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Silvio D’Arzo: la nascita, l’ambiente, la formazione letteraria.

Cerreto Alpi
Cerreto Alpi
La vita di Ezio Comparoni, meglio noto come Silvio D’Arzo, sembra appartenere al protagonista di un libro dell’amatissimo Henry James: straordinariamente “priva di fatti”, secondo la felice formula di Pietro Citati1. Egli nacque nel 1920 da Rosalinda Comparoni e da padre ignoto, a Reggio Emilia, dove trascorse la sua breve esistenza accanto alla madre in un isolamento vissuto come un “volontario esilio”. Quasi simbolo di questo isolamento fu lo “stanzone” di via Aschieri n. 4, il luogo in cui Ezio crebbe, studiò, scrisse, trascorse gran parte della sua vita appartata, sempre cercando di sottrarla allo sguardo indiscreto di estranei e conoscenti, come timoroso di mettere allo scoperto la sua intimità. Sappiamo che egli, vergognoso del suo misero alloggio, sommariamente arredato da un letto, un fornello, un tavolo, con la legna da ardere addossata alle pareti, la stufa di ferro col tubo che attraversava la stanza per meglio riscaldarla, libri e altre cose per terra, in casse da imballaggio, riceveva chi andava da lui sul pianerottolo, dopo essersi prudentemente chiuso la porta alle spalle, non permettendo neanche agli amici di fargli visita. Agli allievi dava ripetizioni nello studio di un amico. Non mancarono, tuttavia, in questo ambiente povero d’incontri, alcuni legami che ebbero una grande importanza nella vita culturale ed affettiva del giovane: innanzitutto l’affetto profondo e costante che lo unì alla madre, poi i vincoli d’amicizia che egli strinse, ormai adulto, con un gruppo di giovani reggiani, cui si aggiunsero il particolare rapporto, fatto di fiducia e di stima, attraverso lo scambio epistolare, durato dieci anni, con il suo editore Vallecchi, e quello con il critico Emilio Cecchi; infine, negli ultimi anni della sua vita, il sentimento che nutrì per Ada Gorini.
La madre
Cerreto Alpi
Cerreto Alpi
La figura dominante nella vita dello scrittore fu senz’altro la madre, Rosalinda Comparoni, originaria di Cerreto Alpi, sull’appennino reggiano. La donna, che, priva di un’occupazione stabile si barcamenava in qualche modo anche leggendo carte e tarocchi nei giorni di mercato (dopo aver fatto inizialmente la cassiera in un cinema cittadino), con difficoltà riusciva a provvedere con quelle misere entrate ai bisogni suoi e del figlio. È lo scrittore stesso, nel racconto L’aria della sera, a parlare del “lunario di tutta Quaresima” che madre e figlio dovettero vivere insieme. Questa povertà, che certamente costituì per entrambi un’incessante fonte di precarietà e di umiliazioni, aggiunse però anche nuovo stimolo al reciproco sentimento di appartenenza, che li portò quasi ad escludere il resto del mondo, dando significato alla loro vita insieme. Scriveva D’Arzo al suo primo (ed unico) editore, Vallecchi, in occasione della morte del padre di lui, Attilio Vallecchi:

“Se mi dovesse morire mia madre, credo che odierei il mondo intero: e nei momenti di dubbio, quando sono alle prese con difficoltà letterarie e sento la mia dappochezza, mi rimprovero subito, al pensiero che ho mia madre e che la realtà che vale è solo quella”.

Rosalinda Comparoni, sebbene fosse una povera ed umile donna del popolo, fu capace di intuire le straordinarie doti intellettuali di Ezio indirizzandolo verso la cultura e la letteratura, che le apparivano come una nobile conquista, un superbo riscatto della sua condizione familiare e sociale. Ella lasciò una profonda impronta nella vita e nell’opera del figlio, che ne parla come di una “grande e irraggiungibile madre provinciale”. Non rimase priva di influssi sul figlio neppure la sua loquacità vivacissima, che procedeva spesso per sentenze, con venature ironiche e ricchezza di immagini; così come non rimasero privi di echi, almeno nell’opera di lui, altri aspetti della personalità della madre come la religiosità. Rosalinda Comparoni era cattolica praticante e seguiva, con uno scrupolo che le veniva forse anche dalle consuetudini paesane, i riti liturgici; ma la sua era una religiosità “in bilico tra superstizione e fede, quelle stesse che D’Arzo fa rivivere in Casa d’altri, nel suo duplice carattere di ingenuità e ineluttabilità nella figura di Zelinda”.

 

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La provincia

Panorama di Ventasso (RE)
Panorama di Ventasso (RE)
Comparoni trascorre, quindi, le sue giornate fra libri e incontri culturali con gli amici, nell’ambiente della piccola provincia emiliana, anzi neppure cercando di evadere fisicamente dalla città di nascita per conoscere altri ambienti. Se si allontanò da Reggio fu solo perché costretto da qualche necessità esterna: frequentò la facoltà di Lettere a Bologna; il servizio di leva lo trasferì prima a Como, poi ad Avellino alla scuola Ufficiali, infine a Barletta, dove avrebbe dovuto imbarcarsi per il fronte Egeo. Qui, diventò protagonista di un’avventura straordinaria, quasi rocambolesca, che gli ispirò poi due racconti: l’8 settembre 1943 fu catturato insieme ai commilitoni dai tedeschi, ma, quando già era avviato ai campi di concentramento, durante una sosta del treno in campagna, riuscì a fuggire con un sottotenente nei pressi di Francavilla a Mare trovando rifugio, fino a novembre, presso una casa di contadini, da dove riuscì a tornare senza sostanziale pericolo a Reggio Emilia. Negli anni successivi, ci furono solo uno o due soggiorni a Firenze, uno o due a Roma per il concorso a cattedre di insegnante di Lettere, la breve permanenza sul lago di Garda, su consiglio del medico, nella speranza che il clima del luogo potesse giovare alla sua precaria condizione di salute.
Ezio Comparoni trascorse, quindi, la sua breve vita, come dice lui stesso, da provinciale, ma il sentimento che lo legò alla provincia fu ambivalente: certamente fu forte in lui il vincolo con il luogo natale, e forse fu proprio questo che gli impedì di allontanarsi da Reggio, perfino durante il periodo dei bombardamenti; nello stesso tempo, però, fu pienamente consapevole dei condizionamenti culturali ed umani dell’ambiente; e più volte manifestò la sua insofferenza. Scriveva, per esempio, a Cecchi il 21 luglio 1948:

“… io sono quello che sono: e faccio il professore, e vivo in una città di provincia, dove il passeggio verso le sette per la via principale è quasi un’avventura. I giorni, le ore non mi passano mai”.

D’Arzo aveva l’abitudine, infatti, di osservare il passeggio cittadino: ogni sera a partire dalle sei, ora nella quale uscivano operai ed impiegati riversandosi nella via Emilia, si poneva in disparte, addossato ai muri di Palazzo Bussetti, nella frequentatissima Piazza del Monte, tutto assorto ad indagare le fisionomie: lo spettacolo di una realtà limitata e sempre uguale lungi dal procurargli noia, diventava quasi momento di estraniazione dal contingente, come si può ricavare dalla prefazione a Nostro Lunedì:

mi piaceva molto guardare, ecco tutto: avevo il discutibile dono d’una fantasia superiore alla media che mi permetteva di verniciare di fresco anche gli aspetti più degradanti o più miseri, e un’ironia un poco ignobile per riderci o sorriderci su, e una meridionale pigrizia che mi impediva di conoscere fino in fondo la noia”.

La povertà degli eventi e degli incontri che caratterizzavano l’esperienza ambientale provocavano poi in D’Arzo anche un’insicurezza di comportamento, il timore di avere acquisito maniere inadeguate al vivere. Ad esempio, così scriveva a Emilio Cecchi l’undici luglio 1946:

“… non ho parole per chiederle scusa e per ringraziarla e per pregarla di dare, in buona parte colpa alla provincia” (Lettera del 11 luglio 1946) , e il 29 agosto 1947: “… Mi lasci, questa volta, parlare da ragazzo e da provinciale …”.
Non vorrei che Lei mi considerasse ambizioso come un provinciale” – scriveva ancora il 20 agosto 1950 – “… non frequentando quasi nessuno, non ho nemmeno il senso del limite: qualche volta credo di essere indiscreto solo chiedendo il nome di una strada, qualche volta sono maleducato addirittura”.

Il tema della vita provinciale costituisce un vero e proprio Leitmotiv della corrispondenza darziana: in una lettera del 26 novembre 1948 scriveva al suo editore:

“Caro Vallecchi ti auguro di cuore di non arrivare a conoscere mai che cosa sia una cittadina di provincia, a novembre, in una continua attesa di risposte che arrivano da lontano”;

e alla sua amica Ada Gorini, il 27 novembre 1949:

“Forse tutto è stata colpa della provincia e della domenica. (Oltre a tutto pioveva)”.

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Ezio Comparoni a passeggio con un amico. Fotografia, 1950
Ezio Comparoni a passeggio con un amico. Fotografia, 1950
L’archivio offre l’opportunità di approfondire la conoscenza dell’attività letteraria dell’autore reggiano EzioComparoni, in arte Silvio D’Arzo. Si tratta in prevalenza di documentazione legata all’attività letteraria dell’autore reggiano, è presente un esiguo nucleo di materiale di Rodolfo Macchioni Jodi, dedicato principalmente alla valorizzazione dell’opera letteraria di D’Arzo.
Le carte sono disponibili per la consultazione al pubblico, previo appuntamento. I documenti non sono ammessi al prestito.
Ezio Comparoni, in arte Silvio D’Arzo, nasce il 6 febbraio 1920 a Reggio Emilia da Rosalinda Comparoni e padre ignoto. Senza un lavoro fisso, Rosalinda lotta strenuamente contro le ristrettezze e i pregiudizi sul suo conto, così da educare il figlio ad un vivo senso della propria dignità, indicandogli la via per un sicuro “riscatto” nello studio e nella cultura.
Grazie alla viva intelligenza, Ezio supera l’esame di maturità classica a soli sedici anni. Nel 1937 si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, dove incontra maestri come Calcaterra, Funaioli,Longhi, e si laurea discutendo una tesi di glottologia. Dopo un primo impiego a Reggio come insegnante nella Regia scuola tecnica industriale, nel 1942, sempre in città, ottiene la cattedra di lettere e storia al Liceo scientifico Spallanzani, ma poco dopo viene chiamato al servizio di leva e destinato alla Scuola allievi ufficiali di Avellino.
Gli eventi successivi al 8 settembre ’43 lo colgono a Barletta, dove viene fatto prigioniero dai tedeschi e avviato verso un campo di concentramento in Germania. Durante il viaggio riesce fortunosamente a fuggire e, dopo alterne vicende, a rientrare a casa, dove rimane tuttavia in una condizione di semiclandestinità per il rifiuto di aderire alla Repubblica di Salò.
In questo periodo inizia un proficuo rapporto con l’editore Vallecchi e successivamente, con la fine della guerra, riprende l’insegnamento al Liceo Spallanzani, rafforza il legame di stima e amicizia con alcuni intellettuali reggiani, in particolare Giannino Degani, Luciano Serra e Rodolfo Macchioni Jodi, ed avvia una serie di collaborazioni con riviste e periodici. Narrativa, poesia e critica letteraria saranno per lui una ragione di vita sino alla precoce scomparsa, spesso e purtroppo con delusioni cocenti, come l’impossibilità di pubblicare i propri testi e in particolare il più riuscito, Casa d’altri, rifiutato sia da Einaudi che di Vallecchi. Dopo una prima diagnosi medica, nel 1951, di una forma di leucemia, trascorre un breve periodo a Malcesine con l’amico Degani, ma viene ben presto ricoverato a Reggio per l’aggravarsi della malattia, che il 30 gennaio 1952, a soli 32 anni, lo conduce alla morte.
Figura quanto mai schiva ed enigmatica nel panorama letterario del nostro Novecento, Ezio Comparoni, autore dagli innumerevoli pseudonimi, fra cui il più celebre è Silvio D’Arzo, ha esplorato nel breve arco della sua esistenza i più diversi territori dell’esperienza letteraria: poesia, saggio, racconto, romanzo breve.
Silvio D'Arzo
Silvio D'Arzo
Il volumetto Maschere, che in un centinaio di pagine raccoglie sette racconti, segna il precoce esordio letterario di Ezio, a soli 15 anni, seguito da quello poetico, con le diciassette liriche di Luci e penombre. Entrambe le opere sono firmate con il primo di una serie di pseudonimi, in questo caso “Raffaele C.”. Non ancora ventenne scrive L’uomo che camminava per le strade, seguito dal romanzo Essi pensano ad altro, già elaborato come Ragazzo in città nel 1939 e rifiutato da Garzanti. Riproposto nel 1942, viene di nuovo respinto da diversi editori, insieme a L’osteria dei ricordi e L’uomo che camminava per le strade: sarà pubblicato molto dopo, nel 1976, con un discreto successo di critica.
Analogo agli altri racconti di questi anni per molti elementi stilistici, All’insegna del buon corsiero è firmato per la prima volta con lo pseudonimo di Silvio D’Arzo e viene apprezzato dalla critica per la sua levità e sottile malizia. Il primo racconto per ragazzi, abbozzato intorno al 1943 e rielaborato fino al 1948 col titolo definitivo di Penny Wirton e sua madre, contiene elementi autobiografici, come pure Il pinguino senza frac, breve ma intensa narrazione scritta nel ’48. Risale allo stesso anno l’idea del romanzo Nostro lunedì, con cui Comparoni intende depositare l’esperienza di umanità maturata attraverso la guerra e le sue conseguenze. Il romanzo non andrà oltre la Prefazione, ma il titolo ispirerà la raccolta di racconti poesie e saggi curata, nel 1960, da Macchioni Jodi. L’opera più conosciuta e riuscita, Casa d’altri, giudicata dal poeta Montale “racconto perfetto”, accompagna per anni la sua vita artistica, tra revisioni e riscritture, ma anche in questo caso la pubblicazione avverrà postuma, un anno dopo la morte,con un’introduzione di Degani.
Un altro aspetto dell’autore reggiano, per molto tempo non sufficientemente apprezzato, è legato alla critica letteraria, attività in cui le doti di intelligenza, arguzia e ironia si traducono in uno stile brillante e sagace. I testi critici, raccolti e pubblicati postumi dapprima nel ’60, in Nostro lunedì e successivamente, più organicamente, nel 1987 in Contea inglese, evidenziano non solo notevole capacità di analisi, ma anche grande intuizione: D’Arzo, infatti, è tra i primi intellettuali, con Cecchi, Serra e Vittorini, ad avvicinarsi alla letteratura angloamericana, pressoché sconosciuta in Italia nella prima metà del ’900.
La Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia si è impegnata ad acquisire, in fasi successive, una notevole quantità di materiali di Silvio D’Arzo divenendo depositaria di gran parte del corpus documentario dello scrittore reggiano. Il principale complesso è costituito dal Fondo Silvio D’Arzo – Rodolfo Macchioni Jodi donato alla Biblioteca dall’erede della moglie di Rodolfo Macchioni Jodi, lo studioso che avviò fin dagli anni Sessanta del Novecento l’opera di valorizzazione della memoria e dell’opera darziana. Il Fondo D’Arzo – Macchioni Jodi si articola in due nuclei, corrispondenti ai versamenti effettuati tra il 2016 e il 2020. Il complesso è costituito da diverse tipologie documentarie, tra cui minute, manoscritti e dattiloscritti, blocchi di appunti, bozze di stampa, cartoline, fotografie, ritagli di giornali, periodici, corrispondenze. Per le sue caratteristiche il materiale conservato consente di ricostruire l’evoluzione del lavoro creativo di Silvio D’Arzo, oltre che i suoi interessi culturali ed il suo percorso letterario, documentandone la variegata produzione. Il primo nucleo – pervenuto nel 2016 e articolato in 119 fascicoli, il cui arco cronologico va indicativamente dalla fine degli anni Trenta del Novecento al 1952 – conserva in prevalenza la 3/4 documentazione legata all’attività letteraria dell’autore reggiano. Inoltre è presente un esiguo nucleo di materiale di Rodolfo Macchioni Jodi, costituito principalmente da documentazione relativa al suo impegno per la valorizzazione dell’opera letteraria di D’Arzo. Nel lascito è presente sia documentazione riguardante le prime prove letterarie del Comparoni, sia quella relativa ai racconti più maturi del dopoguerra. In particolare si ricordano i manoscritti originali dell’unico romanzo pubblicato in vita, All’insegna del buon Corsiero, e del suo capolavoro, Casa d’altri (uscito postumo e in differenti versioni). Tra i materiali spicca anche la stesura della prefazione dell’ambizioso progetto narrativo rimasto incompiuto, Nostro lunedì, che doveva raccogliere nuove ispirazioni tematiche riconducibili alla società italiana dell’immediato dopoguerra. Sono poi presenti scritti preparatori di altri racconti, compresi quelli della produzione dedicata all’infanzia (Penny Wirton e sua madre, Il pinguino senza frac, Tobby in prigione, Una storia così), usciti postumi diversi anni dopo la morte. Si segnala anche la presenza della documentazione relativa all’attività saggistica e critica, incentrata principalmente sulla letteratura anglosassone e sfociata nella collaborazione con prestigiose riviste letterarie (Il Contemporaneo, Il Ponte, ecc.). Il secondo nucleo documentario, pervenuto nel 2020, si articola in 102 fascicoli e comprende sia carte di Silvio D’Arzo che documentazione relativa agli studi di Macchioni Jodi. In particolare il complesso archivistico conserva materiali preparatori relativi a diverse opere della produzione darziana (Un ragazzo d’altri tempi, Prefazione a Nostro lunedì, L’aria della sera Robinson 1948, Il pinguino senza frac, ecc.). Ma soprattutto spicca per una parte cospicua dell’epistolario di Comparoni con numerosi esponenti di rilievo del panorama editoriale e culturale italiano, oltre che diversi agenti letterari stranieri.
Altri nuclei documentari
Oltre al Fondo D’Arzo-Macchioni Jodi, in Biblioteca Panizzi sono conservati altri nuclei documentari di Silvio d’Arzo. In particolare si devono ricordare le carte presenti nell’Archivio Giannino Degani, l’intellettuale animatore della vita reggiana del dopoguerra che dopo la scomparsa di Comparoni, su incarico della madre di D’Arzo, operò per tutelare il patrimonio letterario del figlio. Fino alla messa a disposizione degli studiosi del Fondo D’Arzo-Macchioni Jodi, il materiale raccolto da Degani ed acquisito dalla Panizzi sul finire degli anni Settanta del Novecento ha rappresentato la fonte principale cui attingere per approfondire l’opera di D’Arzo. È inoltre necessario ricordare la sezione documentale custodita tra i manoscritti della Biblioteca, comprendente la corrispondenza di D’Arzo con alcune personalità dell’editoria e della vita culturale locale (Enrico Vallecchi, Virginia Guicciardi Fiastri, Cesare Zavattini) e con amici e conoscenti come Canzio Dasioli ed Ada Gorini, la giovane con cui D’Arzo stabilì una profonda intesa affettiva e intellettuale. Infine, si deve segnalare un piccolo nucleo di materiali darziani conservati negli archivi moderni della Biblioteca Panizzi, costituito in prevalenza da fotocopie di testi dattiloscritti, ai quali in seguito sono stati aggregati altri documenti originali provenienti da diverse donazioni.

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I rapporti epistolari – Ada Gorini
Questi sfoghi e confidenze non devono stupire, in quanto Comparoni riuscì a rivelare molto di sé negli intensi rapporti epistolari che ebbe nei dieci anni di corrispondenza con l’editore Vallecchi e nei sei con Cecchi. La forma epistolare non fu senz’altro di ostacolo all’espressione dei sentimenti dello scrittore perché gli dava una tranquillità che gli permetteva di raggiungere il delicato punto di equilibrio tra il nascondersi e lo svelarsi; lo scrittore lo dichiara espressamente in una lettera del luglio1945 all’editore:

“… per quanto si dica il contrario, io sono del parere che almeno in certe circostanze ci si intenda meglio per lettera, anche perché si possono vincere certi pudori e la sincerità non corre il rischio di essere presa per retorica”.

Lo scrittore reggiano, poi, visse questo singolare rapporto editore – autore con un sincero sentimento d’affetto, tanto che fu sempre riluttante a rivolgersi ad altre case editrici, anche quando le promesse editoriali vallecchiane non presero la via della realizzazione. In Vallecchi, infatti, D’Arzo vedeva non tanto o non solo l’editore, quanto un amico capace di comprenderlo e rassicurarlo, come appare dalla lettera del 24 febbraio 1943:

“Caro Vallecchi, poiché i nostri rapporti non debbono essere soltanto di natura, diremo commerciale, non è giusto che io vi scriva per o mandarvi un fascio di bozze o chiedervi il giudizio su qualche mio lavoro. Questa volta, ad esempio, ho sentito il bisogno di scrivere qualche parola o breve impressione ad un amico”;

o da altri stralci di lettere:

“Vorrei ringraziarvi soprattutto per quelle gentili sfumature, per tutto quello cui io non posso dare un nome preciso, definibile, ma che ha dato a quello che in fondo non era che un contratto, un sapore, un valore, un’intimità davvero singolari: ed è quello a cui tengo e terrò sopra ogni altra cosa.[…] Libri se ne possono scrivere o inventare: quello cui tengo, invece, è la vostra vecchia amicizia”,

e ancora:

Vorrei ringraziarvi di tutto, di gran cuore, e dirvi che, fra le (chiamiamole così) avventure dei miei anni, la vostra amicizia è certo la più grata e confortante”. (31 agosto 1943).

Nella figura dell’editore, l’ansioso e inquieto D’Arzo trovava un ascoltatore attento e rassicurante e il pacato e ottimista Vallecchi veniva ad assumere, in questo caso, quasi il ruolo del padre che non aveva mai conosciuto. Le stesse parole dello scrittore sono rivelatrici a questo proposito: quando seppe che i bombardamenti del ‘43 avevano danneggiato la casa editrice, gli scrisse il 2 novembre dello stesso anno:

Caro Vallecchi, quando partii il 7 settembre mi accompagnò la vostra cara lettera: e, poiché siete sempre così invidiabilmente sereno, possibile, penso, che abbiate potuto soffrire gravi danni? No, no: vi dico che non riesco sul serio a crederci, come pensare (da bimbo) che anche i padri possono piangere talvolta”.

La pittrice Ada Gorini - Foto del 1951
La pittrice Ada Gorini - Foto del 1951
Molto importante per Comparoni fu anche il rapporto epistolare con Emilio Cecchi, che interessa gli anni dal 1946 al 1951; D’Arzo, che nutriva una grande ammirazione e una cieca fiducia nelle capacità critiche dell’autore di Scrittori inglesi ed americani, si rivolgeva a lui come ad un maestro e una guida a cui confidare i suoi dubbi e le sue incertezze di scrittore, e gli inviava le opere che andava ultimando, accompagnate da insistenti preghiere per averne un giudizio critico. Casa d’altri, ad esempio, ebbe un commento favorevole, accompagnato da suggerimenti che D’Arzo, rielaborando l’opera, seguì scrupolosamente.
D’altra natura fu l’amicizia con Ada Gorini, quale ci viene rivelato da undici lettere scritte dal 1949 al 1951, che probabilmente sono solo una parte di quelle che lo scrittore indirizzò alla donna.
Ada era una tormentata pittrice reggiana; non sappiamo come Ezio la conobbe, né come iniziò il loro rapporto; in una lettera all’amico Azzali, Comparoni accenna ad un grosso debito di riconoscenza da parte sua e della madre nei confronti della Gorini. Si potrebbe pensare, quindi, che all’inizio sia stato il desiderio dello scrittore di sdebitarsi, ad indurlo a cercare la Gorini; ma dalle prime lettere si ricava l’impressione che la donna abbia cercato, almeno inizialmente, di sottrarsi agli incontri.
A questo avvio piuttosto lento ed incerto seguì una relazione non senza contrasti ed incomprensioni, complicata dalle acute e ombrose sensibilità dello scrittore e della pittrice e tutta pervasa da un’atmosfera in cui la vita reale si compenetrava di letteratura:

“Eccole i libri […] fossi in lei, io comincerei col Caro estinto’: e poi L’altare dei morti’ (che troverà alla fine di Giro di vite): e poi, negli anni prossimi gli altri. Quanto a James, non dimentichi: ore 5 tè, caminetto convenientemente acceso. Mi raccomando però: niente castagne o caramelle Golia: basterebbero a rovinare ogni cosa”,

scrive ironicamente il 21 novembre 1949. Più seriamente, invece, il 19 maggio 1950:

Ada eccoti il nostro Lord Jim: spero che tu mi permetta di chiamarlo così: oggi non c’è niente di più nostro di quel libro: neanche noi. […] Credo che Lord Jim continuerà ad essere una presenza silenziosa e comprensiva su noi due. Certi libri, per certe persone, sanno servire anche a questo: e il silenzio alle volte ha illimitate possibilità e risonanze".

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Gli ultimi anni
L’amore fu sentito da Comparoni come il raggiungimento della sua compiutezza di uomo e di scrittore, ma nel frattempo la malattia, la grave forma di leucemia di cui soffriva, si andava aggravando, provocando in lui uno stato di tale spossamento che anche lo scrivere diventava una fatica impossibile; scriveva, nel luglio 1951, all’amico Dasioli, dall’ospedale dove era ricoverato per delle trasfusioni:

“… sono stanco: avrei molto da lavorare e non posso: le ore della sera, poi, sono interminabili, ed io non ho il minimo sospetto di come andrà a finire”.

Ormai, sia gli amici che Ada sapevano che Ezio era condannato: rimaneva solo la speranza di poter ritardare la fine e alleviare il dolore lasciando Reggio Emilia, per un soggiorno a Tremosine e a Malcesine sul lago di Garda, benché, probabilmente, egli avesse perso ogni speranza di guarigione. Scrive, infatti, un amico dello scrittore, Alfredo Gianolio:

“i medici, non lui, confidavano in un suo miglioramento per il cambiamento d’aria […]. Il soggiorno al lago non riesce, però, a rompere il muro di solitudine dietro il quale D’Arzo si era trincerato, anzi si fa più intenso quando rifiuta il cibo in un frenetico ricorso all’illusorio sollievo delle sigarette ed esige di tornare a Reggio al più presto, da sua madre”.

Questo stato di cose appare ancora più chiaro dalle lettere che Degani, il compagno di villeggiatura dello scrittore, inviava ad una sua amica; in una lettera del 27 luglio 1951, descrive particolareggiatamente il tormento di Comparoni che soffre per il dolore fisico, ma soprattutto per la lontananza dalla madre, dalla quale non sopporta di essere separato:

Si tratta dell'ultima lettera scritta da Ezio Comparoni a Ada Gorini.Non è datata, ma la data si ricava dal timbro postale. Comparoniesprime alla giovane amica tutto il suo malessere, che è sia fisico("mi sento realmente poco bene"), che morale ("non esco quasipiù, niente mi piace più"), ma cerca anche di confortarla edincoraggiarla ("cerca, cara, di stare bene tu"). Dalle righe finalitraspare quanto il loro rapporto fosse carico di inquietudini, ma leultime parole di Comparoni sono quasi un lascito e un addio:"arrivederci, cara: non fare mai concessioni alla volgarità… ". - Ezio Comparoni. Lettera a Ada Gorini, 24 agosto 1951.
Si tratta dell'ultima lettera scritta da Ezio Comparoni a Ada Gorini.Non è datata, ma la data si ricava dal timbro postale. Comparoniesprime alla giovane amica tutto il suo malessere, che è sia fisico("mi sento realmente poco bene"), che morale ("non esco quasipiù, niente mi piace più"), ma cerca anche di confortarla edincoraggiarla ("cerca, cara, di stare bene tu"). Dalle righe finalitraspare quanto il loro rapporto fosse carico di inquietudini, ma leultime parole di Comparoni sono quasi un lascito e un addio:"arrivederci, cara: non fare mai concessioni alla volgarità… ". - Ezio Comparoni. Lettera a Ada Gorini, 24 agosto 1951.
“Come ti ho già scritto domani dovremmo essere a Mezzolago. Ti dico dovremmo perché Comparoni voleva già tornare a Reggio. Qui non mangia perché dice che nulla gli sembra pulito se non è il mangiare che gli fa sua madre. Quando era soldato mangiava solo le cose che riceveva da casa! E neppure vuole comprare della roba nelle botteghe perché anche quello non lo trova pulito.” E, prosegue: “Comparoni non so se conclude qualcosa. Il primo giorno rimase in letto fino a mezzogiorno e fumò tutto il giorno invece di mangiare. Comprendo come un corpo sottoposto a questo regime finisca per ammalarsi. E anche ieri sera mentre ha mangiato un poco di minestra ed una puntina di carne sempre tutto senza toccare il pane, tra un boccone e l’altro continuava a fumare. Soffre dell’eccessivo amore che sua madre ha per lui tanto da non poter vivere come tutti”.

Dall’ultima lettera ad Ada, del 23 agosto 1951, comprendiamo quanto ormai sia avanzato il decorso della malattia, anche se il tono dello scrittore è di una malinconia contenuta, senza disperazione o ribellione:

mi sento realmente poco bene: in certe ore del giorno male addirittura: non esco quasi più, niente mi piace più […]”.

Morì pochi mesi dopo nel ricovero di Villa Ida, il 30 gennaio, a trentadue anni non ancora compiuti, per il linfogranuloma diagnosticatogli il febbraio dell’anno precedente. Negli ultimi suoi giorni Comparoni appariva, agli amici che andavano a trovarlo, totalmente immobilizzato dal male e la madre, sapendo che il figlio non avrebbe voluto essere visto in quelle condizioni, se ne stette fino alla sua morte fuori della stanza, seduta nel corridoio dell’ospedale, chiedendo notizie sul decorso della malattia a coloro che lo visitavano.
Ezio Comparoni fu sepolto nel cimitero monumentale della città e la madre, colpita da quel dolore immenso, continuò a vivere in funzione del figlio, adoperandosi perché fossero pubblicate le opere ancora inedite: solo lo sconfinato amore per Ezio le permise, infatti, di affrontare questa impresa. Nella prima lettera che inviò a Vallecchi, infatti, si legge lo sconforto di una donna senza speranze, esattamente come la Zelinda Icci di Casa d’altri:

“[…] So che può comprendere il mio grande dolore, dolore che finirà colla mia insopportabile vita […] e così aspetto giorno per giorno la morte che mi liberi e che mi dia quella pace che in terra non potrò mai avere, glielo giuro che non ne posso più”.

Raggiunse il figlio dodici anni dopo.

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