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Qualesammarco, Nr. Zero, Marzo 1988
Uno sciopero a rovescio negli anni ‘50
Testimonianza di Michele Ceddia
Qualche giorno fa un mio amico mi diceva: camminare oggi lungo il Corso Matteotti mi è difficile in quanto la sua pavimentazione rassomiglia più: a una mulattiera che a una via cittadina.
Aggiungo io: a chi è venuta l’infelice idea di tirar via le lastre vulcaniche che caratterizzavano il paese e non le ha sostituite con qualcosa di più utile e pratico, non so quanto ci sia stato di disinteressato e senza alcun tornaconto personale in tutta l’operazione. Ora sembra che l’attuale Amministrazione voglia prendere di petto questo problema e risolverlo una volta per tutte.
La sistemazione delle strade interne al centro abitato di S. Marco ebbe inizio circa trent’anni fa, alla fine degli anni Cinquanta, allorquando un’Amministrazione Comunale con assessori e sindaco in testa, molto allegramente, iniziarono a pavimentare con mattonelle di catrame le strade in cui abitavano, creando un giusto risentimento e malcontento tra la popolazione dei quartieri alti e della periferia del paese. A tutto ciò si aggiunga la beffa che a lavorare erano sempre gli stessi operai amici e raccomandati degli amministratori. Di turnazione su questi lavori manco a parlarne, “tanto gli altri sono tutti comunisti", si dicevano, e la disoccupazione, come sempre, aumentava e la tensione sociale cresceva ogni giorno di più.
Un giorno, quando la corda era tirata al massimo, due dirigenti locali del sindacato si consultarono e insieme decisero di convocare un’assemblea dei disoccupati.
Questo avvenne la mattina stessa e il dirigente che parlò prospettò loro la situazione grave in cui la cittadinanza era condannata se i lavoratori stessi non prendevano una decisione ferma e coraggiosa al fine di sbloccare quello stato di cose, e ciò dicendo avanzò una proposta consistente nell’attuazione di uno sciopero a rovescio. La proposta venne approvata per acclamazione e, in men che non si dica, i lavoratori si presentarono alla Camera del Lavoro muniti di attrezzi da lavoro come picconi, zappe ecc.
Si decise di disselciare le strade di via Stilla, Villani, Del Mastro e Scarano allo scopo di ottenere due risultati contemporaneamente: primo lavorare e guadagnare quel tanto da alleggerire le preoccupazioni esistenti nelle famiglie a causa, appunto, della mancanza di lavoro, secondo sistemare le strade dei più poveri e meno fortunati. Non disse Carlo Marx che la emancipazione della classe operaia deve essere opera della stessa classe? “Proviamo” si dissero.
Gli abitanti delle strade accolsero con vivo segno di approvazione gli operai, credendo che fossero lavori ordinati dal Comune, tuttavia, quando seppero che si trattava di sciopero a rovescio in risposta alle provocazioni degli amministratori comunali non si dispiacquero più di tanto. Poverini, non potevano immaginare quante difficoltà avrebbero dovuto affrontare. Infatti quegli amministratori, con una forte dose di incoscienza e spirito di vendetta lasciarono passare mesi e mesi, tra fango e polvere, prima di dare ordine per il riassetto delle strade, dopo vibrate proteste delle donne del quartiere sotto il Municipio e davanti al sindaco stesso.
Decine e decine di disoccupati si misero a lavorare con lena e tanta responsabilità. Le pietre disselciate vennero sistemate lungo i muri per non creare difficoltà agli abitanti delle strade. Da quelle strade dovevano scomparire per sempre le buche che d‘inverno diventavano pozzanghere puzzolenti, perché a causa della mancanza della rete fognante la gente buttava fuori di casa tutti i rifiuti liquidi e non solo questi, specialmente quando c’era la neve. Quelle buche diventavano fonti di infezioni e cause di malanni per i cittadini del posto, soprattutto per i bambini che inconsapevolmente vi guazzavano dentro.
Quando gli amministratori comunali vennero informati di quanto stava accadendo informarono a loro volta i carabinieri locali, quelli di S. Severo e la Questura di Foggia. I carabinieri locali tentarono di dissuadere i lavoratori dal continuare, ma questi, cocciuti, non li ascoltarono e continuarono nella loro opera. Più tardi arrivarono diversi camions carichi di militi dell’Arma al comando di un capitano. Non ci furono incidenti gravi, ma reiterati tentativi di bloccare i lavori senza riuscirci. Soltanto con l’intervento responsabile dei dirigenti sindacali si riuscì a farsi capire dagli ufficiali presenti, informandoli della grave situazione occupazionale nel paese, e solo allora la pressione si allentò. l carabinieri fecero finta di comprendere e promisero un loro vivo interessamento presso le competenti autorità provinciali al fine di ottenere uno stanziamento di fondi in soccorso dei disoccupati di San Marco, chiedendo allo stesso tempo di far smettere lo sciopero. I lavoratori vennero informati seduta stante, smisero di lavorare solo quando le strade iniziate furono completamente disselciate.
Dopo qualche tempo il Comune autorizzò dei lavori nella Difesa a turni, ma, ahimé, sessantanove dei tanti lavoratori, i quali ingenuamente si fecero identificare, vennero denunciati dalle autorità giudiziarie e molti di loro, per qualche tempo, non poterono emigrare all’estero in cerca di lavoro. Furono processati dal Tribunale di Foggia e assolti per insufficienza di prove.
Dalle bocche di quei bravi lavoratori non vennero mai fuori i nomi dei loro dirigenti “responsabili della sobillazione e dell’istigazione all’odio di classe", come allora si era soliti essere accusati.
La reciproca solidarietà tra lavoratori non permise l’arresto dei loro compagni.
Da quella estrema forma di lotta ebbe inizio la sistemazione generale delle strade del paese che fu senza dubbio un atto meritevole e di grande importanza per lo sviluppo civile di San Marco.