Stignano: una valle e un monumento

Splende nel verde questa mistica via, intagliata nel crudo sasso e in una terra di porpora: e spesso l'accesa fantasia del paesaggio al sole radente ti abbaglia con cascate di sangue e cateratte di fuoco. Così la fede, la buona fede vera, attenta a questi miracoli garganici, vede spicciare, a un colpo, un egual sangue da pietre spaccate e da mani stigmatizzate di frati. Ma un'infernale esaltazione dantesca o la severa ammonizione dell'arcangelo, che ci avverte che terribile è il suo luogo, non spaventa il pellegrino stanco che si adagia nell'amplissima e beata valle di Stignano: porta del Gargano, dei santuari, del cielo.
Porta o porto? dove, cioè, è ancorata la nave ideale del mio cuore e che un giorno mi condurrà verso l'eternità.
Così come gli svevi imperatori e re, dominatori e prigionieri, vestiti d'oro, forse ancora sognano nelle tombe questa loro terra promessa, il mio cuore 'notte e dia' è in questa valle.
La stagionale fioritura di devozione s'impiglia ai mandorli verdissimi, alla mignolatura degli ulivi e con modulate cadenze litanianti s'infila nella scia melodiosa e notturna degli usignoli: opportuna valle di bivacco per eserciti di pellegrini.
E c'è un punto preciso per un attacco ideale: in alto, dopo il santuario, là dove la valle si chiude e la via si insinua tra i monti con un ampia ansa, che, montando un greppo, si affaccia a balcone in una improvvisa e folgorante visione dell'intero paesaggio. E' il vertice sublime, il punto di convergenza di due quinte laterali di colline, che, adagiate elegantemente sul piano del Tavoliere, salendo poi con larghissimo respiro e modulato ordine qui si congiungono. Alle spalle il valico si strozza angustamente in una gola tipica, in foce, in una vera forca ombrosa che aspira invano alla luce. Il sole, infatti, specie d'inverno, rotolando lungo le colline, va come un occhio balenando appena prima del sonno.
La pioggia che spesso qui si ingorga paurosa, scarnifica gli schienali dei monti e rende petroso il paesaggio: così la meditazione incide sugli oscuri volti dei fedeli autentici, in transito o a dimora.
Ma di fronte in forte contrasto, l'orizzonte, contenuto a stento da due bracci collinosi, travalica il Tavoliere in fuga verso l'Appennino. Ed ecco la Maiella, fosca e azzurra, ma scintillante in vetta col suo diadema nevoso: montagna sacra ai garganici come riferimento di costante certezza nello spazio, e, anche, come parafulmine a impulsi blasfemi rientrati (e la prima sillaba del nome magnetizza escandescenze che, diversamente, andrebbero dirette verso la Madonna).
Quest'angolo così remoto e riposto invita a riposanti riflessioni, a considerazioni supreme. Non si è in cima a un monte, anzi queste colline rupestri ci nascondono e ci proteggono: le considerazioni, però, possono essere quelle dello stilita. E' un osservatorio che filtra e decanta i rumori del mondo; rende limpidi eventi, immagini, memorie. La contemplazione fa trasparente il tempo, incentrando nel presente il passato e il futuro, analogamente allo spazio che qui, punto di convergenza, dall'angustia della valle si slarga e fugge verso l'infinito.
E' una realtà geografica, insomma, che impone e invoca una uguale realtà spirituale. La vita che in pianura fa marea spinge qui e depone, come barche e navi a sicuro porto, case di contadini, oratori di frati, santuari. Vigilano essi la via sacra e si offrono al passeggiero quale ristoro del corpo, conforto dell'anima, oasi di verde per una intensa vita dello spirito.
Ma l'approdo più felice l'ha scelto quest'incantata nave che è il convento di Stignano. Fra colli e poggi che avrebbero esaltato il tranquillo occhio di Giotto una cinquecentesca grazia architettonica, in puro oro di pietra e sole, ormeggia con ancore e cavi ad alberi sognati. Così, nel fresco di prima sera, i canti salgono anonimi dalla valle e raggiungono il silenzio delle navate, dove i santi sono fermi e contenti nelle nicchie, tra le candele estatiche, e un adolescente fortunato dorme il sonno di Ilaria. Fuori l'ala del desiderio e della preghiera vola verso il cielo lontano e divino.
Da un po' fastidio pensare e ricorrere a un poeta troppo divertito, ma qui davvero s'arma la prora e si salpa verso un mondo di ineffabili verità.
Da quel gruppo solitario l'occhio spiando s'apre un varco lungo una valle di esemplarità didattica, corre oltre l'appennino e dalla Maiella s'indirizza a un siderale Canòpo, come più sicuro punto di riferimento in un viaggio dell'anima.
Ora, da qualche anno, con acuta eleganza d'intenti, è stata collocata in questa valle una gentile opera d'arte, in onore di un grande Pontefice: Pio XII.
Sta questa monumentale opera come un punto fermo, lungo il corso di una infaticata e dinamica ricostruzione: un'ostinata volontà di vittoria, un'affermazione di vita sulle rovine disseminate dal tempo e dall'uomo. Si adagia anch'essa tra il verde di una parete arborea e il rosso occiduo della pietra del tempio educata a respirare in luce di santità.
Come dovrebbe, rare volte un monumento riassume e fonde realtà e simbolo. Qui, invece, tutto è felicemente risolto, non esclusa l'evidente e pia intenzione del committente. Tutto ha l'essenzialità di un grafico, la limpidità paradigmatica di un verbo coniugabile all'infinito, di una idea che genera vita di fede e fede di vita. Come in una carta d'atlante, è, appunto, questo monumento, anzitutto l'espressione di una realtà geografica e a un tempo, il nuovo, più vibrante e stimolante genius loci.
Qui, poi, su un'esile colonna, l'esile volto del Papa, con la rigorosa immobilità dello stilila e la volontà santificante, apre davanti a sé, simbolicamente, un varco, crea il piano di un altare, sconvolge e supera le ali del medesimo come scogli e marosi di una vita irrequieta e difficile, e guida verso la solare certezza di Dio.
La felice intuizione dell'artista non ci offre che due linee: una orizzontale, con due ondulazioni laterali, e una verticale con al sommo il volto di Pio XII.
Destino di un luogo e di un nome! Stignano: porta di Giano? A un antico nume pagano la remota gente garganica affidò l'apertura di questa valle, quale verde golfo di pace. Dal giugno dello scorso anno questa pace è propiziata dalla grazia benedicente di un pontefice cristiano e romano. Ma in Roma dal luglio scorso un altro monumento è sorto in onore dello stesso pontefice. Lì, però, Giano mostrò il suo più feroce volto di guerra e la bianca veste del papa fu cosparsa di sangue innocente. E' là il segno di uno slancio generoso e di una funesta memoria; qui, invece, dove la pace regna perenne, in queste sere d'estate pare che il volto del papa sorrida. A chi? Di cosa? A uccelli che allietano il cielo azzurrissimo, a fanciulli che allietano il prato verdissimo. Non più relitti della malvagità o della sventura, questi fanciulli, inizialmente privati degli affetti famigliari, in questo sepolto porto di pace hanno scoperto la felicità.
Pasquale Soccio
Sull'orma dei Briganti

La strada li conduceva entro la stretta valle, tutta amena e tutta verde di Stignano, dove il capitano si fermò sul sagrato, davanti la piana fronte della chiesa. Il luogo e l'ora erano placidissimi. Sarebbe stata già sera, se l'ombra della valle, che apre in ponente, non fosse stata impregnata di luce sparsa. Il mulo di don Filippo fece gli ultimi slanci, per quel giorno, e il cavaliere, scarcatosi di sella, potè palparsi finalmente le membra afflitte. I bersaglieri, fatto zaino a terra e i fasci dei fucili, attorniavano la bestia feroce. - Per carità, non gli date ombra, se vi è cara la salute! E' un animale terribile, e obbedisce solo a me! - diceva don Filippo.
- Si è visto! e i bersaglieri raddoppiavan le risate.
Sulla porta frusta dell'antico convento stava quell'unico che vi abitava, un uomo piccolo e magro, di barba e capelli lunghi e ispidi, scalzo, che su brache di vello caprino indossava una specie di saio, metà pastore e metà cappuccino. Negli atti e negli occhi mostrava uni'umiltà inquieta, smarrita e dolorosa. La gente lo chiamava l'Eremita, e mezzo l'aveva in conto di sant'uomo, mezzo di mentecatto.
- Facci vedere il tuo convento, - gli disse il Sicèli.
- Mio, no, - rispose, - ma accomodatevi: è di Chi non rifiuta nessuno.
Nel primo chiostro, la vera e l'architrave del pozzo erano di bella ed elegante architettura rinascimentale; l'erbaccia cresceva così folta ed alta tra le pietre del lastrico sconnesse, che si arrivava al pozzo per un sentiero fra quel selvatico. Nel refettorio il tetto lasciava trapelare la luce del crepuscolo, e tutto un angolo pendeva, minacciando rovina. La pioggia aveva infracidato le travi e ammuffite tutte le pareti e i pavimenti della costruzione massiccia, che ricordava i corridoi di una fortezza. Le stesse celle avevano finestrette simili a feritorie, che non bastavano a vincere il buio, ma, scorgendo l'occhio su lembi di cielo crepuscolare e su viste della valle in cui si destavano i grilli a quell'ora, aumentavano l'angustia dell'interno squallore.
- Stanotte non pioverà - diceva con voce agra, lontana, belante, l'Eremita. - Potete dormire tranquilli anche sotto tetti di questa fatta.
Come Sapete che non pioverà?
Eh, non ho mai avuto una casa.
Quanti anni avete?
E chi lo sa? Quelli che Dio vuole.
- Ma perché si meravigliano tanto? - chiese Sgaralli.
- Voi - rispose don Filippo - potreste prendere, e pagate; voi gli fate vedere la giustizia, capitano; vi par poco? Se credete - soggiunse - noi due che abbiamo cavalcature, potremmo proseguire fino a S. Marco in Lamis, dove troveremo cena e letto nel convento di S. Matteo, e dove io ho da parlare con certi miei confidenti.
Proseguirono dunque, mentre i soldati si coricavano sulla paglia, e la tromba ordinava il silenzio. Per la strada, poiché la notte pareva aver ammansilo Scalamonte, don Filippo, che non gradiva di tacere ne approfittò per raccontare la storia dell'Eremita.
Riccardo Bacchelli
Stignano: VII Stella
Un tale Leonardo di Falco dell'antica terra di Castelpagano, oggi distrutta, essendo cieco, per poter vivere procacciavasi il vitto chiedendo limosine dalle persone caritative. E perché forse non trovava tutto quello che bisognavagli per detto effetto portavasi talora altrove mendicando, poco lungi dalla sua patria. Un giorno dunque, passando per detta Valle di Stignano, stanco del viaggio, per riposare alquanto si pose a sedere sotto una quercia, e poco dopo coricatosi in terra prese profondo sonno. Ma quando teneva doppiamente serrati gli occhi, per sua fortuna recuperò la bella luce del giorno, perché mentre dormiva, apparvegli la Madre di Dio e graziosamente gli restituì la vista. Svegliossi lieto Lionardo, e vedendo essere vero quanto aveva sognato, senza passare più oltre, ritornossene pieno di stupore e di giubilo alla propria patria; ed a chi curioso osservavalo non più cieco, raccontò fedelmente quanto in lui operato avea la Vergine. A tal novella il clero e il popolo, considerando il miracoloso avvenimento, giudicarono, che vi poteva essere qualche mistero nascosto bensì in quel luogo per Lionardo sì fortunato, onde ordinata una divota processione, colà portaronsi a ringraziare la Vergine, la quale per far loro conoscere a qual fine aveva operato sì bel prodigio, volle, che trovassero su quella quercia una sua statua, tutta simile a se medesima, e come veduta l'aveva il cieco illuminato. E' quella statua di modello antichissimo, siede in una sedia formata dal legno della stessa quercia, su la quale fu ella trovata; non si sa però di qual materia ella sia formata : siccome né meno si è potuto conoscere del Bambino che tiene fra le sue braccia quantunque ne sia stata fatta molta diligenza. Trovato sì prezioso tesoro, da molti divoti colle limosine fu principiata la chiesa per collocarvela ed appunto nello stesso luogo, dove fu trovata la detta statua; quindi in progresso di tempo fabbricossi ivi un convento servito da Padri Osservanti di S. Francesco. Li miracoli che ha operati la Vergine in quella sua prodigiosa immagine sono senza numero; e di molti o per l'antichità, o per trascuraggine se n'è perduta la memoria; potranno nulladimeno bastare al divoto lettore li seguenti, per far conseguenza degli altri a noi ignoti.
Ciò stabilito un giorno di sabato la condusse alla detta Valle di Stignano col pretesto di visitare, e riverire la Madre di Dio, ma coll'animo pronto a scannarla fra quelle solitudini. Per la strada accoppiaronsi con essi alcune altre donne, che per soddisfarle alla propria divozione faceano lo stesso viaggio. Ma essendo giunti a un bivio, il perverso consorte, che bramava eseguire quanto nell'animo aveva concepito senza disturbo; e senza che altri se n'avvedesse, finse prendere altro cammino, onde fatto passare avanti la moglie, disse alle donne predette: andate in buon'ora, che presto ci rivedremo in Stignano. Condottala dunque per strade ignote ad un luogo remoto, e molto opportuno al suo crudele disegno, la prese per li capelli, e chiamandola meretrice sfacciata le diede molti colpi di pugnale. Intanto la povera donna invocando la Vergine diceva: Voi o Madre di pietà che sapete la mia innocenza, aiutatemi in questo punto, acciocché non muoia senza sacramenti, e così infamata. Queste preghiere, uscite dal suo cuore fedele, quantunque avrebbero placato ogni uomo, ancorché barbaro, non bastarono a rasserenare la mente ingelosita dell'imbestialito consorte: onde perseverando nel ferirla, non lasciolla se non quando la credè morta, e quando aveva già crivellato con cento ferite il suo corpo. Lasciolla finalmente immersa nel sangue proprio, portandosi alla Chiesa della Madre di Dio, forse per ivi salvarsi. Ed ecco (oh eccessiva bontà e potenza di Maria!...) entrando in chiesa vidde con infinito stupore che la moglie creduta morta stava genuflessa avanti la miracolosa immagine di Maria.
Convinto il perfido di un miracolo così stupendo, e conosciuta l'innocenza della moglie, grondando dagli occhi due fiumi di lacrime di tenerezza insieme e pentimento, domandò perdono prima alla consorte e poi alla Vergine sua protettrice. Raccontò indi la donna dabbene che la Madre di Dio in forma visibile apparendole l'aveva in un istante guarita dalle ferite e poi aveala accompagnata alla sua Chiesa.
Cosa stupenda!... Appena fatto tal voto, mancò l'ardire a quei scellerati, e coll'ardire ogni forza, in modocché caddero l'armi dalle loro mani, restando immobili come statue, onde osservato da detti compagni il tempo opportuno si posero in salvo, lodando e magnificando la Vergine di Stignano, e soddisfacendo al voto, le portarono i dovuti ringraziamenti.
Istantanea fu la grazia che ricevè un tal Mastro Silvestre (il cui cognome e patria sono a noi occulti, per essersi trovati corrosi dal tempo nella tabella votiva) oppresso da fiera apoplessia, restò in un tratto senza moto, ed aggravato da acerbissimi dolori, in pochi giorni divenne secco come uno scheletro, né al suo male trovò il misero medicamento, che fosse potente a dargli il pristino moto e perduta sanità, onde vedendosi disperato da medici, una sera raccomandossi con viva fede a quella miracolosa immagine promettendo visitarla e far celebrare nel suo altare una messa cantata. Appena fatto il voto, cessarono i dolori, e rinvigorironsi le sue membra in modochè la mattina con meraviglia di quanti lo viddero in quello stato, uscì dal letto e cominciò a camminare.
Pronta ancora trovò la Vergine nel 1604 F. Aniceto Romito, invocandola perché essendosi ammalato d'infermità mortale, trovossi sano come se mai avesse patito pericolo alcuno.
Bernardino di S. Arsenzio l'anno 1619 ritrovandosi nella montagna di Picentro, fu assalito da gente di male affare e ladri di campagna, quali pensavano d'ammazzarlo; ma invocando quella Sacratissima immagine restò libero dalla morte. Un'altra volta, essendo disgraziatamente caduto sotto una ruota di carro, con evidente pericolo di morte, o di restar storpio, invocando parimente l'aiuto di Maria di Stignano alzossi senza lesione alcuna. In quell'anno medesimo Filippo D'Urbano, della terra di Rignano, mentre facevasi la solita processione della Vergine suddetta, e ritornava la Statua alla sua Chiesa, uscì egli cogli altri compagni scaricando l'archibugio in onor di Maria, conforme è l'usanza del paese, e mentre versava la polvere nel focone, vi cadde casualmente una favilla dell'accesa miccia, ed accendendo quella dell'archibugio e quello della fiasca, che era circa un rotolo, viddesi fra tanto fuoco, che senza dubbio doveva restare storpio o tutto bruciato da quel furioso elemento, ma invocando la Madre di Dio suddetta, il terrore mutossi in allegrezza trovandosi affatto senza offesa, e per segno del gran pericolo solamente le vesti restarono abbrustolite.
Ammirabile assai più è il caso che segue e parrebbe incredibile se non sapessimo quanto può Maria appo del Figlio. A dì 7 di agosto del 1623. Cola di Rio di S. Marco, Paolo di Cagliano e Giuseppe di Matteo, ambi di S. Severo, Angelo di Fraine, ed altri compagni, trovandosi di notte alla riva del fiume Candelaro, sotto una pergola composta ed intessuta di frasche, comoda per ripararsi dai raggi estivi del sole, svegliossi nell'aria una sì fiera tempesta, che non solo diluviavano le acque, ma cadevano orribili saette. Una ne cadde loro vicino, minacciando d'incenerire il loro riparo; ma quando si videro scampati dal fuoco, non poterono ripararsi dalle acque, perché dalla piena di queste gonfio il fiume, uscito fuora del suo letto già inondava tutto quel tratto di paese, e non avendo eglino dove fuggire, salirono sopra la detta pergola, dalla furia delle acque furono trasportati dalla corrente ad evidentissimo pericolo di sommergersi. Già vedeansi morti né potendo essere aiutati da mano mortale, tutti d'un animo ricorsero alla Sovrana Signora Maria di Stignano invocandola di tutto cuore.
Non fu pigra ella a consolarli, perché comparendo loro visibile, circondata da chiarissimi splendori, ed esortandoli a visitare la sua chiesa, in riconoscenza d'un tanto favore, li pose amorosamente in salvo.
Ma egli che ancora viveva, non potendo colla bocca, col cuore invocò la Vergine di Stignano; né restarono deluse le sue speranze perché toccate da mano invisibile e celeste, restò senza ferite e tutto sano, come se mai gli fosse avvenuto simile travaglio, né avesse sparso tanta copia di sangue; perlocchè potè egli occultamente salvarsi, e recando seco l'armi le appese per voto avanti la Sagratissima Statua di Maria che lo aveva così prodigiosamente salvato.
Quanto fosse penosa la schiavitù in mano dei barbari provollo Giuseppe di Crema da S. Severo, il quale l'anno 1625 trovandosi in una spiaggia e in un luogo detto Muletta fu preso dai Turchi e portato a Costantinopoli, indi trasportato a Tunisi, e finalmente dopo aver girato molti luoghi dell'Africa, fu venduto ad un Moresco di Spagna, perfido rinnegato per 150 scudi.
Stiede egli sotto la sferza di quel crudelissimo padrone per lo spazio di anni sei e giorni 40 sempre molestato a rinnegare la santa fede; ma egli timorato di Dio, stiede sempre costante alle scosse non solo dalle minaccie, ma anche dei strapazzi.
Un giorno ricordandosi quanto fosse miracolosa nell'immagine di Stignano la Vergine Madre di Dio, a Lei con viva fede rivolto, pregolla a liberarlo dal pericolo, nel quale trovavasi di lasciare in tante pene la vera fede, promettendo liberandolo, portarle una torcia di cera in rendimento di grazie. Fatto il voto trovossi miracolosamente libero: benché il modo non si racconti, e può credersi gli porgesse la comodità di fuggire la stessa Madre di Dio, se pure non lo trasportò alla sua patria, con modo sovrano, come leggesi di tanti altri ed a Lei molto facile.
Tre disgrazie incorse in uno stesso tempo Carlo Schiavo, mercante di S. Nicandro l'anno del Signore 1639 perché non solo gli fu svaligiata la bottega e toltogli quanto aveva da banditi; ma anche come se egli avesse tenuto mano con tal sorte di ladri, dal Preside della Provincia di Capitanata fu condannato alle carceri, dove aggravato dal cordoglio per la perdita della roba e della libertà, ammalossi così gravemente che si ridusse a manifesto pericolo di perdere anche la vita. Invocò egli l'aiuto di Maria di Stignano, e facendo voto di visitarla, in un subito restò non solo sano, ma appieno consolato negli altri accennati infortuni.
Mastro Berardino dei Ferrari da Campo Giove sua patria, essendo andato nel giorno di Giovedì Santo nell'anno 1646 a confessarsi alla chiesa della Vergine, fu sopraggiunto da un solito suo male, cioè da una gravissima doglia alle reni, la quale lo teneva talmente oppresso che non poteva reggersi in piedi, e la gravezza del dolore lo aveva ridotto quasi a spirar l'anima. Or mentre così penava, accostossi a lui il padre Guardiano di quel convento, ordinandogli che salisse sul campanile per aggiustare la campana, ed egli desideroso di servire, ed alla Vergine, ed a quel padre senza scoprire il suo male, né scusarsi, alzossi da sedere per ubbidire, e questo bastò per muovere la Vergine a consolarlo, perché essendo solito tal dolore durargli dieci giorni continui, in quel punto cessò affatto, sicché potè agiatamente applicarsi alla commessa fatica.
Giambattista di Giannandrea della Villa di S. Eufemia l'anno 1647, essendo assaltato da taluni facinorosi, ricevè 13 pugnalate delle quali dovea infallibilmente morire, ma invocando in quel punto il patrocinio di Maria, restò non solo vivo, ma anche senza lesione alcuna. Ma se questo restò libero dalle ferite, grazia di non minor prodigio ottenne Grazio D'Amico da Campo di Giove nell'anno 1651. Trovavasi egli nella posta Mandolagona di S. Nicandro, tosando pecore con altri compagni, quando per non so quale accidente venuto in contesa con alcuni di essi, riportò un colpo di forbici nei fianchi, così profondo, che spargendo grandissima copia di sangue, cadde come morto a terra. A tale spettacolo, come suole avvenire accorse molta gente, fra i quali vi fu chi ispirato da Dio disse: Orazio ricorri con viva fede alla Madre di Dio di Stignano, la quale avendo fatti tanti miracoli, può te ancora liberare da questo pericolo. Non potè rispondere il misero, ma prendendo la buona esortazione, con viva fede invocò nell'interno del cuore il patrocinio di quella Eccelsa Signora. Ammirabile potenza di Maria!... appena l'ebbe egli invocata alzossi in piedi sano e senza alcuna ferita.
Coroni questo racconto un prodigio che porta seco la sequela di più miracoli e resti così per sempre magnificata la gran potenza di Maria in quella sua portentosa Statua. E' per lo più tutta la Puglia assai scarsa di piogge, e alle volte ne sono sì avare le nubi, che ne cagionano carestie. Tale fu l'anno 1686 e così arido che non cadendo dal cielo in tutto il corso dell'anno pioggia alcuna, le due cisterne del convento restarono affatto vuote, in modocché quei religiosi non sapevano come e dove provvedersi d'acqua per li loro quotidiani bisogni. A tanta necessità P. Salvatore di Morrone, guardiano allora di quella santa comunità, ispirato dal Cielo, ordinò che tutti i religiosi calassero in chiesa a pregare la Vergine loro Madre, in lode della quale cantarono le litanie. Finite le sacre lodi alla Vergine, portossi egli pien di fiducia con tuti gli altri alla cisterna più grande, che sta nel secondo Chiostro, ed in essa affacciatosi, trovò con meraviglia di quanti erano ivi presenti, trovò otto palmi d'acqua, quando poco prima non ve n'era una goccia. Ma quel che reca maggior stupore è che per lo spazio di tre anni giammai mancò dalla sua prima quantità, quantunque se ne attingesse di continuo ed in gran copia crebbero indi i prodigi, perché sparsa la fama di quel'acqua miracolosa ognuno andava a prenderne come reliquia, applicandola a qualsivoglia male e ne riceveva la salute in modocchè da quell'acqua furono illuminati più ciechi e guariti moltissimi infermi, come può farne fede fra gli altri il Sig. Barone di Rignano, che la mandò sino a Napoli, ove fece molti miracoli, per li quali sia per tutta l'eternità lodata Maria ed in Lei l'Altissimo, che si degna far tante meraviglie per suo mezzo onde con ragione cantò l'eruditissimo Geronimo Vida 'in hymn. Mag. Matr.' (Hymnus Magnae Matri Virgini, nota del webmaster) parlando colla stessa Madre di Dio:
Tu bellum, morbosque graves, pestemque famemque
Avertis, coelique minas, tot sospita mortes,
Tot clades, tot das miseris, evadere casus.
Utque mari magno jactatos turbine nautas
Servat Stella, Polo si tandem affulserit alto;
Sic tua lux, quaecumque instent, quaecumque premantur
Non regit, inque omni tutos discrimine reddit.
Serafino Montorio
La morte dell'eremo di Sant'Agostino - San Marco In Lamis
Servizio di denuncia ad opera del gruppo La Valle Degli Eremi di San Marco In Lamis (FG) sullo stato di degrado ed abbandono dell'Eremo di Sant'Agostino. Il video è stato girato il 9 Gennaio 2012
SUPERIORI DEL CONVENTO DI STIGNANO 1776-1972
1776 - P. Francesco da Rignano
1784 - P. Giovanni da San Nicandro
1785 - P. Francesco Saverio da S. Nicandro
1786 - P. Pierbattista da S. Giovanni Rotondo
1788 - P. Francesco Saverio da S. Nicandro
1789 - P. Pierbattista da S. Giovanni Rotondo
1790 - P. Antonio da S. Nicandro
1791 - P. Pierbattista da S. Giovanni Rotondo
1794 - P. Francesco Saverio da S. Nicandro
1797 - P. Piergiuseppe da S. Nicandro
1800 - P. Giovanni da Celenza
1801 - P. Francescantonio da S. Giovanni Rotondo
1802 - P. Antonio da S. Marco in Lamis
1803 - P. Matteo Antonio da Montesantangelo
1806 - P. Costantino da Serra
1806 - P. Raffaele da S. Severo
1810 - P. Andrea da S. Severo
1816 - P. Antonio da S. Marco in Lamis
1817 - P. Francescantonio da Lucera
1819 - P. Andrea da S. Severo
1823 - P. Gaetano da Foggia
1824 - P. Ferdinando da S. Marco La Catola
1830 - P. Giovanni da S. Giovanni Rotondo
1832 - P. Giuseppe Nicola da Celenza
1833 - P. Ferdinando da Manfredonia
1834 - P. Ferdinando da S. Nicandro
1835 - P. Nicola da S. Marco in Lamis
1837 - P. Ferdinando da S. Marco La Catola
1845 - P. Giuseppe da Celenza
1846 - P. Giuseppe da Montesantangelo
1847 - P. Luigi da Montesantangelo
1850 - P. Bonaventura da Foggia
1851 - P. Luigi da Montesantangelo
1853 - P. Francescantonio da Montesantangelo
1856 - P. Emanuele da S. Nicandro
1860 - P. Raffaele da S. Nicandro
1861 - P. Matteo da Foggia
1862 - chiuso
1863 - idem
1864 - P. Luigi da S. Marco in Lamis
1865 - P. Ferdinando da S. Nicandro - Ospizio di S. Marco in Lamis
Fino al 1885 il convento resta chiuso.
1886 - P. Michele da S. Marco in Lamis
1895 - P. Giuseppe da Montesantangelo
1896 - P. Michele da S. Marco in Lamis
1897 - P. Antonio da S. Marco in Lamis
1898 - P. Michele da S. Marco in Lamis
1899 - idem
1902 - nessuno
1903-1910 - P. Bonaventura da S. Marco in Lamis
1911 - P. Francesco da Trani
Fino al 1953 il convento resta chiuso.
1953 - P. Gerardo da Motta
1964 - P. Ruggero da Ascoli Satriano
1967 - P. Gerardo da Motta
Fino al 1974 superiore di Stignano resta P. Gerardo da Motta.

Chiuso il convento ed andati via i frati durante la prima guerra mondiale, ne ebbe cura un prete regolare del capitolo di S. Marco in Lamis, il sacerdote Tommaso Ianzano. Questi limitò la sua attività alla celebrazione della messa domenicale per i contadini della zona e a tenere aperta la chiesa nel periodo del pellegrinaggio a S. Michele.
Non potendo più il buon don Tommaso dimorare a Stignano per la sua tarda età, la decadenza fra il 1935 e il '40 si convertì in rapida morte. I resti di una biblioteca furono trasportasti a S. Matteo dai frati, preoccupati che non andassero a finire nelle mani dei privati o a rimpinguare in qualche modo, come si era illegalmente minacciato, la istituenda biblioteca provinciale di Foggia.
Il convento abbandonato a se stesso, fu in breve tempo spogliato e depredato di ogni cosa, finché sul finire della seconda guerra mondiale agli attivi e benemeriti frati minori successero, ahinoi!, come grotteschi inquilini, pecore e capre.
Pietosa fine!
Una rinascita di Stignano dalle sue ceneri doveva sembrare un'opera di vero miracolo di fede e di intraprendente tenacia, non inferiore a quella dei frati fondatori e dei Pappacoda.
Come nella grande così in questa piccola storia è da pensare a certi ritorni, coincidenze o ricorrenze concatenate di nomi, di persone o fatti.
Si avvertono non vichiani grossi ricorsi ma ritmici ritorni che lasciano pensosi.
Chi chiude, con un gesto di esasperata energia nel 1832 il pozzo contestato è padre Ferdinando da S. Nicandro. Chi riapre il convento, dopo gli effetti della legge Vacca, e vi ritorna con una certa soddisfazione, è lo stesso padre Ferdinando. Chi nel 1915 ordina la definitiva chiusura di Stignano è il provinciale padre Anselmo Laganaro. Chi nel 1953 acconsente alla riapertura del convento è lo stesso padre Laganaro. Ci risulta che l'assenso fu dato con titubanza e scetticismo, richiamandosi forse il provinciale a tristi precedenti. Egli comunque vi acconsentì perché trascinato dalla tenacia intraprendente di un giovane padre.
Era il maggio odoroso e la valle si mostrava agli occhi di padre Gerardo, docente nel collegio teologico di San Matteo e incaricato della settimanale celebrazione della messa, nell'ormai derelitto santuario, piena di incanti e di attrattive. L'idea di risiedere in quella valle, unita a quella di restaurare ab imis un monumento insigne per pietà religiosa, per venustà d'arte e interesse storico, divenne la ragion d'essere della sua esistenza. Ma la realizzazione di un programma tanto ambizioso comportava il superamento di una molteplicità di problemi di non facile soluzione. Tutto il plesso offriva uno spettacolo malinconico e pietoso di fatiscente rovina entro cui si aggiravano, non metaforicamente, pecore e capre di dubbia provenienza.
Prima di dar corso a ogni sia pur timido o audace tentativo bisognava anzitutto rimuovere due ostacoli inizialmente insormontabili: l'eliminazione di quello stazzo ignobile tra nobilissime pareti e il definitivo superamento della secolare controversia coi Centola. E nell'uno come nell'altro impegno il De Lorenzo mise in luce il suo carattere duttile non disgiunto però da garbo e fermezza insieme nel ricoprire ruoli diversi e talora apparentemente in contrasto. La sua pervicacia non disarmò di fronte a chi operava oltre la legge, ottenendo il definitivo allontanamento dal santuario degli occupatori abusivi e seppe chiedere con umiltà a chi per via di legge ne risultava comunque il legittimo proprietario. 
Ci riferiamo cioè al già citato padre Gerardo e al dottor Francesco Centola, medico e pediatra, erede dei suddetti Centola.
La chiesa è stata riportata alla sua pristina, semplice, austera bellezza: è stato abbassato il pavimento e si è ottenuto un migliore risalto dello slancio architettonico. Pareti e altari hanno riacquistato nel restauro una più armoniosa compostezza con rispetto della primitiva linea sobriamente decorosa. Uguale cura e premura abbiamo notato nei restauri dei due bei chiostri e nel rifacimento di celle, sale, refettori e altri ambienti razionalmente ridistribuiti. Se c'è da lamentare che qualche cosa, cara al volto di un tempo, è ormai scomparsa, ciò è da attribuire più allo stato rovinoso in cui essa è stata trovata e quindi all'impossibilità della conservazione e non tanto alle necessità imposte dai nuovi criteri di restauro; alludiamo al sacrato, al coro e, perché no, alla corale ritirata dei frati di una volta. Dopo tanto silenzio finalmente nel Natale del 1957 si 
Intelligenza viva, nativa sensibilità per il bello, profonda fede nei valori dello spirito e della ragione umana, padre Gerardo è anche un uomo aperto alla complessa problematica moderna perché crede nella forza intrinseca delle opinioni ma resta saldamente ancorato a quegli ideali che non sono tradizionali, ma di sempre, e che sono a fondamento non solo della cultura religiosa ma anche di quella civile e sociale.
Questo spiega l'enorme numero di amici e benefattori che è stato capace di crearsi assecondando quei fini della Provvidenza cui egli si richiama nei momenti difficili. Va anche aggiunto che egli si è caricato di un peso collaterale non lieve: la creazione di un orfanotrofio che è certamente la nota più viva, benefica e commovente della sua vasta operosità.
In tanto fervore di opere da padre Gerardo promosse si affianca anche l'attività saltuaria di convegni di studi, di periodi di esercizi spirituali per religiosi, di convegni di vario genere e di momentaneo riposo e di ristoro dai viaggi di pellegrini diretti a S. Giovanni Rotondo e Montesantangelo, nonché la istituzione del sodalizio di cultura 'Contardo Ferrini' e di un centro di addestramento professionale.
E' necessario però dare all'’Oasi’, come bene è stata ribattezzata, un più lungo e sicuro respiro.
Ci si augura che tutto ciò non si concluda, come purtroppo sta accadendo (grassetto del webmaster), come iniziativa personale di un solo frate, destinata cioè a durare la vita dello stesso, ma che si crei una permanente famiglia religiosa continuatrice di un'opera di così alto valore religioso, umano e civile.
