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Da Qualesammarco, Nr. 1 di Febbraio 1994
Gazzetta di Parma - Martedì 17 Ottobre 1967
Il misterioso monumento fatto costruire dal seguace di Federico II
La “tomba di Rotari” nel Gargano è invece quella di Pagano da Parma

Da Qualesammarco del Febbraio 1994 p. 6
Da Qualesammarco del Febbraio 1994 p. 6
Si può ammirare a Monte Sant’Angelo e non vi mancano suggestioni dell’insigne fabbrica del Battistero natio - Lusinghiero successo della prima mostra storica nel convento di San Matteo già di San Giovanni in Lamis, che celebra quest’anno il quattordicesimo centenario della sua fondazione.
di Angelo Ciavarella
I frati minori di S. Matteo con le celebrazioni del XIV centenario del loro convento hanno posto le premesse veramente importanti per una ricostruzione storica e documentata della celebre abbazia, culla della civiltà garganica, una delle più forti e doviziose dell’alto Medio Evo.
Nel quadro delle celebrazioni essi hanno inserito una mostra bibliografica, e questo è un merito tra i più significativi, perché una mostra è sempre un contributo di studi e di idee per chiarire eventi e personaggi della storia civile e religiosa. Sia lode al comitato promotore, in particolare ai presidi Soccio e Serricchio, ai professori Celuzza e Nardella, l’aver lanciato e condotto in porto una manifestazione del genere, atta a risvegliare interessi e curiosità sulle origini millenarie della gente garganica, a creare quel clima culturale favorevole al dialogo e alla discussione critica, esponendo in una pubblica mostra sotto gli occhi di tutti, letterati o no, di qualsiasi ceto sociale, gli strumenti necessari, e cioè libri, giornali e documenti, ordinati in logica e progressiva successione, perché ciascuno acquisti coscienza della sua storia civile e umana.
Nella più vasta cornice della mostra, che si rivolge a tutto il Gargano, illustrato nei diversi aspetti: da quello economico-turistico a quello artistico e culturale, sapientemente allestita da Celuzza, direttore della biblioteca provinciale di Foggia, negli accoglienti locali del convento, ci piace soffermarci, per amore del natio loco, sulla particolare sezione, curata con diligenza e passione dal prof. Nardella e che raccoglie rare e preziose testimonianze su San Marco, Stignano e Castel Pagano.
Ma prima di prendere in esame la mostra bibliografica, l’occhio è attirato dal plastico in Scala 1:100, opere egregia e paziente di Francesco Paolo Marano, che è una felice ricostruzione di quella che verosimilmente, a seguito di attente indagini dallo stesso esperite sui muri perimetrali in parte demoliti o scomparsi, dover essere la fabbrica dell’ospizio longobardo o xenodoco per pellegrini, preesistente alla venuta dei benedettini intorno all’anno 567.
Nella vetrina in fondo all’ampio salone sud, che accoglie la mostra che ci interessa, fra lampadari e appliques in ferro battuto e vivaci schizzi alle pareti riproducenti scene e aspetti tipici del grosso centro pugliese, sfilano scelti volumi di storiografia e letteratura garganica con particolare riferimento a San Marco e al suo convento.
Citiamo in particolare una recente tesi di laurea del giovane Manduzio, che è un elenco di abati benedettini e cistercensi succeduti nel monastero di San Giovanni in Lamis negli anni 1007-1400, tratto dall’archivio chigiano e il Quaderno delle scadenze di Capitanata del periodo svevo, quando la celebre abbazia subì il più grave colpo al suo prestigio. Molte e curiose notizie sono ivi contenute sui canoni che i fittuari dovevano versare alle casse di re Federico e ove si incontrano parole come trapperum, cannata, salma, staria, che sono vive ancora oggi nel lessico popolare.
Da Qualesammarco del Febbraio 1994 p. 7
Da Qualesammarco del Febbraio 1994 p. 7
In una seconda vetrina si avvicendano documenti e atti ufficiali che illustrano altri aspetti della storia del paese: dal “Real Dispaccio”, datato da Napoli il 9 Luglio 1798, col quale si accoglie il ricorso per le gravezze imposte dall’abbazia ai cittadini di San Marco in Lamis e si concede loro di spigare, ghiandare, legnare, ecc., ai “Dispacci Reali” per il reclutamento nell’esercito di terziari non professi per gli anni 1796-99, alla lettera di Antonio Salandra al cav. Villani per un prestito da concedere al Comune in seguito al1’epidemia colerica del 1886.
Sono date e notizie frammentarie che aiutano a una prima e scarna elaborazione della storia del paese nel tormentato periodo che va dai prodromi della rivoluzione napoletana alla difficile fase di assestamento dell’Italia post-risorgimentale e nazionale.
Una vetrina è dedicata al brigantaggio, questo fosco fenomeno di anarchia e di violenza, che seminò un’ondata di terrore nelle popolazioni garganiche con le sue scorrerie, i saccheggi, le stragi e le tante nefandezze, e resta ancora oggi, attraverso il ricordo tramandato dagli avi, uno degli episodi più raccapriccianti e spaventosi sofferti dal paese. Passano davanti agli occhi diari e memorie manoscritte di vibrante interesse, stilati dai protagonisti di quelle terribili giornate di vandalica furia devastatrice.
Seguono: ritagli di giornali fra cui quello contenente l’articolo di Tommaso Nardella su Angelo Maria Del Sambro, capobanda, arrestato in contrada Cardinale e fucilato il 29-6-1862, un interessante studio dello stesso apparso in La Capitanata [del] 1965 su De Sivo, storico a senso unico, di cui si è occupato anche il Croce, borbonico irriducibile, anche se ammirevole per la sua coerenza politica, che nelle sua Storia tocca due episodi che interessano San Marco, visti naturalmente con gli occhi dell’altra parte, con irremovibile preconcetta ostilità ai nuovi tempi e alla nuova realtà storica.
Seguono inoltre nella stessa vetrina; una novella del De Amicis, dal titolo Fortezza, ambientata tra Castel Pagano e Stignano, allusiva a un efferato episodio di brigantaggio, il romanzo storico di Bacchelli Il brigante di Tacca del Lupo. L’autore de Il diavolo a Pontelungo e de Il mulino del Po fu due volte a San Marco in Lamis, ospite di Giustigniano Serrilli, forse, pensiamo, per meglio documentarsi sulla vicenda del suo romanzo, che descrive le gesta di un capobanda, Raffa-Raffa, feroce e imprendibile brigante, terrore delle popolazioni garganiche. In un passo si traccia per brevi cenni la storia del Convento di San Matteo e l’interlocutore, che è un religioso, parlando al bandito, spera di indurlo a più miti propositi ricordandogli che quella su cui si trova, forse per compiere devastazioni e atti di morte, è la via consacrata dalla fede dei pellegrini. E qui si delinea, di contro al cupo e fosco scenario dei briganti intesi alle stragi e allo sterminio, favoriti dalla natura del luogo, pieno di boschi, di grotte e di anfratti, l’immagine del Gargano mistico, attraversato da folle di devoti, a volte santi, imperatori e monarchi, provenienti da ogni parte, per portare il loro tributo di pietà e di fede sul monte Gargano nella grotta ove apparve l’Arcangelo San Michele.

Nelle Puglie - come scrive il Mariotti nel suo studio apparso in Aurea Parma, 1929, II fascicolo al venerato tempio dell’Arcangelo il Vecchio e stanco guerriero (Pagano da Parma, seguace fedelissimo di Federico II) volle forse appendere le armi, al cui peso ormai gli omeri più non reggevano e salì in devoto pellegrinaggio la sacra montagna.
A Monte Sant’Angelo appunto rimane un misterioso monumento, erroneamente chiamato la tomba di Rotari, e che invece fu fatto costruire da Pagano parmense, come ne fa fede l’iscrizione incisa sopra una piccola porta. Egli è l’ultimo discendente d’una delle famiglie più illustri della città e del partito ghibellino di Lombardia, insigne per potenza, ricchezza e splendore di vita e per le diverse magistrature ricoperte in casa e fuori. Quando Federico Il fu sconfitto per opera dei bolognesi e il partito guelfo prese il sopravvento, il prode e leale cavaliere per l’immutabile fedeltà all’imperatore, avendo perduto tutti i suoi beni, decise di seguirlo in Puglia anche nell’avversa fortuna.
La mole dell’enigmatico monumento ricorda vagamente la struttura del Battistero di Parma.
Forse agli artefici della sua tomba Pagano suggerì che in essa si ricordasse nell’architettura, nelle sculture, nei dipinti, che purtroppo vi rimangono assai pochi, il vanto della sua terra lontana: il suo bel “San Giovanni”.
Tra i garganici illustri abbiamo fermato l’attenzione su tre nomi così distanti e diversi: Matteo da San Marco in Lamis, medico, filosofo e matematico, che insegnò anche nello studio di Padova nel sec. XV, di cui non siamo riusciti a trovare altre notizie presso l’Archivio e la Biblioteca universitaria di quella città; Angelo Pisone, pure di San Marco, l’umile eroe, che seguì D’Annunzio e partecipò alle sue gesta, illetterato, ma volitivo e pieno di audacia, affezionato al suo comandante; Francesco de Robertis, da San Marco in Lamis, precursore del realismo cinematografico in un’articolo di Soldati apparso in Rassegna Pugliese, 1967, una vetrina è dedicata a Castel Pagano a sette chilometri a oriente di Apricena, fondato nel 906 di Cristo dai Saraceni, e a Stignano col suo convento, intitolato a Maria Santissima.
Il Muratori negli Annali d’Italia ci informa che Lotario, dopo aver celebrato la Santa Pasqua nella città di Fermo, si diresse alla volta degli Abruzzi, quindi, dopo breve assedio, con le sue milizie si impadronì di questo luogo fortissimo, (Castel Pagano) al cui governatore Riccardo re Ruggero fece abbacinare la vista per non aver resistito abbastanza.
Fanno seguito: il lavoro di P. Bonaventura Maria D’Augelli, La Stella del Gargano ossia Maria Santissima di Stignano e le Annotazioni di un viaggiatore di fine Seicento del P. Agostino da Stroncone, ove sono contenute notizie storiche su Castel Pagano, sul convento di Maria Santissima di Stignano e di San Matteo.
L’ultima vetrina contiene poeti locali, che in vernacolo o in lingua hanno cantato le bellezze paesistiche de Gargano o gli avvincenti temi mistico-religiosi sul convento di San Matteo e sulla Croce, simbolo di fede, issata in cima al monte Celano: come nel Convento francescano di Tusiani, in cui il convento diviene incentivo e ansia di purificazione oltre gli affanni del mondo "io vengo a te, vengo con la preghiera”. “Dammi, convento, dammi il tuo Signore!”; o nella Ave Crux di L. Martino, che con candide emozioni rievoca lo stato di grazia di chi fanciullo guarda la fede, compendiata nella croce, come cosa meravigliosa: “Quand’ero bambino/non v’era giorno bello d’aprile/che io non andassi, anche solo/ ... per deporvi stelle di narcisi,/ancor freschi su gli steli recisi /e corimbi lucenti di biancospino”.
In fine spicca nell’intera sala come vero blasone e fondamento di nobiltà e di gloria per l’Ordine dei francescani la copia seicentesca, sia pur mutilata e corrosa dal tempo, della Bolla membranacea di Papa Gregorio XIII Boncompagni del 14-2-1578 con cui il monastero di San Giovanni in Lamis passa dai Cistercensi, dopo essere stato prima dei Benedettini, ai frati Minori della Provincia di S. Angelo.
Un panorama assai vivo e stimolante di memorie storiche su paesi e santuari di questo suggestivo sperone del promontorio Garganico, un lungo arco che abbraccia: Siponto, monte S. Angelo, convento di San Matteo, San Marco in Lamis, Stignano e Castel Pagano. La bella manifestazione è forse la prima di notevole livello e serietà, con la quale le tradizioni e la storia del Gargano vengono affidate a qualcosa di meno labile e impreciso, a ciò che è scritto e stampato in documenti, diari e memorie coeve, in libri e giornali, ordinati dall’allestitore con attento criterio di storico e amore e diligenza di studioso.
L’iniziativa non mancherà di produrre frutti cospicui e già abbiamo visto molti visitatori, di poco o nessun livello culturale, appassionarsi alle date e alle vicende illustrate nelle vetrine e qualcuno ci ha manifestato l’impaziente desiderio di voler leggere le cronache manoscritte sul brigantaggio, di cui ha sentito tanto parlare dai propri nonni. La rievocazione del XIV centenario della storica e importante badia di San Giovanni in Lamis, che fu signora di tutti i paesi circostanti, ci impone di soffermarci su quello che dovette essere lo splendore e la potenza, accentrati intorno a questo Cenobio, che fu veramente culla e faro della civiltà garganica e che, come dice a ragion p. Diomede Scaramuzzi, bisogna sempre più a fondo esplorare e indagare perché la sua migliore conoscenza e illustrazione e la conoscenza e illustrazione di tutto il Gargano.
Ci piace infine accomunare in un unico elogio i pp. del convento, da p. Angelo Marracino, attuale ministro provinciale ai pp. Mariella, Taronna e De Michele, che con sensibilità e fervore eccezionali si sono fatti promotori di questa manifestazione, in cui la Cultura storica e la fede religiosa celebrano un incontro tra i più suggestivi e appassionati.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?