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Qualesammarco, Nr. Zero, Marzo 1988
Amministrazione, burocrazia e “cultura della produzione”
di Sandro Aucello
I rapporti con gli enti locali e la burocrazia sono essenziali - Al Sud manca una “Cultura della produzione” perché non c’è un tessuto produttivo - Così come sono, amministratori e burocrazia impediscono il cambiamento.

Da Qualesammarco del Marzo 1988 p. 5
Da Qualesammarco  del Marzo 1988 p. 5
Lasciando stare tutte le questioni sul terziario avanzato e tecnologico, su quale settore concorre in misura maggiore alla formazione del PIL (Prodotto Interno Lordo) o sulle tendenze della nostra (occidentale) società, potremmo rappresentare la realtà economica di S. Marco in Lamis mediante due soli settori: il primario e un terziario in grandissima parte pubblico senza particolari obblighi di produttività. Il secondario [industrie, NdR] è poca cosa rispetto ai primi due e può essere rappresentato dall’edilizia e dalle cave di pietra. Altro il paese non offre se non qualche piccola realtà artigianale o qualche accenno di sviluppo nella dinamica produttiva nel settore primario (cooperative agricole).
Bene. Fatta questa inevitabile premessa, possiamo iniziare il nostro discorsetto. E’ ovvio che chiunque produce lo fa in un dato ambiente economico, sociale, ecc. e che l’insieme dei rapporti che deve intrattenere con gli altri è abbastanza complesso. Non si starà certo a tentare una disamina dei vari problemi che i produttori devono affrontare; si vuol semplicemente mettere in evidenza qual è la qualità dei rapporti che esistono tra i produttori, gli amministratori dei vari enti locali e la burocrazia. Ciò perché, per una qualsiasi attività che non voglia essere autarchica, i rapporti con i suddetti soggetti sono essenziali.
Vediamo. L’amministratore, che in genere è un insegnante, un medico o un impiegato, indipendentemente dalle sue idee politiche, ha un suo modo di vivere e di vedere le cose: sa che ogni fine mese percepirà il suo bravo stipendio e non si preoccupa più di tanto di quello che fa. Se nel suo incarico istituzionale è celere o lento, puntuale o impreciso, non ne è personalmente intaccato.
L’effetto del proprio impegno raramente è quantificabile e questo fatto non lo porta a percepire la gravità di certe situazioni.
Per esempio, consideriamo un’azienda che deve incassare da un ente pubblico una qualche somma (supponiamo un credito agrario) e fa conto su quel denaro per far fronte a delle momentanee difficoltà finanziarie. Se gli amministratori, per un motivo qualsiasi, non si riuniscono in giunta e non deliberano sui nulla osta necessari nei tempi stabiliti, per le aziende che hanno avuto mille assicurazioni che per quella data il credito si potrà avere, son dolori.
Se poi quel nulla osta resta in ufficio perché l’impiegato non ha provveduto per tempo a inviarlo in banca per poter effettuare tutte le operazioni del caso, le cose peggiorano ulteriormente.
Si potrebbe obiettare che è buona regola non affidarsi troppo agli enti pubblici, ma questo è un discorso senza senso quando tutta la produzione della CEE è fortemente condizionata da interventi pubblici vari dai quali si è dipendenti e senza dei quali nessuno potrebbe operare ad un certo livello. Lo stesso discorso si può applicare agli impiegati dei vari uffici cosicché ai ritardi degli amministratori si somma quello della burocrazia. Si dice che in genere coloro che accedono agli Uffici pubblici sono tutti dei raccomandati che non si sudano il posto e si sentono in diritto di non fare eccessivi sforzi se non per i padrini che li hanno sistemati. Si dice che far slittare al massimo i tempi sia una precisa scelta politica per controllare tutto quanto si fa e che speditamente si risolvono solo le faccende degli affiliati alla parte politica dominante. Si dice che gli impiegati sono mal pagati, si sentono frustrati e non si applicano nel loro lavoro come dovrebbero.
Saranno tutte verità sacrosante ma qui si vuole sottolineare qualcosa sulla quale si riflette poco.
Mentre certe pratiche da noi richiedono tempi lunghissimi, in altri posti, dove la realtà economica ha presente anche il settore secondario, vengono sbrigate di routine e in poco tempo semplicemente perché, essendo le persone abituate a pensare e a vivere rispettando tempi di esecuzione delle opere, scadenze, orari, ecc., gli viene spontaneo pensare che se ritardano più del dovuto il lavoro a loro affidato determinano degli scompensi, il ciclo produttivo si inceppa e può interrompersi.
Nel Mezzogiorno e, in particolare a S. Marco, questo certo modo di intendere le cose che potremmo definire come “cultura della produzione” manca semplicemente perché manca la produzione.
Se, però, per avventura, in posti come i nostri cominciano a nascere delle attività produttive più organizzate di quelle suddette, allora per esse possono nascere dei guai.
Già i primi intoppi si verificano quando, facendo un’attività un po’ specializzata, si ha bisogno di fattori produttivi tecnicamente più idonei: per ben che vada si deve andare a Bari, altrimenti fare il biglietto e su al Nord. Se poi ci aggiungiamo i ritardi dovuti agli amministratori ed alla burocrazia, i rimedi alla portata della singola azienda sono scarsi. Mentre altrove, dove c’è la suddetta “cultura della produzione” la singola azienda può affidarsi ad associazioni di categoria che esercitano le dovute pressioni o al “buon senso Comune” dettato dal vivere in una certa situazione economica e produttiva, da noi ci si può affidare solo a qualche stakanovista o a qualche santo in terra che dimostri “benevolenza”.
Conclusione: continuino pure amministratori e burocrati vari a fare tranquillamente quello che hanno sempre fatto. Tengano però presente che il loro modo di fare, soprattutto quando si ha a che fare con realtà produttive, è la palla al piede per molti dei cambiamenti possibili. D’accordo che le leggi non le fanno loro ma c’è modo e modo di intenderle.
Quando c’è una qualche legge che dice che, per esempio, entro 60 giorni ad una certa domanda deve essere data risposta, non sta scritto da nessuna parte che la risposta deve arrivare quasi sempre al 60. giorno e non al primo, a meno che, ecc. ecc.