garganovede, il web dal Gargano, powered in S. Marco in Lamis
Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Titolo: Intervista sullo svolgimento della compagnia nella seconda metà del secolo xx
Anno: 2000
Brevi note: Notizie raccolte da Michele Daniele, detto 'Lu sergente', nato a San Marco in Lamis il 1 marzo 1938, collaboratore scolastico.
Testo

D. Da quanto vai a Monte in pellegrinaggio a piedi?
R. Dal 1950, la prima volta mi portò mio zio, il maestro Leonardo Ferone, il quale chiese il permesso a mio padre, che non voleva accordarlo ma dietro mia insistenza mi lasciò andare.
D. Cosa ricordi?
R. Il lunedì mattina dopo la Messa dell’Angelo si sistemavano i fagotti sui traini e si partiva al canto di San Michele. I traini erano coperti con dei teli per riparare al sole i fagotti e alcuni anziani o bambini che non riuscivano a camminare per molto tempo. Però quei pochi che salivano sui traini scendevano per recitare le preghiere e i rosari insieme alla compagnia e nelle salite per non far affaticare il cavallo o il mulo.
I montanari ci aspettavano davanti alla grotta per offrirci i posti per dormire e si contattava il prezzo e le condizioni, per i traini e i cavalli si doveva provvedere alla loro sistemazione in stalla. I più fortunati e danarosi potevano permettersi una materasso e una branda, chi invece non poteva si accontentava di sacchi pieni di paglia in locali che fino a qualche giorno prima erano adibiti a stalla.
Per mangiare o si pagava un extra per l’uso di una cucina o caminetto oppure si andava in osteria oppure i poveracci si accontentavano di mangiare cose già cucinate prima oppure asciutte.
La sera sia il priore che il gruppo dirigente che il Padre spirituale non andavano a dormire se non prima avevano sistemato tutti i compaesani.
D. Quanti eravate?
R. Nei primi anni ’50 eravamo in molti poi il numero si è assottigliato perché molti sono emigrati in Argentina, Australia e America. La conta si faceva dopo la piana di Pantano e si diceva 'Cima cuntà alli calescigne' (ci dobbiamo contare dove la strada fa le salite e le discese) e ci si metteva in fila per uno e c’era il contatore ufficiale.
D. Cosa vi portavate?
R. Frittata, pane, finocchio, formaggio pecorino, “muscisca” (carne secca) e fiaschetto di vino, chi poteva permetterselo una aringa oppure della frutta secca.
Si portava l’ombrello, la giacchetta e il fiaschetto, alcuni portavano il secchiello per attingere acqua dalle varie cisterne lungo la strada. Il berretto si faceva con un foglio di giornale come i muratori. Ognuno si portava la coperta per dormire e l’asciugamani per asciugarsi.
D. Chi portava la croce e lo stendardo?
R. La croce la portava e la porta una donna per anzianità, con una scelta fra le donne dalle donne. Lo stendardo è portato da un maschio a turno senza fare scelte o priorità. Graziella Ramunno, che ha fatto la crucifera fino ad alcuni anni fa, era quella che portava il 'passo' sia se faceva molto caldo sia se pioveva, aveva terrore dei rettili per scherzare si buttava una corda o un laccio scuro a terra e si gridava ‘la serpa, la serpa’ e Raziella scappava perché aveva molto paura e tutta la compagnia correva dietro a lei non comprendendo neanche che succedeva, così con una risata si smorzava la stanchezza.
D. E il campanello chi lo suona?
R. Prima lo portava il priore 'Starnaredde' poi si sono alternati un uomo del gruppo dirigente, che serviva per avvisare se sopraggiungeva un’auto oppure c’era un pericolo, si utilizza per avvisare che si sta ripartendo dopo una pausa e che è finita una strofa di un canto o di una preghiera e bisogna dire l’altra.
D. Quali sono i momenti di preghiera dei devoti di San Michele?
R. C’è la novena prima della festa dell’8 maggio e del 29 settembre, nei giorni delle feste c’è ancora l’usanza della cosiddetta Messa dell’Angelo che si celebra alle 5 del mattino, così pure il giorno che parte la compagnia dalla Chiesa Madre. Per alcuni anni si è fatta la festa alla chiesetta di San Michelicchio nello Starale nella I° domenica di ottobre.
D. Negli anni ’60 cosa è cambiato?
R. La tradizione è andata avanti allo stesso modo sempre. L’unico cambiamento che c’è stato è che nell’andare non si va più per la 'strettela delle giumente' ma si passa per San Matteo, ma al ritorno è come prima. Prima c’erano solo i traini e qualche cavallo, poi sono venute le Lambrette e i 'treruota motorizzate' e negli anni ’70 molte macchine. Per me gli anni più belli e più fulgidi e sentiti spiritualmente sono stati gli anni in cui ha partecipato p. Francesco Taronna, francescano, che sapeva intrattenere il gruppo e lo sapeva far pregare, era vicino a chi aveva problemi di salute perché i piedi erano gonfi oppure colpi di sole e sapeva calmare chi voleva fare troppo lo 'spiritoso' a modo suo.
D. Nell’ultimo ventennio?
R. Nel 1977 si costituisce la Confraternita a San Marco in Lamis sotto la confraternita di Monte Sant’Angelo con il Priore, il P. Spirituale e gli zelatori e zelatrici che aiutano a tenere le file della compagnia, abbiamo una nostra sede e abbiamo incontri spirituali periodici. Nel 1979 eravamo circa 100-120 persone poi nel 1980 siamo stati circa 200 e poi dal 1981 siamo sempre oltre 300. Da alcuni anni purtroppo alcuni ci hanno abbandonato e si fanno un pellegrinaggio tutto loro a Monte Sant’Angelo. Nel 1999 sotto richiesta del gruppo dirigente l’8 maggio i frati di Monte hanno concesso di far portare la spada di San Michele di Monte in processione a San Marco in Lamis.
D. Come vengono nominate le varie cariche?
R. Prima veniva scelto per priore colui che era il più anziano di anni di partecipazione e che aveva una certa ascendenza sugli altri, e così pure gli altri incarichi ora da oltre un decennio ci sono libere elezioni che portano a fare le scelte.

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Titolo: Intervista sullo svolgimento della compagnia prima della seconda guerra mondiale
Anno: 2000
Brevi note: Notizie raccolte da fr. Pasquale De Lullo, alias Biasuccio, frate laico francescano, nato a San Marco in Lamis il 12/1/1922.
Testo

D. Da che anno sei andato a Monte Sant’Angelo in pellegrinaggio?
R. Da quanto ero ragazzino, andavo insieme a 'zi Arceprevete' (don Angelo Del Giudice), che Dio lo abbia in gloria, era un santo sacerdote.
D. Cosa ricorda?
R. Tutti pregavamo con devozione e non c’era nessuna parola 'sconcia' (fuori luogo), le femmine stavano da una parte e gli uomini dall’altra anche se erano marito e moglie. Venivano diversi sacerdoti con noi tutti devoti e timorati di Dio.
Per mangiare chi si portava un po’ di pane, chi del formaggio o delle uova sode, chi invece un salame e un piccolo fiaschetto di vino. L’acqua si 'cacciava' (attingeva) dai vari pozzi che stavano lungo la via, la quale era tutta polverosa perché non era asfaltata e spesso si facevano delle scorciatoie. C’era alcuni che invece delle scarpe usavano fasciarsi i piedi con del telo di sacco e in alcuni punti andare scalzi per devozione. Ricordo che una volta essendo io giovanotto ho portato sulle spalle una signora anziana che sotto la costa non riusciva più a camminare, la fede mi ha sorretto a fare questo. Per avvisare il giorno che partiva la compagnia c’era Raffaele 'lu fetente' che faceva il banditore strada per strada.
La mattina si diceva la S. Messa alle 4 e dopo la benedizione dell’arciprete si partiva alle 5, per la 'strettela' si andava alla 'via nova' e po’ alla 'cappella', po’ passe ‘nante passe ce ieva a Monte sempe prianne e cantanne' ('Borgo Celano, poi passo passo si andava a Monte sempre pregando e cantando'.
D. Chi sono stati i responsabili della compagnia?
R. Pasqualino Della Croce, Nazareno Della Croce (Lullurgiare), Raffaele Cera (Candelore), Matteo D’Alessandro (Starnaredde), Giambriamo Antonio (Giambrenedde) (Nota). La croce l’hanno portata Arcangelina 'Jacinte', Rusina 'La roscia', Celeste Nardella (Spatelatore), la mamma del prof. Cursio (la scavezza), Graziella Ramunno. I preti che venivano erano zi’ Arciprete d. Angelo Del Giudice, d. Michele Giuliani (panecotto), d. Matteo Scarano, d. Luigi Del Buono, d. Bartolomeo Moscarella e d. Massimo Del Mastro (Nota 34).
D. Come si svolgeva la compagnia? C’erano pure i carretti?
R. Molte persone benestanti e non, si recavano presso la santa grotta per adorare e venerare l’Arcangelo. Era una vera e propria 'cumpagnia' di devoti che raggiungevano Monte a piedi, per un voto fatto a san Michele o per una tradizione di famiglia; questi partivano prima e, attraverso la 'strettela', raggiungevano i pellegrini che viaggiavamo sui carretti (dai quindici ai trenta a seconda dell’annata), che erano gli unici mezzi di trasporto di quel periodo. I devoti che non potevano andare a piedi per l’anzianità o per malattia prenotavano il posto sui carretti, a volte, da un anno all’altro, per paura di restar appiedati e non poter magari assolvere al voto fatto a san Michele.
I carretti, una volta ripuliti ed eventualmente riverniciati, venivano resi il più accoglienti possibile: quattro tavole di legno, disposte in senso orizzontale, fungevano da sedili, resi un po’ comodi da cuscini che ogni passeggero portava con sé. Venivano sistemati, da una fiancata all’altra dei carri tre cerchioni con ferro oppure con pertiche di legno piegate per reggere l’incerata che serviva a proteggere i passeggeri dalla eventuale pioggia, ma soprattutto dal freddo o dal caldo della giornata. I bambini piuttosto piccoli venivano sistemati nei sacchi di paglia per meglio proteggerli dal freddo. I muli da traino erano due, il più forte veniva sistemate tra le due sbarre del carreto, l’altro di lato, 'a bilancia'. La capienza di ogni carretto era di dieci o al massimo dodici passeggeri, sistemati con tutto quello che serviva al pellegrinaggio: le cose più delicate, tuttavia, (come le uova sode) venivano sistemate al sicuro in un lungo casseto. Quando tutto era pronto, i carri si allineavano dietro la cumpagnia a piedi uno dietro l’altro. La strada era lunga e dissestata, con buche e cataletti, ma si cantava e si pregava senza tregua; i canti erano quelli sacri ed immancabile era la recita del rosario ed il canto delle litanie che coinvolgeva tutti i pellegrini sia a piedi che con i carretti. Alle preghiere molta gente scendeva dai carretti e faceva il percorso a piedi con quelli della cumpagnia. A Campolato c’era la sosta. Sull’immenso prato si incominciava ad apparecchiare; le pagnotte di pane e l’immancabile frittata facevano da protagonisti e non mancava un piccolo fiaschetto di vino: bisognava riscaldare lo spirito e la carne. Rifocillati e in vista ormai della meta, ci si rimetteva in viaggio più volentieri. Verso le quattro si arrivava all’ultima salita che era veramente impossibile da fare con i carretti carichi ed allora bisognava scendere e si proseguiva a piedi. Verso le cinque circa, finalmente, si giungeva alla cima. Prima di arrivare in paese la 'cumpagnia' si ordinava e tutti in fila con la croce in testa, cantando le litanie, si faceva ingresso nell’atrio con le cancellate e subito dopo nella Santa Grotta.
La prima visita al santo a volte era drammatica: c’era chi scendeva le scale del santuario in ginocchio o addirittura strisciando con la lingua per terra, chi gridava al miracolo, chi piangeva. Dopo si cercava un rifugio per riposarsi e per pernottare. Siccome i pellegrini erano tanti e le taverne disponibili non di numero sufficiente, di solito ci si rivolgeva a privati che affittavano sia la stalla per gli animali, che uno stanzone, arredato solo di sacconi di paglia, per le persone. Dopo aver fatto questo, c’era chi si recava di nuovo dal santo, chi girava il paese, chi si riposava; la sera però ci si ritrovava, anche insieme a pellegrini che si erano conosciuti gli anni precedenti, per farsi delle sane mangiate di carne e 'turcinelli' arrostiti e grande bevute di vino, chi non poteva permetterselo, consumava ciò che aveva portato da casa.
La mattina tutti pronti per partecipare alle varie funzioni nella grotta-basilica, Messa, coroncine, confessioni, preghiere varie. Nel pomeriggio e alcune volte il giorno dopo si faceva la processione col grande crocifisso per le vie del paese a visitare le varie chiese e fare le preghiere a Gesù sacramentato e ai santi. La sera, stanchi e stremati, si ritornava sui pagliericci. La mattina del mercoledì o giovedì dopo l’ultima visita all’arcangelo e l’acquisto di qualche ricordino (medaglie, cavallucci fatti di pasta di scamorza, i pennacchi variopinti, che servivano ad adornare la capezza del mulo, ostie ripiene, sportine) da portare a parenti e conoscenti si ripartiva; ora la strada era in discesa e si camminava speditamente.
Al ritorno a San Marco si formava una fila su due colonne, al centro della quale c’era il suonatore di campanello, che serviva a scandire le lodi della Madonna durante le litanie, il priore con alcuni uomini e donne si mettevano a cantare e intonavano canti e litanie, si raggiungeva infine la Chiesa Madre. La benedizione concludeva il pellegrinaggio.

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Titolo: Intervista a Giampiamo Antonio
Anno: 1980
Brevi note: Intervista con registratore a Giampriamo Antonio durante la compagnia del 1980. Dalla voce di chi ha partecipato per molti decenni ed è stato animatore anche spirituale per circa ventanni della cumpagnia si hanno notizie sulla compagnia.
Testo

D. Come ti chiami e che ruolo svolgi nella compagnia?
R. Sono Giampriamo Antonio e sono un partecipante alla cumpagnia di San Marco, cerco di far pregare tutti e di dare un buon ordine durante il viaggio.
D. Da quanti anni vieni a Monte?
R. Dagli anni ’20.
D. Chi veniva in quegli anni?
R. Eravamo oltre 150 persone ci venivano pure molti preti tra cui zi’ Arciprete d. Angelo Del Giudice, d. Michele Giuliani (panecotto), d. Matteo Scarano, d. Luigi Del Buono, d. Bartolomeo Moscarella, d. Massimo Del Mastro, inoltre c’erano molti cavalli con i traini.
D. Di chi ha un ricordo più bello?
R. Zi’ Arciprete d. Angelo Del Giudice che veniva a piedi con noi. Dopo, quanto si è fatto più anziano, veniva sull’asino e con l’ombrello, poi ancora più anziano ci accompagnava fino a fuori il paese e poi ci veniva a incontrare al ritorno vicino al Cimitero per stare vicino alla Compagnia. Quanto stavamo a Monte girava tutte le case o locande dove si dormiva e si informava come stavamo e se sapeva che qualcuno non aveva niente da mangiare gli regalava una pagnotta di pane col companatico e se c’era bisogno pure delle bende per i piedi. Le preghiere erano molto sentite e lui ci teneva che tutti si comunicavano.
“Starnaredde” era un 'priore' che sapeva tenere bene l’ordine e la compattezza della Compagnia, quanto c’era da pregare si pregava, quanto c’era da scherzare si scherzava.
D. Come era prima la compagnia?
R. Prima della II guerra mondiale stavamo due giorni a Monte per fare tutte le devozioni poi, purtroppo, abbiamo dovuto accorciare e stare un solo giorno.
Prima della guerra portavamo in un fagotto appeso al bastone o portato sulla testa dalle donne un pezzo di pane e un po’ di formaggio oppure due aringhe o un pezzo di ventresca, il fiaschetto di coccio oppure di zucca e un secchiello per cacciare l’acqua nelle cisterne lungo la strada. La strada non era asfaltata ma tutta in breccia e polverosa e c’erano pochissime macchine. Le donne andavano avanti e gli uomini dietro senza nessuna confusione, si pregava e si cantava, si era allegri e non ci erano divisioni, i preti, il priore e l’arciprete tenevano sempre l’ordine e la compostezza. Si facevano le stesse preghiere di adesso, a Monte un giorno si facevano le devozioni in Basilica e un giorno si faceva la processione per il paese, anche altre compagnie facevano così. I vecchi mi raccontavano che c’erano altre compagnie di San Marco, cioè da Sant’Antonio, da San Bernardino e dalla Chiesa Madre, io sono andato sempre colla Chiesa Madre e non con le altre. Dicevano che nei primi anni del fascismo sono state unite tutte le compagnie e se ne è fatta una sola sotto l’autorità dell’Arciprete che era responsabile di fronte all’autorità civile. Ricordavano, pure, che i primi anni ci sono stati un pò di dissidi ma l’arciprete ha sedato tutti. E’ una bella tradizione
che non si è persa e si è sempre incrementata.
D. Ma perché tu vieni a Monte?
R. E’ un segreto tra me e San Michele non me lo far dire.
D. L’accoglienza a Monte com’é?
R. Prima con il Capitolo era molto fredda, ora invece con i monaci è più calda; la gente di Monte ci vuole molto bene e ci aspetta con molto calore.
D. Le preghiere sono sentite e partecipate?
R. Bhè! A dire il vero prima c’era più devozione, ma erano altri tempi, mi ricordo Graziella che stava sempre con la corona in mano da quanto si partiva a quanto si arrivava, non diceva una parola con nessuno, e Biasuccio, prima di farsi monaco,veniva a Monte e pregava sempre. Ma anche altri, però tutti hanno sempre partecipato spontaneamente alle varie preghiere e liturgie.
D. Perché tutte queste macchine che seguono la compagnia?
R. Anche prima c’erano i traini e i carri, come si fa a vietarli? Sarebbe bello se potessimo andare solo noi a piedi, ma non possiamo togliere a loro la facoltà di andare a Monte. Poi ci sono molti che per motivi di salute non possono venire a piedi perché non debbono venire? Bisognerebbe organizzarli perché disturbano ed é pericoloso ma é difficile.
D. E se tu non potresti venire a Monte?
R. Quanto arriva Maggio sento dentro una voce che mi dice ‘Tonino, devi venire, muoviti, non puoi rimanere lì’. E’ una voce imperativa, non so come spiegare, ma non mi sentirei a posto se non partissi con la compagnia, senti che i piedi hanno il formicolio, il cuore è in subbuglio e non si riesce a dormire.
D. Anche durante la guerra si andava a Monte?
R. Sì, eravamo pochi, una cinquantina, perché molti erano al fronte ma si veniva lo stesso, neanche la guerra poteva fermare la compagnia.
D. Venivano i bambini?
R. Sì, venivano i bambini accompagnati dai genitori o parenti, ma c’erano pure i ‘fuitine’, coloro che senza avvisare i familiari venivano a Monte. Tutti li aiutavamo, chi li dava l’acqua, chi il mangiare, chi la coperta per la notte. Era un problema per i genitori perché erano allarmati, non sapevano niente, i telefoni non c’erano per avvisare.
D. Ora vengono anche gli emigranti prima c’erano altri che venivano?
R. Gli emigranti non venivano perché il biglietto del viaggio per venire a San Marco costava molto, ma alcune volte venivano alcuni rignanesi anziani, erano molto devoti, ma é stato tanto tempo fà.
D. Cosa diresti ai giovani?.
R: Continuate questa tradizione e Dio e la Madonna con S. Michele vi aiuteranno.
D. Cosa diresti ai preti?
R. Aiutateci a conservare la tradizione e celebrate la Messa degnamente.
D. Ti senti responsabile della compagnia?
R. Mi sento il nonno che vuole bene ai nipoti, ma che non li rimprovera mai, sai ai figli si danno gli schiaffi, ma ai nipoti mai. Per questo voglio aiutare tutti a crescere nella fede e a sapersi accostare degnamente ai sacramenti.

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Titolo: Vita del Santuario
Anno: 1973- 1974-1978 - Archivio: Biblioteca Civica Monte Sant’Angelo
Brevi note: Nella nuova serie del bollettino del santuario (MICHAEL- Bollettino del Santuario del Gargano) compare varie volte la compagnia di San Marco in Lamis e viene sempre presentata come una compagnia compatta, devota e molto giovanile in contrapposizione ai gruppi del barese che vengono presentati con tinte molto scure e vengono rimproverati apertamente nel bollettino.
Testo

MICHAEL- Bollettino del Santuario del Gargano, Anno I, n. 3, settembre 1973, p.26.
La cronaca del Santuario
…La compagnia di San Marco in Lamis assistita da P. Francesco Taronna vive due giornate dense di spiritualità. Compostezza e raccoglimento la caratterizzano in Chiesa, cordialità e allegria fuori. E quanti giovani! E’ bello vedere questi giovani fondersi con gli anziani nella preghiera, nei canti, nelle gioie, nel cammino. Sì, nel cammino perché tutti fanno il viaggio di andata e ritorno a piedi. Questa è ancora fede e penitenza? …

MICHAEL- Bollettino del Santuario del Gargano, Anno IV, n. 15, luglio 1976, p. 9.
Vita del Santuario

Il gruppo di San Marco in Lamis, merita una menzione particolare. E’ il più organizzato, il più numeroso, il più giovanile sia anagraficamente che spiritualmente, il più “penitenziale”. Son circa 250 i componenti che dopo una intera giornata di marcia arrivano sudati, stanchi con i piedi gonfi, ma pregando, cantando - coro potente e vibrante -: O glorioso Principe, Arcangelo Michele.
Tutti si riconciliano con Dio invocando il Suo perdono, partecipano alla mensa eucaristica e rinvigoriti nello spirito all’inizio del terzo giorno riprendono l’usata strada. Abbiamo appreso che in S. Marco in Lamis tengono una “confraternita di San Michele” e un gruppo di “Amici di San Michele”. Ai devoti e agli amici di San Marco auguriamo una devozione sempre più viva ed entusiastica soprattutto nei giovani e più stretti rapporti con la confraternita esistente da secoli nel nostro santuario…

MICHAEL- Bollettino del Santuario del Gargano, Anno VI, n. 24, maggio-giugno 1978, p. 14.
Vita del Santuario

La “compagnia di San Marco”. Dopo un’intera giornata di cammino (si intende a piedi) - il sole o l’acqua come quest’anno non spaventa - l’ingresso nella sacra grotta è uno spettacolo di fede che ti umilia e ti esalta. Vedi avanzare le fanciulle e poi le giovani, seguono i giovani e poi le donne e infine il gruppo compatto degli uomini. E intanto il canto dapprima incerto e debole poi sempre più sicuro e in crescendo diventa un coro vibrante che trasforma la grotta e sembra trovarsi in un mondo non più terreno. La commozione ti afferra e scopri che ti sei unito al loro canto alla loro preghiera. In due giorni si ritroveranno a ore prestabilite in ginocchio davanti l’Arcangelo. I giovani sono la maggioranza - sono puntualissimi a questi incontri. All’alba del terzo giorno dopo la partecipazione alla S. Messa, al canto delle litanie riprendono la marcia certi che l’Arcangelo li accompagna e li difende.
Degno di ogni lode lo sforzo dei responsabili della “compagnia” di attirare i giovani all’Arcangelo. La parole muove, l’esempio trascina. Loro sono sempre i primi a tutti gli incontri di preghiera. Grazie alla loro attività anche gli iscritti alla Confraternita di San Michele si sono moltiplicati. Sempre meglio, sempre più organizzati, sempre più devoti con la protezione dell’Arcangelo…

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Titolo: Racconto dattiloscritto di La Selva Giovanni
Anno: primi anni 1960 - Archivio Tardio Motolese
Descrizione: Misure cm 21x 29,5, dattiloscritto su n. 4 facciate.
Brevi note: Giovanni La Selva (1902-1965), è stato Prefetto in varie città italiane, ha pubblicato varie opere letterarie.
Oltre la copertina con la testatina ci sono tre pagine dattiloscritte di appunti forse per scrivere ricordi più ampi sulla vita sammarchesi. Racconta ricordi dell’infanzia legati alla Cumpagnia, descrive ampiamente il ritorno della Cumpagnia di San Marco da Monte Sant’Angelo la sera del mercoledì.
Verranno omesse alcune parti che non parlano della compagnia.
Testo
Appunti non corretti

La compagnia di San Marco in Lamis
Mi son ritrovato in questo mese di maggio nella mia terra natale, così ho potuto rigustare tutti i sapori della mia gioventù, i ricordi di quando piccolo vicino alle donne di casa si facevano tutte le devozioni, le corone di fiori…Purtroppo quel mondo è svanito nel vuoto, troppe cose sono cambiate … La fede non è più quella devozione spontanea che esce dal cuore e che riempie l’anima, i salmi cantati, l’incenso, il profumo delle candele non è lo stesso … Ricordo le compagnie che attraversavano il paese che venivano dal Molise, dall’Abruzzo, dai villaggi delle
Marche, abbigliate dalle varie e vetuste foggie dei luoghi di origine, parate di tutte le insegne tradizionali che differivano da compagnia a compagnia, i canti in dialetti incomprensibili con i piedi nudi e i fagotti in testa che sembrano corone; tutti incolonnati li vedevo dal balcone e rimanevo incantato perché mi sembravano tanti gnomi delle favole che portavano i regali in testa al loro re, e portavano sì il regalo al loro Principe Michele a Monte con tanta fede e devozione. Questo promontorio per loro non si chiama Gargano ma Monte San Michele, perché non esiste altro che S. Michele il tutto è un corollario al suo trono posto in una celeste basilica come Gesù che è voluto nascere in una grotta, fare della grotta, rifugio di pastori, la più grande Basilica che si sia potuta costruire da mani d’uomo.
Ormai queste compagnie non si vedono più solo un gruppetto di donne con un piccolo crocifisso ha attraversato quest’anno il paese, senza canti, senza altezzosità, senza clamore, se non fosse stato per il crocifisso e perché è maggio nessuno li avrebbe presi per romei ma per un gruppo di 'barboni' che insieme girano senza meta. Oddio, che miseria, un popolo che perde le tradizioni è come un paese che abbandona il suo destino.
Di una cosa sono rimasto contento, ho rivisto la compagnia di San Marco tornare da Monte, per fortuna una tradizione è rimasta.
Mercoledì sera il suono delle campane a festa mi ha ridestato e mi ha fatto ricordare che il mercoledì ritorna la compagnia, la mia cara Angioletta mi ha ricordato che era la compagnia dei romei di San Marco. I botti dei fuochi
d’artificio mi hanno fatto ritornare bambino, mi hanno dato la gioia nel cuore di correre fuori per avere il regalo che portavano i romei, ricordo Peppuccio che mi portava sempre da Monte le piume colorate, una medaglietta di San Michele da appuntare alla maglietta e un giocattolino in legno, conservo ancora la trennela di Monte è un ricordo caro; ma mi son ricordato che ormai gli anni sono molti, che non c’è più Peppuccio e molti di questi non li conosco.
Dal balcone ho visto un popolo in festa, tutti a correre, tutti a cantare e gridare che arrivava la compagnia, tutti sono partecipi di questi romei che contenti tornano al paese dopo aver reso omaggio al glorioso Principe Michele nella sua ara. Come se tutto il paese fosse andato a Monte.
Ricordo che la mamma mi raccontava di straordinarie storie di romei e cavalieri che salivano a Monte e come S. Michele li difendeva dal diavolo e dai briganti, noi bambini la sentivamo attoniti e meravigliati come se fossero storie vere e ci immaginavamo i personaggi come le copertine della Domenica del Corriere.
Ricordo le storie tra le compagnie e le persone per chi doveva portare la croce, i lampioncini, lo stendardo, per chi doveva suonare il campanello e chi doveva intonare le canzoni, anche questo faceva parte della compagnia, del bello della compagnia.
Si sente un campanellio di biciclette impiumate, 'Arriva la Compagnia', 'Correte a vedere'.
Molte moto con i clacson a tutto volume e le piume sui manubri camminano lentamente, sembrano fare gli apripista al battaglione che viene, da lontano si sente un canto gridato a squarcia gola; arrivano.
Due lampioncini e una croce si intravedono, due file di donne cantano ad intervallo, bambini e donne con il volto cotto dal sole, l’ombrello a tracolla e il fazzelettone sulle spalle, le tonacelle fino ai piedi, il grembiule con una piccola arricciatura in fondo in fondo e le pianelle ai piedi; poi lo stendardo con San Michele radioso sopra il demonio, tutto rosso che la poca luce fa sembrare più grandioso, le nocche mantenute da due baldi giovani con il fiasco appeso al braccio e il berretto con la carta di giornale.
Dietro un francescano con la testa rossa dal sole e che canta a squarcia gola, insieme a lui due uomini che non conosco, ma presumo son il Priore e il vicepriore, cantano insieme a voci alterne con le donne, uno tiene il campanello che suona ogni volta che finisce una strofa; seguono tutti barcollanti per i piedi doloranti con le piume agli ombrelli legati a tracolla come dei fucili e il trufulicchio con il bastoncino di chiusura legato con una funicella al braccio.
Segue una gran folla di paesani tutti contenti perché la compagnia è tornata. Ora tutti alla Collegiata per ringraziare il Signore e San Michele della riuscita del pellegrinaggio.
Ho sentito l’aria antica del paese che sta cambiando acquisendo tutti i difetti della nuova civiltà e tralasciando tutti i pregi della vecchia tradizione contadina.
Chissà per quanti anni ci saranno ancora le fracchie e la compagnia? Speriamo non vengano travolte dalle innovazioni e da questa mentalità moderna consumistica. Spero di poter andare a Monte per poter scendere quelle scale sante percorse da Papi, Re, Santi e tantissimo popolo, speriamo i medici mi diano l’autorizzazione, purtroppo ora sono altri che comandano per me.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?