La faccia crudele del mare: i naufragi Capo RizzutoSeconda Guerra Mondiale, Egeo, mare forza dieci. Il convoglio militare, la corazzata Vittorio Veneto, una fortezza navale da 35.000 tonnellate, e tre cacciatorpediniere di appoggio - Grecale, Scirocco e Libeccio - sono investiti dalla forza terribile della tempesta. Dirigersi verso la costa più vicina non si può, sarebbe come consegnarsi nelle mani degli Inglesi. Si cerca di governare la situazione. Raffiche paurose sferzano l'aria: ad un tratto un'onda immane solleva la prua dello Scirocco, un'unità da 1.400 tonnellate, che sembra puntare il cielo. La prua, per un attimo, è come sospesa nell'aria; poi, di colpo, precipita dalla cresta nel vuoto creato dal tormentato fluttuare dell'acqua. I marinai delle altre due imbarcazioni la vedono inabissarsi per sempre con il suo carico di armi e di uomini. Il comandante del Grecale urla con quanta forza ha in corpo di chiudere tutti i boccaporti. Quantità impressionanti di acqua, spinte dal vento, sono già penetrate in sala macchine. La nave non risponde più ai comandi e va alla deriva. Chi è capace di pregare lo fa, appellandosi a Dio e a tutti i santi; gli altri sono muti o imprecano. Per giorni in balia delle onde, poi la nave va ad arenarsi su un banco di sabbia, a un paio di miglia dalla costa. Speranza e timore fra i marinai. Si è in guerra e può anche capitare il peggio. Qualcuno, però, con la voce strozzata dalla emozione, per la gioia e il sollievo di tutti, annuncia di conoscere il posto: è Crotone. Le storie che si tramandano i marinari raccontano che il Grecale, dopo giorni alla deriva, si arenò in questa località senza perdite di uomini, ad eccezione della squadra di guardia ai cannoni di prora. Forse negli annali della Marina saranno citati i nomi degli uomini che il mare si èrtati via, ma non le circostanze nelle quali l'unico marinaio della squadra scampò alla morte, salvato dall'arma alla quale faceva la guardia. Il racconto si confonde con il mito, e narra che le onde, che trascinarono via tutti gli altri, lo scaraventarono nella canna del cannone, salvandolo da morte certa. I marinai di guardia ai cannoni non abbandonano mai la loro arma. Si alternano a turni di quattro ore e, mentre alcuni vegliano, gli altri dormono ai suoi piedi, giorno e notte, in qualsiasi condizione di tempo. Quando il mare è in tempesta, i marinai si legano per non essere trascinati in mare dalle onde. Quella volta i legami non furono sufficienti a trattenerli sulla nave, segnando il loro destino, salvo che per uno. Nella vita ci vuole fortuna e la fortuna bisogna propiziarsela. Il comandante, superstizioso come tutti i marinai, ogni volta che, nelle successive missioni, si profilava un pericolo, non si discostava un attimo dal marinaio miracolato che teneva sempre accanto a sé. Anche l'altro cacciatorpediniere, il Libeccio, andò perduto, affondato in qualche angolo del Mar Mediterraneo. Il Grecale si salvò perché l'acqua penetrata nella sala macchine ebbe la funzione di zavorra, limitando rollio e beccheggio. Crotone, per il Grecale, è stato l'approdo salvifico. Non così è avvenuto per altre navi in altri tempi. Il mare è pieno di relitti, imbarcazioni che hanno fatto naufragio. Nell'area marina protetta di Capo Rizzuto, attorno a quelli individuati, sono stati ricavati dei percorsi sottomarini. Tutto rientra nell'eterno gioco della vita e della morte. I naufragi, che segnano la storia del rapporto tra l'uomo ed il mare, possono trasformarsi in risorsa per le popolazioni che vivono sul mare, per la capacità evocativa e le emozioni che suscitano negli uomini che, immersi in una vita tranquilla anche se monotona, ne vivono la dimensione avventurosa, non quella tragica. In una visione più complessiva, la scomparsa di uno o più individui ha poca importanza. Ciò che conta, è la salvezza della specie. Questo è un parametro che viene applicato per tutte le specie, animali e vegetali. Ma non si sente dire spesso che lo stesso criterio può essere applicato anche per l'uomo. L'uomo è la specie eletta, per la quale la vita di ogni singolo individuo ha un valore inestimabile. Tutti lo proclamano, mentre la cronaca di tutti i giorni ci mette sotto gli occhi l'esatto contrario: vite di uomini spezzate per mano di altri uomini e vite alle quali le condizioni economiche non danno la possibilità di realizzarsi. Non credo che sia male se le AMP, con le storie che ci raccontano, ci aiutano a riflettere sulle nostre contraddizioni.
Percorsi subacquei nelle Aree Marine Protette
Le Aree Marine Protette, di solito, sono ubicate in luoghi di straordinaria bellezza per i colori delle acque, per la varietà della flora e della fauna che le abitano, ma anche per quello che offrono le coste prospicienti. Gli itinerari subacquei si possono catalogare, schematicamente, in tre grandi tipologie, non necessariamente distinte tra loro:
percorsi biologici orientati prevalentemente all'osservazione ed alla conoscenza delle diverse specie di flora e di fauna marina e dei loro comportamenti;
percorsi geologici orientati all'osservazione della natura e della orografia dei fondali, che portano i segni di fenomeni tettonici e vulcanici che hanno determinato l'immersione o l'emersione di terre, disegnando, e non definitivamente, il profilo della parte emersa del nostro pianeta;
percorsi archeologici orientati alla ricerca e all'osservazione di tutto quanto, sotto il livello del mare, è legato alla storia dell'uomo. Sono meta di questi itinerari i relitti di navi, vittime di naufragi avvenuti nelle vicinanze delle coste e dovuti, per lo più, alla risacca o alla presenza di scogli poco profondi, sui quali sono finite a causa del buio, di tempeste, di scarsa conoscenza dei luoghi, ecc. I percorsi archeologici sono inoltre legati all'osservazione di manufatti dell'uomo, sommersi dall'acqua per fenomeni di bradisismo, che hanno determinato l'abbassamento del livello del terreno.
Percorsi biologici L'istituzione di un'area marina protetta deriva dalla consapevolezza che patrimoni naturalistici di valore sono a rischio e hanno bisogno di tutela. Si conservano intatti ambienti marini caratterizzati da ecosistemi che consentono, a specie animali e vegetali minacciate, di trovare un angolo nel quale potersi riprodurre in maniera indisturbata. Condizione essenziale per lo studio dei percorsi biologici è la presenza di un laboratorio attrezzato, in genere collegato agli acquari. Vi lavora personale specializzato, in particolare biologi marini, che hanno il compito di monitorare i diversi aspetti della vita del mare, la riproducono ove possibile negli acquari e predispongono percorsi in mare per divulgarne la conoscenza.
Percorsi archeologici a Capo Rizzuto I percorsi subacquei strutturati di Capo Rizzuto sono due. Uno è collegato alla presenza di un relitto di nave di fronte a Capo Rizzuto. L'altro alla presenza di 6 colonne, costituite da monoliti lunghi otto metri e mezzo e dal diametro di novanta centimetri, di fronte al promontorio di Capo Cimiti. Archeologia significa storia dell'uomo con i suoi insediamenti, le sue attività, la sua organizzazione sociale e, in poche parole, la sua cultura. Significa anche musei. La fruizione dei reperti archeologici può avvenire in due tipi di contesto ambientale: direttamente sul luogo dove sono stati rinvenuti o un luogo completamente dedicato alla fruizione di beni culturali, normalmente un museo, dove sono stati trasportati. Il primo consente di collegare il reperto all'ambiente nel quale è stato rinvenuto e lo arricchisce, anche visivamente, delle vicende che lo hanno coinvolto; il secondo può permettere di ammirarli ad un numero molto maggiore di visitatori, ma probabilmente ne riduce il fascino. Non nascondiamo la nostra opzione per la prima ipotesi. A Capo Rizzuto abbiamo trovato la conferma che questo può essere un modo affascinante di presentare la storia del nostro territorio: attorno al relitto, come alle colonne, sono stati organizzati due percorsi turistici con barche e guide, che riscuotono un notevole successo tra i visitatori. Nelle acque nell'AMP di Capo Rizzuto, in alcuni punti, vi è la presenza di secche. Esse sono, probabilmente, quanto resta di un arcipelago segnalato su molte carte geografiche del passato e arrivato a noi con il nome di "Arcipelago pliniano". Di esso faceva parte la mitica isola di Ogigia, dove approdò Ulisse, accolto dalla ninfa Calipso. L'arcipelago è segnalato la prima volta nel VI secolo a. C., poi da Plinio il Vecchio nel I sec. d. C. e, successivamente, in numerose opere e carte geografiche, le ultime delle quali risalgono al XVIII e XIX secolo d. C. Nonostante le numerose ed anche recenti fonti storiche che ne testimoniano l'esistenza, le ricerche tese a confermarlo, anche se non sistematiche, non hanno ancora dato risultati conclusivi.
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