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Da Qualesammarco n. 1 del 1991
Gesù e il diavolo agli albori del secolo
Ad ozio, resuscito dalla “Miscellanea Foggia” della Biblioteca Provinciale due opuscoli dei princìpi del secolo riguardanti San Marco. E leggendo sulla scorta di suggestioni ed evocazioni, mi accorgo che, volendo, un filo invisibile lega i due antichi scritti.
Suggestioni, poche, nel primo. E’ più la mia conoscenza dei luoghi che supplisce alla convenzionalità del dettato. Si tratta dell'orazione inaugurale per la croce eretta sul monte Celano e dominante il paese da est.
Ne fu autore e dicitore Carlo Mola, vescovo di Foggia, il 24 settembre 1900 (La croce sul Celano presso San Marco in Lamis, Foggia, Tip. Editrice Paolo Leone, 1900, pp. 13). Dice il vescovo: “E’ bastato che ... il nostro amatissimo Sommo Pontefice, Leone XIII, abbia detto: Tutto il mondo al sorgere del nuovo secolo renda omaggio solenne e straordinario a Gesù Redentore: ed ecco ... monumentali croci che s'innalzano sul vertice dei più alti monti ...”
Non so se tutte le croci visibili sulle cime viaggiando specialmente nel Sud d'Italia consegnano a quell'appello. Può essere. E certo, invece, che il vescovo inaugurante era preoccupato dei fermenti socialistici (come lo era il suo documento ispiratore, l’encliclica Rerum novarum emessa nove anni prima dal citato Pontefice) più che dell’effettiva condizione operaia e contadina. Se apostrofa, infatti, operai e contadini (“… obbligati da mane a sera a faticoso lavoro ... dalle mani callose e dai visi abbronzati ... costretti a passare la giornata curvi sulla gleba ...), si affretta ad ammonire per i tempi funesti (... in mezzo a sì grossa fiumana di errori e di corruttele che dilaga oggi dovunque...).
Fu dunque lo zelante aderire del vescovo al dettato vaticano (“Ho voluto, sì, che essa fosse qui innalzata, sopra questo vertice di monte ...) a dare alla valle di San Marco in Lamis uno dei suoi naturali punti di riferimento.
Ma quale sarebbe stata la delusione del prelato se avesse saputo che di lì a un decennio o poco più il luogo santificato dalla croce avrebbe vissuto un fattaccio finanziario: Il fallimento della Banca Popolare di S. Marco in Lamis (Sansevero, Premiato stabilimento cromo-tipografico Emilio Dotoli, 1912, pp. 19). E’ questo, appunto, il secondo opuscolo: in pratica, una memoria scritta dalla parte lesa del fallimento: in appendice sono infatti elencati cinquantadue risparmiatori-creditori della banca fallita, dal professionista all’analfabeta che firma col segno di croce, dalla cifra di lire sessantamila del “Dottor Pasquale Ricci per sua sorella signorina Carolina Ricci” alle lire 200 di “Ciavarella Tommaso per la sorella defunta Veneranda”.
L'opuscolo rievoca la nascita, lo sviluppo e il fallimento della banca, fondata il 17 maggio 1888 dagli azionisti “Luigi Azzone, Angelo Serrilli, Costantino Serrilli, Emanuele Serrilli, Francesco de Maio, Michele Bramante ed altri, assumendo rispettivamente il 1 la carica di Presidente, il 2 quella di Vice Presidente, il 3 quella di Direttore...”.
Indirizzata “A Sua Eccellenza il Commendatore Borrelli Procuratore Generale presso la Corte di Appello delle Puglie - Trani”, questa memoria versa molti umori all’indirizzo dei locali banchieri dell’epoca; non nasconde la propria aggressività, e neppure gli studi classici di qualcuno dei cinquantadue firmatari, se premessa a tutto è una terzina attribuita a Dante; e racconta i dettagli, interrompendosi al punto in cui sono giunti gli eventi, ancora in progress.
Improvvisamente, a distanza quasi secolare, e a me lettore astratto, fa sorridere il pensiero di quanto la prospettiva collochi vicini - con tutte le buone intenzioni del vescovo Mola - l’aspirazione a Gesù nella croce e l'attrazione perversa del denaro, sterco del diavolo, se è vero come si dice.
Cosma Siani