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Pasquale Soccio

Il brano che segue è tratto dalla rivista La Capitanata del 1969.
In quell'anno Pasquale Soccio (1907-2001) aveva 62 anni ed era molto conosciuto al grande pubblico come 'insigne scrittore'. Il testo è una lezione di storia avente per tema 'i moti popolari italiani'. In questo articolo colpiscono 5 cose: 1 - la chiarezza dell'esposizione; 2 - la padronanza dell'argomento: 3 - l'uso appropriato della lingua italiana; 4 - le notizie sulla sua formazione intellettuale; 5 - la sua 'pietas' per i poveri. Nel 1969 Pasquale Soccio (Preside al Liceo 'Ruggero Bonghi' di Lucera) mi interrogò personalmente all'esame da 'privatista', dopo avere saputo che ero di S. Marco in Lamis. Ti ricordi, Enzo? Nei due anni nei quali ci presentammo da 'privatisti' a Lucera fummo promossi soltanto noi due ... Pasquale Soccio fece una strage!
Le note, le foto ed i grassetti sono dello scrivente.

Una immagine di Pasquale Soccio opera di Filippo Pirro.
Una immagine di Pasquale Soccio opera di Filippo Pirro.
Onestà vuole che premetta qualche perplessità, non proprio personale, sui metodi odierni di indagine. Ma queste incertezze metodologiche nulla tolgono all’attendibilità di una ricerca, rivolta comunque a dare una fisionomia a una realtà labile e dispersiva.
Le oscillazioni dell’ultima sociologia dalla sponda di un rigido e frigido schematismo deterministico a quella di una fenomenologia fluida, contingente, pulviscolare, ci offrono un esempio di una scienza disperante che poggia su basi se non friabili, evidentemente mobili; ed è certo che la presunta solidità su cui si fondava questa scienza viene posta in discussione. Seri esami epistemologici e approfondite esperienze sconvolgono, quasi ogni decennio, schemi e fondamenti.
Altrettanto si dica della psicologia. Una derivazione di questa o meglio ramificazione, la docimologia (da me seguita per interessi professionali, trattandosi, in parole povere e pompose insieme, della scienza degli esami), ha ormai una letteratura amplissima ma che è finita nel quadrivio o meglio, se mi è consentito un neologismo, nella polivia più ridicola del calcolo delle probabilità degli innumeri stati d’animo degli esaminandi e degli esaminatori; e con una casistica da fare invidia alla ben nota e prolifica letteratura secentesca dei padri gesuiti.
Per converso, anche nel campo storico-filosofico le cose non vanno meglio. Gli oppositori dello storicismo assoluto, sia questo di Vico e di Herder, di Marx e di Croce, sono insoddisfatti da questa dottrina per la sua pretesa di risolvere la realtà umana, viva e palpitante, e che si disperde in rivoli non inalveabili nel grande canale collettore dell’idealismo e dello storicismo egualmente assoluti. Valga per tutti il dubbio di Karl Löwith che ha destato anche la vigile attenzione di E. Montale. 'Con questa critica si può essere o no d’accordo; tuttavia non si può prescindere da essa per rendersi conto del senso nuovo della storia che, in polemica con l’universalismo concettualistico della hegeliana 'storia dello spirito', si è formato nella coscienza contemporanea per influsso, specialmente, di suggerimenti dello storicismo di Dilthey ripensati da Heidegger nell’ambito della filosofia dell’esistenza'. (Critica dell’esistenza storica, dalla presentazione).
Per mio conto devo aggiungere che, anche a usare metodi diversi, derivati dalla sporadicità fenomenologica, dalla caducità esistenzialistica e occasionalistica, non credo che se ne verrebbe ugualmente a capo; anzi lo smarrimento e la confusione sarebbero maggiori.
Ma stando all’argomento che ci preme, cioè quello dei moti popolari meridionali, possiamo veramente dire che essi hanno una propria e originale fisionomia o, meglio, una individuabilità storico-fenomenologica del tutto particolare? E dalla descrizione del fenomeno può evidenziarsi, se non una costante paradigmatica, almeno uno schema utile che ci permetta di risalire alla permanenza di certi mali del nostro Mezzogiorno?
Anzitutto conosco bene l’ammonimento di Federico Chabod: la geopolitica o la geostoriografia è storia spuria fondata su uno schema vago e vano. Eppure non mi so cavare dalla testa l’immagine dello 'sfasciume geologico' offertaci da Giustino Fortunato.
Il filosofo Benedetto Croce.
Il filosofo Benedetto Croce.
L’avvertimento, poi, di maestri come Omodeo e Croce, rivolto a scansare il dogma teologico della causalità storica, avrà pure il suo peso contro lo stesso storicismo e contro la dispersività esistenzialistica; e tuttavia una individuabile permanenza di motivi o di caratteri comportamentistici, nel caso nostro mi pare di potersi rilevare.E se è vero, come è vero, sempre sulla scorta di Croce e di Omodeo, che non può sussistere un tribunale della storia e che la storia non è maestra della vita, mi si consenta almeno questa apparente boutade: se la colpa dei mali meridionali non è da attribuire a nessuno, cioè a un imputato fantasma, è anche vero che la storia non ha insegnato ancora nulla ai nostri governanti per una radicale e razionale estirpazione dei nostri mali, anzi dei nostri guai che sono, purtroppo, quelli di sempre (grassetto del webmaster).
A questo punto una indicazione preliminare, sia pure sotto forma di tema o di problema, devo pur darla. Se, come vedremo, contadini andalusi, come frati degli ordini religiosi medievali, si danno al celibato per protesta sociale, questa praticamente rappresenta una fuga dalla esistenza? Se collettività ucraine rifiutano ogni contaminazione politica di sorta, rappresenta tale rifiuto una fuga dalla storia?
Il meridionalista lucano Giustino Fortunato.
Il meridionalista lucano Giustino Fortunato.
D’altra parte i nostri moti popolari, aprendo ed estendendo le proprie aspirazioni a ventaglio (dall’immediato bisogno del pane e del lavoro quotidiani alle attese palingenetiche e chiliastiche, con un sottofondo o una premessa speculativa di grandi filosofi meridionali), rappresentano una concreta volontà di esigenze pratiche, socioeconomiche e politiche, o sono anch’essi manifestazioni disperate di fuga dal reale?
Entrando ora in argomento, mi propongo di ricercare l’essenza reale di tanti moti popolari, in particolare meridionali. Moti popolari se ne sono avuti e se ne hanno analogamente in ogni parte d’Europa e fuori. Dalla Ucraina dell’800 all’Irlanda del Nord in questi giorni, dalla Spagna, e in particolare Andalusia e Catalogna, all’Argentina e, specialmente in questi ultimi decenni, nel continente africano.
Però nell’Italia meridionale questi fenomeni destano soprattutto l’attenzione di studiosi tedeschi, francesi, inglesi e, recentemente, anche americani. Sarebbe interessante, come si fa per i testi scolastici, o per le isole linguistiche dialettali, redigere per il mondo della cultura popolare un atlante che tenga conto degli avvenimenti nella loro distribuzione spaziale e cronologica, rivolto ad individuare affinità, identità o semplici analogie fra i moti popolari di sempre. E quando si dice di sempre ci si intende riferire non tanto ai moti sociali dell’antichità greco - romano - medievale, quanto ai tempi moderni e contemporanei.
E’ relativamente recente la formazione di associazioni politiche e sindacali che spesso hanno coordinato le aspirazioni e organizzato i moti sulla spinta di ideologie politiche variamente rappresentate.
Senonché, ed è qui il punto decisivo del nostro assunto o semplicemente ipotesi, del resto avvalorata da studiosi, specialmente inglesi e americani, si impongono due considerazioni d’ordine generale. La prima, che mi pare di estrema importanza, è che questi movimenti popolari sono anteriori alla fase anarchica, alla stessa organizzazione dei partiti politici a pretta base popolare d’ispirazione marxistica, o di vaghi e generici comunismi e socialismi.
Una lapide a ricordo dei fatti del Matese 1877.
Una lapide a ricordo dei fatti del Matese 1877.
La seconda, è che l’esplosione di tali fenomeni ha caratteri peculiari e originali nell’Italia meridionale, per la varietà delle manifestazioni e per l’urto con la contingenza politica o la momentanea fenomenologia storica. Questo può spiegare la varia fisionomia dei movimenti popolari, nelle diverse regioni meridionali italiane dalla Sardegna alla Puglia, dalla Sicilia e Campania. Così nello spazio regionale e così nel tempo: dai fatti di Benevento del 1877 a quelli di Battipaglia dello scorso aprile.
Quando nel secolo scorso a Lione si ebbe lo scoppio di un moto anarchico di ispirazione bakuniniana, Carlo Marx credette di individuare l’ingenuità di Bakunin nel non avere questi e i suoi compagni fatto i conti con lo Stato e precisamente con la polizia.
Tuttavia se Bakunin fu un ingenuo, Marx, a sua volta, non si rendeva conto che si tratta di moti popolari scomposti, promossi da agitatori non esperti di tecniche organizzative e di moderni metodi di conquista. L’autentica natura di questi moti, insomma, sfuggiva ad entrambi: che i capi dei movimenti e di ogni sommossa, con tutti i partecipanti, hanno a che fare con la polizia, ora temendola ora intimidendola. La polizia è temuta nel 1877 a Gallo e Letino, in provincia di Benevento; è tenuta in soggezione, a distanza di circa un ‘secolo, a Battipaglia, essendo i carabinieri consegnati in caserma e gli agenti di pubblica sicurezza in borghese dispersi, mentre di fronte alla sede del Commissariato è eretto a spregio un fantoccio-poliziotto. Battipaglia rappresenta oggi un esempio 'da manuale', come ha autorevolmente osservato qualche giornalista, dei limiti del possibile e dell’impossibile' dello sviluppo reale dell’Italia meridionale. Ha lo Stato capitolato a Battipaglia? Certo è stato in condizione di disagio. E se vi è stata una speculazione di parte politica e di autorità locali e sindacali, e pur vero che gli stessi rappresentanti politici di estrema sinistra sono stati sorpresi e travolti da quei popolani e dagli eventi.
L'anarchico pugliese Carlo Cafiero (Barletta 1846 - Nocera Inferiore 1892).
L'anarchico pugliese Carlo Cafiero (Barletta 1846 - Nocera Inferiore 1892).
Siamo al nocciolo della questione: anche sotto la spinta di rappresentanti politici di ieri e di oggi, dai fratelli Bandiera a Malatesta, da Carlo Pisacane agli odierni sindacalisti e deputati estremisti, quasi sempre questo minuto popolo meridionale, anche quando non è riuscito a far scattare la molla dell’insurrezione, interviene e travolge partiti e sindacati organizzati, ideologie e idealità storiche e politiche.
Ne han fatto le spese i fratelli Bandiera e Pisacane per primi e, poi, carbonari, liberali, filo-borbonici e garibaldini.
Quale dunque la vera natura di questi movimenti nella loro fenomenologia confusionaria e scomposta? E’ stato giustamente notato (Spadolini, Montanelli), ancora una volta a proposito di Battipaglia, che ogni sommossa o insurrezione nell’Italia meridionale, dai tempi del cardinale Ruffo e dei suoi briganti, insorge, si accende, dilaga e straripa in incontenibile jacquerie o Vandea. E’ tale realtà di fondo che permane in questa parte d’Italia, che Giustino Fortunato chiamava uno 'sfasciume geologico'. E, a mio parere, le condizioni di miseria spiegano gran parte del fenomeno, ma non tutto. E valga il vero. Anzitutto va notato e sottolineato, stando alla descrittiva, che si tratta di fenomeni che precedono la fase anarchica, alla quale segue quella politica ispirata dal socialismo o dal comunismo. Non sono il solo a dirlo: nell’Ottocento giornalisti socialisti come Adolfo Rossi e, recentemente, l’inglese Hobsbawm, al quale soprattutto mi rifaccio.
Circa la refrattarietà o la relativa permeabilità alle ideologie politiche, si tengano presenti le analoghe associazioni contadine ottocentesche dell’Ucraina, incontaminate da ogni 'veleno politico'. Si tratta, insomma, di insorgenze ‘spontanee e talora sporadiche e occasionali, la cui contemporaneità o simultaneità d’azione ha dell’imprevisto e dell’irripetibile, pur nello schema generico di eventi e di aspirazioni; e tutto all’insegna della vaghezza, del velleitarismo e della inconsistenza di una ideologia ben individuabile.
Sono fenomeni, quindi, che non hanno un contenuto specifico, né politico, né sociale, né religioso, e che tuttavia oscillano dal banditismo personale e di casta a quello schiettamente politico e sociale, da una aspirazione realisticamente economica e classista alla vaghezza di comunità sociali e religiose, dal bisogno immediato, urgente di sollevamento da uno stato di miseria e di abiezione a una aspirazione palingenetica e apocalittica, quasi fino alla distruzione del genere umano: si pensi ai contadini andalusi, che tuttavia già si aggirano in una fase anarchica e, quindi, successiva a quella che cerco di illustrare.
Il grande patriota Carlo Pisacane (1818-1857).
Il grande patriota Carlo Pisacane (1818-1857).
Insomma, dal fondo della propria coscienza questo 'profondo Sud' non ha mai smentito la sua realistica necessità del pane quotidiano, da una parte, e l’aspirazione millenaristica, dall’altra.
Si può partire anche dalla camorra, dalla mafia siciliana, dal banditismo corso e sardo, da una sponda, e si può giungere a quella opposta della nobile utopia, della religiosità pura e del senso permanente di giustizia e libertà per tutti. Si tratta di forme primitive, arcaiche, vorrei dire archeologiche, che vengono prima di ogni moderna associazione, sindacato o partito, e della civile dialettica di concordia o discordia con le altre associazioni e soprattutto con lo Stato. La conferma ci è data dai fatti di Gallo e di Letino: '...il più celebre tentativo degli anarchici di suscitare una rivolta, quella del 1877 a Benevento, si risolse in un insuccesso per difetto di sincronizzazione con lo stato di malcontento dei contadini. Se tale sincronizzazione si fosse verificata, i contadini di Letino e di Gallo non avrebbero risposto all’invito del nobile Malatesta a procedere all’esproprio dei terreni con questa osservazione così giudiziosa e contraria allo spirito spagnolo: 'la nostra comunità non può difendersi da tutta l’Italia. Questa non è una sommossa generale. Domani i soldati saranno qui e saremo tutti fucilati'' (E. J. Hobsbawm, I ribelli, ed. Einaudi, Torino, 1966, pag. 130); e dei fatti dei contadini siciliani, e dal lazzarettismo: secondo Hobsbawm 'non è sempre facile identificare la essenza logico-politica dei movimenti millenaristici, poiché l’assoluta loro spontaneità e la mancanza di una efficiente strategia o tattica rivoluzionaria fa sì che la logica della loro posizione rivoluzionaria venga esasperata fino all’assurdità o al paradosso. Essi sono illogici e utopistici' (pag. 89).
Questo conformismo ideologico ci è confermato anche dagli ebrei di Sannicandro Garganico e dalla stessa morte di Davide Lazzaretti.
Nell’agosto del 1878 tremila seguaci di Davide scendono dall’Amiata e ad Arcidosso si incontrano con la forza pubblica: questo il sintomatico discorso di Lazzaretti ai poliziotti: Se volete pace, vi porto pace, se volete pietà, avrete pietà, se volete sangue, eccomi. Dopo un confuso scambio di parole, i carabinieri aprirono il fuoco e Lazzaretti fu tra i morti. (Hobsbawm, pag. 102).
Quel che si deve rilevare è che nell’Italia meridionale lo spiegabile interesse degli studiosi europei è da riportare alla presenza di due protagonisti di diversa estrazione, non solo sociale ma anche culturale: l’ingegno di grandi e nobili menti e la intelligenza, sia pure non proficuamente organizzata, del popolo. L’Italia meridionale, e soprattutto la Calabria, ha prodotto ingegni speculativi con specifiche teorie in merito, da Gioacchino da Fiore a Tommaso Campanella; e agitatori politici, contemporanei, ai moti, come il pugliese Carlo Cafiero.
L’ideale di giustizia e di libertà, sia pure e proprio nella confusionaria società religiosa, è per la prima volta proclamato in modo imponente e profetico da Gioacchino da Fiore; mentre l’ideale di un comunismo di Stato, sia pure con un’aberrante deviazione razzistica e poco sociale, è teorizzato da Tommaso Campanella.
Ma al di là di ogni teoria, durante le incandescenze delle agitazioni sociali, anche il popolo esprime la sua opinione o il suo modo di vedere o volere come dovrebbero andare le cose. Così una vecchietta di Corleone al giornalista Adolfo Rossi (1893): 'Vogliamo che come lavoriamo noi, lavorino tutti. Che non vi siano più né ricchi né poveri. Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere uguali. Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a mangiare, a dormire e a far tutto, mentre tanti signori hanno dieci o dodici camere, dei palazzi interi. [Quanto alle case e alle terre] ... basta metterle in comune e distribuire con giustizia quello che rendono ... Ci deve essere la fratellanza e se qualcuno mancasse ci sarebbe il castigo.
Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio, i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano. [Tra di noi i pregiudicati per reati commessi] non sono che tre o quattro su qualche migliaio di soci. E noi li abbiamo accettati per migliorarli, perché se hanno rubato qualche po’ di grano lo hanno fatto unicamente perché spinti dalla miseria.
Il nostro presidente ci ha detto che lo scopo dei Fasci è di dare agli uomini tutte le condizioni per non delinquere'. (Adolfo Rossi, L’agitazione in Sicilia, Milano 1894, pp. 69 e sgg.).
In Capitanata, cioè in casa nostra, le cose non vanno diversamente.
Nell’ottobre del 1805 a Termoli il francese Courier è svegliato di notte dal popolo per un atto di giustizia, per uno stupido furto. Egli, tra l’altro assiste a tribunali di contadini e di briganti che ricordano ambienti e gesti sbrigativi alla Masaniello. Nell’agosto del 1818 il brigante Vardarelli, e nel 1861 sul Gargano sono ancora i briganti che, insieme con le Guardie Nazionali o contro di esse, tengono l’ordine e si oppongono alle depredazioni e ai saccheggi reali e temuti da parte dei garibaldini. Ho avuto modo di leggere qualche minaccioso biglietto di briganti ad Autorità e Guardie Nazionali, perché si facesse comunque 'salvo il popolo', con minacce ben precise in caso contrario.
E se ideologie nazionali e politiche si servono del popolo, è anche vero che il popolo, proprio per questo fenomeno che si cerca di individuare, si è, a sua volta, servito di politici e briganti. Ancora una volta, infine, come dimostra l’arco di un secolo di occupazioni di terre, di «dissodazioni», come si diceva allora, demaniali e private, emerge con evidenza questo desiderio o bisogno o preoccupazione di fondo di braccianti e contadini meridionali: più che di fame di terra si tratta di una permanente garanzia di lavoro duraturo.
La fisionomia particolare di questi moti, la sua peculiare fenomenologia anche dopo un secolo di politica unitaria permane pressoché analoga in tutte le manifestazioni; come permane il divario tecnologico tra Nord e Sud, resiste ancora e si afferma una diversa mentalità e una più imprevedibile psicologia del popolo meridionale. Se è vera una certa refrattarietà o diffidenza del nostro popolo verso ogni forma di politica associata e di organizzazione sindacale è anche vero che i governi liberali, fascisti e democratici han fatto o fanno quel che hanno potuto; ma questo scottante problema rimane ancora aperto, sia per motivi ancestrali, antichissimi, storici e protostorici, sia per nuovi motivi sopraggiunti e che si sono inseriti ad appesantire un’atmosfera tutt’altro che serena, la cui nebulosità anzi può ancora dare frutti di cenere e tosco. Mi riferisco soprattutto al fenomeno di baronaggio politico attuale che si è sovrapposto, tenendo il campo, a quello feudale e nobiliare. Il clientelismo degli uomini politici con la pesantissima catena di raccomandazioni per un posto di lavoro o di impiego è sotto i nostri occhi (grassetto mio). E se poi ci dobbiamo riferire ai tempi protostorici, come ha dimostrato in modo serio e convincente Salvatore M. Puglisi, in un suo apprezzatissimo libro sulla civiltà appenninica, vi scopriamo non una lotta di classe soltanto, ma anche di casta, di categoria, di mestiere, di attività comunque diverse. Un esame archeologico di certa stratificazione sociale pone in luce una vera guerra per il diverso uso della terra fra terramaricoli e montanari; e con la scoperta del grano ha inizio quella millenaria lotta, evidentissima anche nella Daunia e sul Gargano, tra la spiga del biondo frumento e la capra, tra l’aratro e il bastone, tra il contadino e il pastore.
Quanto ai tempi storici, basta una breve rincorsa a conferma di quanto si vuol dire se ieri e l’altro ieri erano i seminatori di cereali a spingere caprai e pastori verso l’interno della montagna, oggi son questi a riguadagnare terreno, spazio vitale per il pascolo di greggi e armenti, a scacciare, a intimidire, a uccidere i contadini rivali e resistenti.
Lo squallido fenomeno dell’abigeato è una piaga che tuttora affligge le nostre belle montagne, con un contrasto evidente tra turismo e delitto alla macchia. Si sa che con gli Aragonesi e con la mena delle pecore si ebbe una trasformazione profonda della nostra economia; ed è anche vero che i nostri più scottanti mali socio-economici cominciarono appunto da quando, in Puglia e in particolare nel Tavoliere, cominciò l’era in cui i pastori erano
Luigi Settembrini (1813-1876).
Luigi Settembrini (1813-1876).
protetti dai re e i re si fecero pastori e non per motivi idilliaci e arcadici, ma per un sanguinoso bisogno di danaro e di oro. Comunque l’inizio della ripresa economica, lenta ma perdurante, si ebbe da quando furono abolite le leggi capestro sulla mena delle pecore: la libertà, come si vede, è anche feconda di beni economici. Concludendo e tornando alle scomposte, disordinate manifestazioni popolari di qualsiasi natura, brigantesca, religiosa, politica, economica e sociale, sono fermamente convinto che a base di tutto v’è sì una santa aspirazione di pane e di lavoro, ma anche un grosso problema di educazione e di istruzione. Il nostro popolo agisce così perché, pur aspirando a una vita associata ben diversa, sente le manchevolezze della società presente e desidera essere informato, istruito, educato, organizzato per una civile partecipazione e collaborazione alla vita democratica.
Dicevo or sono venti anni a Foggia: fabbriche e ciminiere sì per una radicale trasformazione della nostra economia, ma con la collaterale apertura di scuole e di biblioteche, giammai sufficienti per una effettiva penetrazione capillare nei vari strati della società. Proprio all’inizio dell’unità italiana (Garibaldi era a Napoli da pochi mesi) Luigi Settembrini in una circolare di nobilissimi accenti diceva ai nostri sindaci di aprire sempre più scuole, che nessuna sovvenzione sarebbe stata concessa dal Governo luogotenenziale se i sindaci non si impegnavano, tra l’altro, ad aprire scuole; e concludeva epigraficamente: nessuno esercizio di libertà è possibile senza l’istruzione.
Pasquale Soccio
La Capitanata del 1969

Da La Capitanata del 1967

Il tavolo di Presidenza della I Mostra Bibliografica sul Gargano del 1967.
Il tavolo di Presidenza della I Mostra Bibliografica sul Gargano del 1967.
Un migliaio di libri documentano il vigoroso movimento culturale garganico e rivelano un umanesimo autenticamente locale, in cui si scorge un ritratto vivente della garganica gente, col suo acume e intelligenza, con la sua mistica spiritualità e calda umanità. Non è perciò una fredda rassegna culturale o una fuga di libri muti e sorpassati, ma una mostra sostanziata dallo spirito e dal fatto del suo popolo, col volto del passato rifatto presente e attuale. Essa mentre stimola agli identici valori culturali e umani fa anche sentire il fascino e la magia d'una terra originariamente selvaggia.
La rassegna dal tema singolare 'Il Gargano', programmata da un comitato di studiosi, istituito per i festeggiamenti del XIV centenario della gloriosa Abbazia di S. Matteo, presieduto dall'insigne scrittore prof. Pasquale Soccio e composta dal M.R.P. Provinciale di Puglia P. Angelo Marracino e da altri illustri professori, è stata organizzata dalla Biblioteca Provinciale di Foggia, con il patrocinio dell'Amministrazione Provinciale di Capitanata.
L'allestimento, condotto secondo un filo cronologico delle vicende, è stato realizzato con organicità didattica e intelligente dal dott. Angelo Celuzza, direttore della predetta Biblioteca, e dal prof. Tommaso Nardella, che ha curato con affetto filiale la Sezione S. Matteo e S. Marco in Lamis considerati una simbiosi di vita e di storia perennemente complementari.
La mostra all'ingresso ci saluta con due pensieri o immagini di Orazio e del Pascoli sul Gargano. La prima: Al vento ti sembra che ululi il Gargano, l'altra, scritta ad un allievo pugliese con oraziana memoria: Salutami il Gargano e i suoi boschi. Vero è che in omaggio ai poeti venosino e romagnolo, attualmente il convento di S. Matteo ha la ventura di varchi aperti verso folti e rumorosi boschi, in un impressionante incontro dell'antico e del nuovo dopo due millenni.
A guisa della perenne accresciuta vitalità di questi boschi, oltre alla coincidenza presunta del quattordicesimo centenario, il convento è avviato decisamente a un ripristino periodo di splendore, da ricordare quello iniziale benedettino, subito dopo il mille con l'Abate Alessandro (1007), come è giustificato dalla fervida opera iniziata fin dal lontano settembre 1940 con un congresso di studi pedagogici e didattici promosso dal compianto mons. Castrillo, continuata dai successivi Superiori, promotori dell'attuale ripresa culturale.
Il visitatore riceve una emozione estetica intensa anche per la grandiosa mole della costruzione e il lavoro immane di restauro, condotto nei primi due piani, cioè quelli del periodo longobardo e benedettino. A tale opera di costruzione materiale ed artistica corrisponde una accresciuta ripresa di attività culturale che riscuote un interesse non solo locale e regionale, ma anche di sicura risonanza nazionale, come è attestato dai numerosi visitatori, provenienti da Bari, Firenze, Roma...
La rassegna bibliografica non è quindi di scrittori locali o garganici tanto da sollecitare la vanità di scrittori oscuri, vivi o morti che siano, ma una mostra di quanto è stato scritto sul Gargano in ogni tempo. Così il visitatore ha modo di scorgere nei numerosi libri ed opuscoli, il lungo cammino di queste popolazioni attraverso vicende difficili e drammatiche.
L'abbazia di S. Matteo a S. Marco in Lamis in una vecchia foto dal Beltramelli.
L'abbazia di S. Matteo a S. Marco in Lamis in una vecchia foto dal Beltramelli.
La lunga storia garganica emerge, con suasiva scientifica documentazione dai numerosi studi sulla preistoria, geologia e archeologia, mentre rare monografie, quali preziose gemme, illustrano la vita religiosa, civile e politica dei diversi Comuni locali. Né mancano opere fondamentali, che coadiuvate da scrupolosa documentazione archivistica, restano fonti insostituibili per una sicura indagine storica.
Seguono in un reparto distinto le numerose monografie che illustrano la storia della secolare Abbazia di S. Giovanni in Lamis (S.Matteo), e gli studi più importanti sui Santuari garganici e sugli antichi oracoli locali.
Tutta la felice e triste storia del Gargano dal Risorgimento alla Unità d'Italia, insieme ai sanguinosi episodi del brigantaggio, che tanto afflissero queste contrade, è documentata con esaurienti ed obiettive relazioni.
E' un continuo riscontrare nel presente, in modo intellegibile, l'intero incorrotto apporto del passato, tanto che l'odierno progresso culturale, sociale ed economico risulta necessariamente condizionato a quello.
Non meno curata e sistematicamente documentata con opere pregevoli e valide è il reparto concernente la geografia, la geologia, l'arte e i monumenti garganici, come anche le sezioni riguardanti gli usi, costumi, lingua e tradizioni popolari, il turismo e lo sviluppo socio-economico.
Pietro Giannone.
Pietro Giannone.
Impreziosiscono la rassegna gli scritti di Pietro Giannone, il più illustre garganico, particolarmente La professione di Fede; manoscritti del Vocino e principalmente la Bolla pergamenacea del papa Gregorio XII [si tratta di Gregorio XIII, NdR] del 14 febbraio 1578, con cui il Monastero di S. Giovanni in Lamis passò dai Cistercensi ai Frati Minori Osservanti della Provincia di Sant'Angelo in Puglia.
Finalmente si annoverano opere dei più noti scrittori garganici, quale Giuseppe Cassieri di Rodi, romanziere della vis narrativa prorompente, come ha affermato il Corriere della Sera. Questi, all'inaugurazione della Mostra - dopo il saluto porto dall'avvocato Berardino Tizzani, presidente dell'Amministrazione Provinciale di Foggia, ai numerosi convenuti tra i quali i vescovi mons. Lenotti (1907-1981, NdR) e mons. De SantisMons._Mario_De_Santis.jpg, il Prefetto di Foggia, onorevoli e altre illustri personalità - veniva presentato con commosse parole, in quanto ex-allievo, dal preside Soccio e svolgeva con ampia e acuta disamina il tema del disagio su l'uomo contemporaneo, dal titolo 'Il margine di sicurezza'.
Vi è esposta anche una interessante tesi del giovane G. Manduzio. In essa l'autore, sotto la guida del prof. Armando Petrucci dell'Università di Roma, conduce uno studio particolareggiato sul periodo benedettino dell'antica Badia di S. Giovanni in Lamis dei sec. X-XIV, riportando in luce documenti riguardanti l'Abbazia dal fondo Chigi della Biblioteca Vaticana.
La mostra è resa ancora più plastica nelle sue coordinate di pensiero e di vita che si profilano da una sala all'altra, dalle numerose illustrazioni grafiche del prof. G. Zaccheria, il quale ha così inteso riproporre al vivo la forza recondita di quegli scritti, fonte dell'odierno progresso religioso politico e sociale delle nuove generazioni garganiche.
Così questa prima rassegna bibliografica sul Gargano appare un vero dono per gli uomini di oggi che nella cultura sono chiamati ad un avvenire sicuro e più ricco di valori. Questi libri non restano muti, essi stanno a dirci che il duro cammino percorso è stato lungo e fattivo, e che tuttavia ne rimane molto e più promettente. Molti problemi appaiono superati, ma tanti altri ancora restano insoluti. Perciò una voce prorompe di continuo dai numerosi scritti esposti, richiamandoci a nuovi impegni e a più larghi orizzonti dai quali l'umanità potrà trarre immenso bene.
Resti dunque questo incontro col libro garganico una spinta efficace, un ammonimento più cosciente per le giovani generazioni a proseguire con fiducia sulla via della cultura nella quale l'uomo si imbatte con Dio e con se stesso per un destino e una storia integralmente migliori.
Lino Montanaro
(L'Osservatore Romano del 10-11-1967, pag. 8)

Pasquale Soccio nel 1967
Pasquale Soccio nel 1967
Pasquale Soccio è stato uno dei più grandi intellettuali e scrittori del Novecento in Capitanata. La sua copiosa produzione letteraria e pubblicistica è, per molti versi, ancora tutta da scoprire e da inquadrare nelle sue giuste dimensioni, che vanno sicuramente oltre i confini pugliesi e meridionali.
Nelle preziose annate de Il nuovo Risveglio di Gaetano Matrella, fondatore e direttore del qualificato periodico, ho ritrovato un delizioso racconto di Soccio. È stato pubblicato in due parti, la prima delle quali uscì nel numero in edicola del 12 febbraio 1987. L'assalto della canicola (di cui Soccio fornisce una memorabile, per non dire epica, descrizione) spinge i professori componenti la commissione d'esame presieduta dallo scrittore a cercare frescura nelle colline dei Monti Dauni (che Soccio definisce, sic et simpliciter, Appennino).  Qui il professore incontra dei notabili dell'epoca, con cui avvia una serena discussione sulle classi sociali.
Il racconto è intitolato, non senza una certa dose di ironia, Classi sociali a temperatura ambiente. Buona lettura.
Fonte: letteremeridiane.blogspot.it

Pasquale Soccio alla inaugurazione della Biblioteca del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
Pasquale Soccio alla inaugurazione della Biblioteca del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis
Quando di luglio eruttano le fornaci del Sahara. e un vento d'Africa varca il mare e l'Appennino, e si rovescia indomito sulla prona terra dauna, allora dì pure che l'inferno è certo. E non è forse il Tavoliere, nell'eguale ardenza del solleone, che con le sue stoppie brucianti e con l'acre odore ti prende alla gola e soffoca i polmoni, l'immagine fedele di quel deserto che lo raggiunge col suo respiro impetuoso e impietoso?
Quel vento indiscreto si infila nelle vesti e ti fruga l'anima nelle latebre più recondite; e tu soffri a grembo aperto quel soffio disumano. Egualmente un subbuglio mostruoso solleva alberi, foglie, tegole; si insinua fra vie e vicoli; esplode il suo cachinno sulle piazze; si infila nei tombini e nelle arterie delle fogne, per zampillare madido di fetore di ogni umana lordura.
È il rabido libeccio che con la sua volontà di ferro ti abbatte e ti desola; e tu inerme ti riscopri automa senza più forza di pensiero: disfatti i sensi e naufrago lo spirito. Tenti una tavola di salvezza che ti guidi verso la fresca castità dei monti.
Rimane un esile filo di speranza; una decisione si impone. Mi accorgo che anche il mio corpo esplode con una improvvisa efflorescenza simile al fuoco dell'erpete. È, non è? e cosi tutto spinge a una disperata fuga.
Giungevano voci di incendi dai boschi circonvicini. Per certi fumi e schioppettii intorno, anche la città sembrava votata alla combustione. Pareva di stare al sommo di un rogo in attesa di una inevitabile accensione.
Si respirava a bocca aperta, anelanti come cani trafelati dopo una lunga corsa. Uscendo per strade e piazze, si paventava un colpo di sole o un semplice, ma feroce calore. Alcuni erano atterriti da un improvviso colpo ferale: il fulmine di un infarto.
Si sperava allora in un antidoto meteorico o, meglio, in un rimedio omeopatico.
Si invocava un radicale refrigerio, affidati a un inferno diverso, alla violenza tonitruante e grandinosa di un implacabile temporale: acqua e fuoco, elementi che tengono l'uomo in precaria e pascaliana condizione, in un duello apocalittico, inferno contro inferno.
Liquefatti dal sudore, fu allora, nell'afa palpabile di un'aula di esami, che si decise, unanimi, l'evasione: beneficiando così di trasferire in una sezione montana la commissione da me presieduta per la settimana degli orali.
Foggia 1945. Da sinistra: Carlo Forcella, d. Renato Luisi, Gaetano Matrella.
Foggia 1945. Da sinistra: Carlo Forcella, d. Renato Luisi, Gaetano Matrella.
Si partì di buon mattino, ma il mostro canicolare era pure esso mattutino. Con barbagli di luce nera, la strada fluiva per il bitume sciolto dal sole. Ma la promessa speranza del fresco dava già fresca la nostra ansia.
Di lontano un centro abitato ci salutò con un suo primo richiamo di selva anche nel gentile nome antico: llliceto. Passando accanto al convento, la "consolazione" ci venne da Sant'Alfonso che col suo inno natalizio prometteva di far scendere dalle stelle anche un po’ di fresco.
E finalmente salimmo alla "Acqua divina", dono di una benefica dea, ma la storica fontana, memore di battaglie aragonesi, gemeva anch'essa,  piscettando un flebile ed esile nastrino d'argento.
Giunti però al colmo della collina, il paese stagnava in una luce spettrale: una sorta di illuminazione al neon che trasfigurava i rari passati in taciti fantasmi. E nel piccolo bar solo qualche voce dissepolta dal caldo e dalla noia. A pochi passi vi era il vecchio grosso centro distrutto dal terremoto nel luglio del 1930: due Pompei accanto, una distrutta dal sisma e l'altra trafitta dal solleone che non risparmia nemmeno questo paese dell'Appennino.
Baraccati nell'aula degli esami in un edificio improvvisato a istituto scolastico, delusivo era anche il fresco sospirato.
Il desiderio ripiegava, nelle ore di sosta, verso antiche abitazioni private di persone amiche. Il pensiero correva con ansia e fiducia alla casa di due magistrati dai nomi illustri: Visconti, Maulucci. Andando, come promessa sicura, cercavo di ricordarmi alcuni versi di un gentile poeta dialettale meritatamente entusiasta del suo “natio borgo”, letti in una pubblicazione donatami:

Si bbell' p' stu verd' ch' tu tin'
ch' sap’ d'erva fresca e dd' fien'.
E ssi bbell’ p' sti ccas' toi vecchj'
p' cchist' strad’ andich' e catapecchj.
 

Ma la casa del primo di questi due amici era tuttaltro che vecchia. Sorta dall'emergenza del terremoto, nella sua comoda e moderna razionalità, aveva una duplice freschezza: la lieta accoglienza congiunta alla saggezza affettuosa di lui e alla sapienza alchimistica della moglie in cucina. E ben diversa da una "catapecchia" la turrita e centrale, anche se "antica", dell'altro amico magistrato: una fortezza-difesa anche dal caldo.
Per rampe interne ed esterne, fu un gioioso arrampicarci verso il piano supremo. Col raggiunto equilibrio termico, finalmente si ragionava. Nell'attesa, si conversava nella sala conviviale e dalla stanza accanto, ricca di memorie alle pareti e sui mobili antichi, un letto prometteva sonno e frescura. Sognavo già tra quelle morbide piume di scendere agevolmente nei primi decenni del secolo incontro alla Belle Epoque.
Ma, caro Leopardi, sotto quel “patrio tetto” non “sonavan” più le “voci alterne, e le tranquille opre de‘ servi”. E, ancora, in quelle “sale antiche”, tra quelle “ampie finestre” non più “rimbombavano i sollazzi e le festose  voci” del buon tempo di una volta, tramontate per sempre le “vaghe stelle dell'0rsa”.
Nel silenzio del luogo, in attesa del pranzo, l'amabile ospite cominciò a recitare una sua melopea, gravida di ricordi e di rimpianti: festivi giorni sepolti e desolazioni incolmabili.

'Abbiamo ora noi due, qui, soli un’immagine dei nuovi tempi'

egli cantilenava con la sua voce profonda di baritono,

'Non una persona di servizio in aiuto'.

La consorte [dal bel nome biblico] era altrove per impegno.

'Mia nuora, pur in stato interessante, si dibatte in cucina, per farci egualmente onore con una buona tavola, mentre chi I‘aiuta, improvvisato cameriere, è mio figlio". ”servi, i servi: cos'è questa brutta detestata parola e più detestata funzione sociale? Non servi ma persone di famiglia erano quelli nostri di allora, in casa e in campagna'.

'Famigli, dunque - aggiunsi -, anzi famoli, servi nati in casa, direbbe Vico'.
Di sicura e professata sensibilità sociale, i suoi mirabili occhi mi fissarono incantati e interrogativi. Aggiunsi che Orazio, come usava il costume romano, permetteva al suo schiavo Davo piena libertà di parola in determinati giorni festivi; e, ancor meglio, Seneca, scrivendo al suo Lucilio, cristianamente gli faceva osservare che quegli schiavi che lo servivano in casa e fuori avevano un'anima e un cuore come lui.
I servi vanno trattati umanamente. Invece di umiliarli, sarebbe assai meglio ammetterli alla nostra dimestichezza: così Seneca al suo Lucilio:

'Con piacere ho saputo da coloro che qui vengono da parte tua che tu vivi in buona familiarità coi tuoi servi. Ciò s’addice al tuo senno e alla tua educazione. Sono schiavi. Anzi sono uomini. Sono schiavi. Anzi dormono sotto il tuo tetto. Sono schiavi. Anzi umili amici. Sono schiavi. Anzi compagni di schiavitù quando tu consideri che la fortuna sugli uni e sugli altri ha lo stesso potere. Pertanto mi rido di quei cotali che stimano indecoroso cenare col proprio servo.
Non abbiamo in loro dei nemici; ma siamo noi che li rendiamo tali. Vuoi tu considerare che costui, che tu chiami tuo servo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira. vive e muore allo stesso modo di te?
Tanto tu puoi vedere lui il libero, quanto egli può veder te servo.  Vivi con chi è inferiore a te così come vorresti che teco vivesse chi ti è superiore. Vivi col tuo servo da uomo clemente, anche da uomo affabile, e ammettilo alla tua conversazione, al tuo consiglio, alla tua dimestichezza.
Non volete neppure considerare fino a quel punto i nostri maggiori abbiano tolto ai padroni ogni sorta di ostilità e ogni ombra di umiliazione ai servi? Hanno chiamato il padrone padre di famiglia.
Permisero loro di sostenere cariche in casa, di tenere ragione, e fecero della casa una piccola repubblica.
Non li giudicherò dai loro mestieri, ma dalla loro condotta. La condotta ognuno la dà da sé, i mestieri li consegna la sorte. Taluni cenino con te perché ne sono degni, altri affinché si rendano tali'.

Il suo incanto attentissimo proruppe in un sospiro di liberazione:

'Rimpianto e nostalgia di un mondo scomodo ma bello, mentre comodo e desolato è questo tempo tecnologico, sia pure con i suoi fornelli elettrici, frigoriferi e aria condizionata, senza parlare di radio e televisori che gracchiano e rendono più squallida la solitudine, ponendo un'intercapedine tra gli stessi familiari, nelle interminabili ore di ascolto e di video, nel vano di un sala.
Altro tempo e altri ascoltatori e altri commensali in dolci conversari senza pensare all'urgenza delle ore.
Sì, in quel tempo famigli e familiari eravamo tutta una cosa; e con essi, la vasta rete degli amici che si mobilitava nei giorni tristi e festivi'.

(E qui la mente corre al ricordo di un’altra opportuna lettura: a '"un forte desiderio di epoche passate').

'Era dunque possibile, allora, immaginare un gruppo di persone che conduceva un’esistenza così invidiabile, invidiabile per l'intensità dei sentimenti che le tenevano unite, invidiabile per lo spazio che tali sentimenti avevano nel mondo che le circondava e per l'armonia che regnava tra loro. Oggi, una simile armonia è impossibile immaginarla. Ci sembra che, se fossimo nati allora, avremmo amato la vita, mentre oggi non la amiamo affatto.
Soprattutto vorremmo avere, con balie, servitori e giardinieri e contadini, quel tipo di rapporto che era in uso allora, fermamente installato nella sensazione, oggi completamente scomparsa dalla terra, che il comandarli ed esserne obbediti era cosa ovvia, legittima e naturale'.

Pur notando l’inesorabilità di un ritorno,

'la nostra stupida, intontita fantasia" oggi "non vi trova nessun luogo dove star bene, non vi trova un angolo dove sedersi, e le sembra che là, nello altro secolo, aveva tutto quello che non ha qui, aria, silenzio, spazio e riposo'.

Questa forma di vita defunta ora

'noi la detestiamo. Detestandola, ci accorgiamo però di detestare una parte essenziale di noi stessi, e cioè noi stessi. Così ci abituiamo a pensarla come un paradiso perduto, un tempo benedetto in cui tutto era più alto e più civile; e una simile sensazione, che il bene fosse nell'epoca trascorsa e il male nel presente.
La nostra fantasia però non è stata buona a crescere, e sempre è l’altro secolo il luogo dove le sembra che sarebbe stata pienamente felice' (Natalia Ginzburg, Quel desiderio dell'altro secolo, 'Corriere della Sera', 12 giugno 1977).

Allora, una tranquilla pace in un tempo disteso e una solida sicurezza di vivere erano dunque, garantite dalle "tranquille opere de’ servi" leopardiani).

'Pensate' - continuava la sua malinconica melopea - 'non avevamo frigoriferi ma c’era la solerzia puntuale dei nostri domestici. Questa casa ha una profondità scavata nel sottosuolo appena inferiore a quanto emerge dal piano terra: una vera catacomba con scale e scalette, andirivieni e cantina con botti colme di vini pregiati di nostra produzione e con la canonica temperatura ambiente'.

Il sospiro di attenzione e di sollievo questa volta fu mio, ma egli con aria di trionfo incalzò:

'Ma se c’era differenza di temperatura nei vari piani, non c’era differenza di classe sociale tra noi, persone di casa, se non in una sola cosa: nella bevuta dello stesso vino ma in tempi diversi. Ecco: dopo ogni portata i nostri famigli salivano sollecitamente dal fondo della cantina e ci servivano del vino appena spillato, fresco e adatto alla pietanza dovuta. Alla seconda portata si ripeteva la stessa scena, col frettoloso risalire dal fondo di giovani gitanti con un altro vino sempre appena spillato, mentre quello che rimaneva o avanzava a tavola, già servito dopo la prima pietanza, esposto al calore della stagione e della sala, passava, ma bevuto con eguale piacere, ai nostri improvvisati camerieri; alacremente divertiti anche loro da questo giuoco e dallo scendere e salire tante volte per le stesse scale'.

'Senonché' - gli osservai scherzosamente - 'a ben pensarci, pure in un così esemplare livellamento sociale nei cordiali e intimi rapporti domestici e familiari, in questa casa resisteva tuttavia una differenza di classe riscontrabile nel grado di freschezza del vino bevuto. Cosicché con l'arsione di questo luglio di fuoco, il termometro doveva segnare salti verticali nella temperatura ambiente del vino a danno delle classi inferiori'.

'Ma no!' - ribatté con fermezza - 'Mi ascolti; devo ribadire che queste inezie, almeno allora, ai nostri familiari e famigli non passavano “manche p' a capa”. Tutto era accettato con ovvietà e naturalezza; anzi, con partecipazione consapevole, cooperavano zelanti per onorare degnamente gli invitati; e dopo, tutti in coro avevano un sospiro  di soddisfazione per la riuscita di una festa in famiglia alla quale tutti avevano collaborato. Non nel grado millimetrato di freschezza, ma nella qualità dall’ottimo vino da tutti bevuto, va cercato il comune denominatore democratico; termine quest'ultimo inusuale per quel tempo, ma ben sostituito da quello più estesamente senechiano e comprensivo di umano'.
'Deve considerare anzitutto' - evocava la melopea, proseguendo con accenti memori e accorati – 'che in quel tempo una gioia, ancor più, un dolore toccava tutte le porte. Si conviveva in tal modo che tutti eravamo per tutti, spartendoci sonno e veglia; pane e vino; fuoco e gelo; sudore, lacrime e lunghi conviti rallegrati da canti e risate omeriche; lutti e feste comandate dal calendario e dagli onomastici e dai compleanni.
Un anno, era di giugno e ci recammo in campagna. Per le avversità atmosferiche, il raccolto non prometteva nulla di buono: scarsa la messe abbattuta dalle intemperie; i campi ora bruciati dal sole, ora distrutti da un cielo violento dopo i temporali. Sulla aia ci venne incontro il fattore. Sembrava un fantasma, con una faccia da funerale e in mano un grosso fazzoletto per asciugarsi le lacrime. Deplorava e lamentava che il lavoro di un anno era distrutto in una settimana: mai ingratitudine più nera in tanti anni e mai lavoro condotto con tanto amore.
Toccò a me consolarlo e dirgli che comunque il danno era mio e lui tuttavia non avrebbe sofferto giammai le conseguenze. di tanta desolazione. Ma egli invece:

'Come! Questa è una creatura nostra che è andata a male, l'abbiamo curata assiduamente e ci è sfuggita dalle mani. È la bellezza di tanto lavoro che ci ho messo e speravo di consegnartela prospera e abbondante per tutti. È così che considero nostra questa terra e desideravo come unico compenso una grande soddisfazione'.

Ed ecco il risvolto a conferma di un reciproco attaccamento non basato sulla venalità. Alcuni mesi dopo in piena notte il fattore ci venne a svegliare: la moglie era moribonda in preda a chissà quale diavoleria. Ci mobilitammo tutti moglie, figli e io, in prima fila con più macchine a disposizione. Chiamammo d'urgenza l’autoambulanza. Partimmo per il capoluogo tutti per disporre le cose all’arrivo dell’ammalato. Bombardammo inesorabilmente di telefonate gli amici che, nonostante l'ora, ci vennero sollecitamente in aiuto. Il caso era grave ma quella tempestiva mobilitazione valse a qualche cosa: la cara donna fu salva. E questo è il bello: il signor fattore voleva pagare tutte le spese sopportate in quella notte e dopo, poiché mia moglie e i miei figli furono accanto all’inferma per tutta la lunga degenza. Altri tempi, altri valentuomini, altri onestuomini: ora, una persona, in due ore di servizio esige calcolare anche il tempo impiegato dalla propria alla nostra casa; e certe volte la distanza usura quaranta - cinquanta minuti sulle due ore”.

Nella graziosa sala da pranzo cadde un silenzio che ci tenne pensosi per molti, interminabili minuti. Non sapevamo più che dirci: superstiti nostalgici di un cimitero di ricordi. Si invocava la presenza di qualche altro ospite. Venne infatti il comune amico che mi aveva promesso di accompagnarmi nel capoluogo verso sera, sperando nella clemenza del caldo. Ci attaccammo a lui come naufraghi a una tavola, scaricando la tensione in discorsi su cose ovvie e banali.
E finalmente il pranzo, l'ottimo pranzo fragrante di cose del buon tempo antico; e "il buon aroma si diffondeva intorno", confortante e invitante.
Coi due giovani sposi a tavola eravamo in cinque. Ma c’era un sesto convitato, non di pietra ma vivo e fremente nel grembo materno, pronto come dardo lanciato oltre il duemila. Mi dicevo:

'Beato lui che non avrà memorie, né rimpianti e non andrà alla ricerca del tempo perduto'.

Mi dissi a voce alta rivolto all'amico ospite:

'Che rammarico, caro giudice, che ora non ci sono né i molti invitati di una volta, né i molti servi di quel tempo! Ed è un vero peccato perché ora ci sarebbe stato non la cantina ma un frigorifero eguagliatore perfetto anche di ogni minima differenza sociale'.

Ma l'adorabile mio ospite era fermo a una riva remota: i grandi occhi malinconici erano rivolti non a temperatura ambiente, ma a temperie d’affetti e d'ambienti sepolti per sempre.
Pasquale Soccio

Presentazione di Pasquale Soccio in Civiltà e Culture Antiche tra Gargano e Tavoliere
Il Convegno Archeologico è stato organizzato da Pasquale Soccio, Angelo CeluzzaVittorio Russi (comitato scientifico); Tommaso Nardella, Antonio Motta e P. Mario Villani (comitato esecutivo), e P. Nicola De Michele (presidente del comitato promotore) e dagli altri religiosi del Santuario di San Matteo. Si è svolto nei locali della Biblioteca del Convento di S. Matteo e nell'Auditorium della scuola media F. De Carolis, il 28 e 29 settembre 1979.
La pubblicazione è stata finanziata con fondi dei frati e dell'amministrazione di San Marco in Lamis.

La copertina della pubblicazione con gli atti del convegno.
La copertina della pubblicazione con gli atti del convegno.
Citazione (e ripetizione) dalla Introduzione
In questi nuovi tempi non è più bastevole restringere l'area alle pratiche del culto, alla frequenza devozionale, alla pia unzione della fronte degli animali; tutte cose della nobile pietà tradizionale, il cui svolgimento liturgico tuttora commuove e invoca la benedizione auspicante del Santo. Preme ora alle porte, con una sempre maggiore consapevolezza finalizzata, una componente, non più collaterale, ma spirituale e insieme culturale, vorrei dire connaturale ai francescani di questo luogo, una diversa 'perfetta letizia', che va oltre quella benedettina dell'ora et labora. E' un'evidente spinta imposta dalla storia locale: alla tramontata potenza feudale e politica benedettina, alle soglie dell'età moderna, è qui seguita un'evidente nuova potenza morale, spirituale e culturale. Lo splendore di rinnovamento promosso dai frati nei secoli XVI, XVII e XVIII nelle due valli di Stignano e dello Starale con l'impulso e l'auspicio di due futuri papi, i cardinali Pignatelli e Orsini, è ancora una storia tutta da scrivere.

Introduzione di Pasquale Soccio

La Indeuropeità comincia in Italia dalla Puglia ed è a questa sua prima testimonianza antichissima che spetta allora il nome artificiale di 'protolatino'.
G. Devoto
La Puglia è una regione-chiave per la Preistoria più antica della nostra Penisola.
Stando ai dati finora in nostro possesso, la più antica fase del Paleolitico pugliese si svolse quasi esclusivamente nel Promontorio del Gargano.
A. Palma di Cesnola

S. Marco in Lamis. Un angolo del museo del convento di S. Matteo.
S. Marco in Lamis. Un angolo del museo del convento di S. Matteo.
In questa mia breve nota introduttiva occorre subito fornire alcuni chiarimenti preliminari, porre qualche istanza ed esprimere, così, esigenze e aspirazioni. Penso innanzitutto che bisogna rispondere a due eventuali domande che ognuno legittimamente può avanzare: perché proprio a me sia stato affidato il compito di dare l'avvio a questo convegno di puri contenuti archeologici e quale mai legame ci possa essere tra questi e le iniziative culturali promosse dai frati minori del santuario nella ricorrenza del quarto centenario della presenza francescana in questo Convento.
Rispondo alla prima eventuale domanda.
Mappa del Gargano.
Mappa del Gargano.
A parte la designazione, vorrei dire amabilmente impostami dai frati e dagli amici che hanno fatto appello al senso di responsabilità civica e alla mia funzione di rappresentante della Società di Storia Patria di Capitanata, purtroppo devo onestamente dichiarare che non sono altro che un semplice dilettante o, al più, un appassionato che è stimolato dalle occasioni, dagli inviti e dai richiami provocatori che vengono dai dintorni di questa terra. Altri, dunque, con specifica preparazione, avrebbe dovuto essere al mio posto. Tuttavia mi auguro che non incorra, quale profano, in profanazioni con topiche grossolane.
Comunque a noi garganici si impone la conoscenza di un elementare alfabeto archeologico. Ed è un elementare dovere perché nei nostri campi, nelle doline, nei letti di torrenti rapinosi, non proprio metaforicamente ma realmente, a ogni piè sospinto, si incorre in numerosi e sparsi manufatti litici. Non è poi senza significato (ed è anche questo un caso da rilevare), che i primi studiosi di tale materia, com'è stato autorevolmente notato, siano stati "allora semplici appassionati e collezionisti": un Capitano d'artiglieria, due maestri elementari, un dentista e molti altri pionieri delle ricerche sul Promontorio (A. Palma di Cesnola, Il Paleolitico in Puglia, in La Puglia dal Paleolitico al Tardoromano, Milano, Electa, 1979, p. 21).
S. Marco in Lamis. Un angolo del museo del convento di S. Matteo.
S. Marco in Lamis. Un angolo del museo del convento di S. Matteo.
Tuttavia, studiosi accademici e iniziali pionieri d'occasione o improvvisati, non hanno finora rivolto la loro attenzione a quest'area archeologica che più direttamente ci interessa. Se escludiamo le numerose scoperte periferiche di Paglicci e di Spagnoli, la parte interna del Gargano occidentale è ancora tutta da esplorare. Tolto qualche individuale e recente interesse da me sollecitato, quel livello pionieristico di maestri elementari e di dentisti scende al minimo livello di pionieri lillipuziani: fanciulli e fanciulle, umili contadinelli, mobilitati e in qualche modo istruiti da chi vi parla, hanno raccolto materiale di notevole interesse, da me variamente poi distribuito o donato a privati o affidato ad amici dell'Università di Bari e di alcune scuole medie superiori della Capitanata.
I possedimenti del monastero di S. Giovanni de Lama nel 1176
I possedimenti del monastero di S. Giovanni de Lama nel 1176
Già nel giugno dello scorso anno, lamentai la immeritata sorte di Cenerentola di queste contrade garganiche da parte di studiosi e viaggiatori: uno sguardo distratto di Gregorovius o di Lenormant nel secolo scorso, nel Novecento un'attenzione di minor conto da parte di tanti e le brillanti corrispondenze di giornalisti, tra cui gli emiliani Antonio Beltramelli e Riccardo Bacchelli. Ed è così anche per l'aspetto geofisico: per esempio, circa la grande dolina di Puzzatino, dopo lo studio con ipotesi alquanto discutibili di Checchia Rispoli e le segnalazioni sommarie di Colamonico e di Baldacci, si è finalmente avuta una più accurata indagine di A. Bissanti, mio ospite per l'occasione, con una relazione apparsa per la Rivista Geografica Italiana (Nota 1). Ed è, per me, la contrada di Puzzatino, tra San Marco in Lamis e Sannicandro Garganico, un centro di notevole interesse di paleontologia umana. Vi confluiscono, trasportati da piogge alluvionali o da altro, relitti il cui valore è ancora tutto da recuperare e controllare. In verità, il prof. Palma di Cesnola allude a «stazioni ancora inedite del Gargano interno». Ho sottoposto a lui l'esa­me di un gruppo di manufatti litici, da me rinvenuti colà, al fine di proporgli l'esigenza di una adeguata ricognizione, di quest'area finora mai letta. E' una segnalazione che spero sia accolta, almeno per diradare nebbie mitiche o fabulose presunzioni di natura campanilistica.
La stessa storia della storiografia archeologica, ancorché allo stato presente goda di una stagione vigorosa e fruttuosa, è anch'essa giovane. Nata nella seconda metà del secolo scorso, appena nel Novecento con ricerche fortunose e fortunate, dal Salento al Gargano, dalla Grotta Romanelli al torrente Romandato, dopo varie querelles, si può dire che soltanto in quest'ultimo trentennio o poco più si è immessa sulla via maestra della non più contestata impostazione metodologica; dove la Puglia nel contesto italiano ed europeo figura con testimonianze di prim’ordine e studi di prima mano.
S. Marco in Lamis. I lavori di restauro (1987) della Chiesa del Convento di S. Matteo.
S. Marco in Lamis. I lavori di restauro (1987) della Chiesa del Convento di S. Matteo.
E rispondo alla seconda legittima domanda, che più irresistibile può affiorare alla mente: quale cioè il legame o rapporto possibile tra la presenza quadrisecolare dei francescani in queste valli e i contenuti scelti per questo secondo convegno di studi, quelli archeologici. Mi pare ovvio rilevare, con frase corrente, che coi tempi mutati (e come mutati!) tutti, anche i religiosi, devono fare i conti. Si tratta, però, più che di spinte innovative, di un imperioso adeguamento con funzioni, attività e iniziative rispondenti. In questi nuovi tempi non è più bastevole restringere l'area alle pratiche del culto, alla frequenza devozionale, alla pia unzione della fronte degli animali; tutte cose della nobile pietà tradi­zionale, il cui svolgimento liturgico tuttora commuove e invoca la bene­dizione auspicante del Santo. Preme ora alle porte, con una sempre maggiore consapevolezza finalizzata, una componente, non più collaterale, ma spirituale e insieme culturale, vorrei dire connaturale ai francescani di questo luogo, una diversa "perfetta letizia", che va oltre quella benedettina dell'ora et labora. E' un'evidente spinta imposta dalla storia locale: alla tramontata potenza feudale e politica benedettina, alle soglie dell'età moderna, è qui seguita un'evidente nuova potenza morale, spi­rituale e culturale. Lo splendore di rinnovamento promosso dai frati nei secoli XVI, XVII e XVIII nelle due valli di Stignano e dello Starale con l'impulso e l'auspicio di due futuri papi, i cardinali Pignatelli e Orsini (mi ripeterò), è ancora una storia tutta da scrivere.
Immagine di una necropoli.
Immagine di una necropoli.
Ma è un'operosità che ha una sua caratteristica tutta propria e ben individuabile: vita spirituale e congiunta vita civile, culturale e professionale. Una caratteristica distintiva, dunque, che è anche indicativa di una predestinazione. Quanti infatti della classe dirigente, intellettuale e professionale di S. Marco in Lamis sono legati e condizionati dai frati francescani, a un tempo quali guide spirituali e docenti! Già dal Sei e dal Settecento possono affiorare molte figure rappresentative e, ancor più, nel secolo scorso e in quello presente.
Mi pare che un esplicito acquisto di questa identità o meglio di identificazione di funzioni, in senso costituzionale e istituzionale, per quel tanto che ne so, si sia avuto e discorso nell'ultimo Capitolo Generale dei frati avutosi a Sepino quest'anno col solito democratico modo nel rinnovamento triennale delle cariche. E valga il vero o, meglio, valgano i fatti. Questi: le due relazioni dei frati Nicola De Michele e Mario Villani lo confermano; e ancora: la costituita biblioteca provinciale dell'ordine in S. Matteo; la raccolta quivi di un prezioso materiale sacro e di vario genere; la nomina, a bibliotecario provinciale, quale giusto riconoscimento, del bibliotecario di questo convento; inoltre le numerose iniziative culturali che si succedono e incalzano; e infine questi convegni di studi, opera di mecenatismo di sindaci garganici e soprattutto della fraternità francescana, ne sono la più valida conferma.
Sindaci e frati francescani, S. Marco e S. Matteo: ecco spuntare un'altra considerazione di fondo, che è poi la premessa più convincente di quel che si fa e, come ci si auspica, si farà nel solco aperto dalle iniziative prese dai sullodati frati, ostinatamente volitivi e costruttivi, e che certamente sarà continuato dal futuro Padre Guardiano, e sotto gli auspici del nuovo Padre Provinciale.
S. Marco in Lamis. Museo del convento di S. Matteo.
S. Marco in Lamis. Museo del convento di S. Matteo.
Questa dunque la considerazione di fondo: fare la storia di S. Matteo vuol dire a un tempo fare la storia di S. Marco in Lamis e viceversa. Scindere questa connessione significa aver un carente senso storico. Ba­sti notare la parallela evoluzione nel tempo della postazione romana su questa roccia, via via ospizio longobardo, abazia benedettina di S. Giovanni de Lama e Santuario e Convento di S. Matteo; e parallelamente, alla sua ombra, nel fondo della valle, il Casale pastorale nella palude, poi borgo e finalmente, con un'impetuosa e rapida crescita, la città, affrancata alla fine del Settecento dalla sua condizione di feudalità.
E qui cade opportuna questa riflessione: cominciare una storia dal periodo del suo splendore o benedettino intorno al mille o francescano nel Sei-Settecento, a parte ogni giusta autolimitazione che un cronista o storico può imporsi per suoi motivi nella scelta di un periodo, dal punto di vista organico o generale significherebbe comunque compiere un atto convenzionale o addirittura arbitrario. Amputazioni, mutilazioni o semplici autolimitazioni di libera scelta, non sono comunque quella storia organica e completa della nostra terra, così come crediamo di concepirla e scriverla. La storia di un albero non va dal fiore al frutto ma dalle radici alle foglie. Fuor di metafora: dalle sepolte e più remote radici, cioè le origini con testimonianze di relitti litici e linguistici, alle caduche foglie al vento, cioè alla colluvie di leggende, di miti e di tradizioni. Del resto anche una storia che si attenga al documento scritto, al dato certo di una testimonianza, può risultare anemica e unilaterale.
Gargano. Immagine di una necropoli.
Gargano. Immagine di una necropoli.
Inoltre gli stessi documenti del secolo XI (riguardanti le concessioni che vanno dal 1007 al 1095, dall'abate Alessandro al conte Enrico di Monte S. Angelo), accolte finora acriticamente dai cronisti succeduti al Fraccacreta e al Giuliani, sono ancora da sottoporre a una revisione filologica; ed è da porre in quarantena lo stesso testo ricuperato dal Del Giudice e tanti altri documenti di provenienza 'cavense'.
Gargano. Immagine di una necropoli.
Gargano. Immagine di una necropoli.
Lo scorso anno si è comunque dato uno sguardo d'assieme dal pe­riodo benedettino a quello pre e postunitario. Quest'anno invece, con un disegno sempre più precisato, che non intende trascurare nel futuro i tempi che vanno dal tardoromano al paleocristiano e al bizantino, si intende partire ab ovo. E' un punto di partenza a ritroso che non vorrebbe trascurare nemmeno quello geologico e geomorfico, ecologico e climatologico. Già nel 1927 si costituì un Istituto Italiano di Paleontologia umana con indirizzo prettamente naturalistico e interdisciplinare. Il primo frutto di questa nuova istituzione, ci informa Palma di Cesnola, rivolta allo studio dei reperti archeologici inseriti nel loro contesto ecologico (geo-paleontologico, paleoclimatologico, ecc.) fu lo scavo di G.A. Blanc nella Grotta Romanelli (ibidem).
S. Marco in Lamis. Museo del convento di S. Matteo.
S. Marco in Lamis. Museo del convento di S. Matteo.
Mentre sul Gargano dopo una lunga battuta di arresto, solo tra il 1950 e il 1963 comincia un'alacre attività di ricerche scientificamente condotte.
Ora da una semplice osservazione geografica di questi luoghi più volte sono stato indotto ad alcune considerazioni.
Da questo predestinato sprone, posto di vedetta, occhio nascosto che vede non visto, scrutando l'orizzonte oltre il Tavoliere dal Vulture alla Maiella, sito al sommo di conche vallive allineate e non comunicanti tra loro, ci troviamo al centro di vistosi fenomeni carsici, la cui densità è persino superiore a quella del Carso (Nota 2). Ora in questo allineamento di conche carsiche (Starale, Sambuchelli, Stignano), fenomeno "di individualità molto singolare", è comunque avvenuto un evento geomorfico di somma rilevanza che ha deciso della sua storia: il collegamento tra le due valli. Esso

è avvenuto in seguito al crollo di un diaframma della conca divenuto sempre più esile e per erosione regressiva risalente e per corrosione, e quindi sempre meno resistente alla pressione idrostatica che si esercitava da monte sul medesimo (Nota 3).

Lo sfondamento è dunque avvenuto per l'erosione e la corrosione del Monte di Mezzo, nel fondovalle, dove poi è nato il Casale di S. Marco in Lamis. Si deve quindi cominciare anche dalla geografia:

le più antiche ed obliterate denominazioni della Puglia si collegano ad un conio che ha la sua matrice nella carta geografica, la quale da secoli si innesta di prepotenza nella storia del pensiero e dell'attività umana (Nota 4).

Gargano. Immagine di una necropoli.
Gargano. Immagine di una necropoli.
Infine è stato efficacemente rilevato che la carta geografica diventa sempre messaggio e testimonianza di vitalità politica della generazione che l'ha redatta, la quale manifesta così il suo proposito non solo di loca­lizzarsi nel mondo ma di inserirsi nel dinamismo dei popoli (Nota 5).
Se, come si dice, che tra il Cinque e Seicento si ha un momento particolarmente determinante del senso e del significato di un territorio pugliese, per quanto ci riguarda sono da prendere in considerazione due importanti carte geografiche, apparse nel 1624 e nel 1634, rispettivamente quelle di Cluverius e di Janssonius.
La Dolina "Pozzatina"
La Dolina "Pozzatina"
Nella prima carta, elaborata su fonti classiche, non si riscontra nella toponomastica alcuna indicazione di sorta di quest'area garganica, mentre nella seconda, redatta dall'olandese con mirabile diligenza e compresa nell'atlante dei Bleau, già si rinvengono le denominazioni di "S. Mattheo, di S.M. de Strignano, di S. Petri Colo, Regnano, di Pullatina [Puzzatina], Coppa di Mezo e C.
S. Marco in Lamis. Museo del convento di S. Matteo.
S. Marco in Lamis. Museo del convento di S. Matteo.
Pagano", ma non affiora il nome di S. Marco in Lamis, anche se nel documento riguardante le concessioni fatte o riconosciute dal normanno Guglielmo II, questo nome appare con l'attigua chiesa già nel 1176. Niente geografia e quindi niente storia per S. Marco in Lamis fino al Seicento. C'è però da fare una distinzione fondamentale a proposito di agenti meteorologici e della condizione determinante che ebbe Monte di Mezzo alla storia di S. Marco, anche se andando a ritroso ci dobbiamo rifare inevitabilmente a S. Matteo, al santuario, alla badia, all'ospizio, alla postazione romana, al sacello o al­meno alla toponomastica del dio Giano. La descrizione originaria degli eventi naturali, dei cataclismi, delle alluvioni, cioè della natura in sé e per sé, con le sue convulsioni ed evoluzioni, erosioni e corrosioni, non fanno di per sé storia: diversamente da Fréret, da Boulanger ed altri dell'età moderna, in pieno Settecento ci fu chi per primo ci insegnò, il Vico,
S. Marco in Lamis-Convento di S. Matteo. Foto del XV centenario francescano-1967
S. Marco in Lamis-Convento di S. Matteo. Foto del XV centenario francescano-1967
che la storia comincia quando l'uomo si pose a educare con la sua mano paziente le pietre e vi impose il crisma della sua volontà e delle sue idee. In tal modo, anche quando, pur iniziando a interpretare i tuoni e i fulmini, creò miti, favole, parole di favole e, avendo pudore di sé e timore di Dio, prese stabile dimora e diede al paesaggio naturale l'umano suo Volto.
La storia, dunque, comincia dalla laboriosa lettura del messaggio di iniziale civiltà che promana da queste sudate pietre dei nostri progenitori, espressione della mano e della niente dell'uomo antico. A guidare l'una e l'altra in questa via di incivilimento non sono state estranee la morale e la religione.
E i religiosi di oggi, i francescani di questo Santuario, ci inducono a leggere e interpretare, una buona volta, queste pietre che ci circondano, sparse lungo le nostre contrade. A compiere tale opera benemerita sono stati chiamati studiosi di chiara fama, relatori di indubbia serietà scientifica, ai quali va il nostro sentito ringraziamento e, ancor più, ai coraggiosi frati di questo Convento per queste loro audaci iniziative culturali di alto livello scientifico.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?