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L'Unità del 03.04.1988
Primeteatro. Lo Stabile di Genova riscopre Silvio D'Arzo con un doppio spettacolo ispirato ai suoi racconti.
Gli inverni del loro scontento
Maria Grazia Gregori di Carlo Repelli da Silvio D'Arzo, regia di Marco Sciaccaluga, scene e costumi di Valeria Manara, musiche di Arturo Annecchino. Interpreti: Ferruccio De Ceresa, Elsa Albani, Gianna Plaz, Valerio Binasco, Franco Fami. Genova, Teatro Stabile
Genova

Silvio DArzo
Silvio DArzo
Qualche volta il teatro può promuovere la conoscenza di uno scrittore che per il palcoscenico (ma anche per la massa dei lettori) è un quasi sconosciuto È il caso dello spettacolo in cartellone al Teatro di Genova, Inverni, nato da due racconti-capolavoro di Silvio D'Arzo. Morto non ancora trentaduenne, di leucemia, Insegnante, figlio di padre ignoto - e questa “diversità” gli deve essere pesata - vissuto a Reggio Emilia accanto alla madre amatissima in una povera casa, Silvio D'Arzo (pseudonimo più noto, sotto il quale si celava Ezio Comparoni) ci ha lasciato della sua breve, ma intensa stagione letteraria alcuni racconti, poesie, qualche lettera e una serie notevole di riflessioni e saggi letterari.
I saggi di D'Arzo sono rivelatori delle simpatie dell'autore per la letteratura anglosassone, dove il preferito era senza dubbio Henry James e a leggere i racconti dello scrittore emiliano si sente quanto James, con il suo stile e, soprattutto, con la sua dimensione del tempo, dove passato e presente si uniscono strettamente, sia stato importante per lui.
Silvio DArzo
Silvio DArzo
Anche nei due racconti Casa d'altri e Due vecchi (di cui Carlo Repetti ha curato la versione teatrale con il titolo di Inverni), protagonista assoluto è il tempo raggelato, inamovibile, terribile in Casa d'altri, tutto da un passato che ritorna In Due vecchi.
Nel primo racconto (da cui Blasetti trasse anche un film) in un paesino montano dove non succede mai nulla, a cavallo fra l'Appennino emiliano e quello ligure, si confrontano un vecchio parroco ormai senza entusiasmi e una vecchia donna costretta, per vivere a lavare i panni in un canale vicino II loro rapporto nasce da una curiosità reciproca e, da parte della donna, da un dramma non detto. L'impossibilità di accettare una vita “da capra”, sempre identica, giorno per giorno, senza luce. Al prete lei chiede se sia possibile rompere, in casi eccezionali il legame con la vita, suicidarsi insomma, proprio come, in casi eccezionali, è possibile rompere un vincolo matrimoniale.
Due impotenze si confrontano qui: quella della donna che non riesce più adaccettare la propria realtà e quella del prete che non sa darle alcun motivo vero, suo, profondo, per continuare l'esistenza. Repetti è intervenuto con molta finezza su questo lavoro conservandone l'alone un pò fiabesco di racconto e infatti la vicenda ci viene narrata dal prete stesso, dopo che la vecchia si è data la morte in un coinvolgente flash back.
Due vecchi,
invece, è la storia di una coppia di coniugi anziani che si sono staccati da tutto e di un pacchetto di lettere che la donna ha ricevuto trentanni anni prima da un suo innamorato di cui ha addirittura dimenticato l'esistenza, queste lettere, però, “tornate” dal passato, sono capitate in mano a un giovane che ricatta la donna, chiedendole denaro, ma la signora rivela al marito con una lettera toccante, scritta di notte, la verità, non pagherà. Il silenzio, dunque Inverni, che è un titolo teatrale assai bello, è stato messo in scena con misura da Marco Sciaccaluga servendosi di una scenografia che nel primo tempo rappresenta la povera casa del prete, nel secondo una chiusa abitazione borghese (il marito, sappiamo, non ne esce da due anni). È un testo costruito su due attori che sono Ferruccio De Ceresa e Elsa Albani tutti e due superlativamente bravi. Lui, soprattutto, sa dare una dimensione molto autentica al prete di Casa d'altri e lei (che è anche la vecchia del primo racconto) offre una profonda, dolorosa consistenza al personaggio della Signora.
Ma accanto ai due protagonisti va ricordata Gianna Plaz nella caratterizzazione della perpetua del parroco. Franco Famà fa un sarto di paese che parla francese, Valerio Binasco nel primo racconto è un giovane prete saccente e nel secondo un altrettanto giovane e determinato ricattatore.

criticaletteraria.org/2012/03/silvio-darzo-casa-daltri-e-altre.html
Silvio D’Arzo, “Casa d’altri” e altre assenze
I dimenticati - Silvio D'Arzo
Silvio D’Arzo (1920 - 1952), alias Ezio Comparoni, è un personaggio enigmatico nel Novecento italiano: nota è la sua ossessione per l’anonimato. Dalla Premessa di Enzo Turolla a All’insegna del Buon Corsiero (1942; Adelphi 1995):

“Nel carteggio tra Silvio D’Arzo e Emilio Vallecchi, che copre i dieci anni decisivi della breve vita dello scrittore (1941- 1951), sorprendono l’intransigenza, le asprezze, la totale elusività: quel timore di essere scoperto che lo induceva a nascondersi sotto molteplici pseudonimi e dietro falsi recapiti, quella volontà di sparire […] a tal punto che la voce dello scrittore sembra uscire da un’ombra lontana: “ … figuratevi che nessuno - dico nessuno - sa ch’io scrivo: il mio nome è solo uno pseudonimo … nessuno sa il mio nome, nessuno …” ”

Curiosa - non in sé, ma in rapporto al caso D’Arzo - a tal proposito è la postilla che la Adelphi inserisce nel colophon de All’insegna del Buon Corsiero: “L’editore non è riuscito a individuare gli eredi dell’autore, ma si dichiara disponibile a stipulare i necessari accordi per la presente pubblicazione”.
Pare si parli insomma di un latitante.
D’Arzo è conosciuto soprattutto per Casa d’altri (Einaudi 1980), che Montale definì “racconto perfetto”. E in effetti, che sia un racconto perfetto, lo si può dire senza paura di cadere in artifici retorici o esagerazioni critiche. Casa d’altri narra di un prete sessantenne, disperso fatalisticamente in un piccolo paese emiliano, negli anni - si intuisce - della seconda guerra mondiale, un luogo dove - classicamente - non succede mai nulla. Un giorno però questo piccolo mondo di cera ha una piccola scossa che diventa lentamente per l’uomo, conosciuto anche col giovanile appellativo di Doctor Ironicus, un grande cruccio: Zelinda, vecchietta e vedova che nella sua esistenza altro non fa che lavare panni e budella al fiume, accompagnata da una capra segugia che sembra più viva di lei; Zelinda, dicevamo: il prete è catturato dalla sua evasività, da questa presenza inspiegata: “Mai una volta alla processione: mai ai Vespri: mai in chiesa”.
Non smette però di sperare che un contatto, non sa neanche lui perché così desiderato, si stabilirà: “Prima o poi vengono tutti, da me. […] Dovrà uscir dalla tana anche lei”.
E uscirà dalla tana, per andare nella sua casa e chiedergli: “È vero o no che anche voi … sì, la Chiesa, ammette che due che si sono sposati possono anche dividersi, e uno è libero poi di sposare chi vuole?”.
Doctor Ironicus si irrita:

“Un uomo può arrabbiarsi anche per meno di questo: per molto meno, e io lo so: e lo stesso un povero prete […]. Per giorni e giorni non avevo pensato ad altro che a lei, ero andato ogni sera al canale e ci avevo fatto anche su gran disegni: e adesso ecco qua: tutto quel che ne usciva era una storia da far ridere le stalle per tutto quanto l’inverno”.

Sarà questo un incontro sterile, in seguito al quale Zelinda non tornerà dal prete diventato ostile. Tra i due nasce così un paradossale rapporto di “assenza”, confermando quello di cui Walter Benjamin era sicuro:

“Il più alto grado di presenza è l’assenza”.

Doctor Ironicus passerà così il tempo a osservare Zelinda da lontano, a fare contabilità di ipotesi su quella strana donna, e lei lo vedrà e lo ignorerà. Del resto, proprio nel campo della fede non si accetta di adorare l’Assente per eccellenza, ossia Dio? E questo rapporto privo di rapporti subirà un’altra piccola scossa quando la perpetua informerà il religioso che Zelinda, dopo qualche giorno, ha recapitato una lettera che è però passata a riprendersi nelle poche ore successive. L’uomo non ci sta, considera quella missiva come oramai sua e la donna gli ha fatto un grande torto sottraendola: ci sarà perciò un ulteriore incontro. La vecchia riuscirà finalmente a presentare al pastore d’anime il dubbio che le rende grave la vita; e egli, stordito, non riuscirà a fare altro che rispondere “così goffamente da provare vergogna di tutte le parole del mondo”, parole convenzionali e prive di qualsiasi anima taumaturgica.
È un racconto su solitudini e inadeguatezze (sentirsi in “casa d’altri”) che si legge in un’ora circa, e è dotato di una densità narrativa elevatissima: riesce a farsi cuneo che penetra il lettore in poche pagine, grazie più a silenzi e - appunto - assenze più che a parole e azioni; nel concreto, da un punto di vista narrativamente utilitaristico, succede poco in queste pagine; e quello che succede tra i personaggi in gran parte viene celato, ma il lettore lo capisce istintualmente e lo assorbe molto più in profondità che leggendolo, come del resto succede ogni volta che nel campo dell’emozionale liberiamo l’istinto e blocchiamo la ragione spesso importuna. D’Arzo è uno di quegli scrittori che hanno il dono della maieutica, e il lettore tale dono lo accetta con raro entusiasmo.
Subito, a lettura conclusa, mi sono venuti in mente due libri: uno è contemporaneo, uscito nel 2010: Il primo passo nel bosco, di Alessandro De Roma (Il Maestrale); l’altro è il classico La morte di Ivan Il’ic, di Tolstoj. Come D’Arzo posseggono questa architettura dell’assenza (e non a caso sono libri relativamente brevi): la bravura di rendere gli spazi bianchi tra le righe scritte quasi più comunicativi e incisivi delle parole stesse, il talento di valorizzare esponenzialmente la reductio e la sottrazione; ciò è dovuto a un approccio di assoluta umiltà dello scrittore, rispetto al lettore: poiché sa l’autore che al lettore va comunicato per emozioni, ciò che si vuol dire, e sa anche e soprattutto che il lettore capisce - assorbe - senza bisogno di stucchevoli lezioni. I grandi scrittori possiedono questa indispensabile umiltà naturalmente, non hanno bisogno di pianificare con progetti d’impresa cosa proporre e cosa invece ritrarre. E non può, a questo punto, che coglierci sconforto quando leggiamo invece presuntuosi autori che sentono il bisogno di spiegare tutto quello che in uno scritto succede, quasi che considerassero il lettore un qualsiasi minus habens di passaggio che ha imparato a leggere per caso.
Piero Fadda.

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Mi facevo chiamare Silvio D’Arzo
Nasco a Reggio Emilia il 6 febbraio del 1920, da Rosalinda Comparoni, che vive in uno stanzone enorme di via Aschieri, al numero 4, manda avanti una vita anonima tra mille mestieri, cartomante e bigliettaia di cinema, lasciata da un padre che non conobbi e che mai volli sapere chi fosse. Non ho avuto molto dalla vita, forse solo la soddisfazione di piacere a Emilio Cecchi, ché quando scrivo Casa d’altri penso soltanto a lui, è il mio ideale di lettore, al punto che la sua risposta diventa la cosa più importante che possa capitarmi. Siamo nel 1947, piena estate della Seconda Guerra Mondiale ma io penso alle sorti del racconto, umile provinciale quale sono, prendo carta e penna e mi firmo, ringraziando, Ezio Comparoni, una delle poche volte che uso il vero nome, ché i primi tempi mi faccio chiamare Raffaele, quando con Carabba pubblico sette racconti in una raccolta intitolata Maschere. Luci e penombre è il mio secondo libro, poesie giovanili, ci metto tutto il mio sapere, le buone letture da Verga a D’Annunzio, passando per il Dostoevskij di Delitto e castigo. Frequento il ginnasio allo Spallanzani di Reggio, ma son precoce, non posso far le cose che fan tutti, così mi preparo con Giuseppe Zonta, prendo la maturità classica a sedici anni, da privatista, a Pavia. Laurea in Lettere a Bologna, è il 1941, ventun anni, ditemi se è poco, discuto una tesi sui dialetti reggiani con il professor Bottiglioni, glottologia, la mia passione, intanto insegno in qualche professionale e impartisco lezioni per aiutare a casa. Insegnare mi piace. I ragazzi mi seguono. E io racconto storie, collego Manzoni e Stevenson senza alcun problema, il romanzo è tale in ogni sfaccettatura, sia L’isola del tesoro che I promessi sposi. Scrivo tanto, butto e riscrivo, comincio racconti, abbozzo romanzi, pubblico su riviste storie del mistero, di vita quotidiana, di contrabbandieri e bambini, di sogni e campagne, paesaggi emiliani e shakespeariani, senza soluzione di continuità. Pubblicheranno tutto molto dopo, io non ci sarò più, solo All’insegna del buon corsiero vedo stampato da Vallecchi, nel 1942, immatura prova che narra di locande e carrozze, di uomini e donne che vivono nel millesettecento. Eppure piace, c’è chi lo definisce opera originale d’un certo Silvio D’Arzo, di padre ignoto, pure se si chiamava Pietro Comparoni, in vita non lo volli mai sapere, preferivo D’Arzo tra i tanti nomi di fantasia inventati, ché ricordava la mia terra, Arz, Reggio in dialetto, come arzàn sta per reggiano. Non faccio prosa d’arte come Cecchi, non la so fare, preferisco una cadenza metrica per quel che scrivo, metafore nuove, un suono preciso alle parole. Vivo un’Italia fascista e provinciale, amo gli autori inglesi e americani, cerco rifugio nelle lettere a tutta la tristezza che c’è intorno. Devo fare il servizio militare, soldato a Canzo, vicino a Como, poi ufficiale ad Avellino, quando Badoglio firma l’armistizio mi trovo a Barletta, per fortuna non parto per il fronte Egeo. Mi catturano i tedeschi, viaggio un giorno e una notte insieme a tanti disperati, poi fuggo quando il treno si ferma a Francavilla, mi rifugio in casa di contadini che mi danno asilo. Finirà questa guerra, mi dico. Torneremo alle cose d’un tempo. E infatti un giorno rivedo la mia Reggio, mi tuffo per dimenticare nei libri che avevo lasciato ad aspettare, da Swift a Defoe, Dickens e Carroll, i racconti di Perrault segnano i miei giorni. Vorrei che Vallecchi pubblicasse Bambi, subito dopo la morte del suo autore, ma non mi ascolta, leggo di tutto, romanzi d’avventura, cose fantastiche che profumano di sogni. Alice, Gulliver, Robinson, Oliwer Twist e il mio caro Lazzarillo, piccolo iberico accattone. Scrivo favole anch’io, non posso farne a meno, vien fuori Penny Wirton e sua madre, dove invento un bimbo che fugge di casa, deluso per aver scoperto che il padre fa il sellaio, ma poi ritorna per star accanto a sua madre. Peccato che son già morto quando qualcuno scrive che è il libro per ragazzi più bello mai scritto in italiano, dopo Pinocchio. Non mi fermo, arriva Tobby in prigione, tra castori e pellicce, poi Il pinguino senza frac, forse il racconto più fantastico. Una storia così, invece, racconta un insegnante che combatte contro un direttore burbero e poco comprensivo. Gec è la storia d’un bambino che non vuol nascere con la camicia. Finita la guerra c’è posto e tempo anche per l’amore, ché Ada Gorini è la donna della mia vita, pittrice di sentimenti e del mio cuore. Non son compagnone, ho gli amici di sempre con cui passo le sere tra chiacchiere di lettere e passioni. Scrivo tanto, correggo, aiuto studenti, mi fingo traduttore d’un Andrew Mackenzie che non è mai esistito, leggo Edgar Lee Masters, scrivo poesie sepolcrali, proprio come lui. Il Contemporaneo e Paragone son le riviste dove scrivo per dar vita al mio sogno angloamericano, la letteratura che più amo, da Hemingway a Kipling, passando per James, senza dimenticare il buon Villon che era francese. Contea inglese sarà la mia scrittura fatta di frammenti di passato, ricordi antichi pescati nel mio prato. Ma il mio capolavoro è Casa d’altri, non foss’altro per quel che scrisse Cecchi, uno che amava Conrad e lo capiva, mica poco. Sarei dovuto diventar qualcuno, disse il vecchio poeta. Almeno nelle lettere, sia chiaro. Ma la vita mica sempre fa le cose come dovrebbe farle. Anzi è la morte che spesso ci mette lo zampino. Bompiani chiede tempo per pubblicare il libro, Einaudi per mano di Pavese scrive che la novella è esile, che manca qualche cosa, che bisogna rivedere. L’illustrazione italiana pubblica uno stralcio, lo intitola Io prete e la vecchia Zelinda, scritto da un tal Sandro Nedi, che poi son io, sotto falso nome. Il titolo che amo non va bene, Qualcosa succede anche a Montelice, troppo lungo e poco evocativo; lo spedisco a Vallecchi, con il parere positivo del buon Cecchi, vorrei provare anche con Guanda, ma il primo lo rifiuta e col secondo non faccio in tempo a preparar la busta. Il 30 gennaio del 1952, una maledetta leucemia brucia i miei sogni, tu pensa che ne avevo ancora tanti a soli trentadue anni; in futuro quella malattia si potrà curare, adesso no, si può solo morire. Clinica Villa Ida, Reggio Emilia, finisce il mio tempo con la vita, mia madre accanto che mi dà la mano, lei sopravvive. Adesso siamo insieme al cimitero, mi ha raggiunto nel 1964, ancora la rammento quando veniva qui sulla mia tomba, portava fiori, un po’ si commuoveva, raccontava del mio libro uscito, che per Montale era un racconto perfetto, l’aveva scritto sul Corriere della Sera. Casa d’altri vive dopo la mia morte, il più bel racconto del Novecento italiano, dicono, cinquanta pagine ricche d’emozione, scritte con stile da poeta. Io non lo so mica se è il racconto più bello che ci sia, so che ci ho messo tutta la passione di cui potevo andare ancora fiero, dopo aver letto Puskin e Lermontov, Kafka e Hemingway, Checov e Kleist. Merito di Attilio Bertolucci, grande poeta, se il mio racconto esce su Botteghe Oscure, poi ci mette bocca anche Bassani e Sansoni lo pubblica in collana. La storia racconta proprio poco, c’è tutto lo sgomento di quel prete che si vede narrare da una donna di paese il desiderio di togliersi dal mondo, di suicidarsi, perché ha smarrito il senso della vita. Argomento difficile, storia di sguardi e sensazioni, di descrizioni, di paesaggi montani e collinari, di colloqui cupi, quasi in penombra, tra un prete e una donna di campagna. In quel racconto c’è tutta la mia terra, ci sono i calanchi e le creste dei monti, i boschi e i sentieri, le erbe dei pascoli, l’aria viola al tramonto, il color ruggine vecchia che si stempera nei sogni. Ci sono i corpi avvolti in chiaroscuro di turpi confessioni, i tramonti, l’estate che finisce, cede al dolente autunno, dipinto tra tenui colori, descritto in vuote giornate d’un tempo che non avanza. Il mio stile è un colto italiano tuffato in dialetto, arcaismi e parole d’un tempo, il metro è quello della mia poesia prediletta, percussioni sonore e rimpianti, parole che cadono lente sulla pagina bianca, poi un punto, una virgola, un lieve sospiro che rende la frase cadenza e la fa poesia. Non son neorealista e neppure verista, non è prosa d’arte la mia, è cosa diversa, la fantasia che corre sfrenata per le strade fiorite del mio Appennino, dove invento cose mai accadute, usanze e costumi che vengon da lidi lontani. Il mio Casa d’altri è canzone melodica scritta da un narratore che si compiace di come scrive le cose, non tanto di quello che scrive, un allarme lirico, una frase in attesa che ne aggiunga un’altra d’identico suono. E se guardo la luna per me è lucida e fresca come l’avessero tolta da un secchio, come la placida sera si diffonde nel vergine incanto lunare, a volte gelata e smorta, gocciolante come una moneta caduta in una vasca. La scenografia del mio paese è fatta d’un torrente che scorre, immutabile come le montagne d’intorno, fissato in un eterno presente, unica certezza possibile, come la morte, scelta dalla mia Zelinda come quiete finale, rifugio alle tempeste del mondo. Zelinda è il ricordo di mia madre Rosalinda, così come il paese immaginario è il suo paese, quel Cerreto dell’Alpi dove andavo sempre a passar l’estate da bambino, tra Reggio e Spezia, in mezzo all’Appennino. Il dolore di mia madre sarà simile al dolore di Zelinda, per la mia morte inattesa, pure lei attenderà la morte per trovare finalmente la sua pace. Termino il racconto, che scrivo e riscrivo troppe volte, incerto se spiegare la fine che farà Zelinda, infine decido di lasciare in sospeso, sarà il lettore a decidere gli eventi. Calo il sipario sulla

morta stagione, gli sterpi secchi, le passere uccise dal freddo, la notte che arriva alle sei, i fossi ghiacciati, i vecchi che se ne muoiono in fila e la Melinda li cuce dentro il lenzuolo ed io li porto al cimitero di monte, e i bambini che per l’intera stagione se ne stanno dentro le stalle a scaldarsi col fiato dei muli …

Tutto profuma di morte, in fondo. E io credo solo nei libri che scrivo. E li vivo. Non sono James Cain. Non mi è dato percorrere strade americane in automobile. Resto nel mio paese. Attendo risposte da un innocente vecchietto autorevole, mezza bandiera del tempo che fu, che mi prese a benvolere, chissà poi perché, senza immaginare che io ero, a dir poco, due o tre volte più vecchio di lui. La mia esistenza provvisoria, come quella di tutti, mi presenta il conto troppo presto, mentre scrivo i racconti del dopoguerra, il romanzo Nostro lunedì (solo la prefazione resta), storie di militari sbandati dopo l’otto settembre … Il mondo non è casa tua, nel mondo ci stiamo a dozzina, si dice in Emilia. E la mia parte in affitto in breve tempo è scaduta, purtroppo.
Gordiano Lupi

Da minimaetmoralia.it del 14ottobre 2015
Il racconto dei racconti
di Rossella Milone
Certo, Eugenio Montale definì Casa d’altri un “racconto perfetto” in quanto perfettamente compiuto e, nello stesso tempo, da compiersi solo attraverso, e grazie alla la partecipazione del lettore. E scrisse sul Corriere che si trattava di un testo fatto di aria, trasparente e pieno di vapori. E poi sì, sappiamo che piacque moltissimo anche al più giovane scrittore Pier Vittorio Tondelli, che praticò un’attenta operazione di recupero dell’opera di D’Arzo e di altri autori “eterodossi della tradizione” per lo più gravitanti intorno all’aerea emiliana-romagnola. È poi stato definito uno dei racconti più belli del Novecento. E va bene, questo testo è stato più volte preso come esempio per raccontare in che modo funzionano in narrativa certi meccanismi: D’Arzo crea per quasi tutto il tempo del racconto una serie di suggestioni, incastrandole le una sulle altre fino a ottenere un effetto di accumulo. Ci parla delle condizioni climatiche (quasi sempre piovose, uggiose, invernali). Ci mostra delle atmosfere, uno dei pregi più visibili e preziosi del testo, attraverso cui fa emergere con lentezza i personaggi - come ombre che si scollano da un nulla. Sono atmosfere concrete, fatte di aria, acqua, terra e fuoco; come Georges Simenon le costruisce prima lungo i margini, da un orizzonte che piano piano si avvicina - i monti lontani, i latrati ovattati dei cani, le torce dei contadini che tornano dai campi di torba - per poi arrivare al centro di una nebbia sottile o sull’uscio di una porta da cui si affacciano gli occhi delle capre o in un cielo viola che piomba sul personaggio, nel punto esatto dove si svolge l’azione.
L’azione è un altro meccanismo messo più volte in rilievo in questo testo: anzi, la non azione.
Nessun racconto è stato utilizzato tanto come esempio di ellissi quanto questo.

“Un’assurda storia da un soldo” che può essere riassunta così: un vecchio prete di montagna, rassegnato e ormai abituato alla ordinaria vita di un paese in cui non accade mai nulla, incontra Zelinda, una sessantenne che lava i panni al fiume, che, esausta della sua vita, vuole suicidarsi e, in quanto credente, chiede a lui il permesso per farlo. Il prete allibito non la comprende, non sa cosa fare e dire (“Le parole mi fanno vergogna, ecco il fatto”), e lei si ammazza.

In questa storia non esiste intreccio; per amore di Čechov, non esiste la famigerata trama; non ci sono ganci narrativi che possano portare il lettore a incuriosirsi di una vicenda avvincente. In questo racconto ciò che vive, palpitante nel fondo come un incendio, è il mistero. E il mistero - specie in un racconto - lo si ottiene togliendo quasi tutto, scippando i fatti salienti, nascondendo agli occhi del lettore ciò che c’era prima e attorno al fatto principale (in questo caso il suicidio).
Accumulando suggestioni, costruendo le atmosfere, sottraendo, rendendo ellittici i meccanismi che portano la storia al finale, D’Arzo crea quel misterioso lato oscuro che un racconto deve avere; l’altra parte del cuore, quella che pure batte ma rivolta alla schiena, al buio e in silenzio.
Questa certosina operazione di nascondimento, è un tratto caratteriale dell’autore stesso, che si deve essere impresso nello sguardo dello scrittore perché appartiene prima ancora all’uomo. Silvio D’Arzo, infatti, è uno pseudonimo di Ezio Camparoni: un uomo ossessionato dall’anonimato, tanto da scrivere in un carteggio a Emilio Vallecchi:

“figuratevi che nessuno - dico nessuno - sa ch’io scrivo: il mio nome è solo uno pseudonimo … nessuno sa il mio nome, nessuno … ”.

Una volontà di sottrarre se stesso al mondo e agli occhi del mondo, tanto elusiva e intransigente che nella scrittura diventa metodo, stile e senso.
Incontrai questo racconto molto, molto tempo fa. Durante una lettura di gruppo in cui ognuno di noi si trovò in mano un centinaio di fogli fotocopiati e il nome di questo sconosciuto scritto a penna, in basso a destra. Qualcuno lo lesse ad alta voce, in un’aula distratta, rumorosa, con una serie di pensieri a portarmi lontano da lì. E io ricordo perfettamente di non averci capito nulla. Cioè, a fine lettura pensai: oddio, perché piace così tanto a tutti? Mi sono persa qualcosa.
A dirlo me ne vergogno un po’; però, in realtà, a ripensarci a distanza di anni, dopo averlo riletto, studiato e ristudiato, capisco perfettamente - ora - quel disorientamento dell’epoca.
Casa d’altri è un racconto che va letto da soli, in silenzio.
E non perché sia un racconto, come dicevamo, con un intreccio troppo difficile da seguire. E nemmeno perché possiede tutti quei bei meccanismi cari alla narrativa a cui abbiamo accennato.
Casa d’altri nasconde nel suo stomaco qualcosa che a me sta più a cuore, come lettrice e come narratrice. È qualcosa che ha a che fare con un’arte complicata e complessa, difficile da tradurre in scrittura, che appartiene a chi si avvicina alla letteratura più alta e ne conosce il segreto. È qualcosa che, oggi, mi pare di scorgere sempre meno, o, meglio, con minore attenzione, cura, dedizione e, soprattutto, capacità da parte di chi scrive.
È quella cosa che fa Alice quando attraversa lo specchio. La Alice di Attraverso lo specchio compie quel salto mortale che tutti gli scrittori fanno (o dovrebbero fare) quando si mettono a scrivere una storia. Immergersi in un mondo di ombre e demoni da cui uscire (se si riesce a uscire) non solo con la storia, ma anche con l’anima di quella storia.
All’inizio del racconto di Lewis Carroll, Alice è da un lato dello specchio: quello della vita reale, dove gioca col suo gatto. Mentre l’altra Alice, il suo riflesso, il suo doppio, il suo Hyde è dall’altro lato, in un mondo altro e alternativo dove, forse, risiedono le storie.
Non è vero che Alice guarda i gatti, guarda gli specchi: da un lato la vita, dall’altro quello della vita inventata, quello della letteratura. Un lato guarda dentro e un lato guarda fuori.
Alice è una che non vuole distruggere gli specchi a favore di un lato o di un altro, allora che fa: ci passa attraverso. Si immerge nel mondo altro e invece di distruggere il suo doppio si unisce a lui. Crea un’Alice immaginata, irreale, fatta di invenzioni e di sogni, che vive in nessun posto se non nella fantasia. Quando la vera Alice ritorna nel lato della vita vera, porta con sé la storia che ha visto e vissuto dall’altra parte dello specchio, e la racconta al gatto.
Lo scrittore quando inventa una storia diventa Alice, e quando la scrive è il momento in cui passa attraverso lo specchio: la storia nasce da un doppio che s’immergere in un mondo non vero, che può interrompere il tempo e raccogliere infinite storie, riportarle a galla, e poi raccontarcele.
Scrivere una storia è l’incontro con un posto strano pieno di bagliori. In questo mondo si aggirano spettri, chimere, scheletri e fantasmi. È illuminato da luci e oscurato da ombre.

Per andare lì, in quest’altro mondo, un narratore compie uno sforzo difficile, a volte doloroso, altre meno, ma sempre rischioso perché le storie nascono dal fondo limaccioso di quel mondo in cui tutto, ogni cosa, viene sepolta e poi ripescata. Lo scrittore che s’immerge in quel luogo, deve fare i conti con quel fondo torbido; deve fare i conti con tutti quegli spettri lì; parlarci, conoscerli, stringere con loro un rapporto, e poi riportarli su, in superficie dove vivono i vivi.
Come dice la Sibilla Cumana a Enea che le chiede come fare a intraprendere il suo viaggio,

facile la discesa all’Averno: notte e giorno la porta del nero Dite sta aperta: ma riportare su il  passo, uscire all’aria di sopra, questo è l’impegno, qui è la fatica.

lo scrittore deve prendersi l’impegno di affrontare questo tipo di sforzo. Andare a fondo. Scavare.
Per scrivere una storia si deve riportare all’aria di sopra ciò che non esiste, ciò che è mortifero e pauroso anche solo perché ignoto, regalarlo ai vivi, farlo ri-vivere.
Solo affrontando questa discesa la storia riceverà un’anima e una forza emotiva tale da farla sopravvivere al tempo.
Ecco, Silvio D’Arzo passa attraverso lo specchio. Va a fondo. S’immerge nel fango. Scava.
Casa d’altri possiede la carica emotiva di chi ha conosciuto gli spettri e traduce quel rapporto sulla pagina. È questo ciò che amo di più di questo racconto - aldilà di tutti gli aspetti tecnici o dei motivi che spieghino la sua perfezione. Perché è un racconto che non ha paura di ferire, di colpire il lettore in faccia con uno strofinaccio bagnato, costringerlo a spostarsi di qualche metro dalla sua solita posizione confortevole e domandarsi: come mi sento adesso?
Sono pochi gli scrittori capaci di incanalare nelle proprie storie tale terremoto. D’Arzo possiede uno sguardo che sa coglierne le vibrazioni, accoglierne gli smottamenti per poi trasformarli in parole. Anche se era uno che non amava spostarsi dalla sua provincia, è un esploratore di antri umidi e scuri, in cui va a raccogliere le anime per raccontarle.
Oltre a questo suo sguardo particolarissimo, tale magia può avvenire soprattutto attraverso lo stile della scrittura. Suggestiva, piena di atmosfere, capace di controllare gli artifici narrativi – come abbiamo detto. Ma soprattutto è grazie a un particolare modo di combinare lirismo e prosa a uno sguardo visionario e sognante, che quel mondo misterioso può svelarsi lentamente agli occhi del lettore.
Le parole, rigorose e precise, vengono sfruttate per costruire immagini astratte e vaporose; frasi che in una sola riga evocano mondi realistici e nello stesso tempo mondi nascosti, come segreti da andare a svelare. È nel linguaggio che D’Arzo realizza il suo doppio. Un lirismo concreto - che si artiglia al reale rendendolo ancora più crudo e più credibile - che s’inabissa in un’atmosfera immaginifica, quasi fiabesca. È quel suo modo visionario di guardare agli oggetti, alla natura leopardiana, alle persone che gli permettono di avere sempre un occhio rivolto all’indietro, verso quel lato dello specchio dove sogno, finzione, allucinazione tratteggiano i tratti più onirici della sua narrazione.
Oscillando tra questi due registri, D’Arzo costringe ogni lettore a mettersi da solo in una stanza, piegarsi sul libro e interrogarsi sulla sua privata umanità.

Mi guardai un po’ d’intorno. Stava per venire la morta stagione, gli sterpi secchi, le passere uccise dal freddo, la notte che arriva alle sei, i fossi ghiacciati, i vecchi che se ne muoiono in fila e la Melide li cuce dentro il lenzuolo e io li porto al cimitero di monte, e i bambini che per l’intera stagione se ne stanno dentro le stalle a scaldarsi col fiato dei muli… Un inverno di cinque o sei mesi.
E lei cosa avrebbe fatto, la vecchia?
Nelle ossa sentivo l’inverno vicino. Guardai un momento le nuvole che adesso erano più grandi di un prato, e poi mi avviai alla parrocchia. Le nuvole mi venivano dietro. Sempre dietro, come se qualcosa sapessero. Vengono delle idee, certe volte. Ma che altro potevo fare, mi dite?

Rossella Milone
Rossella Milone è nata a Napoli nel 1979 e vive a Roma. Ha pubblicato le raccolte di racconti Prendetevi cura delle bambine (Avagliano 2007) - per la quale ha ottenuto una menzione al Premio Calvino - e La memoria dei vivi (Einaudi 2008). Per Laterza è uscito nel 2001 Nella pancia, sulla schiena, tra le mani, e per Einaudi nel 2013 il romanzo con Poche parole, moltissime cose. Per minimum fax ha pubblicato il racconto Un posto nel mondo all’interno dell’antologia L’età della febbre e Il silenzio del lottatore (in uscita). Collabora con diverse testate giornalistiche e coordina l’osservatorio sul racconto Cattedrale.

Da parma.repubblica.it del 21 maggio 2018
La poesia di Silvio D'Arzo a Parma: abitare un'esistenza come Casa d'altri
di Lucia De Ioanna
L'atmosfera di sospesa e intensa attenzione che accoglie la lettura, eseguita a opera di Argante Studio, di alcuni passi tratti da Casa d'altri (https://www.garganoverde.it/letteratura.html?view=simplefilemanager&id=951) sembra fatta, in qualche modo, della stessa sostanza densa e rarefatta di cui è intessuta la scrittura di Silvio D'Arzo.
Occasione preziosa per conoscere, e necessariamente amare, l'opera dello scrittore reggiano Silvio D'Arzo (nato Ezio Comparoni nel 1920 da Rosalinda Comparoni e morto a soli 32 anni nel 1952) è stata offerta presso la Libreria Diari di Bordo attraverso la presentazione della versione lunga del racconto, a cura di Paolo e Andrea Briganti, e l'intervento di Giulio Iacoli, autore di Luci sulla contea, raccolta di scritti critici volti a sondare l'opera dell'autore attraverso l'interrogazione di temi ricorrenti.
“Giallo conoscitivo-esistenziale”, nella lettura di Paolo Briganti, “Casa d'altri racconta, in sospensione conoscitiva - via via sapientemente alimentata - la vicenda intrecciata d'un vecchio prete di montagna e di una vecchia che trascina la vita nella miseria”: da questo nucleo narrativo, apparentemente semplice, D'Arzo trae una narrazione capace di provocare il lettore sul piano esistenziale, interrogandolo sul senso di una vita fatta di giorni e ore tutti uguali, vissuta da estranei, come in casa d'altri, appunto.
Il parroco di Montelice, il piccolo paese sull'Appennino reggiano dove è ambientata la vicenda, ha perso ormai l'entusiasmo della vocazione e si percepisce, con amara ironia, come un curato da sagre e nient'altro': l'incontro con la lavandaia Zelinda, (un uccello sbrancato, una gatta di via) lo mette a confronto con quella che gli appare la più assurda creatura del mondo, solitaria e schiva, dietro alla cui reticenza il prete intuisce la necessità profonda di una confessione, di una comunicazione autentica. I passi di approssimazione a un possibile disvelamento sono cauti, guardinghi, fatti di silenzi e ritrosie della donna, pretesti e sassi gettati nel canale a infrangere la superficie di un silenzio. E il messaggio, il quesito che verrà a galla (se in qualche caso speciale, tutto diverso dagli altri, senza voler fare dispetto a nessuno qualcuno possa decidere di andarsene prima da una vita nella quale è proprio come stare a dozzina) è di quelli che richiederebbero, in risposta, parole nuove e autentiche: non cose d'altri tempi, vecchie nevi dell'anno passato, le sole che, invece, si affollano alle labbra del prete.
L'edizione curata da Paolo e Andrea Briganti corrisponde alla versione lunga del racconto darziano del quale esistono, stando alle ricerche condotte finora, tre diverse redazioni: circostanza, questa di una pluralità di versioni, che si comprende, nota Andrea Briganti, “appena si consideri che l'autore scomparve prematuramente, nel 1952, a 32 anni, senza poter mettere propriamente la parola fine a una serie di riscritture e di tentativi di pubblicazione di una storia che aveva cominciato a elaborare dal 1947”. I primi a occuparsi del manoscritto sono stati i due studiosi parmigiani che nel 2002 ne curano un'edizione per Diabasis, rispetto alla quale il libro edito da Consulta, impreziosito da una china di Elisa Pellacani, appare più agile, alleggerito dall'apparato delle note critiche.
A proposito del titolo, il manoscritto lungo è “l'unico documento primario in cui il titolo Casa d'altri campeggi a chiare lettere. Nella versione più breve, il titolo era Io prete e la vecchia Zelinda; nella versione media il titolo Casa d'altri fu inserito postumo, da altra mano.” Titolo che appare pertinente, in quanto giustificato internamente, solo nella versione lunga del racconto, l'unica nella quale compare la battuta con la quale le lavandaia Zelinda esprime il suo senso di estraneità alla vita: Perché questa non è casa mia. Questa qui è casa d'altri, io lo so.
La lettura di questo “racconto perfetto” (secondo il giudizio che ne diede Eugenio Montale) segna invariabilmente una linea di demarcazione nell'animo del lettore, come avvertono i curatori: “può succedere una cosa, leggendo Casa d'altri. Magari non te ne accorgi subito, ma a distanza di tempo poi ci fai caso, risali all'indietro con la mente, ripercorri qualche anno, e ti rendi conto che proprio lì, mentre leggevi quella storia, qualcosa ti stava succedendo: si stava formando una chiara, netta linea di demarcazione dentro di te. Dentro di te-lettore. La linea del prima e del dopo. Prima, eri uno che non aveva letto Casa d'altri. Poi, sei diventato uno che Casa d'altri l'ha letto”.
Avvicinarsi all'opera di Ezio Comparoni sondando il potenziale conoscitivo di alcune tematiche di fondo che affiorano in modo ricorrente e decifrando, in filigrana, dietro all'addensarsi di immagini insistenti, l'azione generativa di ragioni psicologiche e esistenziali profonde: questa la direzione della ricerca messa in atto da Giulio Iacoli in Luci sulla contea. D'Arzo alla prova della critica tematica, Mucchi Editore.
Come osserva Elisa Vignali nella postfazione, l'indagine di Iacoli punta a “non sottacere e anzi amplificare “il problema” di certe questioni radicali in D'Arzo, legate al senso di immedicabile estraneità dei personaggi, almeno in parte riflesso della solitudine dello scrittore rispetto al mondo autoreferenziale della provincia di origine”.
Un fondale da dragare per portare a galla “determinati significati di profondità, di immagini, finanche ossessive” quali la mutua compenetrazione di animato e inanimato, i sentimenti di estraniazione e disagio dei personaggi, di indifferenza, lontananza, incompletezza e precarietà che concorrono a definire il paesaggio interiore delle figure messe in scena dalla scrittura darziana.
Interessante il modo in cui l'autore fa affiorare emblemi del desiderio e della marginalità da Essi pensano ad altro, romanzo ambientato a Bologna, in un casamento abitato da angeli, diversi, inadeguati alla vita, come osserva l'autore: figure di renitenza ai ruoli sociali previsti, imprigionati in epiteti che ne sanciscono l'esclusione dal consorzio urbano. Affondando, con sensibili antenne analitiche, nel corpo della scrittura, Iacoli porta alla luce le dinamiche di desiderio e attrazione leggibili in tanti ritratti maschili darziani “che mettono in scena il perturbamento, il senso conflittuale della sessualità, tra pulsioni e repulsione” e la difficile adesione a leggi di genere vincolanti.
Nello stesso casamento vivono l'imbalsamatore Berto Arseni e lo studente Riccardo, che proviene dalla provincia contadina, l'ammaestratore di animali Enrico e il fratello Nemo, suonatore di trombone, legati da “relazioni problematiche, costantemente passibili di crisi e sconvolgimenti”. Il lettore è chiamato da Iacoli a cogliere quegli indicatori, disseminati nel romanzo di ambientazione urbana, che rimandano a un sentire altro, segni in superficie “di un desiderio intimo e rimosso”.
Facendosi guidare dall'idea di una 'logica della censura', derivata da Foucault, logica in base alla quale una società rigida non riconosce nome e legittimità a figure emarginate, figure che eccedono i margini dei generi codificati, Iacoli segnala come gli elementi di irriducibilità messi in scena da D'Arzo “stanno a significare, nel ritardo culturale della città fascista, quanto non era visibilmente riproducibile”.
Gli scavi tematici offerti in Luci sulla contea da Iacoli guidano il lettore nella decifrazione della scrittura darziana, interrogando gli spazio bianchi, il non detto e il rimosso, come osserva Elisa Vignali, “con un rigore non disgiunto da una passione coltivata negli anni per uno stesso oggetto di studio”.
Nuova occasione per scoprire o riscoprire il racconto-capolavoro di Silvio D'Arzo, nell'edizione ConsultaLibrieProgetti, si offre il 22 maggio alle 17,00 presso il Circolo di Lettura e Conversazione in via Melloni 4 a Parma: ospiti del salotto di Isa Guastalla, saranno presenti i curatori, Paolo e Andrea Briganti, per leggerne alcuni brani insieme a Mirella Cenni dell'Argante Studio.

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