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Qualesammarco, Nr. Zero, Marzo 1988
Questioni di fondo
Demanio comunale, usurpazioni e speculazioni, moralità pubblica
900 ettari interessati da un recente provvedimento del Commissario per gli usi civici - Dall ’eversione della feudalità del 1806 ad un giudizio di G. Fortunato - Oggi la legittimazione rischia di coincidere con la speculazione - L’impegno del Comune.
Di Giuseppe Soccio

Da Qualesammarco del Marzo 1988 p. 7
Da Qualesammarco del Marzo 1988 p. 7
Il territorio di S. Marco in Lamis è quasi sempre stato oggetto di luoghi comuni che lo hanno individuato come una iattura per la sua natura poco generosa, essendo costituito, in larga parte, da pietraie e fondi che al massimo consentono l’allevamento di bestiame allo stato brado, con gli ulteriori problemi che ciò comporta per la sicurezza nelle campagne e per le destinazioni di altro genere.
Ancor oggi, la tutela del patrimonio territoriale pubblico non fa parte della coscienza collettiva, ritenendo i più, per mancanza di informazioni, che S. Marco in Lamis in quanto comune (ma, non sarebbe anacronistico, in tale circostanza, richiamare il concetto di università) sia privo di demanio di uso civico, allo stato libero o arbitrariamente occupato.
Eppure, alcune iniziative positive (cooperative edilizie a Borgo Celano, Piano di Zona per l’ediliZia economica e popolare a Casarinelli, cooperativa di produzione e lavoro “Zappalavigna”, zona artigianale a Borgo Celano, concessioni per attività turistiche) sono state possibili, ma lo saranno ancor più nel futuro, solo grazie alla disponibilità di terre pubbliche. 
Senonché ora è possibile riaffrontare la questione, e scuotere dal torpore la coscienza della collettività, grazie ad un provvedimento del Commissario per la liquidazione degli usi civici datato 4 settembre 1987. In buona sostanza, il magistrato, per la località intesa come “Coppa Casarinelli” (in pratica buona parte del territorio comunale che da Borgo Celano si diparte verso Rignano e S. Giovanni Rotondo, con propaggini verso Stignano e nel centro abitato della nostra città), propone la legittimazione o la reintegra di terreni arbitrariamente occupati: si tratta di 900 ettari circa, di cui oltre 350 passibili di trasferimento dal pubblico demanio alla proprietà privata.
La questione non è affatto di poco conto né può rientrare nella normale amministrazione, o disamministrazione, del patrimonio pubblico, tanto che dobbiamo scomodare meridionalisti come Giustino Fortunato, per avvertire la portata di simili provvedimenti, se e vero, come è vero, che non si può comprendere a fondo la storia del Mezzogiorno d’Italia se non si tiene conto dell’affaire demaniale.
In una circolare del 14 ottobre 1879, indirizzata dal Ministro dell’Agricoltura ai prefetti delle province meridionali, è detto che il Governo del Re invita i prefetti a compiere le operazioni di quotizzazione per permettere che “dall’abietta condizione di cafone il cittadino s’innalzi allo stato di agricoltore”. Con questo richiamo si apre il saggio di G. Fortunato su La Questione demaniale nell’Italia meridionale.
Quindi, l’illustre meridionalista passa in rassegna le alterne vicende dell’istituto demaniale in rapporto al suo uso pubblico ed alla lunga serie di usurpazioni che, unita all’altra lunga serie degli abusi feudali, forma il perverso filo rosso che unisce gli interessi di casta, privatistici e, comunque, particolari. Il cui prevalere sull’interesse pubblico e collettivo ha fatto si che l’eversione della feudalità nel Mezzogiorno d’Italia non avesse gli esiti che si sono avuti in altri punti dell’Europa e che hanno fortemente caratterizzato, come già accennato, la “questione meridionale” nel suo nascere tra ribellismo, sfociato poi nel brigantaggio, e gattopardismo della classe dirigente.
Cosi, mentre avvenivano “occupazioni a mano armata dei boschi del Gargano”, i legulei, i “paglietti”, i “Cocò” (di galantiana e salveminiana memoria) complicavano maledettamente la questione tra un rescritto e l’altro, tra una circolare e un decreto: “Si fecero e si fanno vendite deficienti di qualcuna delle forme legali, confidando nella buona fede e nell’ignoranza dei venditori, nella confusione dei confini, nel tempo, nell’acquiescenza dei decurionati di una volta e dei consigli comunali di oggi”. Ciò porta alla constatazione che tra “prolisse allegazioni di azzeccagarbugli” il demanio scompare in quanto bene pubblico e gli usurpatori li troviamo “alla direzione del municipio”.
Ma, se questo e un giudizio storico, da tener presente oggi, vediamo ora qualche referente storico ben preciso della questione, in considerazione del fatto che al riguardo le ricerche storiche sono indispensabile supporto al merito giuridico.
Il 2 agosto 1806 venivano promulgati i primi provvedimenti legislativi cosiddetti di “eversione della feudalità” e si dava inizio ad una complicata operazione tendente alla eliminazione dei feudi per favorire la costituzione di “imprese” agricole sulla base di principi economici illuministici e liberistici: la proprietà della terra intesa come fattore di sviluppo produttivo.
In tale contesto, il territorio di S. Marco in Lamis viene interessato da una sentenza della Commissione Feudale del 16 luglio 1810 (e non 16 dicembre come afferma l’incaricato del Commissario nel provvedimento di cui trattiamo), la quale viene successivamente perfezionata e resa esecutiva dall'ordinanza del 23 dicembre 1811 del Commissario Ripartitore D. Biase Zurlo. In questi atti vengono definiti i diritti sulle terre feudali della “Badia di S. Marco in Lamis”: buona parte del territorio veniva assegnato al Comune di S. Marco in Lamis, mentre su altri terreni veniva comunque riconosciuto l’uso civico; inoltre, da tali provvedimenti prendeva l’avvio un lungo contenzioso sulle “confinazioni” tra S. Marco e S. Giovanni Rotondo, poiché viene riconosciuto il valore legale di una convenzione “stipolata a 22 Gennajo 1557, fra l’Abate di S. Marco in Lamis, e Fabrizio Mormile, allora Barone di S. Giovanni Rotondo”.
Un nostro concittadino ha recentemente pubblicato un lavoro, frutto di rigorose ricerche d’archivio, su tale argomento e ad esso si rimanda per informazioni più precise (si tratta del saggio di Tommaso Nardella, Usurpazioni e controversie demaniali in Capitanata dopo l’Unità, che si trova nella miscellanea a cura di A. Motta. Della Capitanata e del Mezzogiorno - Studi per Pasquale Soccio, Lacaita, Manduria, 1987).
L’operazione di defeudalizzazione, comunque, con le usurpazioni e le “illegittime legittimazioni”, prosegue indisturbata fino ai nostri giorni, anche se bisogna riconoscere il rigore di commissari ripartitori e agenti demaniali quali il Barone, il Ciardulli, il Sauchelli, per parlare solo di quelli non citati nella relazione del perito nominato dal Commissario. Infatti, alla fine del secolo scorso vi sono numerosi provvedimenti prefettizi (il Prefetto in certi periodi è stato anche Regio Commissario Ripartitore dei demani comunali) hanno omologato le conciliazioni tra il comune e gli arbitrari occupatori (ma meglio sarebbe, ieri come oggi, chiamarli usurpatori). Per tali atti, che tra l’altro sono approssimativi rispetto alla esatta individuazione dei fondi, preliminari e determinanti sono state le deliberazioni del Consiglio Comunale, che era formato da proprietari e notabili ed era eletto su base censuaria e non a suffragio universale.
Altro elemento importante è quello della affrancazione di canoni che veniva fatta in blocco da possidenti, che così ponevano le basi per diventare proprietari di considerevoli appezzamenti: si pagava per i contadini che avevano ottenuto quote ripartite, approfittando della loro buona fede e del fatto che il canone era per loro comunque un gravame finanziario insolvibile.
E veniamo ora a giorni a noi più vicini. La perizia demaniale che ci interessa, per gli effetti che ha sul presente e che avrà per il futuro, fa essenzialmente riferimento a due documenti: una autorizzazione del Ministero dell’Agricoltura del 21-6-56 per la sdemanializzazione e alienazione di circa 11 ettari a Borgo Celano e le perizie del geometra Castellano del 1962 e 1964 rimaste incompiute per il decesso del tecnico.
Come nel passato, anche oggi ci troviamo di fronte a provvedimenti che potrebbero ulteriormente depauperare il patrimonio pubblico tra la indifferenza generale, l’insipienza e, la storia ci ammonisce, le connivenze di pubblici amministratori.
A questo punto, pero, è necessaria una precisazione: nel passato le terre demaniali avevano comunque una destinazione agricola ed il favorire la proprietà privata poteva anche essere rispondente ad una politica economica progressista rispetto agli infeudamenti; oggi, l’aspirazione alla legittimazione è, il più delle volte, dettata da ingordigia per la proprietà di terreni su cui edificare la seconda casa in campagna o, e questo è ancor più grave, da interessi di natura speculativa in quanto tali terreni ricadono, o possono ricadere, in zone edificabili.
Di fatto, quindi, lo spirito delle leggi eversive della feudalità non ha più rispondenza nella realtà e per questo il Comune deve con forza tutelare quanto è sancito essere appannaggio dell’intera collettività: chi effettivamente si trova nelle condizioni previste dalla legge 1766 del 16-6-27 e dal regolamento 332 del 26-2-1928 può ottenere la legittimazione; diversamente si deve chiedere al Commissario la reintegra.
E’ fin troppo noto che, nel recente passato, sulle appropriazioni di terreni demaniali, soprattutto a Borgo Celano, intere amministrazioni comunali sono state poste sotto accusa e il destino politico di qualche personaggio si è infranto su tali scogli, convalidando, a distanza di circa un secolo, il giudizio di Giustino Fortunato.
Ora, è tempo di pronunciare parole definitive sulla questione demaniale, operando con senso di giustizia, tenendo presente il fatto che demanio comunale sono senz’altro pure i marciapiedi “ringhierati” di Borgo Celano, i quali vanno restituiti al pubblico calpestio, ma che la posta in gioco è molto alta: si tratta dell’unica risorsa, anche e soprattutto in termini economici, oltre che paesaggistici ed ambientali, del Comune di S. Marco in Lamis.
Lasciarsi sfuggire questa opportunità nella tutela del patrimonio pubblico significherebbe un regresso o, quanto meno, una rinuncia al progresso della nostra cittadina. E, tale possibilità di progresso per concretizzarsi deve necessariamente incontrare intransigenza e dirittura morale di chi rappresenta gli interessi della collettività. Tutto ciò è possibile e, in un certo senso inevitabile, in quanto per il demanio non sono ammessi e non sono previsti “condoni” per la sua natura giuridica di inalienabilità, imprescrittibilità e mancanza di prescrizione acquisitiva.
Ad onor del Vero, il Consiglio Comunale ha recentissimamente manifestato di voler considerare seriamente la questione, nominando dei legali per seguire gli atti del Commissario per la liquidazione degli usi civici: speriamo che alle intenzioni corrispondano azioni conseguenti.