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Qualesammarco, Nr. 2 del 20 Giugno 1994
C’era una volta … il banditore
di Michele Ceddia
Le trasmissioni di massa, qui a Sammarco, quando ancora non esisteva la radio, oppure quando questa era appannaggio di poche famiglie in paese, le notizie da pubblicizzare sia per ordine del sindaco o del podestà, a seconda dell’epoca, sia per conto di privati a scopo commerciale, venivano divulgate dal banditore. Se oggetto del bando era il carattere ufficiale e comunque di una certa importanza usava il tamburello sul quale, prima dell’annuncio, percuoteva con la bacchetta, facendola rullare allo scopo di richiamare l’attenzione dei cittadini, altrimenti comunicava la notizia accompagnata da frasi “fiorite” o scherzose.
Di banditori veri e propri ce n’erano parecchi, ma quelli che più si sentivano girare per il paese erano tre o quattro. Il più bravo fra tutti, il più stimato era uno solo: si trattava di un uomo molto simpatico e per certi aspetti anche caratteristico.
Parlo di Raffaele Aucello (Raffaele Fetente) il quale aveva una voce tenorile e ben intonata e famosa è rimasta la pubblicità che faceva per la lana dei materassi: ué, la pella pulita, ué, la lana pe lu matarazze. Questa frase veniva accompagnata da un suono melodioso e che era piacevole sentire tanto è vero che il preside Tommaso Nardella ce lo descrive così bene nel suo libro Festa della memoria che ci fa sapere che il maestro Umberto Giordano si interessò a quel breve brano e lo inserì nell’opera lirica la Fedora.
Oltre a Raffaele “Fetente” ce n’erano altri che andavano in giro per le strade a gridare la bontà dei prodotti, paesani o forestieri, commercianti di piatti e di coperte, bicchieri e stoviglie, oggetti di rame e vino e derrate alimentari. Il pesce era un articolo molto reclamizzato che regolarmente non comperava nessuno delle famiglie di lavoratori. C’era chi si avventurava sul mercato del pesce che veniva esposto su delle panche disposte in fila sotto il porticato de la chiazzetta, ma lo faceva verso il tardi, quando i suoi odori si sentivano in modo pronunciato, prossimo alla decomposizione ... Invece gli habitué, i possidenti, ci mandavano la “serva” la mattina presto, quando era ancora fresco. I banditori reclamizzavano anche la carne, ma il più delle volte si trattava di bestie morte di vecchiaia oppure a seguito di incidenti avvenuti durante il pascolo su per la montagna. Per la carne macellata a norma delle leggi vigenti non c’era bisogno del banditore in quanto gli acquirenti, pochi in verità, sapevano quando e dove andare.
Caratteristico si presentava la pubblicizzazione del vino paesano, cioè a dire il prodotto che facevano i contadini locali che se lo vendevano da sé, nella propria casa, alla cui porta dell’improvvisata “cantina” veniva esposta la “frasca” cioè un ramo di leccio per richiamare l’attenzione degli interessati (a quel tempi i lavoratori ne bevevano parecchio di vino, soprattutto quello paesano perché più leggero, più appetibile e meno caro). Alla festa, prima di mezzogiorno, il banditore, con una brocca piena di vino e un bicchiere andava cantando la bontà del prodotto e a tutti i paesani che incontrava, se lo volevano, faceva “provare” in un cul di bicchiere, indicando la strada dove si mesceva. E così da una strada all’altra annunciava: “quistu vine che pare na crema, a chi ce lu veve fa dà chiù uasce alla mugghiere".
I banditori più conosciuti erano Raffaele “fetente”, Petre lu sangiuvannare, Sabatine e qualche altro. Da non dimenticare che quei signori quando “jettavene lu banne” non lo facevano soltanto per annunciare la vendita di qualcosa, ma anche per l’altre occasioni: chi aveva perduto il portafogli, lo smarrimento di una bestia, soprattutto per la chiamata alle armi (... e chi non ce presentava passa li uaje. Perciò presentateve subbete e se nò e se nò) diceva e minacciava Raffaele. In ultima analisi, il banditore dell’epoca era un soggetto fuori della produzione e tuttavia assumeva un ruolo indispensabile data l’assoluta mancanza di qualunque altro mezzo di diffusione e informazione a carattere di massa. Certo, poi venne la radio e se questa faceva la pubblicità si trattava di problemi a più ampio respiro sia regionale che nazionale. Ma allora non tutti avevano la radio e quando in una casa o un locale pubblico ne avevano una non era strano vedere gruppi di persone che si mettevano in religioso silenzio ad ascoltare la trasmissione di un’opera lirica e seguire tutte le fasi e i gorgheggi del soprano oppure gli acuti del tenore o del baritono e farsi trascinare sulle onde melodiose di una romanza estrapolata magari dall’Elisir d’amor. La stessa cosa avveniva nel seguire in comitiva la trasmissione di una partita di calcio da parte del più seguito radiocronista dell’epoca, Nicolò Carosio o ascoltare le strabilianti imprese ciclistiche del campionissimo Fausto Coppi. Quando poi, la radio entrò nelle case dei meno abbienti fu una mezza rivoluzione sociale qui a Sammarco.
Quasi tutti acquistavano un radiogrammofono di dimensioni fuori dal normale, dove non mancava persino il buffet e via a suonare dischi delle più belle canzoni di Nilla Pizzi, Claudio Villa, Luciano Tajoli ecc. Dopo, col tempo, venne la televisione che sbaragliò la radio riducendola in un cantuccio. Di Tv non c’è soltanto quella nazionale o regionale. Oggi quasi tutti i paesi sono forniti di televisione locale le quali danno notizie fresche e in diretta e quindi la pubblicità locale non ha più bisogno del banditore. Sono cambiati i tempi e allora addio ai nostri bravi banditori, addio per sempre: il progresso non può fermarsi.