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Ernesto Rossi
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Ernesto Rossi, L'Astrolabio, n. 18, pagg. 31-33, 1 Maggio 1966
Un uomo libero
Rossi risponde a Ricciardetto

Riccardo Bauer disegnato da Ernesto Rossi. Lettera alla madre Elide, 22 maggio 1936.
Riccardo Bauer disegnato da Ernesto Rossi. Lettera alla madre Elide, 22 maggio 1936.
Sul settimanale Epoca del 24 aprile, Augusto Guerriero (con lo pseudonimo di Ricciardetto), ha replicato con dodici intere colonne alle critiche che ho mosso, sull'Astrolabio del 10 aprile, al suo articolo: “Giustizia per Pio XII”, comparso sul Corriere della Sera del 9 marzo.
Io non mi posso permettere analoghi lussi, ed anche se lo potessi non lo farei, per non asfissiare i lettori dell'Astrolabio. Anzi confesso che sono stato molto incerto sulla convenienza di rispondere. Di quelle dodici colonne soltanto cinque riguardano Pio XII ed il dramma Il Vicario di Hochhuth; le altre sono sul suo caso personale. E sono convinto che le polemiche di carattere personale interessano poco o punto la grande maggioranza dei lettori. Ma, alla fine, ho risolto il problema - come faccio spesso quando sono incerto sul fare o il non fare - tirando per aria una monetina: è venuto “testa”; perciò rispondo; e, almeno per ora, cercherò di ridurre al minimo la polemica personale.
Hochhuth o Guerriero?
Guerriero aveva scritto sul Corriere che la grande trovata di Hochhuth era stata quella di attribuire al papa la colpa della guerra nazista:

Sì, il Papa: perché se il Papa avesse scomunicato Hitler, il popolo tedesco avrebbe abbandonato il nazismo e tutto sarebbe tornato in ordine nel migliore dei modi possibile. E c'è gente che presta fede a simili idiozie.

Io avevo commentato:

Simili idiozie non le ha mai scritte nessuna persona di buon senso: le ha scritte Guerriero.

Guerriero si è risentito citando cinque brani dalla traduzione italiana del Vicario, ed un brano di un articolo comparso sulla Civiltà Cattolica del 6 gennaio 1964, per dimostrare che quelle “idiozie” sono state proprio scritte da Hochhuth; ma - secondo me - nessuno di quei brani costituisce la minima prova in suo favore.
Riporto solo la prima citazione, che è la più breve:

“A pag. 214 e seguenti - Atto terzo, Scena II: “Gerstein (che esprime le opinioni dell'autore) al cardinale: - Eminenza, forse, per fermare Hitler, basterà che Sua Santità minacci privatamente e per iscritto di revocare il Concordato”.

Va notato che Ricciardetto - contando evidentemente sulla scarsa attenzione del comune lettore - ha escluso dalla sottolineatura la parola “forse”, e che Gerstein sta parlando di far cessare lo sterminio degli ebrei, non di mandare in pensione Hitler.
Ricciardetto mi consente di risparmiare lo spazio, non riportando le altre cinque citazioni, perché, dopo l'ultima citazione dalla Civiltà cattolica, ha scritto:

Credo superfluo riportare altri testi per dimostrare che finora tutti coloro che si sono occupati del dramma di Hochhuth lo hanno interpretato come l'ho interpretato io.
E cioè hanno ritenuto che Hochhuth abbia sostenuto la tesi che, se il Papa avesse scomunicato Hitler o denunciato pubblicamente i delitti del nazismo, la persecuzione degli ebrei sarebbe cessata
.

E subito dopo aggiunge:

Fin qui per dimostrare che “l'idiozia” non l'ho scritta io, ma l'ha scritta Hochhuth. E, con questo, chiudo per oggi il discorso su Pio XII.

Vittorio Foa disegnato da Ernesto Rossi. Lettera alla madre Elide, 8 maggio 1936.
Vittorio Foa disegnato da Ernesto Rossi. Lettera alla madre Elide, 8 maggio 1936.
Eh no! cara piccina, no! così non va ...
Capisco che unfondista” del Corriere possa aver contratta l'abitudine professionale di rivoltare le frittate, ma, a gettar in alto con troppa disinvoltura una frittata, c'è da farla cadere per terra.
La tesi che Pio XII avrebbe potuto arrestare il massacro degli ebrei, minacciando il Führer di denunciare a tutto il mondo i suoi crimini (di cui era perfettamente informato) e magari cominciando anche a mettere in atto tale minaccia se il Führer non ne avesse tenuto alcun conto, non è affatto una “idiozia”: è una tesi opinabile. Oltre che da Hochhuth è stata sostenuta da molti storici seri, ed è suffragaia dalla considerazione di diversi fatti che hanno il loro peso: l'enorme somma che il Führer continuò a far corrispondere alla Chiesa come prezzo della sua collaborazione al regime nazista; la esistenza in Germania di 40 milioni di cattolici, alcuni milioni dei quali erano arruolati nella Wermacht (ed anche nelle SS); la viva preoccupazione di Hitler e di molti altri gerarchi nazisti che un urto frontale con la Santa Sede potesse portare ad una scomunica e alla denuncia del concordato; il completo successo della energica reazione della Chiesa all'ordine emanato da Hitler di sopprimere tutti i malati inguaribili, ecc. ecc.
Elide Verardi, scheda del Casellario Politico Centrale.
Elide Verardi, scheda del Casellario Politico Centrale.
Ma il punto centrale della questione, secondo me, non sta in questo: è che il papa non fece quello che, nella sua prima enciclica, aveva solennemente promesso di fare: testimoniare, a qualsiasi costo, la verità. E quel che ora a me importa mettere in evidenza è che la “idiozia” attribuita da Guerriero a Hochhuth, non era l'affermazione che l'intervento del papa avrebbe potuto arrestare le persecuzioni degli ebrei; era che il popolo tedesco, se il papa avesse scomunicato Hitler, “avrebbe abbandonato il nazismo e tutto sarebbe tornato in ordine nel migliore dei modi possibili”.
Una scossettina al braccio dell'imprudente friggitore e la frittata è caduta per terra.
Come scriveva un giornalista “libero”.
Come ho detto, non intendo per ora, soffermarmi troppo a lungo sulla seconda e sulle terza parte dell'articolessa, in cui Guerriero si è difeso dalla mia accusa di essere “uno dei tanti giornalisti che riescono a rimanere sempre a galla legando l'asino dove vuole il padrone”. Per dare una prova della validità di questo mio giudizio, in nota all'Astrolabio, avevo riportato due brani tratti da un libro: Guerra e dopoguerra, in cui Ricciardetto raccolse alcuni saggi sulla politica estera, presentandoli con una prefazione firmata il 31 dicembre 1942.
La “interpretazione autentica” di questi due brani mi pare batta tutti i records della “disinvoltura” ma, se Guerriero, invece di mettersi a scrivere sui giornali, fosse andato per le fiere ad imbrogliare i gonzi col gioco delle tre carte, non credo che avrebbe avuto altrettanto successo. Per riuscire, col gioco delle tre carte, bisogna essere molto più accorti.
In Guerra e dopoguerra manca la indicazione del giornale e la data in cui gli articoli furono per la prima volta pubblicati: era questa una cosa abbastanza strana, che avevo già notato leggendo il libro. Ora Ricciardetto scrive che gli articoli, dai quali ho ripreso i due brani, sono “l'uno di ventisette anni fa, l'altro di venticinque”. Perché non cita la fonte? Perché è così poco preciso?
La spiegazione si può forse trovare nel fatto che Ricciardetto ha voluto sostenere che l'accusa di vigliaccheria, da lui rivolta nel primo articolo a tutto il popolo americano (perché aveva condannato inglesi e francesi per la loro arrendevolezza alle sempre maggiori pretese del Führer, ma una volta dichiarata la guerra, era rimasto per un paio di anni con le braccia incrociate), era soltanto una “critica severissima per l'isolazionismo americano”. Evidentemente tale critica non poteva essere in linea con la politica di Hitler e di Mussolini, perché “l'interesse supremo dell'Asse allora era che l'America rimanesse neutrale”. Per scrivere in modo rispondente a quell'interesse, Ricciardetto avrebbe dovuto scrivere proprio il contrario di come scrisse.

Non avrei mai pensato che condannare la neutralità dell'America – osserva, con falso candore, Ricciardetto - significasse allinearsi alla politica dell'Asse.

Professori e studenti della London School of Economics and Political Science, giugno del 1929.
Professori e studenti della London School of Economics and Political Science, giugno del 1929.
Non sto qui a rilevare la completa inconsistenza della motivazione dell'accusa di vigliaccheria rivolta a tutto il popolo americano per non essere entrato immediatamente in una guerra scoppiata, per ragioni che non lo interessavano direttamente, al di qua dell'Atlantico; voglio, invece, mettere in rilievo che - per poter sostenere, con un minimo di fondamento, la buffissima tesi che quell'accusa era indirizzata soltanto a condannare la neutralità dell'America, e che tale condanna era allora contraria all'interesse supremo dell'Asse - l'articolo avrebbe dovuto comparire prima di Pearl Harbour: fu, invece, pubblicato subito dopo, come risulta dal titolo che lo stesso Ricciardetto scioccamente ricorda: “Da VersaiIIes a Pearl Harbour “. Il brano da me riportato in nota all'Astrolabio del 10 aprile, essendo stato scritto dopo la dichiarazione di guerra da parte dell'America (8 dicembre 1941) rientrava, perciò, perfettamente nella campagna di imbonimento giornalistico diretta dal Minculpop per far credere agli italiani che il popolo americano era “un popolo di vigliacchi, che non avrebbero mai combattuto sul serio in Europa”.
Col secondo brano (che sarebbe stato pubblicato venticinque anni fa, cioè nel 1941), Ricciardetto - dopo avere efficacemente descritto lo “spettacolo veramente impressionante di patriottismo americano”, dato da cinque bellissime ragazze che si esibivano completamente nude in un teatro di Boston con una grande “V” disegnata sulla candida anca destra - ironicamente commentava che quelle ragazze “contribuivano così alla causa della patria e della democrazia”. Oggi Ricciardetto spiega che quel pezzo voleva soltanto criticare la spensieratezza con la quale il popolo americano aveva affrontato i tragici problemi dell'ora; spensieratezza che l'aveva già condotto al disastro di Pearl Harbour. Si dovrebbe, insomma, considerare come un amichevole ammonimento agli americani ad essere un poco più seri, se volevano vincere la guerra … ed anche tale ammonimento non corrispondeva certo all'interesse dell'Asse.
La descrizione, di quell'episodio di “dolce vita” - ci assicura Guerriero - “era stata ripresa di peso da Time”. Di suo “non c'era che la frase finale” (cioè la frase relativa al contributo che le cinque ragazze davano “alla causa della patria e della democrazia”: uno svolazzo della penna).

“Se il mio articolo significa - ha aggiunto Ricciardetto - che “schizzavo fiele” contro gli americani (Secondo quanto io avevo scritto nella nota sull'Astrolabio), bisogna ammettere che, prima di me “schizzasse” il periodico americano Time”.

Ernesto Rossi a Ventotene, marzo 1940.
Ernesto Rossi a Ventotene, marzo 1940.
No, Guerriero non deve avere una gran buona opinione della intelligenza dei suoi lettori.
Una piccola antologia.
Quando ho scritto la notizina sull'Astrolabio conoscevo soltanto il libro di Ricciardetto Guerra e dopoguerra. Dopo letto l'articolo su Epoca, sono andato a fare una rapida ricerca sui vecchi giornali, in biblioteca, ed ho messo insieme una antologia di bei pensierini pubblicati dal mio cortese contradittore, durante la seconda guerra mondiale, per esaltare il genio del Führer e il regime nazista; per mettere in pessima luce tutte quante le democrazie; per spiegare che Hitler aveva dichiarato la guerra “col proposito di ristabilire l'equilibrio in Europa, quell'equilibrio che era stato distrutto dall'egemonia inglese”; per rilevare la follia dei governanti inglesi, che avevano rifiutato le offerte di pace del Führer dopo il crollo della Francia; per dare la dimostrazione matematica della ineluttabilità della vittoria dell'Asse, ecc. ecc.
Se il direttore di Epoca mi promettesse di concedermi lo spazio sufficiente per pubblicare questa piccola antologia, sarei ben contento di mandargliela in omaggio. Ricciardetto avrebbe così la possibilità di riprendere poi e continuare, come meglio credesse, la dimostrazione che i suoi articoli non sono mai stati allineati alla politica dell'Asse, e che sempre ha scritto “da uomo libero”.
Ernesto Rossi

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L'Unità, pag. 6, 11 febbraio 1964
Il nuovo libro che raccoglie le denunce di Ernesto Rossi
Il romanzo giallo dei “nostri quattrini”
Non è “mania scandalistica”: si tratta di battere e ribattere sullo stesso chiodo finché non sia entrato anche nelle teste piu dure
Alcuni anni fa il biologo americano W. II. Mocker, premio Nobel, venne in Italia e si interessò dell'amministrazione sanitaria del nostro paese. Dopo aver visitato quello che allora si chiamava Alto Commissariato per l'Igiene e la Sanità (ACIS), così raccontò questa sua esperienza:

Vita carceraria: disegno di Ernesto Rossi raffigurante Roberto, Fancello e Calace. Lettera alla moglie Ada, 8 novembre 1935.
Vita carceraria: disegno di Ernesto Rossi raffigurante Roberto, Fancello e Calace. Lettera alla moglie Ada, 8 novembre 1935.
“Non avrei mai pensato che una popolazione potesse avere una tale capacità di resistenza alle avversità ambientali. Ho visitato l'ACIS e ho visto diverse centinaia di impiegati: non ce ne era uno che stesse lavorando nel suo ufficio.
La maggior parte erano a fumare e a bere il caffè, in commissioni di studio, in commissioni tecniche, in commissioni consultive, alle quali intervenivano soltanto per mettere una firma che dà diritto al gettone di presenza.
Mi sono informato - continua il racconto – su quel che fanno l'alto commissario, l'alto commissario aggiunto, il segretario generale, i direttori generali, gli ispettori generali; sui dati statistici di cui dispongono; sugli interessi sezionali che determinano le loro decisioni; sul modo in cui accertano le qualità terapeutiche dei medicinali; sui controlli che esercitano sopra gli stabilimenti farmaceutici, le farmacie, la genuinità dei prodotti alimentari... Siete veramente un popolo meraviglioso, voi italiani... Io ho passato molti anni in Cina e in India, dove le popolazioni combattono da sempre contro il colera, la peste, la lebbra... ma non hanno mai avuto niente di simile al vostro ACIS. Altrimenti a quest'ora sarebbero certamente scomparsi. Lo lasci dire a me che me ne intendo: ho una lunga esperienza in materia. Se siete sopravissuti a un decenmo di amministrazione dell'ACIS non avete piu niente da temere neppure dalle radiazioni atomiche”.

Vita carceraria: disegno di Ernesto Rossi raffigurante Bauer, Domaschi e Rossi. Lettera alla moglie Ada, 27 dicembre 1935.
Vita carceraria: disegno di Ernesto Rossi raffigurante Bauer, Domaschi e Rossi. Lettera alla moglie Ada, 27 dicembre 1935.
Questa è una pagina del nuovo libro dell'economista Ernesto Rossi (I nostri quattrini, Ed. Laterza, pp. 534, Lire 4.500): un vero e proprio romanzo giallo riguardante alcuni dei maggiori scandali esplosi in questi anni. Come vengono spesi i soldi del popolo italiano? Il libro - ristampando gli articoli che Ernesto Rossi ha scritto in questi ultimi anni - ci dà o per meglio dire ci ricorda molte risposte, conducendoci in un lungo itinerario.
Ogni tappa costituisce il titolo delle varie parti del volume e nello stesso tempo è uno dei problemi che nella prefazione Ernesto Rossi qualifica “ancora aperti”: il cartello dello zucchero; la politica granaria; i baroni del cemento; la camorra delle banane; il problema dei medicinali; il monopolio delle assicurazioni; le industrie statali e le Industrie private.
E' cronaca degli anni passati ma nello stesso tempo cronaca di attualità, quella che ci offre questo libro.Valga per tuttt l'esempio dello scandalo delle banane: le prime denunce di quanto avveniva all'AMB risalgono al 1947 ed erano piene di affermazioni e documentazioni che oggi risuonano nell'aula del Tribunale romano Si può dire che nessuno degli scandalosi elementi del regime vigente nell'Azienda monopolio banane non fosse già stato analizzato e denunciato in una serie di articoli di Rossi, come del resto nelle campagne di stampa che su alcuni giornali - tra essi il nostro - vennero condotte a questo proposito.
Paolo Bonomi e Ferdinando Truzzi - L'Astrolabio n. 8 del 1967.
Paolo Bonomi e Ferdinando Truzzi - L'Astrolabio n. 8 del 1967.
Torna - nelle polemiche di Ernesto Rossi - il problema veramente decisivo del controllo sulle atttvità economiche dello Stato e della miriade di enti e di gestioni tutte finanziate con “i nostri quattrini”. I fatti che nel libro sono rievocati con le stesse parole che nel momento in cui furono scritte erano una precisa denuncia, fanno concludere che la mancanza di controllo deriva da due fattori tra loro, intimamente collegati: il primo è politico; il secondo riguarda la stessa organizzazione della pubblica amministrazione.
Vi sono casi clamorosi - quello della Federconsorzi, innanzitutto - nei quali una precisa volontà politica, quella dei dirigenti della DC, ha sottratto al Parlamento la funzione di controllare come sono state spese somme che fanno venire le vertigini Ma è questo stesso fattore politico che ha bloccato in tutti questi anni una riforma della pubblica amministrazione tale da garantire non solo un'adeguata efficienza e produttività dell'apparato statale ma anche e nello stesso tempo il controllo sulla pubblica spesa. Controllo che del resto è mancato anche quando erano a disposizione di chi doveva provvedere tutti gli elementi per farlo.
Ogni anno, infatti, la Corte dei Conti rimette al Parlamento una voluminosa documentazione sugli Enti e le gestioni finanziate dallo Stato: l'esame di questa documentazione che denuncia decine e decine di situazioni scandalose o almeno preoccupanti non è stato mai fatto perché la DC ha sempre manovrato per bloccarlo. Eppure - per fare un esempio tra i meno scandalosi ma tra i più significativi - l'ultima relazione della Corte ci avverte che nel bilancio della CRI era segnata fino a poco tempo fa una somma di alcuni milioni di lire per la gestione dell'ospedale militare che l'Italia inviò in Corea più di dieci anni fa.
Ci si può chiedere: a cosa sono servite tante denunce, quelle di Rossi e quelle che la stampa democratica ha fatto e continua a fare? A questa domanda Ernesto Rossi così risponde, nella prefazione al libro del quale ci siamo occupati:

Antonio Gramsci, scheda del Casellario Politico Centrale.
Antonio Gramsci, scheda del Casellario Politico Centrale.
Io non sono tanto pessimista. Non è detto che una medicina non serva a niente se non guarisce subito l'ammalato: se non avesse preso quella medicina il malato potrebbe essere più grave o essere gia sepolto nel cimitero.
Gli sfoghi indignati che spesso ascolto da politicanti pasticcioni e da burocrati camorristi contro la “mania scandalistica” dei giornalisti e dei parlamentari mi confermano che - nonostante tutto il male che si può e che si deve dire della nostra stampa e del nostro Parlamento - la paura di essere messi in piazza con pubbliche denunce costituisce ancora il miglior freno alle malversazioni, alle prevaricazioni, ai soprusi.
Né credo che ci si debba lasciar scoraggiare dalla resistenza che gli interessi costituiti oppongono a qualsiasi riforma di cui sarebbero chiamati a fare le spese per rendere più efficiente la pubblica amministrazione, per diminuire i privilegi, gli sperperi e le ruberie del pubblico denaro, e per indirizzare lo sviluppo economico verso gli obiettivi che ci sembrano più conformi all'interesse della collettività nazionale.
Se siamo convinti che una soluzione è buona dobbiamo battere e ribattere sullo stesso chiodo finché non sia entrato anche nelle teste più dure. L'avvenire dipende anche da quello che ognuno di noi è capace di fare
.

Diamante Limiti

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Piero Ignazi, Vent'anni dopo La parabola del Berlusconismo, Pagg. 142-144 Il Mulino, Bologna 2014
La modernizzazione e il nuovo miracolo economico.

Riccardo Bauer, scheda del Casellario Politico Centrale.
Riccardo Bauer, scheda del Casellario Politico Centrale.
[...] E proprio sul terreno privilegiato dell'economico che crollano miseramente le promesse. I dati statistici di ogni fonte, dall'Istat alla Banca d'Italia, dall'Ocse al Censis, segnalano il regresso dell'Italia in termini assoluti e comparativamente agli altri paesi europei. Le infrastrutture, la ricerca, il sistema scolastico, il tessuto industriale, il governo del territorio e il patrimonio artistico, il welfare, non sono altro che alcuni casi di un cahier de doléances infinito. L'amara realtà è che l'Italia ha fatto passi indietro, quasi in ogni settore. E quando invece ha migliorato le sue posizioni, soprattutto in tema di conti pubblici, questo si deve inequivocabilmente ai governi di centro-sinistra.
Manlio Rossi Doria, scheda del Casellario Politico Centrale.
Manlio Rossi Doria, scheda del Casellario Politico Centrale.
L'incapacità di promuovere sviluppo nelle fasi alte della congiuntura internazionale e di affrontare con rigore e coerenza la grande crisi non solo ha scontentato e allontanato dal Cavaliere e dal suo partito buona parte dell'elettorato medioborghese: ha sconvolto la struttura sociale stessa su cui poggiava il suo consenso. La morìa di imprese, l'impoverimento del ceto medio e la disoccupazione dilagante hanno modificato in profondità il tessuto socioeconomico del paese. Quella base di consenso su cui Berlusconi ha fatto affidamento per tanti anni si è ristretta e, in parte, gli ha voltato le spalle, delusa. La prospettiva della modernizzazione e di un nuovo miracolo economico è svanita.
La parabola del berlusconismo termina quindi sotto il segno di tre fallimenti:.
- fallita la costituzione di un grande partito liberal-conservatore ridotto a una formazione patrimoniale-populista con tratti carismatici, del tutto soggetta alle decisioni insindacabili del capo e aliena ai principi liberali;
- fallita la modernizzazione del paese, riportato indietro di anni se non di decenni, ben al di là dell'impatto esterno della crisi intemazionale;
- fallita la rivoluzione liberale.
Vittorio Foa, scheda del Casellario Politico Centrale.
Vittorio Foa, scheda del Casellario Politico Centrale.
E questo per molti motivi: per l'adagiarsi su interessi settoriali, corporativi e persino personali visto il benefit politico aggiuntivo di 2,1 miliardi di euro alle sue televisioni per tutti gli anni in cui è stato al governo; per la radicalizzazione esasperata del conflitto politico, funzionale a eliminare potenziali concorrenti dell'area moderata, a incominciare da Mario Segni; per la confusione-irrilevanza del rapporto tra azione individuale e responsabilità collettiva; per l'abbattimento di ogni confine tra sfera pubblica e sfera privata; per la diffusione di valori e prassi antitetici a quelli liberali.
Questi fallimenti sono inequivoci ma sarebbe liquidatorio fermarsi qui. Se il ventennio porta il segno del Cavaliere significa che qualcosa, e ben più di qualcosa, è rimasto. In estrema sintesi, una cultura politica che in parte si è connessa con quel basso continuo della nostra storia nazionale di diffidenza/ostilità per l'imperio della legge e la legittimità delle istituzioni; in parte ha espresso un individualismo debordante, vitalista ma senza argini; e infine ha infranto le barriere del reale e del razionale favorendo fughe in avanti e aspettative miracolistiche che solo un capo può soddisfare.
Quanto di tutto questo rimarrà vivo nella società dipende dalle scelte di quella classe, la borghesia, che avrebbe dovuto far argine al populismo forzaleghista, mentre invece è rimasta rincantucciata dietro le prebende del Cavaliere e ha preferito turarsi il naso pur di fare affari e di arginare i rossi. Se non acquisisce coscienza di sé, cioè del ruolo di guida che ovunque essa assume grazie a un ethos intriso di valori liberali e democratici e non populisti, allora il berlusconismo continuerà a circolare sottotraccia.

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Ferruccio Parri, L'Astrolabio n. 8, Pagg. 4-6 e 22, 19 febbraio 1967

Ritratto di Altiero Spinelli disegnato da Ernesto Rossi.
Ritratto di Altiero Spinelli disegnato da Ernesto Rossi.
Quando ci lascia uno dei nostri compagni della lunga schiera portatrice degli ideali che vengono da lontano e che devono andar lontano per la salute del nostro popolo, non è da noi scioglierci in compianti. Non affidiamo la memoria di Ernesto Rossi a un epitaffio. È caduto un capo e un maestro. Abbiamo un sol modo di rendergli onore: quello di seguitarne l'opera.
Nei giorni precedenti l'operazione che doveva concludersi così tristemente, Emesto Rossi si era preoccupato di lasciar consegne ed istruzioni per le attività ed iniziative editoriali e di studio avviate e ancora in corso.Aveva negli occhi la serenità socratica e la fermezza del suo spirito chiaro e deciso. Lo attendeva una operazione grave: sentiva il dovere di un bilancio.
Secondo il giudizio o l'impressione degli amici alcune partite di questo bilancio erano chiuse, provvisoriamente chiuse, o definite nel loro sviluppo. Non pensava di aggiungere altro, se non m'inganno, sul piano delle rievocazioni storiche; non mi pare avesse in progetto di aggiungere un altro volume alla sua collana di requisitorie contro i parassiti dell'Italia contemporanea. Avevamo pure la impressione che con la sua ultima pubblicazione, le “Battaglie anticlericali”, considerasse per il momento chiuso quest'ultimo ciclo, particolarmente caro a Ernesto Rossi.
Ada Rossi, foto del Casellario Politico Centrale.
Ada Rossi, foto del Casellario Politico Centrale.
Teneva enormemente alla pubblicazione delle opere complete di Salvemini. Grande merito suo averla voluta e realizzata, non per affetto, quasi idolatria, di discepolo, ma per due considerazioni non ben comprese dagli stessi amici, ai quali si può dire la impose: di lì passa obbligatoriamente la intelligenza di mezzo secolo di storia della società italiana che condiziona quella del nostro tempo; e lì si trova  la completa strategia e la tattica delle battaglie di democrazia e di pulizia che Rossi seguitò sulla scia del maestro. A comprendere Rossi è necessario leggere certi scritti di Salvemini. Forse la storia della nostra cultura politica ne farà una endiadi.
In un certo momento della sua attività pubblicistica, nei primi anni del dopoguerra, egli scrisse sotto lo pseudonimo di Sesto Empirico, una scelta polemica contro i dottrinarismi senza scadenza, contro le evasioni e mistificazioni ideologiche. Ma la sua non era un'empiria acefala: riposava sulla intelligenza storica delle società e del suo tempo, e voleva sottolineare il suo proposito rigoroso di concretezza, e insieme di chiarezza e precisione, senza residui e sbavature. Agguantava fatti e problemi con uno spirito volontaristico ed un impeto che lo avvicinavano come nessun altro a Carlo Rosselli.
Sulla base delle doti native e familiari d'ingegno e di cuore, affinandosi alla scuola di maestri come Einaudi e De Viti De Marco, sulla scia di Salvemini, dietro l'esempio di Rosselli, egli costruì prova su prova, la sua personalità, rara in questo tempo italiano per originalità, vigore, forza di carattere, intransigente coscienza.
Adele, Bianca e Umberto Ceva, intorno al 1918.
Adele, Bianca e Umberto Ceva, intorno al 1918.
Lo diminuirebbe il giudizio di chi meno conoscendolo non vedesse associata alla forte ed alta moralità civica che lo porta all'eroico attivismo dell'antifascista e lo guida nelle sue battaglie, la maturità del pensiero e della riflessione storica, politica ed economica. Questa è presente, già definita in un suo primo assetto, in Ernesto Rossi giovanile, dei tempi del “Non mollare”, dell'esilio e della cospirazione chiusa drammaticamente dal processo GL del 1930.
L'antifascismo attivo dei democratici ha avuto in Italia alcune date determinanti. Il 1924-25 propone non eludibili bilanci e revisioni politiche e morali. la decisione della lotta, prospettive per il dopofascismo. Sconfitta e chiusura col 1930, Guerra di Spagna. assassinio dei Rosselli; più tardi ripresa.
Un'Italia non così permeata di postfascismo e di clericalismo come quella emersa dopo la liberazione avrebbe diversamente onorato uomini che la incorrotta e virile moralità definisce quali eroi, come Riccardo Bauer, Umberto, Ceva immolatosi in carcere, e con essi Fancello e Traquandi.
Lettera di Bianca Ceva a Benedetto Croce, 2 febbraio 1943.
Lettera di Bianca Ceva a Benedetto Croce, 2 febbraio 1943.
Il 1930 cala sulla vita di Rossi come una serranda inesorabile. Il tormento del carcere e del confino trova sollievo nella meditazione e nello studio, che suggeriscono una più ricca ed approfondita sistemazione del pensiero economico e generose speranze di rinnovamento per un'Europa da ricostruire sulle rovine del nazionalismo.
Dopo la libertà anch'egli come tanti cerca la sua strada, la strada della attività pubblica come esercizio di un dovere civile che lo stimolò senza sosta e riposo sino alla morte. Ma per non errare nella vantazione della opera si consideri la scelta dei temi delle sue battaglie: è il tempo, la congiuntura politica ed economica a qualificarle, non la teoria, ma sono i temi che più incidono sulle malformazioni della società italiana, sulle incrostazioni e cristallizzazioni che più ne ostacolano il progresso. Sono il complesso monopolio sfruttatore della Federconsorzi, i domini monopolistici dell'interesse privato, i domini burocratici sui conti dello Stato, il controllo sulla gestione pubblica. Battaglie dunque di liberazione, che sono le battaglie della democrazia.
Nessuno più indicato di Leopoldo Piccardi, che fu suo stretto compagno in questa lunga intelligente battaglia, a tracciarne il filo logico del suo sviluppo, i seguiti di grande importanza politica, la forza di richiamo e l'influenza ch'essa ha avuto per la formazione di una certa opinione pubblica. E dirà che al centro vi è la illuminata volontà motrice di Rossi, e la sua caparbia e trascinatrice energia.
Ferruccio Parri, scheda del Casellario Politico Centrale.
Ferruccio Parri, scheda del Casellario Politico Centrale.
Ne altereremmo la figura se non ponessimo in primo piano nella sua opera la rivendicazione laica, pertinace, insistente come un delenda Carthago, portata per consapevole volontà polemica alla forma della lotta anticlericale. Questo indirizzo giacobino ha origini risorgimentali e salveminiane, ma è parte logica della sua concezione dello Stato e della società, da liberare anch'essa da una oppressione monopolistica, strumento d'interessi temporali.
Altereremmo, forse ancor più, l'idea che di lui dobbiamo avere se non tenessimo presente che un certo quadro d'insieme, sviluppato perfezionato nelle varie fasi della sua vita, reggeva la sua attività, spesso febbrile. Egli si era fatto una solida preparazione scientifica, che modestamente quasi celava: gli fu rifiutata la cattedra universitaria che ampiamente meritava, episodio anche questo, uno dei tanti, del monopolio nefasto che anemizza le nostre università esercitato da certa casta accademica.
Alberto Jacometti, scheda del Casellario Politico Centrale.
Alberto Jacometti, scheda del Casellario Politico Centrale.
Dagli economisti del liberismo era passato a visioni sociali più ampie polarizzate dalla lettura orientatrice di Wickstead. La libertà, ch'era la sua legge, diventa impostura di scribi e farisei se l'ingiustizia ne paralizza l'uso per tanta parte della società. Rossi sentì profondamente il grande richiamo della “libertà dalla miseria”, e forse ancor più incisivamente, in una società dominata, taglieggiata dagli interessi di settore, il dovere della difesa degli “indifesi”. Non poteva affiancare gli economisti sedicenti puri che non si contentano d'indicare il costo delle diverse scelte ma le propongono, e sostengono e non avendo esperienza personale di sofferenza, disoccupazione e miseria, giudicano queste condizioni necessarie ma non rilevanti del sistema capitalista.
Bobi Bazlen, Angela Zucconi e Adriano Olivetti a Roma nel 1942.
Bobi Bazlen, Angela Zucconi e Adriano Olivetti a Roma nel 1942.
Qual prezzo si può, si deve pagare per la giustizia, qual prezzo di libertà? Difficile complessa e forse anche dura risposta. Vi è un superamento democratico non posticcio ed approssimativo: i lettori dell'Astrolabio lo sanno. Ernesto Rossi aveva messo in carta le sue idee generali. Desiderava di completarle, voleva portare a razionale, logica e coerente chiarezza il suo modello. Questa è la sua opera incompiuta. Più tardi, a completarla, forse sarebbe venuto un più compiuto racconto della sua stessa vita. Ora la trascinava ancora l'impeto, la voglia del combattente. Come strumento di lavoro aveva fondato il Movimento Gaetano Salvemini, che intendeva e intende dar seguito alla bella e meritoria tradizione degli Amici del Mondo. Gli era parso utile insieme come strumento di libere battaglie un foglio, che fu l'Astrolabio. Il titolo lo scelse lui. Ragioni di salute lo costrinsero a lasciarne la direzione. Credetti mio dovere assumerla io.
Non è da noi quando, giorno per giorno, ci lascia uno dei compagni della lunga schiera portatrice degli ideali che vengono da lontano e devono andar lontano per la salute del nostro popolo, non è da noi scioglierci in pianti e compianti. Non affidiamo la memoria di Ernesto Rossi ad un epitaffio. È caduto un capo ed un maestro. Abbiamo un sol modo di rendergli onore: quello di seguitare l'opera.
Abbiamo un dovere: ricordare che la forza, la resistenza di Ernesto nella sua vita travagliata e spesso dolorosa è stata Ada, la sua compagna.
Il Movimento Salvemini continua; mancato Rossi, ha bisogno più di prima della collaborazione degli amici. L'Astrolabio continua come tribuna libera ed aperta. Ma anch'esso con un fine: chiarire le idee, chiamare i giovani, avvicinare le forze popolari capaci di operare per i principi di giustizia, di libertà e civiltà che stanno più su dei partiti.
Un giorno del 1930 che passeggiavo melanconico in uno dei brevi spazi in cui ci davano l'ora di ”aria” a Regina Coeli mi cadde l'occhio su una scritta tracciata con un dito negli spazi lasciati liberi dalle traverse che rafforzavano la porta metallica e spessamente polverosi (benedetta una volta tanto la infingardaggine dei secondini): “spia Del Re” “spia Del Re”. Capii subito l'avvertimento e l'autore: diavolo di un Rossi!. Grazie a Del Re Rossi ebbe venti anni di galera. Della sorte di Del Re, in questa Italia fondata sull'antifascismo abbiamo parlato più di una volta.
E qualche volta Ernesto era scoraggiato. Non per Del Re. Per il panorama italiano desolante, le delusioni scottanti. Pure si riprendeva e seguitava. Non obbediva, amici, al temperamento di testa dura e di ribelle. Una sicurezza interiore, cresciuta nella lunga esperienza smentiva il pessimismo:
chi lotta, dissoda, ara e semina prepara sempre tempi nuovi. Nel volto sereno e severo composto nella bara era chiaro per noi il suo invito.
Ferruccio Parri

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Mario Signorino, L'Astrolabio n. 8, Pagg. 6-8, 19 febbraio 1967
Il coraggio di non mollare

Gaetano Salvemini festeggiato a Molfetta - L'Astrolabio n. 1 del 1967.
Gaetano Salvemini festeggiato a Molfetta - L'Astrolabio n. 1 del 1967.
La lotta antifascista di Ernesto Rossi, dal “Non mollare” ai lunghi anni di carcere e di confino, non fu soltanto una grande esperienza morale chiusa in se stessa, uno degli esempì più nobili della Resistenza democratica. Fu anche la premessa e la preparazione di un'esperienza politica non meno importante: quella del Rossi che abbiamo conosciuto negli ultimi venti anni, l'intellettuale “moralista” che con il suo illuminismo e la sua intransigenza è stato tra i maggiori creatori di fatti politici di questo periodo.
Veniva da lontano, ha detto Parri di Ernesto Rossi; dalle prime lotte contro il fascismo, dalla galera, dal confino. E al fondo di tutto - dell'azione antifascista, di tutta l'attività politica successiva, della sua stessa personalità - c'è l'esempio di Gaetano Salvemini, il richiamo è d'obbligo, sembra scontato; ma basta basta rileggere la ricostruzione vivace e commossa che Rossi ci ha dato - sull'Astrolabio del 1 gennaio 1967 - della figura del suo maestro e amico per ritrovarvi un chiaro, e non certo involontario, risvolto autobiografico.
Fu l'incontro con il terribile pugliese a “svegliare” Rossi. I primi anni del dopoguerra, l'unico riferimento politico di Rossi era Mazzini, in nome degli ideali mazzinani - la difesa della libertà europea contro il militarismo tedesco - era andato in guerra giovanissimo, volontario. Un dato politico troppo vago per reggere alla prova della guerra e della successiva violenta lotta politica. Come tanti giovani della sua generazione, anche Rossi aveva reagito all'antimilitarismo esasperato dei socialisti, che d'altronde mal si accordava con il neutralismo all'italiana del “non aderire né sabotare”, rifiutando in blocco il movimento operaio (non sarà privo di effetti, nella sua formazione politica, questo primo negativo contatto con la classe operaia). D'altra parte, l'esigenza vaga ma fortemente sentita di un rinnovamento profondo della vita politica, ancora legata al tranquillo empirismo giolittiano, e la carica volontaristica propria della generazione della guerra, lo spingevano verso il nazionalismo, che interessava allora strati crescenti di reduci e di cui egli non riusciva a scorgere la componente reazionaria.
La svolta salveminiana
L'incontro con Salvemini lo trasse fuori dal pantano nazionalista.

Se non avessi incontrato sulla mia strada - racconterà poi Rossi - al momento giusto Salvemini, che mi ripulì il cervello da tutti i sottoprodotti delle passioni suscitate dalle bestialità dei socialisti e dalle menzogne della propaganda governativa, sarei facilmente sdrucciolato anch'io nei Fasci di combattimento, che, conviene ricordarlo, avevano allora un programma a sinistra di quello del partito socialista.

Gaetano Salvemini - L'Astrolabio n. 8 del 1967.
Gaetano Salvemini - L'Astrolabio n. 8 del 1967.
Il Salvemini conosciuto da Rossi era quello che i critici sogliono definire minore: staccatosi da anni dal partito socialista, tentava di contribuire al rinnovamento della classe dirigente democratica non più dalla tribuna di un partito ma attraverso quello strumento di cultura e di agitazione che era l'Unità. Di qui una serie di battaglie che, rapportate tutte a una visione coerente della lotta politica, puntavano via via su un problema particolare, e non lo abbandonavano finché non diveniva un dato politico da cui non si potesse prescindere. Era questo il problemismo di Salvemini, che ritroviamo quasi immutato nell'azione politica di Rossi.
La crisi dello Stato liberale e l'inadeguatezza paurosa della classe politica di fronte ai problemi del momento sembravano dar ragione alla polemica ventennale condotta da Salvemini contro il regime giolittiano. L'esperienza interventista inoltre lo accostava spiritualmente ai giovani formatisi nelle traversie della guerra e insofferenti per temperamento del legalitarismo testardo dei vecchi uomini della democrazia. Non furono pochi i giovani che, in quegli anni, si rivolsero all'Unità di Salvemini per averne una guida e un indirizzo politico; ed i colloqui che il maestro intratteneva, dalle colonne del settimanale, con questi giovani, rimangono tra le espressioni più alte della sua pedagogia. Ernesto Rossi era destinato a intrattenere con lo studioso pugliese rapporti meno occasionali; presto divenne uno dei suoi allievi e amici più cari, assieme a Carlo e Nello Rosselli. “Il mio primogenito”, diceva Salvemini.
Il periodo fiorentino
Gaetano Salvemini - L'Astrolabio n. 50 del 1966.
Gaetano Salvemini - L'Astrolabio n. 50 del 1966.
È dal gruppo dei giovani salveminiani - Rossi, Carlo e Nello Rosselli, Calamandrei, Traquandi, Vannucci. Jaher, Frontali e tanti altri - che partono le prime iniziative di opposizione democratica al fascismo.
Questo gruppo si ritrova, a Firenze, nel Circolo di cultura fondato alla fine del 1920: un'attività quasi di attesa, di orientamento tra gli equivoci e le violenze che accompagnano la fine del regime liberale. Il 1924 propone improvvisamente una scelta politica precisa. Fino allora il disgusto per i partiti che avevano ceduto alla violenza fascista aveva agito, soprattutto su Salvemini, da freno a un impegno attivo nella lotta politica. L'assassinio di Matteotti agisce da sveglia, Salvemini e i suoi amici scendono allora senza esitazioni e senza preclusioni legalitarie sul terreno della lotta aperta al regime.
Si costituisce a Firenze l' “Italia Libera”, associazione clandestina di ex combattenti in cui confluiscono molti dei soci del Circolo di cultura. Il programma è semplice: contribuire alla caduta del fascismo, con tutti i mezzi, legali e illegali; dopo, con il ritorno alla libertà, ognuno riprenderà la propria strada. Un programma d'azione senza un contenuto politico definito, che risponde però all'esigenza di inserirsi nella crisi del regime che appare assai vicina.
La composizione politica dd gruppo è varia: repubblicani, socialisti, democratici senza partito. Il punto d'incontro è l'impulso morale che li porta a combattere il fascismo al potere, e insieme il bisogno dell'azione concreta e immediata, del “fatto”. Ex combattenti quasi tutti, avevano riportato dalla prova della guerra una carica volontaristica che non trovava sfogo nell'ambito della democrazia tradizionale verso la quale reagivano polemicamente, con una contestazione che coinvolgeva le vecchie generazioni e con esse tutto il passato.
L'Italia Libera rappresenta, una rottura netta della passività e del legalitarismo a oltranza della democrazia aventiniana: in questo è la sua originalità, la sua importanza nel processo di formazione dell'opposizione clandestina.
Il “Non mollare”
Gaetano .Salvemini (a sx)
Gaetano .Salvemini (a sx)
Più di ogni altro, Rossi interpreta lo spirito dell'associazione, l'esigenza della azione immediata. L'attività dell' “Italia Libera” sembra infatti improntata dal suo humour, dalla sua fantasia e dalla sua passione, più che dalla personalità dei Roselli o di Salvemini. Deciso, attivissimo, privo di ogni remora legalitaria, instancabile, brucia nell'azione tutte le risorse della propria personalità Alieno per temperamento dalle impazienze revisionistiche, dalle ambizioni ideologiche di un Rosselli, egli riesce a concentrarsi interamente nella prospettiva immediata della lotta. Il motivo della libertà è il centro vitale del suo orizzonte politico; come una costante della sua personalità rimarrà, anche dopo, il procedere per gradi, concentrando gli sforzi sul problema del momento.
Perduta dall'opposizione democratica la occasione storica della crisi Matteotti, e con i successivi giri di vite della dittatura, il gruppo fiorentino compie decisamente il salto nell'azione illegale. Per iniziativa di Ernesto Rossi, Carlo Rosselli, Nello Traquandi, Dino Vannucci, Gaetano Salvemini, esce il primo foglio antifascista clandestino: il “Non Mollare”, che si pubblica dal gennaio all'ottobre 1925. Pur realizzando dei veri e propri colpi giornalistici, il foglio non aveva intenti d'informazione. Si trattava piuttosto, come poi scrisse Salvemini, di fare e ottenere “che altri facesse quel che il governo fascista proibiva, cioè dare esempio di disobbedienza, esercitando contro la volontà dei fascisti un diritto che ci apparteneva come a tutti i cittadini nei paesi civili”. E Rossi soleva ripetere che quel che contava era sfidare la dittatura, che sarebbe bastato stampare un foglietto con su scritto soltanto “Non mollare”.
La distribuzione avveniva attraverso la rete dell' “Italia Libera“, e toccava i maggiori centri del nord e del centro Italia. Questa rete sopravvisse alla fine del giornale, agli arresti e alla dispersione dei leaders e assicurò il legame con le successive iniziative di lotta. È uno stesso impulso che dal Circolo di cultura va all' “Italia Libera” e al “Non mollare”, si ritrova nell'organizzazione degli espatri clandestini, nell'attività di “Giustizia e Libertà” e nella Resistenza armata.
Nasce "Giustizia e Libertà"
Quando il gruppo del “Non mollare” viene colpito dalla reazione fascista, in seguito all'arresto di Salvemini, Rossi è costretto a riparare in Francia. Ci rimane poco. Il suo posto è in Italia, nella lotta attiva, l'esilio gli sembra una rinuncia quando rimane anche una sola possibilità di azione nel paese. Dopo pochi mesi è di nuovo in patria, insegnante a Bergamo, complici il cognome molto comune e l'inefficienza della polizia.
Il gruppo fiorentino ha dovuto però ridurre la propria attività. Anche Rosselli è costretto a cercare a Milano lo spazio necessario alla continuazione della lotta. Firenze continuerà ad operare, da allora, soprattutto come centro organizzativo della cospirazione; ma il centro politico diventa Milano. È il momento di Ferruccio Parri e Carlo Rossclli, molto attivi nell'organizzazione degli espatri. Arrestati questi dopo il fortunoso espatrio di Turati, la leadership passa a Ernesto Rossi e Riccardo Bauer che potenziano la rete della cospirazione, intensificando la propaganda e imprimendo una spinta più decisa verso l'azione violenta. L'opposizione democratica al fascismo attraversa adesso la sua fase meno frammentaria e casuale.
Luglio 1929: la fuga da Lipari di Rosselli, Lussu e Fausto Nitti pongono le premesse per la costituzione a Parigi del movimento di “Giustizia e Libertà”.
G.L. nasce come movimento d'azione, riflettendo le caratteristiche di gruppi interni. Nessuna elaborazione ideologica originale, ma un interesse esclusivo per la lotta in Italia. L'insurrezione come fine dichiarato, nessuna preclusione rispetto ai mezzi di agitazione, e una propaganda che fa leva sugli impulsi morali ed emozionali più che su un preciso programma politico. Questa fase durò fino al 1932.
La mancanza di un programma politico articolato non è più sintomo di disorientamento; Rosselli stesso, più tardi, nel 1933, rifacendosi a questa fase di G.L., pone una questione di metodo politico:

Noi non siamo mai stati il calderone democratico, repubblicano, socialista di infelice aventiniana memoria. Se abbiamo rivolto l'appello per l'azione a uomini di correnti politiche diverse, tutti hanno sentito che lo stile e, col tempo, l'ideologia di G.L. erano la negazione assoluta della vecchia mentalità confusionaria e bloccarda.

In questa prima fase rientrano le iniziative del centro parigino, che culminano nell'organizzazione del volo di Bassanesi su Milano, nel luglio 1930.
Uguali caratteri presenta l'attività dei gruppi italiani, e in particolare quella del centro milanese di Rossi e Bauer. Fino al 1930 infatti quello di Milano è il gruppo-guida della cospirazione giellista in Italia: organizzazione di combattimento teso all'azione diretta a carattere dimostrativo. È un'azione che non si può certo ridurre al modulo terroristico, anche se in questo senso giocano la tradizione repubblicana e non pochi elementi anarchici presenti nell'organizzazione. Piuttosto, una cospirazione che si pone come fine immediato di ostacolare con tutti i mezzi il processo di stabilizzazione del regime.
Leader principale e interprete di questo momento della storia di G.L. in Italia è Ernesto Rossi.
Tale impostazione di lotta servì di certo ad accrescere enormemente il prestigio del movimento ed a caricare moralmente i cospiratori; consacrò inoltre un tipo di antifascismo divergente notevolmente dal modello comunista, ma a questo non inferiore per capacità di proselitismo e spirito di sacrificio. Fu in questo clima che maturò, nel gruppo milanese, l'idea del l'attentato contro le intendenze di finanza di sette grandi città; fu proprio questo tipo d'azione che venne stroncato dagli arresti dell'ottobre 1930 provocati dalle delazioni dell'agente provocatore Carlo Del Re.
L'uomo politico
Con la grave condanna del processo di Roma - 20 anni, come per Bauer, - finisce per Ernesto Rossi la fase dell'antifascismo attivo; inizia la lunga odissea nelle galere e al confino.
Di questa dura esperienza - le sofferenze del carcere, la “vita di pollaio” del confino - la sua personalità poteva uscire spezzata, piegata; Rossi invece ne fece lo strumento di completamento della propria formazione culturale e politica, del potenziamenro della propria forza morale. Da questi anni di carcere e di confino uscirà, con la fine della guerra, il Rossi che abbiamo conosciuto negli ultimi venti anni; l'intellettuale “moralista”, che, con il suo illuminismo e la sua intransigenza sposati all'attenzione costante per la realtà, è stato tra i maggiori creatori di fatti politici; il duro anticlericale, non alieno dai toni estremi che nella lotta allo strapotere ecclesiastico identificava l'esigenza più autentica di libertà, la sua concezione stoica della vita ed e un motivo che compare nel fondo di tutte le sue maggiori battaglie.
In questo momento di profonda crisi politica, in cui al ritorno clericale si accompagna una crescente insensibilità dei laici verso le ragioni della libertà, Ernesto Rossi certamente, ha rischiato di essere ripagato con l'isolamento politico: un sintomo non della sua impoliticità, ma piuttosto della tendenza tradizionale di gran parte della classe politica al compromesso, anche sul terreno dei principi.
Rossi, non è però rimasto solo: se la politica ufficiale gli chiudeva i varchi, gli restava l'adesione spontanea, affettuosa, decisa degli elementi più vivi.
Mario Signorino

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