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Deportatio, Relegatio, Internamento
La deportazione (Deportatio) dei dissidenti in zone remote dalla vita civile è stata una pratica molto utilizzata dai Romani e, in special modo, da Augusto. Essa consisteva nella confisca dei beni, nella privazione della cittadinanza romana e nell'allontanamento in zone sperdute, nelle isole (Sardegna, Isole Egee) o addirittura nei deserti dell'Africa e dell'Asia. La deportazione era perpetua e poteva essere anche associata ai lavori forzati.
In disuso nel Medio Evo, tornò in auge in grande stile nella età moderna, attuata da Francia, Spagna, Portogallo e Inghilterra per allontanare i prigionieri politici e comuni, ma anche per popolare le colonie. Grandi deportazioni, associate anche a lavori forzati, avvennero in Russia, in Siberia, nell'isola di Sahalin durante gli anni dello zarismo e poi dello stalinismo.
La Relegatio, invece, attuata sempre in luoghi remoti ed isolati, era, presso i Romani, una pena da scontare per un periodo limitato di tempo.
L'internamento è la relegazione di condannati in strutture recintate, - di solito baracche, dette campi di concentramento o campi di internamento" - poste all'interno di uno Stato, lontane dai suoi confini. Durante la 1. Guerra Mondiale erano internati gli stranieri sulla sola ipotesi che potessero diventare spie. La pratica fu ripetuta durante la 2. Guerra Mondiale.

Deportazione e internamento in Italia
La deportazione, come pratica da parte degli Stati, venne condannata apertamente durante il processo di Norimberga, quando era ancora vivissima l'esperienza delle deportazioni e degli stermini operati nei campi di concentramento da parte dei Nazisti. Circa 800.000 furono i deportati italiani nei campi di concentramento nazisti. La deportazione però fu praticata anche in Italia, a partire dagli anni della unificazione nazionale. Nel 1863 essa venne istituita e attuata attraverso il "domicilio coatto", limitato in teoria ai soli reati comuni, ma applicato spesso contro i prigionieri politici, anarchici e socialisti in primo luogo.
Con l'entrata in guerra contro l'Austria-Ungheria nel 1915, i cittadini di questo stato furono deportati nelle isole, in particolare Sardegna e Sicilia, dove furono mandati 30.000 austro-ungarici e 10.000 italiani, sospettati di spionaggio, ostilità alla causa nazionale, ecc.
L'internamento nelle isole, durante il fascismo, fu pratica comune nei confronti di dissidenti e condannati per reati politici che venivano ìeliminati dalla scena attiva.

Il confino a Ventotene
La storia di Ventotene come luogo di confino e reclusione è lunga e parte da lontano. Qui venne mandata in esilio Giulia, la figlia dell'imperatore Augusto. L'isola di Santo Stefano, sino a pochi decenni or sono, era la sede di un carcere per ergastolani. Durante il periodo fascista, Ventotene era il luogo dove erano confinati i più noti oppositori del regime.
Il confino politico nelle isole Pontine di cui Ventotene fa parte, iniziò nel 1928. Affluirono a Ponza confinati precedentemente assegnati ad isole giudicate inidonee perché troppo vicine alla costa africana. Qui venne portato anche Sandro Pertini nel 1935. A Ponza furono condotti molti dei principali oppositori del regime fascista, tanto che l'isola venne denominata l'università antifascista. Dopo il dimezzamento del sussidio, che veniva dato ai confinati per sopravvivere, ci fu una rivolta e le strutture furono chiuse nel 1939.
Parte dei confinati fu trasferita alle Isole Tremiti, mentre la maggioranza andò a Ventotene, dove confluirono anche coloro che avevano combattuto nella guerra civile spagnola dalla parte della repubblica. Gli abitanti erano 1.000 e 800 i confinati. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni hanno elaborato nell'isola il Manifesto di Ventotene sul federalismo europeo.

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