Qualesammarco, Nr. 2 del 20 Giugno 1994
Borazio e la conquista della lingua
di Cosma Siani

Da Qualesammarco del Giugno 1994 6 Pag. 4
Da Qualesammarco del Giugno 1994 6 Pag. 4
Ancora manca uno studio esauriente su Borazio; ma per tentare un primo apprezzamento, può essere utile osservarne l’opera da due punti di vista: l’evoluzione linguistica dell’Italia dopo l’unificazione, e gli sviluppi della nostra produzione dialettale nel secondo dopoguerra.
Le vicende linguistiche della penisola in un secolo di unità nazionale sono la storia di un progressivo avvicinamento fra italiano e dialetti: da un lato, l’italiano, lingua della letteratura, affidata ai libri e alla burocrazia, letta da pochi e parlata da pochissimi (il primo censimento unitario diede un 78% d’analfabetismo), lingua “morta ”, come è stato notato, da apprendere con studio libresco, alla stregua del latino e del greco antico, e non dall’uso vivo; dall’altro lato, i dialetti, le vere madrelingue delle genti italiane (che naturalmente in aree come la Toscana si avvicinavano considerevolmente alla lingua letteraria).
L’intervallo fra le due guerre è il momento in cui si profila una fusione - “almeno nelle zone più progredite della Penisola", come Tullio De Mauro illustra nella sua preziosa Storia linguistica dell’Italia unita - fusione che si presenta con una pluralità di registri linguistici: l’italiano standard, di tipo manzoniano, l’italiano con inflessioni regionali, un dialetto italianizzante, il dialetto allo stato puro. E’ una prima tappa del cammino verso l’italiano comune, raggiunta attraverso processi individuati dal linguista principalmente nel diffondersi dell’istruzione pubblica (ostile però alla dialettofonia), la stampa, i mescolamenti di popolazione portati dal servizio militare e dall’emigrazione interna, Che facevano insorgere la necessita di comunicare fra dialettofoni eterogenei - prima che la standardizzazione fosse incrementata da mezzi forti quali radio e Tv.
Ebbene, l’itinerario di Borazio si colloca proprio fra le due guerre; ed è un percorso che sembra portarlo lungo il cammino verso la suddetta fisionomia linguistica.
Partito da una base puramente dialettale - figlio di uno spaccapietre e di una casalinga; spaccapietre lui stesso, cavamonti, imbianchino, multimestiere per sopravvivenza, finché parte per la leva - Borazio dovette avere l’impatto con l’espressione italiana appunto nella scuola - le elementari e il corso biennale di avviamento al lavoro, che frequentò nel paese di nascita.
Poi le vicende militari, e le loro conseguenze mediche, lo portarono a vagare per l’Italia, prima da una posta militare all’altra, poi di ospedale in ospedale per curarsi la malattia di petto che contrasse nel 1942 in Croazia, e che lo condusse a morte prematura. Visse dunque una condizione di mobilità che lo mise a contatto con altre realtà linguistiche - quella mobilità che fu appunto uno dei canali di formazione dell’italiano unitario.
Intanto il giovane Borazio leggeva. Non sono qui in grado di ricostruire da dove avesse assorbito il senso dell’importanza di libri e lettura; né per quali vie sviluppasse la spinta a esprimersi per iscritto e con ambizione d’arte. Gli esempi letterari e “di bello scrivere” a cui venne esposto nel suo scarno curriculum scolastico forse non furono sufficienti a impiantargli dentro tale urgenza. Fatto sta che nel 1942 sul fronte croato abbozzava un diario e stilava versi dialettali; e che peregrinando negli ospedali tra Roma e la Puglia redigeva a mano larghi fogli, a imitazione di pagine di giornale, con articoli, poesie, cronache del proprio paese, tutti di suo pugno (i ‘fogli-giornale", come vengono chiamati nell’edizione della Preta Favedda); e che al momento della composizione di Lu trajone, 1949-50, aveva uno stile dialettale già compiuto, ricavato sia dalla lettura dei nostri classici, sia da esercitazioni poetiche in italiano attestate nei manoscritti.
L’itinerario di Borazio lo porta dunque dal dialetto, suo humus, all'italiano letterario, e di ritorno al dialetto trasformato in letteratura.
E le sue poesie dialettali rivelano proprio quella gamma di registri individuata da De Mauroc che è il segno della crescita linguistica italiana.
Un esempio di come Borazio riesca a padroneggiare tali registri, a italianizzare il dialetto e dialettizzare l’italiano con abilità e gusto del mistilinguismo, è in La preta favedda, “Lu rospe, la ranonchia e lu pappajalle”: nel dialogo tra il rospo istruito e la rana signorina, il primo consiglia alla seconda di raffinare i propri modi evitando quel “era cra” che è voce dialettale, e di sostituirlo con l’italiano “domani”: Io che presempio so’ rospo stroìto / e so’ parlà polito, / consiglierebbo per esempio che / una granocchia scicca come te / non dovrebbe dir cra, bensì, domani”. / “Cra... crazie... proverò da quann’e cra” / e a chiane a chiane, tante pe’ pruvà / accumenzava a fa’:
/ “domani, domà ... domane”.
Ai due estremi di queste ibridazioni esistono naturalmente l’italiano letterario, conquista del giovane dialettofono autodidatta, e il dialetto puro, per cui Borazio nutriva passione di studio (c’è fra le sue carte un abbozzo di glossario sammarchese, rimasto tale; né si è mai avuto nella zona alcun tentative di codicare in un repertorio il lessico locale).
Borazio poeta d’estrazione popolare, dunque, rappresenta e quasi incarna il cammino linguistico dell’Italia postunitaria verso la conquista di una lingua comune, che non è sovrapposizione del toscano ai dialetti, né mitografia di un dialetto rispetto agli altri, ma integrazione di realtà diverse in una stato di eterogeneità.
Non è solo questo, s’intende, che fa Borazio meritevole d’essere ricordato, ma questo sostanzia la sua grande abilità nel portare ad espressione poetica il dialetto garganico di San Marco - lui per primo, possiamo dire; poiché i concittadini che lo precedettero, e che sicuramente egli conosceva (Giustiniano A. Serrilli, Bozzetti dialettali, 1907; F. Saverio Napolitano, 1858-1935, saltuariamente stampato fino al postumo Li sònnera de Simmione, 1992) non resero certo il loro dialetto memorabile come Borazio fece, anche se possono aver rappresentato per lui un primo stimolo verso l’espressione poetica nella parlata del paese, e se Napolitano può avergli fornito l’idea dell’uso della sestina per il poemetto Lu Trajone.
Detto ciò, può essere visto come limite di Borazio il fatto che il suo sviluppo poetico si compie e raggiunge la maturità proprio quando la poesia dialettale italiana stava imboccando vie diverse, che l’avrebbero portata lontano dai temi classici del mondo popolare (il sapido bozzetto popolano, il folclore, atmosfere malinconiche, nostalgie del tempo passato) e si stava avviando verso forme di espressione più sofisticata, diveniva veicolo di temi moderni quali l’esperimento formale, la dilacerazione dell’io - in breve, acquisiva comunanza di metri e di sintassi con la poesia in lingua. Tale svolta oggi è ampiamente attestata dall’antologia “neodialettale" curata da Achille Serrao Via terra (Udine, Campanotto, 1992), ma Borazio non poteva percepirla, formatosi su classici e dialettali classici, e all’oscuro dei contemporanei - i veneto-friulani con Pasolini in testa, Pierro - che tale Corso impressero nel secondo dopoguerra.
E’ questo il limite a cui si allude nell'antologia di G. Spagnoletti e C. Vivaldi, Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi, (Milano, Garzanti, 1991) quando si parla di “ultimo poeta tradizionale ” della Capitanata , e di “intenti eroicomici oggi assolutamente desueti” (p. 1006; le parole sono di Spagnoletti: cfr. Giacinto Spagnoletti, La Puglia e i suoi poeti dialettali, Sudpuglia, 2, giugno 1988, p. 121).
Borazio morì prematuramente.
Non si può dire se l’evoluzione dialettale lo avrebbe portato verso un tipo di poesia diversa. Forse sarebbe rimasto magnifico riecheggiatare di forme e sfumature, che ci viene consegnato da una strofa come questa, verosimilmente del 1952:
Neveca ‘mpile ‘mpile cullu sole / che da meze na nuvela zenneia: / pe’ questa baulata nu figghiole / sburrita l’occhie all’aria e ce ne preia, che a me fa venire in mente la temperie rarefatta, la medesima espressa indicibilità, del Pascoli di Novembre, in Myricae: Gemmea l’aria, il sole così chiaro / che tu ricerchi gli albicocchi in fiore, / e del prunalbo l’odorino amaro / senti nel cuore ...
Ma siamo al Pascoli, nume e gravame dei dialettali nel primo Novecento. Eppure credo che il nostro splendido tradizionalista sarebbe piaciuto a Pasolini, se questi avesse avuto modo di leggerlo mentre raccoglieva le testimonianze dell’Italia vernacole e popolare; e mi piace pensare che il friulano non avrebbe detto drasticamente: “Nel Gargano [...] di poesia non c’è quasi nulla, almeno a desumere dall’opuscolo del Tancredi: c’è la rusticità assoluta di una genere ai margini anche delle basse correnti di cultura, ma che, pure, senza quelle correnti di cultura, non avrebbe canto e poesia” (Passione e ideologia, Milano, Garzanti, [1960] 1973, p. 229). Alla stesso modo in cui piacque - come posso testimoniare personalmente - alla compianta antropologa Annabella Rossi quando, leggendo a Roma Lu trajone, ammira proprio le movenze autenticamente popolari e, nella foto dell’autore che correda il volume, gli occhi e lo sguardo di fanciullo appassionato e smarrito a un tempo.