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Rivista Italia: Giosuè Carducci
Rivista Italia: Giosuè Carducci
Le due reazioni avvenute in S. Marco in Lamis e in S. Giovanni Rotondo e l'altra in Cagnano non ebbero fine politico.

Invero quella di S. Marco in Lamis veniva occasionata da stolta letizia, l'altra da falso principio di respingere le forze per tema di militare violenza.

Quelle di S. Giovanni Rotondo e di Cagnano prodotte venivano da spirito di parte, da ladroneccio, da saccheggio e da vendette private.

Si vogliono ridurre i popoli ad ottemperare all'attuale regime? Si alzi una voce: diritti e doveri.

Tutti gli esseri hanno le loro leggi: in fisica ogni cosa deriva dalla proprietà dei corpi; in morale il diritto naturale nasce dalle primitive facultà.

Facultà, bisogni, mezzi di soddisfarli, ecco tutto l'uomo.

Dai bisogni, come necessaria illazione dell'esercizio delle facultà, nascono i doveri: il primo bisogno è quello del nutrimento, quello della sicurezza il secondo.

E questi due bisogni siano a cuore di chi presiede alla cosa pubblica.

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Cagnano è posta nel nucleo del promontorio garganico ed è situata come in cima del triangolo che agli estremi ha per base S. Marco in Lamis, all'occidente S. Giovanni Rotondo, all'oriente, e se per detti due paesi se ne sono già deplorati gli avvenimenti, Cagnano non se ne poteva rimanere indifferente e gli conveniva comparire in scena per rappresentarvi la sua parte.
Ecco perché nello stesso giorno ventuno del mese che si deplora, ed in occasione ancora del plebiscito, verso la metà del giorno, quando la commissione di quel Comune non ancora erasi sciolta per raccogliere la votazione, si sentivano ammutinati i cittadini e, tra essi, alquanti sammarchesi, che ivi stavano a travagliare e già si sentivano voci tumultuose e grida di Viva Francesco Secondo.
Non mancarono dei buoni ad accorrere per farli tacere e scioglierli, ma all'invano.
La calca si ingrossava e si faceva imponente, facendosi sentire. La reazione innalzava la sua cresta. Il galantuomismo si dové ritirare, ma poco di poi venne obbligato comparire in strada e ripetere con essa gli evviva.
Finì così l'avvenimento del giorno, ma nel sorgere il dì novello si vide altra volta il basso popolo riunito, e preceduto da bandiera bianca, gridando Viva Francesco II, si diresse al corpo di guardia ove distrusse e devastò quanto gli passò sotto mano; e perché si bramava sangue, volendo imitare l'atrocità dei sangiovannesi, così non trovando resistenza al corpo di guardia, assalì la casa di un tale Salvatore Donatacci e, mettendo fuoco alla porta di ingresso, tirò nella casa una grandinata di fucilate, nella quale rimase vittima il Donatacci.
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E come all'atrocità di questo misfatto i buoni, presi da spavento, si chiusero nelle proprie abitazioni, così i rivoltosi furono liberi di scassinare il magazzino del disgraziato e rubarono tutti i generi che ivi stavano conservati; salirono sull'abitazione, raccogliendo il freddo cadavere del Donatacci, lo portarono via trascinandolo su quella pubblica piazza, da ove, dopo averlo insultato e seviziato, venne raccolto dalla buona gente, che mai non manca, per dargli sepoltura.
Posteriormente si intese l'arresto di don Giuseppe Pepe che, per grazia grazia specialissima, fu assolto giacché i caporioni Paolo Giangualano e Nunzio Scirtuicchio ne ebbero commiserazione.
Assodati gli affari in S. Giovanni Rotondo, il generale Romano vi dové accorrere per arrestare i progressi sempre crescenti di siffatta reazione e gli riuscì fare molti arresti e quindi, rimanendo ivi parte della sua brigata, fece ritorno in S. Giovanni per terminare le militari operazioni rimaste sospese.
Assicuratasi la maggior parte dei rei alla giustizia, un subitaneo consiglio di guerra eretto in Cagnano condannò alla pena di morte con la fucilazione i caporioni Giangualano e Scirtuicchio e altri venti venivano condannati a trenta anni di ferri.
I due condannati a morte si raccomandarono alla grazia del Re per commutazione di pena, e tra i condannati ai ferri vi erano sei sammarchesi, che ne ottennero dal Re una diminuzione.

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Lo squillo della tromba ordinava la ritirata dei cacciatori che si erano sparpagliati sulle vette dei monti ed il rullo dei tamburi faceva disporre la truppa al defilare e così con il suono della banda musicale che accompagnava la truppa, tra gli evviva a Vittorio Emanuele, a Garibaldi, all'Italia una, libera ed indipendente si entrò in paese per la strada del Ponte alle Grazie.
Tutte le strade formavano un continuo padiglione di bandiere tricolori e fazzoletti crociati: le donne dai veroni sventolano bianchi lini, salutando la truppa con li stessi evviva.
Si girò sempre gridando per la piazza maestra, si prese la piazza seconda da S. Berardino, e si camminò per tutto il paese; e quando si giunse al corpo di guardia, un altro grido di evviva, ed ognuno soddisfatto si ritirò.
I soldati cantando e contentissimi della risoluta accoglienza presero gli alloggi per riposare.
Per ordine del Governatore il popolo riunitosi in comizio divenne al plebiscito che non poté aver luogo nel giorno ventuno e la Commissione, in permanenza sino alle ore ventiquattro, ebbe colma di Sì la cassolina dei voti, che il dì seguente si portava in Foggia dal decurione don Giovanni Picucci con uffizio della lodata autorità.
Schiusa da quella Commissione risultò il numero di 3.200 Sì e non si rinvenne alcuna cartella per il No. (grassetto del webmaster)
Nella notte dell'istesso dì ventotto il Governatore partì col Procuratore Generale per Foggia e rimaneva ordinanza per effetto della quale si dovevano pagare in breve termine ducati seimila per rivaluta di spese di guerra, facendosi gravitare la metà sul clero e l'altra metà sul popolo. Penale che entro due giorni venne pagata.
Con l'istessa ordinanza si comandava il disarmo generale, si scioglieva la guardia nazionale e la piazza rimaneva sotto il comando militare.
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Nel giorno trentuno il generale Romano, rimanendo qua una compagnia di garibaldini e dragoni, si recava col resto della forza in S. Giovanni Rotondo; con li stessi trattati e condizioni che qua si osservarono, là venne rafforzata dalla guardia nazionale di Monte Sant'Angelo da dove i signori Governatore e Procuratore generale, con altra forza e con due cannoni, si portarono a Foggia.
Il paese fu posto nello stato di assedio e si doveva entrare ed uscire con carta di passo.
Il convento dei padri cappuccini venne assediato e quei monaci, custoditi nelle rispettive celle, non potevano tra essi comunicare. Del convento i militari ne erano padroni e tutte le provviste presto si consumarono.
I monaci così chiusi e guardati si trovarono in cattivo stato ed appena si dava loro scarsissimo alimento. La loro posizione era esasperata dal perché in convento, nella prima andata dei garibaldini, si trovò uno di questi ucciso ed altri al di fuora, attribuendosi e ritenendosi la convivenza di alcuni monaci, essendosi molti di essi dati in fuga. Si procede agli arresti e 180 individui furono messi in carcere.
Il Governatore con editti richiamava in paese i galantuomini che si erano allontanati ed il procuratore Generale occupatasi per una istruzione sommaria; si sperava che ne fusse risultata la innocenza dei frati.
Compiutasi siffatta istruzione per tutti i sempre detestabili avvenimenti, il generale Romano con porzione della truppa si portava a Cagnano, ove pure vi fu reazione con omicidio, e strada facendo, si imbatté in alquanti soldati sbandati sangiovannesi, diretti dal caporale Antini, che si erano dati in campagna dalla pace conclusa con S. Marco in Rignano, e cinque di essi col caporale, per divina disposizione, caddero in mano dei militari; strettili e legatili da infami sanguinari vennero condotti in Cagnano.
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Nei giorni cinque e sei novembre un consiglio di guerra subitaneo si occupava per gli esami in pubblica discussione dell'avvenimento di S. Giovanni Rotondo.
Il Generale ritornava da Cagnano conducendo seco gli arrestati sangiovannesi.
Il giorno ultimo del consiglio, ed alle ore cinque della notte, in continuazione dell'ultimo atto della discussione pubblica, alla unanimità ha condannato e condanna Vincenzo e Giuseppe Antini fu Francesco Saverio, Santo Cappucci fu Onofrio, Vincenzo ed Alfonso Maria Cascavilla fu Filippo, Antonio Savino fu Michele, Michele Rinaldi di Angelantonio, Francesco Baldinettì fu Matteo, Giovanni Cassano di Michele, Michele Mangiacotti di Pasquale, Leonardo Grifa fu Savcrio, Nicola Russo di Giovanni, Felice Longo fu Domenico alla pena di morte da eseguirsi con la fucilazione.
Alla stessa unanimità ha condannato e condanna Salvatore Vergura fu Giovanni, Donato Novelli fu Giuseppe, Antonio Martino fu Carmine, Francesco Musi fu Antonio, Giuseppe Perrone di Michele e Francesco Fini fu Michele, alla pena di diciotto anni di ferri per ciascuno di essi.
Alla stessa unanimità ha condannato e condanna solidalmente Vincenzo Antini e Giuseppe Antini fu Francesco Saverio, Santo Cappucci fu Onofrio, Vincenzo ed Alfonso Maria Cascavilla fu Filippo, Antonio Savino, Francesco Baldinetti, Giovanni Cassano, Michele Rinaldi, Michele Mangiacotti, Leonardo Grifa, Nicola Russo, Felice Longo, Salvatore Vergura, Francesco Musi, Donato Novelli, Antinio Martino, Giuseppe Perrone, Francesco Fini alle spese del giudizio in favore del Tesoro.
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La sentenza di morte venne eseguita nella mattina del giorno sette.
Giusto Iddio! Quanto è terribile la tua Giustizia!
La terra non più voleva tenerli e nutrirli, l'aria quasi quasi a forza li alimentava la vita; la tua mano non poté più a lungo trattenere il fulmine della tua collera; e la terra si sgrava di sì feroci figli, e ti loda; e l'aria non più gli presta il suo soffio vitale, e ti loda; e le voragini perpetue li ricevono per darli la meritata pena e ti lodano!
Il Governatore con ordinanza del 30 ottobre scioglieva pure in S. Giovanni Rotondo la guardia nazionale, ed ordinava il disarmo del popolo, e per spese erogate dalla brigata Romano per i diversi suoi movimenti e per sovvenire alle desolate famiglie degli uccisi nel carcere, impose una tassa di ducati diecimila, dei quali ducati cinquemila a peso dei diversi ordini dei proprietari; ducati tremila a carico dei componenti il clero, e ducati duemila sui padri cappuccini pagabili fra ventiquattro ore, come venne praticato.
Rimase altri provvedimenti richiesti dalla circostanza; rinnovò il personale dell'amministrazione comunale, destituì il supplente Giordano, che fece sostituire dal conciliatore don Giovanni Longo; destituì la brigata forestale e ne nominava il rimpiazzo, ed altro ed altro. Dopo si restituì in Foggia.
Il giorno dei morti, due novembre, le due forze stanziate in S. Marco in Lamis ed in S. Giovanni Rotondo, celebrarono per i martiri del carcere e per gli uccisi garibaldini solennissimi funerali nelle rispettive chiese collegiali, le accorse popolazioni ne rimasero commosse.
Son questi i frutti dell'invidia, degli odii, e delle vendette, e voglia il sommo Iddio liberarcene per l'avvenire e restituirci quella pace della quale eravamo possessori e che dal mondo è follia sperare.
E voi, povere, desolate famiglie, rassegnatevi ed attendetevi esserne rimunerate dall'Ente Supremo.
Fine Parte II

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Il parroco don Eugenio Moscarella, i canonici don Luigi Giuliani e don Costantino Pennisi, i sacerdoti don Pietro e don Costantino Vocale, il secondo eletto don Michele La Porta, il conciliatore don Gabriele Piccirella, ed i decurioni, professori e galantuomini, don Matteo Tardio, don Giovanni Picucci, don Filippo Santurbano, don Raffaele Rispoli, don Pasquale De Theo, don Giovanni La Selva, don Pietro Rendina e don Giovanni D'Apolito, armati di cittadino coraggio ed a piedi, mossero per Rignano tra gli insorti che a gran pena annuirono.
Si pose a guida della deputazione il sig. Pasquale Tancredi, soggetto assai influente, e perché non avvezzi a camminare sì lungo tratto a piedi, la deputazione poté stentatamente arrivare ad ora di mezzogiorno, e quando il generale non poté riceverla.
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Terminato il desinare, il Generale la ricevé di mala voglia, ma poi, convinto che si chiedeva pace e con la pace si doveva entrare in S. Marco in Lamis, vennero a stabilirne le condizioni, e si stipulò che doveva precedere il disarmo, che si doveva procedere alla votazione del plebiscito, che si doveva rivalere la truppa delle spese fin dall'uscita da Foggia. Sottosritto il doppio foglio, la deputazione si accomiatò e, giunta alla distanza di mezzo miglio dal paese, per espresso veniva richiamata perché era giunto in Rignano il Governatore col Procuratore Generale.
Si dové ubbidire ed il solo Pasquale Tancredi continuò per qua a rilevare le vetture per gli affievoliti deputati.
Al di costui arrivo i rivoltosi che aspettavano fuori l'abitato se lo posero in mezzo, chiedendogli notizie, ed assicurati della pace conclusa, se ne dispiacquero alquanto, e più quei diavoli figli di Giuda, i sangiovannesi, i quali proruppero in minacce contro la deputazione che si voleva massacrare al ritorno.
E si immagini il lettore quale impressione produr potevano sugli animi e nelle famiglie dei deputali siffatte voci! Povere famiglie, palpitanti attendevano il loro ritorno.
Il Sig. Governatore, negli alti suoi poteri, approvò lo stabilito col generale e s'impose alla deputazione di ritornare il domani con le condizioni accettate dal popolo, ed immancabilmente per le ore quindici, soggiungendo che il domani, domenica, sarebbe entrato in S. Marco in Lamis col buono o con la forza.
Ma perché nei tumulti popolari ci è sempre un certo numero di uomini che o per un riscaldamento di passione o per una fanatica persuasione o per uno scellerato disegno o per un maledetto gusto del soqquadro o per un pravo fine di pescare nel torbido, fanno di tutto per spingere la cosa al peggio, propongono e promuovono i più spietati consigli, soffiano nel fuoco ogni volta che principia ad illanguidirsi; non è mai troppo per costoro, vorrebbero che il tumulto non avesse né fine, né misura, così nella permanenza della deputazione in Rignano, venuto da lì un tale Giuseppe Gaggiano, detto "Inquisito", a comprare sigari per la truppa, non essendovene in Rignano a sufficienza, recò pure la notizia della pace conclusa, e che, per confermare il popolo, sarebbe la deputazione tornata in compagnia di alcuni ufficiali garibaldini.
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Ma quale allarme a tale notizia? Si gridò dal popolo al tradimento. La deputazione ci tradisce!
Ed a questa voce da taluni e, come dicemmo, dai maledetti ed inumani sangiovannesi, si replicava quella istessa insinuazione: si uccidano, si uccidano! Oh allora sì che il tremore del paese, il terrore facevano sentire tutta la loro possanza! Lo spavento che si accrebbe in quelle povere famiglie al solo pensare che chi minacciava la vita ai loro di già aveva le loro vestimenta, le mani lorde di sangue umano ed innocente.
E come che nei tumulti per contrappeso ci è sempre un certo altro numero di uomini che con pari ardore e con insistenza pari ai primi si adoprano per produrre l'effetto contrario, taluni, mossi da amicizia e da riconoscenza, altri, senz'altro impulso che di un pio e spontaneo orrore del sangue, questi, e più Agostino Nardella "Potecaro", caporione del popolo, minacciando, come tigre sdegnata, i sangiovannesi, che avviliti ingambarono la loro coda, gli fece sentire che se per poco avessero ardito rivolgere una parola sola di insulto alla deputazione, quando sarebbe tornata, li avrebbe tutti sterminati.
Gloria alla influenza del "Potecaro", il Cielo il benedica, perché alle sue parole quale allarme non successe a tale notizia? Minacciato il popolo si ritirò, e poco dopo, verso un'ora di notte, la deputazione ritornò sana e salva a consolare le scorate famiglie.
A prima ora del seguente mattino, domenica, tutto il popolo armato trovatasi altra volta schierato fuori al Piano, la deputazione riunita diede lettura della convenzione stabilita col generale in Rignano.
Non tutti la sentivano bene e specialmente riguardo al disarmo.
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I sangiovannesi che non vedevano in trattativa gli affari del loro paese, giacché anch'essi, dopo l'eccidio commesso, desideravano la pace, fremevano, e l'Antini ed il Cascavilla minacciavano rimanersene con i paesani armati in campagna per disturbare la pace ottenuta.
A siffatte minacce il popolo sammarchese che quasi era persuaso ad accettare le condizioni di pace, surse altra volta a gridare che se la truppa doveva venire non doveva entrare armata, ma depositar doveva ancor essa le armi ove si richiedeva il deposito delle armi cittadine.
Strana pretenzione! Ed il galantuomismo ed il clero non potevano persuaderli.
Si dovè ricorrere ad Agostino Nardella "Potecaro", che con la sua influenza sul popolo ne fece raggiungere lo scopo, ed il disarmo avvenne, depositandosi li fucili nel camposanto.
Intanto l'ora di appuntamento era per passare, ed essendosi ottenuto il deposito delle armi, si spedì Pasquale Tancredi al Generale, onde far noto che la deputazione non si muoveva ancora, perché stava disponendo le cose per la votazione del plebiscito, essendosi il disarmo già fatto.
Così assicurati il Governatore ed il Generale, si apparecchiavano uscire da Rignano e muovere verso S. Marco in Lamis, e da qui, dopo che la popolazione si calmò, la deputazione contenta si mosse ad incontrarli.
E tu, lettore carissimo, non puoi immaginarti, né io saprei dirti il cambiamento istantaneo che successe nella popolazione poco prima sì feroce, come quando succede in un teatro il cambiamento di scene, che da quella che si faceva vedere una carcere, una casa di lutto, ne succede un'altra briosa, allegra come quella che per festa, così avvenne in quel giorno.
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Poco prima lo squallore era dipinto in tutti i volti, le strade parevano a lutto, se qualcuno ti guardava lo credevi nemico.
In men che non lo dico le facce degli uomini si erano rimesse da quell'aspetto ferigno, e tutti indistintamente allegri uscivano dalla casa comunale, dalle botteghe, dalle strade col Sì sulla falda del cappello e nelle pieghe dei berretti e molti, per farla più sontuosa, uscivano col Sì di tre colori che facevano fare da un pittore, e quel Sì che tanto abborrivano e che se fosse stato pronunziato in tempo avrebbe riscattato il paese dallo spavento e dal terrore, si pagava financo ognuno un grano.
Tutte le porte, tutti i balconi, tutte le finestre ornate si erano di bandiere tricolori con lo stemma di Savoia, ed in mancanza di questo si vedevano faccioletti di colore con in mezzo la croce bianca.
E così parate tutte le strade davasi il segno certo della pace accettata ed il cuore che prima era oppresso dal timore e dallo spavento si apriva a respirare la vita.
Verso le ore venti la truppa comparve sulle Coppe e si vedeva la cavalleria in bella linea disposta sulla cresta delle montagne. Allora tutto il galantuomismo con bandiere tricolori e tutta la popolazione si mosse ad incontrarla, salutandola con gli evviva a Garibaldi, al re Galantuomo. Prima a calare fu l'avanguardia e quattro dragoni si misero alla custodia dei fucili depositati; un tenente delle guide a cavallo fece schierare la popolazione in due ali e la istruì come doveva salutare la truppa.

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Rivista Italia: Giosuè Carducci
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I garibaldini col sig. Governatore allontanatisi dal paese per circa due miglia, se ne rimasero per quella notte nella tenuta dei signori Laudon, e di buon mattino, presero la volta di Manfredonia, da ove poi si restituirono in Foggia.
Dell'accaduto il sig. Governatore ne faceva rapporto al Ministero dell'Interno e Polizia con la data del 24 ottobre.
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I padri cappuccini con i militi ivi rifugiati attendevano l'alba novella come foriera di pace e si aspettava che spuntasse il sole.
In tutta la notte i buoni frati con le donne che erano in chiesa per la pace pregavano.
Era già fatto giorno ed il comandante della forza, pieghevole a scendere in paese con la pace, interessava alquanti di quei buoni padri, calati in S. Giovanni Rotondo, mettersi di accordo con quelle autorità, far deporre le armi ai ribelli, inalberarsi la bandiera tricolore e prepararsi per la truppa alloggi e trattamenti.
Si unirono perciò in deputazione il Vicario con tre altri padri più influenti, ed uniti scesero in paese circa le ore quattordici con la croce inalberata e sventolando bianchi lini in segno di pace, portando delle lettere dirette al sindaco, R. Giudice e capo della guardia nazionale.
Nel giungere la deputazione così raccolta e lacrimante in paese, si imbattè nei rivoltosi comandati da Antini e Cascavilla i quali imperiosamente chiesero la spiegazione della loro inaspettata comparsa.
Si disse loro che la truppa giunta la notte in convento voleva entrare con la pace, ed essi erano portatori di lettere alle autorità locali per stabilirsene col popolo le condizioni.
Rivista Italia: Giosuè Carducci
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Si rispose che le autorità locali erano tutte fuggite e che il Governo era presso del popolo; onde Antini aprì e lesse i diversi uffizi e, fattesene un convocio tra i presenti, si ebbe per risposta che le armi si sarebbero abbassate, che si sarebbe innalzato il vessillo tricolore, ma che la truppa non doveva calare in paese, piuttosto prendere la direzione di Foggia perché al ponte Rotto della strada consolare avrebbe trovato da mangiare.
I poveri padri, a tali detti, calati i loro cappucci ed esortati i rivoltosi a rimanere tranquilli, ritornarono al convento.
Fatti appena due terzi di strada, sentirono colpi di fucile e, spaventati, girarono gli occhi da ove quello sparo partiva e si avvidero che alle spalle del convento e sopra i colli dominanti verso borea vi era una moltitudine di uomini armati, diversi da quelli rimasti in paese e che nella precedente notte eransi raccolti in campagna.
Costoro appiattati e vigili si accorsero della forza nel vicino convento ed incominciarono il fuoco contro di essa.
Il comandante che si credé tradito dalla deputazione, senza attendere il suo ritorno, chiamò allarmi e così si ingaggiò una viva guerra ed i poveri padri della deputazione, che trovavansi tra due fuochi, si buttarono carponi e raccomandando le anime loro a Dio, sentivano sulle loro teste il sibilo delle palle.
La posizione per i perversi era vantaggiosa perché dominava il luogo della pugna, e facevan fuoco da dietro le macerie che erano di barricata, per cui i garibaldini, sopraffatti ancora dal numero, vistisi in pericolo, cercarono lo scampo con la fuga prendendo la direzione di Pozzo Cavo che era a vista di S. Giovanni.
In allora i rivoltosi che qui erano, a cui si unì buona parte del popolo, corsero ancor essi a perseguitare i soldati che incontrarono maggiori pericoli ed ebbero maggiori ostacoli da superare.
Rivista Italia: casa natale di Goisuè Carducci 05
Rivista Italia: casa natale di Goisuè Carducci 05
Essi vennero inseguiti dalla moltitudine lungo la strada consolare per le Mattine sino alle Costarelle.
In quel conflitto rimasero morti il luogotenente Amico Orofino e il sottotenente Francesco Baronia; il furiere Francesco Cassano e il caporale Cataldo Marlata ebbero delle ferite pericolose di vita e, perché garibaldini, furono fatti e messi in quel carcere ove ancora erano gli infelici massacrati.
Gli sgraziati, a discrezione della furibonda plebe, pregavano e supplicavano, specialmente il malcapitato Cassano, il quale asseriva essere un promesso sposo, e che si rattrovava in Foggia per acquistare gli abiti della sposa, da ove, partendo la truppa, fu obbligato a seguirla.
Convinti a tali detti, i rivoltosi liberarono i prigionieri. Iddio li volle salvi! Nel fuggire la truppa dal convento, alcuni di essi, perché infermi, non poterono seguirla e si rimasero.
Uno di essi però perì per mano della sanguinaria plebe che se ne avvide e due altri furono salvi perché due giovani novizi li fecero nascondere nell'orto del Convento.
Nelle vicinanze si trovarono altri due soldati uccisi.
Ritornata in paese la masnada furibonda, e come tutti i proprietari erano fuggiti prendendo ricovero chi in S. Marco in Lamis, chi in Monte Sant'Angelo, le loro case furono saccheggiate.
Rivista Italia: Giosuè Carducci
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Quivi perciò regnava il terrore e lo spavento ed i buoni del popolo rimasti, che ben erano pochi, erano tante larve ambulanti perché la desolazione l'opprimeva.
Trascorsa adunque la tremenda notte del ventiquattro, al far del giorno i pietosi popolani, mossi da carità cristiana, pensarono di rilevare dal carcere le vittime sacrificate, i veri martiri della libertà, e menare i loro cadaveri nel camposanto, come venne caritatevolmente eseguito, rimanendo semplicemente ivi custoditi dai reazionari i due sventurati garibaldini, che erano sempre più incerti del futuro loro destino e che poi, come si è detto, furono restituiti alla libertà ed alle famiglie.
Lasciamo per poco così il paese ribelle, il paese fratricida, per riprendere la narrazione dei fatti che, dopo la fuga della truppa e della ritirata in Foggia del sig. Governatore Del Giudice, avvennero.
Gli eventi tumultuosi e tremendi che si succedevano in S. Giovanni Rotondo spaventarono l'intiera Provincia e sempre più richiamarono l'attenzione dei superiori, che perciò nel giorno di giovedì venticinque una forza di garibaldini, al comando del generale Romano, in numero sopra mille, altra volta usciva da Foggia, e non più direttamente per l'infame paese si dirigeva, ma prese la volta di Rignano, ove giunse alle ore tardi della sera.
I naturali di quel paese, quasi tutti avevano abbandonate le proprie case per la tema che i sammarchesi fussero ivi andati per rovinarli, poggiando fede a quello che si vociferava.
Giuntavi la truppa, onde alloggiarla si dovettero aprire le case rimaste per lo più incustodite, per cui ne seguirono quei soprusi che qui non è lecito ricordare.
Per l'arrivo della truppa in Rignano i proletari sammarchesi, uniti a non pochi sangiovannesi, fecero ritomo a ciò che succedeva nel mattino del giorno otto.
Voci allarmanti uscivano dalla moltitudine che arrecavano l'universale spavento. La forza, dicevano, aggredirà il paese; le nostre donne saranno disonorate e tutto sarà posto a sacco e fuoco. Allarmi, adunque.
Oh cecità, oh insania! Tutti corsero alle armi e, per armarsi chi di armi era privo, il popolo in rivolta assaliva le case dei proprietari richiedendo fucili e munizioni, e chi poté prestarsi dové contentarli.
Si chiassava e si tumultuava in modo inesprimibile in tutta quella terribile notte nella quale non si prese cibo né sonno.
Continua ...

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