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Da Qualesammarco, Nr. 2 del 20.09.88
Nicola Petruccelli, testimone di un’epoca tragica e grottesca.
Di Amedeo Gravina

Da Qualesammarco del settembre 1988 p. 9
Da Qualesammarco del settembre 1988 p. 9
Petruccelli, scultore garganico, non è figlio di nessuna scuola e non scimmiotta le mode dell’arte corrente. Rifiuta i modelli, non per orgoglio o disprezzo, ma perché è impegnato a tempo pieno a tradurre in simboli un suo mondo interiore, popolato di personalissimi fantasmi. Suoi maestri sono il roccioso e selvoso Gargano, che gli offre immagini e simboli, che egli trascrive nelle sue sculture; e il suo pessimismo, che, pur riscattato sull’orlo della disperazione da un vivo senso cristiano, strazia e fa sanguinare le sue opere.
L’arte di Petruccelli è tutto Petruccelli. Quale è l’uomo, tale è la sua arte.
Carattere schivo, candido fino a rasentare l’ingenuità, non rivendica favori e protezioni; non frequenta le mafie artistiche e letterarie, che gestiscono i successi di fama e di cassetta. Forse ha sbagliato a nascere in questa epoca di lupi. Anche la sua arte è fuori del tempo, perché è contro questo tempo fatto di compromessi e di ipocrisie. Non vuole essere un bene di consumo, e non cambia strada se sa che urta i gusti della massa.
Petruccelli non è un fotografo ma è un radiografo della nostra epoca, che egli smaschera senza pietà. Non si lascia incantare dalle belle e graziose apparenze di un volto apollineo, ma, scavando sotto le apparenze false e bugiarde, mette a nudo lo sfacelo dei valori umani, l’intima cancrena e la mostruosità dell’uomo attuale. La sua non è l’arte della realtà ma della verit+. Ciò spiega la sua tendenza a ritrarre le follie e le viltà dell’uomo contemporaneo o mediante assurde maschere o per mezzo di simboli in cui forme umane e forme bestiali si accoppiano e s’intrecciano in un groviglio emblematico.
Ogni mostra di Petruccelli è un allucinante campionario di figure che sembrano scampate ad un cataclisma cosmico. Egli ha giralo l’Europa, e dappertutto, sia dove la democrazia è di casa (Inghilterra), sia dove la dittatura ha massacrato l'uomo (Germania), ha trovato lo stesso uomo disumanizzato, lo stesso schiavo incatenato.
L’arte di Petruccelli non è distensiva e rasserenante ma traumatizzante.
Non distrae ma costringe a pensare e a meditare. Non è di facile lettura, e va osservata più con l’intelligenza che con gli occhi.
Nella sua fantasia nascono insieme la figura e la materia che l’incarna.
Non dà la vita alle sue creature col primo materiale che gli capiti a caso. Ad ogni immagine corrisponde un proprio materiale. Il cuoio, che gli richiama subito l’immagine della bestia, dà corpo e vita alle visioni apocalittiche. Il legno d’ulivo gli consente d’incarnare figure più pacate, fortunosamente scampate al naufragio umano. I blocchi di roccia contorta e forata giocano con un ricco repertorio di soluzioni, in cui le erosioni scavate dai millenni si coordinano o subordinano all’idea dell’artista.
Qualche sua scultura sembra un oggetto arcaico e misterioso su cui culture preistoriche e fenomeni geologici hanno narrato la loro storia.
Presentando al pubblico un artista, la critica suole attribuirgli per forza un messaggio. Petruccelli con questa mostra non vuole lanciare un messaggio ma soltanto una denuncia, un’accusa contro l’attuale civiltà massificatrice e alienante, che sta facendo scempio dell’uomo e di tutti i valori morali.