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Dipinto dell'Arcimboldo che rappresenta un libraio
Dipinto dell'Arcimboldo che rappresenta un libraio
Cominciamo con il conoscere i termini tecnici usati per indicare le varie parti di un libro.
Nella descrizione dei libri, soprattutto d’antiquariato, sono molto usate le seguenti espressioni per indicarne le varie parti:
Piano (o piatto) anteriore e piano posteriore, sono le due parti laterali del libro.
Dorso o dosso è la parte dove sono uniti i fogli.
Labbro o taglio è la parte che viene aperta. Quindi avremo un taglio superiore (o testa) per quella in alto, un taglio inferiore (o piede) per quella in basso e infine un taglio davanti per quella parallela al dorso.
Una volta il formato dei libri era determinato dal numero di piegature a cui era sottoposto il foglio stampato prima della rilegatura, e quindi al numero di pagine stampate presenti sulla stessa facciata del foglio. Oggi è una misura convenzionale per indicare le dimensioni di uno stampato.
Poco usate sono il formato atlante (o in piano) più di 50 cm, in 12°, da 20 a 24 cm, in 18° da 15 a 17,5 cm, e in 28° da 10 a 12,5 cm.

Parti del libro chiuso
Parti del libro chiuso

Le parti del libro aperto
Le parti del libro aperto

Conservazione
Alcune semplici regole per conservare i libri.
- Catalogazione:
- Pulizia e normale manutenzione;
- Regole per maneggiare i libri;
- Luce, temperatura, ventilazione e umidità
1 - Catalogazione

Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Foto del 2000
Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Foto del 2000
Ogni libro deve essere catalogato e descritto in una propria scheda.
Gli elementi essenziali della catalogazione sono:
- Titolo e autore;
- Editore, anno di stampa, numero dell’edizione, numero della copia e nome della collana editoriale (se presente);
- Formato e numero di pagine;
- Numero e tipi di illustrazioni (es. incisioni, disegni, xilografie, foto …) e autore delle stesse;
- Caratteristiche della rilegatura (brossura editoriale, rilegatura artigianale …);
- Argomento trattato (es. letteratura, saggio, narrativa …);
- Provenienza;
- Data della catalogazione;
- Note sul suo uso;
- Note sullo stato di conservazione;
- Note varie (es. valore, appartenenza …);
- Posizione nella libreria o collocazione (numero di libreria, scaffale …).
Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Foto del 2000
Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Foto del 2000
2 - Pulizia e normale manutenzione

Le operazioni di normale pulizia dovrebbero essere eseguite almeno due volte l’anno se i volumi sono in librerie protette da vetri, più spesso se in librerie aperte.
Il modo di procedere dovrebbe essere il seguente:
- Togliere tutti i libri di uno scaffale;
- Visionare lo scaffale per vedere se ci sono tracce di infestazione di insetti, polvere di legno, di carta … ;
- Pulire dalla polvere i libri e visionarli internamente per scoprire eventuali infestazioni di insetti;
- Riporli nello scaffale nello stesso ordine che avevano precedentemente.
Pulire dalla polvere
Mai sbattere un libro contro l’altro. Afferrato saldamente il libro dal dorso e facendo pressione con le dita per tenerlo chiuso (per evitare che la sua polvere entri al suo interno), spazzolare con un pennello di setole (ottimo quello da barba) la testa, cominciando dal capitello e procedendo verso il taglio. Aprendo poi i piatti di un angolo non superiore ai 90°, togliere anche la polvere penetrata all’interno delle copertine. Se la polvere è penetrata all’interno delle pagine, bisogna spazzolarle una per una.
Per evitare tensioni e possibili danni al morso e al dorso non dovremmo mai aprire un libro per più di 180°, ma di un angolo compreso tra i 90 e 180 gradi.
3 - Regole per maneggiare i libri
I libri se in discrete condizioni vanno maneggiati con cura per non provocare danni anche irreversibili o che comunque costosi da riparare.

Maneggio sbagliato
Maneggio sbagliato

Maneggio corretto
Maneggio corretto

4 - Luce, temperatura, ventilazione e umidità

Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Foto del 2000
Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Foto del 2000
I libri sono fatti di materiali organici e quindi degradabili. Per la loro conservazione bisogna prendere determinate precauzioni. La carta dell’epoca preindustriale (prima del 1850/60) è sicuramente costituita da elementi che la rendono più attrezzata alla sfida con il tempo che non quella di epoca successiva. È sicuramente più difficile conservare integro un libro del nostro secolo che non un libro del seicento o del settecento. Certamente tutta altra storia è il loro valore storico ed economico e quindi le cure con cui tratteremo un libro dei secoli scorsi non saranno certo minori di quelle adottate per uno moderno.
Luce, temperatura e umidità vanno controllate e mantenute entro certi limiti.
La luce molto alta danneggia i libri: provoca un rapido deterioramento della carta e fa sbiadire gli inchiostri ed i pigmenti. I locali delle librerie dovrebbero essere protetti con tende dai raggi diretti del sole e, in ogni caso, vanno tenuti in penombra. L’esposizione dei libri, anche in bacheche apposite, non dovrebbe mai essere eccessivamente prolungata.
Per la temperatura il discorso è analogo a quello della luce: più la temperatura è bassa meglio è.
Un certo grado di umidità è necessario ai libri, in quanto una eccessiva secchezza li renderebbe molto fragili. Una eccessiva umidità provoca muffe, macchie e il proliferare di insetti nocivi. Un buon rimedio per risolvere i normali problemi dovuti ad una eccessiva umidità e condensa è una buona ventilazione negli scaffali. L’aria deve circolare anche dietro i libri.
Particolare attenzione deve essere prestata per scoprire presenze di muffe. Solo i restauratori qualificati sono in grado di trattare i libri attaccati da muffe con prodotti fungicidi.
L’arte del libro
Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Una sala
Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Una sala
Nel Medioevo l’oggetto-libro è un prodotto di alto artigianato: un contenitore, talvolta molto pregiato, organizzato al meglio per poter ricevere un contenuto di gran valore.
Il libro del Medioevo è generalmente in forma di codice di pergamena o di carta. La pergamena si ricavava dalla pelle di vitello, ma più frequentemente di pecora e soprattutto di capra, pelle che doveva subire una lunga e accurata lavorazione. Innanzitutto doveva essere liberata sia dal pelo che dai residui di carne, e a questo scopo dopo essere stata rasata, veniva immersa in bagni di calce, alternati a risciacqui in acqua fresca, per poi essere tesa e messa ad asciugare. L’ultimo trattamento consisteva nel lisciare la superficie con una pietra pomice, così da ridurre al minimo le differenze tra il 'lato pelo', corrispondente alla parte esterna della pelle, di solito di colore giallastro e ruvido al tatto, e il 'lato carne', di colore più chiaro e più liscio e morbido.
Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Foto del 2000
Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Foto del 2000
Dalla pelle trattata, le cui dimensioni erano a volte molto grandi, nel caso di animali adulti, attraverso una serie di piegature si ricavavano i fogli che, piegati a loro volta a metà, venivano poi messi insieme, di norma da due a sei, a formare i fascicoli, che rappresentavano l’unità base del singolo codice. I fascicoli sovrapposti, in numero variabile, erano poi cuciti insieme e protetti con una legatura, così da formare il codice. Per evitare che la corretta sequenza dei fascicoli venisse scompaginata, accanto alla numerazione dei fogli, più raramente delle pagine, si adottavano la numerazione dei fascicoli e i richiami, consistenti nella scrittura nell’ultimo foglio di un fascicolo della prima parola del fascicolo successivo. La legatura poteva essere molto semplice: una coperta, di solito in tavoletta di legno poi rivestite di cuoio, o anche di cartone o di pergamena. Nel caso di libri importanti, magari commissionati da un sovrano o da offrire in dono a personaggi illustri, le legature erano di gran pregio: alcuni codici liturgici hanno legature che sono vere e proprie opere d’alta oreficeria, laminate d’oro e d’argento inciso, su cui si incastonano pietre preziose, piastre eburnee decorate a rilievo, perle.
Nel Medioevo la pergamena rimase il supporto esclusivo della scrittura fino al XII secolo, cioè fino a quando fece la sua comparsa, diffondendosi progressivamente, la carta.
Arrivata dalla Cina in Europa attraverso la Spagna, la carta fu prodotta in particolare in Italia, ma all’inizio non fu apprezzata come la pergamena, perché considerata meno resistente.
Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Uno 'psalterio' - Foto del 2001
Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Uno 'psalterio' - Foto del 2001
Come scriveva lo scriptor, lo scrittore? Quali erano i suoi strumenti di lavoro?
Lo scrittore scriveva appoggiandosi di norma su un piano inclinato, talora sostituito da un banco con piano d’appoggio orizzontale, su cui erano collocati gli strumenti della scrittura, il calamaio per l’inchiostro e il raschietto per cancellare gli errori.
Prima di scrivere il testo, la superficie del foglio veniva divisa razionalmente e geometricamente, attraverso una complessa distribuzione degli spazi che ne determinano la cosiddetta mise en page, cioè l’assetto complessivo della pagina, nella sua divisione fra il bianco, parti non scritte, e il nero, quelle occupate dalla scrittura. Prima di avviare la scrittura, di incardinare lo scritto all’interno della pagina, lo scriptor doveva curare anche [al]la mise en texte, ossia il modo in cui il testo viene organizzato al suo interno: decorazioni, punteggiature, lettere iniziali, paragrafi, titoli…
Quanto tempo impiegava un copista a scrivere un foglio?

O beatissime lector, lava manus tuas et sic librum adprehende, leniter folia turna, longe a lettera digito pone. Quia qui nescit scrivere, putat hoc esse nullum laborem. [O felicissimo lettore, lava le tue mani per prendere il libro, gira con delicatezza i fogli e tieni lontane le dita dalle lettere. È infatti chi non sa scrivere che ritiene che non sia per nulla faticoso].
A fatuis sordide libri tractantur ubique sed noscens litteras hos tractat ut margaritas. [Dai fatui i libri sono trattati ovunque sordidamente, ma l’uomo di cultura, invece, li tratta come perle].

Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Pagina di uno 'psalterio' - Foto del 2001
Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Pagina di uno 'psalterio' - Foto del 2001

Da queste due sottoscrizioni il copista vuole sottolineare da una parte la fatica della scrittura, attività che costa sofferenza a tutto il corpo, e dall’altra proprio perché frutto di grande fatica il libro è un prodotto prezioso e da rispettare. Scrivere è dunque un’attività faticosa e soprattutto lenta. Grazie alle sottoscrizioni dei copisti, che spesso concludono la loro attività informando i lettori della loro identità e anche del tempo impiegato per completare la copia, è possibile ricostruire con qualche approssimazione la speditezza di chi scriveva a mano, giungendo a un dato medio di circa due fogli al giorno.
Una volta scritto il testo, il manoscritto arrivava nelle mani del miniatore per le miniature (Nota). Quali erano i suoi compiti? Il miniatore doveva

saper stendere i colori sulle pagine di un libro, saper eseguire le lettere decorate con immagini, storie e fregi, deve saper dorare e argentare e deve avere penne, pennelli e colori ben preparati.

 

Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Foto del 2001
Biblioteca del convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis - Foto del 2001
Con quali strumenti lavora il miniatore? Le fonti ci restituiscono un arsenale impressionante: penne, squadri, righe e compassi; stilo di piombo per l’abbozzo del disegno; mollica di pane e raschietti per cancellare; coltelli per temperare le penne, tagliare le foglie d’oro e d’argento, grattare via le polveri dei colori; filtri di tessuto, colatoria, per chiarificare i liquidi o separare i colori da soluzioni depuranti; mortai e pestelli di porfido, di bronzo o d’oro per la macinazione dei colori minerali; vasi e ampolle di vetro o terracotta, corni di bue, sacchetti di cuoio, gusci di tartaruga o conchiglie, tavolozze.
I pennelli più adatti alle miniature erano fatti con i peli della coda del vaio o scoiattolo, riuniti e legati in un cannello di penna di avvoltoio o d’oca, di gallina o di colombo, a seconda della grandezza desiderata.
La biblioteca di Babele
La biblioteca di Babele
I colori sono in genere composti da pigmenti uniti a leganti. I pigmenti possono essere artificiali, ottenuti per reazioni chimiche, come il cinabro, oppure naturali, minerali allo stato puro o estratti vegetali.
Una volta approntati gli strumenti, i colori e il supporto, il miniatore può finalmente cominciare a lavorare. Per riempire gli spazi lasciati vuoti sulla pagina dispone, oltre che dei repertori di motivi e scene accumulati nella sua memoria o raccolti nei taccuini e libri di modelli, di una serie di guide molto precise. Spesso ha davanti un esemplare che deve riprodurre: come per i testi, copiare era una regola anche per le illustrazioni. I committenti possono fornire al miniatore un vero e proprio brogliaccio o una maquette dove siano indicati il layaut (sic!) e i soggetti delle illustrazioni. Nella maggior parte dei casi le istruzioni per il miniatore si trovano all’interno dello stesso manoscritto su cui deve intervenire: si tratta di annotazioni scritte, cifrate o schizzate nei margini dei fogli, venivano erase o tagliate al momento della legatura, o negli spazi destinati ad essere coperti dalla decorazione. Altri promemoria per i miniatori sono i disegni sommari preliminari o le cifre che fissano il numero e il tipo di iniziali da eseguire in ciascun fascicolo, annotandone a volte anche il prezzo, o i motivi scelti per tappezzare gli sfondi.
Alla fine del lavoro il miniatore può a ben diritto affidare la sua memoria alle firme e sottolineare la fatica dell’impresa.
[Ermeterius si ritrae insieme allo scriba Senior e a un anonimo pergamenario mentre in una stanza della torre campanaria del monastero di Tavara, lavora alla decorazione del Commento all’Apocalisse del Beato di Liebana terminata nel 970, e sottolinea la fatica dell’impresa durata tre mesi:

O alta e lapidea Torre Tabarense, dove, al primo piano, Ermeterio sempre più curvo, rimase seduto tre mesi e sfibrò il calamo con tutte le sue forze.

Miniatura da 'Il Beato di Liébana'
Miniatura da 'Il Beato di Liébana'

Florentius, altro miniatore, esprime la sua soddisfazione raffigurandosi col discepolo Sancius sotto l’omega conclusiva della Bibbia di Valeranica mentre brinda alla fine dell’opera].

Miniatura dal 'beato' di San Millàn
Miniatura dal 'beato' di San Millàn


Antonio Impagliatelli
Domenico Scaramuzzi

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?