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La storia.
Torri, Saraceni e Turchi
Ogni torre aveva un nome, lo stesso che è pervenuto a noi. Difficilmente ci sono due torri uguali. Ve ne sono di grandi e di piccole, alcune sono imponenti, tutte danno l'idea della solidità e più sono solide più evocano disastri: musulmani, saraceni, turchi, pirati, corsari si affacciano alla mente in una confusione di termini e di date. Il tutto si perde in timori che diventano terrore, ma anche convivenza col pericolo. Sopravvivere in quelle condizioni, sino a non molto tempo fa, significava, prima di ogni altra cosa, coltivare la terra e quindi vivere a distanza breve dai campi. Il mare significava commercio, ma soprattutto pericolo. L'idea di un posto dove rilassarsi, passare le vacanze, fare i bagni è piuttosto recente, così come la mania di abbronzarsi la pelle. La pelle scura significava esposizione al sole per lunghi periodi, significava lavoro duro nei campi. La pelle bianca era segno di distinzione e quindi di valore. In pochi potevano permettersi di affrancarsi dall'esposizione al sole.
Ogni tanto il Mediterraneo s'accendeva. C'era sempre qualcuno che proclamava la sua superiorità sull'una o sull'altra sponda e allora erano guai per tutti. Gli abitanti di intere regioni hanno vissuto per secoli in paesi abbarbicati sui monti, certamente per difendersi dalla malaria, ma molto di più per la paura di essere ammazzati o catturati e concludere la propria esistenza da schiavi, remando in una galera, costruendo fortezze e palazzi, lavorando la terra o, se donne e piacenti, in qualche harem.
Assieme al sistema delle torri, nel Salento, dove mancano cocuzzoli sui quali abbarbicarsi, avevano escogitato le masserie fortificate. In Abruzzo, sotto l'Abbazia di S. Giovanni in Venere, avevano scavato una galleria sotterranea di due km da utilizzare per mettersi al sicuro in caso di incursioni. Taranto, Bari, Brindisi passavano di mano in mano ora a Bisanzio, ora ai saraceni e ora all'Occidente (Longobardi, Spagnoli). La stessa Roma dovette subire assedi. Le grosse fortificazioni, nell'anno 846 d.C., salvarono la città, ma le chiese fuori le mura (S. Pietro, S. Paolo e numerose altre), assieme a ville e campagne, non furono risparmiate e dovettero subire devastazioni di ogni genere.
Turchi e Saraceni, talora invasori, corsari o pirati, talaltra chiamati a difendere le fortune di questo o quel signorotto locale con doppi e tripli giochi sempre in piedi, alleanze strette e tradite nello stesso giorno. E a pagarne le spese sempre la popolazione.
Le torri, adesso ristrutturate, sono il simbolo di epoche storiche dimenticate per sempre.
Ieri Torre Guaceto proteggeva uomini e cose, oggi l'Area Marina Protetta tutela l'ambiente.
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Terminologia. Saraceni, Musulmani, Islamici |
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Torri. Difesa o affari? |
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Storia di Torre Guaceto |
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Punta di Coda Cavallo - Un modello di sviluppo discutibile
Ti rendi conto che la parola d'ordine è: modello Costa Smeralda. Mezza collina è ricoperta da costruzioni nuove. Edilizia movimentata, colori caldi, tanto verde, costruzioni basse che assecondano il profilo del terreno. Ville, villette, verande, tetti con coppi, rustico, artistico, roba da architetti. La fila di costruzioni brutte, sugli scogli, le stradine con la sbarra che chiude l'accesso al mare e la scritta "proprietà privata" non ci sono. Ti rassicuri. Pensi che, tutto sommato, non è male.
Continui a guardarti intorno. Due intere collinette sono coperte di case a presepe, di quelle movimentate e ben disegnate. Cominci a chiederti se per caso non si è esagerato. Cerchi i segni di uno storico agglomerato urbano, d'un paesetto; anche se piccolo e sgangherato, andrebbe bene lo stesso. Non c'è. Non ci sono i paesetti che ti aspetti. Solo costruzioni nuove, quelle belle, disegnate dagli architetti. Un pò di perplessità comincia a insinuarsi tra i pensieri. Non ne afferri il motivo. Ti guardi intorno e non pensi più.
Hai superato S. Teodoro. Sulla destra, verso le montagne, ovunque case in costruzione col modello a presepe e, in bella vista su un cartellone gigante, il nome dell'agenzia immobiliare. Ma la gente dov'è?, domandi. Quale gente?, ti rispondono. Quelle che vedi sono quasi tutte seconde case poco utilizzate. Gli altri, i turisti, quelli che vengono per il mare, se ne stanno distesi al sole in qualche spiaggetta o a bordo di una barca.
Il capitano della barca che porta a spasso i gitanti è un toscanaccio che, tra un'informazione e l'altra, inserisce una lunga serie di maremma maiala. Ecco, signori, di fronte a voi, la località tale, quella più in fondo è invece talaltra, e giù... un altro nome che ascolti distrattamente. L'attenzione è rivolta altrove, verso una ferraglia che spunta dal mare. L'uomo se ne accorge e informa che il relitto è ciò che resta di una bella imbarcazione russa. I Russi stavano festeggiando il capodanno e non si erano accorti che a bordo era scoppiato un incendio. Per fortuna non è morto nessuno e sono stati tratti tutti in salvo. Poi è arrivata una ditta specializzata a recuperare qualcosa e il resto è lì, come lo si vede. Ma come", chiedi, "una nave affonda in un posto così bello e lasciano i resti lì finché il tempo e la ruggine non li consumano? Il capitano ridacchia. Sostiene, additando le costruzioni che affollano la costa e che dal mare si vedono eccome, che in Sardegna ci tengono a tenere l'ambiente pulito e salvaguardato.
Certo che, case o non case, il posto è davvero bello. L'isola di Tavolara emana suggestioni profonde. Normalmente la gente di mare vive in armonia con il suo territorio: bagna il corpo nelle acque trasparenti e gli occhi nel paesaggio e pensa alla propria terra come a un luogo che ne accolga le spoglie, il più vicino possibile ai propri cari. Un poeta, invece, aspirerà a un cantuccio nel cimitero austero e semplice di Tavolara, lontano dai clamori e dalle tombe magniloquenti. I cimiteri delle isole fanno un effetto strano: costituiscono il massimo della solitudine. Sono luoghi da visitare per chi ama la quiete.
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Il turismo a Tavolara |
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S. Teodoro e Loiri Porto San Paolo |
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Il ruolo di tutela dell'area marina protetta |
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Secche di Tor Paterno - I diving
Alle Secche di Tor Paterno non c'è neanche uno scoglio al quale aggrapparsi. Onde, spuma e tra essi i riverberi del sole che si riflette sul mare. Nient'altro. Un terricolo ha bisogno di riferimenti solidi. Il sole, le onde, il vento, non gli dicono nulla. Un fruscio improvviso tra l'erba gli segnala una lucertola. Suoni noti che lo rassicurano, ma qui, nel mare, c'è solo acqua. Gli dicono che però, a pochi metri di profondità, c'è la terra e su di essa vegetazione, un altro tipo di vegetazione, quella marina. E poi ancora ci sono i pesci, molti di più di quanti animali abbia mai visto sulla terra.
Ma un terricolo resta scettico. Gli parlano di animali e piante visti da altri ma lui, in superficie, nota solo acqua. Vede che sono in tanti a recarsi alle Secche, barche piene di gente in tuta da sommozzatore e con le bombole di ossigeno. Le tute sono tutte nere. Chissà perché questo colore, così tetro. I colori che ti circondano sono splendidi: in superficie l'azzurro, quello del cielo e quello del mare e, in profondità, di una varietà e intensità che neanche t'immagini.
Il terricolo però pensa che occorre immergersi in tutta quell'acqua per andare giù a vedere. Non è questione di non saper nuotare. Sono i riferimenti che mancano. Qui tutto è mobile e sulla terraferma la sensazione di mobilità è una sensazione di pericolo, ricorda qualcosa di terribile, ricorda la terra che trema. No, il terricolo, sotto i piedi, ama sentire il solido della terraferma, non una barca che segue il movimento delle onde.
Care Secche di Tor Paterno, forse abbiamo sbagliato approccio. Non è così che ci si avvicina al mare. Un terricolo ha bisogno di prepararsi al viaggio, ha bisogno di vederselo snodare sotto gli occhi. Sale in barca, arriva in un punto, un'isola, uno scoglio, un qualcosa di solido a cui appoggiarsi e poi magari pensa ad azzardare una discesa in acqua. Questo è il percorso mentale verso una meta in mare. Questo si figura uno che mai è partito per andare in un punto in mezzo al mare, per fermarcisi ed immergersi. La sua immaginazione è frenata. Ma tutti gli dicono che lo spettacolo giù, sotto l'acqua, vale tutte le insicurezze che gli vengono in mente, che bisogna vedere per capire.
Sì, forse l'approccio è proprio sbagliato. Proviamo a cambiare, proviamo a inventare un altro tipo di percorso. Iniziamo dalla terraferma. Iniziamo da un punto dove, intanto, vediamo cosa c'è sotto il mare, che distanza c'è tra la costa e le Secche e quanto queste distano dalla superficie del mare. Sarà anche poca cosa, ma uno schema che rappresenti il tutto è già un aiuto. Vediamole una buona volta queste immagini, magari il terricolo si convince.
Non c'è un centro visite dell'Area Marina di Tor Paterno. A Monte Mario, a Roma, ci sono un paio di stanze dove, in mezzo a gente che va e viene, sono ammucchiati computer, carte su tavoli, depliant e cento altre cose. Non è una tal vista che indurrà un terricolo a recarsi alle Secche.
Proviamo allora a vedere cosa c'è a Tor Paterno, frazione di Ostia. Siamo al Borghetto dei Pescatori, un villaggio costruito durante il ventennio fascista per accogliere le famiglie dei pescatori. Il villaggio è raccolto, adesso è ristrutturato e, rispetto all'altra edilizia che siamo abituati a veder nelle periferie, è un capolavoro d'arte.
Nelle sue vicinanze, ad un sol piano, una costruzione con la scritta Area Marina di Tor Paterno, dove sarà realizzato il centro visite. Ci sono progetti ed i finanziamenti per partire. Non èlto, ma è già qualcosa. Si vive di progetti. Di qui dovrebbe venire l'aiuto al terricolo per indurlo a un viaggio alle Secche. Per ora può affidarsi solo a ciò che vede: mare, barche e gente in tuta da subacqueo che va a godersi lo spettacolo. Non gli basta. E' troppo poco, anche se la curiosità si è messa in moto. Un giorno quando sarà cresciuta abbastanza, Secche di Tor Paterno, anche il terricolo verrà a visitarvi.
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Il mondo dei sub |
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Sub ed aree marine protette |
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Immersione alle secche di Tor Paterno |
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Il dattero di mare
L'AMP si è intestata la battaglia in difesa di questi piccoli animali e sottolinea un dato incontestabile: con i datteri se ne vanno via parte degli scogli e la vita attorno ad essi. Ma la risposta, talora, è secca e disarmante: E chi se ne frega!
Non è facile parlare di difesa dell'ambiente di fronte ad un piatto di datteri di mare. Chi li apprezza, dal punto di vista culinario, ovviamente, sostiene che va bene così. I datteri, meglio in un piatto che al mare. Buoni con gli spaghetti, crudi ancora migliori e, quando saranno scomparsi, pace all'anima loro.
I raccoglitori battono sul tasto della disoccupazione e dell'assenza dello Stato. Cosa volete che ci importi dei datteri di mare quando non c'è lavoro, quando ben altri crimini non sono perseguiti come meriterebbero? I "datterari", dal canto loro, sono degli artisti, ma gli avvocati che li difendono, quando sono presi in fragrante, non sono da meno.
In tribunale, alle prese con un pescatore beccato sul fatto dalla Guardia Costiera, l'avvocato difensore cerca di guadagnarsi il pane:
Signor Giudice, non è vero che il mio cliente rovinava gli scogli. Egli, con un martelletto e con l'aiuto di un paio di pinzette, allargava delicatamente i fori senza far violenza a nulla. Oserei dire che operava con la maestria di un chirurgo. Del resto, tenga presente che, se per caso si rompe il guscio, il dattero non serve più a nessuno.
Ma quale delicatezza, avvocato? E' stato trovato un piccone.
Questo è vero, Signor Giudice, ma il piccone non serviva per i datteri. Il mio assistito non poteva permettersi una barca e si è arrangiato come ha potuto. Ha utilizzato un piccolo canotto e il piccone gli serviva da ancora. Il poveraccio, guardatelo, non è un violento. Egli ha un animo molto sensibile e, se ha commesso un'infrazione, è solo per bisogno. Deve mantenere una famiglia ed è disoccupato.
Avvocato, dai documenti risulta che l'imputato è figlio unico ed è celibe.
Anche questo è vero, signor Giudice. Il mio cliente però è, diciamo, il padre putativo di un certo numero di, vogliate passarmi il termine, sbandati ai quali serve da guida.
Bella guida se ... e il resto non ci interessa.
Immaginiamo, ricorrendo all'oleografia imperante e più scontata, che questo possa essere il quadro nel quale sono costretti ad operare Area Marina Protetta, associazioni ambientaliste e tutti coloro che hanno a cuore i problemi del territorio. Però, è anche vero che, a forza di insistere, i risultati si vedono. Non è raro, ed è anche confortante, notare all'ingresso dei ristoranti cartelli che comunicano alla clientela che lì non si servono datteri perché la raccolta e il consumo dei datteri sono proibiti dalla legge e rovinano l'ambiente. Quest'ultimo, a ben guardare, è il vero datore di lavoro di molti. Il turismo, nella maggior parte delle zone protette, costituisce la principale fonte di reddito. Evitare di metterla a repentaglio a cuor leggero è un fatto che entra sempre di più nella percezione collettiva di coloro che in questi luoghi ci vivono. E i risultati sembrano dar ragione a chi, per la salvaguardia di questi beni, non si risparmia. Dai dati ricavati dal monitoraggio, si rileva che, negli ultimi tempi, la raccolta di datteri è diminuita del 70%.
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Osservatorio ambiente e legalità
L'Osservatorio, per le sue attività, si avvale di un Comitato Consultivo di cui fanno parte le Prefetture di Napoli e Salerno, la Procura della Repubblica di Torre Annunziata e di Salerno, tutte le Forze dell'Ordine, la Regione, la Provincia, le amministrazioni dei sei comuni che fanno parte del Consorzio di gestione dell'AMP, le associazioni di categoria e ambientaliste. |
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Il dattero di mare |
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Altre azioni dell'osservatorio
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Ricchezza e fragilità
Una strada tortuosa lo porterà a Camogli, che si affaccia sul mare. Scenderà giù e, dopo aver lasciato l'auto in un parcheggio, giungerà alla spiaggia. Ad un estremo la sua ammirazione sarà catturata da una chiesa austera tra gli scogli a due passi dall'acqua; all'altro estremo della spiaggia potrà guardare la cittadina in faccia. Le pareti delle case, troppo alte, sono multicolori, semplicemente pittura: ornamenti falsi, dipinti, sorprendenti. L'iniziatore di questa moda deve essere stato un mago del travestimento o uno scenografo che, finalmente, ha trovato un palcoscenico adeguato alla realizzazione delle sue fantasie. Se andrà, invece, a Portofino, vittima di una delle mode dei nostri tempi, il safari a caccia di un esemplare, una volta raro ed oggi inflazionato, di quella fauna che va sotto il nome di VIP, rischia un viaggio a vuoto. Visti da vicino, privi di lustrini e pailletes, fuori dal rettangolo di un teleschermo o della foto di un rotocalco, sono come gli altri e perdono il loro fascino. E allora, se deciderà di tornarci, lo farà per rivedere ciò che veramente merita: l'incantevole bellezza dei paesaggi e l'atmosfera che li circonda.
Le male lingue dicono che i Liguri e, in particolare i Genovesi, sono tirchi, ma una cosa è certa: nelle zone che fanno parte dell'area marina protetta, la natura non è affatto avara. Al contrario, è molto generosa e, ad ogni angolo, l'occhio è attratto da mille particolarità. Io non so quante siano le specie vegetali e animali che si trovano nel tratto di mare che bagna la Liguria, ma so che, secondo Sandro Pignatti (Ecologia del paesaggio), la Liguria è la Regione che ha il maggior numero di specie vegetali in Italia. Ricchezza della flora significa ricchezza e varietà di ambienti. In Liguria c'è ricchezza non solo fisica, ma anche di ingegno e passione. Alla ricchezza, però, fa sempre da contraltare la povertà e nessuno è più povero di un povero tra i ricchi. Scomodiamo pure, per avvalorare la tesi, l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) per la quale la salute è data da una condizione di benessere fisico, psicologico, ma anche sociale. L'integrazione sociale, quindi, oltre che un fatto economico, va vista come un vero e proprio fattore di salute. I poveri sono degli esclusi e proprio per questo intaccati nella loro integrità di persone sane.
Nessuno conosce questa verità meglio dei sindaci dei paesi che sono ritenuti ricchi. In essi ci sono fasce di popolazione debole che, ad uno stato di bisogno simile a quella di molte altre parti, aggiungono una profonda consapevolezza della loro condizione di esclusione sociale che la rende più pesante. Dei tre comuni che fanno parte dell'AMP di Portofino, quello di S. Margherita Ligure, che è il più grande, sente il problema in maniera più acuta: maggiori le dimensioni, maggiori sono i problemi.
La questione di allargare l'area dell'inclusione sociale attraverso lo sviluppo economico del territorio, assume qui connotati particolari. La risorsa fondamentale è data dalle vedute che, per la loro rarità, bisogna considerare a tutti gli effetti un prodotto di lusso che, come tale, fino a qualche tempo fa, era per una limitata cerchia di possibili fruitori.
Oggi, almeno teoricamente e forse demagogicamente, queste discriminazioni sono superate: tutto è a disposizione di tutti. Ma il fascino e la bellezza di questi luoghi è frutto di equilibri molto fragili che, una volta rotti, non si ripristinano. Sono equilibri tra natura ed intervento dell'uomo, ereditati da tempi in cui il meglio era riservato a pochi e, spesso, non diventava una risorsa per gli altri.
La sfida che si trovano ad affrontare le comunità che vivono in posti simili è questa: come preservare la bellezza aprendone la disponibilità a chiunque. In altre parole, come determinare i limiti di sopportabilità del territorio e governare i flussi senza ricorrere ad una selezione che, per i costi della fruizione, torni ad essere per censo. Non abbiamo ricette, abbiamo solo voluto ricordarlo a tutti, perché tali comunità non devono essere lasciate sole nella ricerca delle soluzioni.
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Il diportismo nautico in Italia
Nell'AMP di Portofino sono presenti 350 posti barca nel porto turistico di S. Margherita Ligure e 300 a Portofino. Altri ce ne sono a Camogli. |
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Nautica da diporto ed aree marine protette
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Il diporto nell'AMP di Portofino
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