Luigi Russo, I narratori (1850-1950, Casa editrice Principato Milano-Messina 1951, pp. 204-208 Marinetti Filippo Tommaso. Luigi RussoNato ad Alessandria d'Egitto il 22 dicembre 1876; morto a Bellagio nel 1944. Scrittore italo-francese. Tra il 1904 e il 1914 ebbe celebrità italiana ed europea, come inventore e promotore del futurismo. Ora che il futurismo si è rifugiato, come una religione esaurita, nei pagi, nei vichi delle ultime città di provincia (Marcianise di Terra di Lavoro, Canosa di Puglia, Catania, ecc. ecc.), ed il suo duce si lascia scappare frasi malinconiche sulla gloria che passò, è possibile discorrere, sine ira et studio, di cotesto rumoroso episodio della vita letteraria novecentesca, e definire nei suoi termini reali l'opera del suo principale protagonista. Non è qui lecito peraltro accennare ad alcuni complessi particolari del futurismo, ma, visto, così, sinteticamente, esso può definirsi che un movimento di avanguardia un movimento di retroguardia (avanguardisti oggi, in Italia, non ci sono che i filosofi, i quali si compiacciono invece di indossare la giornea d'ordinanza dei conservatori): il futurismo liquida il vecchio adempiendo alle funzioni precipitose delle squadre di polizia in un esercito in ritirata, ma non inizia il nuovo; esso non è tanto la vita presente e ancora meno il futuro, quanto semplice negazione del passatismo; non è il lievito di una nuova civiltà letteraria, ma chiude catastroficamente il secolo del romanticismo; non esprime nuove tesi, ma esaspera fino all'assurdo alcune esigenze nascoste nel decadentismo europeo. Per molti lati, e per quel che si riferisce specialmente all'Italia e agli immediati progenitori, i futuristi sono degli sconoscenti scolari del D'Annunzio e del Pascoli; dall'uno hanno derivato il dilettantismo delle sensazioni, che, sintatticamente, è tradotto nelle immagini in libertà, dall'altro hanno imparato i modi ineffabili ed esclamativi che necessariamente e facilmente si trasmutano nel più gretto materialismo verbale, nella riproduzione fonica della realtà esteriore e meccanica. Giovanni Pascoli, quando non è poeta, o è un esclamativo o fa il verso agli animali; e il futurista o condensa tutta la sua poesia in un ah, o riproduce le voci del mondo nella loro immediata rozzezza. Così, anche le parole in libertà sono la dissoluzione pura e semplice di quella sintassi fittizia che reggeva alla meglio l'infinita collana delle immagini nella prosa dannunziana; e lo stile del Notturno, in cui i futuristi vedrebbero gli insegnamenti del loro lirismo sintetico, con le sue spezzature, con i suoi versetti rapidi, con la simultaneità delle sue rappresentazioni, è invece un dialettico sviluppo dell'originario sensualismo dannunziano che quanto più si avviava al suo affinamento e idealizzamento, tanto più si faceva lieve, aereo, veloce; e non si crederà mai il contrario che il D'Annunzio abbia riveduto la sua prosa sui compiti dei suoi scolari. Il futurismo dunque non è un movimento originale e indipendente, ma subisce dalla storia la sua direzione e il suo programma: e i futuristi, più che duci ed alfieri, sono semplici reclute, reclute rumorose, perché troppo ignoranti. Quanto al Marinetti in particolare, sarebbe difficile sostenere che il suo sia un temperamento di poeta e di narratore; ci avvicineremo di più al vero, se, senza intenzioni ingiuriose, definiamo il Marinetti un attore. Dell'artista della scena difatti egli ha le phisique du róle: l'enfasi teatrale (tutte le sue opere, in prosa o in versi, hanno un tono “montato”, non si leggono ma necessariamente si declamano); e una versatilissima mimica, per la quale ogni sua pagina, anche graficamente, ci dà la sensazione fisica della persona dell'autore, atteggiata in un virtuosissimo e volubilissimo sforzo muscolare; e il gusto di sorprendere, disorientandola o esasperandola, l'aspettazione del pubblico; e quel mediocre fervore, proprio della gente di teatro, per il quale egli ha potuto scaldarsi a freddo e investirsi delle parti più assurde e più diverse. La sua opera ci apparirebbe, da questo lato, una mostruosa facezia romantica, recitata con quella consapevolezza critica che fa sempre superiori gli attori alle folle che applaudiscono o urlano: sennonché non sempre il Marinetti ha saputo discernere i limiti della “finzione scenica”, ed egli talvolta è rimasto vittima sentimentale del suo stesso allegro inganno e ha finito con l'attribuire un significato simbolico e messianico e un valore organico alla sua estemporanea “commedia dell'arte”. Quando il Marinetti ha avuto di tali debolezze, egli ha mostrato troppo apertamente quali profondi vincoli di sangue lo legassero al pubblico più passatista e convenzionale d'Italia. Manifesto del futurismo, pubblicato nel 1909 in Francia su "Le Figaro"Pure un merito reale, sebbene frammentario, riserba la sua opera, del quale forse l'autore stesso è scarsamente consapevole, e del quale non si sono mai avvisti molti suoi maldestri apologeti: il Marinetti ha una sua maschile sanità che si riflette nell'opera dello scrittore, ispirando una grottesca e mostruosa parodia della letteratura sessuale dei nostri giorni. In un tempo in cui il sensualismo si è affinato fino al misticismo, e le giostre dei sensi sono cantate, esaltate, e divinizzate come si trattasse di vere epopee cavalleresche, il Marinetti ha mostrato uno spirito gioviale e beffardo, direi, se non fossi frainteso, rabelesiano o folenghiano, nell'ingrandire sino alla mostruosità tutto ciò che è osceno e carnale: i maschi del Marinetti non sono uomini ma giganti, e le loro imprese erotiche gareggiano con quelle di Marte e di Venere di tassoniana memoria (si ricordi lo stupro Lo stupro delle Negre, in Mafarka il futurista), mentre d'altra parte tutta la vita, anche nei suoi simboli più casti o nei suoi strumenti più meccanici, è rappresentata con ossessionanti immagini sessuali, dalla Patria alle mitragliatrici o alle autoblindate, che apparirebbero alla sua fantasia grottesca come amanti d'acciaio. Da tali rappresentazioni, dove serpeggia una lieve intenzione caricaturale, scoppia spesso una schietta comicità che purifica il racconto da ogni equivoco profumo di spirituale sensualità e che giustifica il grottesco delle immagini. Ma si tratta di semplici frammenti: poiché al Marinetti, come ad altri migliori futuristi, manca la lena per dare un'espressione compiuta ed organica a quello spirito parodistico, che, come mostrano le più significative testimonianze della letteratura futuristica (dall'opera del Palazzeschi a quella del Folgore), sarebbe la vena più schietta di cotesto movimento, il quale, però se è stato ricco di programmi, manca di avere avuto finora il suo Folengo o il suo Tassoni. Opere di carattere dimostrativo-narrativo del Marinetti: 1. Mafarka le futuriste, roman africain (Paris, Sansot 1910 ; in italiano, Mafarka il futurista, trad. da Decio Cinti, Milano, Poesia, 1910) ; 2. La Bataille de Tripoli (Milano, Poesia 1912) ; 3. Le Monoplan du Pape, roman prophétique en vers libres (Paris, Sansot 1912); 4. Zang-tumb-tumb: assedio di Adrianopoli: parole in libertà (Milano, Poesia 1911); 5. Come si seducono le donne (Firenze, Edizioni di cento mila copie, 1917) ; 6. Cinque anime in una bomba (Milano, Facchi, 1919) ; 7. Democrazia futurista (ivi, 1919) ; 8. L'Alcova d'acciaio (Milano, Vitagliano, 1921) ; 9. L'indomabile (Piacenza, Porta, '22); 10. Novelle con le labbra tinte (Milano, 1930); 11. Il fascino dell'Egitto (ivi, 1933); 12. L'aeropoema del Golfo della Spezia (ivi, 1935) ; 13. Il poema africano della divisione 28 ottobre (ivi, 1937). [...]
Giuseppe Cauda, Chiaroscuri di palcoscenico, Savigliano 1910, pp. 192-196 Leopoldo FregoliNon creda il lettore ch'io intenda ritessere, per la millesima volta, la ben nota istoria di Leopoldo Fregoli (1867-1936) dal giorno in cui, soldato in Africa, per far trascorrere piacevolmente il tempo ai suoi compagni e superiori, inventò il trasformismo, né ch'io voglia seguirlo, passo passo, nella sua lunga e radiosa carriera artistica. Di Fregoli, conquistatore del mondo, tutti conoscono vita, virtù e miracoli, come si suol dire, e di nuovo, ormai, più non saprei che cosa aggiungere. Tutt'al più, ciò che moltissimi ignorano, si è che Leopoldo Fregoli non è solo un vero creatore ma altresì un vero filantropo, il quale fa del gran bene, per schietta bontà d'animo, tenendolo celato più che può; il che è doppiamente commendevole. Si può infatti affermare senza esagerazione ch'egli ha profuso un patrimonio in opere di beneficenza, aiutando artisti, amici, conoscenti; senza contare tutte le rappresentazioni che dà durante l'anno a totale vantaggio di questa o di quell'altra Istituzione. Un cuor d'oro, infine, l`unico oggetto, come ben disse Ferdinando Busso, che Fregoli non seppe trasformare. Ciò premesso vengo al mio scopo, ch'è semplicemente quello di segnalare un'avventura assai graziosa accaduta non è molto tempo a Fregoli, avventura che per un mero caso non fu nota, epperciò non propalata dai giornali. Ecco di che cosa si tratta: Leopoldo Fregoli, partito da Roma per Parigi, sentendosi stanco del viaggio si fermò in una cittadina e prese alloggio al primario Hôtel, per riposare, coll'intenzione di partire all'indomani, lasciando che il suo seguito proseguisse intanto per la capitale francese. Dopo aver dormito pacificamente, Fregoli si alzò abbastanza di buon'ora, tutto ilare, e mentre si stava abbigliando, si diede a ripassare una nuova scenetta di sua composizione, nella quale figurano tre personaggi: la moglie, il marito e l'amante. Naturalmente Fregoli cambiava la voce, come sa far lui, a seconda del personaggio che sosteneva. Uno dei camerieri, udendolo, stette ad ascoltare e rimase altamente sorpreso di sentire delle voci di diverse persone mentre non aveva veduto entrare anima viva nell'appartamento di Fregoli. Egli chiamò allora qualche suo compagno e in pochi minuti davanti all'apparlamento del celebre ma pur ignorato trasformista si trovarono riunite altresì parecchie persone che si trovavano nell”Albergo. Leopoldo FregoliD'improvviso, dall'interno della camera occupala da Fregoli, si udì una voce di donna esclamare: - Ah! pietà di me! - Perdonami! ...Non uccidermi!... A questa seguì una voce d`uomo, che diceva con tono supplichevole: - Risparmiatela, ve ne scongiuro!... ll solo colpevole sono io! ... Vendicatevi su di me!... Ma tosto un'altra voce d'uomo, interrompendolo, gridava rabbiosamente : - No! ... non ti perdono, sgualdrina"... E non risparmierò neppure lui!... A siffatte parole ad uno dei camerieri fu ordinato di andar a chiamar subito un connnissario di polizia mentre gli altri picchiavano furiosamente alla porta della camera, per impedire che awenisse una tragedia. In seguito ai replicati colpi e all'intimazione di aprire, cessarono tosto le grida e l' uscio si spalancò d'un tratto. Tutti fecero irruzione nella camera e non vedendo che Fregoli tutto calmo e sorridente rimasero di stucco. Qualcuno si chinò per vedere se c'era qualche persona nascosta sotto il letto e qualche altro aprì l'armadio, ritenendo che in esso si fosse celato qualcuno. Ma non si trovò anima viva neanche nel salotto vicino. Prima che i presenti si fossero riavuti dalla sorpresa, Fregoli, che in cuor suo se la godeva per il tiro che, involontariamente, aveva giuocato atante persone, domandò colla massima pacatezza: - Infine, si può sapere che cosa significa tutto ciò? ... Che cosa avete"... Chi cercate"... - Scusi, lei non era in compagnia d'una signora e di un'altra persona? gli domandò un cameriere. - Come vedete sono affatto solo! rispose Fregoli. - Ma le voci e le grida che si udivano"... azzardò un altro. - Sono tutte mie, assolutamente mie! - Possibile! esclamò qualcuno. - E' tanto possibile che posso fornirvene senz'altro la prova. E ciò detto Fregoli cominciò a rifare le voci ch'erano state udite prima. Leopoldo FregoliMan mano ch'egli cambiava voce i presenti spalancavano sempre più gli occhi e la bocca non potendo prestar fede a tal miracolo. In quella comparve il commissario di polizia, seguito da due agenti; egli fu tosto messo al corrente della cosa. Il commissario, dopo avere squadrato Fregoli da capo a piedi, gli domandò alquanto seccato: - Ma lei chi è? - Oh! un uomo come lei, né più né meno! dichiarò Fregoli. Soltanto ho a mia, disposizione diversi organi vocali, dei quali mi servo per divertirmi e per divertire anche il pubblico. - Dunque lei è? ... replicò il commissario. - Un trasformista che gira il mondo... - Toh! E con questa professione si guadagna del denaro? - Eh, sì!... Passabilmente, giacché non mi produco sempre gratis .... come ho fatto ora per compiacere questi signori! - Ma sa che lei è un bell'originale e quasi, starei per dire, un delinquente? osservò tra il serio e il faceto il commissario. - Dica pure che sono un delinquente nato e sarà nel vero!... - Come sarebbe a dire? - Sicuro! Dal momento che da tanti anni estorco applausi e quattrini al pubblico... Dopo questa dichiarazione, che suscitò la generale ilarità, Leopoldo Fregoli, più raggiante che mai, fece portare dello champagne ed innalzando i calici, il commissario, non solo rabbonito ma esultante, e tutti gli altri si congratularono della gradita conoscenza fatta e brindarono alla salute ed alla prosperità dell'incomparabile trasformista.
Leopoldo FregoliGrandi Fans per Fragoli (1867-1936) ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/08/20/grandi-fans-per-fregoli.html Barcellona - Imprevedibile musa, Leopoldo Fregoli abita la memoria e i racconti di Joan Brossa e di Antoni Tàpies. A lui i due maestri dell' avanguardia catalana hanno dedicato un libro che è in sé un' opera d' arte: un "oggetto poetico", nel linguaggio di Brossa. Pensando a lui hanno immaginato spettacoli ed esposizioni, su di lui hanno scritto poemetti e poesie facendone un interlocutore ideale: Fregoli, o l' uomo senza confini, simbolo dell'arte senza aggettivi. Ma perché Fregoli? Cosa accomuna Joan Brossa, uno dei fondatori del gruppo Dau al set (la settima faccia del dado...), da 50 anni silenzioso animatore dell'avanguardia catalana, il suo più celebre compagno-allievo Antoni Tàpies, sulle cui sculture-calzino il mondo dell'arte dibatte, e il pirotecnico, disordinato e in patria poco celebrato Fregoli? Joan Brossa ascolta la domanda seduto in poltrona in una casa amica, protetto dalla città che cambia. Dice:
“Fregoli è tutti gli uomini e nessuno, è tutte le arti insieme. Della vita ci ha detto l' ironia e il mistero. Ci ha insegnato a dubitare di tutto e a credere in tutto. Più cerco, dentro la sua storia, è più trovo mille storie, una storia sola e insieme anche la mia".
Ha 73 anni, mani ruvide come i suoi vestiti, grandi occhiali spessi, una voceche arriva dal fondo. Sulle ginocchia tiene quel suo vecchio libro, suo e di Antoni Tàpies: la firma "Fregoli" è riprodotta sulla grande copertina di velluto rosso. Lo sfoglia piano.
“Non è proprio un libro, è un oggetto, vede. E' un poema. Ne abbiamo fatti pochissimi, mille mi pare, proprio perché era un discorso tra noi. Tra me, Antoni, Leopoldo Fregoli e i nostri amici”.
Ci sono poesie, calligrammi, giochi. Foto d'epoca, disegni, metamorfosi. Tàpies ha dipinto delle tavole, Brossa ci ha messo dentro qualche pezzo della sua straordinaria collezione di oggetti di Fregoli. Una collezione unica: è stata esposta, qualche volta, ne esiste un piccolo catalogo quasi clandestino. Dunque, qual è il legame? Quale il filo che unisce il trasformista che nel 1900 a Parigi incantava l' Olimpia e l'uomo dei poemi- oggetto, amatissimo da Mirò, riconosciuto capofila dell'arte catalana del dopoguerra? Lo spiega Antoni Tàpies, in uno scritto:
"Brossa è l' esempio vivente dell' inesistenza dei limiti, dell'arte senza frontiere e della distruzione dei generi artistici. Sa molto bene che né il teatro è solamente quello che è scritto in un libro né l' arte della prestidigitazione un puro esercizio di manipolazione delle carte. Così come un repertorio di nasi e di baffi non basta per diventare Fregoli. Ma il suo paradosso va ancora più in là, perché non c'è nessuno meglio di Brossa per trarre materia poetica da una carrucola o dallo stipite di una porta. Brossa della magia e dello striptease, dei mille e uno libri di poesia, della corsa in bicicletta senza mani e senza denti. Noi pittori da giovani lo abbiamo ammirato e, forse, a volte, devastato".
Joan Brossa si dondola sulla poltrona e sorride. Che noia parlare di sé, che cosa vana. Preferirebbe, visto che è in compagnia di italiani, parlare ancora di Fregoli.
Leopoldo Fregoli"In Italia non lo avete capito, o non vi interessa, chissà. E' considerato un cabarettista, più un fenomeno da circo che un poeta. La vostra tv ne ha fatto uno sceneggiato in cui appare come un buffone. Fregoli non era così. Era un uomo straordinario. Voi non vi potete ricordare, nessuno si ricorda, ma mia madre mi racconta che quando Fregoli venne a Barcellona, ai primi del secolo, fu accolto come un re. Era sicuramente l' italiano più famoso dell'epoca; come Caruso, forse, ma in un certo ambiente di più. Ho conosciuto una sua vecchia aiutante, che mi ha raccontato i suoi segreti. Passava dietro un sipario, in un attimo, e compariva un'altra persona. Avete visto cosa ha fatto scrivere sulla sua lapide? Più o meno: 'Qui sotto c'è Leopoldo Fregoli, nella sua ultima e più riuscita trasformazione'. Geniale. Conoscete il Fregoligrafo? Le pellicole che proiettava velocissime all'indietro alla fine dei suoi spettacoli. Fu amico dei Lumiere, il primo a capire davvero come si usa il cinema. Le cose che faceva allora sono l'avanguardia cinematografica di oggi. E il suo teatro, è l'anticamera del teatro surrealista".
Anche a proposito di lei, Brossa, i critici parlano di surrealismo. Dicono "post-surrealista", o "post-dada". "Ma che vuole, mi hanno visto passare da una strada e mi associano al nome di quella via, ma io ci sono solo passato camminando. Si cambia, si è tutto in una volta e molte cose nel corso della vita". Come Fregoli.
"Sì, però poi voi in Italia avete avuto il fregolismo, il trasformismo politico. Allora la parola ha assunto un tono sgradevole. E' stato dopo, la storia. Leopoldo Fregoli non era uno che metteva la maschera per ingannare il pubblico. Non imitava, si rivelava da angoli diversi. Come Petrolini, direi. Solo che in Petrolini c' ra più satira, più cattiveria verso il potere: erano altri tempi, un'altra Italia. Ma il tono di fondo è lo stesso, tra Fregoli e Petrolini: come un disincanto, un'ironia inossidabile, appena appena triste... Fellini lo ha visto bene, lui che ha amato tanto gli anni del varietà, quello spirito, come fosse una categoria universale, una condizione esistenziale. Forse Fellini potrebbe raccontare la vita di Leopoldo. La magia, l'incanto, il mistero, l'inganno che sa solo rivelare. La poesia degli oggetti".
La poesia degli oggetti, un manifesto per l'avanguardia catalana. "Le parole sono cose", si intitolava la prima grande esposizione che nell'86 la Fundacion Mirò di Barcellona dedicò a Brossa, che allora aveva già 67 anni. Nel catalogo della mostra scriveva Maria Lluisa Borràs, profonda conoscitrice di quegli artisti e di quegli anni: "I materiali con cui Brossa ha costituito la sua opera escono dalla vita quotidiana del suo popolo, dall'attraversare a piedi la sua città da un capo all'altro. La sua attenzione è attratta da tutto ciò che sembra essere quello che in realtà non è, quel che si nasconde dietro l' apparenza, la finzione". Il circo, il mimo e i pagliacci, ogni tipo di trasformismo, incluso lo striptease. I giochi di magia.
"Ho conosciuto quel Brachetti, il giovane italiano. E' venuto da noi, a vedere la collezione. Ne è rimasto impressionato. Poi l'ho convinto a fare un piccolo spettacolo per noi. E' bravissimo. Si cambia di frac in un attimo, non capisco come fa, non vedo il trucco. Lo ha ripetuto molte volte, ma non lo scopro".
E non glielo ha mai chiesto?
"Ma no, sarebbe così indiscreto... Non si può chiedere a un artista il segreto della sua arte. Non si va nei camerini, non si chiede mai 'come si fa?'. Lei lo avrebbe chiesto a Picasso? No, l' arte è quel che si vede. La differenza, con Fregoli, è che di lui si vedeva tutto, ma restava intatto il mistero...".
Donatella Orecchia, Autobiografie umoristiche d’attore: Ettore Petrolini, Università Tor Vergata, S. D. Una delle pagine di "Abbasso Petrolini" del 1922[…] Partiamo dunque da Abbasso Petrolini!: una scrittura dalla forte componente autobiografica che, tuttavia - se facciamo riferimento alla definizione proposta da Philippe Lejeune - non può essere rubricata a pieno titolo all’interno del genere. Il patto autobiografico fra scrittore e lettore, sancito attraverso l’esplicita coincidenza dell’autore con il protagonista del racconto, non è qui pienamente onorato. Se, infatti, in copertina campeggia una caricatura di Ettore Petrolini, con corona e scettro come il re delle risa e con i salamini della sua macchietta più famosa e, per ribadire il concetto, nella terza pagina del libro è stampato un bel ritratto fotografico in primo piano di Petrolini - giacca, camicia bianca, elegantissimo e serissimo - e se il titolo del volume rimanda esplicitamente all’attore quale soggetto del racconto, l’elenco degli autori sul frontespizio è lungo. Disposti in una lista in ordine di apparizione nel testo, leggiamo: Ugo Ojetti, Fernando Paolieri, Lucio D'Ambra, Massimo Bontempelli, Marco Ramperti, Paolo Buzzi, Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Levi, Eugenio Settimelli, Orio Vergani, Luciano Folgore, A. Orsi, Bruno Corra, Silvio d’Amico, Paolo Mazzuccato, Gordon Craig, Pietro Pancrazi, Mario Dessy; solamente al fondo compare il nome di Ettore Petrolini. Uno fra gli altri. L’ultimo fra i tanti. Eppure poi, nel primo capitolo dal titolo Non ti à piaciato?, Petrolini si autodenuncia l’autore effettivo del libro (Prevedo già un’accusa gravissima. Quella di avere scritto un secondo libro dopo il primo - Ti ha piaciato? - che risultò il libro più stupido, più strafalcionesco e più venduto di tutta l’era volgare). Ci troviamo già qui di fronte ai tratti caratterizzanti di una scrittura che gioca sottilmente con l’antifrasi (Abbasso Petrolini!), che ha come oggetto esplicito quel volto vero (del ritratto) e il suo rapporto con la sua deformazione artistica in parodia umoristica (Petrolini in caricatura di Salamini) e che accenna a una questione di grande rilevanza mettendo in campo un’autorialità ambigua e plurima. Il testo è nettamente suddiviso in una parte introduttiva, un racconto autobiografico propriamente detto (relativo agli esordi dell’attore), una sezione di raccolta di cronache sui primi anni della sua attività artistica a firma varia (gli autori sopra indicati) e una breve conclusione in cui Petrolini riprende la parola in prima persona. La prima sezione si apre con l’autolegittimazione alla scrittura, che è innanzitutto l’autolegittimazione dell’attore comico a prendere parola per scritto, prima che a scrivere un’autobiografia e garantirne la veridicità: l’autolegittimazione di un rappresentante della cultura popolare e di un genere popolare, orale, a essere autore e confrontarsi in modo critico con la cultura borghese, scritta. Da questo punto di vista, il soggetto (attore comico popolare di inizio Novecento) ha problematiche analoghe a quelle messe in luce da Linda Anderson a proposito di soggettività altre rispetto a quelle che la cultura ottocentesca era solita ritenere degne di esprimere per scritto la propria vita. Nell’affrontare la questione, tuttavia, Petrolini percorre - rapidissimamente e paradossalmente - un doppio cammino: una via, cioè, e contemporaneamente, il suo capovolgimento. Da un lato, la via dell’affermazione artistica presso la cultura borghese del tempo, riscattando così se stesso e la propria arte dalla condizione d’inferiorità alla quale il comico e quello del teatro di Varietà in particolare sono costretti (scrive un libro, scrive il racconto della sua vita, raccoglie le critiche del mondo intellettuale sulla sua arte); contemporaneamente, la via del capovolgimento parodico e della desublimazione radicale dei valori di quella cultura che lo sta accogliendo (scrive sotto il segno dell’idiota ciclopico Salamini, e con ciò si fa beffe del Soggetto, psicologicamente e linguisticamente definito). Ettore Petrolini nel 1902E così, ai critici, che all’uscita del suo primo libro del 1915 (Ti à piaciato?) gli avevano mosso l’accusa di non essere all’altezza della scrittura (27), di non avere la cultura sufficiente, qui, a distanza di anni, risponde, non a caso attraverso Salamini riprodotto in caricatura, con la sua retorica paradossale. Ho studiato (scrive): ma cosa? La Guida Monaci, l’orario delle ferrovie, il Calendario gregoriano, la Tavola pitagorica e le Leggi delle Dodici Tavole: cataloghi, regesti, calendari; luoghi di sintesi di culture diverse, in una accumulazione di dati solo apparentemente arida, nella forma del catalogo anziché della scrittura d’arte. Nel paradosso, si palesa qui una verità: quella di un tipo di controcultura che si confronta con i luoghi in cui si è cristallizzato il sapere collettivo, anche nella sua forma più prosaica e funzionale, oppure, come nel solo caso di un autore letterato citato, Tagore (premio Nobel per la letteratura nel 1913), di una cultura lontana da quella occidentale entro cui si muove la decostruzione parodico-critica di Petrolini. Affermata la propria legittimità a scrivere, prima di iniziare il racconto vero e proprio, Petrolini inserisce alcune pagine di polemica contro i suoi imitatori nelle quali, sebbene non esplicitamente, si coglie la vera ragione che lo ha spinto a pubblicare: affermare il suo primato come comico grottesco e parodista (29), contro tutti gli imitatori e plagiatori (30). Pertanto, se il racconto vero e proprio della sua vita artistica parte ricordando gli anni che precedono il suo ingresso nel mondo del Varietà, fra piccoli teatrini di provincia e in compagnie d’infimo livello, non è solo per un’adesione alla struttura classica delle scritture autobiografiche teatrali ottocentesche, ma anche e soprattutto per testimoniare la verità della propria primazia artistica e il suo radicarsi in un periodo di formazione ai più sconosciuto ma fondamentale: prima dell’arte, prima di essere Petrolini dei Salamini, Petrolini cos’era? Ci sono i viaggi (i lunghi viaggi a piedi, nei treni di terza classe, in nave), la fame, i contratti rifiutati, i litigi con i compagni e il pubblico inferocito; ci sono precisi e dettagliati i nomi delle città, dei teatri, degli impresari delle piccole compagnie popolari di giro: “una vita selvaggia, allegra e guitta, e un’educazione a tutti i trucchi e tutti i funambolismi, dinanzi a un pubblico, che mangiava i lupini rinsaviti nel sale e tirava le bucce in palcoscenico”. Sono gli anni di apprendistato che insegnano a Petrolini qualcosa di fondamentale: a osservare la vita, tutta, ad accumulare dentro di sé, e proprio nell’esperienza della miseria, un tale stock di comicità che da allora in avanti potrà cogliere al volo la verità del mondo, proprio nel suo lato grottesco e imbecille. La narrazione, tutta costruita con i tempi del passato remoto e dell’imperfetto quali tempi storici principali, è dunque innanzitutto il racconto della formazione di uno sguardo e di una sensibilità artistica, prima ancora che questa si faccia gesto compiuto. Terminato il racconto degli anni di formazione, si chiude la prima parte del libro e l’attore lascia la parola agli altri autori. La lunga parte centrale di Abbasso Petrolini! è occupata, infatti, dalla raccolta dei più interessanti interventi di critici a lui contemporanei usciti sui quotidiani o in rivista fra il 1910 e il 1922 (ossia la stagione del Teatro di Varietà). Gli autori sono quelli indicati in copertina. Sembra che Petrolini ci ricordi, fra le righe, che l’autobiografia, intesa come racconto della vita teatrale, è in qualche misura collettiva, polifonica, irriducibile a una sola voce, quando anche il soggetto sia unico: è una costruzione che si compone attraverso l’espressione di più punti di vista, quelli provenienti dal palco e quelli della platea. Così come è il teatro sempre, ma in particolare il Varietà, arte dialogica e polifonica per eccellenza. Tutto ciò mette in campo necessariamente anche un altro aspetto, al quale possiamo solo accennare: il rapporto fra celebrazione di sé, divismo e autobiografia. Questa scrittura di Petrolini va infatti certamente anche nella direzione di un’autocelebrazione; eppure è un’autocelebrazione molto particolare, molto lontana dal divismo che si sta affermando fra gli anni Venti e Trenta del Novecento : nessun riferimento alla vita privata, nessuna strategia per la costruzione di una personalità extra-artistica che valga come sostituto in una nuova forma di culto. Al contrario, il continuo richiamo alla dialettica palco e platea, teatro e storia, arte e critica, che è un modo per tenere radicato entro il conflitto dei punti di vista e della storia delle idee quella personalità che invece la logica propria del meccanismo divistico vorrebbe rendere assoluta, astratta dalla storia, autonoma persino dall’aspetto artistico, insomma mitica. Abbasso Petrolini! può essere letto dunque come un autoritratto anti-mitico, in cui la costruzione polivocale complessiva (che comprende anche l’antologia della critica) è il risultato di una consapevole scelta di moltiplicazione dei punti di vista e dei linguaggi della narrazione: molti autori e un soggetto che si moltiplica nelle tante immagini che i racconti propongono, da molti punti di vista, e la cui sintesi, precaria e paradossale, è Salamini che ritorna in chiusura a siglare il tutto. [...] 27 Silvio d’Amico interverrà anche su Abbasso Petrolini ! con parole che evidenziano tutta la lontananza di sensibilità culturale del critico da Petrolini, esponente di un mondo e una cultura: “il nostro Ettore non s’è contentato di riprodurre i giudizi pronunciati da critici di tutti i calibri sul conto suo; ma s’è messo a discutere, sul serio, della sua arte, e del suo significato, e dei suoi imitatori, eccetera; con un piglio tale che, a un certo punto ci ha preso il terrore di trovare anche qui dentro il ‘problema centrale’”: Il trovarobe [Silvio D’Amico], Petrolini esagera, in L’Idea nazionale, 13 gennaio 1923. 29 Già nel 1914 Petrolini aveva scritto al direttore del Cafè Chantant, una delle riviste più importanti nel settore: “Cinque anni or sono, quando io mi son voluto formare una personalità esclusivamente mia vidi ch’era necessario uscire dal campo della macchietta e del tipo satirico, campo in cui solamente Nicola Maldacea e Peppino Villani tenevano lo scettro. Tu ricordi, io ho importato la parodia, io ho abolito le definizioni di ‘comico nel suo repertorio’ oppure ‘comico macchiettista’ eccetera, e comparvero - per me - i primi aggettivi di parodista o di comico grottesco e di originalefantasticobizzarro e via di seguito ! […] La dinastia cominciò in America, dove per ben due anni non mi chiamarono che Sua Maestà Petrolini I. E non si accorgevano che mentre mi elevavano a monarca, io rappresentavo invece l’anarchia nel Varietà: E. Petrolini, A Francesco Razzi, Biblioteca Burcardo di Roma, Fondo Petrolini, Autografi e Carteggi, Coll. AUT-PETR-04-B01-02, poi in Ettore Petrolini, Petrolineide, Cafè Chantant, 20 luglio, 1914, p. 1. 30 Non a caso segue un lungo paragrafo dal titolo I miei imitatori (pp. 19-25) in cui Petrolini ribadisce il proprio primato e nomina gli attori che lo avrebbero imitato (o meglio plagiato). Ricorda Riccioli, Molinari, Spadaro, Catoni, Corradi, Lubrani. Quel che sottolinea con maggior forza non è tanto l’imitazione (che appartiene al genere del Varietà in cui l’imitatore è un ruolo previsto), quanto il non denunciare apertamente la cosa e soprattutto non comprendere nulla delle ragioni che motivano le sue scelte formali e stilistiche.
V. Tanzi, Nel Mondo, Firenze 25 Luglio 1913. Artisti celebri Leopoldo Fregoli nel 1900In uno dei precedenti numeri del Mondo, abbiamo pubblicata una fotografia, e relative note biografiche del nostro amico Cav. Leopoldo Fregoli, il quale ha dei veri e propri punti di contatto con Ettore Petrolini, tanto che parlando oggi di questo ultimo, saremo costretti in qualche modo a ripeterci. Il grande Tommaso Salvini, sono ahimè passati parecchi anni, al defunto Trianon di Firenze, ebbe parole di elogio e d'incoraggiamento per il Fregoli, parole che, a tanta distanza di tempo, ha ripetute a Petrolini e l'oroscopo anche questa, volta, non sarà mendace. Come Fregoli, anche Petrolini guadagnerà molto, addirittura tesori, con un meritato crescendo; ma non sarà mai ricco, ché la sua generosità supererà sempre le sue risorse. Molto cuore e poco cervello, come il fritto delle trattorie; questo è, e sarà sempre, il grande difetto di tutti gli uomini pari a lui. Parlare ancora di Petrolini è perfettamente inutile, è un voler ripetere quello che è stato detto da tutti, ed oramai il suo nome è conosciuto ovunque e va per il mondo sulle ali della celebrità. Egli ha creata un'arte nuova, assolutamente, senza imitare alcuno; è completo, grande di tutto e per tutto e tutto quello che fa, è fatto bene e nel suo programma, dal primo numero fino all'ultimo, si svolge un sapore speciale di comicità, con un vero intuito artistico, con un valore indiscutibile, contro il quale cade ogni critica, sia pure la più autorevole, la più severa. Come è naturale, il clou dello spettacolo, alle Follie Estive è formato da Petrolini il quale seralmente è costretto a concedere numerosissimi bis dato lo straordinario repertorio e la maniera geniale, assolutamente nuova con cui presenta le sue macchiette, arricchite da una prosa. piena di spirito, qualche volta salace; ma tutto si può dire, tutto piace quando è detto, come sa dire questo imperatore... della macchietta. Le sue creazioni: Il Conte, Napoleone, Il paggio Fernando, Rispetti moderni, e tante altre, che troppo lungo sarebbe elencarle tutte, continuano addirittura a spopolare, come suol dirsi in gergo petroliniano. Il pubblico viene trascinato all'entusiasmo, gli applausi sono unanimi, ben nutriti, continui, il fanatismo è al colmo, specialmente fra le signore che seguono questo eletto artista che è pieno di risorse e riesce a trarre grandi effetti dalla sua grande, immensa comicità. Solo Iddio è senza difetti, e anche Petrolini ha i i suoi, primo di tutti quello di farsi pagare un poco troppo caro, nessun artista del Varieté è quotato, finanziariamente parlando, quanto lui; ma come potrebbe essere diversamente? Sfido io, è l'artista di moda; e le cose di lusso costano necessariamente parecchi quattrini. Del resto basta il suo nome per fare rigurgitare di pubblico i teatri e non v'è confronto neppure il più lontano, fra quello che guadagna lui e quello che fa guadagnare alle imprese, le quali naturalmente se lo contrastano e se lo disputano. Concludendo: Ettore Petrolini è come la bionda mia bella bionda, della nota canzonetta, anche lui per il pubblico è come l'onda e naturalmente lo trascina... dove piace a lui!
Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?
Informativa sui cookie
I cookie ci aiutano a fornire, proteggere e migliorare i nostri servizi. Continuando a usare il nostro sito, accetti la nostra normativa sui cookie. Per approfondire clicca su 'Informazioni'.