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Da Qualesammarco, Nr. 1 di Febbraio 1994
I proverbi popolari di San Marco in Lamis
di Sergio D’Amaro

Da Qualesammarco del Febbraio 1994 p. 10
Da Qualesammarco del Febbraio 1994 p. 10
Con 1’aiuto di 19 informatori e di una paziente ricerca durata anni è stato possibile realizzare un altro prezioso contributo alla conoscenza di alcuni aspetti del mondo popolare di S. Marco in Lamis. L’autrice, Grazia Galante, de I proverbi popolari di S. Marco in Lamis non è nuova a lavori etnografici, avendo già operato nel settore dei mestieri tradizionali e del ciclo della vita. Il volume (pp. 321, L.30.000) inaugura la collana Tradizioni dell’editore Paolo Malagrinò di Bari ed è prefato dall’etnologa Anna Maria Tripputi. Nel risvolto di copertina ci sono due concetti che è necessario evidenziare: salvaguardia e conoscenza del patrimonio tradizionale. Occorre tutelare e occorre conoscere questo mondo, vale a dire che esso è stato troppo facilmente assimilato al folklore e troppo facilmente sottovalutato ed equivocato; troppo spesso lo strumento dialettale che lo veicola è stato degradato a sottostoria.
La raccolta dei proverbi della Galante (che segue di oltre dieci anni l’altro contributo sui proverbi garganici che è di Marco Trotta sulla comunità di Monte S. Angelo) e di una mole considerevole (circa 2500 testi), comprende però anche, nella tredicesima ed ultima sezione, le “espressioni varie”. Le prime dodici sono: l) Calendario agricolo e metereologico; 2) mondo del lavoro; 3) ricchezza e povertà; 4) consigli; 5) saggezza popolare; 6) religione; 7) invettive, minacce, esortazioni; 8) vita, morte, sorte; 9) la donna, l’uomo e il sesso; 10) figli, parentela, matrimonio; 11) malattie e rimedi; 12) mondo animale e vegetale.
Si tratta, pertanto di una griglia abbastanza significativa per ricavarne considerazioni che rinviano dall’ambito etnologico a quello socio-economico e culturale-ideologico, essendo i proverbi testi-spia di un’organizzazione materiale e morale strutturata secondo una logica preindustriale.
Non potendosi qui riportare esempi, ci si limita a segnalare proprio l’introduzione dell’autrice quando va a fissare le relazioni tra i frammenti del “discorso” proverbiale. Da esse emergono indicazioni su un sistema sociale microstorico disseminato di divieti e di simboli, occhiuto e cordiale insieme, salace e vendicativo. Un sistema in cui l’integrità sociale e psicologica si pagava a costo di feroci sacrifici e pure produceva i canti squisiti di un’umanità che avrebbe voluto disperatamente aprirsi al sorriso.
Conservare, allora, e capire questo mondo sarà non solo un atto di pietà storica, ma di un ben più costruttivo allargamento della propria coscienza. Verso quel mondo confluisce un moto di affetto e un altro che è di intelligenza. Diceva Carlo Levi (che tanto amò il mondo popolare immortalato nel suo Cristo si è fermato ad Eboli) che le canzoni, i balli, i proverbi popolari “sono la nostra infanzia a cui ci rivolgiamo con affetto, sono l’infanzia del popolo, la sua preistoria. Non sono il suo adulto presente, né il suo avvenire … Dobbiamo dunque non indulgere alla nostra infanzia, né voler mai tenere il popolo in infanzia, né farcelo tornare per sentimentalismo o moralismo”.