Qualesammarco, Nr. 2 del 20 Giugno 1994
Con Borazio ho scoperto il dialetto
di Sergio D’Amaro
Al culmine degli anni Settanta, il paese aveva subìto già importanti processi di modernizzazione e si affacciava inquieto agli anni Ottanta, che ne avrebbero stravolto l’assetto urbano e l’orizzonte di vita. Il libro di Borazio stava invece lì e parlava di un altro tempo, un tempo che era stato il suo tra i ’2O e i ’5O ma che forse era eterno, o comunque sembrava immutabile, tanto che a caratterizzarlo c’era la sostanza fiabesca del testo.
C’era, tutto pregno di quel tempo, il mondo contadino misto di credulità e di forti essenze, di superstizioni e di slanci impensabili. Borazio vi stendeva una patina di pietà e di sorridente indulgenza, lui che vi si identificava e vi proiettava tutta intera una speranza di riscatto almeno artistico.
Quegli uomini, quelle donne, quei monti, quei boschi che avevano materiato l’infanzia e l’adolescenza, ritornavano ora nella distanza degli anni a farsi ancora più veri, ancora più ricchi nell’offerta di una serenità sicura e perenne. La vita aveva portato la povertà del cavapietre, le angosce della guerra, l’assalto della malattia. Era stato necessario partire e rivivere nella lontananza forzata i ricordi e gli affetti lasciati al paese. Non è strano che Borazio si fosse provato per molto tempo con la lingua italiana. In italiano erano i suoi riferimenti letterari, ma era il dialetto che racchiudeva geloso gli umori più profondi del suo mondo popolare. Non era letteratura quella che voleva fare Borazio, era invece il colloquio col suo mondo interiore, con la sua cultura, che ormai urgeva e che non era mai stata espressa nell’ampiezza delle sue gamme se non in casi rari e parziali.
Ora che il nome di Borazio è citato in bibliografie anche generali (come nel secondo volume del Novecento letterario dell’editore Vallardi, del ’93) ed è inserito in antologie a tutto campo (come quella curata per Garzanti da Spagnoletti e Vivaldi nel ’91) sono orgoglioso di aver dato anch’io una mano a fare emergere le qualità e il dignitoso posto che gli spetta tra i dialettali pugliesi e meridionali. Fu nell’estate del ’78 che mettemmo mano, con gli amici Motta e Siani, ai manoscritti di quella che sarebbe diventata quattro anni dopo la raccolta intitolata La preta favedda, pubblicata dai Quaderni del Sud. Ci spartimmo i compiti e mentre Motta prese la cura della biografia e della traduzione, io e Siani ci demmo a tutt’uomo all’apparato filologico dei testi. Quei poveri quaderni scolastici, con la copertina nera e con le righe rosse, mi portavano di corsa agli anni ’50, agli inizi mitici della scuola e alla sua epopea silenziosa. Che strano destino!
Allora era un quarto di secolo che Borazio era morto (nel 1953, a 35 anni) ed ecco che quei suoi quaderni si riaprivano per uno studio addirittura filologico! Eccoli lì quei due giovani, intenti a notomizzare parole versi accenti grafie di un sonetto sulla luna vagabonda o di una strofa libera sulla pergola di Bacco. Chissà se Borazio aveva intuito il suo valore e chissà se noi in quel tempo pensavamo che l’accuratezza di quell’apparecchio tecnico avrebbe servito quel valore e quell’intuizione. Sta di fatto che tale fu il fervore della scoperta e la freschezza del dialetto che ce la sbrigammo in due o tre settimane, riempiendo schede e mettendo a frutto appunti e riferimenti.
E sono 40 anni che Borazio se n’e gghiuto. Mi pare che il fratello giornalaio (anche lui morto da anni) ci diceva che Francesco morì di mattina mentre si faceva la barba. Il cuore non resse e fu la fine.
Ma io continuo a dirmi che non muore la sua opera e quell’anima popolare che hanno saputo far battere con tanta autenticità. E insieme alla sua opera non muoiono quei pezzi straordinari della vita del popolo che ha saputo resistere all’oblio del passato: quelle virtù semplici e sane che hanno fatto l’Italia migliore durante la difficile navigazione del nostro secolo.
Io voglio credere che l’opera di Borazio contribuisca nel suo piccolo a dire qualcosa alle nuove generazioni, indirettamente anche per ammonire dell’indispensabile salvataggio del dialetto e della difesa di un villaggio della memoria (come ebbe a dire l’antropologo Lombardi Satriani al Convegno locale sulla Cultura Popolare nell’82). Il nodo è qui, in quest’urgere prossimo del Duemila, col viatico che ci costruiremo per affrontare il mondo ignoto, e speriamo benigno, che ci aspetta.
15 - 1994-6 - Sergio D'Amaro - Con Borazio ho scoperto
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