dall’abisso del pozzo.
Tornano alla mente le terzine del primo canto dell’Inferno in cui Dante narra di quel primo momento di consapevolezza (mi ritrovai) dopo che il mentis somnum (San Ambrogio, Aeterne rerum conditor, inno delle Lodi di domenica) lo ha portato a un lungo insensato vagare nella selva oscura (io non so ben ridir com’io v’entrai: tant’era pieno di sonno a quel punto che la verace via abbandonai). Quel primo momento di coscienza gli chiarisce subito la gravità della situazione, la pesantezza del rapporto ricattatorio che subisce da esta selva selvaggia e aspra e forte dalla quale è imprigionato e soffocato, dove è vissuto a lungo, ma da cui ora, se non fisicamente, è spiritualmente tanto lontano che il suo stesso ricordo gli è fonte di terrore, nel pensier rinnova la paura. Tant’è amara che poco è più morte. (Nota)
p. Mario Villani

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Da Rassegna Storica Pugliese del 2006
Una città di regio patronato tra due conventi: frammenti inediti di storia francescana

S. Marco in Lamis. Il convento di Stignano agli inizi del '900
S. Marco in Lamis. Il convento di Stignano agli inizi del '900
Nel dicembre del 1767 apparve in Napoli una allegazione forense destinata a modificare i rapporti tra Chiesa e Regno delle Due Sicilie. Redattore fu l'avvocato viestano Natale Maria Cimagliab_250_0_16777215_01_images_turismo_cimaglia.JPG, allievo di Pietro Giannone. Il 3 novembre del 1782 Ferdinando IV dichiarò, con real dispaccio, la fine della plurisecolare amministrazione degli abati commendatori dei quali, per quanto ci riguarda, fu il cardinale Nicola Colonna, principe di Stigliano, che morì in San Marco in Lamis il 1796. (Nel profilo che noi presentiamo questo cardinale sarebbe morto a Savignano di Romagna, nota del webmaster)
Se non è agevole, anche per uno storico consumato, ricostruire, in una breve nota, alcune delle vicende che caratterizzarono nei secoli scorsi la vita dei Santuari di Stignano e di San Matteo, altrettanto problematica appare la scelta di dati ed elementi documentaristici utili per la stesura di un profilo storico che non intende però ridursi ad una arida elencazione di fatti tipici delle cronistorie locali. Occorre pertanto soffermare l'attenzione su specifici e peculiari aspetti dei due monasteri per ricavarne un quadro d'assieme che dia una idea sufficientemente esaustiva del loro sviluppo dalle origini ai nostri giorni.
Ci pare questo il modo più valido per rivisitare quanto si è già detto sui due conventi francescani con l'apporto di una recente acquisizione, sia pur circoscritta, di materiale archivistico e bibliografico.

Da due falde del monte Gargano nasce una valle, non meno spaziosa che amena, detta comunemente di Stignano, nella quale fra molte altre chiesette, abitate da esemplari romiti, vedesi innalzato un vago e magnifico tempio dedicato alla madre di Dio ed ivi annesso un ben capace convento di padri minori osservanti di San Francesco.

Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
L'esemplare essenzialità descrittiva del luogo, dovuta a Serafino da Montoriozodiaco-di-maria.jpg, un religioso del XVIII secolo, ha già in sé tutti gli elementi per comprendere come nell'immaginario collettivo, per usare un'espressione di moda, la valle di Stignano, unico accesso al Gargano meridionale fino a Montesantangelo, si è indissolubilmente associata a quella del Santuario che trae le sue origini in epoca medievale.
Il suo nome lo si trova, per la prima volta, in un instrumentum della chiesa di San Claudio presso 'Casale Novum' nell'archivio di Stato di Napoli proveniente dal fondo di San Leonardo di Siponto, costituito da ben 474 pergamene. In esso si fa esplicito riferimento ad un olivetum iuxta olivetum Sancti Nicolaj de Bantia et iuxta olivetum Sanctae Marie in Valle Stiniana.
L'instrumentum, redatto dal notaio Nicola di San Severo il 21 settembre 1231, fu sottoscritto dai giudici Rainaldo e Ruggero, dal vescovo Roberto di Volturara e dai testimoni Nicola de Berardo, Rainardo, Goffido e dal milite Filippo Longarello (Nota 1).
Il culto della Vergine nella valle doveva dunque preesistere alla leggendaria apparizione del 1350 al cieco di Castelpagano, un ventoso casale garganico, di recente parzialmente restaurato, di ben 119 anni. Il mito cede il passo alla storia rimanendo solo come segno di un ulteriore e più vasto incremento della venerazione mariana oltre gli angusti limiti della provincia. Né giovano altre ipotesi basate su inquietanti letture 'litiche' per pescare le radici di Stignano in epoca addirittura bizantina.
Ma per rinvenire un altro dato utile alla conoscenza del Santuario occorre risalire ai primi anni del XVI secolo. Signore di Castelpagano era Ettore Pappacodab_250_0_16777215_01_images_turismo_stemma-pappacoda.jpg, un nobile napoletano, al cui mecenatismo si deve se, sul finir del 1515, al posto del modesto oratorio, si costruì una chiesa di severa compostezza rinascimentale.
Nel 1560 chiesa e locali passarono, per volere di Pio IV nelle mani dei francescani che diedero un impulso di vita nuova al Santuario migliorandone le precedenti strutture. Risalgono infatti al 1576 la costruzione di un artistico pozzale attribuito a Giovanni da Troia, in uno dei chiostri della stupenda facciata della chiesa calda colore frumento, del sagrato ad opus incertum cinto da un muretto recentemente distrutto unitamente ad un coro seicentesco in noce composto da 49 stalli adornati da 160 teste di putti finemente intagliati.
Nel 1628 il barone Troiano Corigliano, feudatario di Rignano, proprietario di vasti territori nella valle, fece costruire, a fianco della chiesa, un ampio fornice che gli consentiva di accedere in essa direttamente nel cui interno venne creato una specie di minuscolo matroneo onde assistere tranquillamente ai riti religiosi. Ma in un afoso pomeriggio estivo una terribile scossa sismica arrecava morte e rovina lasciando i frati superstiti nella più cupa desolazione (Nota 2).
Anni difficili per una esigua comunità di frati cui pose parziale rimedio, nel settembre del 1634, la Congregazione dei Religiosi con un suo placet per l'istituzione del noviziato nei due conventi.
Si deve al mecenatismo di un cittadino romano, Alessandro Mancini, se il primo marzo del 1645 stabilì di donare argentei oggetti sacri e una 'polizza di cambi' di 1500 ducati al convento di Stignano che riaprì le porte per continuare a svolgere la sua missione e per dare asilo anche ai romei abruzzesi che nel mese di maggio, a piedi, salivano sul Gargano per rendere omaggio a S. Michele nel sacro speco di Monte Sant'Angelo.
Nella biblioteca del convento francescano di San Matteo si conserva una copia cinquecentesca della Summae totius theologiae D. Thomae Aquinatis Doctoris Angelici Ordinis Fratrum Praedicatorum cum commentariis R.D.D. Thomae De Vio Cajetani, Cardinalis S. Sisti, Venetiis, apud Haeredem Hieronymi Scoti, MDLXXX, sul cui retro del frontespizio viene dettagliatamente elencato tutto ciò che viene donato. Un atto di donazione che investe il controllo della Sacra Congregazione romana e il Vescovo di San Severo per la parte spettante agli addetti all'infermeria della sopracitata città.

Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
In Roma a dì di primo di marzo 1645 Don Alessandro Mancini ha donato per amore di Dio, alla Chiesa, e monasterio di Santa Maria di Stignano nella provincia di S. Angelo, nel Regno di Napoli, l'infrascritte robbe, e ho pagate le spese, che se faranno percondurle al detto luoco, dove dimorano i frati di San Francesco dell'osservanza.
La presente somma di San Tomaso, intera in 4 tomi: cioè parte prima, parte seconda; seconda secondae, et terza parte. Ricardo di Media Villa nel 4 delle Sententie un tomo Viola anime di Raimundo Sabbani; con le concordanzie di San Thomas tomo I Croce d'argento con il Christo di rilievo indorato, e con il piede della Croce anco indorato.
Una corona per l'immagine della Madonna d'argento con pietre incastrate.
Due pianete di damasco fino bianco, con l'arme della Madonna, di san Bernardino e de .... (Don Alessandro) Et con custodie, et due manipoli dell'istesso, e due borse per li corporali. (...) le sopradette cose sono valute di 200 ducati in circa.
E vuole il detto Don Alessandro che le sopradette cose servino, per amor di Dio, ad honore di questa casa e per uso dei Frati di quel cenobio. E che di là non debian essere amosse, e caso che fussero amosse... ... s'intende la detta donatione, e seguenti cose, con tutti gli altri beni che detto don Alessandro ha fatto alla detta chiesa, e monastero di Stignano, s'intendano donati alla chiesa et monastero di Santa Maria della Grazia, de Padri Riformati di ........ li quali li possano ricuperare da qualsivoglia persone, e luogo, ove si ritroveranno, o fossero stati occupati. Et di più, oltre li ducati 200 per prima donati alla detta Chiesa di Santa Maria di Stignano, dal detto Don Alessandro per amor di Dio, anche ha donati altri ducati 300. Per fare una scala, che scenda dal dormitorio del detto monastero alla cucina, per la necessità dei frati, e per la decente comodità dell'osservanza regolare:
Et del restante far altri ... Alla detta chiesa e monastero et anco per la necessità dei frati dell'infcrmeria di Sansevero come appare nella polizza di Cambio del signor Aloisio Greppo di Roma dirette al signor Francesco di Rinaldi e Fabio Spartano in Napoli pagabili al sindaco apostolico di San Severo alle quali si rimette come appare nel libro delle ricevute, d'altre opere pie fatte da don Alessandro alla chiesa di Stignano, e con ..... .. ...da Monsignor Vescovo di San Severo in ordine della Sacra Congregazione a 5 aprile 1638 f. 32, ... ... l'ha firmata. Don Alessandro Mancini, manu propria
.

La croce posta in località Noce del passo a S. Marco in Lamis, ora distrutta.
La croce posta in località Noce del passo a S. Marco in Lamis, ora distrutta.
Ma le torbide onde politiche degli umani avvenimenti non tardarono a raggiungere anche questa tranquilla valle.
Cupe figure di sanfedisti e malfattori di vario genere si aggirarono minacciosi tra i chiostri all'epoca della Repubblica Partenopea e all'indomani dell'unità nazionale.
Memoranda la domenica pasquale del 1861 per la presenza in chiesa di 60 briganti guidati da Angelo Maria del Sambro, alias Lu Zambro, Nicandro Polignone, alias Nicandrone, Angelo Raffaele Villani, alias Orecchiomozzo e Agostino Nardella alias Potecaro, tutti liberati dalle carceri di Bovino dalle autorità borboniche ormai in fuga.
Si intonò il Te Deum laudamus in onore di Francesco II e Maria Sofia e, nello stesso tempo, si imprecò contro Garibaldi e Vittorio Emanuele II.
A proposito di Polignone occorre dire che fin dal settembre del 1860 terrorizzava la valle di Stignano creando scompiglio e paura anche tra i soldati del genio, diretti dal capitano Annibale Valentino, ucciso a tradimento dal fratello di Orecchiomozzo, e addetti all'apertura della rotabile San Severo - San Marco.
Ben nascosto tra una fitta e intricata boscaglia si nascondeva in una piccola grotta, quasi un guscio d'uovo, nota solo ai suoi familiari. Il 10 aprile 1863 a firma del prefetto di Foggia apparve in provincia un manifesto a stampa nel quale il De Ferrari prometteva un lauto compenso a chi catturava vivo o morto 'Nicandrone'. All'alba del 15 aprile due suoi cugini gli vibrarono a tradimento due colpi di scure in testa. Trasportato al convento  spirò sotto l'arco di Stignano. Venne trasportato a San Marco per essere esposto, a mo' di pubblico esempio, nella Noce del Passo, ai piedi di una seicentesca croce di recente distrutta per un malinteso senso di civiltà.
Questi i nomi della comunità religiosa di Stignano rinvenuti fortunosamente tra le superstiti carte dell'archivio comunale agli albori dell'unità nazionale (Nota 3).

S

Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
uperiore - Padre Matteo di Foggia
Padre Ferdinando di S. Nicandro, Vicario
Padre Francescantonio di Castel vecchio
Padre Giuseppe di Manfredonia
Padre Raffaele di San Nicandro
Padre Alfonso di San Nicandro
Laici
Fra Bonaventura di San Marco in Lamis
Fra Angelo di San Marco in Lamis
Fra Giuseppe di Volturino
Fra Gaetano di Lucera
Fra Gabriele di San Marco in Lamis
Fra Domenico di San Marco in Lamis
Fra Giuseppe di San Giovanni Rotondo
Fra Raffaele di Montesantangelo
Fra Ermenegildo di Casalvecchio
Fra Gustavo di Roccaraso

Un lungo, travagliato e drammatico periodo di storia finirà col travolgere nel suo vortice la comunità francescana espulsa dal convento dalle nuove autorità politiche e successivamente dispersa nei vari comuni della provincia. Per la legge Vacca del 1866 il convento di Stignano con annesso giardino venne incamerato dal demanio per essere venduto alla famiglia Centola di San Marco in Lamis che, a sua volta, superata la fase più acuta di contrasto tra Chiesa e Stato, stipulò con il padre provinciale Ludovico Barbaro un contratto, detto impropriamente di enfiteusi, che consentirà ai monaci il ritorno a Stignano (Nota 4).
Gradualmente, pur tra mille difficoltà di vario genere, i nuovi superiori tentarono di rimarginare le ferite che la chiusura e l'alienazione avevano arrecato al Santuario. Nel breve volgere del tempo il convento, per circostanze di vario genere, venne chiuso.
Durante la prima guerra mondiale ebbe cura della chiesa di Stignano Tommaso Ianzano, un anziano sacerdote locale non in grado di reggere il peso di un simile impegno. Chiesa e convento divennero così ricettacoli di capre e pecore. Nell'ottobre del 1953 l'ultimo erede dei Centola donò ai padri francescani il convento con annesso ampio giardino cinto da una seicentesca muraglia, dono di Pardo Pappacodacappella-pappacoda.jpg, figlio di Ettore.

S. Marco in Lamis. Interno della chiesa del Convento di San Matteo in una vecchia foto
S. Marco in Lamis. Interno della chiesa del Convento di San Matteo in una vecchia foto
S. Marco in Lamis. Una veduta del convento di San Matteo in una vecchia foto
S. Marco in Lamis. Una veduta del convento di San Matteo in una vecchia foto
Diverse e complesse nel tempo le vicende del convento di San Matteo, in parte già note alla storiografia, cui ora si aggiungono inediti frammenti di vita monastica agli albori del decennio francese.
Il 31 maggio 1806 a Giuseppe Poerio, primo intendente di Capitanata e contado di Molise, pervenne dal duca Cassano Serra, direttore della segreteria di Stato per gli affari ecclesiastici, una riservata dal seguente tenore: E' mestiere che il governo sia con verità ed esattezza informato del carattere e condotta dei vescovi, vicari capitolari delle chiese e dei frati che son compresi nella provincia affidata alla sua vigilanza. Per ottenere tal desiata e veridica informazione mi dirigo a V.S. Ill. affinchè mi ragguagli riservatamente dei costumi e delle opinioni che godono tutti i prelati, vicari e monaci, del modo e dello zelo con cui governano le rispettive diocesi e conventi e se la loro condotta sia conforme ai doveri del loro ministero (Nota 5).
Nel rapporto settimanale del 19 agosto 1806 così, tra l'altro, il Poerio scrive ad Andrea Francesco Miot, ministro dell'Interno e a Cristofaro Saliceti, ministro di Polizia:

La generalità dei religiosi scrive con molta circospezione: ma le lettere dei frati sono gravide di malumore circa il presente e di speranze per l'avvenire.

Nel rapporto del 13 dicembre del medesimo anno il Poerio, confermando l'opinione del generale Bron 'pensa che i religiosi agiscono subdolamente perché hanno presentimento di una vicina riforma'.
Insomma avverte la sensazione di piccole cose 'che danno la convinzione più morale che giuridica'.
Nel medesimo mese il vicario generale di San Marco in Lamis Carlo De Carolis chiede per iscritto a padre Giancrisostomo da Manfredonia, guardiano del convento di San Matteo, notizie e ragguagli sul numero dei frati e sulle rendite catastali percepite nell'anno in corso.
Questa la dettagliata risposta del guardiano (Nota 6):

Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Reverendissimo Signore padre colentissimo don Carlo De Carolis, vicario generale.
In adempimento di ciò che desidera sapere il Re N.S. sulle rendite del Convento di San Matteo sono a dirle che detto Convento niente ha di certo, per non avere stabili né possessioni e né contanti ma il tutto dipende dalla pietà dei fedeli ed in conseguenza non può fissarsi una determinata somma.
Vero è che la provvidenza vi entra giornalmente, ma non può negarsi l'esito strabocchevole che si fa in dies pel continuo accesso dei poveri mendichi i quali ascendono quasi in ogni giorno al numero di venti, trenta e altre volte più; oltre i benefattori che ricapitano ai quali dejure è tenuto anzitutto conto per complimentarli. Questo stesso convento di San Matteo è tenuto a tutte le spese che occorrono in provincia, come sarebbe nelle congregazioni e capitoli e finalmente nel somministrare il dippiù del vestiario a tutti i religiosi della medesima provincia; e ciò per dovere, perché siccome il sopracitato convento di San Matteo questuando in questi luoghi ove sono altri nostri conventi, toglie ad essi in parte la sussistenza, con ragione vuole che supplisca a tutte le spese della provincia, come di sopra dissi e che non siano gravati tutti gli altri conventi della provincia medesima al di più del vestiario ed altra spesa che potrebbe occorrere. Tanto mi occorre dirle in esecuzione del suo venerato comando.
E con pienezza di stima le bacio la sacra destra.

San Matteo 2 novembre 1806.
Fra Giancrisostomo da Manfredonia

Questi i nomi dei frati:
Padre Giovanni Battista di San Paolo - Lettore Filosofo
Chierici
Fra Giuseppe Nicola di Celenza
Fra Francesco di Bisceglie
Laici
Fra Felice di Vico, Fra Matteo di Celenza, Fra Tommaso di Celenza, Fra Francesco di San Marco, Fra Raffaele di Cagnano, Fra Raffaele di Ischitella, Fra Luigi di Monte, Fra Luigi di Foggia, Fra Domenico di San Severo, Fra Michele di Ischitella, Fra Antonio di San Giovanni, Fra Giosafatto di Manfredonia. Impotente.
Terziari
Fra Michelangelo di Santa Agata - Professo, Fra Biagio di San Marco, Fra Matteo di San Marco, Fra Francesco di Ischitella, Fra Francesco di Celenza, Fra Nicola di Cagnano, Fra Matteo di Manfredonia.
Tutti gli alunni per ordine reale si sono ritirati nelle loro case.

Se il decennio francese segnò il tramonto del medioevo (Nota 7) occorre anche osservare che sia Giuseppe Napoleone che Gioacchino Murat condizionarono, e non poco, nel regno la vita dei religiosi con una serie di decreti, per cui i frati furono affidati al controllo dei vescovi e non più a quello dei ministri provinciali.
La rigorosa applicazione della politica giurisdizionalista obbligò i monaci a concentrarsi in pochi conventi dei quali occorreva redigere, da parte dei padri guardiani, un esatto inventario di beni posseduti. Comprensibile la preoccupazione del Poerio, primo intendente di Capitanata, sul diffuso malessere dei religiosi.
In Capitanata su 29 conventi appartenenti a diversi ordini religiosi quali minori osservanti, cappuccini, agostiniani, benedettini, carmelitani, scolopi, teatini e conventuali ne furono soppressi 19 in base ai decreti del 7 novembre 1806, 13 febbraio 1807 e 7 agosto 1809. Furono venduti beni ecclesiastici con una annuale rendita di 74.210 ducati a 93 acquirenti per un importo pari a 3.339 (Nota 8).

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Da Archivio Storico Pugliese del 1983

Un'oasi francescana garganica - Santa Maria di Stignano

Una fotografia del santuario francescano di Stignano prima dei lavori di restauro
Una fotografia del santuario francescano di Stignano prima dei lavori di restauro
Se non è agevole, anche per uno storico consumato, ricostruire, in una breve nota, alcune delle vicende che caratterizzarono nei secoli la vita del santuario di Stignano, altrettanto problematica appare la scelta di dati o elementi documentaristici utili per la stesura di un profilo storico che non intende però ridursi ad un'arida elencazione di fatti tipica di tanti cronisti locali.
Occorre pertanto soffermare l'attenzione su specifici e peculiari aspetti del santuario per ricavarne un quadro d'assieme che dia, a chi ne ha interesse, un'idea sufficientemente esaustiva del suo sviluppo dalle origini ai nostri giorni.
Ci pare questo il modo più valido per 'rivisitare' pagine già note a quanti hanno avuto tra le mani un agile volumetto compilato da Pasquale Soccio e da chi scrive (Nota 1) e del quale si auspica una nuova edizione non tanto per modificare l'impianto narrativo, quanto per ampliarne e rettificarne alcune parti con l'apporto di una recente acquisizione di materiale archivistico e bibliografico.

'Da due falde del monte nasce una valle, non meno spaziosa che amena, detta comunemente di Stignano, nella quale fra molte altre chiesette abitate da esemplari romiti, vedesi innalzato un vago e magnifico tempio dedicato alla madre di Dio ed ivi annesso un ben'ordinato e capace convento di padri minori osservanti di San Francesco.

Gargano. Imbocco della valle di Stignano provenendo da nord.
Gargano. Imbocco della valle di Stignano provenendo da nord.
L'esemplare essenzialità descrittiva del luogo, dovuta ad un religioso (Nota 2) del XVIII secolo, ha già in sé tutti gli elementi per comprendere come nell'immaginario collettivo, per usare un'espressione oggi di moda, la valle di Stignano, unico accesso al Gargano meridionale fino a Montesantangelo, si è indissolubilmente associata a quella del santuario, costruito nella metà del XIV secolo dagli abitanti di Castelpagano, un ventoso casale garganico ormai ridotto a un cumulo di rovine (Nota 3).
Ricco di storia e insigne per arte, trae le sue origini in epoca medievale. Il suo nome infatti lo si trova, per la prima volta, citato in un 'instrumentum' della chiesa di San Claudio presso 'Casale Novum', conservato nell'Archivio di Stato di Napoli (mon. sopp., 8, 821) e proveniente dal fondo di San Leonardo di Siponto, costituito da 474 pergamene. In esso si fa esplicito riferimento ad un 'olivetum iuxta olivetum S. Nicolaj de Bantia et iuxta olivetum Sanctae Mariae in Valle Stiniano' (Nota 4).
L’instrumentum, redatto dal notaio Nicola da San Severo il 21 settembre 1231, fu sottoscritto dai giudici Rainaldo e Ruggiero, dal vescovo Roberto di Volturara e dai testimoni presenti alla stesura dell'atto Nicola de Berardo, Rainaldo, Goffido e dal milite Filippo Longarello.
Il culto dunque della Vergine nella valle doveva preesistere alla leggendaria apparizione del 1350 al cieco di Castelpagano di ben 119 anni.
Il mito cede finalmente il passo alla storia rimanendo solo come segno di un ulteriore e più vasto incremento della venerazione mariana oltre gli angusti limiti della provincia. Né giovano altre ipotesi, basate su inquietanti letture 'litiche', per pescare le radici di Stignano in epoca addirittura bizantina.
Ma per rinvenire un altro dato utile alla conoscenza del santuario bisogna risalire ai primi anni del XVI secolo.
Signore di Castelpagano era Ettore Pappacoda (Nota 5), un nobile napoletano, al mecenatismo del quale si deve se, sul finire del 1515, al posto del modesto oratorio, si costruì una chiesa di severa compostezza rinascimentale (Nota 6).
Convento francescano di Stignano a S. Marco in Lamis. Pozzo rinascimentale in uno dei due chiostri
Convento francescano di Stignano a S. Marco in Lamis. Pozzo rinascimentale in uno dei due chiostri
Mentre fervevano i lavori, sempre nella medesima epoca, un 'eccentrico' (Nota 7) frate, Salvatore Scalzo, eresse con l'obolo dei fedeli, accanto ad essa dei locali colla speranza di raccogliervi i confratelli e con essi operare delle innovazioni nell'ordine di appartenenza. Nel 1560 comunque chiesa e locali passano, per volere di Pio IV, nelle mani dei francescani che diedero un impulso di vita nuova al santuario migliorandone le precedenti strutture.
Convento di Stignano. La facciata della chiesa
Convento di Stignano. La facciata della chiesa
Risalgono infatti al 1576 la costruzione di un meraviglioso pozzetto in uno dei chiostri e della stupenda facciata, caldo color frumento, della chiesa. Coincidono simili realizzazioni con uno dei periodi più tranquilli e sereni che la storia del santuario registri: le giornate trascorrevano lente senza che alcuna nube venisse a turbare la solennità dei canti che si elevavano da un secentesco coro in noce, finemente intagliato, danneggiato dai tarli, edaci denti del tempo, e poi distrutto dall'impietosa opera di risistemazione della chiesa stessa.
In un afoso pomeriggio del luglio 1627 però una terribile scossa sismica, investendo violentemente l'intero plesso, vi arrecava morte e rovina lasciando i superstiti frati nella più cupa desolazione (Nota 8). Sulle innumerevoli difficoltà del momento ebbe il sopravvento il tenace attaccamento dei francescani, tra i quali si distinse Salvatore da Morrone, a quel sacro luogo e dalle scomposte macerie risuscitò, più maestoso di prima, un tempio che Vincenzo Maria Orsinib_250_0_16777215_01_images_masino-nardella_Benedetto_XIII.jpg, arcivescovo di Manfredonia e poi papa Benedetto XIII (correzione del webmaster. L'edizione dell'Archivio Storico Pugliese riporta Benedetto XII), solennemente consacrò nel 1679. Il convento aprì le porte per continuare a svolgere la sua missione e per dare asilo ai romei che ogni anno, nel mese di maggio, a piedi, salivano salmodiando sul Gargano per rendere omaggio al suo protettore.
Convento di Stignano. Vecchia cartolina dell'inizio del '900
Convento di Stignano. Vecchia cartolina dell'inizio del '900
Nel frattempo le navate della chiesa venivano nel 1707 adornate da due altari barocchi, 'di pietra bianca, con colonne, cornici e faccia a ricami bellissimi depreziati dal bianco di calce' (Nota 9), commissionati dai fratelli Giuseppe e Tommaso Morcaldi di San Marco in Lamis e dedicati rispettivamente al Crocefisso e a San Diego. È visibile, al centro dell'altare, una pregevole tela policroma raffigurante il santo di Alcalà in adorazione della Vergine, firmata nel 1714 dal pittore foggiano Nicola Iesone.
Ma le torbide onde politiche degli avvenimenti umani raggiungono anche questa tranquilla valle e ne turbano quella connaturale aura di perenne serenità.
Lo spopolamento di Castelpagano, che ha ormai perduto la sua importanza strategica e i moti popolari napoletani del '47 condizionano l'attività dei francescani che, consenzienti o no, concedono rifugio a nobili in fuga e ad avventurieri di ogni risma. E cupe figure di borbonici, sanfedisti e malfattori si aggireranno tra i chiostri all'epoca della repubblica partenopea e all'indomani dell'unità nazionale.
Convento di Stignano. Interno della chiesa in una vecchia foto
Convento di Stignano. Interno della chiesa in una vecchia foto
Un lungo travagliato e drammatico periodo di storia che finirà col travolgere nel suo vortice la stessa comunità religiosa espulsa dal convento dalle nuove autorità politiche e successivamente dispersa nei comuni della provincia.
Il simulacro della Vergine fu trasportato a San Marco in Lamis e nelle celle dell'eremo si alterneranno soldati del genio per l'apertura della rotabile San Severo-San Marco e militari di linea per la repressione del brigantaggio i cui residui bagliori sinistramente illumineranno l'ampio arco di un fornice (Nota 10) che unisce la chiesa alle case di Antonio Corigliano, barone di Rignano, e le pagine del De Amicis (Nota 11) e di Bacchelli (Nota 12).
La valle di Stignano provenendo da San Marco in Lamis
La valle di Stignano provenendo da San Marco in Lamis
Per la legge Vacca del 1866 il convento con annesso giardino venne incamerato dal demanio per essere venduto alla famiglia Centola di San Marco che, a sua volta, superata la fase più acuta di contrasto tra Chiesa e Stato, stipulò con padre Ludovico Barbaro un contratto, detto impropriamente d'enfiteusi, che consentirà ai monaci il ritorno a Stignano.
Scrisse in merito un cronista: 'Il 28 aprile 1878 segna una memoranda data nella storia religiosa di San Marco' poiché 'riaperto il convento ai miti francescani' la Madonna vi ritornò 'fra l'esultanza del popolo con l'intervento del compianto monsignor Geremia Cosenza' (Nota 13).
Gradualmente, pur tra mille difficoltà di vario genere, i nuovi superiori tentarono di rimarginare le profonde ferite che la chiusura prima e l'alienazione dopo avevano arrecato al santuario.
Fatto sta che sul finire del secolo numerosi furono i giovani che qui indossarono il saio e proprio in una occasione del genere don Luigi Nardella, un frate secolarizzato, così concluse la sua 'allocuzione':

Oggi i figlioli di San Francesco vivono in società private sotto l'usbergo delle patrie leggi: ma ci auguriamo non lontano il tempo in cui i pubblici poteri li riconosceranno quali essi sempre furono e sonò nelle proprie celle amici di Dio e della patria (Nota 14).

Convento di Stignano. Uno degli affreschi presenti nel chiostro
Convento di Stignano. Uno degli affreschi presenti nel chiostro
Altro segno tangibile di una sia pur effimera ripresa è la pubblicazione di un numero unico, Sicut lilium, al quale, tra gli altri, collaborarono Luigi Tosti e Francesco Prudenzanob_250_0_16777215_01_images_masino-nardella_francesco-Prudenzano.jpg, e che padre Bonaventura Maria D'Augelli curò nel dicembre del 1904 in onore di 'Maria Santissima di Stignano nel cinquantesimo anniversario della proclamazione del suo immacolato concepimento'.
Ultimi guizzi di una lampada che si spegne negli oscuri tempi che precedono e seguono la prima guerra mondiale e che videro, ancora una volta, l'abbandono del posto perché all'estenuata volontà degli uomini subentrava la forza degli eventi.
È del 9 ottobre l'ultima lettera che Francesco Luigi Masullib_250_0_16777215_01_images_masino-nardella_francesco-luigi-masulli.jpg, vicario provinciale, indirizzò all'avvocato Marco Centola (Immagine)b_250_0_16777215_01_images_masino-nardella_marco-centola-450.jpg:

Mi dispiace doverLe annunziare, così egli argomenta, che il definitorio non ha creduto bene accettare le proposte che la signoria vostra fece al padre Anselmo Laganaroanselmo-laganaro.jpg, riguardo al convento di Stignano; per conseguenza essendo quel fabbricato nelle condizioni attuali, inabitabile e forse di pericolosa dimora, sono stato costretto a dar ordine che i frati che vi abitano sgombrassero il convento e ne dessero alla signoria vostra formale consegna. Il culto della chiesa sarà mantenuto come meglio si potrà ed i frati del convento di San Matteo ogni festa scenderanno a Stignano per Celebrare la santa messa e le altre funzioni di occasione. Mi duole che forse queste disposizioni dispiaceranno non poco non solo alla signoria vostra ma a tutta San Marco, ma io non saprei che farci; è certo che attualmente Stignano non è abitabile è per conseguenza io, in coscienza, non potrei obbligare nessuno dei miei sudditi a dimorarvi per forza (Nota 15).

Santuario di Stignano: veduta di un chiostro
Santuario di Stignano: veduta di un chiostro
Il convento abbandonato a se stesso fu subito spogliato e depredato di ogni cosa e agli attivi e benemeriti frati minori successero, come grotteschi inquilini, pecore e capre di non sempre chiara provenienza.
Nel 1936 il generoso tentativo della famiglia Centola, onde ovviare, a tanto scempio, di donare il convento, con esclusione della chiesa 'di proprietà del vescovo di Lucera' e del 'fabbricato adibito ad uso di casino per la villeggiatura della medesima famiglia', all'Amministrazione Provinciale di Foggia per una non ben definita destinazione 'a servizi di pubblica utilità' si disperse tra una colluvie di pratiche e di atti amministrativi destinati ad ingrossare i depositi archivistici di Palazzo Dogana.
Vivo il disappunto del preside Giustiniano Serrilligiustiniano-serrilli.jpg, ispiratore della donazione, sia per una complessa serie di obiezioni burocratiche sollevate dalla prefettura in merito alla 'graziosita dell'atto' e sia per la difficoltà di reperire tra le pieghe del bilancio in corso la 'peritale' somma di 35000 lire, necessarie per il ripristino di un 'pianterreno con 26 vani, con ingresso, stalle, magazzino, forno, refettorio ed altro e primo piano di 36 vani o celle, oltre ad ampi corridoi e con due grandi cortili, coltivati a giardino con due grandi conserve d'acqua nel centro di ciascuno di essi' (Nota 16).
Tentativo di furto del pozzale cinquecentesco del convento di Stignano agli inizi del 2014
Tentativo di furto del pozzale cinquecentesco del convento di Stignano agli inizi del 2014
Stando così le cose, sembrava impossibile un'altra rinascita di Stignano dalle sue ceneri. Ma la fede, la bontà e l'imponderabile operano talora, anche per vie diverse, miracoli che sono al di fuori di ogni calcolo e logica umana.
Santuario di Stignano: veduta del pozzale rinascimentale
Santuario di Stignano: veduta del pozzale rinascimentale
Sicché la spinta, perché non fosse del tutto cancellato dalla geografia del posto un monumento di così rilevante interesse, venne, dopo la seconda conflagrazione mondiale, dall'occasionale incontro di due giovani menti, aperte ai nuovi tempi con uguale liberalità di vedute: padre Gerardo Di Lorenzo, docente nel collegio teologico di San Matteo e Francesco Centola, pediatra ed ultimo erede dei Centola.
Dire quanto impegno in un trentennio sia stato profuso perché Stignano riprendesse, con accresciute esigenze, il suo luminoso cammino significa aprire una fitta pagina da leggere forse in altra sede; ma significa pure mettere sul tappeto una serie di problemi la cui soluzione trascende la volontà e la forza di chi, da solo, tenacemente resiste all'attuale isolamento morale e materiale.
Una generale crisi di vocazioni religiose incombe anche sull'oasi di Stignano minacciandone la sopravvivenza. Né si intravedono, almeno per il momento, misure per un'adeguata valutazione del caso né purtroppo mancano segni premonitori per un altro esodo dalle conseguenze irrimediabilmente disastrose.
Con siffatta prospettiva non resta che affidarsi manzonianamente alla divina Provvidenza per la conservazione di un monumento che è, a un tempo, simbolo di fede e testimonianza di civiltà.
Tommaso Nardella

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Da Archivio Storico Pugliese del 1995

La chiesa dell'Addolorata in San Marco in Lamis e la sua arciconfraternita 1717-1937

Il Monte di Mezzo a S. Marco in Lamis
Il Monte di Mezzo a S. Marco in Lamis
Alle falde di Monte di Mezzo, festanti di orti e vigneti, extra moenia, alla estrema periferia di un antico borgo montano con 328 fuochi, pari a 1640 abitanti (Nota 1), un sacerdote sammarchese,
La Chiesa dell'Addolorata a S. Marco in Lamis
La Chiesa dell'Addolorata a S. Marco in Lamis
Costantino Iannacone, ob sui peculiarem affectum (Nota 2) fece costruire, nel 1717, una “cappella” dedicata alla Vergine dei Sette Dolori, destinata, nel volgere degli anni, ad essere architettonicamente trasformata e ampliata sia per il diffondersi tra la popolazione del culto mariano ad opera dei padri Serviti, particolarmente attivi all'epoca in Capitanata, che per esigenze di sviluppo demografico e urbanistico in quanto già nel 1732 il numero dei fuochi era più che raddoppiato essendo stati censiti 3890 cittadini (Nota 3).
S. Marco in Lamis. Lo stendardo della Arciconfraternita dei Sette Dolori
S. Marco in Lamis. Lo stendardo della Arciconfraternita dei Sette Dolori
Nei primi giorni del 1749 i sacerdoti Eustachio e Tommaso Vincitorio e i signori Adeodato e Michelantonio La Piccirella, Giovanni La Porta, Michele Siani, Michele Serrilli, Pasquale Calvitto, Alberto Tusiani, Ignazio Sanguedolce e Domenico Antonio Cocciardi chiesero ai fratelli Costantino, Donato, Paolo Antonio e Giuseppe Iannacone lo ius perpetuum della cappella poiché all'unanimità essi disposero di arrollarsi sotto il Manto Sacro della Santissima Vergine per indegni servi, onde vieppiù godere la di Lei protezione facendone una congregazione di fratelli e sorelle ascritti in un libro perché a perfezione riuscito fusse l'intento (Nota 4).
Cimitero di S. Marco in Lamis - La cappella funeraria dell'Arciconfraternita dei Sette Dolori
Cimitero di S. Marco in Lamis - La cappella funeraria dell'Arciconfraternita dei Sette Dolori
La donazione trovò legale riscontro in un atto stipulato dal notaio Donato Augello il 23 agosto del medesimo anno, epoca nella quale si ebbe pure l'approvazione da Roma, per mezzo del padre generale dei Servi di Maria, fra Giovanni Piero Fancedi, dal quale don Eustachio Vincitorio ottenne ampia facultà di benedire 'il scapolare ossia abbitino e corona agli fratelli e sorelle di detta congregazione'.
Due giorni prima la Curia Romana aveva ufficialmente notificata l'approvazione della confraternita al canonico Giuseppe Torraca, vicario generale del cardinale Nicola Colonna, abate commendatario della badia di San Marco in Lamis.
Chiesa dell'Addolorata a S. Marco in Lamis: altare della Cappella laterale
Chiesa dell'Addolorata a S. Marco in Lamis: altare della Cappella laterale
Dalla lettura di ciò che resta dei verbali delle “conclusioni” assembleari si ricavano, talvolta con dovizia di particolari, dati informativi di indubbio interesse religioso, politico, sociale ed economico e tali insomma da offrire, sia pure in modo settoriale, si vorrebbe dire istologico, un frammento vivo di un'umanità ai margini della storia che affida le sue speranze al dolore della Divina Madre rivissuto come dolore per antonomasia, dolore tout court, che, di conseguenza, diviene dolore cosmico e panico' (Nota 5).
L'odierno clamore turistico della Processione delle fracchie durante la Settimana Santa, cui il simulacro dell'Addolorata fa da corredo e per la confezione delle quali, con inesorabile puntualità consensiva dei sindaci, si abbattono nella Difesa decine di alberi ad alto fusto, non riuscirà mai a recidere dalle radici dell'anima popolare il senso tragico della vita che, dalla notte dei tempi, appena appena rischiarata da anonime folle di tedofori, annualmente si rinnova nella drammatica ricerca della Madre per il Figlio perduto.
La mattina del 26 agosto 1749 venne convocata ad sonum campanae la prima assemblea dei fratelli fondatori della confraternita (Nota 6) per l'elezione dei 15 “officiali” divisi in maggiori: Rettore, Prefetto (e poi Priore), Primo e Secondo Assistente e minori: Cassiere, Procuratore del Libro, cui si aggiungeranno il Maestro di Cerimonie, il Procuratore dei Morti, il Razionale, il Maestro dei Novizi, l'Archivario, il Deputato alle Feste, il Fiscale, il Tesoriere e il Sagrestano acciocché le cose vanno tutte ordinate a somma gloria di Dio e di Sua Madre Addolorata.
Intonatosi il Veni Creator Spiritus, don Eustachio Vincitorio invitò i ventisette presenti ad esprimere in scriptis il proprio libero voto. Risultarono eletti, nomine discrepante, alla carica di rettore lo stesso Vincitorio, di prefetto Diodato La Piccirella, di primo assistente don Costantino Iannacone, di secondo assistente Giovanni La Porta, di cassiere Ignazio Sanguedolce e di procuratore del libro Tommaso Vincitorio. Il neorettore, avvalendosi delle prerogative che la carica comportava, nominò, seduta stante, maestro di cerimonie Michele Siani e sacrestano Giuseppe Vincitorio.
S. Marco in Lamis. Chiesa dell''Addolorata
S. Marco in Lamis. Chiesa dell''Addolorata
A questo punto qualche interrogativo si pone.
Gli eletti a quali fasce sociali appartenevano? Perché sentirono il bisogno di aggregarsi? Probabilmente per non affrontare da soli l'incognita dell'aldilà. Lungi, per carità, dal togliere il mestiere a sociologi e antropologi mi limiterò, in questa sede, ad osservare che in circa due secoli e mezzo gli uomini (le donne non avevano diritto di voto e per essere chiamate sorelle dovevano pagare la quota associativa) scelti alla direzione confraternale proverranno, grosso modo, dalla piccola e media borghesia terriera, con la presenza nel suo seno di qualche rappresentante delle arti liberali, dalle corporazioni dei commercianti e degli artigiani e dal basso ceto dei contadini, possessori di minuscole 'cesine' boschive motivati certamente da spinte devozionali, ma anche desiderosi di ottenere una tomba gentilizia che li rendesse pari agli altri, almeno nella morte. Un modo di concepire questo assai diffuso tra la gente che sopportava la fatica del vivere quotidiano in attesa di una funzionante livella sociale nell'oltretomba.
Ma occorre tornare alle operazioni di voto per dire che con l'ingresso nelle assemblee degli analfabeti o, come allora si diceva, dei non scribenti, il problema elettorale si complicava in quanto, essendo ordinariamente la manifestazione del voto segreta, questa non poteva essere comunicata a voce, per cui ci sarà stato chi, con un lampo di genio, riuscì, in certo qual modo, a superare l’impasse affidandosi alla disponibilità dei legumi: i ceci furono considerati voti negativi e le fave di segno opposto.
Ebbe inizio così un vario e complesso capitolo di attività confraternali scandito di anno in anno dalla riconferma totale o parziale o dal rinnovo, non sempre sereno e pacifico, delle cariche con la partecipazione di un crescente numero di fratelli professi per discutere, nei locali della sacrestia, sugli argomenti previsti dagli ordini del giorno che verranno affissi di volta in volta, nel coro della chiesa.
Precipua cura 'per lo buon regolamento e governo della congregazione' da parte degli amministratori fu quella di porre mano alla compilazione dello statuto da sottoporre, non più all'arcivescovo sipontino, ma all'approvazione reale sentito il parere del Cappellano Maggiore.
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
L'assenso di Carlo III si ebbe il 30 luglio 1753 mentre qualcosa di poco chiaro dovette verificarsi nei rapporti con mons. Celestino Galiani, nativo di San Giovanni Rotondo, se solo 27 anni dopo si avrà, 'in sanatoria', la soluzione della 'vicenda' con reale dispaccio del 24 febbraio 1780 (Nota 7).
Sempre, in modo vago e sibillino, sulle inadempienze burocratiche e sulle intemperanze caratteriali dei passati amministratori si discusse animatamente nell'assemblea del 17 gennaio 1754 nel corso della quale il priore Diodato La Piccirella assicurò il suo interessamento per la soluzione del problema dibattuto non senza, però, rivolgere ai presenti il perentorio invito a 'non contravvenire a quanto la Maestà del Re, nostro Signore, ha concesso in dette Regole', ad essere 'vigilanti agli interessi e che quando si deve procedere a qualche elezione essi abbiano sempre dinanzi agli occhi il timore di Dio e quello che l'alta mente di Sua Maestà (Dio guardi) ha stabilito e ordinato col suo reale diploma'.
L'altare principale della Chiesa dell'Addolorata
L'altare principale della Chiesa dell'Addolorata
Gli anni che seguono fin quasi a conclusione del secolo, non offrono, al di là del rinnovo delle cariche (numerosi purtroppo i verbali delle 'conclusioni' distrutti da mani impietose) e delle normali attività caritative (educazione religiosa ai più bisognosi, assistenza ai fratelli ammalati, ai morti, per i quali si provvedeva ai funerali, alla sepoltura, alle messe di suffragio, distribuzione di elemosine per i poveri, dotazione di maritaggi per ragazze orfane, ecc.) e amministrative (annuali bilanci consuntivi e preventivi), nulla di particolare interesse se non la compilazione, nel 1772-73, di un primo cospicuo inventario di oggetti preziosi, arredi e paramenti sacri offerti da divoti fedeli e custoditi dal rettore pro tempore don Raffaele Cera e la richiesta per la istituzione nella cappella della Via Crucis.
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
Promotore di un tale exercitium fu il concittadino padre Giuseppe Maria Campanozzi, personalità di spicco nel mondo francescano, lettore, autore di ponderose opere teologiche il quale ne ottenne, il 27 settembre 1790, l'assenso del ministro provinciale padre Michelangelo Manicone, illuminato naturalista garganico di straordinario talento cui si deve, tra l'altro, la celebre Fisica Appula.
Ai fini di una più organica visione delle vicende che riguardarono o che comunque influenzarono la vita della confraternita, va detto che San Marco dai 5863 abitanti del 1767 era passata, in coincidenza con la fine del vassallaggio badiale, nel 1793, a 9000 anime (Nota 8) ed ottenne da Ferdinando IV il titolo di 'città di regio patronato' che non risolveva certamente i gravi problemi esistenziali di tantissima povera gente rassegnata da sempre a porre 'nelle mani di Dio e della Vergine Maria' le proprie pene e le proprie speranze. Significativa a riguardo l'annotazione del cronista Angelo Gabriele Cera: 'Già di giorno in giorno veniva ad aumentarsi il numero dei fratelli e delle sorelle, facendo quelli uso del sacco nelle processioni che in seguito con diploma del 29 luglio 1808 si ottenne il permesso di poter vestire di abito, mezzette, tracolla, cincolo, calzette, sandali e cappello bianco al collo pendente'. Affollatissime processioni dell'Addolorata si snodarono lungo la 'via maestra' della 'città' con teorie di confratelli indossanti il 'sacco' penitenziale, chiaro è il riferimento al saio francescano, soprattutto nel periodo di calamità naturali quali i terremoti e le siccità o per lo scoppio di epidemie o per il verificarsi di carestie che costringeranno i reggimentari, nel cuore del terribile inverno del 1793, ad alienare le sei 'Difese' comunali 'acciò il popolo non perisse di fame' (Nota 9), ma che lascerà pure un diffuso malessere sociale, alimentato dalle continue usurpazioni di terreni demaniali con inevitabile riduzione di usi civici, che esploderà, quanto prima, in tutta la sua drammatica imponenza e violenza, nei calamitosi giorni della Repubblica Partenopea (Nota 10).
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata: cappella laterale
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata: cappella laterale
Mancano, per la distruzione delle fonti archivistiche, operata non dai soldati francesi del generale Duhesme durante la repressione dei moti sanfedistici del 1799, come si è pervicacemente buccinato, ma dal disinteresse, dall'ignoranza o da chissà quali altri motivi, da parte di chi aveva l'obbligo morale e civile di tutelarle, le notizie sulla vita della confraternita i cui priori, a partire dal 1816, riceveranno, mediante specifiche circolari, gli ordini di convocazione assembleare dagli intendenti di Foggia. A rompere un così lungo silenzio provvederà l'infuocata assemblea del 21 settembre 1824 nella quale, pur avendo la maggior parte dei presenti oralmente espresso parere favorevole per la nomina a priore del signor Michele Iannacone, incontrò un'opposizione così violenta da parte di alcuni da far temere addirittura “lo scioglimento della congrega”. Il verbale non offre più di tanto.
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata: cappella principale
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata: cappella principale
L'assemblea si sciolse con un nulla di fatto e occorreranno mesi e mesi di trattative tra i rappresentanti dei due partiti per concordare sul nome del signor Nicola Giampriamo che verrà eletto nell'assise dell'anno successivo.
Ormai la cappella non era più in grado di accogliere e di soddisfare le esigenze che l'accresciuto culto mariano imponeva ragion per cui si fece strada, fin dagli albori del 1820, l'idea o di abbatterla e costruirne una più ampia oppure di innalzarne un'altra uguale al suo fianco. Per evidenti ragioni economiche fu scelta la seconda ipotesi che trovò pieno accoglimento nell'assemblea del 15 settembre 1833. Si potevano subito iniziare i lavori in quanto a disposizione del cassiere v'erano già le somme ricavate dalla vendita di 'tomoli 54 di fave, dalle elimosine procurate dai divoti e da tutti i donativi in oro e argento offerti dai fedeli Cristiani a San Donato Martire e alla Vergine Addolorata'. Alcuni fratelli benestanti si mostrarono disposti a concedere un prestito di 350 ducati in oro, senza interessi, purché venissero affrancati dal pagamento dell'annuale quota di associazione. Tale somma o parte di essa sarebbe stata restituita col ricavato delle vendite delle sepolture gentilizie che si sarebbero costruite nel sottocorpo dell'erigenda cappella (Nota 11).
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
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Si sarebbe poi pensato ad ottenere l'autorizzazione del seppellimento dei cadaveri dall'intendenza presso i cui uffici, nel dicembre del 1838, si recarono i deputati Gabriele Piccirella e il dott. Leonardo Tancredi per trattare, secondo la loro prudenza e badando al massimo risparmio, con chi crederanno più attivo e capace di fare ottenere [. . .] almeno un rescritto provvisorio. Nel novembre dell'anno successivo si mirerà più in alto. Si stabilì infatti nell'assemblea del 26 di donare a un tal Raiola, un personaggio evidentemente bene ammanicato negli ambienti ministeriali napoletani, 350 ducati, una somma di tutto rispetto ove si consideri che per una dotazione di maritaggio in genere non se ne superavano i 20, se riusciva ad ottenere il definitivo rescritto con l'autorizzazione del seppellimento dei morti nei 'gentilizi' di recente costruzione e l'impegno che si prenderà per far ottenere l'erezione di confraternita ad arciconfraternita. L'impegno è sottoscritto dal prefetto Ferdinando Palatella e da tutti i confratelli presenti alla riunione. Puntualmente si ottennero dalla capitale le superiori autorizzazioni per entrambe le richieste.
Erra chi, accettando passivamente informazioni desunte da altre non documentate notizie, sostiene, come aveva già fatto il cronista Cera, cui probabilmente fa riferimento mons. Paolo Carta nella sua prima visita pastorale, scrive che l'arciconfraternita venne eretta il 30 settembre 1834. L'arciconfraternita dell'Addolorata nasce ufficialmente il 21 settembre 1840.
Essendo la morte un'industria che giammai chiuderà i battenti, non scandalizzerà se anche uomini 'pii e divoti' useranno un po' di olio santo per ungere gli arrugginiti ingranaggi della burocrazia borbonica.
E con tipica mentalità borbonica si comportarono gli eredi di don Costantino Iannacone nei confronti della confraternita.
Ed è ciò che si deduce dalla non edificante lettura di un ampio verbale, scritto da mani diverse, di indubbio interesse cronachistico.

Oggi che sono li 20 dicembre dell'anno 1831 in San Marco in Lamis. Noi prefetto e fratelli sottoscritti della venerabile congregazione dei Sette Dolori, dopo solennizzati in sagrestia ed a maggioranza di voti abbiamo risoluto quanto segue: Sulla occasione che gli eredi del costitutore della cappella della prelodata Addolorata Maria, Pasquale Iannacone, sua sorella Olivia e Raffaela Iannacone, nonché Rosa Sciesa, madre e tutrice dei suoi figli minori Iannacone, hanno deciso cedere i dritti dominicali del fondo della citata cappella alla venerabile congregazione dei mensionati Sette Dolori, per sollennizzare il contratto di cessione abbiamo eletti a presenziare avanti il notaio i nostri confratelli e prefetto Candeloro Cera, Donato Mallone, Angelo Serrilli, Simeone Tancredi, Paolo Tancredi, Crescenzio Serrilli, Fortunato Fabbricatore, Matteo Luigi Guerrieri e Saverio Nardella, quali ricevono le ample facoltà di accettare la cessione in esame, avendo il tutto per legale, rato, informo. Tale cessione fu eseguita dalle mentovate persone con titolo autentico e fu frustanea e di niun valore giacché dai loro antenati la cappella fu donata con ampie forme alla congregazione, come puossi rilevare da un istrumento del fu notaro Augello, quale conservasi dalla detta congrega. Quindi male si avvisarono il prefetto Candeloro Cera e fratelli regalare per tale cessione agli Iannacone e Sciesa docati cento, restituiti al signor Giuseppe Luigi Ciavarella nell'anno 1837 col peso dell'annua mora di docati sei. Tale danaro fu ritratto dalla vendita delle sepolture gentilizie costruite nella novella chiesa. Nonostante che la congregazione vantava dei diritti sia dalla primiera e bonaria donazione che dalla prezzolata, quando si eccitò nella stessa l'entusiasmo di ampliare detta cappella nel costruirvi colle sue pie oblazioni tre cappelloni al fianco della medesima, Pasquale Iannacone non contento del ricevuto, poiché altre volte profittato avea ora di danaro, ora di altre sovvenzioni, vantando sempre il dominio sopra la stessa cappella, strappò dal ridetto prefetto Cera altri docati ceduti per l'appoggio della novella chiesa oltre di tante cere, chiavi d'argento della Custodia, pianete, fiocchi d'argento furtivamente da lui presi e per malinteso timore tollerato.

S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
Il 6 giugno lo Iannacone fu sorpreso con le mani nel sacco. Aveva, con chiave falsa, aperto un armadio asportandovi un calice d'argento per cui venne denunciato e arrestato. A 19 luglio si trattò la causa in Lucera e fu condannato a diciannove anni di ferri.
Una sentenza assurda, iniqua, tutta borbonica, che non rende onore alla memoria dei giudici che l'hanno sottoscritta i cui nomi si tacciono per un semplice atto di umana pietà.
Ma il 1837 fu anche l'anno del colera. Un anno che mise a dura prova la già grama esistenza della locale popolazione che con tutta pompa portò processionalmente per la città la Madre Celeste facendola stare esposta per lo spazio di due mesi per averci liberati dal contagio del colera che qui ha dominato per lo spazio di giorni cinquantacinque. Furono colpiti dal morbo 1197 cittadini con 359 morti (Nota 12).
È diffusa opinione tra gli studiosi di problematiche confraternali che ad un certo momento della loro storia chi le amministrava ha accentrato l'interesse, per ragioni di sopravvivenza, quasi esclusivamente sull'organizzazione dei funerali e sulla vendita delle sepolture trasformandole in vere e proprie organizzazioni di pompe funebri. Potrà una simile opinione essere discutibile ma i fatti però vanno tutti nella medesima direzione lamentata fin dagli albori del Settecento dal nostro Galiani.
Né si sottraggono a una spinta del genere gli ufficiali maggiori e minori della neoarciconfraternita i quali, non potendo più seppellire i morti nella chiesa per l'editto di Saint-Cloud, decisero, nella riunione svoltasi il 19 gennaio 1845, di proseguire i lavori per la costruzione della cappella che si sta edificando nel Camposanto e di nominare due deputati per la vendita “sulla carta” delle sepoltura al prezzo di trenta ducati 'per portare avanti la fabbrica [. ..] Si stabilisce infine ed all'unanimità cedere senza interesse alcuno una gentilizia alla famiglia del sig. Ignazio Centola il cui figlio don Berardino ha formato il disegno della detta cappella. Pur in tanta febbrile attività edilizia e devozionale (Nota 13), pur nella cordiale serenità dei rapporti tra i quarantasei confratelli con i rettori e i padri spirituali qualcosa di inquietante dovette succedere se il 9 giugno 1854 il canonico Luigi Giuliani inviò al priore e agli assistenti questa lettera:

Signori, avendovi servito sei anni con tutto il cuore, siamo stati tutti con la santa pace ed unione fraterna fino all'anno scorso; da quel tempo in poi qualche fratello sedotto da certi sacerdoti pretensori e canonici miei nemici cominciarono a disturbarci. Ora non potendo più soffrire le calunnie ed i ricorsi di questi, ed avendo fatto ancora la renuncia della confessione e della rettoria al signor vicario capitolare di Manfredonia, renuncio ancora la vostra rettoria.

S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
Voci di scandalosi contrasti nel clero locale dovettero arrivare all'orecchio di mons. Berardino Frascolla che 'consigliò' il Giuliani a ritirare le dimissioni e a riprendere la rettoria per liberarla da ulteriori maldicenze che non giovavano oltre che alle persone alla sacralità del luogo. Ciononostante i contrasti si inasprirono anche quando al Giuliani, nel luglio del 1856, successe don Pietro Cera e a questi, nel dicembre del 1858, don Luigi De Carolis. Non c'era ormai più tempo da perdere. Nel giugno del 1859 il vescovo decise di compiere a San Marco la santa visita pastorale. Si recò all'Addolorata ove l'accolsero i fratelli dell’arciconfraternita e, seduta stante, nominò rettore don Domenico Giuliani e vice rettore don Luigi De Carolis.
Nel vasto piano antistante la chiesa si erano intanto radunate migliaia di persone in attesa di salutare il primo vescovo della nuova diocesi e per esprimergli gratitudine per l'amore filiale che monstrava alla Madre di tutti.
Uscì il Frascolla sul sagrato ove venne accolto da uno sventolio di bianchi pannilini.
Impartita la solenne benedizione rivolse alla folla brevi parole di circostanza alle quali aggiunse, come era nel suo stile e nel suo temperamento, dure, violente espressioni contro chi si serviva dell'anonimato per spargere insinuazioni e maldicenze sul prossimo e minacciando di scomunicare quei giovani che, strappando dalla testa o dalle spalle delle ragazze il fazzoletto, ne compromettevano l'onore. Rimase celebre il suo monito: maledetto, maledetto chi ruba il fazzoletto (Nota 14).
All'alba del 19 agosto 1860, è noto, quattromila camicie rosse guidate da Nino Bixio, provenienti da Giardini, sbarcarono in Calabria, sulla spiaggetta di Melito di Porto Salvo, ove vennero accolti dal sammarchese Marco Centola che in quel circondario amministrava giustizia (Nota 15).
Il 7 settembre, in un tripudio di bandiere tricolori, Garibaldi entrava in Napoli mentre Francesco II e Maria Sofia, a bordo di una fregata francese, veleggiavano alla volta di Gaeta.
Il notaio Leonardo Giuliani, per la quarta volta sindaco di San Marco, inviava, a nome di tutto il decurionato, un caloroso indirizzo di saluto e di fedeltà al Dittatore (Nota 16).
Da palazzo Tardio usciva, per la prima volta, un vessillo tricolore che fu portato in corteo da uno sparuto numero di liberali guardati con diffidenza e sospetto da una comunità che, scambiando la realtà con il desiderio, era ancora convinta che le truppe borboniche avrebbero prima o poi liberato il regno da una masnada di “scomunicati garibaldesi”: immediata, sinistramente imponente per le vie del paese, una contromanifestazione al grido di Viva Francesco II e Pio IX che impressionò lo stesso sindaco.
L'aria era carica di tensioni, di minacce e di inquietudini. In una temperie siffatta sorgeva a San Marco in Lamis l'alba dell'unità nazionale, desiderata ardentemente da pochi ed avversata dalla quasi totalità degli abitanti che allora ascendevano al numero di 17526 (Nota 17) e che non intendevano accettare il nuovo regime politico.
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
Un'alba tragica che si tingerà di rosso per il sangue generosamente versato da Angelo Calvitto, un umile sarto, padre di numerosa prole, colpevole solo di aver manifestato la propria opinione favorevole al risorgimento d'Italia (Nota 18) venne, a pochi passi dalla chiesa dell'Addolorata, pugnalato da due ceffi.
Dal sagrato della chiesa osservò il dramma il sagrestano, il cui nome invano si è cercato tra le carte dell'archivio parrocchiale, che subito si precipitò nel soccorrere il ferito e trasportarlo a spalle nei locali della sacrestia tra la generale indifferenza. Si preoccupò anche di avvertire la vicina famiglia del povero Calvitto di scappare di casa e trovare rifugio altrove. Di nottetempo chiamò il dottor Michele La Porta che tentò di suturare le ferite addominali del moribondo 'sartore liberalicchio', come ebbe a chiamarlo, con sprezzante terminologia, uno storico di parte borbonica (Nota 19).
A quell'anonimo, civile e pio sagrestano il cui esempio di vita riscatta, come il sangue del Calvitto, dall'onta della vergogna un'intera collettività, sia consentito esprimere, non senza commozione, sentimenti di viva simpatia e gratitudine.
Ancora su quel sagrato nel mese di ottobre, alla vigilia del plebiscito, l'arciprete Francesco Paolo Spagnoli celebrerà, su di un improvvisato altare di legno, una solenne messa per implorare la protezione dell'Addolorata su di una sterminata folla di persone che gremiva il vasto piano antistante e alla quale, terminate le sacre funzioni, parlò il canonico Pietro Giuliani che aveva al fianco il vecchio genitore Leonardo, notaio e sindaco, e il fratello Domenico, rettore dell'arciconfraternita rappresentata in quel momento dal priore Ferdinando Palatella, dal primo assistente Gabriele Cera e dal secondo assistente Leonardo Tancredi. Il Giuliani fece di tutto, pur se in modo piuttosto ambiguo, per convincere gli ascoltatori a recarsi il 21 ottobre alle urne e votare a favore dell'unità. Non ci furono né santi né madonne a spingere i sammarchesi ad adempiere ad un loro preciso dovere civile: tutti, assolutamente tutti, con varie e diverse motivazioni, disertarono le urne presso le quali torneranno, una settimana dopo, con le baionette dei Cacciatori dell’Ofanto alle costole per esprimere tutti, nemnie discrepante, la loro adesione all'Italia una e indivisa sotto la guida di casa Savoia.
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
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Ma questa, si sa, è un'altra storia.
Poche e di modesto rilievo sono le informazioni sulla 'pia unione' che si possono ricavare dalle superstiti carte del tempo fino agli anni settanta. I vuoti creati dalla scomparsa delle 'scartoffie' costringe lo studioso a muoversi su di un sentiero buio lungo il quale, nella migliore delle ipotesi, potrà vederlo a tratti appena appena rischiarati dalla fioca luce proveniente da frammenti cartacei miracolosamente sfuggiti alla furia devastatrice dell'umana imbecillità.
Nel gennaio del 1873 l'arciconfraternita era priva di rettore se il vicario foraneo don Eugenio Moscarella 'per speciale delegazione di mons. Geremia Cosenza, dovette presiedere l'assemblea che rielesse quale rettore don Domenico Giuliani, Michele Piccirella prefetto e primo e secondo assistente Gabriele Villani e Sebastiano Scarano'. E sarà proprio il Piccirella che nella assemblea del 31 agosto dello stesso anno farà 'estensiva' ai confratelli la notizia che 'a causa delle circostanze dei tempi, essendo ormai decorso qualche intervallo che si fosse solennizzata la festività, l'onorevole municipio con l'assenso dell'autorità politica aveva proclamato l'Addolorata Signora Padrona unica di questa città, proponendo di spostare dalla terza alla quarta domenica di settembre la solenne festività onde evitare la distrazione che avrebbe luogo con la fiera di San Matteo”. Sempre il Piccirella nell'agosto del 1876 cedette gratuitamente per un biennio il terreno attaccato alla chiesa dalla parte del nord ai sacerdoti Luigi De Carolis e Matteo De Cata a condizione che lo rendessero coltivo.
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
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La fine del secolo e i primi decenni del nuovo sono caratterizzati, oltre che dagli impegni di routine, dalla concessione delle indulgenze plenarie e parziali stabilite dai pontefici Benedetto XIII e Clemente XIII con i brevi del 1724 e 1734 e notificate il 7 marzo 1888 dal cardinale Vannutelli 'confratribus et consororibus Societatis Septem Dolorum Beatae Mariae Virginis', da molteplici attività murarie e di restauro: ampliamento della sacrestia con la sopraelevazione di un piano da servire quale canonica e per abitazione dello scaccino, rifacimento della tettoia, sostituzione dei due altari 'privilegiati' in pietra con altri in marmo a devozione di Michelina Gravina a patto che la congregazione assumerà l'obbligo formale di celebrare ogni anno a partire dal 1893 in poi la festa di San Donato vescovo e martire (Nota 20); restauro dell'organo a mantice e ripitturazione della chiesa ad opera di Francesco Paolo Palladino per un importo complessivo di lire 3975.
Anche la cappella cimiteriale venne ristrutturata con la creazione di nuove file di loculi dalla cui vendita si appianarono i debiti contratti con privati cittadini e con le banche cooperative di San Severo e San Marco. Si acquistò pure un cavallo necessario per la questua del grano in campagna nel periodo della trebbiatura che consentiva il mantenimento dell'animale, il 'mensuale' alla persona addetta al suo governo e ai confrateli i mezzi necessari per rendere sempre “più degna di ammirazione” la settembrina festa della patrona del paese.
Altra fonte economica era costituita da quindici legati missari dei quali cinque avevano come dote beni immobili urbani con una rendita annua varia (nel 1937 la rendita complessiva era di lire 499,13), i restanti dieci invece avevano come dote titoli redimibili, cartelle, ecc. depositati presso l'ufficio amministrativo diocesano per una somma di lire 250,50 depurata del 2% sui beni immobili. Dal dicembre del 1896 al luglio del 1913 a priore venne eletto, quasi sempre, per unanime acclamazione, il dott. Pasquale La Porta che apportò un soffio di aria nuova nel sodalizio introducendo nell'assemblea del 7 giugno 1903 l'istituto del sacro patrimonio, titulus patrimonii, a favore di seminaristi meritevoli ma di disagiate condizioni economiche che verrà poi adottata da altre confraternite Locali (Nota 21).
S. Marco in Lamis. Chiesa dell'Addolorata
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Si trattava, in buona sostanza, di intestare dei beni immobili dell'arciconfraternita, con provvisoria perdita di rendita e di usufrutto, ai nominativi dei seminaristi prescelti fino a quando 'non s'impartisca loro l'ordine maggiore del suddiaconato'. Divenuti sacerdoti finisce l'effetto della cessione conseguendosi un duplice vantaggio: quello di soccorrere giovani degni di considerazione e quello della congrega di provvedersi di cappellani che scomputeranno in messe piane il debito per il bene ricevuto.
Medico, pubblicista (Nota 22), sindaco, oratore ufficiale in tutte le manifestazioni civili riguardanti fatti e personaggi della storia nazionale e locale, godeva di vasto prestigio nella comunità e nella congrega le cui assemblee, per diciassette anni, diresse con rigore e puntualità e con assoluto rispetto procedurale degli argomenti da approvare o respingere. Dava spazio alle altrui opinioni che trovavano sempre formale riscontro nella stesura di verbali redatti in forma ora più vicina al corretto uso della lingua italiana.
Anche se più o meno indistintamente, i confratelli avvertivano la presenza tra di loro di una forte personalità che agitava problemi nuovi e più complessi, alcuni dei quali riguardavano le funzioni dei rettori e dei padri spirituali nello svolgimento delle loro specifiche attribuzioni nell'ambito della corporazione religiosa. E rettori e padri spirituali ne sentirono chiaramente il peso in quanto l'ingerenza priorile, diritto canonico alla mano, tracimava nel campo riservato all'esclusiva competenza dell'ordinario diocesano. Non mancarono in merito manifestazioni di disagio con esplicite contestazioni assembleari non tanto sulle sottigliezze canoniche da non mettere troppo in evidenza, quanto sulle pastette elettorali: ad ogni apertura di riunione c'era sempre qualcuno che ad alta voce proponeva, per alzata di mano, la riconferma a priori del dott. Pasquale La Porta. È quanto si ricava dalla lettura di un lungo, interessante verbale del 17 dicembre 1911 e che rappresentò, oltre la testimonianza dell'asprezza del dibattito, un punto di svolta nella evoluzione dei rapporti tra laici e clero nella gestione delle confraternite paesane.
Erano presenti in assemblea 72 confratelli con diritto di voto ai quali il dott. La Porta rivolse un cordiale ringraziamento per essere intervenuti così numerosi. Non fu del medesimo avviso il rettore don Giovanni Soccio nel vedere una così folta presenza di associati che “non si sono mai fatti vivi pel passato e che si presentano ora solo perché si deve votare”. Breve replica del priore con richiesta di chiarimenti. Fatto l'appello nominale, il vicerettore don Antonio Giuliani protestò “contro questa votazione perché doveva essere fatta per votazione segreta poiché i fratelli hanno paura (sottolineato nel verbale) e si dimise pubblicamente dalla carica” allontanandosi dalla sala. Urla e proteste da parte di alcuni. Si procedette alla votazione a scrutinio segreto con palline bianche e nere. Fatto il computo dei voti favorevoli 69, contrari 5 al seguito di che viene proclamato eletto a priore per l'anno 1912 il comm. Pasquale dott. La Porta.
Morì l'anno dopo e i confratelli, nel trigesimo, fecero celebrare messe in suffragio della sua anima stabilendo che il prossimo 21 settembre la processione dell'Addolorata si svolgesse senza l'accompagnamento della banda musicale e senza lo sparo dei mortaretti.
Gli successe nel priorato il sig. Nicola Villani, procuratore legale, cui si deve l'ampliamento della cappella del cimitero realizzato dal 'maestro d'arte' Leonardo La Porta con un impegno di spesa di lire ottomila.
Silvestre Tricarico, da quarant'anni al servizio della congrega, venne eletto nel 1917. Lasciò l'incarico, l'anno successivo, al sig. Francesco Paolo Piccirella che portò a compimento i lavori cimiteriali. Amministratore di provata esperienza e capacità fece compilare i bilanci e i rendiconti di cassa con moderni criteri gestionali in maniera tale che chiunque ictu oculi, poteva dettagliatamente rendersi conto delle annuali entrate ed uscite.
Con l'elezione del dott. Giuseppe Tricarico, avvenuta il 27 gennaio 1924, si chiude il registro delle 'conclusioni' ma non l'attività dell'arciconfraternita se in un arco di tempo che va dal 1919 al 1937 e cioè all'epoca dei rettori don Antonio Contessa, don Angelo de Theo e don Antonio Tiani tennero, fra gli altri, pergamo nella chiesa religiosi che rispondevano al nome di Giovanni Semeria, Vittorino Facchinetti e Pio Ciuti. Un barnabita, un francescano e un domenicano che onorarono di loro presenza la 'città' che, pur mutati tempi e costumi, intatta conserva la devozione per la sua Addolorata.

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