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La Valle, Numero unico, Settembre 1971
Tesori nelle viscere del Gargano
Marmi ed alabastri nel nostro comune
di Matteo Ciavarella
Nel dar vita a La Valle era nostra intenzione di aprire una rubrica storico-culturale in cui parlare, con il conforto di documenti archivistici, di antichi problemi della nostra S. Marco. Volevamo in altre parole, rispolverarne un po' la storia. E dobbiamo dire che il primo argomento affrontato ve oltre il mero interesse storico-culturale e ne suscita un altro di natura economico-sociale. Stiamo parlando delle cave di marmi ed alabastri esistenti nel Monte Gargano. I nostri lettori devono, infatti, sapere che intorno al 1837-38, un nostro benemerito cittadino, il Dott. Fisico D. Leonardo Cera, rinvenne in diversi e lontani luoghi del territorio di S. Marco delle cave di marmo.
Informatane le Reale Società Economica dl Capitanata, questa inviò sul luoghi indicati una Commissione di alcuni suoi soci ordinari. Detta Commissione scoprì l’esistenza di “massi inesauribili di marmi in ciascuna specie, e dei più rimarchevoli, che forse di rado s’incontrano, tra i quali il giallo antico, l’alabastro orientale, il palumbino, ed i travertini di più sorte”.
Nel settembre del 1838 tornò a S. Marco per la seconda volta lo scultore D. Pasquale Ricca di S. Maria di Capua per esaminare la natura dei marmi. Egli rimase molto contento, perché trovò i marmi del Gargano migliori di quelli delle altre province del Regno e “più atti al lavoro, cedendo tanto bene allo scalpello”. Partendo, lo scultore portò via un carico di sette carrette di alabastro orientale.
Nel giugno del 1839 il Ministro degli Affari Interni scrisse all'Intendente di Capitanata perché fosse vietato sul monte Gargano “ogni scavo, che volesse farsi da particolari per privata speculazione” e per informarlo che il Sovrano aveva incaricato il geologo Leopoldo Pilla di recarsi sul monte Gargano per l’osservazione dei marmi. Il Pilla, dopo aver visitato le cave in compagnia di Leonardo Cera e di D. Giuseppe Luigi Ciavarella, rimise al Ministro due distinte relazioni in data 8 e 20 gennaio 1840. Noi non abbiamo potuto leggere queste due relazioni, ma conosciamo uno stralcio di esse contenuto negli “Annali civili del Regno delle due Sicilie” del 1840. Ed ivi si apprende che “la prima spezie di marmo” che il Pilla esaminò, fu la breccia calcarea del Calderoso e la giudicò “il più bel marmo brecciato” che avesse fino allora veduto in tutto il Regno. E da quel luogo, e più precisamente dalla Cava del Re “furon cavati i marmi brecciati, de’ quali molto uso si fece nell'edifizio della Reggia di Caserta”.
Nelle coste de’ monti che si alzano a settentrione di S. Marco in Lamis esaminò le diverse qualità di alabastri ritrovati da D. Leonardo Cera. Esaminati detti alabastri, il Pilla non poté tenersi dal dichiarare: “ Ne' giri che ho fatto in quasi tutto il nostro Regno non mi è avvenuto mai di trovare pietre di questa sorte né più belle né più abbondanti … Per dir tutto in breve, sono, a mio credere, i più belli alabastri trovati fin qui nel nostro Regno” e “si trovano in tale abbondanza da poter provvedere tutte le fabbriche di pietre i lusso conosciute. E da alcune di queste cave sono stati estratti grandi massi, i quali saranno adoperati in Napoli nell’abbellimento della Reggia”. Nella valle di Stignano, in una proprietà di Don Leonardo Cera, nel luogo detto il Piano de' Pastini, venne trovato l’alabastro bianco.
Si può intendere, dunque, come il Cera facesse pressione presso il nostro Comune e presso l’Intendenza perché si provvedesse allo sfruttamento dei nostri tesori nascosti nelle viscere del monte Gargano e si assicurasse così a tutto il popolo sammarchese opulenza ed agiatezza. Furono affissi manifesti in tutto il Regno al fine di invogliare i privati ad investire il loro capitale nello sfruttamento delle nostre cave. Ma fino a tutto il 1846, tutti gli appelli restarono senza risposta. Era naturale, come fece giustamente notare il Sotto-Intendente di S. Severo in una lettera indirizzata al nostro Sindaco nel maggio del 1847, che”per promuovere l’intrapresa dello scavo de’ marmi, la sola mano del Governo avrebbe potuto nell’estensione dei suoi mezzi rendere profittevoli miniere di tanto pregio, che farebbe torto condannare ancora all'oblio”.
Non siamo in grado di dar notizia di quel che avvenne dal 1847 al 1860-61, perché manca la relativa documentazione. Intanto, ad ulteriore conferma della qualità altamente pregiata dei nostri marmi, è una lettera del 20 maggio 1867 indirizzata dal Sindaco Don Francesco Centola al conte Giuseppe Ricciardi per congratularsi della sua elezione al Parlamento nazionale. In essa è detto, tra l'altro, che la Real Società Economica di Capitanata ebbe il nobile pensiero di inviare all'Universale Esposizione di Parigi un quadro a mosaico di tutti i marmi garganici, nella speranza che il nuovo Governo Nazionale si interessasse alla questione, aprendo finalmente al commercio i tesori sin allora lasciati negletti.
Intanto, alcuni ingegneri capitalisti del Nord vennero a conoscenza dell’esistenza nel nostro Comune delle cave di marmo, costituirono un comitato promotore ed inviarono nel Gargano l'Ing. Arch. Filippo Paltrinieri per aver “la certezza matematica della utilità che si potrebbe ricavare dall’impresa di escavare e mettere in commercio i marmi che trovansi nel monte indicato”. L’ing. Paltrinieri si ebbe la sua certezza matematica, e, insieme agli altri membri del Comitato, decise di costituire una Società Anonima denominata “Il Gargano” per l’escavazione dei marmi. Detta Società si costituì effettivamente in Firenze il 14 dicembre 1867, e subito entrò in trattative con il Comune di S. Marco per ottenere in concessione lo sfruttamento delle cave.
Le trattative si presentarono all'inizio un po' laboriose, però alla fine tutto si risolse in senso positivo e il 16 settembre 1868 si stipulò un contratto, in virtù del quale il Comune concedeva alla Società “Il Gargano” la escavazione dei marmi ed alabastri nel proprio territorio per la durata di anni cinquanta. I lavori ebbero inizio verso la fine dell'anno, ma non dovettero durare a lungo, perché l'anno seguente il Comune faceva notificare alla Società indicata un atto, nel quale veniva dichiarato lo scioglimento del contratto per non aver ripreso i lavori entro quindici giorni dalla loro interruzione. Dai Documenti conservati, non si riesce ad afferrare bene le ragioni che indussero la Società “Il Gargano” a sospendere i lavori di scavo, ma è certo che esse non potettero consistere nella scarsa quantità dei marmi ed alabastri.
Ed a questo punto, termina la documentazione da noi rintracciata nell’Archivio Comunale di S. Marco.
Ora, all’informazione, vogliamo far seguire qualche considerazione.
Se, dunque, è vero che nei nostri monti son nascosti marmi ed alabastri di qualità assai pregiata e ricercata, e se è vero che essi da quando furono scoperti non vennero mai sfruttati, perché continuare a restare inerti di fronte a così preziosi tesori che potrebbero far la fortuna della nostra città e risollevare le sorti del nostro proletariato costretto ad emigrare per poter vivere? Non ci si risponda che non si trova convenienza a sfruttare le cave, perché è pronta a smentire la realtà delle cave di Apricena E a chi non la volesse intendere, diremo che le cave di Apricena furono scoperte contemporaneamente alle nostre dalla medesima persona: cioè dal nostro illustre concittadino D. Leonardo Cera. Noi ci rivolgiamo ai nostri amministratori perché considerino il problema con la serietà dovuta, e soprattutto ci rivolgiamo all'ex Sindaco ins. Napoleone Cera, perché, nella sua qualità di discendente di D. Leonardo Cera prenda sincero impegno di riproporre il problema in seno all’Amministrazione Provinciale. Solo così, egli potrà evitare che l’inestimabile scoperta del suo nobile antenato continui ad essere condannata all’oblio.
(Nel 2017 ho reso pubblico il libretto scritto dal Paltronieri. https://www.garganoverde.it/territorio/marmi-ed-alabastri.html NdR)