L'Astrolabio n. 25 del 1980
Mezzogiorno: il terremoto come effetto moltiplicatore di una secolare crisi. Due fallimenti nazionali: la politica del territorio e la difesa civile. “L'operazione sfiducia” è innescata dalla stessa classe di governo, incapace dì legiferare, impotente di fronte alla catastrofe.
La grande sfiducia
di Orazio Barrese
Se questa dovesse essere la scelta, le conseguenze sarebbero imprevedibili. Il Mezzogiorno ha lunghi periodi di rassegnazione, e lo dimostra il fatto che le popolazioni terremotate, già prima del sisma le più disastrate del paese, hanno costituito un ampio serbatoio di voti per i monarchici e per la Dc, per i responsabili cioè di una politica che pone Avellino all'ultimo posto tra le province italiane, nella graduatoria del reddito pro-capite. Ma a lunghi periodi di rassegnazione fanno da contrappunto improvvise rivolte e non è ancora spenta nella memoria l'epopea del brigantaggio contro la truffa del plebiscito e del processo unitario e contro le truppe piemontesi che volevano instaurare il “loro” ordine.
Si favoleggia ancora dei briganti La Gala di Avellino, Sacchettiello dell'Alta Irpinia, Schiavone del Beneventano, per non parlare di Carmine Crocco e Ninco Nanco, e delle insurrezioni di Sant'Angelo dei Lombardi, Montemiletto, Sora, Venafro, Atella, Rionero e di tanti e tanti altri comuni. E si ha piena coscienza che quell'enorme sollevazione, nonostante fosse stata alimentata dai Borboni e dal papato, e poi da essi tradita, fu la prima rivolta anticapitalistica e anticolonialìstica dell'Italia post unitaria.
Ma fu anche lotta per il mantenimento di un'identità che oggi, a distanza di 120 anni, il “piano S” potrebbe annullare per sempre, al di là delle intenzioni di Zamberletti e dei suoi collaboratori. Almeno questa è la preoccupazione dei terremotati che hanno appreso a non avere fiducia nello Stato unitario, in quello Stato cioè che applicò le leggi sul macinato, spogliò boschi e montagne in un'operazione di rapina colonialistica, condannò il Mezzogiorno all'emarginazione. Scriveva Nitti che l'Italia meridionale al momento dell'unificazione, “aveva tutti gli elementi per trasformarsi”, in quanto possedeva “un grande demanio, una grande ricchezza monetaria, un credito pubblico solidissimo”. Del resto, quale che sia il giudizio che si voglia dare dei Borboni “non bisogna dimenticare che i loro ordinamenti amministrativi erano spesso ottimi, che la loro finanza era buona e, in generale, onesta”.
Da allora cos'è stato del Sud, come ha operato lo Stato unitario? Fu unificato il debito pubblico, che significava in realtà unificazione del pesante debito pubblico del Nord col credito pubblico del Mezzogiorno. Nei suoi Scritti sulla questione meridionale, Nitti si occupa del bilancio dello Stato e della politica fiscale. Nei cinque esercizi finanziari che vanno dal 1893-94 al 1897-98 la contribuzione media per abitante era a Torino di 47,66 lire, ma le spese dello Stato eseguite dalla tesoreria provinciale ammontavano a 55,52 lire; a Genova di fronte a una contribuzione di 55,69 lire la spesa statale era di 74,84; a Milano rispettivamente 70,44 e 77,41. Quindi il regno restituiva di più di quanto non percepisse. Totalmente rovesciata la situazione nel Mezzogiorno: ad Avellino di fronte a 19,17 lire di contribuzione le spese statali ammontavano a 7,21; a Benevento rispettivamente 19,36 e 11,56; a Potenza 18,55 e 8,77; a Campobasso 25,52 e 11,57 e via rapinando. Fu in tal modo che si rafforzò l'industria del Nord e si condannò il Mezzogiorno. Quali ragioni di fiducia debbono, allora avere i terremotati?
Ma, senza andare tanto indietro nel tempo, cosa ha fatto la Cassa per il Mezzogiorno?
La sfiducia atavica, del resto, è stata rafforzata da quanto è accaduto nei giorni successivi al sisma. Il grosso degli elicotteri è arrivato al terzo giorno, eppure tutti sanno che è una realtà quella descritta nel film Il dottor Stranamore. Si sa che negli Stati Uniti v'è un enorme numero di caccia-bombardieri in grado di alzarsi in volo nel giro di pochi minuti, in caso di attacco nemico. E si sa che altrove addirittura si costruiscono rifugi antiatomici - aberrante realtà delle isole dell'ipersviluppo - e in Irpinia sono crollate persino le case costruite dopo il terremoto del 1962. E ancora: che nel 1973 è stata presentata una proposta di legge (la 2364) sulle conseguenze del terremoto del 1908, che di qualche anno fa è un'altra legge sul terremoto di Avezzano del 1915 e che il Belice non è stato ancora ricostruito nonostante 10 leggi regionali e 20 nazionali.
E allora se non è malafede è stupidità sostenere che i superstiti del terremoto rischiano la vita e rifiutano l'esodo per una mucca e due vitelli, anche se c'è qualche briciola di verità, purché riferita soltanto ai contadini. Non è però una verità totale, ma se lo fosse bisognerebbe pur chiedersi il perché e di nuovo si ritornerebbe all'immane sfiducia in questo Stato, alla convinzione di un futuro senza speranza, se non ancorato a qualcosa, magari una mucca e due vitelli.
Ma c'è dell'altro. All'ospitalità negli alberghi della Costiera si preferisce l'emigrazione all'estero. È irrazionale? È, invece, ancora una razionale sfiducia.
Coloro che emigrano - e sono una piccola percentuale - hanno la speranza di potere ricominciare da uomini, per poi magari tornare, e ritrovare le loro radici, ora affidate come in custodia a coloro che restano. Si emigra cioè perché si teme che accettando la pur generosa ospitalità pubblica negli alberghi incominci un'irreversibile diaspora: nell'indefinito prolungamento della condizione materiale e psicologica del terremotato si perderebbe con la dignità anche l'identità.
Il terremoto ha seppellito corpi e distrutto case, ma non ha annullato, come ne La peste scarlatta di Jack London anche le radici, la cultura, l'antropologia. E di questo si deve tenere conto nella ricostruzione, che dovrà valere non solo per l'oggi ma per intere generazioni.
Al alcuni non va bene. Preferiscono l'operazione coloniale della deportazione di massa. E se in taluni le intenzioni sono le migliori - salvare dal gelo e dalle privazioni decine di migliaia di persone - in altri le motivazioni sono ben diverse. Migliaia e migliaia di miliardi dovranno essere investiti nelle zone terremotate e gli appetiti degli speculatori sono insaziabili. E allora l'assenza di una pressione o di un controllo popolare val bene un genocidio culturale.
Più accortamente alcuni esponenti del potere politico responsabili anch'essi dell'emarginazione di queste zone e di vaste ondate dì speculazione, invitano a restare. C'è un sottile disegno; di fronte all'immane massa di bisogni può essere ripristinata una società “servo-assistita”, riallacciate e rinsaldate le clientele e in virtù di essere gestire, col consenso, la speculazione.
Sono pericoli seri che possono condizionare la società di domani la quale comunque, nel bene o nel male, non sarà più quella di ieri. Il rimedio ai pericoli lo hanno esposto le stesse popolazioni terremotate rifiutando la carità pelosa dell'esodo, che ha quasi il significato d'una rivolta. E allora, piuttosto che pensare a nuove strategie e ad altri “piani S”, bisogna fare in modo che i terremotati possano restare e non come assistiti ma come protagonisti della ricostruzione.
Non c'è dubbio: stavolta più che mai il Mezzogiorno diventa per le classi dominanti una prova di fuoco.
Le immagini sono tratte (in anteprima.- sottovoce dico mondiale, ma quanta fatica mi costano queste immagini!) dal libro Grande illustrazione del Lombardo-Veneto di Cesare Cantù e L. Gualtieri di Brenna ( ... e di altri letterati ...), stampato a Milano nel 1859.
Da www.historiaregni.it del 28 maggio 2018
Cause del fallimento della Cassa per il Mezzogiorno
Siderurgia e petrolchimica cause del fallimento della Cassa per il Mezzogiorno?
A quanto pare sì. Il giornalista Giovanni Russo fu autore negli anni Settanta del Novecento di una serie di analisi sul Corriere della Sera molto severe dettagliate sulla condizione economica del Mezzogiorno.
Ne proponiamo uno stralcio.
… Molte illusioni sullo sviluppo del Sud, nutrite in buona o cattiva fede, dalla classe politica e dagli economisti sono cadute. Per anni si era vissuti nella convinzione che il progresso industriale nel Nord, il cosiddetto miracolo economico, avrebbe risolto anche i problemi meridionali, con l’aiuto degli interventi speciali dello Stato. Invece, dalla fine degli anni ’60 in poi è venuta clamorosamente alla luce una realtà ben diversa. E’ emersa la “rabbia” nelle proteste popolari; si è avuta la ribellione di Reggio Calabria che ha rasentato la guerra civile; i risultati elettorali hanno privilegiato l’estrema destra e segni recenti della drammatica situazione meridionale, sono stati la rivolta per il pane a Napoli e l’esplodere della epidemia di colera.
… Il crollo di tante illusioni sullo svilippo del Sud è stato un’amara rivelazione per l’opinione pubblica che, da oltre 20 anni, sente parlare di politica meridionalistica e sa che esiste una Cassa per il Mezzogiorno, fiancheggiata da un Ministero apposito e da numerosi Enti (IASM, ISVEIMER, IRFIS, CIS, FINAM, INSUD) creati per risolvere i problemi meridionali. In 23 anni, secondo dati forniti dal Ministero per il Mezzogiorno, lo Stato ha investito nel Sud oltre 22 mila miliardi di lire, di cui 16 mila attraverso la Cassa per il Mezzogiorno e gli enti ad essa connessi…
… L’ideologia della Cassa era di mettere il Sud in condizioni di decollare.
La legge del 29 luglio del 1957 doveva partire da questi presupposti, che allora si erano solo molto parzialmente realizzati, per puntare sull’industrializzazione. Era il momento in cui si pensava che, in Italia, si poteva raggiungere la piena occupazione e che quindi avremmo avuto addirittura penuria di mano d’opera. Con questa legge si creavano le aree e i nuclei industriali, si stabilivano contributi a fondo perduto, si riservava al Sud il 60 per cento dei capitali e il 40 per cento degli investimenti delle industrie statali. Si faceva anche obbligo all’amministrazione pubblica di fare nel Sud il 4 per cento degli acquisti …
In realtà sia il Governo sia la classe politica meridionale hanno lasciato passare sotto la versione della industrializzazione del Mezzogiorno iniziative che servivano solo ad ampliare alcuni settori industriali di interesse nazionale, chimica, siderurgia, petrolchimica, ma che invece di sviluppare il Sud, nelle circostanze e nelle condizioni in cui sono state attuate, ne depredavano le risorse e ne diminuivano in realtà le possibilità produttive. Secondo uno studio di Goffredo Zappa la conseguenza è stata che l’occupazione dal 1951 al 1961 è cresciuta nel Sud appena del 10,7 per cento e per l’89,3 per cento al Centro Nord e dal ’61 al ’71 solo del 21 per cento nel Mezzogiorno e del 79 per cento nel resto del Paese.
Per cui mentre nel 1951 l’occupazione industriale era nel Mezzogiorno del 20,19 per cento rispetto a quella di tutta Italia, dopo l’investimento-industria era scesa del 18,21 per cento nel ’71.
Questi fatti dimostrano come il meccanismo degli incentivi alle industrie non ha funzionato a favore del Sud …
… La causa principale consiste nel meccanismo con cui questi finanziamenti erano concessi. Fino al 1957 si erogavano agevolazioni creditizie dirette alla piccola e media industria.
Si sarebbe dovuto aspettare quali risultati questa politica avrebbe avuto, anche in rapporto agli interventi della Cassa del Mezzogiorno per le infrastrutture e la riforma agraria… Ma già dal 1959 questi criteri cominciavano ad essere demoliti … La strada era aperta alla grande industria pubblica e privata che avva messo gli occhi sui fondi per il Mezzogiorno ma in cambio non era disposta a dare praticamente nulla.
… Ogni rapporto fra il capitale e la mano d’opera occupata cessa di avere rilievo per cui si trascura proprio l’unica risorsa abbondante nel Sud, il lavoro, privilegiando soltanto il capitale. I settori a cui si danno i finanziamenti e i contributi sono quelli in cui il numero della mano d’opera è il più basso rispetto all’investimento di capitale, quelli chimico, petrolchimico e siderurgico, mentre vengono molto meno agevolate le industrie meccaniche o alimentari che avrebbero potuto collegarsi all’agricoltura, l’attività principale del Sud. E’ negli anni che vanno dal 1965 al 1968 che avviene il grosso del rastrellamento dei fondi speciali del Mezzogiorno da parte delle grandi imprese pubbliche e private dei settori, come si è visto, meno capaci di creare occupazione.
… La realtà è che per creare i grandi impianti di base nel settore della siderurgia, della raffinazione del petrolio e della petrolchimica occorrevano finanziamenti e che questi si potevano trovare solo localizzandoli nel Sud.
E si è ricorso a tutti gli accorgimenti, per non usare altre espressioni, per spremere quanto più danaro pubblico fosse possibile dalla Cassa.
… Le grandi imprese petrolchimiche o siderurgiche hanno drenato non solo i soldi destinati allo sviluppo industriale del Sud ma anche quelli necessari per le infrastrutture gigantesche di cui avevano bisogno e che in altre parti d’Italia, come è accaduto per il porto di Conegliano ad esempio, avrebbero dovuto costituirsi a loro spese.
C’è chi obbietta che le uniche industrie disposte ad “andare” nel Sud erano queste perchè non avevano bisogno di economie esterne, essendo autosufficienti… Ma è facile replicare che se era interesse nazionale far sorgere queste grosse industrie di base era una ragione di più perchè esse fossero stabilite nel Mezzogiorno ma non dovessero nascere a spese dei fondi per lo sviluppo del Sud.
Con questi investimenti “geografici”, avulsi dalla realtà sociale e metropolitana, si è ottenuto di non avere nessuna vera crescita industriale e di non creare neppure posti di lavoro per le città del Sud che Compagna definisce “la frontiera più debole e più vulnerabile della politica meridionalistica”.
Purtroppo questo saccheggio a spese del Mezzogiorno, questo colossale spreco, è potuto avvenire anche perchè dietro la distribuzione degli incentivi c’era il problema dei finanziamenti ai partiti…
“In questo modo - come osserva ancora Petriccione - mentre nel Sud si favoriva l’insediamento di industrie ad alta intensità di capitale, le industrie ad alta intensità di lavoro si sviluppavano nel Nord.
Questa poltica cioè è stata fra le cause più importanti dell’emigrazione di massa”…
L'Astrolabio n. 4-1983
Lavoro, nuova imprenditorialità, governo del territorio
di Mariano D'Antonio
Dopo gli interventi di Pedone, Napoleoni, Graziani e Giuseppe Orlando, riprendiamo il confronto sui problemi e le proposte per il Sud con il contributo del professor Mariano D'Antonio, ordinario di economia politica all'università di Napoli.
È indubbio che la questione meridionale trovi oggi scarsi echi e corrispondenze nella pubblica opinione.
Qualche responsabilità per questo affievolito interesse alle cose del Mezzogiorno se la portano anche la cultura e il ceto politico meridionali, quel mondo di uomini impegnati che una volta venivano chiamati meridionalisti, cioè sostenitori degli interessi delle popolazioni meridionali. I meridionalisti appaiono alla gente o come piagnoni che lacrimano sulle sventure del Mezzogiorno oppure come alacri sostenitori di un sistema di potere, per lo più corrotto e corruttore, ben nidificato e sostenuto con la finanza pubblica. O protestano oppure sono ben inseriti dentro enti, centri studi, organismi di consulenza e di ricerca, dispensatori di favori e di prebende. A volte singolarmente certi meridionalisti fanno l'una e l'altra cosa: contestano e approfittano al tempo stesso. E così intellettuali, come si dice?, impegnati tracciano la mappa dei malanni del Mezzogiorno e al tempo stesso si ritagliano una fettina di potere e di denaro all'ombra di “prestigiosi” centri. Ma lascerei ad un sociologo della conoscenza (possibilmente anglosassone) il compito di esplorare meglio le ragioni e gli effetti di questa schizofrenia di una certa intellettualità meridionalista. (Grassetto del redattore)
Il lavoro: chiusa la valvola di sfogo dell'emigrazione all'estero e verso il resto del Paese (ricordiamo la diagnosi di Luigi Einaudi: (i meridionali o emigranti o briganti), il Mezzogiorno sta diventando l'area di progressiva concentrazione della disoccupazione nazionale. Altrove, nel Centro-Nord, la disoccupazione è ciclica oppure è dovuta ad una ricomposizione della struttura produttiva, ad un processo di dislocazione delle forze di lavoro dall'industria ai servizi. Nel Mezzogiorno servizi e Pubblica Amministrazione sono già rigonfi in maniera abnorme di disoccupati nascosti e quindi da questo lato verrà presumibilmente uno scarso contributo all'occupazione regolare dei giovani, di coloro che continuano a lasciare la campagna, dei licenziati dall'industria. Si dice perciò che l'industrializzazione costituisce ancora la via maestra per riassorbire la disoccupazione meridionale. È vero: sarebbe folle parlare nel caso meridionale di una “società postindustriale” già incipiente o da favorire. Ma chiediamoci: anche se lo sviluppo industriale dovesse riprendere e a ritmi vigorosi, nelle nuove condizioni tecnologiche (di una tecnologia risparmiatrice di lavoro) veramente dall'industria verrebbe nell'arco di due-tre anni un contributo determinante a risolvere la disoccupazione meridionale? Probabilmente no. Bisogna allora mettere a punto interventi specifici sul mercato del lavoro, sfuggendo al doppio pericolo, già sperimentato, del garantismo ad oltranza (vedi l'esperienza della legge 285 sulla disoccupazione giovanile) e del sussidio indiscriminato (grassetto del redattore). Penso a forme di intervento temporaneo che puntino alla formazione professionale, a contratti di formazione e lavoro, ovvero prendano in carico a rotazione un certo numero di disoccupati impegnandoli in attività socialmente utili in cambio di un salario decoroso. La formula organizzativa può essere quella di più agenzie regionali del lavoro, con scopi prefissati e fondi determinati a carico del bilancio dello Stato, con una struttura imprenditoriale, cioè diretta secondo criteri definiti di costo-efficacia degli interventi.


Concludo dicendo che queste poche, scarne indicazioni che ho cercato di tracciare, sono sorrette da un'ipotesi che qualcuno giudicherà pure ingenua e che mi è stata però confermata dalle piccole esperienze amministrative da me avute. L'ipotesi è che una cultura progettuale, la quale punti a smuovere le cose con interventi mirati anziché cedere alla protesta o alla rassegnazione, costituisce nelle concrete condizioni della società meridionale di oggi la forma più efficace di azione politica, che rompe col sistema di potere prevalente. Perciò è un atteggiamento scomodo e mal tollerato a volte perfino dentro la sinistra e le organizzazioni del movimento operaio come il sindacato.
L'Astrolabio n. 17-18-1979
In margine all'indagine Censis del luglio 1979
Povertà assoluta e “bisogni del dopo”.
Il problema del lavoro e il mito dello spazio domestico
di Antonello Palieri (1939-2010)
Alla fìne del 1979 avremo speso “per vivere” - abitare una casa, mangiare, vestire, “andare a benzina” e ad elettricità ecc. - non meno di 132 mila miliardi (contro i 125 mila del 1978). Nel 1979 il reddito netto degli italiani dovrebbe aver raggiunto i 220 mila miliardi (di cui 185 mila di reddito ufficiale e 35 mila di reddito sommerso) contro i 202 mila miliardi del 1978 (di cui 175 per l'ufficiale e 25 per il sommerso).
Tali cifre dovrebbero dimostrare che, mediamente, ogni famiglia italiana ha un reddito annuale di 13 milioni 600 mila lire e che spende per vivere 9 milioni 600 mila lire l'anno. Dunque un paese ricco, anzi opulento. Eppure nelle statistiche ufficiali figurano circa 7 milioni di famiglie con redditi inferiori a 4 milioni l'anno, di cui 3 milioni 500.000 famiglie con redditi addirittura inferiori ai 2 milioni l'anno, tenuto conto che nella prima serie - 4 milioni di reddito - vi sono famiglie numerose, con più di quattro persone, e che nella seconda serie, gli ultra poveri, ve ne sono uno o due (pensionato con o senza consorte) si può affermare che circa 28 milioni di persone vivono in Italia in condizioni di povertà, se è vero che con 2 milioni l'anno si pagano in molte aree metropolitane l'equo canone, il gas, la luce e il mezzo pubblico e con quattro milioni l'anno si può mangiare anche un pasto al giorno, comprare abiti al mercato americano e un giornale.
Se insomma i rapimenti hanno rivelato che almeno 100 famiglie italiane hanno rendite e redditi da 400 milioni a 3 miliardi l'anno, una lettura appassionata e testarda delle pur parziali statistiche Istat (al momento disponibili sino a tutto il 1977) e la loro proiezione attraverso le ricerche dell'ISPE, permette di affermare che 28 milioni di italiani non possono spendere tutti insieme più di 21 mila miliardi l'anno mentre altri 25 milioni ne possono spendere, globalmente, 111 mila. Ovviamente nella fascia dei medio-ricchi vi sono numerose aree di super-privilegio che al momento è impossibile quantificare.
Le statistiche sulla povertà - 7 milioni di famiglie con meno di 4 milioni di reddito l'anno, che sono lo stipendio mensile, di certi speciali funzionari - sembrano vecchie di venti anni e probabilmente non tengono conto di redditi sommersi che, a certi livelli, sono indispensabili per sopravvivere nell'attuale contesto socio-economico. Del resto abbiamo più volte rilevato che le statistiche nel nostro paese anziché rappresentare l'aritmetica della programmazione rappresentano, sempre più spesso, la geometria del terrorismo economico. Oggi siamo al quarto posto, nel mondo, per le riserve statali; domani, se farà comodo - magari di fronte all'ultimatum a fare un governo che rappresenti finalmente il paese - qualcuno affermerà, senza smentita, che i vecchi debiti con l'estero e il disavanzo della bilancia dei pagamenti hanno annullato il valore reale di tutte le riserve e che siamo perciò sul lastrico.
Eppure siamo poveri: lo testimoniano le liste di collocamento, il fenomeno sempre più esteso della coabitazione, le montagne di cambiali che spesso non trovano più il destinatario, l'infittirsi dell'esercito degli emarginati e, non ultimo, un equo canone che per chi ha un reddito superiore agli 8 milioni l'anno (cioè anche poco di più di 666 mila lire al mese, reddito con il quale si può anche morire o impazzire in un'area metropolitana) è, in molte zone urbane, insostenibile. Ma al tempo stesso siamo tanto ricchi da indurre oltre 1 milione di uomini e donne di colore ad approdare - negli ultimi 6 anni - in Italia per essere, al 60 per cento, sfruttati e prostituiti. Insomma come stanno veramente le cose?


Non è infine da sottovalutare il rischio che la “scoperta” delle povertà post-materialistiche (bisogni civili e culturali e di identità) sia utilizzata come cortina fumogena delle povertà assolute (alimentazione, casa e sanità). Assetto urbano, trasporti e tempo libero devono finalmente essere finalizzati a migliorare la qualità del lavoro, inteso anche come attività creativa, visto cioè finalmente al di fuori dello spazio angusto e specifico delle attività che permettono di percepire stipendi e salari. E il lavoro e non il nostro mitico spazio domestico deve generare un avanzamento generale globale, con buona pace della CEE e dei suoi sacerdoti.
Il Portale del Sud - Agosto 2009
Celti col tamburo
Come da qualche anno a questa parte, è stata l’estate della lega: i corni ed i tamburi longobardi hanno accompagnato i consunti deliri dell’orda. Un concerto osceno, rozzo, senza speranza. Il coro del branco inutile e parassita. Si è parlato di gabbie salariali, di dialetti come di lingue regionali, di insegnanti meridionali da sottoporre a test di selezione, di bandiere regionali, comunali e gagliardetti locali da apporre sulle magliette dei calciatori, inni nazionali e condominiali. Si è giocato a “rimbalza il gommone” contro i disperati, di torturare i clandestini… I longobardi sono i veri indesiderati: non solo non si sono mai integrati nonostante i secoli trascorsi, ma hanno sempre ignorato la cultura italiana. È evidente che non sono predisposti alla civiltà, come le auto di una volta per l’autoradio. Deve trattarsi di una tara del dna. Hanno introdotto il feudalesimo, ed a quello sono rimasti. Oggi lo chiamano “federalismo fiscale”.
Vecchi tromboni
Il vecchio cicisbeo di Arcore, così come la sua corte di zombi, nani e ballerine, è nelle mani dei barbari leghisti. Oltre ad aver attentato alle nuove generazioni italiane offrendo modelli di vita pacchiani e futili, stanno consapevolmente facendo crescere generazioni di extracomunitari, senza documenti, identità e residenza. Centinaia di migliaia di persone anonime, di cui non sappiamo niente: oggi utili schiavi e muratori per ingrandire la casa e demolire il paesaggio, domani, chissà, pronti a renderci pan per focaccia cercandoci casa per casa. È già successo altrove, ma evidentemente i berlusco-leghisti hanno poca capacità di sintesi. La sicurezza ed il futuro sono perciò messi in pericolo dalla megalomania di un vecchio libidinoso settantaquattrenne, uno che frequenta minorenni, utilizzatore finale di prostitute, ricattabile da centinaia di ragazzotte, procaccia, corruttori… I barbari lo possono manovrare a piacimento: possono far cadere il governo, l’hanno già fatto in passato, e l’anziano imperatore non se lo può permettere. Dopo di lui il diluvio, tanto lui è già morto “dentro”, che gli frega? Tutto ciò, mentre il Ministro dell’economia, quello che odia gli economisti, scippa 35 miliardi di Euro del Sud per finanziare l’aumento della spesa corrente. Tanto a lui che gli frega?
Triccheballacche e ScetaVaiasse
Tutto: dialetti, gabbie, bandiere, inni, criminalità, frecce tricolori a Gheddafi, tutto serve a distrarre l’opinione pubblica dal disastro economica, sociale e civile provocato dal berlusco-leghismo, dalle corrotte e tristi performance sessuali del premier, colui che organizza il Family Day contro i Dico e si allieta assistendo al numerino saffico, che le stelline gli imbastiscono in terrazza. Un uomo, a detta della moglie, malato e che proprio per questo sempre più oggetto del ricatto longobardo. Intanto, la approvazione della legge Carfagna, quella che punisce prostitute e clienti, è stata pietosamente spostata a settembre…
Il progetto dell’insegnamento obbligatorio dei dialetti, pensateci bene, è quanto di più assurdo e irrealizzabile ci sia al mondo, a meno di stabilire che il palermitano (quale, con quali testi, con quali docenti?) vada imposto a tutta la Sicilia, ed il napoletano (quale, con quale grammatica, con quali diplomi?) vada imposto a tutto il meridione, e così via… Cos’e pazz’!
I professionisti dell’identità non si fermano qui. La Lega urla e strepita, accusa il sud di corruzione, di mafia, di mal governo… È ora di tacere, invece. Il federalismo egoistico, l’idenditarismo esasperato, il feudalesimo, le baronie regionali, hanno fallito e francamente stancato. Il Mezzogiorno non è un deserto indifferenziato, come vorrebbero far credere le destre dei berlusco-leghisti. Gli “sprechi” al Sud sono stati voluti e ne è corresponsabile l’intera classe politica italiana: i finanziamenti sono stati destinati a “progetti” ed “imprese”, spesso strumentali alle clientele politiche e mafiose, con immancabile ritorno dei soldi al nord. Il mantenimento delle sacche assistenzialistiche risponde allo stesso criterio clientelare. L’inefficienza della spesa, manifestatasi a livello locale, è stata anche dovuta a ‘sto cavolo di leghismo, che ha dato troppi poteri ad enti impreparati ed inutili, ingigantendone ad arte le responsabilità per scaricare su di essi il malumore delle popolazioni. Ma, ricordiamoci, che il pesce feta dalla capa…
Grancassa
Diverso sarebbe stato, invece, se gli stessi soldi fossero stati spesi per incentivare veramente l’economia, attraverso per esempio la detassazione e la realizzazione di infrastrutture: quei soldi sarebbero veramente restati al Sud. I berlusco-leghisti non faranno mai una politica di crescita per il Sud, verso cui nutrono un pregiudizio razziale, che in verità non hanno mai nascosto, facendone uno strumento di pubblico consenso. Per questo hanno prima progettato la “banca del sud” e adesso la nuova edizione della cassa del Mezzogiorno: controllo delle risorse affinché, non sia mai!, neanche un centesimo si trasformi in sviluppo. Ripetiamo da tempo che al Sud nessuno può permettersi di votare a destra, almeno fino a quando ci saranno Berlusconi ed i leghisti longobardi: chi lo fa, magari inconsapevolmente per motivi ideologici o viscerali, oppure addirittura per meschino opportunismo, sappia che questa non è casa sua: Il Portale del Sud è da sempre “derattizzato e debossizzato”, come riportato in calce in ogni santa pagina del sito.
Opporsi con ogni mezzo
Il ripristino delle gabbie salariali, progettato dai berlusco-leghisti è l’ultimo attentato. Occorrerebbe opporsi con ogni mezzo, se non vogliamo dire “c’era una volta il Sud”. A cavallo del 1960, le gabbie hanno determinato la grande diaspora meridionale del dopoguerra. Hanno indebolito a tal punto la società meridionale, da far risorgere le mafie, la corruzione, il clientelismo e l’assistenzialismo.
Con il combinato di gabbie salariali e federalismo fiscale, Il Sud non avrà pari opportunità nel reperire risorse per la spesa corrente scolastica e sanitaria, né per la sicurezza, né tanto meno per gli investimenti nei settori citati. Pensiamoci: non occorre essere degli scienziati per cogliere l’evidenza del fatto.
E poi, ricordiamoci sempre che la spesa pubblica al sud è sempre inferiore di quanto non sia al nord e di quanto stabilito per legge. Ricordiamoci delle innovazioni e riforme che il sud sta mettendo in atto, del ruolo che il meridione ricopre fornendo al nord forza lavoro e mercato di consumo. Ricordiamoci soprattutto della dipendenza “ascara” di gran parte del politici meridionali di destra dai vertici berlusco-leghisti, che li condizionano e li manovrano. Denunciano, i nostri “puristi”, le pensioni di invalidità, ma dimenticano di sottolineare che al centro nord ci sono oltre 170.000 indagati per evasione fiscale, molti dei “virtuosi” celti padani ricorrono ai comodi forzieri di San Marino, scippando risorse dalle casse dello stato.
Fagotti e controfagotti
Sinceramente, non ne possiamo più di questa doppia morale che condanna, giustamente, l’utilizzo improprio di fondi pubblici, ma che chiude tutte e due gli occhi sul riciclaggio e l’evasione che flagella l’intero centro nord, giustificandoli anzi come normali distorsioni di un capitalismo, che in realtà si è rivelato essere una selvaggia e distruttiva corsa alla ricchezza e all’interesse privato.
La doppia morale si rivela in tante altre cose. Ad esempio, è considerato giusto che vi siano dei casinò a Venezia, a San Remo, a Campione. Lì tutto è “lindo e pulito” e si fa turismo d’alto bordo. Ma guai ad aprire un Casinò in Sicilia o in Puglia o in Campania. Si tira fuori la “mafia”, come se la mafia non avesse la capacità di prendere aerei, di usare internet, servizi bancari e quant’altro. Come se la mafia fosse solo coppole storte e lupare che agiscono solo sul territorio meridionale, opportunamente dimenticando che i centri di riciclaggio e di investimento dei capitali mafiosi si trovano a nord, e che il sud viene solo spremuto dal taglieggio per fornire gli “stipendi”, in moneta pulita, per la bassa manovalanza mafiosa, mentre la “mala” ricchezza, ma pur sempre ricchezza, viene spesa ed investita nei “probi e puri” comuni longobardi.
Fratelli d’Italia
Il Sud ha dato e continua a dare tantissimo al Paese, che poté essere costituito, centocinquanta anni fa, proprio grazie alle enormi risorse economiche e umane provenienti dal Regno delle Due Sicilie. Se dovesse venire il momento di fare un bilancio, non potrà valere il detto chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato.
Non è un caso che l’idea della formazione di un Partito del Sud faccia tremare per prima la Lega e i cosiddetti poteri forti, cioè Berlusconi. Un Partito del Sud che, se emendato dall’opportunismo e scevro di vecchie nostalgie borboniche, potrebbe proporre la “questione meridionale” elevandola a questione nazionale. Scriveva Mazzini “L’Italia sarà quel che il mezzogiorno sarà”. Ci vorrebbe un grande atto di coraggio e riprendere l’antica battaglia democratica di meridionali come Guido Dorso e Gaetano Salvemini, che proponevano una autonomia del Mezzogiorno nell’ambito di un assetto federalista autentico, inserito in un sistema nazionale unitario, e non solo di un federalismo egoistico e feudale-fiscale, l’unico che oggi interessa ai nostri celti ruspanti.