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Gargano Segreto

Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Sannicandro Garganico - La Micca
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Sannicandro Garganico - La Micca
Intensamente io guardo e contemplo questo mare di pietre, questo deserto dell'anima. Scopro le origini della mia patria antica attraverso l'infusorio, il protozoo, il mollusco, con valve e conchiglie, divenuti pietre. Ritrovo la scabra, scontrosa essenzialità del carattere mio e della mia gente. Mi riconosco, «debole vita che si lagna», dolente coscienza effimera di queste pietre.
Vivo la vita di queste pietre: inutili e dormienti nelle vinte plaghe carsiche tra Cagnano e San Giovanni, tra San Marco e Sannicandro; utili e pregiate tra Apricena e i dirupi di Castelpagano; ardenti, assolate da un eterno meriggio, dagli aerei nidi umani di Rignano e di Monte. Imperioso e convulso mondo roccioso, dilaniate viscere impietrate, cateratte di macigni, muraglie titaniche e divine, dove spalti e dirupi, contrafforti e burroni, fortezze e abissi, castelli di giganti e naturali costruzioni ciclopiche sono una cosa sola. Ma soprattutto la meditazione è incantata da quei campi esausti, disseminati di minute pietre, dove già è passato il lavoro umano.
Qui l'aria è senza tempo tinta. Invano il turbine si solleva e spira. Vanamente sorgono la grazia del sole, la pietà della luna, la pace delle stelle.
Dopo volgere di millenni, vivono queste pietre tra vasti respiri di luce e lunghi tonfi di tenebra.
Pietre grige come il tedio delle ore immote; cilestrine come il petto dei colombi e delle coturnici, come il tempo e la lontananza; rosse come avvolte da una sanguinosa luce sinistra; verdastre come la cuora delle paludi; nere come il lutto che affiora dalle tombe arcaiche con i relitti manufatti, con le selci focaie, funeree come la proterva e sconfitta volontà del contadino; ambrate, gialle come scheletri umani ancora essudanti; bianche come ossi di seppia; candide come cenere intatta e ossi calcinati: residui scheletrici di una realtà umana e terrestre.
Il musco e il lichene tentano un'ultima, illusoria, irreale e quasi astratta vegetazione. I colori, con cui essi delirano, hanno la impalpabile evanescenza dei fantasmi. Solo la capra ancora ritorna, con la sua fame voraginosa, per danzarvi una sua ultima, satanica festa di distruzione.
E come in Grecia anche qui le pietre testimoniano, più che altrove, il tormento della storia umana: un'aridità estrema e definitiva, dopo tanta vita, tanta civiltà e tante battaglie vinte e perdute.
Io vivo tra queste pietre salutari. Con esse mi son fatta la mia casa a prova di convulsioni telluriche. Non tra selve di case, clamorose di giorno e fulgide di notte, non tra orti, giardini e boschi, io mi chiedo chi sono e che fui.
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: La rupe di Peschici
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: La rupe di Peschici
Pur senza volontà eremitica, c'è qualche contadino amico (Leonardo! Leonardo!) che ha scelto o accettato di vivere tra queste pietre in una casetta non più grande di un uovo. Mira egli, come da una riva tranquilla, scorrere lungo la strada l'elettrico e frenetico fiume umano, altoparlante, graveolente di nafta e di benzina, inseguente false immagini di sudati divertimenti, e si contenta. Contempla e resiste.
Così, con sollievo liberatore, la nudità di queste pietre mi aiuta a spogliarmi di tutte le vanità, di tutte le compiacenze, non escluse quelle estetiche e letterarie. La loro aridità consuma desideri e speranze. I fiori, che spuntano tra la magra erba, non hanno il simbolo della ginestra leopardiana. Altra lava, altro fuoco, altre fiamme incandescenti hanno eruttato le passate generazioni umane. Queste pietre hanno un passato, terribilmente concreto, ma senza futuro.
Forse esse somigliano, o fanno pensare, a pianeti morti, a soli spenti, a stelle cieche e vane nell'immenso spazio. Ed ecco: l'avventura umana sulla terra mi è preannunciata da queste pietre: una splendida ed effimera apparizione nell'immenso tempo senza mutamento.
«Mie considerazioni sulla pluralità dei mondi ed il niente di noi e di questa terra e sulla grandezza e la forza della natura che noi misuriamo coi torrenti... che sono un nulla in questo globo ch'è un nulla nel mondo... Onde un niente mi parve la vita nostra e il tempo e i nomi celebri e tutta la storia».
O Leopardi, or dov'è il grido dei nostri avi garganici e di quella stessa luminosa civiltà ellenica? Per questo, i pallidi fiori tra l'erba arsiccia mi suggeriscono non solo la fraterna solidarietà umana, ma una pietà universale, cosmica.
Qui i fili d'erba al vento non fanno più tempo.
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Le "gradinate" di Monte Sant'Angelo
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Le "gradinate" di Monte Sant'Angelo
Il tempo si è fatto pietra. Pur si contempla tanta distruzione, tanta desolazione senza ribelle disperazione. Queste pietre, nella loro profondissima quiete, insegnano saggiamente qualche cosa. Come nei luoghi dell'antica Grecia, esse sollecitano uguali sentimenti, uguali considerazioni. «Sembra in qualche modo che a Olimpia uno sia aiutato ad intendere, quasi a gustare, la propria transitorietà ed insieme la beatitudine d'esistere; ad umiliarsi in una tenera e virile accettazione della propria sorte; ad annullarsi con gratitudine nel senso di quell'armonia, di quella giustizia che governa le anime e le cose, e tutte le consuma e trasforma, nessuna trascura e dispregia» (E. Cecchi).
Da questa pietrificazione, sì, una forza virile mi nasce, con l'accettazione della mia qualsiasi condizione umana, grato di essere stato qui collocato dalla sorte, nascendo. Sono questi i luoghi della mia infanzia esploratrice, dolorosamente destandosi la coscienza con occhi avari di luce, tra gli urli di una guerra mondiale.
Allora, tuttavia, nei mattini odorosi di erbe nuove, correvamo a gara, con gli uccelli e coi puledri, incontro al sole. Il respiro dei pozzi spalancati, disseminati in queste contrade, ci chiamava alle sponde, assorti al rombo del mondo intorno: gli orecchi attenti come su immani conchiglie. Fiorivano le mani puerili su quegli abissi, attente al geco rampante sulle pareti muscose nell'interno dei pozzi. Ci destava il grido delle rondini fuggite da quei petti tenebrosi.
Ora rovine di pietrame li ingombra; allora ci suonava la terra sotto i piedi.
Questo è il mio Gargano più segreto, più mio, più me.

Questo testo non compare nella 2. edizione del 1972. E' stato chiaramente pubblicato in una edizione successiva. Ve lo propongo perché in esso traspare tutta la delusione e l'ira per ciò che l'Autore sta vedendo. E' un testo di grande attualità.

Venti anni dopo

San Marco in Lamis. Difesa S. Matteo dopo l'alluvione del 2014.
San Marco in Lamis. Difesa S. Matteo dopo l'alluvione del 2014.
Ora più non so dove il suo cuore smarrito palpiti ancora.
In un tempo più felice, o meno triste, io lo pensavo occulto nel profondo di una dolina, disteso nel verde riposo di una foresta o nell'inquieto rifugio di un antro dove il risonante mare gli donava lingua e parola e intonava così un canto dalle cadenze eterne.
Ma ora? Ora un'insolita disgrazia è seguita alla solita 'troppa grazia...' trepidamente auspicata e temuta insieme: volti e aspetti del paesaggio umano e naturale sono stati stravolti, ritmi stagionali di vita e di opere brutalmente sconvolti.
Da ottobre a maggio è un lungo inverno d'attesa frustrato: inerzia, indolenza, inoperosa abulia, desolano lidi e contrade; una pace vuota, sterile scende dai colli e contagia rive abbandonate; caverne e grotte e doline col mare e col vento urlano la loro disperazione. La luna rispecchia un'immagine del suo deserto; e il cuore sgomento si volge a fughe, a esilii, a esodi irreversibili.
Ma viene l'estate e con la droga solare una panica ebbrezza percorre il litorale.
Una marea di voci diverse e di orribili favelle invade le onde e frastorna il cielo.
Questa corona di clamori umani e di scoppi dinamitardi, in avida ricerca di frutti marini, cinge, erode, uccide la costa e ignora l'interno della montagna sempre più squallido, sempre più deserto; sicché all'urlo delle tèrmiti balneanti non più risponde l'ululo dei lupi, bensì i colpi sinistri della lupara.
Complice la geografia, a parte l'uomo della pietra e poi dei santuari, la storia ha pressocché ignorato per secoli e tenuto nel limbo questo lembo di paradiso. Col termine 'segreto' si era inteso implicare etimologicamente anche quello di 'segregato', di emarginato, riferito cioè a questa anomala isola protesa nell'Adriatico e che dona così una linea di nobiltà all'immagine geografica della penisola italiana.
Tripudiano dunque storditamente i sensi nell'estate. L'orgia del sesso contamina gli anfratti una volta più castamente reconditi. La costa in ogni dove delira e vocifera col mare.
Ma nell'interno chi e che cosa ancora si rifugia?
Di giorno, giungono dai lidi remoti e assurdi echi tra rupi e dirupi. E quando cade il giorno disperati latrati randagi angosciano la notte.
Ma all'alba, nell'interno della montagna, una verde vertigine ti esalta e ti solleva di colpo verso una luminosa solitudine stupefatta.
E mentre azzurro naviga il pensiero verso una libertà senza confini, ti basta, per la tua povera gioia, adagiarti su una pietra nuda all'ombra di un castagno.
S. Marco in Lamis. Bosco Difesa S. Matteo.
S. Marco in Lamis. Bosco Difesa S. Matteo.
Giunge il vento da cosmiche lontananze; parla allo orecchio con risonanze arcane. Il fremito della fronda, che il vento ripercorre a onda, distende un'eternità di tempo nello spazio vegetale, tra la foresta Umbra, Spinapolce e il Bosco Sfilze.
Ferma nel suo spiegamento una pagina ancora inedita oltre un codice che solo mente e cuore in pace riescono a decifrare. Così lo sguardo afferra i sensi di un linguaggio nel suo vasto orizzonte che di quà cinge laghi e isole e di là segue la linea dell'arco sipontino.
S. Marco in Lamis. Bosco Difesa.
S. Marco in Lamis. Bosco Difesa.
La libertà ha gli stessi orizzonti e ti sorprende la facile conquista di tanto inalienabile bene che nessuna iniqua legge d'uomo può comprimere o distruggere. Qui boschi, selve e foreste fanno quadrato e muro all'aggressiva avidità corrosiva di domenicali talpe che fuggono la città e di clandestini amanti che lasciano ai margini del bosco vestigia delle loro divertite passioni tra feci di errabonde vacche abigeato.
Qui campeggia sovrana l'arroganza anarchica di indomiti rapinatori, ma le sollecitazioni sensoriali che provengono dalla costa e le fuggitive ombre predaci non incidono che i margini di questi oceanici silenzi verdi.
L'ansito del cuore anela dileguarsi nella foresta intatta, sollevata dal vento nell'urlo del nulla.
Si recitano qui le iniziali scene del dramma ecologico, della tormentosa coestistenza di Uomo-Terra, in un dialogo assurdo tra mantidi religiose; del dramma eterno di amore e morte, di vita e morte. Ed è l'animale uomo il primo dei mùridi a condurre la terra a un comune suicidio: la riduce a uno scheletro petroso e la sospinge a uno sterile viaggio cosmico.
Paradossalmente la barbarie conserva, la civiltà distrugge.
L'immobile uomo della pietra si fonde col paesaggio e si nasconde pudicamente in seni naturali. L'irrequieto uomo del cemento abbatte, divora, consuma e si consuma.
Ingenuamente Vico e Rousseau sognano la schietta ingenuità del primitivo. Se Ercole distrusse col fuoco la selva Nemea, o mio Vico, aprì i campi rasi alla semina del grano e inaugurò così quella che tu credi sia la bionda e vera età dell'oro, in verità ora 'il buon selvaggio' afferra la scure funesta, abbatte alberi, semina e abbandona poi i campi seminati, per un oro più reale e più venale tra fumose foreste di ciminiere.
E' un oro che soddisfa con donne, droghe e urlanti discoteche. E non c'è più, o pio Vico, la francescana felicità fatta di poco o di nulla. E senza più pudore di sé e timore di Dio, per cui Giove tonante la sospingeva nella caverna, la coppia d'oggi usa apertamente la 'Venere canina'; e torna a fare 'delle città selve e delle selve covili di belve' bramose.
Immondezzaio.
Immondezzaio.
Mentre qui, tra 'anziane selve assorte', il vento parla e parlano le stelle ancora all'uomo antico in un dialogo scandito dal volgere eterno delle stagioni. E il tempo trascorre in un verde spazio immoto.
Così, con sereno trapasso, la contemplazione ci rende eguali alle cose contemplate.
Ancora 'tien' queste 'rive altissima quiete' e pare che l'obliosa pace delle 'membra' tacitamente 'sciolte' e liberate in seno alla natura, 'co' silenzi del loco si confonda'.
E lieve è il velo del vento che ti sfiora e poi si invola. Un vago sentore alita intorno, diffuso dalla linfa che sgorga dal tronco dei pini e dona una balsamica serenità; fluisce su prati e su colli; ruscella lungo valli ombrose e raggiunge i laghi, il mare, le isole.
Ma con trasognata visione par che le Tremiti, navigando immote sul mobile piombo dell'onde, calamitate in viaggio, seguano il volo del vento verso segreti lidi di inesauribile letizia.
Al margine della dolina, che accoglie il respiro e i sospiri più profondi di questa materna montagna, sta, vive ancora e resiste un uomo della pietra. La sua dimora, piena come un uovo, non è però più grande della botte di Diogene. Se un solo grappolo della grama pergola matura non è per sé, ma per te, spesso anche per me. Porta la sua fiera solitudine con la dignità consapevole di uno stoico greco e la gravita di un romano; e non sa di essere un esemplare di rare virtù fatte di rinunce: non donne, non danaro, non comodità di borgo o di città e soprattutto non quelle diaboliche macchine odierne, che avviano tutte al tradimento di ogni tradizione e alla fuga da una vita rurale civilmente sobria. Tanta invidiabile conquista d'autonomia è una liberazione da tutte le speranze. Un macabro traliccio, a pochi passi dal suo nido, conduce energia ad alta tensione 'a città che parlano tra loro' ma quella 'corrente' che altrove tende, lo rende indifferente.
E pure, nella vaga ebbrezza della sua mistica solitudine, ha suoi momenti squisiti di sottile sibarita.
A lato del tugurio, una grande quercia regge e protegge una capanna vegetale, le cui pareti sono appunto di edera nericante. Colà, nella pienezza estiva si abbandona a solitarie gioie che frate Francesco e frate Masseo avrebbero condiviso volentieri.

(Nell'isola di un lago 'non essendo alcuna abitazione nella quale [Francesco] si potesse reducere, entrò in una siepe molto folta... acconcia a modo d'una casetta, o veramente a modo d'uno nido, e in questo cotal luogo si mise... a contemplare le cose celestiali'. [Dai 'Fioretti di S. Francesco, NdR]

Gargano.
Gargano.
Inoltre: Francesco e Masseo, limosinato alcuni pani, si ricolseno insieme dove era una bella fontana e allato de quella fontana era una bella pietra larga e il Poverello d'Assisi fece grandissima allegrezza, e disse così: O frate Masseo, noi non semo degni di questo così fatto tesoro': e 'questo è quello ch'io reputo grande tesoro: là che non è cosa alcuna apparecchiata per industria umana.
'Di questi tempi del resto - l'uomo dell'edera-capanna dice e sorride - i ladri buoni, per non temerli, ci consigliano di vivere senza pensieri per la roba, come San Francesco').
Egli intanto a quel rezzo siede beato: di pietra è il rotondo desco su cui posa il frugalissimo pasto; di pietra i sette sedili, disposti intorno, per eventuali (reali o immaginari) ospiti, o meglio per sette fantasmi di ombre care, affidate solo alla sua memoria. Così solo o in tale immaginata compagnia siede contento, medita, contempla e si contempla.
Eguale valore hanno per lui la vita e la morte. Ogni pensiero di tragica fine non lo tenta. Nel giro di un anno, un fratello è assassinato da un ladruncolo, un cognato è asfissiato dall'anidride in una cantina; ma lui, più di Niobe, fatto pietra dal dolore esclama e conclude: 'Guardo quella siepe di spigo, quelle rose e quei garofani da me coltivati e amati e ogni tristo pensiero di fine cade e tutto intorno mi si fa più tranquillo'.
Spesso la sera si accompagna tacitamente ai miei consueti passi vespertini. Poi mi lascia di botto come magnetizzato dalla sua capanna. Si gira di corsa, gli trotterella intorno un cagnolino: due fedeltà, non simboliche, ma due realtà di natura. Si allontana spedito e trasfigurato dalla gloria rossa di un tramonto settembrino.
'Quando di maggio le ciliege son mature' (ma spesso di giugno se ritarda la buona stagione), il verde e il celeste tessuto degli alberi si accende di rosse pupille, che al tocco del vento splendono come faville di un fermo fuoco d'artificio. Ogni ciliegio è un Argo dai mille occhi di fuoco.
Mucca podolica al pascolo.
Mucca podolica al pascolo.
In plaghe che so io, il calore di una festa incendia l'atmosfera, circonda le doline, sale su per le colline e si diffonde nei campi sull'oro verde delle messi che attendono le falci. Tra 'lieti colli e spaziosi campi' esplode una gioia di infanzia, illumina i volti e colma avidamente occhi, gola, mente e cuore. Il senso della vita si fa più limpido e trasparente: l'esistenza acquista significati e toni meno dolenti.
Serenamente il paesaggio è un inno elevato dai colori. Sono naturalmente gli uccelli (usignoli, rigogoli e cuculi) i soli lieti interpreti canori di uno spettacolo versicolore.
In meravigliata contemplazione il Beato dipintore di Fiesole, con pie mani, devotamente in ginocchio, avrebbe dipinto questo festivo incanto iridescente.
A un tale avvenimento mia sorella, buonanima, esaltata, conduceva me fanciullo per mano nella valle ad ammirare un prodigio della prodiga natura: un ciliegio immenso, vivido di rosse fiammelle, sovrano su un vasto campo di grano melodioso al brusire delle reste. E ognuno ha in cuore un suo ciliegio laboriosamente ricercato dall'infanzia perduta.
Ma chi sta solo, tra questi foschi boschi, matura in sé un'infanzia più innocente.
Ora però quando viene il maggio odoroso o il giugno splendente, con il calcolo freddo del tempo giusto per la maturazione, giovinastri famelici s'avventano ai ciliegi, distruggono alberi e ogni magica festa.
Sono ortotteri in gara con le capre, funebri uccellacci, agili trapezisti, tra scempio di rami e salti da muri diroccati di casali abbandonati.
E intorno intorno non c'è che oblio, non c'è che deserto; ed è nel cuore il più vasto deserto.
Ma, alla rossa dolcezza dei felici ciliegi garganici, dalle macchie del sottobosco, tra felci e cespugli d'asparigi, risponde ancora la rossa fragranza delle fragole. Sono minuscoli grumi rappresi di condensati sapori che, al gusto, svelano aromi, sensi e segreti del Gargano più segreto. Alla rossa provocazione, con lieve sgomento, una bocca troppo tentata teme il fascino della droga.
L'apparizione improvvisa di tali vermigli profumi ferma il piede di chi passa e frena il motore dell'autista smarrito. Dopo un indugio ammirativo ci si lancia a una allegra vendemmia; e chi si inoltra nell'ombra densa cerca di istinto nel verde luminose radure di falasco: cesure solari nel folto del bosco; e si distende beato su un odoroso letto di labiate.
Immondizia.
Immondizia.
Quando, poi, da aprile a giugno, col tranquillo dominio dei colori, degli odori e degli aromi, si leva il vagabondo canto del cuculo, il bosco raggiunge il vertice della sua bellezza: ha una sua voce. Sono due modulate note vibranti e sostenute, con pausa di ritmica sapienza, di un canto che ti giunge, ora da presso ora da lontano;e tu sei armoniosamente preso, stregato e invitato da chi infantilmente giuoca a nascondino; e, imponendo il silenzio agli amici, ti chiedi: dov'è?
Ora scalfisce la parete di un cielo di vetro azzurro, ora sbroglia le foglie di una quercia, ora sembra che ti buchi l'orecchio e tu scatti e lui scappa: tanta è la reale e fugace sua apparizione.
Non importa più distinguere tra un fantasma e un soggetto concreto. Si tratta comunque di uno spirito folletto che, al margine del bosco, col suo flauto, simile al fischietto di un arbitro, domina, dirige, e supera i concerti di una orchestrata aristocrazia di fringuelli, picchi e cardellini con gli assolo degli usignoli o di una proletaria plebaglia di passeri in assemblea accolti tutti da un cerro. E' un canto ironico come la sottile malizia di una fanciulla garganica o bonario come la sagacia condiscendenza del contadino; beffardo come lo sghignazzo di un monello o lo scherno di una capra o il nitrito fugace di un puledro in libertà; spavaldo come un giovane domenicale vestito a festa, non si sa per quale impresa; arguto come la battuta di un pastore solingo con il suo zufolo di canne al petto; solenne come un disceso oracolo dal cielo, al quale, simile a un superstizioso amante, tu pure chiedi e conti il numero della ripetenza, facendo un "pensierino" per sogni e per speranze.
Deponendo infine le sue uova negli altrui nidi con giocosa libertà, il suo canto è un anarchico grido di liberazione da quell'ordine borghese costituito dalla stessa natura.
Ma il poeta, a ogni suo puntuale ritorno in aprile, si chiede: 'Fantasma tu giungi, tu parti mistero'.
S. Marco in Lamis. Contrada 'Coppa Mastrostefano'.
S. Marco in Lamis. Contrada 'Coppa Mastrostefano'.
Coraggio vuole però riconoscere che ormai qui non è più tempo di arcadici idilli e di nostalgiche divagazioni per spiriti esiliati, se mai è l'ora della contemplazione pietrificante: intesa insieme come fermo sgomento edoverosa saggezza appresa da queste pietre millenarie, qui civilmente educate dalla paziente mano dell'uomo antico, e là, da una famelica avidità, erose e spolpate fino al suo durissimo scheletro carsico.
Eguali immagini, ma con notizie diversamente tristi o non più liete, in luce nera e fosca di delitti ci giungono frequenti da dove il Calvo strizza l'occhio al Celano, al Montenero, dalle viscere cavernose devastate ormai da un turismo selvaggio, e al solitario Spigno, cui fanno eco valli, cupe doline e apparenti rifugi di eremiti.
Può accadere in tali lande desolate scorgere sulla soglia di uno di quei 'tuguri tristi come tombe', l'apparizione nerovestita di una vecchia vedova, col capo stretto in un nero fazzoletto e la conocchia brandita più come arma di difesa: un chiaro avviso a un malcapitato visitatore, ignaro o indiscreto.
A pochi passi, sull'orlo dell'aia ormai cespugliosa, non più battuta da cavalli in giro per la 'pesatura' del grano (antica trebbia affidata a zoccoli equini), a una pietra dura e levigata come mola un giovinetto nipote arrota un lungo coltello che ha già minacciosi lampeggi di delitti. Un figlio della grande vegliarda conta e ripone nel carniere cartucce e pallettoni. A quando a quando in lontananza s'ode già, quale eco o richiamo, il secco e perentorio crepitio di un fucile.
L'aria è greve per uno stagnante odore ircino. Uno scampanio, non certamente arcadico di vacche allo stato brado ti sconcerta; e se cerchi di evitare l'assalto cornuto dei tori puoi inciampare, anzi guazzare tra fatte grosse quanto una luna piena.
Ma dal tugurio, in ore scandite da un rito sempre antico, esce pure un odore d'erbe buone, di pane fragrante dal forno a legna, di domestici pigolii, di placidi miagolii, di salti di cani intenti a un puerile gioco, di una infaticata massaia sempre in faccende, mentre un bimbo si rotola 'vichianamente' tra feci 'le quali co' sali nitri maravigliosamente ingrassano' e un altro, divertito, è già attento al sesso di uno zurro.
Quell'odore di lardo sfritto che viene dalle pentole darebbe, comunque, pace a stomachi grossi, ma si teme l'agguato o il calcolo di una taglia da quei figuri che ti sembrano in conciliabolo dietro l'angolo della casa. Anche un ponderato e calibrato saluto a quegli uomini in volontario esilio asociale può avere la gamma tonale delle più svariate intenzioni e interrogativi sospetti. Vorresti stringere quelle mani per la comunicazione di un calore diverso. Ma il saperle talora insanguinate ti trattiene più del greve odore di lardo sfritto, dell'ircino, dello stallatico.
(Bosco rosso!, nome di mia pura fantasia che ha avuto ormai un facile acquisto nell'uso comune ed è stato anche motivo di rissa politica: rosso di una terra laboriosa, d'alberi incendiati dal sole d'autunno o da mano dolosa o distratta, dal sudore del contadino e anche, purtroppo, dal sangue dell'abigeatario).
S. Marco in Lamis. La Valle di Vituro.
S. Marco in Lamis. La Valle di Vituro.
Eppure un tepore di nido familiare c'è anche in quel 'tugurio triste come tomba'. La nonna cullando canta le sue belle nenie; la sera si accende la lucerna 'che i biondi capi indora'; e infine nel silenzio, non sai se di pace gravida di funesti presagi, con trepidazione toglie dalla saccoccia la corona e recita il rosario.
Le risponde solo lo sfrigolio di un ultimo tizzone nel focolare eterno.
Ma talora accade di essere destati di soprassalto nella notte fonda da misteriosi colpi di fucile, simili a funebri rintocchi, ora vicini ora lontani. L'angoscia chiede con ansia a chi tocca: in quell'ora nera di paura da quale ovile o mandria legittima emigrano ovini, suini, equini o bovini, verso il macello o verso un nuovo stazzo; e il loro padrone forse al cimitero.
San Marco in Lamis. Bosco Difesa S. Matteo.
San Marco in Lamis. Bosco Difesa S. Matteo.
Scoppia allora l'ira di un motore, sull'aia a lato della casa. Il lungo macchinone del figlio ultimogenito, in notturna partenza per il Nord, è una metallica bara per sogni, chimere, usi, riti e canti di una gentile civiltà contadina frantumata rabbiosamente dal fremito del motore.
All'alba dell'indomani il flauto e il fischio del fratello pastore rimasto hanno toni di squallida desolazione su balze che una volta cantavano da sole il risveglio del sole.
Ma ancora, tra questi vergini cieli anche l'anima si fa azzurra, in un bosco che 'raggia come la reggia d'Alcinoo'.
E so di tanti, amanti e pellegrini, reali e ideali, che si ammalano di 'struggente passione' (oh, mio Petrucci!), per questa risposta, segreta bellezza che spira da ogni luogo.
Per tanto, col palpito in cuore si gode, si trepida e si teme l'aggressione di chi, come Attila, bruci sotto il suo piede ogni erba e fà così deserto intorno. Tuttora però sedendo immoto tra queste piante e tra queste pietre si sogna ancora il meglio con disperata speranza e testarda pazienza.
Ed è la pazienza, per schietti, terragni indigeni e spiriti fini, la più eroica virtù dell'uomo garganico.

Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Vieste - la strada sugli scogli.
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Vieste - la strada sugli scogli.
Qui l'uomo della storia antica non impresse un'orma indelebile, non ne modificò il volto.
L'onda estrema dei circoli storici vitali raggiunse queste rive in fase anacronistica, in ritmi sconcordi, donde, come si è accennato, la sua segregazione, il riserbo, la ritrosia: un vero esilio storico di questo pleonasmo geografico lungo l'intera costa adriatica. E come altrove, così, l'uomo della civiltà ermetica, l'etrusco, qui non rise; il greco appena vi sorrise favolosamente in un'atmosfera di leggenda; il romano non vi operò molto.
Solo la pura e compianta fede medievale ha lasciato segni evidenti con le sue chiese, abbazie, santuari e soprattutto con celebri grotte.
Quindi la fede sconfina smisuratamente da questa età determinata con opere che vanno dalla remota e devota grotta Scaloria alla recente edificazione di padre Pio.
Qui forse, invece, primamente visse e agì l'uomo che alle origini si eresse in posizione verticale e gridò e affermò la sua esistenza urlando da grotte e palafitte in corale fusione e confusione con gli elementi della natura.
La Dolina Pozzatina si trova sul Gargano e fa parte del comune di Sannicandro Garganico.
La Dolina Pozzatina si trova sul Gargano e fa parte del comune di Sannicandro Garganico.
Gli occhi abbacinati di luce e di gioia dei due laghi, per millenni golfi di approdi felici di giovani popolazioni migranti, lo attestano e lo rammemorano. E vi è pertanto qualche studioso che suggerisce orgogliosamente di parlare, come per la campignana, di una univoca età garganiana. Da grotte e caverne occorre partire per capire, come ora si fa con giusta distinzione, le ragioni naturali di una terra e di un popolo e distinguerle da quelle artificiali e tecnologiche apportate da un impetuoso turismo che già celebra i suoi notturni saturnali su spiagge, in grotte rivierasche e in pinete e foreste.
'Lungi dal rumore degli uomini', il silenzio del tempo antico si è raccolto in queste doline che 'hanno il languore del circo dopo lo spettacolo'. Quanto tempo, quanta vita preistorica e storica, sveva e ascetica è sprofondata nella più grandiosa dolina d'Italia che si trova tra S. Marco e S. Nicandro! Nota finora solo agli studiosi e alla gente del contado, è Puzzatina (localmente Puzzatine), uno stadio naturale per mezzo milione di spettatori; un suggerimento ad architetti di fantasia alla Berlioz per il possibile simultaneo svolgimento di più partite di calcio o d'altri giochi e con la capacità di accogliere ogni esplosione massiva di tifosi.
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Monte S. Angelo - Ingresso al Santuario.
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Monte S. Angelo - Ingresso al Santuario.
Ma vi è al centro una sorgente d'acqua vivace che farebbe la solitaria letizia di frate Francesco e di frate Leone, umili contenti di un pezzo di pane antico. A noi basti lo sgomentevole senso del sacro, prodotto sempre dal vuoto.
Ma rivolgiamoci all'acqua per comprendere, se non una realtà metafisica, almeno una certezza garganica, una certezza esistenziale che fonde uomo terra mare.
Nel silenzio dei mattini, quando sottili venti del Nord vivificano l'aria, e cielo e terra e mare splendono nell'esaltazione dei colori più mutevoli e fulgidi, questa montagna è come una valva aperta: una conchiglia che mostra le sue perle. Il mare odora di un fresco di anguria e di bucato al sole: odore perenne dell'infanzia più remota. Scatta la molla della memoria e i ricordi sepolti risorgono come fantasmi. Su prati di smeraldo madri sciorinano panni e la loro fragranza si diffonde intorno.
Schietti e fuggitivi bambini danzano tra quelle bandiere versicolori: bambini che adorano madri che odorano. Quell'ora diviene eterna, àncora, scopo e salvezza di un'esistenza.
Mare e madre; mater, materia, matrice, matesi: comune la radice di una vitalità primordiale e di una insita razionalità; nella ripetizione tematica la musicale realtà di ritmi, numeri e ordini nell'esistenza umana e nel rinnovarsi concentrico, nel ripetersi a onde sempre più vaste delle generazioni.
Mare e madre: sono due parole quasi uguali. Nella seconda vi è appena una consonante in più, una dentale come per trattenere ancora un poco tra labbra e denti la dolcissima parola. Dal mare la vita della terra; dalla madre quella dell'umanità. Un'eco privata d'infanzia mal sepolta alimenta un segreto desiderio di essere sempre cullati dal mare e dalla madre.
E vi doveva essere una potenza vitale per via di un particolare habitat di questa profonda terra erratica in mezzo all'Adriatico.
Il Gargano ripreso dal satellite.
Il Gargano ripreso dal satellite.
Guardate alla geometria e simmetria singolari di questa isola d'oro. La razionalità geometrica è evidente nelle ellissi e nei circoli delle disseminate doline, nei coni e nei cilindri degli spuntoni carsici, nei trapezi, nei poligoni a gradino della poca terra sativa, una volta recuperata dalla fame paziente dei contadini, e nelle macchie delle selve, e nelle calotte di alcuni monti giotteschi.
La simmetria poi è più facilmente riconoscibile nella rigorosa partizione dei colori dovuta alla posizione geografica e alle fatiche del vento, del sole, dell'acqua.
Ho detto altrove che il Gargano, come Giano, ha un doppio volto; e non deve essere casuale il culto di questo dio bifronte ancora vivo nella toponomastica del Gargano occidentale.
Vi si potrebbe segnare una rigorosa e ideale linea divisoria che partisca visibilmente i due volti: verde quello del Nord, per la folta vegetazione di pinete e foreste; rosso quello del Sud: il profano e il sacro.
Sul filo di un ricordo, dunque, di un odoroso bucato materno si rinviene un mare tutto fresco di colore: una pulita trasparenza di due sorgive vitali. Certi settembri (e inverni!), quando più tace la marea turistica, sollevano questa montagna verso cieli di una limpidezza irreale. In una vaga azzurrità, tra mare e cielo, essa rimane sospesa, come un'iridiscente bolla che al tocco svanirebbe d'incanto.
Vieste. Grotta dei contrabbandieri.
Vieste. Grotta dei contrabbandieri.
E nel lume sereno rimane smarrita questa anomalia geografica del mare Adriatico. Lo comprese il poeta latino Lucano. Exit in undas il Gargano, egli cantò: nel verbo la dinamica immagine di un passo di danza, del movimento di un'isola che si sporge, va, si spinge, dove l'assiduo fervore delle onde dà l'illusione di un immobile viaggio.
Il buon Dio diede la parola all'uomo, agli animali, alle piante, alle cose tutte; lo notiamo quando al loro contatto, queste naturalmente si esprimono e ci commuovono. E anche il Gargano si esprime, parla, ha un suo accento, univoco e singolare nel concerto italiano delle voci.
Già mi son chiesto dove il Gargano abbia il suo cuore: in una dolina più languidamente desolata, nello sprofondo di una 'grava' (Zazzana inesplorabile!), nell'oblìo di una macchia, di un bosco o di una foresta incontaminata? Ma a chi, con predilezione emblematica, affida egli la sua parola? Al vento delle fronde o a quello delle onde? o a un impeto più profondo in grotte e caverne?
Il vento, questo indomabile esecutore della musica più varia, ora eccita sistri finissimi nei boschi, nelle forre e nelle valli; ora, mentre scrivo, divora estese boscaglie arse dal sole, accese dalla mano distratta o dolosa dell'uomo; ora scuote e sconvolge grotte e antri con respiri e sospiri profondissimi; e tu esiti a riconoscere se il Gargano ha lingua, voce, parola più propria nella verde salute del popolo vegetale o nell'azzurra libertà delle onde che tramutano le grotte in gole eloquenti.
Quando la montagna non era che una vasta, folta chioma di querce e di roveri, avveniva che questi solenni alberi lottavano vittoriosamente contro la violenza dei venti aquilonari (aquilonibus querceta Gargani laborant [Horat. Libro 11 Ode 9, NdR]). Nel cuore augurale del poeta v'era la certezza della quiete dopo ogni tempesta. Ma, con la spinta delle frastornanti platee romane, i ricordi d'infanzia destavano nella sua mente il fantasma puerile di un enorme bue muggente sotto la sferza dei venti nordici (Garganum mugire putes nemus [Horat. Libro 11 Epist. 1, NdR]). Con la fantasia del pittore doganiere, mi piacerebbe vedere dipinto in fondo alla pagina del Tavoliere questo Gargano trasformato in un enorme bue. Comunque laborare e mugire, combattere con fatica e mugghiare, sono azioni di un bue che sfuma nella nebbia di un mito e che solo permane nella poesia del pugliese-lucano Orazio. Non ci pare quindi che la voce del Gargano sia quella del muggito e la sua parola quella di un toro. Riferito a un tempo robustamente primitivo, l'immagine può non sembrare irriverente, ma certo non più rispondente, ora che questa terra, una volta irsuta, ci mostra le sue ampie calvizie dal Celano al Calvo e agli altri colli minori digradanti verso la pianura, e cioè in faccia a Venosa.
Costa del Gargano.
Costa del Gargano.
Però, a pensarci bene, un pio bove medievale apparirà più tardi nella grotta dell'Angelo e con significazione ben diversa dalla platea e dal circo romano.
Chi invece vuol conoscere il condizionato temperamento psicologico, sociale e religioso di questa gente, chi vuol comprendere il dolente spirito immanente di questa terra deve rivolgersi all'acqua e interrogarla. Badare più alla sua assenza che alla presenza: una presenza, tolta la fortunata plaga del Vichese, da auscultare preziosamente stillata in grotte e caverne. L'acqua del mare poi assedia quest'isola sitibonda e insala tutte le sorgenti a pie' del monte.
Chiediamo aiuto di nuovo a un poeta; e questa volta a un moderno latino. Con entusiasmo azzurro, il francese Valéry Larbaud una volta esplose in questo grido lirico: 'Ovunque il mare parla in italiano'. Riferita a questo mare Adriatico, anche la parola del Gargano è un canto a due voci; dove l'assenza e il silenzio, come pause e ritmi, hanno costituzionali funzioni espressive.
Doppio il volto, doppio il linguaggio. Simile al gemino dio Giano, bifronte è il suo volto: verdazzurro il profano, caro all'uomo estivo e al turista d'ogni paese; rosso il sacro, caro alla gente devota d'ogni parte del mondo.
Il dialogo marino è uguale e comune a ogni riva e costa adriatica in giorni d'accalmìa, quando la maretta parlotta e ciangotta tra scogli, anfratti, piccoli fiordi e lidi di distesa beatitudine. È la buona voce familiare di tanti giorni feriali e seriali; la buona voce amica dell'acqua che conforta e rassicura in ore di smarrimento, come avvenne a Renzo udendo la voce dell'Adda.
Di mattino il sole di levante meglio illumina il Gargano e rosea la luce fuga le ombre di ogni antro. Allora si respira sole, fuso con l'acqua: si nuota nella morbida seta rossa dell'aria; le mani la dipanano e la tessono, mentre il remo incide il sangue dell'acqua.
Gargano. Baia di Mattinatella.
Gargano. Baia di Mattinatella.
L'acqua s'insinua in ogni grotta; è mobile lingua luminosa, parla, sciaborda, canta; è un coro multi-voci che si propaga da grotta a grotta, da Mattinata a Vieste, alle Tremiti. Questi rifugi di cavernicoli conservano l'incantesimo che la natura rinnova in ore e stagioni. Spontanea la tabulazione, rilevabile nella toponomastica rusticana e marinara: colombi e campane, alberi e uccelli, mostri, sirene e donne prestano nomi per un disancorato viaggio verso il sogno. E vivere come in una favola notturna o diurna è ancora la ventura delle venture.
Qui sia lecito, come per essere cullato dalla nenia di una litania, indicare agli altri e ripetere a me sottovoce questi nomi favolosamente vivi, guidato dal remo esperto di un pescatore solitario: un marinante.
Vieste. Chiesa di san Francesco nella omonima Punta.
Vieste. Chiesa di san Francesco nella omonima Punta.
Si tratta di pratiche denominazioni nautiche, ma che solo a ridirle eccitano l'immaginazione: 'grotta donna' (buon avvio per un viaggio costiero); 'cala dei cefali' dove, a detta dei marinai, questa piccola insenatura sarebbe feconda di infiniti branchi di cefali innamorati; 'pareti rosse' (che a picco sul mare di rosso fuoco ricordano stragi di Turchi lepantini); 'valle dei cacchi' (beh?); 'valle dei gabbiani' (con a fondo valle una polla d'acqua salmastra). E poi: dopo le 'pietre nere' e lo sperone di Mattinatella, si giunge alla 'fontana delle rose' dove si beve a giumella fresca acqua sorgiva; 'cala delle fiche' (interpretazione ad libitum? La castità del marinante non risponde); 'baia del pescecane' (permane la leggenda del mostruoso pescecane fiocinato); ci sarà poi una 'grotta sfondata'. Ed ecco il faraglione 'ago' per sarta gigantessa, che ci mena alla 'chiesa di Roma'. Inoltre, queste divagazioni itineranti ci portano a un 'magazzino' (buon riparo dalle piogge), alla 'baia delle pipe', allo 'sperone dei mergoli', alla 'baia dei mergoli' coi suoi 'faraglioni' (ai quali ora si accede in ascensore). Giungiamo al triste 'porto Stefano': in questa piccola insenatura, dalle pareti molto alte e lisce, tempo fa perirono di stenti e di fame alcuni marinai, che sorpresi dai marosi credettero trovarvi un rifugio sicuro, e poiché le condizioni del mare si prolungarono proibitive, non ebbero nemmeno la possibilità di essere aiutati. Il nome di 'porto Stefano' deriva dal nome del capobarca. La 'baia della rodiana' ci apre infine le porte alle più celebrate e frequentate grotte dello Sperone: alla 'grotta a due uscite' e, dopo la 'baia dei morti', alla rossa, mattutina 'grotta campana', all'invidiosa 'grotta azzurra o dei pipistrelli', all'opalescente 'grotta dei colombi'.
Vieste. Cala della Pergola.
Vieste. Cala della Pergola.
Prima e dopo Pugnochiuso, dove l'insediamento umano è stato compiuto a dimensioni superumane, la strada di 'Cala della Pergola', che con uno spacco si apre precipite al mare tra precipiti pareti rocciose, e l'arco trionfale dell'incantevole 'Campi' spingono al decollo ideale verso le grotte delle Tremiti. Nelle notti invernali più fonde e tempestose, il singulto del 'bue marino' urla alle stelle la tragica condizione esistenziale di una terra e s'intona al funebre lamento delle mitiche diomedee.
Se la rabbia veloce della bora spazza l'Adriatico, incontra questo antemurale del Gargano. L'urto, che frena l'impeto della sua libertà, la rende più furente. Sotto la sua azione si sconvolge il volto della terra e si tempra il carattere di questa gente volitiva e puntigliosa, tenace e scontrosa. Lottare è dunque il quotidiano comandamento.
Vieste. Grotta sfondata.
Vieste. Grotta sfondata.
Ma quando il più ostinato maestrale o il più scatenato libeccio converte l'onda lunga in frusta che percorre e percuote il litorale e, con ritmo ossessivo, rotola e srotola ciottoli sulla battigia in declivio, si ingenera un vago senso di crollo, di frana perenne. Esplode allora dalle cento bocche delle grotte un'orchestrata e irosa volontà di distruzione; un delirio corale fa marea, sale alle stelle. Una desolata disperazione invade gli animi. Lottare, combattere avversità metereologiche, sociali ed economiche fa una cosa sola. La contestazione clamorosa è rivolta ai suoi mali geografici, dovuti all'isolamento, e ai suoi mali storici, per una storia subita, in margine, senza partecipazione.
Allora un desiderio di cieli fuligginosi corrode e stempera la primitiva volontà ferrigna e ci si avvia al Nord, confortabile e redditizio paese. Ma vi è chi si nasconde ostinatamente nelle cose più care, nella tradizione tradita; vi è chi si rassegna umilmente al poco per sentirsi felicemente più povero. Ed è la pazienza la più eroica virtù del vero garganico.
Disperazione, rassegnazione, pazienza ascetica, si aprono così le porte e le grotte del Gargano rosso e mistico, quello esposto all'implacabile aridità del sole. Qui, in punta di piedi, conviene ascoltare una voce plurimillenaria, un canto sottovoce affidato all'acqua. In queste grotte, come da una dura cervice, oscuri nembi di pietra distillano gocce con cadenze eterne. Sottolineano il lontano rombo del mondo e gli echi fanno più vasti i silenzi. Mare è qui la solitudine e si rabbrividisce alla morte del tempo.
Agglomerata in stalattiti e stalagmiti, l'acqua si fa pietra e la pietra parola di fede.
Ha voce mistica la goccia che cade sul capo scoperto del pellegrino nella grotta dell'Angelo.
Rodi Garganico. Il trabucco di Monte Pucci.
Rodi Garganico. Il trabucco di Monte Pucci.
L'acqua si fa preghiera e questa si concreta in pàtera votiva, stretta per l'eternità tra punte di stalattiti e stalagmiti nella profonda e misteriosa grotta Scaloria.
Scende, come lacrime del tempo che fu, dal volto del Cristo inciso sulla roccia nella grotta di Valle Tana e lungo le pareti dipinte nell'antichissima grotta di Paglicci.
Si unisce giuliva ai popolani festanti nella grotta di Monte Nero; inneggia con la buona gente rurale e lacustre, al bel mese di maggio, in quella di San Michele presso Cagnano e stupisce nella preistorica grotta dell'Angelo presso Sannicandro con rapide immagini riflesse delle Tremiti, tra Monte Devio e i due laghi.
(E vi sono umorose caverne che sono taverne, dove avidi e inquieti visitatori odierni, come famelici segugi a caccia di piaceri, celebrano i loro riti con sacrifici a dei della vecchia e sempre nuova mitologia).

Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Tipi e costumi garganici - Fanciulla con la 'conca' per l'acqua su per una 'costarella'.
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Tipi e costumi garganici - Fanciulla con la 'conca' per l'acqua su per una 'costarella'.
Il segreto del Gargano è, ci si passi il bisticcio, dovuto alla sua segregazione.
Un angolo di terra, un'isola, tagliata fuori dalle grandi linee di comunicazione terrestri e marittime, ma, quando lo si voglia, a portata di mano, a seconda dei bisogni e desideri; il che è a un tempo sfortuna e fortuna. Oggi che una frenesia di vivere ha preso tutti noi e ci ha collocati fra i più strani rumori di ogni genere, il figlio d'uomo si direbbe non ha più una pietra dove posare il capo. E se non proprio il riposo, se non la pace, chi è avido di quelle sensazioni tutte moderne, di scoprire cioè in un luogo il segreto scorrere del tempo, antico e rimescolato col nuovo, e di interrogare le cose per avere una risposta al proprio stato d'animo, tra queste pietre grigioviola, tra queste piante può anche trovare una sua soddisfazione.
La bontà del Gargano sta appunto nell'utilità di essere a pochi passi dai grossi centri abitati, da grandi arterie a quasi metà strada della penisola, ritratto in disparte, e offrire subito all'umana gente affaticata, col riposo in siti bellissimi, qualcosa di primitivo e di nuovo.
Ma il suo segreto naturale e umano sta in alcuni pozzi del tempo e in una geografia non propriamente italiana.
E vi è anche da scoprire nel cuore dei garganici una tenacia, una fedeltà a determinati modi di sentire e di vivere.
Se un occhio esperto, non sapendo dove si trova, lo chiedesse al cielo di un azzurro nettissimo e profondo, alla crudezza della luce, talora abbacinante, al grigio perla e viola dei monti, alle interminate pietraie, alle rocce, in alcuni punti convulsamente stratificate, alle pernici e alle allodole, gli rimarrebbe solo il dubbio di non sapere se essere nel Gargano o in Grecia. L'ulivo e il mandorlo continuerebbero l'inganno e non meno i bruni volti dei montanari, il loro sguardo, lampeggiante, indagatore e diffidente, e il riso delle donne pronto a notare il ridicolo delle cose e dello stesso viaggiatore. Anche i fanciulli non mancano di porsi, di fronte al forestiero, in istato di allarme, e a debita distanza si difendono col riso.
Approndando a Corfù o a Vieste, a Zante, a Cefalonia, a Manfredonia, a Rodi o a Peschici, o ad altre tranquille cittadine, dal golfo di Corinto alla montuosa Morea, di qua dall'Adriatico o di là dall'Ionio, si ha il sorprendente piacere di trovarsi di fronte allo stesso paesaggio. Una eguale petrosità abbagliata dal sole e fatta nervosa dal nitore delle luci ci inseguì ovunque; e, ancora, i perenni ulivi che si confondono al colore delle rocce, i mandorli e le interminabili pareti di fichidindia. Il bianco delle strade scavate a serpentina nella roccia, il variegato splendore del diaspro e del marmo in alcune zone, non consentono una distrazione. Anche le voci animali, la potente sonorità degli asini e l'ansito profondo dei muli funerei nell'assalto di sentieri a schiantapetto, anche le voci umane, hanno la stessa inflessione e lo stesso timbro troppo vibrato nell'aria. I colori esaltati hanno una eguale singolare personalità: il rosso di una gonna, il turchino di un grembiule, il verde ramarro di un camiciotto si impongono con violenza.
Terra scontrosa che si presenta con un suo scoraggiante squallore, ma segretamente fertile e generosa, con la maturazione severa di alcuni suoi frutti di impareggiabile sapidità. Ne è prova e simbolo l'albero di Minerva, il quale spacca il sasso per donarti un frutto che è cibo e luce.
La conferma di questa identità greco-garganica, segreta o scoperta, più che sulle coste va ricercata nell'interno; sempre nel paesaggio montuoso, su alcune vette dove l'orizzonte ha per confine il mare e, ancor più, in alcune valli, nelle forre, nei burroni senza fondo, nei greti aridi dei torrenti, dove un acquazzone passa come una battaglia perduta. Qui 'tutto è antico, fermo e incantato: tumultuanti memorie in un silenzio disumano', direbbe un poeta d'oggi.
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: La torre di Punta Maletta, dalle pendici del Monte Devio
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: La torre di Punta Maletta, dalle pendici del Monte Devio
L'irrequietudine del tempo si direbbe che non ha più nulla da dire al pescatore e al contadino. Il variare delle vicende umane può essergli una riprova non della saviezza, ma della ritornante matta bestialità. Il senso di una serenata che scuote il velluto della notte o il fosco lucore di una lama di coltello, che appare dal velluto di una giacca, scandiscono le strofe di una vita di passioni eterne ed elementari. Identici giuochi degli elementi, nella trama delle stesse coordinate fisiche e spirituali, spingono l'uomo verso il dramma e la tragedia. Il pastore dell'Acaia e l'avventuroso mandriano garganico, il capraio, hanno solo attimi di contemplazione: acuta e rapida. Amano invece profilarsi sull'orlo dei precipizi, correre sulla corona delle doline, precipitarsi lungo i dirupi a gara con le capre e le pietre scatenate nella corsa. Le aree vette di Castelpagano, del Celano, del Calvo, dello Spigno sono le dimore predilette. Caccia, ratto e rapina affascinano più per il giuoco dell'avventura che per l'avidità del guadagno: il ladro Diomede ha posto nel sangue del garganico questa febbre rapace. La seduzione del delitto è quasi sempre subordinata a quella più imperiosa del dramma, della lotta e della catarsi. È un modo di andare a fondo per comprendere, per conoscere dopo l'impellente e violenta scarica delle passioni. Sul Gargano, come nella antica Grecia, si sa ancora morire, si sa cioè giocare in un punto tutta la vita per la limpidità di una intuizione. E tutte le passioni sono la necessaria legna da ardere nel focolare di una verità scottante, amara e sublime insieme. L'amore del garganico non è spicciolo e aneddotico, ma assoluto e perentorio: un giuoco sull'orlo dei precipizi.
Così le tragedie di Edipo e degli Atridi ora si ripetono ora si rappresentano con un sottile piacere che inquieta l'ospite candido e ignaro. Il nostro garganico, nell'ultima guerra, credeva di trovarsi a casa sua, a Patrasso come a Manfredonia, a Cefalonia come alle Tremiti, a Coo e a Rodi Egeo come a Rodi Garganico. Richiamo onomastico e floreale di città dalla rosa egea alla rosa adriatica.
L'aspetto selvaggio non inganni il visitatore sentimentale. Il romanticismo, come in Grecia, non ha sul Gargano buona casa. Il medioevo ha approfondito la religiosità del garganico, ma non ha estirpato alcune sue profonde radici di paganità. Una festa religiosa è anche una sagra popolare. Una festa nella mente del popolo si associa al clamore e allo sfavillio delle luci. Darsi appuntamento in chiesa è cosa usuale per gli amanti. Una volta, prima dei cinema e dei bar, gli unici locali pubblici erano le chiese; e le cerimonie religiose, specie quelle della settimana santa, pretesti per sfoggi di abiti e di passioni giovanili per il chiasso. Non romanticismo, dunque, ma classicità che sola dà freno all'esplosione violenta delle passioni: misura estetica e gnoseologica, dunque, prima che morale. L'accennata paura del ridicolo, tipicamente ellenica, è temuta più del carcere da un garganico: non raro il delitto per una beffa patita.
Questo freno della misura si riscontra in un particolare gusto del preciso, del rifinito, del cesellato. Polito, o meglio 'pulito', a San Marco, è sinonimo di bello e di perfetto; e proprio qui abbondano, o meglio abbondavano una volta, orafi e artigiani del legno e del ferro. Il giuoco stesso si concepisce come una rigorosa obbedienza non solo alle leggi, ma anche allo svolgimento ritmico delle parti.
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni di Luigia Nicodemo Gersteinbrand del 1871
Immagine tratta dal libro Scene e descrizioni di Luigia Nicodemo Gersteinbrand del 1871
Come in una mètopa, come in un bassorilievo classico con gruppi di figure, l'ordine dei movimenti è in rapporto a un rispetto musicale. Se porgiamo l'orecchio alla parlata, i relitti lessicali greci non sono meno numerosi dei latini. Talora si tratta di vocaboli che resistono, come il locale diaspro, al tempo e alla sovrapposizione degli eventi, alla lingua imposta dagli ulteriori dominatori. A San Giovanni, a San Marco e a Sannicandro, si potrebbe ricavare dalla voce del popolo un elenco considerevole di parole elleniche, ancora vive e ortoepicamente pronunziate. Ma più si vorrebbe dire della stessa sintassi, libera e armoniosa come la greca, e non attanagliante come la romana. E su tutto il suono fisico del discorso, la sua vocalità propriamente ionica fa meraviglia: vocalità intesa nel duplice senso della musicalità e della predominanza delle vocali. E valga l'esempio di una proposizione sammarchese: 'Ia, i jeia i' (Angelo, io devo andare). Sol che, occorre aggiungere, questa rapida e rara eleganza è stata poi molto variata e appesantita, nelle inflessioni, nella cadenza e nella presenza di gruppi consonantici, da ulteriori dialetti, specie dal latino, dallo spagnolo e dallo slavo.
Spagnoleschi possono anche a prima vista sembrare i costumi. Lo sfarzo dei monili, degli ori, dei colori sgargianti delle sete e dei velluti aveva già incantato un'ottocentesca visitatrice svizzera e turbato il Gregorovius. Bellissimi, tra i mediterranei, sono ancora i costumi di Monte Sant'Angelo e di Sannicandro. Ci duole rilevare che essi sopravvivono in grazia del carnevale. Se si fa però attenzione non alla superficie sfarzosa e scintillante, ma alla sapienza degli accordi cromatici, alla suntuosità delle lane e dei velluti, alla grazia del portamento muliebre, le donne della Beozia, della stessa Attica, oggi come ieri, ci verranno incontro. Se la semplicità è esclusa, non manca mai il gusto nella complessità del guardaroba. Di là da ogni esteriorità siamo però indotti a scoprire la presenza dell'Ellade in qualcosa di vago e indefinibile. Nell'assiduo canto di donne non viste, felici di esprimersi e sicure in 'chiuso ricetto', ascoltiamo il richiamo delle sirene. In un gruppo di fanciulle, al lavoro candido del bisso e del lino, ci piacerebbe scoprire la presenza, come tra le Cariti, della foscoliana 'Pallade che a mezzo amabilmente ride'.
In un'esclamazione estatica, in un grido di meraviglia, nella luminosità di un sorriso, nell'agile giro del collo e della testa, nella grazia di certi gesti astutamente sorvegliati e sospesi delle nostre donne, la Grecia ancora anticamente ci saluta. E una conferma ultima, di questa grecità ineffabile, ci verrà nello scoprire, lungo i lidi garganici, fanciulli meravigliati dalla 'conchiglia marina, figlia della pietra e del mare biancheggiante'.
Poco apprezzabile cosa sono i ricordi romani: ad esempio il culto di Giano lungo le valli occidentali; e poi la memoria delle querce oraziane e di periferici e incerti siti straboniani.
Come oggi, ai tempi di Roma le grandi vie di comunicazione tagliarono fuori questa montagna. Questi americani antichi andavano alla svelta per le vie del mondo e, avendo resa la vita sicura da ogni sorta di pirateria, la gente, come oggi rapidamente divalla, allora scendeva volentieri alla piana. Le selve e le querce di Orazio attireranno soltanto molto di poi il falcone dello 'scientifico' re Federico. I nomi delle città sepolte, vaghe nei luoghi e labili nella memoria, sono pur sempre greci. Siponto, Siri, Apeneste, Matinum, Uria. Ci attestano essi una vita fervida e florida del popoloso Gargano nelle prime luci della civiltà mediterranea, nella giovinezza del mondo sotto il segno dell'Ellade.
Così non vengono, 'tra la calura i polverosi biancospini', i distratti italiani che disprezzano la grazia e l'abbondanza di tante patrie bellezze; e solo si accorge di questa evidente analogia fisica e umana qualche straniero sapiente, che ne rimane sorpreso e vi pone le tende. Così con le pernici di Alcmane dormono

'...le cime dei monti
e le vallate intorno,
i declivi e i burroni'.

E i ricordi tumultuano in un sovrumano silenzio e in una profondissima quiete. Altrove si è detto, a dispetto dei geologi, che questa montagna si è forse staccata dalla spina dorsale dell'Appennino per spingersi curiosa verso il mare e la costa dalmati. Ma forse, con più ragione, essa, ansiosa di sapere e di andare come l'irrequieto Ulisse, si sarà staccata dalla matrice greca e propriamente dalla pietrosa Itaca per fermarsi qui, ancora in una misteriosa e segreta sospensione.

Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Sannicandro Garganico: La corte di San Giorgio.
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Sannicandro Garganico: La corte di San Giorgio.
Cominciano a giocare col cielo, in estasiata puerilità, nelle notti d'agosto a novembre, a chi conta più stelle cadenti.
Con la magica luce di latte della luna, il registro delle cose muta improvvisamente. In un'atmosfera stregata nei boschi, sui prati e sulle aie, tutti si sentono fantasmi: far paura, aver paura è ancora un gioco di puerile delizia e d'infinita ebrietà. Si inventano teschi umani, ricavati dalle cucurbitacee, e animati internamente con lumini da notte. Si fingono, si sentono un po' tutti fuochi fatui. Le storie di spiriti sono desiderate e temute come droghe. Gnomi e folletti hanno l'arguzia bonaria del loro stesso carattere.
Lo scherzo feroce piace come la paprica. I giochi d'occasione, quelli inventati sul momento, sono i prediletti. Mentre si cammina, buttar dall'argine di colpo un compagno in una fratta di rovi, per vedere come se la cava, è un passatempo usuale. L'infortunato ne esce con la gloria di qualche ferita, senza fiatare e protestare, ma pronto a rifarsi alla prima occasione.
Produrre uno sconcertante disordine nella casetta di un amico è cosa che eccita; e, ancor più, suscitano risate le sue escandescenze e la sua ira. Un forestiero, un coso con due gambe, è minutamente osservato con aria maliziosa e a un tempo tonta; pronti, però, non appena si sarà allontanato, a rifarne gesti, a ripetere parole, a camuffarsi come il malcapitato, per rendere più puntuale la loro osservazione: è la 'ripresa', anzi la 'pianta' essi dicono. Stringersi a girotondo intorno a un compagno ignaro o ultimo venuto, e sfidarlo a sgusciare, come un'anguilla, tra le loro gambe. Generalmente si attacca così la serata dei giuochi e se ne stabilisce l'aura richiesta.
Ma con la luna, si diceva, è altra cosa. Con essa, d'estate, è il tempo dei giuochi classici: il passantino, il cavallo lungo e il tata-melone. Sono giuochi che richiedono, tutti, agilità, forza, spreco di energie, slancio, astuzia, inventiva e antico senso di misura e di controllo. Fa meraviglia notare anzitutto due cose: saper stare alle regole e al rischio del giuoco, e possedere una spaventosa carica di energie da consumare nella notte dei giuochi, dopo una lunga estiva giornata di lavoro, anzi di fatiche.
Bambini che giocano.
Bambini che giocano.
Il 'certamen' occorre accettarlo: il giovinetto che si rifiuta al giuoco è uno squalificato, come un riformato di leva. Nulla è più temuto di un negativo apprezzamento da parte di una bella spettatrice. Questa, egli lo sa, subito direbbe: chi non è buono per il re non è buono nemmeno per me.
Molto spesso le aie, che nel giorno sono state are di un lavoro sacro rituale e canoro, di notte si trasformano in ribalte e platee. L'allegro vocìo o un fischio lacerante li richiama da lontano un miglio. La sera posata scandisce le voci nell'aria, che rimangono sospese come in una acustica fata morgana, perché difficile è stabilirne la lontananza.
Vengono le donne e si rammucchiano nell'angolo più riposto: le anziane, con le mani sotto lo zinale, e le giovani, accucciate su scranne e seggiolini, intrecciano le braccia tenendosi le mani che fanno da unico filo telefonico d'intesa. Il riso spumeggia perenne, urgente e irresistibile. E, quando cade, anche il vento si incanta e ascolta; e poi riferisce agli alberi, alle colline e alla luna.
Allora i maschi, tanto per cominciare, giocano al 'passantino', che fa anche da richiamo ai compagni assenti. Il giuoco ha bisogno di un largo spiazzo o del rettilineo di una strada pianeggiante. È un misurarsi al salto a seconda della groppa offerta da un compagno. Il primo appunto china la testa, anzi tenta di nasconderla, e punta, a sostegno, le mani contro le gambe. C'è chi desidera questa groppa più alta e preminente, e chi più bassa: è un empirico altimetro a seconda della capacità, dell'impeto nello slancio e della vigorosa elasticità. Il saltatore, dopo una breve rincorsa, nello slancio poggia un attimo le mani sulla gobba del compagno, divaricando al massimo le gambe, e dopo il salto, a congrua distanza, si dispone anche lui a far da ostacolo. E così il terzo, il quarto, via via tutti divenendo ciascuno ora saltatore ora ostacolo. Lo scherzo di porre difficoltà improvvise a un saltatore inesperto è usuale.
Il gridìo festoso talora si sgrana in un sorta di filastrocca cantilenata, che ritma corsa e salto.
A 'cavallo lungo' si gioca così.
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Tipi e costumi garganici - Ragazza alla fonte
Gargano segreto - Illustrazione di Alfredo Petrucci: Tipi e costumi garganici - Ragazza alla fonte
A sorte due capisquadra scelgono i compagni: da tre a cinque, generalmente quattro. Gli otto giocatori quindi si dividono in due squadre. I quattro perdenti al sorteggio si dispongono a formare un lungo cavallo. Il primo dei quattro, cioè il più forte, punta le braccia a sostegno contro un muro; il secondo abbranca sedere e cosce del primo, nascondendo in qualche modo la testa tra anche e braccia; e così via via il terzo e il quarto. Si forma uno strano animale: un ottupede che attende quattro cavalcatori. I quali saltano in ordine di grandezza decrescente. La regola del giuoco è che il saltatore rimanga al posto raggiunto col suo slancio nel salto. È proibito muoversi, acconciarsi e anzitutto toccare terra coi piedi. Non mancano in merito polemiche, discussioni: interessante l'urlìo dei leticanti. Avviene di frequente che l'ottupede inerpichi troppo la schiena; facile quindi il disarcionamento. Spesso il peso è sostenuto da un solo compagno sottostante, allora la piramide umana crolla.
A volte qualche bimbo offre ammirata prova di grazia e agilità: ammesso al giuoco per necessità di pareggio dei giocatori, anziché posarsi sul cavallo, vola addirittura sui cavalcatori e si afferra alle loro teste o colli, quasi strozzandoli, tenendosi a mezz'aria, come un fringuello. A lui i deliranti applausi femminili.
Ma veniamo al 'tata-melone'. Per questo giuoco occorrono fantasia sbrigliatissima e facilità d'eloquio. V'è un compratore, un sensale e vi sono due nerboruti estirpatori di immaginarie piante di zucche; oppure due improvvisati domatori di puledri; il numero di questi ultimi è vario e illimitato. Perché, la mercé umana ora si finge grossi meloni e stupende angurie di Apricena, ora puledri alla fiera. Contro i quattro suddetti, gli altri si dispongono a sedere su un campo liscio, in modo da rendere meno dura la prova delfondo dei pantaloni che inevitabilmente, però, ne è sempre levigato. Si allineano in ordine di grandezza e di forza: un primo, addossato possibilmente a un muro o a un qualsiasi sostegno, contro cui forza le spalle, fa da caporadica e venditore. Divarica le gambe e stringe al petto un secondo, il quale a sua volta, in egual modo, attanaglia un terzo; e così via via fino al più piccolo giocatore, in modo da formare un tutt'uno tenacemente abbarbicato. Cominciano le trattative di vendita tra il caporadica, il mercante e il sensale.
Bambini che giuocano.
Bambini che giuocano.
Gli altri folleggiano, fìngendosi ora meloni e angurie, ora puledri, emettendo nitriti di gioia e di foia. Si imitano scene di mercato e di fiera. Si improvvisa una vera commedia dell'arte: lo spettacolo è interessante a seconda dello spirito e dell'arguzia degli attori. L'estro sfida il più acceso surrealismo. A patti convenuti, finalmente si sradica il primo melone. E qui l'interesse delle parole cede a quello dei movimenti: una progressione ordinatissima di due forze in contrasto degna di una mètopa, di un basso-rilievo greco. La lotta, ed è una vera e dura lotta, non è sempre facile e vittoriosa. I puledri o meloni, tenacemente cementati fra loro, sono trascinati ma non disgiunti facilmente: si torcono, si aggrovigliano, oscillano e, solo consenzienti, mollano. Dopo lo 'schianto', ed è la giusta parola, si ritorna a nuove ed estrose trattative per la compera di un nuovo puledro o cocomero, e più laboriosi sono gli 'schianti' per la maggiore vigoria degli ultimi.
Dopo tanta fatica, il meritato riposo. E mentre ancor dura l'affannoso respirare nei giovani petti, le donne, lungamente pregate, cantano: è l'ora del premio a quelli che nella sera, giocando, hanno sprecato più energie che lavorando. Promettono le ragazze, nel canto, al loro amore una casa con una camera, una cucina e una finestrella aperta all'onda del mare. Narrano di una madre gelosa, della quale il giovane intende vendicarsi, sorprendendo la figlia sola al mulino per farle, una buona volta, 'la farina fina'. Oppure estasiate invitano a guardare la bella luna-donna che accolga il bianco lume come un oppio e non si curi dell'amore. Questo canto, soave nel suo svolgimento, ha parole e movenze che ricordano una celebrata canzonetta del Vittorelli.

Guarda che bella luna!
'n celo ci son le stelle:
bella, tu dormi
e non pensare all'amore.

La desolazione di un noto canto di Saffo permane nella giovinetta garganica. E finalmente, col più classico dei canti locali, pensano all'odorosa valle di Stignano, perché sia al loro amato che sale dall'assolata Puglia un materno letto: la valle è piena di rose e il nino vi passa e si riposa e, al profumo della menta, si addormenta.

La valle di Stignano
chiena di rose
passa lu ninne mio
e si riposa.
La valle di Stignano

chiena di menta
passa lu ninne mio
e s'addormenta.

Questo canto ha un tremolo prolungato e solenne, che ricorda quello gregoriano, il fresco delle navate e, a un tempo, il tremito delle rane nei fossati. Dà un senso di sconfinato riposo, di tonicità; e sempre, a udirlo, il fascino si rinnova come per un canto di culla.
Ma tutti questi canti di donne garganiche, nella notte, sono luminose nubi sonore che si dissolvono su di noi come una desiderata pioggia estiva.
Dopo i giuochi, rimane il contadino a guardia della poca roba, ancora odorosa del suo sudore.
Intona il suo lieve e breve sonno al tacito viaggio delle stelle.
Coltre luminosa la luna.
I canti femminili hanno disteso immensa pace.
La luna ha nevicato il suo silenzio.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?