IX. Fermenti responsabili e contestazioni di un popolo in cammino. In realtà in tutto il Settecento, segni indicativi dei tempi mutati, non sono mancati da parte di un popolo che, pur ritenuto sempre docile ‘gregge’ facile a una rassegnazione fatalistica, è stato tuttavia geloso difensore di diritti e usi civici conquistati da tempo. Con la coscienza della propria forza via via acquistata unitamente a una specifica identità in rapporto al clero e allo Stato, si riscontrano suoi atteggiamenti di fermezza responsabile, fermenti di agitazione, gesti di insofferenza fino all'insubordinazione, atti di protesta e di contestazione contro esosità fiscali per abusi di funzionari e soprusi dello stesso abate. Nel biennio 1739-40 avvennero ‘gravi episodi di violenza’ (Nota 73). Scrive Ignazio Matteo d'Afflitto al Patrizio di S. Marco in Lamis, Gaetano Sassano:
‘Cade in acconcio il doverla a Lei consegnare su il riflesso de' sentimenti che nodrisce con tanta fortezza d'animo, in vendicando da ogni torto la ragione, e a tutto potere sostenendo della giustizia l'interesse. Ben lo conobbi io... non ha guari nella Terra di San Marco in Lamis dove tra i disturbi delle cose giurisdizionali, giunte a nausea dei regi ministri e dei superiori ecclesiastici, per la procedura di certuni, fui destinato a governare quella gregge e a componere gli animi tra di loro scissi e discordi’ (Nota 74).
Frontespizio degli statuti del Capitolo di S. Marco in Lamis , 1785 (Archivio Diocesano di Foggia) - Da G. Tardio.Senonché il d'Afflitto, e si avverte il suo disagio fra le righe, era vicario generale del nostro abate commendatario, Nicola Coscia (1682-1755), ‘ladro e malversatore emerito’ (F. Nicolini). Inoltre, alla fine del secolo ‘l'eco delle prammatiche XXVIII e XXXIV de Baronibus per impedire agli stessi il diritto di prelazione sui prodotti dei vassalli, arrivava sulle balze garganiche assai affievolito tanto che negli ultimi decenni del Settecento abusi del genere toccheranno pericolosi livelli di turbamento popolare da preoccupare la stessa corte napoletana’. Dopo una crisi del 1793, di cui si dirà fra poco, avvenne infatti che divennero sempre ‘più acuti i contrasti tra i vassalli e gli amministratori della badia per l'arbitraria richiesta di granturco e i tentativi, più o meno palesi, di ridurre a scopo privato le superficie dei territori destinate agli usi civici. Esasperati da un simile stato di cose non restava, extrema ratio, ai 'naturali' sammarchesi che denunziare l'accaduto, tramite il Preside della Provincia, a Ferdinando IV’. Questi, in un suo dispaccio a stampa rivolto allo stesso Preside, riconosce le buone ragioni dei cittadini sammarchesi ricorrenti contro ‘le gravezze che di tempo in tempo gli sono state imposte dai conduttori di quella Badia, i quali intendono non solo di restrignere loro i diritti civici, di cui sono stati sempre nel pacifico inveterato possesso...; ma pretendono benanche la prestazione de' terraggi in grano d'India’. ‘Molti anni e uno più duro’ tra gli altri, dunque: stupisce che esso coincide con la nascita ufficiale della città e a un decennio da quando, dichiarata la badia di regio patronato, gli homines dell'Università acquistarono diritti distinti di autonomia politica, giuridica e amministrativa. Si direbbe che i poteri supremi degli abati, dei re e dei pontefici, esausta ogni fonte di cospicui guadagni, buttando via la buccia del frutto spremuto, lascino i neocittadini a dibattersi tra avversità naturali e difficoltà economiche e finanziarie. Con tono ispirato dalla caritas patria, T. Nardella scrive:
‘A rendere più drammatica la condizione esistenziale delle classi subalterne sammarchesi si aggiungono sullo scorcio del secolo calamità naturali, malattie epidemiche, invasioni di bruchi e terribili carestie. Particolarmente grave dovette essere quella del 1792 se nel cuore dell'inverno dell'anno seguente il governatore Luigi Capuano, il sindaco Michele Nardella e il capo eletto Angelantonio Centola furono costretti a convocare 'mediante preventivi banni' in assemblea 'la più sana parte dei cittadini nella chiesa Trionfo del Purgatorio, luogo solito a convocarsi i pubblici parlamenti della università' per 'la penuria di grani e denaro per la compra dei medesimi saliti a caro prezzo'’.
Una tavoletta votiva del 1857. Non è più presente nella collezione del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.Come abbiamo già visto, secondo Giuliani, S. Marco contava allora 9000 abitanti (8067 secondo G. M. Galanti) ‘dei quali 120 convennero per sottoscrivere all'unanimità una delibera mediante la quale decisero di vendere le sei difese di questa università colle due carra di erbe del Caldaroso per uso dei massari per un triennio continuo e col danaro che si ricaverà dalla vendita suddetta che si possa far riparo a sollevarsi il popolo acciò non perisca di fame’. Si deve subito rilevare, che all'origine della travagliosa storia di S. Marco in Lamis, è l'inquietante rapporto demografico, in proporzione causale diretta: tanti più abitanti, tanta più miseria crescente e quindi tanta più fame. Siamo così alle radici reali di un perdurante dramma sociale che, come sotterraneo fiume carsico, corrode inesorabilmente la montagna garganica e la sua gente e per due secoli si concentra in questi atti e capitoli di storia: lotte e contese sociali tra piccola e media borghesia e tra contadini, pastori e braccianti, per egoistiche usurpazioni e conseguenti ripetute occupazioni di terre; e poi: brigantaggio politico post-unitario; massicce diserzioni dalle trincee di una guerra non intesa e non sentita; e la permanente emorragia dell'emigrazione. Dunque: nel cuore dell'inverno del 1793, 120 responsabili neocittadini decidono come sollevare le sorti della città da minacciose ombre di freddo, di miseria e di fame. Archivio della Collegiata di S. Marco in Lamis. Pagina finale del fascicolo 'Status Insignis...' - Da G. Tardio.Copertina Status InsignisIl contrassegno della povertà è la comune condizione di partenza dei nuovi protagonisti della vita locale: i francescani del Poverello d'Assisi e gli squallidi eredi della badia di S. Giovanni in Lamis. Si conceda alla fine una licenza all'autore, una considerazione, cioè, storiograficamente poco ortodossa. Fu papa Giovanni XXII a emanare la bolla Cum inter nonnullos che dichiarava eretica la teoria ‘della povertà assoluta di Cristo e degli Apostoli’ nel 1323. Erano gli anni in cui lo stesso papa soppresse l'autonomia della badia, la passò prima ai cistercensi e poi l'affidò a una triste serie di abati commendatari. Ironia della storia, o vichiana saggezza della Provvidenza che segue vie ‘diverse e contrarie con lungo e raggirato lavoro’ contro la stessa volontà degli attori. Orbene, si devono alla paziente e tenace operosità costruttiva e saldamente edificante dei due suddetti protagonisti le più luminose stagioni di storia nelle due valli. La povertà, all'insegna di una umanità spoglia e disinteressata, è pur sempre felicemente feconda di bene. S'interrompe qui questo racconto, col fervido augurio che altri, con maggiore disponibilità e in condizioni non precarie come le mie, possano ampliarlo, rettificarlo, integrarlo, tenendo soprattutto conto che la storia del comune di S. Marco in Lamis comincia nel 1782; quale, in questi due secoli, è stata la reale osmosi di fattiva collaborazione tra i due nuovi protagonisti, i cittadini e i francescani; quanto i primi debbano ai frati anche dal punto di vista spirituale e culturale, mancando S. Marco per oltre un secolo e mezzo di qualsiasi istituto di istruzione media e superiore e quanto questa storia locale debba a cittadini illustri, protagonisti trainanti e rappresentativi tra Otto e Novecento. Onestamente, si consideri per ora questo lavoro come un avvio per un discorso storico ancora da scrivere, più ampio, diversamente strutturato e articolato. Esso, non sfuggirà a un lettore attento, nato da alcune considerazioni su [tue] (?) tempi critici della badia di S. Giovanni in Lamis, si muove piuttosto schematicamente tra due poli ben diversi: uno negativo e l'altro positivo, uno riferito a una crisi di decadenza con una lunga plurisecolare agonia e un'altra di crescenza, per quanto travagliosa socialmente, pur sempre nobile e civile. Pertanto, anche per la bibliografia, come si può rilevare dalle note, ci si limita all'esame di quei testi attinenti alla tesi proposta (Nota 75).
VIII. Un ‘Parere della Real Camera’ su diritti contesi alla morte dell'abate Colonna. Sigillo della nuova città si San Marco in Lamis.Pur dichiarata la badia appartenente al regio patronato, cioè allo Stato, con la relativa divisione giurisdizionale dei poteri politici ed ecclesiastici, con ruolo di funzioni distinte, e con l'ormai conseguita autonomia municipale della Terra di S. Marco in Lamis, permaneva la convergenza di interessi contrastanti e discussi fra le tre istituzioni (Stato, Chiesa e Comune), poiché pur sempre pingui erano ancora i cespiti dei beni badiali. Si trattava di benefici e di proventi ai quali o si rinunziava malvolentieri o si cercava di appropriarsene in occasioni propizie. Si tratta di vicende che meritano una certa attenzione essendo storicamente emblematiche: ancora una volta, nella storia di questa città, come si notano anche al tempo del brigantaggio, interessi pubblici o ideali (giurisdizionali e curiali) si intrecciano e colludono con quelli ‘particulari’. Si assiste, si vorrebbe dire, al solito malinconico fenomeno della frettolosa partizione, presente cadavere, di vestimenta e di relitti. Tanto accadde alla morte dell'ultimo abate commendatario D. Nicola Colonna, Arcivescovo di Sebaste, Nunzio Apostolico in Madrid e Cardinale della Santa Sede, avvenuta nell'aprile del 1796. Dopo tale previsto e aspettato evento ‘forte briga’ insorse per ‘l'elezione del Vicario per la cura spirituale della numerosa Popolazione della Città durante il tempo della vacanza della Badia’ (Nota 72). Sotto l'incalzare degli eventi e della prescrizione di tempo utile, ci fu una corsa, con ovvia ‘precipitanza’ e su basi giuridiche contrastanti, per l'elezione del Vicario. Tre le diverse designazioni a seconda degli scopi e degli interessi dei tre Enti pubblici proponenti ed eligenti, per cui ognuno di essi fu costretto a combattere su due fronti. Il Capitolo della Collegiata procede subito ‘all'elezione del Vicario Capitolare nella persona dell'Arciprete D. Lionardo Antonio de Carolis’. A sua volta, l'Arcivescovo di Manfredonia Francone, rivendicando diritti sulla badia, indicata in ogni antico documento nel territorio della diocesi sipontina, e appellandosi in merito a una bolla di Pio II del 1458, eleggeva suo provicario il parroco della Chiesa di S. Antonio Abate Arcangelo Vincitorio. Il Sindaco ed ‘i Governanti della Università’ proposero al re la nomina di Luigi M. Izzo, già vicario generale al tempo del defunto abate. Pertanto nello stesso aprile del 1796 ‘più ricorsi furono avanzati al Real Trono’. Le cose si complicarono quando si credette appellarsi al vescovo di S. Severo col presunto diritto di appartenenza alla diocesi viciniore, e, infine, quando tutto fu rimandato dalla Real Camera per una decisione provvisoria al Fiscale dell'Udienza di Lucera. Senonché, nel frattempo, morto il parroco A. Vincitorio, morto il secondo provicario designato dall'Arcivescovo, canonico Andrea Pomella, morto il vescovo di S. Severo, apparve chiaro il giuoco di interessi a carte scoperte. Avendo l'Arcivescovo sipontino nominato il canonico Saverio Montesani, si comprese la precedente e perdurante opposizione in seno al capitolo del fratello Fortunato M. Montesani alla nomina dell'arciprete de Carolis. La spaccatura prodotta dai Montesani nel Capitolo, condusse anche a una rivalità tra la Collegiata e la Parrocchia di S. Antonio abate. A sua volta la proposta del vicario di S. Severo e del Fiscale di Lucera (che si attennero evidentemente ai suggerimenti della Real Camera) nella persona di D. Giuseppe de Carolis non poneva certamente in buona luce lo stesso arciprete Leonardo A. de Carolis. Ma l'intenzione espressa nel Parere della Real Camera avversa alle decisioni dell'arcivescovo Francone, sottintende una precisa motivazione giurisdizionale, per cui vengono a trovarsi sulla stessa linea il clero e il Capitolo della Collegiata nella sua maggioranza, l'Università e la stessa Real Camera di S. Chiara. La designazione del Sindaco e degli Eletti, favorevoli alla nomina del predetto Luigi M. Izzo, fu ‘la favilla’ che ‘secondò gran fiamma’. Si fanno quindi innanzi non più gli Ascrittizi di Cimaglia, gli homines servi della gleba, ma i cittadini, finalmente popolo, della neonata città di S. Marco in Lamis, che, presa coscienza della propria e nuova identità, affermano la loro volontà di scelta, allineandosi col Capitolo; assecondati dalla Real Camera, contro le decisioni del sindaco in combutta con il prete L. M. Izzo e contro Mons. Francone. La scelta importava la decisa affermazione di duplice autonomia della comunità cittadina ancora una volta angariata e quella della badia nullius, canonicamente non dipendente dalla diocesi sipontina. Si trascrive un significativo brano del Parere: ‘Il Sindaco ed Eletti della Città di S. Marco in Lamis han domandato per Regio Vicario Generale di quella Badia D. Luigi M.a Izzo, sull'esempio del praticato per l'Abbadia della Fara di S. Martino, documentando il di lui zelo ed attaccamento per quella Popolazione, i servizi dal med.mo renduti allo Stato, e specialmente in occasione della Reclutazione forzosa. A siffatta domanda si è opposto il Procuratore del Capitolo della stessa Abbadia, il quale per dimostrare la non buona condotta tenutasi dal preteso in qualità di Vicario Generale sino alla morte dell'ultimo Abbate Commendatario, e del di lui fratello in qualità di affittatori, ha unita al ricorso la copia di una relazione di Real ordine disimpegnata da quel Regio Governatore sulla querela contro di essi avanzatasi al Real Trono da' particolari Cittadini di S. Marco in Lamis di prepotenza, di abuso, ed usurpazione di giurisdizione, de' danni recati alli Reali interessi, ed altro, relazione che ha detto trovarsi rimessa al Caporuota Criminale per l'organo della Real Segreteria di Giustizia, ed ha conchiuso, che esclusa la pretensione del Prete Izzo, avesse dovuta approvarsi la Relazione del Vicario Capitolare fatta da esso Capitolo’. Quanto ai diritti accampati dall'Arcivescovo, la Real Camera nelle sue decisioni, firmate dai Vassalli Mazzocchi, Targiani Presidente, Corcinari e da altri, fa propria la relazione del procuratore difensore dei diritti del Capitolo e della cittadinanza. ‘Tolta dunque da mezzo ogni legittima contraddizione dell'Arcivescovo di Manfredonia, almeno nel possessorio, in cui siamo, ha tenuto molto conto la Real Camera dei documenti esibiti a nome del Collegio della Chiesa Badiale di S. Marco in Lamis per dimostrare di esser quella una Prelatura di terza classe con giurisdizione in Clerum et in Populum con territorio separato da ogni altra Diocesi’. Con evidenti echi che ci richiamano all'allegazione di Cimaglia, si aggiunge: ‘I documenti’ prodotti ‘dimostrano ch'essendo Basilio Imperatore di Costantinopoli fin dal 1006 (sic): concedè al Monastero de' Benedettini detto di S. Giovanni in Lamis ampiissime contrade, che’ tuttora ‘costituiscono il tenimento della Terra di S. Marco in Lamis’, e naturalmente ci si rifa, poi, alla nota formula del Curcua, qui più volte riportata, agli altri documenti bizantini e a quelli dell'abate Gualterio e dell'Honor. A dimostrazione che la badia di S. Marco in Lamis aveva una sua particolare ‘giurisdizione quasi vescovile’ si tiene a sottolineare che l'abate di S. Marco in Lamis teneva ‘una Curia formale con Vicario, Cancelliere, Promotor Fiscale, e Censori, dove siansi trattate le cause di giurisdizioni Ecclesiastiche. La visita inoltre vi si è fatta dall'Abate, o dal Vicario, la Curia ha spedite le licenze per vestir l'abito clericale, le dimissorie agli ordinandi ad quemcumque Episcopum, le approvazioni de' confessori, le licenze per la contrazione de' matrimoni, le assoluzioni dalle censure, le Bolle per le provviste de' Benefizi; così semplici, come Curati, precedente concorso tenuto in presenza di Esaminatori Sinodali eletti da quel Vescovo, cui o all'Abbate, o al Vicario sia piaciuto di commettere lo sperimento del concorso. Fin dalla Cancelleria Romana dirizzandosi Rescritti celesta Badia è stata nominata Nullius’. In questa vicenda è però da rilevare un'oscillazione pendolare della giustizia centrale tale da ricordare quella della Curia avignonese nei riguardi dei cistercensi di Casanova.
E valga il vero:
L'arcivescovo di Manfredonia osteggiando l'elezione compiuta dal Capitolo della Collegiata, in un primo tempo ottenne dalla Real Camera di Santa Chiara il diritto di eleggere il vicario.
In un secondo tempo, al seguito dei molti ricorsi ai quali si è accennato, si originò ‘una lite di giurisdizione che fece tanto rumore a quell'epoca’; e la Real Camera incaricò il Fiscale dell'Udienza di Lucera che delegò il vescovo di S. Severo quale appartenente alla diocesi più vicina alla badia.
La lite inoltre venne risolta a favore del Capitolo; e in questo caso vennero a collimare gli interessi del Capitolo, della Città e del regio padronato.
In base all'art. 3 del Concordato tra Pio VII e Ferdinando I, del 21 marzo 1818, si stabiliva che le badie con una rendita al di sopra dei 500 ducati annui restavano senza essere aggregate e poiché la badia di S. Marco aveva una rendita di 2000 ducati annui non fu soppressa. Nel nostro caso ne fu esecutore il cardinale Caracciolo.
Senonché, altra oscillazione del pendolo della giustizia, contemporaneamente, il 29 luglio del 1818, lo stesso cardinale Caracciolo scriveva all'arcivescovo di Manfredonia in questi termini: perché ‘le Badie nullius non restino senza una legittima amministrazione’ in nome di Sua Santità ‘V. S. Illustrissima si compiacerà di assumere il governo della Badia di S. Marco in Lamis’.
Finalmente, queste tormentose vicende ebbero termine nel 1855 quando Pio IX con la creazione della diocesi di Foggia provvide alla sua definitiva sistemazione affidandola alle cure del vescovo foggiano. È da aggiungere che fino al 1855 l'arcivescovo di Manfredonia, per la badia vacante, riscuoteva la somma di 2356 ducati. Nel settembre dello stesso anno la Gran Corte dei Conti di Napoli dispose che tale canone fosse attribuito alla diocesi di Foggia.
VII. Limiti della tesi di N. M. Cimaglia. Beato Antonio Lucci (1682-1752), religioso francescano , Vescovo di Bovino e Abate dell'Abazia Nullius di S. Marco in Lamis - Da G.Tardio.Ci si è soffermati a un'ampia trascrizione testuale per meglio rendere il pensiero del giureconsulto il cui spirito è di evidente ispirazione regalistica. La sua tesi unilineare poggia su una argomentazione soprattutto giuridica più teorica anziché suffragata dai fatti nel loro reale svolgimento temporale; pertanto, unilaterale e non pochi i suoi limiti. Essa è carente di senso storiografico: non tiene conto dell'impatto drammatico delle vicende storiche e delle concrezioni di privilegi e diritti acquisiti, riconosciuti o usurpati in tempi diversi. La fragilità della tesi di Cimaglia poggia innanzitutto su una contraddizione. Egli insiste sulla base giuridica di diritti acquisiti ai tempi dei sovrani bizantini e cioè ancor prima della costituzione dei feudi (‘i greci non concedevano feudi‘, ‘la parola feudo fu vocabolo ignoto a' Greci’). Sbrigativo è l'accenno a Federico II, mentre elusiva è la lettura della costituzione guglielmina dell'Honor Montis Sancti Angeli. Con discutibile senso storico pare non aver chiara l'imponenza caotica dei fatti che hanno meglio profilato la natura dei feudi e quello ‘specioso’, anomalo della nostra badia. Rileggiamo anzitutto F. Lauria: ‘La feudalità 'questo mostro uscito dalle foreste dei barbari' come la chiamò Davide Winspeare, nacque dall'anarchia e fu essa stessa causa di anarchia. Sorta dall'invasione che i barbari fecero delle provincie dell'Impero, la quale distrusse tutte le tracce della civiltà preesistente, essa operò, come il predone, a danno di tutti, della sovranità, delle popolazioni, delle città, mantenendo cosi l'anarchia nelle nazioni. L'eminente autore della Storia degli abusi feudali dice che i primi sei secoli della feudalità cioè dal sesto a tutto l'undicesimo secolo dell'E. V. furono i più duri, i più anarchici, specialmente il X e XI. Il seguente secolo XII fu quello in cui cominciò la repressione degli abusi feudali: e questa data coincide con la fondazione della monarchia siciliana’. ‘Le distinzioni dei feudi erano molte, tante che neppure i trattatisti le riportavano tutte, ma solo le più comuni ed importanti. Iacobuzio de Franchis nei suoi praeludia annoverò ben 17 distinzioni dei feudi’. Inizialmente ‘la Chiesa nei primi tre secoli non ebbe beni immobili, né altre ricchezze, mantenendosi con le offerte dei fedeli: cominciarono gli acquisti delle chiese quando Costantino, voltosi al Cristianesimo, diede facoltà di istituire eredi e legatarie le chiese, e crebbero nei secoli seguenti, per cui molte chiese, specialmente quelle delle città maggiori, sopra tutte la Chiesa di Roma, sede del Sommo Pontefice, ebbero i loro patrimoni ricchissimi. Però questi patrimoni, per quanto importanti, erano sempre delle semplici proprietà, di diritto privato; non includevano il dominio politico, la giurisdizione, la sovranità; erano sottoposti alla sovranità del principe nel cui stato ricadevano e pagavano i tributi come tutti gli altri possedimenti privati, ne avevano nulla del feudo. Cosi fino a tutto il periodo in cui durò il regno longobardico’. L'intreccio di interessi privati e politici, ora riconosciuti ora tollerati, cominciò da quando la Chiesa per la sua politica ebbe alleata la Francia, da Carlo Magno agli Angioini. Anche P. Giannone rilevava che fra Carlo Magno e i pontefici ‘fu una vicendevole gara di liberalità e cortesia: Carlo in profondere provincie, città giurisdizioni ed altri beni temporali: i Pontefici all'incontro lo ricompensavano di beni spirituali... egli, oltre di aver cotanto innalzata la Chiesa Romana e resala signora di tante città e terre, arricchì anche l'altre chiese e monasteri di baronie, di contadi e di ben ampi e ricchi feudi, rendendogli signori temporali dei luoghi ove tenevano i loro benefizii, con unire alla dignità spirituale la temporale, come a quella accessoria e dipendente; ed investivagli per la temporalità con l'anello e col pastorale, ricevendone perciò il giuramento, e l'obbligo di molte prestazioni ed angarie, anche del servizio militare come qualunque altro feudatario’ (Nota 70). La chiesa Collegiata e le sue immediate adiacenze in una piantina del '700, Archivio Collegiata S. Marco in Lamis) - Da G. Tardio.Quanto al periodo normanno, Cimaglia si sofferma a lungo nell'esaminare il documento costitutivo dell’Honor e pone in rilievo che i monasteri di Pulsano e di S. Giovanni in Lamis erano compresi nell'Honor per dare maggior prestigio e lustro al dotalizio delle regine normanne. Il nostro giureconsulto pare ignori un documento, riportato quasi integralmente nella prima parte di questo lavoro e che precede di un anno appena la Constitutio dell'Honor. In esso vi è un'inquietante ed esplicita clausola dalla quale, per le conseguenti implicazioni e complicazioni, con relativi intrecci di ingerenze e interferenze, con liti, locazioni e vendite legittime o abusive, cose e fatti si sono protratte dai tempi di Alessandro III a Clemente VII antipapa. La clausola gravida di tante conseguenze per la decadenza e la fine della badia è da rinvenire in questo diploma palermitano in cui sono minuziosamente enumerati privilegi e possedimenti o concessi o riconfermati alla badia. Rivolgendosi all'abate Gualterio, re Guglielmo fa questa riserva: ‘Noi liberamente e senza vincoli accogliamo [il monastero di S. Giovanni in Lama] sotto la protezione della nostra sovranità e, col presente privilegio, lo garantiamo con lo scudo della nostra potenza, affinchè ad alcuna persona giammai, sia di bassa che di alta condizione sociale, sia consentito pretendere alcunché dallo stesso monastero o avervi servitù all'infuori del romano pontefice, così che tutti i possedimenti, ovunque il monastero legittimamente li abbia oggi o in avvenire, a giusto titolo e per volere divino, li acquisti, stabilmente rimangano a voi e ai vostri successori’ (d. 9). Ricordiamo le date dei due diplomi guglielmini: quella delle concessioni fatte in Palermo all'abate di S. Giovanni in Lamis è del 7 maggio 1176 e quella della costituzione dell'Honor è del febbraio 1177. Ora non è il caso qui di ripetere quanto si è già detto sulla particolare situazione dello ‘speciale’ Stato vassallo normanno nei suoi rapporti con la Curia romana e dei susseguenti intrecci di interessi e di dispute, anche dottrinali, fino al tempo di Roberto d'Angiò. Altrettanto dicasi per quanto si è rilevato nei rapporti della stessa Curia con Federico II e della sua imperiosa deliberazione nel mutilare il feudo della Terra di S. Giovarmi Rotondo. Cimaglia, in merito, accenna al monitorio-protesta di papa Gregorio IX e la risposta del re svevo; ma pare che sorvoli sull'integrità del demanio fin dai tempi del catapano Curcua e del conte Enrico riguardante rispettivamente l'antico casale di Castellan Bizzano e la nuova Terra di S. Giovanni Rotondo, come chi scrive ha già fatto notare. Pertanto, si coglie in flagrante contraddizione Cimaglia quando scrive: ‘Essendo il feudo quid unum et indivisibile’ spetta ‘il godimento del Patronato a colui che dal Monarca n'è investito’. Tuttavia, non è lecito dubitare che questa allegazione di Cimaglia, nata, come si è visto, in un rovente clima anticuriale ed illuministico, deve avere pure avuto il suo peso determinante nella causa istruita e condotta a termine dallo ‘zelo di D. Luca Giovanni Plescia’, per merito del quale, conclude Cimaglia, ‘sono stati esibiti al Re N. S. gli autentici diplomi, da' quali apparisce la piena dotazione fatta da' Serenissimi di Lui antecessori, dimodocché anche rimossa la ragione feudale, si è fatto chiaro e manifesto, che il pieno Patronato a Lui spetti, per nuda e chiara legge de' Sacri Canoni ex dotatione’. L'Allegazione porta la data del 1767, la ‘Reintegrazione alla Real Corona del Patronato’ è del 1782: sono trascorsi appena quindici anni. Egli scrive ancora: ‘Si sa che molte terre nel nostro regno sono sorte’ dai ‘Vichi de' Servi Ascrittizj, (de' quali le Costituzioni del Regno sovente parlano), e specialmente di que' servi che a bella posta i Monaci ed altri ricchi cittadini adunavano per formarne tante ville, prima col nome di Casali, indi con quello di Terre'. Ascrittizj sono quei coloni che pur non essendo nati nel fondo erano destinati tuttavia a lavorarlo per tutta la vita quasi fossero parte dello stesso podere. Insomma, con sensibilità sociale, Cimaglia indirettamente si loda che questi servi della gleba si avviano dopo il 1782 decisamente verso ogni affrancamento feudale. Ed è mirabile cosa rilevare che questo popolo destatosi dopo un letargo quasi millenario, in un solo decennio, con rapida fioritura e precoce maturazione, si affranca e afferma come città nel 1793, conquistando a un tempo autonomia comunale, giuridica e politica. ‘E poiché nel 1782 la Badia istessa fu dichiarata di Regio Patronato; così l'Abate venne privato di ogni Giurisdizione Politica e la città governata con la dipendenza dai Tribunali ordinari per mezzo di un regio Procuratore e Giudice’ (Nota 71); e nel 1808 epoca del primo stato discusso comunale, avendo raggiunto il numero di 10.200 abitanti, la citta venne dichiarata comune di 1. classe. Si può anche aggiungere, dato quest'empito di crescita, che S. Marco in Lamis, oltre ad essere, nell'Ottocento, il più popoloso comune garganico e naturale vibrante centro di vita politica, economica, sociale e... brigantesca, si avvia ad essere tra i più popolosi comuni della provincia dopo Foggia, S. Severo, Cerignola e Lucera.
VI. Un'allegazione di N. M. Cimaglia. Natale Maria Cimaglia - Illustrazione del 1722.La legalistica allegazione di N. M. Cimaglia, Per la Reintegrazione alla Real Corona del Patronato sulla Real Badia di S. Giovanni in Lamis, del 1767, con cui si è introdotto questo lavoro, è di schietta ispirazione giannoniana. Si nota la lettura assidua della Istoria civile nei suoi frequenti richiami ai diplomi bizantini, all'Honor normanno e alle decisioni capuane di Federico II, riguardanti la badia di S. Giovanni in Lamis. L'autorevole giureconsulto inizia con una premessa perentoria: ‘La restituzione del Patronato del Re N. S. sulla Real Badia di S. Giovanni in Lamis riesce l'opera la più lieve e la più giusta, per lo zelo di D. Luca-Giovanni Plescia, il quale incontratosi negli opportuni autentici istromenti, che lo dimostrano, ha creduto, qual onorato vassallo, doverne avvertire il nostro sovrano, per rimetterlo in quel giusto possesso ch'i di lui Serenissimi Antecessori pienamente han goduto’. Si tratta dunque di una opera ‘lieve’, cioè di facile dimostrazione giuridica e quindi ‘giusta’. Nella sua rincorsa storica di cotanto diritto ‘originario’ egli come ormai tutti, si rifà ai cinque diplomi della ‘pingue dotazione’ concessa ‘da' Serenissimi Imperadori Costantinopolitani’. Detti diplomi, ‘spediti di ordine Sovrano da' loro Ministri’ furono ‘riconosciuti ed osservati da' Principi successori, i quali ne hanno goduto in seguito la piena onorificenza’. Quindi dichiara che sarà sua ‘cura mettere in chiaro aspetto il dritto originario di questo Real Patronato, esaminando i diplomi della Sovrana dotazione con le più sicure massime del diritto canonico: per indi dimostarare il lungo possesso del Patronato istesso, annesso indivisibilmente alla Real Corona, alla quale uopo è che finalmente si restituisca’. Pietro Giannone.Nella sua ‘Notizia della Badia di S. Giovanni in Lamis’ egli si rifà addirittura a Calcante e a S. Michele, opinando e asserendo inoltre: ‘Noi non sappiamo quando l'eremo di S. Giovanni in Lamis fosse da santi solitari Benedettini istituito sulle rovine del tempio di Podalirio, ma egli fu certamente opera del decimo secolo, alloracché questi ebbero preso gran piede in quel sagro monte’. Secondo Cimaglia, ‘la badia di S. Giovanni in Lamis non molto antica nel nostro Regno, fu lungo tempo misera, e di poca importanza; né di lei alcuna memoria si fece nelle antiche cronache degli illustri monasteri. Ma nel secolo undecimo cambiò intieramente il suo stato; perocché per la generosa pietà de' Sovrani del Regno ricca e doviziosa talmente divenne, che fu poi da' Pontefici decorata colle insigni prerogative, concedute solo a' monasterj più illustri . Tuttavia egli osserva che dopo un periodo di splendore, passata la badia ai Cistercensi per ordine papale, la Curia Romana avendola subito dopo data in commenda ‘con mettere in non cale il Patronato del Sovrano del regno, religiosamente per l'addietro osservato nell'elezione degli Abbati, ed in tutte le altre legittime onorificenze’, commise un atto di arbitrio. Pertanto i Cistercensi ‘privi delle rendite della Badia, abbandonarono dopo qualche tempo il monistero, nel quale il sommo Pontefice Gregorio XIII nel 1578 vi pose i Frati Osservanti di S. Francesco, che vi abitano tuttavia. Ma non fu dato agli Osservanti Francescani che la sola Chiesa e 'l monastero, perocché tutti i beni e rendite della Badia furono riservate all'Abbate commendatario, il quale oggi le possiede; e poiché il beneficio è assai pingue ed illustre, fu mai sempre da' Pontefici conferito ad illustri soggetti. L'Abbate che ora n'è investito è Monsignor Colonna figlio della gemma de' Magnati della nostra Corte il Sig. Principe di Stigliano, il quale ottenne dal Pontefice questa Badia per la generosa interposizione dell'Augusto Re delle Spagne, già nostro Padre e Signore’. Dopo una ‘Notizia’ sulla ‘sovranità dei Greci in Puglia estinta ne' Normandi’ egli passa all'esame dei noti ‘Diplomi della Real Dotazione, da' quali dipende il real Patronato’ con imprescindibili diritti sovrani, antecedenti allo Stato vassallo normanno. Riproducendo il testo dei cinque diplomi bizantini inclusi nel documento definitivo del conte Enrico di Montesantangelo, ne trae la conclusione della successiva e indebita ingerenza pontificia. Evidente l'assidua lettura della Istoria civile e del suo motivo ispiratore. Nelle concessioni confermate dal catapano Curcua, come già ho avuto modo di sottolineare a suo luogo, anche Cimaglia, sulla scia di Giannone, punta l'attenzione sulla esplicita clausola riguardante ‘la garentigia che dà il Catapano da' Vescovi ed Arcivescovi d'Italia’: ‘Unde praecipimus... ut nullus Episcopus, Archiepiscopus Italiae audeat aliquod impetere, quia consuetae non sunt, sed sit in demanio, et protestate monasterii supradicti’. Egli, pertanto, annota, con una punta d'ironia: ‘Vedasi, se’, sia proprio il caso che ‘per darsi la dote canonica alla Chiesa, bisogni il consenso del Vescovo del luogo’. E aggiunge, circa gli homines, presenti e venturi, fondatori e abitanti di casali, che essi ‘sono i Villani riconosciuti nelle nostre Costituzioni; autori poi delle Terre e Castelli di S. Giovanni, S. Marco, etc.’; e spiega: ‘I greci non concedevano feudi, ed in Italia per esprimere i Casali ed altre abitazioni servili, si contennero sempre in queste espressioni’. Sarà utile ripetere il testo del Curcua: ‘Si homines Calabriae, Italiae huc ad habitandum venerint sint quieti ab omni angaria (Nota 68), et servitio Curiae nostrae’. In merito P. Corsi meglio precisa anche che nelle concessioni del Curcua vi è un esplicito riferimento a ‘uno dei principali istituti parafeudali della società bizantina dell'epoca, e del suo trapianto nella provincia bizantina d'Italia, accanto ad altri istituti di origine e tradizione diversa’. Il catapano dispone che ‘ogni uomo di Calabria e d'Italia, venuto a stabilirsi sulle terre del monastero, sia esentato da ogni angaria e servizio statale, il che sembra corrispondere almeno in parte - pur non sottovalutando i rischi di una interpretazione non condotta sul testo originale (cioè quello greco) - alla conclusione cui giunge il Lemerle, seguito dal Borsari, il quale si è occupato della questione per la Puglia bizantina ed ha fatto il punto della cospicua letteratura sull'argomento’. Questo istituto consisteva nella ‘esenzione da ogni corvée o requisizione fiscale, l'esenzione completa cioè da ogni carico fiscale verso lo Stato’ (Nota 69). Dopo aver annotato i successivi diplomi dei Catapani, Cristoforo, Biviano (o Boianes) e di Argiro, Cimaglia si sofferma sulle concessioni di Enrico di Montesantangelo a Lucera e ribadisce: ‘Dalla ricognizione delli fondi dotali, che fa il Conte Errico, si vede che tutto ciocché la Badia possedeva, era prodotto dalle donazioni dei sovrani Greci, e nel giro di quelle terre vi riconosce il casale di S. Giovanni Rotondo, o sia alle Lame, per scripta publica Graecorum, sicut superius est expressum’. La dichiarazione di Enrico: ‘In perpetuum confirmavi, per fustem pro parte dicti monasterii te, tuosque successores investivi’, è cosi commentata: ‘Questa è la sollenne formola stabilita dalle leggi di que' secoli, per dinotare la qualità feudale de' beni, che da' Sovrani si assignavano’; e conclude: ‘Erano dunque allora i beni della Badia nel libero demanio feudale del contado di Montesantangelo, onde gli abbitanti del contado potevano a loro voglia usarne, con corrispondere al Barone investito la dovuta contribuzione’. ‘Ed i vassalli della badia, come parte del contado dovevano godere della promiscuità e libertà istessa co' vicini, perché tutto il contado era di una sola, ed uniforme natura. E perciò il Conte riconosce il monistero, come Suo, o sia di suo Patronato, perché teneva la sua dote de bonis regni’. ‘Degli avvocati delle Chiese, senza de' quali non potevano i monaci intraprendere alcun giudizio, è noto il dritto’. ‘La sovranità del Conte Errico non era perfetta, poiché egli adorava la maestà del trono Costantinopolitano, da cui aveva l'investitura del contado’. In tal modo i Catapani, pur autorizzati a concedere o confermare beni e privilegi, quali vicari, erano sempre i monarchi bizantini ‘i veri dotanti’: in merito, ‘I Monarchi che costituirono la prima dote alla Badia di S. Giovanni furono Basilio, e Costantino VIII’. Come si può rilevare, fin qui la tesi legalistica di Cimaglia è guidata con insistenza dal polo giannoniano. Orbene, fondandosi sulla ‘trascritta serie dei diplomi’ e sulla base dei testi consensuali di diritto canonico e civile, il giureconsulto poggia il suo ‘assunto’ su questo ragionamento sillogistico:
‘Abbiamo dunque da' cinque diplomi, che tutta la roba e tutti i fondi della Badia di S. Giovanni pervennero dalla donazione e dotazione de' Monarchi Greci’. ‘Non resta dubbio alcuno, che fu trattato di tutti i beni della Badia, de' quali il Conte Errico, doppo riconosciuti i diplomi greci, ne descrisse di nuovo i confini, i quali sono tuttavia il fondo dotale di questa Badia’.
‘Non è da recarsi in controversia, che il principale modo con cui si acquisti il Padronato, sia la dotazione della Chiesa, ed è comune la massima de' Giureconsulti, passata poi in adagio: Patronum faciunt DOS, aedificatio, fundus. La sola erezione di una Chiesa produce benanche il Padronato, ma la Chiesa non può reggere senza la congrua dote’ data dallo Stato. ‘La dotazione adunque, poiché forma il perpetuo sostegno della Chiesa, con ogni ragione si riputò dagli antichi Giureconsulti la causa potissima dalla quale sorgesse il Padronato’.
Quindi, 'non è da controvertirsi punto, che il Sovrano del Regno colla dotazione data alla Chiesa di S. Giovanni in Lamis, acquistò il pieno e fermo dritto del padronato: I Diplomi non permettono punto dubitare, che tutta l'intiera dote provenne dal solo ed unico Sovrano fonte’.
Tanto premesso, ne deriva che ‘è massima conosciuta nel dritto canonico, che il padronato si acquisti ipso facto per la fondazione, e dotazione, senza bisogno di manifesta dichiarazione e riserva’. ‘L'imporre a' monaci il peso di pregare il Signore Iddio per la felicità e grandezza del dotante, non è che un effetto del Padronato: e l'effetto il più antico dalla Chiesa riconosciuto, come insegnano concordemente tutti i Canonisti’. Comunque, per quanto ci interessa, circa il padronato, c'è una esplicita dichiarazione nel diploma di Argiro, nelle parole ‘post obitum, Monachi ponant Abatem, secundum regulam, quem viderint honestum et probum. Unde hic nos jussu Imperiali confirmamus etc.’. Inoltre, conseguenza di sommo rilievo, si nota la prassi seguita nel tempo (talvolta non senza contrasti) circa la nomina degli abati. ‘È noto che in tutte le chiese conventuali non si arrogarono mai i Patroni altra facoltà che la sola conferma degli abbati, non avendo i Patroni voluto derogare la regola de' Monaci’. ‘I nostri monarchi’, pertanto, si sono sempre riservato il diritto della conferma degli abati eletti dalla comunità religiosa. Conclusione: ‘L'essersi adunque fatta menzione, nel diploma di Argiro dell'elezione dell'abbate, dimostra, che oltre all'acquisto del Padronato fatto da que' Sovrani ipso tunc per la dotazione della Badia, fecero que' supremi Ministri ne' Diplomi istessi memoria espressa del Patronato acquistato da' loro Sovrani, per la certa e sicura disposizione delle leggi civili, e pontificie’. Infine è da aggiungere che la ‘più sollenne dichiarazione del Sovrano Patronato è quella che fa il conte Errico nel nostro diploma, il quale chiama la Badia ripetite volte nostrum Monasterium’. Restano ancora da precisare circa la natura del nostro feudo i rapporti tra il sovrano, i vassalli, usufruttuari temporanei del feudo e gli homines, i soggetti dei casali. Cimaglia precisa che nelle dotazioni de' sovrani Greci ‘non si parla affatto di feudi’ e ciò nonostante ‘i beni dotali della Badia formano un specioso feudo’. ‘Ma chi non sa che la parola feudo, fu vocabolo ignoto a' Greci. I territorj dati in dote alla Badia erano proprietà del Sovrano, ed avevano que' naturali uomini addicti glebae, da' quali poi si sono formate le terre di S. Giovanni Rotondo e di S. Marco in Lamis. Il Conte Errico, benché soggetto a' Greci, parlò nel suo Diploma col linguaggio generale del paese, ed in que' territorj dati dal Sovrano in ragione di semplici poderi, riconobbe i Vassalli, e '1 feudo. Ed egli si sa che molte terre nel nostro regno sono sorte da questi Vichi de' servi Ascrittizj, (de' quali le Costituzioni del Regno soventi parlano), e specialmente di que' servi che a bella posta i Monaci ed altri ricchi cittadini adunavano, per formarne tante ville, prima col nome di Casali, indi con quello di Terre. Ma di tutti que' poderi, che dipendevano dal pieno dominio del Monarca, furono creati da' Normandi tanti feudi jure francorum, membri indivisibili della corona, e perpetuo fondo della sovranità’. Nel registro dei Baroni del Regno tra i feudatari si legge: ‘Abbas S. Joannis in Lama’. E alla fine dello stesso registro sotto la rubrica ‘Hi sunt praelati feudatarii Justitiariatus Capitanatae, et Principatus. Abbas S. Joannis in Lama tenet S. Marcum, quod est feudum, et Faczolum quod est feudum unius militis’. Per quanto ci interessa, ci pare di notevole importanza, per lo sviluppo storico degli eventi, dei quali si è discusso nella prima e seconda parte di questo lavoro, questa affermazione di Cimaglia: ‘Il Monarca concede i feudi, cioè i loro frutti, ma la proprietà resta sempre intatta nel Sovrano, ed i frutti istessi de' feudi non si accordano, che in servizio e sostegno del Trono’. ‘Possedendo dunque questa Real Badia per suo primo e solo fondo dotale un feudo, o sia un podere di perpetua proprietà del Sovrano: qual dubio nascerà mai, che il Patronato di lei non spetti al Sovrano istesso, come perpetuo Signore e proprietario de' beni, che formano il sostegno della intiera Badia?’. Si aggiunge: ‘Essendo il feudo quid unum et indivisibile’ spetta ‘il godimento del Patronato a colui che dal Monarca n'è investito’. E ancora a chi ha dotato chiese e monasteri col Patronato acquisito spetta la ‘famosa Regalia’ e la relativa ‘investitura Reale’. ‘Ergo personae ecclesiasticae, quae feuda possidebant, per consequentiam fiebant vaxalli Regum’. ‘Né sono mai per credere che possa ad uomo cadere in testa che un feudatario del regno abbia ad essere nominato al feudo da un principe straniero’ e quindi anche dal papa quale principe. Purtroppo Cimaglia deplora che con gli Angioini questo castello di diritti è stato variamente minato. ‘I nostri sovrani goderono per molti secoli del dritto della Regalia, il quale infelicemente fu loro tolto da' Papi colle ruinose investiture date agli Angioini’. ‘Dice Clemente IV nel 1265 a Carlo I di Angiò nella bolla d'investitura: Item in Ecclesiis vacantibus Rex nulla habebit Regalia, nullusque fructus reditus et proventus etc. Dunque avevano i Monarchi goduto fino a quel punto di questo loro dritto. Io non voglio ingolfarmi nel vasto mare delle investiture, ma chi è colui, che non ne conosca l'insussistenza, per avere que' Monarchi diviso dal Trono, quello ch'era indivisibile, per essere cardinalmente annesso al Regno’. Dopo di che i Papi purtroppo non hanno ‘astenuta la mano’ nell'accampare diritti in feudi e badie; anche se, in prosieguo di tempo, dopo gli Angioini e con Alessandro VI le cose sono state meglio precisate con dirimere diritti e motivi di ingerenza, tanto da far concludere al giureconsulto: ‘Dunque le Chiese che posseggono feudi, anche secondo le leggi pontificie debbono tra noi dipendere come Vassalli dal Re, in qualità di ogni altro Barone’. Tutto sommato, come si può rilevare, siamo alle ragioni di Federico II, ma con una consequenzialità coerentemente radicale (come i nuovi tempi consentivano di affermare) e che imponeva una logica applicazione: non parziale (cioè come il re svevo fece con la decurtazione di S. Giovanni Rotondo) ma totale, ovverossia con la restituzione al reale patronato di tutti i beni della badia, in quanto che questa ‘cardinalmente’ e ‘indivisibilmente’ con ‘il contado tutto’ era ‘di una sola ed uniforme natura’.
VI. La badia di S. Marco in Lamis: gestazione di una città. L'abate comendatario della Badia di S. Giovanni in Lamis, Nicola Colonna.Avvenne in tal modo che in meno di un ventennio a Stignano e a S. Matteo si voltava pagina per una nuova storia locale e con protagonisti diversi. Nel convento di S. Matteo, ormai non più badia di S. Giovanni in Lamis, all'aristocratica baronia dei benedettini, dei cistercensi e degli abati commendatari, subentrava la democratica regola di vita dei Frati minori. La loro attività apostolica e pastorale coinvolgeva gli abitanti del borgo sottostante, esercitando un decisivo ruolo sociale, civile e culturale per oltre tre secoli in una popolazione che si avviava anch'essa verso l'autonomia municipale con l'affrancamento da ogni dipendenza feudale, sia pure di lenta, bisecolare e laboriosa gestazione. Il primo capitolo di questa nuova e diversa storia locale è stato scritto, come si è già detto, con la conquista e il riconoscimento di usi civici attestati dal documento lapideo nel palazzo badiale. Questo edificio a tre piani ‘con due moggia di terreno ad orticoltura verso Levante’ e con un ‘forno grande, privativo dell'Abate’, come fa pensare appunto la data del singolare documento il 1559, preesisteva alla definitiva scelta (1578) quale sede ufficiale della badia e degli abati commendatari; e doveva quindi avere già una sua funzione giuridica e amministrativa. Con la cessione del convento ai Frati minori, e con l'uso di limitati beni alla loro esistenza e all'esercizio del culto, dal 1578 l'abate commendatario, sempre salvi i suoi privilegi, ‘i legati antichi e le donazioni inter vivos fatti o da farsi alla badia’, conservava i diritti promiscui su beni feudali che nel solo tenimento di S. Marco in Lamis costituivano un'estensione di circa 700 carra e su quelli burgensatici con canoni annui di rendite variabili (in Fazioli, Faranello, S. Chirico, Calderoso, S. Severo, Castelpagano, Apricena, Rignano, Foggia e Molfetta) esistenti fuori del territorio feudale. Prendendo gli abati commendatari stabile dimora in S. Marco in Lamis, a parte la loro presenza o abituale assenza, si iniziava un dialogo più. diretto tra essi, i loro funzionari e gli Homines dell'Università. Pare di scorgere una pressione verso l'autonomia in rapporto proporzionale diretto all'incremento demografico, fino a divenire, con altri motivi e con una temperie storica mutata di cui si dirà fra poco, incalzante e definitiva nel Settecento. Secondo il Giuliani, preciso nei dati statistici,
lo stato della popolazione nel 1722, epoca in cui fu eretta la chiesa parrocchiale di S. Antonio Abate, era di 4.400 anime: nel 1782, epoca in cui la badia fu dichiarata di regio patronato si comprendeva nel numero di 8.000 anime: nel 1793, nel quale anno con regio diploma fu dichiarata città, si contavano 9.000 abitanti: nel 1803, quando si eresse e formò la Economia di S. Bernardino, 9.800: nel 1808 epoca del primo stato discusso comunale, 10.200, e per cui la città venne dichiarata comune di 1. classe; nel 1815, se ne contavano 10.724; nel 1825, 11.140; nel 1835, 12.351; e nel 1845 venivan numerati 14.277 abitanti(Nota 66).
V. Tempi nuovi e crescita demografica. Giambattista Vico in una illustrazione del 1846.L'impetuosa crescita demografica coincideva, non a caso, con un mutato clima storico in Napoli, sotto le incalzanti nuove ideologie giuridiche e politiche. Dal gruppo anticurialista napoletano di N. Caravita usciva il noto libello esplosivo Nullum jus Pontifici maximo in Regno neapolitano, che, sia pure fondato su un astratto elenco di ragioni formali, è una decisa presa di posizione contro ogni sorta di vassallaggio dello Stato napoletano: pamphlet-lievito dell'Istoria civile tradotto poi in un clima ben rovente da Eleonora Fonseca de Pimentel. Esso è del 1707; l'anno del passaggio dal predominio spagnolo a quello austriaco che prelude al futuro autonomo Regno di Napoli nel 1734. Il 1723 è l'anno della pubblicazione dell'Istoria civile di Pietro Giannone, il ‘nuovo vangelo’, secondo B. Tanucci, dei giovani napoletani; un'agguerrita ‘falange antivaticana’ (la frase è di Metastasio) non disarmò se non quando vide abolito nel 1747 il Tribunale dell'Inquisizione. Queste date, estremamente indicative, stanno a significare la connessione fra movimenti e avvenimenti di varia origine, di lunga incubazione e di complessa promozione. Leonardo Giuliani di S. Marco in Lamis, autore della celebre 'Statistica...' del 1846.Con Parigi e Londra, Napoli, e non la capitale Vienna, è il terzo polo intellettuale e politico con intrecci e risonanze di respiro europeo. Nel biennio 1723-25 vengono alla luce Istioria civile e la Scienza nuova. L'opera di P. Giannone, tradotta in più lingue, ha un'immediata e clamorosa diffusione in Europa. Non vi è punta di orgoglio locale se si rileva che tanto fervore di vita culturale ha, pure, timbri e accenti di oriundi garganici: con Pietro Giannone di Ischitella; con Celestino Galiani di S. Giovanni Rotondo, ‘Ministro dei Regi Studi’ e fondatore di quella Accademia delle Scienze di ispirazione newtoniana; con Natale Maria Cimaglia il cui fratello Vincenzo, comandante di marina, fu autore di opere teatrali, entrambi di Vieste. A questi si possono aggiungere la decisiva azione per l'abolizione del Tribunale del Sant'Uffizio condotta dal giannoniano Niccolò Fraggianni di Barletta e in prosieguo di tempo (1790-91) la coraggiosa e cruda analisi delle tristi condizioni della Capitanata compiuta dai due viaggiatori del vicino Molise, Giuseppe Maria Galanti e Francesco Longano. Quest'ultimo annota: ‘Questa Terra’ di S. Marco in Lamis ‘è come gittata in una delle tante Valli di monte S. Angelo. Ad occidente tiene il Piano di S. Severo. A settentrione ha S. Nicandro, e a mezzodì Rignano. Il suo territorio è steso a segno, che giunge a 1.300 carra. Raccoglie in grandissima copia Grano, Grano d'India, Orzo, Fave, Legumi, Canapa e Lino. Ha in oltre Vigneti, Oliveti e Querceti. Ha in fine Boschi di Cerri, e di Faggi, e di Castagni. Tien anche pastorale sufficiente. L'Agricoltura si esercita male, come in tutt'i luoghi di questa Provincia’ (Nota 67).
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