garganovede, il web dal Gargano, powered in S. Marco in Lamis
Tommaso Nardella

L’omaggio della Provincia a Tommaso Nardella
www.letteremeridiane.org/2013/04/lomaggio-della-provincia-tommaso del 27 aprile 2014
di Geppe Inserra

Veduta di s. Matteo (foto presa dal web)
Veduta di s. Matteo (foto presa dal web)
Qualche sera fa si è celebrata a Palazzo Dogana quella che potrebbe essere stata l’ultima iniziativa culturale promossa dalla Provincia (e peccato che nessuno abbia ancora seriamente riflettuto sul rischio della desertificazione culturale che potrebbe essere indotta dalla soppressione dell’Ente). Non avrebbe potuto esservi comunque occasione migliore, per chiudere una stagione culturale importante, com’è quella che la Provincia è riuscita ad animare da alcuni decenni, che l’omaggio ad un insigne personaggio della cultura dauna quale Tommaso Nardella.
Ho avuto il privilegio di essere il moderatore della serata, nel corso della quale Giuseppe Galasso ed Antonio Motta hanno presentato Le Terre della Dogana, l’opera omnia dello studio e storico di San Marco in Lamis, scomparso tre anni fa.
“Ricordare Nardella - ha detto Motta, curatore della corposa pubblicazione - è un gesto civile. Tommaso era un eccentrico, un formicone di Puglia, per dirla con Tommaso Fiore”.
Motta ha quindi parlato del suo legame con Nardella, nato a seguito della frequentazione della sconfinata biblioteca dello studioso, dopo aver superato la diffidenza che questi nutriva nei confronti di quanti esercitavano la fantasia più che la saggistica.
A farli diventare amici fu la comune passione verso Francesco Paolo Borazio, straordinario poeta dialettale di Sa Marco.
“Raccontare la biblioteca di Nardella significa raccontare gran parte della storia della Capitanata. Frequentandolo e frequentandola m’innamorai della storia locale. Entrato in quella biblioteca come lettore e spettatore, ne uscii come editore delle opere del suo proprietario.
Quella biblioteca è un luogo speciale, per entrarci bisogna prendere confidenza. Non è solo un luogo della memoria, ma anche un luogo della durata. Non un luogo del passato, ma luogo del presente e del futuro”-
Era questo, del resto, per Tommaso Nardella il senso del lavoro dello storico: conservare le tracce del passato per renderlo attuale, perché la conoscenza del passato possa fornire elementi di riflessione all’oggi.
Grande affabulatore, Nardella è stato, assieme ad Antonio Vitulli e a Pasquale di Cicco, per antonomasia, il cultore della storia patria in provincia di Foggia: “ha dato un contributo decisivo - ha sottolineato Motta - a far superare l’immagine negletta dello studio della storia patria”.
Sulla necessità di recuperare la storia locale quale “storia patria” è intervenuto anche Giuseppe Galasso: “Non c’è contrapposizione tra l’alta cultura e la bassa cultura.
Il tessuto raccolto e intrecciato dagli studiosi di storia locale è l’humus fecondo dal quale si misura la qualità della cultura di un certo territorio”.
Galasso ha quindi tratteggiato gli aspetti salienti della personalità e dell’umanità di Tommaso Nardella: “un’idea italiana vissuta con animo risorgimentale, la sollecitazione crociana, l’amore appassionato verso la sua terra - il Gargano, la Capitanata -, una sottaciuta ma evidente fede religiosa e infine un certo generoso romanticismo, che gli faceva amare profondamente le persone.” Per Galasso, Tommaso Nardella è stato una delle molte formiche che hanno svolto con tenacia e pazienza un lavoro essenziale per i destino e la vita di una cultura: “È stato un umile operaio nella vigna della cultura: un titolo che gli deve valere la nostra gratitudine ed il nostro riconoscente ricordo”.
Il Comune di San Marco in Lamis ha posto una lapide in memoria di Nardella, la cui epigrafe è stata detta da Antonio Motta: “In questa casa visse Tommaso Nardella storico, bibliofilo, erudito. Qui è la biblioteca che egli considerava la sua officina, i ferri del mestiere le carte d’archivio, da cui trasse alimento per leggere in filigrana le vicende del suo paese, il triste fenomeno del brigantaggio, le figure nobili della sua Capitanata”.

Da Rassegna storica del Risorgimento, 1997, Pagg. 545-547
Recensione del libro
Nello Biscotti, Padre Michelangelo Manicone. Un dimenticato naturalista del Settecento, con prefazione di Grazia Francescato; Foggia, Claudio Grenzi Editore, 1996, in 8, pp. 94. S.p.
Tommaso Nardella

Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Non tragga in inganno il titolo di questo volumetto, smilzo e pur sostanzioso: Nello Biscotti, studioso di scienze agrarie connesse a problematiche ambientali, sulla scorta delle relazioni del Galanti e del Longano [*], analizza con acribia le linee di tendenza e di sviluppo del pensiero scientifico-naturalista, pur con talune ingenuità, del francescano Michelangelo Manicone autore della Fisica Appula apparsa in Napoli negli anni 1806-1807.
Ex lettore giubilato in sacra teologia, ex provinciale dei Minori Osservanti, in quest'opera non smentisce il suo gusto per i lumi sia nel descrivere il Tavoliere che il Gargano le cui popolazioni, ad economia curtense, sono per secoli vissute ai margini della storia.
Miseria ed ignoranza diffuse, ricorrenti epidemie endemiche, ossessive invasioni di bruchi, calamità naturali di diverso genere e natura, mancanza di strade, perniciose cesinazioni, indiscriminato disboscamento fanno, grosso modo, da sfondo ad uno spaccato di vita provinciale che conserva la fresca e tormentata realtà di un'epoca di transizione per un nuovo ordinamento politico dalla feudale amministrazione borbonica, avvolta in un ginepraio di vincoli, di limitazioni e di disuguaglianze sociali, a quella propugnata dall'illuministica concezione del principio della sovranità della legge uguale per tutti e del diverso concetto della proprietà privata.
Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Né sono da trascurare, a prescindere dal contenuto già analizzato dal Biscotti, che è poi un tutt'uno con l'esposizione degli argomenti, i pregi formali di quest'opera entro cui si annidano significativi riferimenti all'autore e al suo poliedrico impegno religioso, politico, sociale e culturale su cui, per completezza informativa, è utile soffermarsi trattandosi di apporti inediti o poco noti.
A dir poco rivoluzionarie le Riflessioni chimico-fìsiche sopra il cimitero di Vico Garganico, ove nacque nel 1745, apparse in Napoli nel numero 28 del Giornale Letterario del 1794 e recensite dalle Effemeridi Enciclopediche dell'anno successivo, contro il mefitismo determinato dalla consuetudine di seppellire i morti nelle chiese.
Elogiò ed aiutò un suo ex precettore e concittadino, il canonico Pietro Finis, nell'aspra, dura lotta per la costruzione di un cimitero fuori dal centro abitato sopra un delizioso amenissimo colle sul quale l'erudito e costumato giovane Francesco de Lallo di Pescopennataro costruì un'ampia cappella in stile dorico sulla cui facciata il Manicone fece probabilmente incidere, con chiara allusione al nome e cognome dell'amico, la seguente epigrafe: D.O.M. / Siste mortalis / Quis pietatis auctori / Nome operi consonat / Petrus petram Finis finem / Aeternitati sacrat / Ne tu cineris / Nec cinis tui / Sit immemor / Hoc memoriale / Posteritati dat / Anno Reparatae Salutis millesimo septingentesimo nonagesimo secundo.
Or che dovrebbero fare i miei riconoscenti compatrioti? Non altro ch'ergergli una statua’.
Per aver liberato i suoi compatrioti, annoterà malinconicamente, ‘dal ferale ed insopportabile puzzo cadaverico della Collegiata’, una pioggia di insulti e di minacce si abbatté sul malcapitato prevosto, inconsapevole precursore del napoleonico decreto di Saint-Cloud, sfuggito per miracolo alla fanatica violenza dei suoi paesani.
Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Agevolmente supponibile il coinvolgimento nell'affaire del Manicone aduso, per forma e costituzione mentale, a non indietreggiare davanti a qualsiasi umano ostacolo determinato da superstiziosa ignoranza o da un malinteso senso della tradizione minacciata da norme igienico-sanitarie allora inconcepibili.
E di continui profondi contrasti fu costellata larga parte della sua esistenza sia fuori che dentro i chiostri per le sue idee anticonformiste e sia per aver sostenuto in un opuscolo stampato a Napoli nel 1795 che per il bene del francescanesimo i frati fossero pochi e che fossero tutti probi, onesti e di vita esemplare liberi di pensare e di ragionare [...] distinti nel mondo dell'arte e della scienza nella quale non hanno diritto di cittadinanza ‘i padri buzoni, scellerati schiodacristi, chiesolastri e graffiasanti’.
Giudizi che scatenarono la reazione di un suo anonimo ex allievo che non esiterà in un pamphlet dal titolo Il buon senso al molto reverendo padre Michelangelo da Vico, vero cimelio bibliografico, edito senza luogo di stampa né data (ma 1795), a muovergli severe accuse di falsità, ambizione, smodato protagonismo e odio contro i confratelli; accuse che si stempereranno, verso la conclusione della polemica, nella colorita rozzezza di questo consiglio: ‘Giacché dunque non è da sperarsi in voi, maestro, il letterato e il filosofo, datevi all'agricoltura e alle arti compagne che voi tanto ai vostri frati insinuate. Incominciate da questo punto a lavorare o di qualche aratro o di qualche sarchiello; e se non avete boschi da convertire in giardini, montagne da tramutare in oliveti ed in vigna, deserti da ridurre in agiate popolazioni, coltivate almeno il giardino del vostro convento e rendetevi utile al vostro serafico ordine col far non già il filosofo ma l'ortolano; col seminar legumi, col piantar albori e col portar in cucina verdi e fronzuti cavoli’.
Polemica nata in una temperie di forti tensioni morali che, senza dubbio, incresperà la serenità dell'uomo di chiesa ma non la coscienza dello scienziato sempre vigile nella denunzia di un altro ‘flagello’ che lo coinvolgerà, con violenza devastatrice, nei moti sanfedistici di San Severo.
Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Bene ha fatto, in merito, il Biscotti a pubblicare, in appendice al saggio, una illuminante lettera del Manicone inviata dal convento S. Francesco di Ischitella, il 16 marzo 1810, ad Augusto Turgis, intendente di Capitanata, nella quale così, tra l'altro, scriveva: ‘Rispondo alla S.V. brevemente e mi dò l'onore dirle che proseguirò e forse se ricupererò la salute, compirò i miei travagli statistici riguardanti questa Provincia. L'ex Ministro dell'Interno sig. Arcivescovo di Taranto mi destinò per membro corrispondente della Commessione Statistica di Napoli ed è dover mio di mandare di quando in quando al Ministero dell'Interno i miei lavori i quali passano subito al Burò Statistico. Io chiesi a S.E. sig. Zurlo, Ministro dell'Interno, un incoraggiamento onde poter proseguire un'altra opera mia riguardante la Daunia. Si sa che terminata detta opera deve il Governo incaricarsi della stampa. Io sono un povero frate e non ho danaro né meno per comprarmi un caffè. Tutto perdei nel terribile '99. Dunque prego VE. di farmi dare per ora qualche cosa. Non bramo ricchezze; bramo solo quanto mi basta pei miei pochi bisogni e per lavorare sopra opere utili alla Daunia e allo Stato’.
Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Rivista d'Italia: Giosuè Carducci
Né tra le ‘carte’ del Ministero dell'Interno, conservate nell'Archivio di Stato di Napoli, né tra quelle del calasanziano Serafino Gatti, redattore ufficiale della Statistica di Capitanata del 1811, v'è traccia dei ‘travagli’ del Manicone che furono al certo distrutti dalla furia filoborbonica durante il sacco dell'8 febbraio 1799 del convento di S. Bernardino, sua provvisoria residenza.
L'antica dissidenza al regime di Ferdinando IV, pubblicamente sottolineata in varie occasioni e circostanze, con l'entusiastica adesione alle novità repubblicane lo resero ancor più inviso a quanti, ed erano tanti, non aspettavano che l'occasione propizia per fargli pagare con la vita il fio della sua scelta ideologica.
Sfuggì rocambolescamente alla lazzaronesca carneficina sanseverese assieme al vescovo Gian Gaetano del Muscio, altro giacobino, trovando scampo nella masseria di Alicandro Ciufelli di Sulmona in contrada Mandramurata in agro di Apricena, alle pendici di Castelpagano ‘nelle cui grotte o nei suoi tuguri scavati nel vivo sasso’ stette nascosto con il suo ex professore di matematica sublime e di fisica all'università di Napoli, fino a quando le truppe del generale Duhesme non disfecero nella battaglia degli ulivi del 25 febbraio ‘quella testa grossa di regi a Sansevero’.
Agli albori del decennio francese lo si ritrova nel ‘piccolo e povero convento di Ischitella per vivere vita religiosa e tranquilla’ ma anche per riprendere gli studi utili alla Daunia e allo Stato.
Personaggio scomodo e inquieto, sempre dignitoso nei suoi accenti e nelle sue affermazioni, moralmente isolato dai superiori religiosi, mortificato da violenti attacchi di podagra, chiuse la sua terrena giornata nella più assoluta indigenza, nella terra natale di Giannone, il 18 aprile 1810, come è allibrato nel registro dei morti della provincia monastica di Sant'Angelo; vana invece la ricerca del suo nome in quello dei necrologi conservati nell'archivio dei frati minori di Foggia.
[*] Gaetano Antonio Gualtieri, Il pensiero filosofico di Francesco Longano (1728-1796), s. d. (2017?): ... Francesco Longano è stato un importante esponente della scuola di Antonio Genovesi e, più in generale, dell’Illuminismo italiano. In questo saggio si mette in evidenza come al centro dell’interesse di Longano vi fosse una nuova concezione dell’uomo, esaminata a partire da una delle problematiche più pregnanti della filosofia moderna: il rapporto anima/corpo. La stretta unione fra anima e corpo prefigurata da Longano conduceva a rivalutare quelle componenti umane che, come la fantasia, le passioni e la dimensione psicologica, erano state un po’ messe da parte dalla concezione rigidamente razionalistica diffusa nel XVIII secolo. Analizzando l’uomo nella sua interezza, Longano poteva affrontare senza preclusioni anche i temi della libertà e dell’uguaglianza, ispirandosi a pensatori come Rousseau, Montesquieu ed Helvétius.
L’approfondimento di queste problematiche, unito all’interesse per questioni di tipo economico, condussero Longano a proporre persino un piano di riforme da attuarsi nell’Italia meridionale. Nel contesto di queste riforme, Longano auspicava il superamento delle strutture feudali e baronali attraverso una nuova ripartizione del territorio e delle campagne, comprendente la formazione della piccola proprietà contadina.
Tuttavia, la difficoltà di rendere attuabile un simile programma portò Longano a rifugiarsi nell’utopia, espressa in particolare nella seconda stesura del suo libro intitolato Viaggio per lo contado di Molise, in cui egli condensò il suo disegno riformatore in una città chiamata Filopoli. ...

Da 'Lo Sperone Nuovo' Anno 4, n. 47 - Ottobre 2005

Giacobini, Sanfedisti e briganti nella bizzarra memoria poetica di un giudice borbonico al tempo della Repubblica Napoletana.

La croce posta alla fine del '700 a San Marco in Lamis.
La croce posta alla fine del '700 a San Marco in Lamis.
Se è vero che il bicentenario della Rivoluzione Francese ha avuto scarso rilievo in Italia, le manifestazioni che invece riguardano le aree periferiche e in particolare le repubbliche satellite, sorte ad opera di giacobini locali e modellate sull'esempio francese, divennero punte nevralgiche di una terribile lotta fratricida per cui il senso della tradizione e della continuità storica non si è punto appannato o affievolito.
Ne è prova l'esempio offerto da miriadi episodi di eroismi misti a violenze di ogni genere che condizionarono nelle piazze gli alberi della libertà.
A Montesantangelo i repubblicani abbatterono il castello e tutti gli stemmi gentilizi della città; a Vieste l'albero fu posto a suon di tamburi nella piazza del Seggio gremita da una immensa folla di cittadini; a San Severo 'una accolta di giovani' l'8 febbraio innalzarono in Piazza Grande l'albero e poi abbatterono 'la baracca in cui al feudatario principe di Sangro i cittadini pagavano i balzelli'; a San Marco in Lamis, popoloso borgo, patria della giacobina Francesca de Carolis, fucilata a Tito il 27 maggio 1799, s'innalzò invece una colonnina sormontata da una croce di ferro a ricordo della missione dei padri serviti.
La colonna infame, eretta a Milano nel 1630, in una antica incisione.
La colonna infame, eretta a Milano nel 1630, in una antica incisione.
Da simbolo di fede si trasformò in simbolo di infamia in quanto alla sua base, a mo' di pubblico esempio, si esposero i cadaveri dei giacobini e quelli dei briganti tra cui Francesco Magro, Michele Verderame, Pasquale Gravina, Giacinto Augelli, Michele Arcangelo Tamburo, Matteo Antonio Gaggiano e Nicola Gravina catturati dal colonnello della gendarmeria reale Manthonè, incaricato dell'alta polizia del Gargano.
Di recente la colonnina venne eliminata per un malinteso senso della storia.
Nel novembre 1795 venne da Ururi, allora provincia di Lucera, trasferito nel regio giudicato di San Marco in Lamis il giudice Francesco Maria Trevisani che 'ne prese possesso al 18 gennaio 1796'.
Manifestò subito al sindaco Michele Nardella e a tutti i decurioni la sua profonda devozione alla dinastia borbonica per cui ai principi di aprile del medesimo anno sarà espulso da[l] paese e accolto a Montella sua patria di origine. Il 5 giugno, mutati gli amministratori badiali, tornò a San Marco ove a sue spese reclutò un folto manipolo di giovani contadini disposti a difendere la dinastia borbonica dalle minacce di una invasione francese. La mattina del 3 settembre 1798, a mezzo bando, informò i sammarchesi che 'i prodi e fedeli compaesani erano partiti per gli accampamenti di Sessa per la conquista di Roma'.
Novello Alceo, così incitò alla lotta i giovani coscritti:

Ite, Prodi, correte:
al vostro, al vostro brando
tutte le sue vendette il Ciel destina.
La Gallia Cisalpina
Vinta, e depressa ai vostri
piè vedrete.
Cadranno a cento a cento
Da voi morti i suoi figli;
e l'alta Roma
Scossa la dura soma
Dell'imposte catene, in un momento
Verrà del vostro Re sotto il comando.

Incisione da 'Le avventure di un esule volontario dalla Patria' del 1823.
Incisione da 'Le avventure di un esule volontario dalla Patria' del 1823.
E' arcinoto l'insuccesso militare del generale austriaco Mack e di Ferdinando IV sconfitti clamorosamente dalle truppe francesi sotto Civita Castellana.
Nel gennaio 1799 il giudice poeta dovette rimpatriare in Montella ove assunse la carica di 'regio luogotenente'. Il 28 maggio venne ancora una volta trasferito in San Marco in Lamis con il grado di 'capo reparto'.
Amministrò tredici giurisdizioni del Gargano percorso e devastato dal brigantaggio per cui venne dal duca d'Ascoli, vicario generale del Regno, nel dicembre del 1801 nominato capo reparto della provincia di Foggia. Nel 1803 fu promosso governatore della regia corte di Sessa in Terra di Lavoro per occuparsi di problemi amministrativi ed anche poetici.
Morì a Napoli il 13 ottobre del 1843.
Tommaso Nardella

Angelo Ciavarella (1915-1993)
Angelo Ciavarella

Da La Capitanata 38 n. 12 (giu. 2002)
di Tommaso Nardella

S. Marco in Lamis. Angelo Ciavarella.
S. Marco in Lamis. Angelo Ciavarella.
Ho conosciuto Angelo Ciavarella [1915-1993] sul finire degli anni cinquanta del secolo scorso allorquando allestii, in un’aula dell’edificio scolastico Balilla di San Marco in Lamis, una mostra di documenti, libri, opuscoli, giornali e riviste di interesse locale.
Ebbi il suo plauso invitandomi, nel contempo, a continuare nella ricerca bibliografica e archivistica necessaria alla conoscenza storica del nostro passato.
Questa l’origine di una lunga amicizia.
Lo incontrai una seconda volta nell’aprile del 1968, epoca nella quale collaborai con la biblioteca provinciale di Foggia per la realizzazione di una 'Mostra bibliografica del Gargano' in coincidenza del nono centenario della fondazione, su di uno sprone di Monte Celano, della Badia nullius di San Giovanni de Lama. Una manifestazione che ebbe ampio riscontro su 'La Gazzetta di Parma' del 17 ottobre del medesimo anno.
Prese il Ciavarella lo spunto dell’esposto Quaternus de excadenciis et revocatis Capitanatae di Federico II per occuparsi di Pagano da Parma, un nobile ghibellino che, dopo la sconfitta bolognese dello svevo, si trasferì, seguendo il suo re, in Puglia, stabilendo la sua dimora in Monte Sant’Angelo ove si fece dalle locali maestranze edili costruire, a pochi passi dallo speco micaelico, un mausoleo la cui ampia mole ricordava la struttura architettonica dell’ormai lontano suo 'bel San Giovanni' di Parma. Altro che tomba di Rotari!
In un corposo numero del Bollettino del Museo Bodoniano, una miscellanea di saggi scritti dal fior fiore degli studiosi europei in onore di Angelo Ciavarella, in occasione del suo pensionamento, Erminda Del Donno ha censito, a partire dal 1950 fino al 1992, tra monografie, saggi e cataloghi ragionati, ben 232 titoli del Nostro, senza registrare la sua quarantennale collaborazione alla rivista 'Aurea Parma', all’”Archivio Storico per le Province Lombarde” e alla 'Gazzetta di Parma', il giornale più antico d’Italia.
Monte Sant'Angelo - Vecchia cartolina illustrante la Tomba di Rotari.
Monte Sant'Angelo - Vecchia cartolina illustrante la Tomba di Rotari.
A tutt’oggi sono stati schedati solo 133 titoli di opere riprodotte nel catalogo della mostra allestita, nel giugno del 1998, nel convento di San Matteo alla cui realizzazione hanno collaborato Leonardo Farinelli, Baldassarre Molossi, Antonio Motta, chi scrive, Luigi Pelllizzoni, Franco Maria Ricci, il Bodoni dei nostri giorni, Giuseppe Soccio e padre Mario Villani.
Angelo Ciavarella si laureò in lettere all’università di Napoli nel 1938 con una tesi su Benjamin Constant, relatore Adolfo Omodeo, poi rettore di quella università e ministro della Pubblica Istruzione nei primi governi di liberazione.
Dopo aver per un biennio insegnato nel liceo Bonghi di Lucera, vinse il concorso nelle biblioteche governative e fu dal Ministero assegnato alla Palatina di Parma ove fece l’apprendistato e sui richiami storici e artistici che offriva la città e sui fondi librari della ricca biblioteca. Nominato direttore dell’Universitaria di Catania nel maggio del 1954, intraprese i lavori di rinnovamento e di integrazione di quella biblioteca devastata da uomini e da termiti. La sua instancabile opera si concluse con l’inaugurazione ufficiale della stessa nel maggio del 1955 alla presenza delle massime autorità dello Stato. Promosse ed allestì in quell’occasione la mostra 'VergaDe Roberto - Capuana' e di essa dette alle stampe il catalogo, riccamente illustrato, che raccoglie, in appendice, numerose lettere e documenti inediti.
Sterminato restava comunque l’elenco dei problemi strutturali, giuridici e bibliografici da risolvere, giorno dopo giorno, di una complessa istituzione pubblica per lunghi anni alla deriva.
S. Marco in Lamis. Deposito inferiore della Biblioteca del convento di S. Matteo
S. Marco in Lamis. Deposito inferiore della Biblioteca del convento di S. Matteo
Non c’era tempo da perdere, occorreva portare a compimento diverse iniziative intese a potenziare l’organizzazione e il funzionamento dei servizi e, nel contempo, dare un aspetto più decoroso a tutti gli ambienti. Pose nel frattempo fine alle mire universitarie di impossessarsi dell’edificio bibliografico per ricavarne aule delle quali si aveva impellente bisogno. Fu dimostrato con dati giuridici e tecnici inoppugnabili l’illegittimità della richiesta per cui la biblioteca vinse la sua battaglia. Riorganizzò e riunì in ordine cronologico le varie raccolte, sistemò il disperso archivio della biblioteca, giacente nel massimo disordine, concentrò in un’unica sede vecchi e nuovi cataloghi, attese al riordinamento e alla razionale dislocazione di tutti i fondi storici. Fece ripristinare e schedare il fondo Scriffignani (nel quale, tra l’altro, si annidava una delle prime copie dell’edizione collettiva delle opere di Cicerone stampate a Milano nel 1498-99 dal tipografo sanseverese Alessandro Minuziano), separò i periodici estinti da quelli in corso per dare a quest’ultimi lo spazio sufficiente per il proporzionale sviluppo nel tempo onde evitare dannose confusioni.
Il Cardinale Angelo Mai. Giacomo Leopardi gli dedicò un Canto: 'Ad Angelo Mai quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica'.
Il Cardinale Angelo Mai. Giacomo Leopardi gli dedicò un Canto: 'Ad Angelo Mai quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica'.
Fece compilare un nuovo inventario dei manoscritti e incunaboli più rari immettendovi volumi allora reperiti e comunque mai registrati. Un patrimonio di circa ventimila volumi di straordinaria rarità.
Si ebbe, per un recupero del genere, il pubblico plauso di Santo Mazzarino, allora direttore dell’Istituto di Storia Antica dell’università catanese.
Ordinò in 11 eleganti album con passe-partout 526 lettere d’amore inviate da Giovanni Verga a Dina Castellazzi, contessa di Sordevolo, rinvenute dal Ciavarella tra cumuli di polverosi scartafacci destinati probabilmente al macero. Un ritrovamento la cui eco oltrepassò i confini nazionali. Durante la permanenza siciliana partecipò anche al convegno di studi filologici promosso dalla città di Bergamo in onore del cardinale Angelo Mai nel centenario della morte con una relazione dal titolo 'Angelo Pezzana corrispondente del Mai'.
Si guadagnò la cittadinanza onoraria bergamasca che certamente gradì ma di cui non v’è traccia nella memoria di amici e familiari. Spero che mi perdonerà se, mettendo il naso tra le sue 'carte', ho infranto la sua ancestrale riluttanza ed estraneità ai rumori del mondo.
La Biblioteca Palatina di Parma bombardata.
La Biblioteca Palatina di Parma bombardata.
Rientrato a Parma, come direttore di ruolo della Palatina, nel settembre del 1957 attese subito all’esplorazione e ricognizione dei vecchi fondi sconvolti e danneggiati dal bombardamento del 1944 e accumulati alla rinfusa nei vani delle finestre a pian terreno. L’opera di sistemazione definitiva richiedeva tempo e studio. Sulla scorta di elementi descrittivi da lui compilati fornì indicazioni utili sia per la consistenza che per il contenuto di detti fondi. Sono numerosi e costituiscono il prezioso, inesauribile scrigno della Palatina, per oltre la metà ancora da scoprire e valorizzare. Si chiamano: Paciaudi, Mazza, Smeraldi, Casa, Colombo, Moreau, Casapini, Perrau, Bramieri, Testi, Tommasini, Affò, Pezzana, Sanvitale, Simonetta, Bodoni, ecc.
Caratteri bodoniani esposti nel Museo Bodoniano a Parma.
Caratteri bodoniani esposti nel Museo Bodoniano a Parma.
Durante questo lavoro di dissotterramento ebbe la gioia di rinvenire due preziosi volumi del copialettere Pezzana, dati per dispersi dai precedenti direttori. Come a Catania, si preoccupò di migliorare gli uffici e dare ordine e decoro ai monumentali ambienti, come il risanamento dell’intero salone Maria Luigia ricco di migliaia di volumi. L’anelito di riportare l’istituto all’antica dignità e splendore non poteva realizzarsi solo con gli esigui stanziamenti ministeriali per cui occorreva coinvolgere nell’impresa l’amministrazione comunale, provinciale, l’associazione degli industriali e le banche emiliane e lombarde perché 'la Biblioteca, così argomentava, è un importante strumento di formazione culturale per tutti i cittadini, che vive e opera prima di tutto nel territorio fisico della città'. Grazie al contributo statale ma soprattutto a quello privato il Ciavarella realizzò un antico sogno che così manifestò al venerando amico Ildebrando Pizzetti: Vorremmo, se il nostro sogno non fosse troppo ambizioso, dar vita e incrementare accanto all’antica e preziosa Palatina, una creatura tutt’affatto moderna, una biblioteca veramente aggiornata, ricca del più vario materiale di studio, in grado di rispondere alle accresciute esigenze di novità e di interesse dei giovani, a prova e conferma della continuità dialettica delle illustri tradizioni, che sono un incentivo e una forza perenne di progresso. Questa rigogliosa duplicata vita ospitata nello stesso complesso della Pilotta costituirebbe un aggancio, un anello di congiunzione e di interpretazione tra antico e moderno. L’illustre musicista con testamento olografo lascerà in eredità della Pilotta, una biblioteca ricca anche di preziosi spartiti musicali ed un ampio carteggio con personalità del mondo della cultura e dell’arte.
S. Marco in Lamis - Lapide dedicata dall'Amministrazione ad Angelo Ciavarella. Si trova in Corso Giannone a S. Marco in Lamis.
S. Marco in Lamis - Lapide dedicata dall'Amministrazione ad Angelo Ciavarella. Si trova in Corso Giannone a S. Marco in Lamis.
Il tutto, va sans dire, fu razionalmente sistemato in un luminoso ambiente. Un altro specialistico fondo affidato oggi alle cure di una giovane concittadina foggiana.
Infine dedicò tutto se stesso ai fondi danneggiati della galleria Petitotb_250_0_16777215_01_images_masino-nardella_tooltips_galleria-petitot.jpg, rasa letteralmente al suolo dalle bombe e, come abbiamo già detto, al salone 'Maria Luigia' con un marmoreo busto della duchessa realizzato da Antonio Canova e dove, come un tempo, negli scaffali continuano a fare bella mostra splendide e sontuose legature artistiche, segno di regale e civile umanesimo.
Con altrettanta alacrità provvide all’acquisto di libri, che raddoppiò rispetto al passato esercizio, immettendo nella biblioteca utili collane di attualità tecniche, scientifiche, di arte e di letteratura. Fece restaurare e incorniciare 31 quadri (sovrani e personaggi di corte del ducato) di inestimabile valore dipinti da Ferrari-Locatelli, Van Loo, Martini, AppianiGérard e Lefréve.
Un algolo del Museo Bodoniano a Parma.
Un algolo del Museo Bodoniano a Parma.
Nel luglio del 1960 fondò il museo Bodoni nel quale si conservano inventariati 80.000 tra punzoni e matrici originali, 16 opere in pergamena tra cui la copia unica delle 'Stagioni' di Thompson stampata nel 1794 e l’Iliade del 1808, in carta Baviera, capolavoro dell’arte tipografica del grande saluzzese.
Incredibile il numero delle mostre, tutte fornite di cataloghi ragionati, realizzate dal Ciavarella e dai suoi collaboratori in Italia e all’estero. Mirabili quelle su Bodoni (ben sei), sul Settecento parmense, Verga, De Roberto e Capuana, Sthendal, ApollinaireDante (mostra di codici ed edizioni rare), Arnoldo Mondatori, sui grafici ungheresi Zapf e Szànto, sul nono centenario della morte di San Pier Damiani, sull’Accademia di grafica e arte del libro di Lipsia, sui Battei tipografi ed editori in Parma, su Bodoni in Offenbach e sui codici miniati della Palatina.
Copertina del libro 'codici miniati della biblioteca Palatina di Parma' con introduzione di Angelo Ciavarella.
Copertina del libro 'codici miniati della biblioteca Palatina di Parma' con introduzione di Angelo Ciavarella.
Amalia Radaeli
, titolare in Milano della libreria Hoepli, bibliofila di straordinaria esperienza e competenza, così scriveva in una recensione ad un mirabile volume sui codici miniati posseduti dalla Palatina e curati dal Ciavarella nel 1964: 'L’arte della miniatura, su pergamena, così scrive, è, per la sua destinazione di ornamento del libro, un’arte nascosta e di difficile accesso. Chiusa fra pagine preziose per la loro stessa venustà, celata in volumi gelosamente conservati, è ignota al gran pubblico e pressoché sconosciuta a uno stragrande numero di persone colte. In Italia, se il substrato umanistico, comune a moltissimi, rende piuttosto facile l’incontro su vari argomenti, la conoscenza, anche elementare di questa branca dell’arte pittorica è così ristretta che il discorso non si svolge che tra specialisti di alto livello - Bene ha fatto Angelo Ciavarella, con il lodevole ausilio della Cassa di Risparmio parmense, a permettere agli ignari di gettare uno sguardo nel Sancta Sanctorum della Biblioteca Palatina che egli dirige, nella sala dei manoscritti, che ha dischiuso con mano amorosa come hortus conclusus. Disponendo della rara possibilità di concedere al lettore molte riproduzioni a colori, di ricca e fine esecuzione, il Ciavarella ha potuto offrire in questo impareggiabile volume un saggio della sontuosità di 14 codici miniati di diverse scuole e di diversi paesi. Ha accompagnato questo dispiegamento di splendide pagine con notizie erudite circa la destinazione e la provenienza dei vari libri, e in tutto si è dimostrato così appassionato bibliofilo da comunicare veramente ai lettori non solo la viva ammirazione che egli prova per la bellezza di quei volumi, ma anche l’interesse per i vari aspetti che rendono un libro attraente. Ha premesso a questa esposizione alcune pagine che rivelano poeticamente il nascere e l’affermarsi della sua bibliofilia particolarmente dell’amore per quei libri che egli, quale direttore della Palatina, custodisce: un amore che non è che un aspetto della profonda e delicata comunione che lo unisce a Parma e fa di lui uno dei suoi concittadini più veri'.
Ma anche nostro non avendo mai rotto il cordone ombelicale con la sua terra che ha onorato con il suo ingegno e che lo ha visto nascere in San Marco in Lamis l’11marzo del 1915.

Marco Centola
Marco Centola

Da 'La Capitanata' Anno III, 1965, n. 1-6 (genn.-dic.), Pp. 59-64.
La formattazione, le note esplicative e le immagini sono del webmaster.

Giacinto de Sivo
Giacinto de Sivo
'Credo di essere io il primo a far cenno di quest'opera e uno dei pochi che, avendola letta e consigliatane la lettura, hanno contribuito a far sì che i rari esemplari che ne avanzano siano ora saliti ad alto prezzo, e se ne renda perfino desiderabile una ristampa'. (Nota 1) L'opera di cui parla il Croce è la Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto De Sivo che l'editore napoletano Arturo Berisio, in elegante veste tipografica, ha ristampato con ovvi propositi antiunitari e antirisorgimentali. Perché il De Sivo, letterato e storico di un certo valore, non fu solo un irriducibile legittimista borbonico ma fu soprattutto, e per formazione mentale e per tradizione familiare, un aspro avversario degli artefici dell'unità italiana contro i quali la sua penna attinge sovente vigore nella calunnia e nella maldicenza. Impenetrabile ad ogni idealità liberale e laudator temporis acti non comprende la nuova prorompente realtà storica che egli reputa sovvertitrice di valori morali e negatrice di ogni forma di diritto.
Nato a Maddaloni (Caserta) nel 1815 da agiata famiglia, il De Sivo partecipò alla vita politica della sua provincia così come, per il passato, avevano fatto i suoi antenati. Suo nonno infatti nel 1799 aveva messo a disposizione di Ferdinando IV le sue ricchezze coll'armare un notevole numero di soldati, un suo zio si arruolò nell'esercito sanfedista e suo padre fu un fedele ufficiale borbonico. Nel 1848 a Maddaloni tenne l'incarico di capo provvisorio della Guardia Nazionale, carica che occupò fino al gennaio del '49, quando fu nominato consigliere d'Intendenza. Nel nuovo ufficio, a contatto con una doviziosa messe di informazioni varie, il De Sivo vedeva gradualmente scorrere sotto i suoi occhi il divenire di una realtà di cui non seppe cogliere il valore e il significato, ma che lo infastidiva sempre più, man mano che essa distruggeva le sue illusioni di uomo disposto tutt'al più ad accettare una sia pur lieve modifica del presente, purché tutto ciò accadesse senza violenti trapassi, con costruzioni utopiche basate sulla ragione e sulla tradizione, sostenute dai sicuri pilastri del trono e dell'altare.
Nascono così i sei nutriti volumi sui casi della rivoluzione che il De Sivo non volle pubblicare 'per non parere di percuotere i vinti e inneggiare ai vincitori' e che conservò a Maddaloni, scrivendo sopra la cartella che li raccoglieva 'da stampare dopo la mia morte'.
L'esercito garibaldino. Stampa del 1860.
L'esercito garibaldino. Stampa del 1860.
Senonché nel 1860, coll'arrivo dei garibaldeschi il De Sivo fu arrestato, la sua villa venne requisita e anche i suoi manoscritti caddero nelle mani degli sgherri nazionali, che riuscì tuttavia a recuperare.
Liberato e arrestato per propaganda legittimista e liberato successivamente forse anche per autorevole intervento del Settembrini, fu da questo opportunamente consigliato ad abbandonare Napoli e a seguire le orme del suo Francesco. A Roma infatti attese a completare la sua Storia, raccogliendo documenti e interrogando numerosi fuoriusciti sulla fine di un regno di cui era stato iroso e malinconico spettatore.

Che l'autonomia del regno delle due Sicilie fosse irrimissibilmente finita, che il nuovo stato italiano unitario sarebbe durevole, quegli emigrati, e il De Sivo tra essi, non credevano per niun conto; e perciò il libro, ch'egli scriveva, era indirizzato a servire pel tempo non lontano in cui la patria sarebbe stata ricostruita, come ricordo e ammonimento di scansare gli errori, dai quali i governanti di Napoli fin allora non avevano saputo guardarsi (Nota 2).

Varie città italiane videro, in successione cronologica, la stampa dei volumi: Roma (1863), Verona e Viterbo e, mentre il De Sivo era preso dalla compilazione di una monografia storica di interesse municipalistico su Maddaloni, la morte lo colse in Roma il 19 novembre 1867. L'anno successivo, sette anni dopo la caduta dei Borboni, la Storia venne stampata in due volumi a Trieste ma è probabile che essa venne fuori, clandestina, a Napoli ove fiorenti saranno, fino alla vigilia della prima grande guerra, i circoli e le associazioni filoborboniche.
Quali interessi può oggi suscitare, a distanza di un secolo, la sua ristampa? Può essa offrire un contributo per una maggiore illuminazione storica del

Francesco II di Borbone. Stampa del 1860.
Francesco II di Borbone. Stampa del 1860.
Sud e del suo plurisecolare stato di narcosi?
Se pur i pregi letterari sono notevoli nell'opera, per cui dilettevole, 'spassosa', ne è la lettura, essa tuttavia ben poco ci dice di nuovo per una distorta valutazione dei fatti cui l'autore, con le sue mille pagine, costantemente perviene. Anche notando gli innumerevoli difetti e disfunzioni di cui era costellata l'impalcatura politica, giuridica e amministrativa borbonica, il De Sivo combatte per una causa definitivamente perduta, animato dall'illusione di far rivivere, epurato ed emendato, un sistema, un assetto politico che proprio nelle sue pagine trova la sua più esplicita condanna. Abuso di poteri, restrizione di libertà, tradimenti, fellonia, corruzione, sono gli incredienti più comuni di questo drammatico capitolo in cui si annidano briciole di verità miste però ad uno sconcertante quadro di miseria morale e materiale.
E se non possiamo trattenere, sul piano morale, un moto di simpatia verso quanti, De Sivo compreso, mostrarono, col cambio di regime, coerenza e carattere, preferendo affrontare le dure vie dell'esilio anzicché uniformarsi al nuovo clima politico, tutto ciò però non ci trova disposti a veder messi 'sulla graticola tutti i padri della Patria' (Nota 3) in nome di un canone storiografico, caro a clericali, marxisti e radicali che ebbero nel De Sivo un illustre predecessore.
Né valgono, pregi letterari a parte, le tesi revanchiste di uno Spada, di un Cacciatore, di un Mack Smith e di un Acton a rifare una storia, meglio un capitolo di storia, poiché sono i fatti e la realtà a comandare il giusto sentimento delle cause. A poco a poco le verità, sostenute dalle umane ragioni e da quelle profonde e, talvolta, oscure della storia, affiorano. E il giusto equilibrio si ristabilisce. A conferma di ciò vale la pena riportare dalla Storia i due soli episodi che interessano la Capitanata e che di per sè testimoniano, sia pure con qualche inesattezza, la cura che il De Sivo poneva nel raccogliere le notizie che gli provenivano dai più remoti angoli del Sud, la validità di una prosa ' tacitesca o collettiana' e, infine, il suo sarcastico disprezzo per quanti professavano idee 'liberalesche'.

Reazione in Puglia

Come era vestito il popolo, da una stampa del 1860.
Come era vestito il popolo, da una stampa del 1860.
In Puglia le popolazioni, benché inermi e tartassate, reagivano.
Tuffata la reazione nel sangue a Bovino ed Ariano, surse sul finir di settembre (1860) in Montesantangelo, Mattinata, Peschici, Vico, Accadia, Montefalcone, S. Bartolomeo, Apricena, S. Giovanni Rotondo e altri paesi di Capitanata. Calpestavano le immagini del Galantuomo e del dittatore, restituivano quelle di Francesco, e cantavano Te Deum. In S. Marco in Lamis s'era per minacce cantato per Vittorio da due preti soli e dal municipio; il popolo guardollo bieco, e ruminava vendetta. Poco stante una domenica certi garzoncelli altercando dettero a caso il grido di Francesco; incontanente tutta la gente il ripete; e infervorata spezza gli stemmi, alza i gigli e il ritratto di Cristina venerabile, e pregala come a Santa facesse tornare il figlio. Non fecero male, eccetto a un sartore liberalicchio, che per non dire 'viva Francesco' fu morto a furore.
La dimane portano Cristina in processione, e fan cantare il Te Deum dai Frati di S. Matteo sul Piano fuor del paese, nell'atrio dell'Addolorata, non potendo la chiesa capir la moltitudine. Poi nei dì seguenti, sospettando di soldati da Foggia, i villani risoluti s'armarono e stavano sulla sua. A Biccari la domenica 15 ottobre disarmarono i Nazionali e si barricarono. Cotai moti per impeto, senza concerto, senza capi, dove uniti sariano valuti molti, disgiunti partorivano sangue e fuoco. Infatti s'andavan raggranellando garibaldini e camorristi, per ischiacciare uno dopo l'altro quei paesetti. Ma la reazione si ringagliardì a' 21 ottobre, per isdegno del plebiscito, come narrerò.

Il sartore liberalicchio cui fa cenno il De Sivo, con sprezzante terminologia, è il povero sarto Angelo Calvitto ucciso da Matteo Tamburo e Silvestro Ciavarella il 7 ottobre 1860, vicino alla chiesa dell'Addolorata, per non aver voluto gridare 'viva Francesco'. Avendo in ogni occasione e circostanza manifestato sentimenti liberali, il Calvitto si era reso inviso a molti. Lasciava pertanto, nella più cupa desolazione e miseria, la propria numerosa famiglia, composta, oltre che dalla vecchia madre, Giuliani Maria Vincenza di anni 71 e dalla moglie, Orlando Maria Antonia di 47 anni, di cagionevole salute, di ben 5 figlie delle quali solo Maria Vincenza era maritata mentre Rachela di 21 anni, Emanuela di 16 anni e storpia, Celeste di 14 anni, Rosa di 5 anni e cieca dell'occhio destro e Filomena di 3 anni vivevano 'a carico' dell'umile sarto. Gli orfani Calvitto ricevettero in seguito dal Prefetto Del Giudice un 'indennizzo' di ducati 350 (Nota 4).
Vano sarebbe chiedere al De Sivo un atto di pietà storica per il Calvitto che ha pagato colla propria vita e 'con manifesta opinione' (Nota 5) per una causa nella quale sinceramente e nobilmente credeva.

Reazioni sul Gargano

Veduta di S. Marco in Lamis - Il Monte di Mezzo.
Veduta di S. Marco in Lamis - Il Monte di Mezzo.
La reazione, dove aperta dove larvata, cominciava in ogni parte. Quasi in tutto il Gargano tacque il plebiscito; tacque in S. Marco in Lamis; pochi il vollero in S. Giovanni Rotondo; il popolo guardò torvo. In quella certi sbandati entran nel paese gridando 'Viva Francesco II', ed han seguito immenso; un farmacista italianissimo osa trarre con lo scoppietto e uccide un uomo; è preso, strascinato e sbranato. Poi menati dal furore dan sopra ai votanti; alcuni fuggono; ne agguantano 27, li carcerano e minaccianli di morte, se chiamassero garibaldini in S. Giovanni. Governatore di Foggia era Gaetano Del Giudice di Piedimonte, messovi da D. Liborio; che subito s'era fatto garibaldesco: accozza quanti può liberali, 250 garibaldini, e pur due frati con fasce tricolorate, e accorre. La popolazione al vederli da lontano piglia l'arme, uccide i 27 nelle carceri; ed esce incontro agli assalitori: a' primi colpi il Del Giudice va in volta e ricovra in un convento di campagna. Al rumore si solleva pure S. Marco in Lamis, comune grosso di 16.000 abitanti. Il governatore assalito al mattino, perduta una bandiera, prigioneri e morti, fugge a Manfredonia.
Quivi ha due cannoni, raccoglie faziosi e garibaldini, e fatti 1500 uomini, ottenuto dal dittatore poteri illimitati, sparge il 26 una proclamazione, minacciante a preti e reazionari galere, taglie, ferro, fuoco e fucilazioni.
Il dì stesso a vendetta muove a S. Giovanni, per la via di Rignano,
Incisione ottocentesca raffigurante Liborio Romano.
Incisione ottocentesca raffigurante Liborio Romano.
ove avea fautori; ma visto da S. Marco, questa popolazione tumultuando picchia ogni porta, tutta notte aduna arme e munizioni, e assale i garibaldini, che, dormito a Rignano, andavano a S. Giovanni. Questi, trovatisi in mezzo tra le due popolazioni uscite a percuoterli, dopo due ore di zuffa si ritraggono a Rignano.

Ne' seguenti dì avvisaglie lievi.
Il De Giudice, fallita la forza, cercò con arte acchetare S. Marco, terra grossa.
S'interposero i preti; si considerò già i Sardi nel cuore del regno indifeso e inerme, venir forze da tutte parti; e si venne a composizione, per la quale i garibaldini entrarono in S. Marco chetamente. Il comandante, certo Romano [Si tratta del brigadiere Liborio Romano, da non confondere con l'altro Liborio Romano, ministro prima borbonico e poi piemontese, del quale offriamo una incisione del 1860, NdR], per dire d'aver fatto votare il popolo, pretese ciascuno mettesse 'Sì' al cappello; e ai contadini si disse il 'sì' significare la pace. Si contentò di tale finzione. Dappoi imposero la tassa di guerra in seimila ducati; cioè 3000 ai galantuomini, e 3000 al clero. Il Del Giudice potè negli altri comuni vendicarsi meglio: seguirono cacce d'uomini, uccisioni, rapine, e ogni abominio. Fucilò 10 a S. Giovanni; molti condannò ai ferri, moltissimi a carcere; e posevi taglia di 10.000 ducati anche per metà sui preti. Taglia di 4000 a Cagnano. In quella tumultuava Roseto, pur con sangue e fucilazioni represso. Lo stesso ad Ascoli, e fuvvi morto il capitano nazionale. Ma la reazione salì ai monti; e il Gargano lungo tempo fu di rea guerra teatro infelice.

Gaetano Del Giudice (1818-1880) - Governatore di Foggia dal 1860 al 1861.
Gaetano Del Giudice (1818-1880) - Governatore di Foggia dal 1860 al 1861.
Per la verità dei fatti il 21 ottobre 1860, giorno fissato per il plebiscito, fu solo il comune di S. Marco a non votare nella provincia di Foggia, mentre a distanza di una sola settimana, e cioè il 28, anche i sammarchesi, sia pure con le baionette garibaldine alle costole, diedero il loro voto a favore dell'unità; come pure il numero dei liberali barbaramente trucidati nelle carceri di S. Giovanni Rotondo non è di 27 bensì di 24.
Ma a parte tali inesattezze, pur comprensibili nel vasto racconto del De Sivo, un'ultima considerazione resta da fare.
Il Settembrini, che aveva conosciuto la durezza delle prigioni borboniche, sa trovare, nei momenti più tristi della vita del De Sivo, una parola di conforto pur conoscendone l'ostinato attaccamento all'ancien régime, svelando così una dote che al suo collega mancava nella maniera più assoluta: la comprensione.
Il Croce, fin dal 1917, si occupò dello 'storico reazionario' tributandogli, per alcuni suoi lavori letterari, attestati di lode e dimostrando, con generosa magnanimità, di comprendere le discutibilissime tesi che l'illiberale De Sivo sostiene nella sua opera e, dulcis in fundo, fa dedicare a Napoli al suo nome una strada, insegnando così che il culto della libertà arricchisce, tra l'altro, l'animo di un'altra dote: la generosità.
Giovanni Artieri, sulle colonne del quotidiano Tempo (16 settembre 1965) delinea un gustoso profilo del De Sivo con un liberalissimo tentativo di chiarire i motivi della sua avversione per Vittorio Emanuele, Cavour, Mazzini e Garibaldi e, a un tempo, sottolineandone la coerenza politica, virtù questa non sempre riscontrabile in tanti intellettuali di ieri e di oggi che pretendono di fare la storia senza capire le altrui ragioni.
Non resta dunque che 'l'equilibrato giudizio liberale' dopo tante mistificazioni o unilaterali interpretazioni sul Risorgimento, quale valido mezzo di comprensione e di generosità per tutti i protagonisti - di maggiore o minore importanza non interessa -, di un avvenimento storico, siano essi vincitori o vinti.
Tommaso Nardella
Foto del 1860

Soldati piemontesi che preparano l'assedio di Gaeta.
Soldati piemontesi che preparano l'assedio di Gaeta.

Soldati piemontesi che preparano l'assedio di Gaeta.
Soldati borbonici respinti in Capua.
Castel dell'Ovo a Napoli.
Entrata di Giuseppe Garibaldi a Napoli.
Entrata del Re Vittorio Emanuele II a Napoli.
Veduta di Gaeta.
Incontro di Vittorio Emanuele II con Garibaldi a Isernia del Volturno..
Garibaldi che proclama a Napoli il governo di Vittorio Emanuele II dal palazzo della Foresteria.
Uno squadrone di Ussari Borbonici fatto prigioniero da un corpo di Garibaldini..
Incisione del 1860 raffigurante il porto di Napoli.
Ospedale garibaldino.
Napoli - Il Plebiscito di annessione.
Presentazione a Vittorio Emanuele II, a Napoli, del Plebiscito.
Soldati borbonici fatti prigionieri.
Ingresso del Re Vittorio Emanuele II a Napoli.
Attachments:
FileDescriptionFile size
Download this file (Il principe dei reazionari.pdf)De Sivo: principe dei reazionari.Introduzione a Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie Vol. I, Edizioni Trabant 2009.224 kB
Download this file (Michelangelo-Mendella-Mascia-De-Sivo.pdf)Sull’opera letteraria e storica di Giacinto de’ SivoArticolo di Michelangelo Mendella su un'opera di Roberto Mascia.158 kB
Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?