26.07.2002
Ma la protesta dilaga in molti paesi. I primi cittadini: "La Regione ci rovina" Giuseppe Cofano con la sua giunta e il consiglio comunale ha bloccato ieri sera la Statale per Bari: non ci facciamo scippare
Massafra, la rivolta del sindaco azzurro
A Massafra il sindaco di Forza Italia, Giuseppe Cofano, è arrivato a occupare la statale 7 che collega Bari a Taranto.
"La decisione, spiega, l'ha presa all'unanimità il consiglio comunale, questa sera, dopo aver discusso dell'eccessivo ridimensionamento dell'ospedale di Massafra deciso dalla giunta regionale".
Con lui assessori, consiglieri comunali e un centinaio cittadini. Ma la rivolta per il ridimensionamento di decine di ospedali deciso dall'Ares cova anche altrove. A Grumo Appula, ad esempio, il sindaco di Rifondazione, Domenico Rutigliano, minaccia di fare altrettanto
"dobbiamo solo decidere la data, per difendere i reparti del suo paese minacciati dai tagli".
Ma già da qualche mese a Grumo non si nasce più: se fosse nato di questi tempi, Sergio Rubini, l'attore, risulterebbe, all'anagrafe, di Altamura. Anche il grande Carmelo Bene non sarebbe nato a Campi Salentina, dove il reparto di ostetricia è stato soppresso, ma a Lecce. E lo stesso Raffaele Fitto, il Governatore: sarebbe di Scorrano e non di Maglie. Per cambiare la vita delle persone, a cominciare dal primo dato biografico, basta una delibera regionale. Ma il piano dell'Ares non sconvolgerà solo il luogo di nascita di molti pugliesi (fin qui sarebbe solo una curiosità), ma anche abitudini, flussi e di trasporto, piccole e grandi economie. La vita di comunità cresciute intorno a un nosocomio. A Terlizzi, ad esempio, dove è stato soppresso il reparto di ostetricia, fiorai come Giuseppe De Palma, si dovranno cercare nuovi clienti: tra amici e parenti di quelli che se ne vanno anziché di quelli che vengono al mondo.
"Per noi è una mazzata, dice De Palma Siamo qui da quarant'anni: mio nonno aveva un orto vicino all'ospedale. Poi, viste le tante nascite, iniziammo a vendere fiori. Mazzi di rose o lilium per le puerpere. Vengono anche all'alba, a comprarle, da Corato, Ruvo, Bari o Molfetta. Per fortuna facciamo anche servizi funebri".
Smobilita anche tutto l'indotto di negozi sanitari pronti a rifornire le mamme di pannolini, panciere e calze. E soprattutto, si apprestano a far le valigie infermieri e medici. Michele Ficco, ginecologo dell'ospedale, ricorda tutti gli sforzi fatti per scongiurare quest'esito:
"E' andato in fumo il lavoro di 27 anni. Per reggere la concorrenza con gli altri ospedali, abbiamo fatto di tutto, a cominciare dall'aggiornamento professionale: eseguiamo interventi di chirurgia vaginale che altri si sognano. Così siamo riusciti a garantire più di mille parti all'anno. Adesso, invece, tra Corato e San Paolo non c'è più un luogo dove nascere. Un disastro".
Molti sindaci sono sul piede di guerra. Mimì Rutigliano, primo cittadino di Grumo Appula, ha già inviato un telegramma all'assessore alla Sanità Salvatore Mazzaracchio, annunciando iniziative di protesta.
"Organizzeremo un consiglio comunale straordinario e un'iniziativa pubblica che coinvolgerà tutto il paese. Un paio di anni fa abbiamo inaugurato un polo operatorio all'avanguardia: c'era anche Fitto. Invece si preferisce mantenere in piedi un ospedale fatiscente come quello di Gravina, o aspettare quello di Altamura, che chissà quando arriverà".
Per Carlo Avantario, sindaco di Trani, è una doppia sconfitta. Oltre a essere sindaco è anche ginecologo nell'ospedale cittadino. Ma per il suo reparto è stato disposto il trasferimento a Barletta.
"Non riesco a capire i criteri che hanno spinto l'Ares ad agire in questa maniera. Non capisco in base a quali criteri, se politici o geografici, l'ospedale di Barletta debba essere considerato centro di eccellenza. Abbiamo un punto nascite tra i più importanti della Puglia. Credo che questo disegno porterà a ribellioni tra la popolazione, che già sta avvertendo molti disagi per la riduzione dei posti letto già decisa ed è costretta a peregrinare da un paese all'altro".
"Lo sapevo che sarebbe andata a finire così"
commenta da Bitonto Fernando Buonanova. Non è né sindaco, né medico, né infermiere: un semplice ex sottufficiale, di origini salentine, che da paziente, due anni fa, scoprì che l'ospedale dov'era ricoverato era a termine: dopo qualche anno non ci sarebbe stato più.
"Da allora ho iniziato a battagliare. Ho raccolto firme, ho scritto a tutti".
Segue elenco delle personalità "interessate" alla causa dell'ospedale di Bitonto: Salvatore Mazzaracchio, assessore regionale alla Sanità; Giuseppe Mazzitello, prefetto di Bari; Nicola Pice, sindaco di Bitonto; Raffaele Fitto, presidente della Regione; Umberto Veronesi, ministro della Sanità; Giuliano Amato, presidente del Consiglio; Nicola Mancino, presidente del Senato; Luciano Violante, presidente della Camera; Piero Fassino, segretario dei Ds. Persino Carlo Azeglio Ciampi, presidente della Repubblica.
"Mi hanno risposto tutti".
Anche Fitto.
"Ho preso buona nota della vostra cortese e sollecita richiesta del 27 maggio la lettera è del giugno del 2000 che seguirò con particolare attenzione per ogni possibile e consentito intervento". "Ha capito, cosa mi ha scritto? commenta ora Buonanova E invece, adesso, chi non ha la macchina, da Bitonto deve andare a Bari, e di lì prendere un bus per andare al San Paolo. Onestamente, le devo dire che mi sono arreso".
Poi ci ripensa:
"Torneremo alla carica. Tenteremo ancora di salvare l'ospedale di Bitonto".
Davide Carlucci
Da 'La Repubblica' di Bari del 26.07.02
02.08.2002
E nel pomeriggio scatta l'occupazione Un presidio di protesta nell'ospedale che subirà il pesante taglio del reparto di ginecologia. Parlano le pazienti
Terlizzi, mamme in guerra "Succederà il finimondo"
Siamo alla rivolta delle mamme. Il reparto di ginecologia e ostetricia dell'ospedale "Sarcone" di Terlizzi è probabilmente il caso più eclatante dell'ultimo "disordine" sanitario voluto dal governatore Fitto. Insieme a tutta l'unità operativa di chirurgia, è stato accorpato all'ospedale di Corato.
"Se chiudono questo reparto, facciamo un casino",
sorride Giovanna Sigrisi nella sua stanza al terzo piano della struttura. Accanto a lei c'è Giuseppe, che ha appena due giorni. Racconta:
"Sono al secondo figlio qui. Non è possibile che compiano uno scempio del genere. Questo dipartimento è un motivo di vanto per tutta la città. Io sono di Terlizzi. Non possono fare uno scempio del genere".
La città si è mobilitata accanto al primario Ernesto Tajani, napoletano, che è in Puglia dal '77. Si è creato un movimento trasversale, da destra a sinistra. Per difendere i figli di questa città. Appena si arriva al primo semaforo, sulla strada che viene da Molfetta, sul cartellone dell'indicazione stradale "Ospedale" oggi è apparso un volantino. "Lo stanno chiudendo", c'è scritto. "Io ho partorito i miei tre figli a Bitonto", racconta nonna Luisa Fanna, mentre in braccio ha la nipotina Simona. "Quindi", continua, "posso fare un paragone. Bene, questa struttura è davvero eccezionale". Quando finisce la frase la signora Vincenza Lo Russo, ostetrica, quasi vorrebbe applaudire. E' nervosa, perché proprio non si riesce a spiegare quello che sta succedendo. Non lo capisce nessuno, a dire il vero. "Perché?", si chiede Gaetano Dagnello, da qualche giorno papà di una splendida bambina. La stessa domanda se la pongono i numeri. Nel 2001 ci sono stati nei reparti di area maternoinfantile del "Sarcone" circa tremila ricoveri. I parti sono stati invece 1019, il trenta per cento dei quali cesarei. "Queste cifre", spiega il primario Tajani, "ci pongono tra le strutture più efficienti di Puglia". Perché allora? "Sinceramente non ce lo riusciamo davvero a spiegare. Non c'è nessuna seria motivazione. Il parametro della grandezza delle strutture ad esempio cade subito perché hanno ridotto notevolmente anche il centro di Molfetta, che ha un bacino d'utenza virtuale molto maggiore del nostro". Dice virtuale, Tajani, perché quello effettivo del suo reparto è davvero eccezionale. Arrivano a partire a Terlizzi donne anche da Altamura, Matera, Andria e Barletta. Sono stati tutti contenti per il presidio di ieri pomeriggio a cui hanno partecipato cittadini, e soprattutto infermieri e dipendenti del "Sarcone". "Per quanto ci riguarda teoricamente non dovrebbe cambiare proprio niente", dice il ginecologo Cesare Marolla, "non ci spaventano certo dieci minuti in macchina ogni giorno. Ma questo reparto non è una catena di montaggio. E' il frutto di anni e anni di un lavoro di un'equipe che solo con gli anni ha acquisito la giusta esperienza e quindi una buona professionalità. Non ce ne andremo così".
Qualcosa la faranno. Non sanno ancora precisamente cosa, ma il reparto non se lo faranno scippare facilmente via. La sezione locale dei Giovani Comunisti è scesa da subito in campo accanto ai medici. Come spiega il suo coordinatore Michele De Palma, "era un dovere nei confronti della città". In mente hanno un progetto: "Occupare in maniera pacifica, senza nessun atto di violenza, un ufficio amministrativo dell'ospedale". "Noi saremo con loro", dice la signora Ottavia Romano. Ieri è nata la sua Maria Pia, che porta fieramente in braccio quasi fosse un trofeo. Quella della signora Romano è il classico caso di come funzioni questo reparto a Molfetta.
"Ho avuto la prima figlia", racconta, "dodici anni fa. Tante volte ho provato da darle un fratellino ma io e mio marito proprio non ci riuscivamo. Ho subito due aborti spontanei. Poi è successo questo miracolo". E subito si gira con un sorriso verso Maria Pia. Poi prende fiato e continua: "La mia è stata una gravidanza a rischio. Fortunatamente però è andato tutto bene. Sono stata fortunata a trovare questi signori. Sono tutti gentili, ti seguono sin dalle prime settimane".
Quello che tutte le donne sottolineano è il risvolto umano:
"Sono professionalmente bravi, certo, ma soprattutto umanamente ineceppibili. Non permetteremo a nessuno di trattare queste persone in questa maniera".
E' una delle più agguerrite, Vittoria Scolamacchia:
"Questa è la mia prima bambina. Il mio secondo figlio deve nascere assolutamente qui. Io vengo da Palombaro, potrei andare a Bitonto. Ma voglio tornare qui".
Sta allattando Claudia, invece mamma Laura Lomuscio. "E' nata con un cesareo. E' stata dura", racconta visibilmente stanca: "Se chiudono il reparto sarei davvero triste. Ci sono affezionata perché tre anni fa ho subito un intervento chirurgico proprio qui. E nonostante, questo, ecco il miracolo". Per ultima, la storia più sintomatica. Ester Alfarano aspetta una bimba. "Nascerà a giorni", dice. Questa signora è ricoverata qui ormai da quasi due mesi. "La mia è una gravidanza davvero complicata. Quando è nata Martina, la mia prima figlia, ho passato praticamente nove mesi a letto". Ester, non se ne vogliano le altre, è ormai diventata la "cocca" del reparto. Non fosse altro, per anzianità di servizio. Ormai è una di loro. "Per questo sono incazzata", dice. "Mi devono spiegare perché. Fitto mi deve dire cosa sta succedendo". Ha studiato a casa, la mamma:
"I reparti di chirurgia di questo ospedale nell'ultimo anno hanno prodotto circa dodici miliardi in più di fatturato di quello di Corato. Non mi venissero a dire che è una questione economica."
Poi si siede sul letto. Micol si chiamerà la sua bimba. E questo ospedale è stato un pò il suo giardino.
Giuliano Foschini
Da 'La Repubblica' di Bari del 02.08.02
26.07.2002
Oggi la giunta discuterà, ma poi ci sarà un passaggio in commissione e il coinvolgimento delle Asl
Fitto, una strategia morbida per l'eutanasia degli ospedali
Il "governatore" pugliese, Raffaele Fitto, gioca a carte coperte ma non forzerà la mano. Il piano di riordino della rete ospedaliera oggi è all'esame della giunta regionale. Ma non sarà approvato. Nel "burocratese" si parla di adozione. In pratica è una proposta che la giunta fa sua e sottopone al parere della commissione consiliare. Questo è l'unico passaggio istituzionale che sfiora il Consiglio regionale, nemmeno determinante, perché il parere della Commissione è solo consultivo: la giunta potrà poi tenerne conto oppure lasciare tutto com'è. Fra una decina di giorni, il piano potrà essere esecutivo. Insomma l'ordine di tagliare i postiletto, di "smobilitare" e accorpare reparti, partirà prima di partire delle ferie. E non è detto che la giunta impartisca l'ordine agli attuali direttori generali. È possibile che, contestualmente all'approvazione del piano di riordino, l'esecutivo decida di "commissariare" le aziende sanitarie locali, non solo quelle che sono guidate dai manager "scaduti", ma tutte per dare operatività a una "rivoluzione" che resterà aperta ancora per qualche giorno.
Ieri, nuova "full immersion" per Mario Morlacco. Il direttore generale dell'Ares, l'agenzia regionale sanitaria, si è rituffato nei numeri per "smussare" il piano almeno nelle parti che rischiano di "scatenare" una guerra interna alla maggioranza di centrodestra. Difficile capire quali suggerimenti, emersi martedì sera al termine del giro di consultazioni con i consiglieri del centrodestra, abbia trovato udienza. Dopo la "fuga di notizie" sulle anticipazioni del piano consentita dopo la maratona di tre giorni fa nell'ufficio del "governatore", sul piano e sugli aggiornamenti, è ritornato l'embargo, imposto dal presidente in persona. L'aggiornamento però fanno notare in alcuni ambienti del centrodestra non si trasformerà in uno stravolgimento del lavoro già svolto. Ed per questo che ieri, dagli ospedali è partita la corsa al piano. Una ricerca spasmodica di notizie, dettagli, curiosità che ha travolto anche il centralino di "Repubblica".
I numeri di quel piano, se letti in prospettiva, possono diventare vere e proprie sentenze di morte. In alcuni casi di morte improvvisa. Come per i reparti di nefrologia pediatrica, urologia pediatrica, chirurgia vascolare al "Di Venere Giovanni XXIII" di Bari, per radioterapia oncologica e medicina del lavoro del "Perrino" a Brindisi, per i reparti di allergologia, astanteria, day hospital, geriatria, odontoiatria del "Fazzi" di Lecce. Parliamo di ex aziende ospedaliere, che, perdendo l'autonomia comunque resteranno poli d'eccellenza delle rispettive aziende sanitarie locali. Per altri ospedali, i numeri sono una sorta di "dichiarazione di morte presunta" perché conservano postiletto ma dipendenti da altre strutture che fra un anno o due, potrebbero risultare antieconomici e quindi essere definitivamente accorpati alla "casa madre".
Per molti altri la "consolazione" sono i servizi, come laboratori di analisi, radiologia e poliambuatori, che non prevedono posti letto. Nessuno degli "ospedali" però può lamentarsi della generosa distribuzione di postiletto di riabilitazione e, soprattutto, di lungodegenza. È ciò che consente all'assessore alla Sanità, Salvatore Mazzaracchio, di dire che "nessun ospedale sarà chiuso".
Sempre che, in queste corsie "deserte", nessuno abbia memoria sufficiente per ricordare che, qualche anno fa, queste strutture avevano un nome ben preciso: "cronicari".
Piero Ricci
Da 'La Repubblica' di Bari del 26.07.02
26.07.2002
Sanità, le critiche a Fitto. Se la destra rinnega il suo leader
Il piano ospedaliero che oggi sarà approvato dalla giunta regionale pugliese, quanto meno come proposta, è decisamente un provvedimento di destra. Riduzione dei posti letto nelle strutture pubbliche, taglio consistente dei ricoveri dei cosiddetti "malati acuti", drastico ridimensionamento dei reparti, il contentino dell'assistenza ai lungodegenti, cioè agli anziani, in quei centri che verranno svuotati, accorpati, di fatto cancellati dalla carta geografica della sanità pugliese.
Un'operazione che spianerà la strada ai privati che in questa regione hanno già goduto di un sostegno amministrativo che non ha eguali nel resto d'Italia. Nulla di ciò è condivisibile: il diritto costituzionale alla salute prevede un'assistenza efficace, diffusa sul territorio e, nei limiti del possibile, gratuita per tutti i cittadini. Ma il piano della giunta regionale è esattamente ciò che il centrodestra sta facendo in sede nazionale e nelle altre regioni amministrate dal Polo.
Il governatore Raffaele Fitto ha il merito di essere chiaro: questo è il programma in nome del quale egli ha chiesto voti agli elettori e li ha ottenuti. E il presidente è anche coraggioso: sa benissimo che il ridimensionamento degli ospedali è una bomba, ma tiene fede al suo mandato. E non ha esitato nemmeno a massacrare l'ospedale della sua città, Maglie. Fitto ha una fretta matta di chiudere subito la partita: il suo intuito politico gli fa capire che più s'allarga il dibattito su questa materia, più il suo governo rischia di scricchiolare sull'inevitabile difesa del campanile. Anche gli assessori, si sa, tengono famiglia e amici primari ai quali sarà tolto il posto.
Sorprende, invece, la scandalosa processione dei consiglieri regionali di centrodestra ai quali il piano è stato presentato in anteprima. Consiglieri nei quali cova il malumore per la scure del governatore. Ma che cosa pensavano? Forse credevano di essere stati eletti solo perché avevano sistemato la faccia sorridente di Berlusconi sul loro manifesto elettorale? Oppure qualcuno avrà pure letto il programma dei cento giorni del Cavaliere? Il disappunto del centrodestra è ingiustificabile, ipocrita e meschino.
Il programma sanitario a livello nazionale è speculare a quello di Fitto: se avessero voluto un altro tipo di assistenza, e cioè il mantenimento delle strutture decentrate, gli ospedali paese per paese, avrebbero dovuto sposare la causa dell'emiliano Vasco Errani e non quella della "protesi" di Berlusconi. Anche perché è stato proprio un decreto del governo a tagliare in Italia cinquantamila posti letto per gli ammalati acuti negli ospedali, dove già mancano i posti letto per lungodegenti.
Il sistema è stato semplice: sostenere che i limiti di spesa sono stati sfondati dalla sanità pubblica invece che dal convenzionamento selvaggio con quella privata e stabilire nuovi tetti, ovviamente insufficienti e, se possibile, senza indicare le prestazioni da garantire. Così si delega tutto alle Regioni. In questo modo i governi locali sono spinti verso la privatizzazione delle prestazioni sul modello lombardo. E cioè servizi sanitari pubblici ridotti al minimo per i poveri, con gli altri cittadini costretti a rivolgersi alle mutue e alle assicurazioni private. Col risultato finale di ottenere le prestazioni differenziate tipiche delle strutture sanitarie private: buone per chi ha i soldi, mediocri per lavoratori e pensionati a basso reddito.
Raffaele Fitto non ha fatto altro che applicare alla lettera il dettato berlusconiano: un'impronta decisionista e privatistica che sta colpendo anche la scuola, le pensioni e addirittura la diplomazia. E allora invece di organizzare patetici scioperi della fame per difendere il reparto o l'ospedale o l'amico primario del paese, i consiglieri e i deputati di centrodestra vadano a studiare gli opuscoli del Cavaliere e, dopo aver riletto le storielle di un milione di posti di lavoro e meno tasse per tutti, scoprano che cosa c'è realmente dietro la filosofia della nazione gestita come un'azienda.
E poi, per dignità, non tornino nei collegi a raccontare che quel cattivone di Fitto ha chiuso l'ospedale. Dicano, se hanno un minimo di decoro intellettuale, che Fitto non ha fatto altro che applicare i principi della riforma sanitaria berlusconiana. E lo dicano anche quelle organizzazioni di categoria, mediche e universitarie, che in campagna elettorale hanno martellato col ritornello della sanità pubblica allo sfascio, tanto per offrire una giustificazione pelosa all'enorme numero di ore trascorse dai baroni e dai loro staff nelle case di cura a pagamento piuttosto che nelle corsie e nelle sale operatorie degli ospedali pubblici. Volevano la riforma all'americana? Eccoli serviti.
Domenico Castellaneta
Da 'La Repubblica' di Bari del 26.07.02
30.07.2002
All'unanimitá il consiglio comunale si schiera sul fronte della lotta ad oltranza per difendere l'ospedale "Umberto I", a San Marco in Lamis.
Il Comune pare deciso ad andare fino in fondo per salvare il locale nosocomio.
Una struttura, quest'ultima, che da molti anni serve, come risaputo, un'utenza diffusa, che va oltre i confini comunali, interessando diverse realtá del Gargano.
A decidere lo stato di agitazione é stato il consiglio comunale nell'ultima seduta, a seguito di un ampio e vivace dibattito, aperto anche agli operatori sanitari.
Lo ha fatto approvando con voto unanime un ordine del giorno di protesta, in cui si rigetta "in toto" il piano di riordino sanitario ospedaliero regionale, varato qualche giorno fa dalla giunta regionale. Questa bocciatura arriva per varie ragioni. In primo luogo perché cosí, come formulato, e prevedendo un forte ridimensionamento degli ospedali ivi esistenti, penalizzerebbe gravemente la cittá e tutto il territorio garganico.
Si ritiene, inoltre, che la giunta regionale, con una scelta politica errata, avrebbe scavalcato di fatto le prerogative del consiglio regionale saltando il necessario e insopprimibile dibattito in aula.
Si rileva ancora che il piano, cosí come previsto, potrebbe non raggiungere gli obiettivi prefissati di efficienza e di riduzione dei costi nel breve periodo.
In particolare, il consiglo comunale sammarchese "esprime disagio" per le determinazioni prese riguardo all'ospedale "Umberto I" circa la soppressione di posti letto per i moduli di Chirurgia, Ostetricia e Pediatria.
Quindi, si rimarca nel documento, il ruolo e la funzione che l'ospedale locale avrebbe sempre avuto per il territorio garganico in oltre cento anni di attivitá.
La protesta espressa nella nota prosegue e viene respinta l'ipotesi di ridimensionamento poichè non non si terrebbero in nessun conto "le specificitá del territorio collocato in zona montana e periferica, nonchè all'interno del Parco Nazionale del Gargano". Secondo lo scritto, occorre salvaguardare i reparti esistenti, pur rideterminando il numero dei posti letto, aggiungendo se mai ulteriori reparti specialistici (moduli di neurologia, di gastroenterologia, ecc.).
Soltanto cosí si riqualificherebbe l'ospedale, in in modo che possa continuare il suo ruolo di presidio pubblico "insostituibile all'interno della comunitá pugliese", creando cosí le premesse per la realizzazione di sinergie tra la vicina Casa Sollievo della Sofferenza e i presidi ospedalieri pubblici locali.
Tanto, si legge "al fine di strutturare un unico ed efficiente polo ospedaliero garganico".
Dopo aver ribadito la necessitá del "coinvolgimento nel dibattito sull'argomento dell'intero Consiglio Regionale", affinchè vengano e prese in considerazione le proposte comunali odierne e quant'altro riporterá l'apposita delegazione, capeggiata dal sindaco Matteo Tenace, nei prossimi giorni al governatore Raffaele Fitto e ai responsabili dell'Ares.
Si chiede, in conclusione, nel documento che la Regione Puglia, dopo aver valutato attentamente le proposte rivenienti dalla periferia, decida alla fine di sospendere l'esecutivitá del piano, "rimettendolo ad una discussione piú democratica con il coinvolgimento di tutti i soggetti regionali interessati", invitando nel contempo tutte le forze politiche, le associazioni culturali e sociali, i sindacati, gli enti ospedalieri, tutti i cittadini e sindaci del Gargano alla mobilitazione generale e ad uno stato di agitazione e protesta permanente, finalizzati, come accennato all'inizio, alla salvaguardia dei moduli esistenti e alla creazione di un polo di Medicina che comprenda geratria, lungo degenza, riabilitazione e la riconferma del potenziamento del reparto di psichiatria.
In caso contrario, si sottolinea, tutti i rappresentanti del consiglio comunale si dichiarano decisi "a rassegnare le immediate dimissioni".
Intanto, con un pubblico manifesto si invita la cittadinanza e i sindaci del territorio a manifestare il proprio dissenso con una pacifica fiaccolata, il cui luogo, percorso e data sará fissato nei prossimi giorni.
Antonio Del Vecchio
Da 'La Gazzetta del Mezzogiorno' del 30.07.02