Eremi di Stignano - Verso l'Eremo di Sant'Andrea (di A.Grana e T.Argod) Luogo: San Marco in Lamis (FG), Gargano (Puglia) Documentario sugli Eremi della valle di Stignano, in collaborazione con Ludovico Centola e Gabriele Tardio.
Castelpagano in una vecchia foto.Ma le torbide onde politiche degli avvenimenti umani raggiungono anche queste rive tranquille e ne turbano quella connaturale, perenne aura di serenità. Nei secoli XVII e XVIII Castelpagano perde importanza strategica: i padroni si trasferiscono altrove o scendono a valle, il piccolo centro abitato rapidamente si spopola e muore. Tutto questo, in un primo tempo, aumenta la pur varia fortuna di Stignano che ora diventa asilo sicuro a nobili e perseguitati politici, ora rifugio inquietante di avventurieri e briganti. Quando Napoli, nel luglio del 1647, fu scossa dall'effimera ma travolgente rivolta popolare capitanata da Masaniello, anche la provincia di Foggia ebbe per contraccolpo i suoi paurosi sussulti. Agli inizi del 1648, poiché molti nobili e signori di Foggia si erano rifugiati nel locale convento dei cappuccini, questo fu appunto il centro maggiormente preso di mira dalla rivolta del popolo. Si erano colà fortunosamente nascosti Pompeo Pignatelli, marchese della Paglieta. Giovanni Pignatelli, duca di Monte Calvo, con sua moglie e figli, Francesco di Palma con donna Carmela Gaetana sua moglie, Vincenzo e Carlo Pignatelli con altri fuggiti dall'ira del popolo già entrato in Lucera(Nota 1). Gran parte della nobiltà rifugiatasi nel convento proveniva quindi da Napoli coll'intento di raggiungere la vicina Manfredonia e porsi in salvamento, via mare, in luogo più sicuro. Ma, come si vede, incapparono in Foggia in un calderone rivoluzionario non meno bollente di quello di Napoli. In cotale frangente poco poteva l'autorità centrale con ordini di liberazione o di miti pene pecuniarie da infliggere al gruppo di questa nobiltà prigioniera. Lo stesso duca di Guisa che, come si sa, si trovava a Napoli per pescare nel torbido a suo favore, potè fare ben poco, inascoltato e dalla plebe e da parte della stessa nobiltà locale. Insomma tutti cercarono di salvarsi alla men peggio, alcuni rocambolescamente dandosi allo sbaraglio più verso i monti che verso il mare, donde la loro affannosa corsa verso S. Marco e, come prima tappa, al convento di Stignano (Nota 2). Il chiostro maggiore del convento di Stignano con il pozzale del Cinquecento.Intanto a Foggia un tal 'notar' Sabato Pastore, capo della rivolta e dominatore del popolo insorto, con Antonio Garofalo, detto il 'Caccaiuolo', circondava il convento con una gran turba dei suoi. Impose egli al padre guardiano e al marchese Pompeo Pignatelli che i nobili ivi rifugiatisi facessero atto di sottomissione e di ossequio all'improvvisata serenissima repubblica e al popolo napoletano. Senonchè i valentuomini trovarono, da parte loro, inaccettabile tale proposta. E pertanto i rivoltosi arrestarono il marchese Pignatelli e il duca di Monte Calvo e li tennero prigionieri a Palazzo Dogana. Eguale sorte sarebbe toccata anche ad altri nobili, ospiti del convento dei cappuccini, se costoro non avessero, in tale occasione, pensato di trovare un rifugio più sicuro nel nostro Stignano e poi a S. Marco. Infatti il principe di Casalmaggiore (Nota 3) ebbe la felice idea di travestirsi da cappuccino, e, accompagnato da altri due cavalieri, frati improvvisati anch'essi, scappò a Stignano, sfuggendo così a sicuri maltrattamenti e forse anche alla morte. Munite del salvacondotto popolare, ma pur trepidando per ovvii motivi, le signore, nascoste nel convento, credettero opportuno, via Stignano, trasferirsi da Foggia in un luogo più sicuro, e cioè a S. Marco. Ricordiamo tra le predette nobildonne la duchessa Pignatelli di Monte Calvo e donna Carmela Gaetana, consorte di Francesco Di Palma. Circa un secolo e mezzo dopo, raggiungendo queste rive remote il turbine provocato dai rivolgimenti francesi ed europei, Stignano fu ancora rifugio talora inquietante e discusso di seguaci di fazioni avverse, borbonici e bonapartisti. Piedritto interno del portale mediano della chiesa: croce francescana lobata con in basso il tau di San Francesco - Da Romano Starace.La battaglia decisiva per le sorti della capitanata e della Puglia si ebbe appunto a poco più di 10 chilometri da Stignano, presso S. Severo. Il Colletta parla di oltre tre mila morti (Nota 4), ma anche a ridurne il numero è da pensare che il tranquillo convento di Stignano, spettatore di orrori non inferiori a quelli del 1627, ebbe giorni di terrore e di smarrimento sia per la presenza dei francesi, inferociti dalla resistenza sanfedista, sia per il tumultuoso discendere dalle valli delle barbari (Nota 5) plebi di Montesantangelo, S. Giovanni Rotondo, S. Marco in Lamis e Rignano, accampate tra Castelpagano e Stignano, e sia per il contraccolpo alla ricerca di un asilo degli scampati alla sconfitta del 25 febbraio che ritornarono non meno tumultuosamente a riempire valli, grotte e caverne disseminate lungo le pendici. Certo è che sanfedisti sconfitti e nobili contrari al regime liberale credettero meglio inerpicarsi fino alle rupi di Castelpagano e starsene, più o meno sicuri, menando vita assai grama, tra le mura di quel castello e di quel casale ormai in rovina (Nota 6). Aver negato rifugio agli sconfitti non valse a salvare Stignano nel periodo bonapartista-murattiano dalle leggi repressive (del 1807 di Giuseppe e del 1809, più grave ed eversiva, del Murat) che colpirono i vari ordini religiosi; e certamente non lieti furono per i nostri frati di Stignano gli anni 1807-1815. Dei sedici conventi della provincia monastica di S. Angelo, Stignano fu uno dei sei che rimase aperto per decisione del governo murattiano. Tuttavia ebbe Stignano vita assai difficile, essendo stato destinato il convento a semplice luogo di concentramento, e cioè di raccolta di quei frati provenienti dai conventi imperiosamente chiusi. Il rescritto del Murat del 7 agosto 1809 risparmiava momentaneamente questi sei conventi:
S. Maria delle Grazie a Manfredonia, S. Matteo a S. Marco in Lamis, S. Maria di Stignano, SS. Pietà a Lucera, S. Maria Maddalena a Castelnuovo Dauno, Gesù e Maria a S. Martino in Pensilis.... La concentrazione di oltre duecento frati in sei conventi non potette realizzarsi. Invano l'intendente di Foggia, Giuseppe Charron, tempestava i sindaci dei comuni di Capitanata(Nota 7)
Stemma barocco del 1605, con le insegne francescane visibile sulla facciata della chiesa - Da Romano Starace.con una lettera del 6 dicembre 1811 con ordini, per quanto rigidi ed incomprensivi, altrettanto praticamente inattuabili. L'incubo suscitato dalle frequenti, ed in parte inascoltate, sollecitazioni dell'intendente, si dissolse, come neve al sole, nell'ottobre del 1815, a seguito della morte di Gioacchino Murat e i francescani di Stignano, sia pure con restrizioni di altra natura, imposte dal restaurato regime borbonico, poterono riprendere la loro fervida e feconda opera di bene. Una saggia condotta di discrezione e di riserbo dovette fruttare una relativa tranquillità ai frati durante la prima parte dei moti risorgimentali. Infatti nel periodo che va dal 1848 al '60, quando cioè l'Europa e l'Italia in particolare sono agitate da rivolgimenti politici e sconvolgimenti radicali, a Stignano ferve la solita vita religiosa. Questa nostra asserzione è confermabile, come si vedrà, da una nobile lettera del primo sindaco liberale del tempo, Antonio de Theo.
Eremi di Stignano - Verso l'Eremo di Sant'Andrea (di A.Grana e T.Argod) Luogo: San Marco in Lamis (FG), Gargano (Puglia) Documentario sugli Eremi della valle di Stignano, in collaborazione con Ludovico Centola e Gabriele Tardio.
Foto virtuale del Santuario verso la metà del Cinquecento. Ancora assenti la facciata a vela e l'abside, innalzate qualche anno dopo; il campanile e il caseggiato con fornice (1627) realizzazioni seicentesche. Il convento è a metà dell'opera - Didascalia e ricostruzione al computer di Romano Starace.Il periodo di maggiore splendore di Stignano è certamente legato ai secoli XVII e XVIII. Ma già alla fine del '500 il santuario ha fama e risonanza che oltrepassano i confini della Daunia. Doveva essere tale un punto di incontro per fervore di pellegrini devoti e per intensa attività di frati che il suo nome appare, sia pure nella dicitura inesatta di Strignano (Nota 1), nella famosa galleria delle carte geografiche vaticane, dipinte dal cosmografo Ignazio Danti in collaborazione del fratello Antonio. Dagli inizi del '600 a quelli dell'800 Stignano è stato senza dubbio un centro vitalissimo, fervido di opere, di pietà e di cultura. A mezza strada tra il morente Castelpagano e il nascente borgo di 'S. Marcuccio' (Razzi), che si avviava impetuosamente a divenire città, Stignano era il nucleo maggiore di attrazione. Alla fine del '500, essendo in crisi la badia di S. Giovanni in Lamis, denominata anche 'S. Matteo' già nell'ultimo periodo cistercense, i francescani di Stignano s'impongono per la loro molteplice operosità e si può validamente supporre che questi contribuirono, se non in modo determinante, alla presenza dei confratelli nella potente abbazia, e cioè al passaggio di possesso dai cistercensi ai Minori. Già essi sono insediati a Stignano da circa un ventennio e non poco deve essere stata l'influenza da loro esercitata verso le curie superiori di Lucera, di Manfredonia e di Roma. Non si potrebbe spiegare diversamente il grande prestigio cui pervenne Stignano che eccelle anche per la sua interna vita religiosa sia dottrinaria che culturale. Infatti l'efficacia di questo centro di vita è dimostrata dal fatto che "per tre secoli fu casa di noviziato per i frati della provincia di S. Angelo" (Nota 2), e vennero e vissero e operarono personalità di prim'ordine nel campo della pietà, della cultura e delle scienza: da fra Salvatore da Morrone a padre Michelangelo Manicone, ai sammarchesi padre Campanozzi e al vescovo Mancini. Schizzo del portale maggiore. Di nobile fattura, è raramente presente in queste forme in Capitanata. Ripropone nelle sagome degli stipiti, risvoltanti in fondo in senso orizzontale, e nell'arco a pieno centro, il disegno tipo del portale quattrocentesco - Testo e grafica da Romano Starace.A opere ultimate, quando cioè chiesa e convento, in piena efficienza, splendevano in tutta la loro bellezza, adagiati tra il verde della valle, ben poterono i frati chiedere un alto riconoscimento alla loro febbrile attività. E grande dovette essere la loro soddisfazione poiché ad imprimere il sigillo autorevole, come riconoscimento e premio a tante nobili fatiche, venne un futuro papa: il cardinale Vincenzo Maria Orsini che salirà il soglio pontificio col nome di Benedetto XIII (1724-1730). Essendo l'Orsini arcivescovo di Manfredonia, dopo un'intesa col vescovo titolare della diocesi a cui Stignano è sempre appartenuto, e cioè Lucera, la consacrazione ufficiale della chiesa, con manifesto giubilo delle due diocesi, avvenne nel 1679. Appena quattro anni dopo ha modo di ammirare tale splendore di opere congiunto a fervore di fede, un occasionale visitatore francescano, padre Agostino da Stroncone. Dalla sua relazione (Nota 3) per 'visita canonica' compiuta nel 1683 nella provincia monastica di S. Angelo, estrarremo quanto riguarda il convento di Stignano in quel tempo. E' una pagina di notevole interesse oltre che per una versione parzialmente diversa dall'originaria leggenda del cieco De Falco circa il ritrovamento della statua (in una cappella sotterranea anziché su di un albero), per la minuziosità delle annotazioni e il diligente elenco delle opere che costituiscono il vasto edificio di Stignano. Pur tra inesattezze evidenti (il cieco della leggenda è appellato coll'omonima valle di Stignano) e incertezze di un malfermo eloquio, di struttura scopertamente dialettale, per poca dimestichezza con la buona lingua, conserva essa nella sua espressione popolaresca ancora una fresca sensazione di vita operosa del convento. La trascrizione è naturalmente testuale, riprodotta direttamente dal manoscritto originale, tuttora inedito, meno qualche svista o trascorso di penna.
'Addì 28 settembre, detta messa a S. Severo, partissimo a 9 hore verso Stignano; camminassimo sei miglia il piano, passassimo un ponte di pietra, che si chiama ponte Cannellaro, singolare in Puglia ove non ho visto altri ponti, sotto cui passa un fosso con pochissima acqua, ma d'inverno copioso. Camminassimo poi ad accostarci al monte S. Angiolo, entrando per una selva; alla sinistra vedessimo sopra un'erta cima un castello, diruto, detto Casalpagano; et avanzati tre miglia tra doi coste del monte trovassimo il convento di S. Maria di Stignano, detto così perché un cieco chiamato Stignano, trovandosi una sera in questa selva et addormitesi gli apparve la beata Vergine e gli disse: "Stignano, va a dire al paese che con clero e popolo venghi qui, togli queste siepi e cavi sotto, che troverai Me; e in segno ti dono la vista". Andò, disse e veduto illuminato hebbe credito. Andarono, cavarono e trovarono una cappella sotterranea e dentro di essa una statua della beata Vergine con il Figlio in braccio. Gli fu edificata la chiesa della quale hebbero cura li preti e fu poi data ai frati l'anno.... vi fecero convento e chiesa; questa con il tempo è stata ampliata et è hoggi di tre navi con colonne (diocesi di Lucera, dizione del prencipe di S. Nicandro come signore della Procina e di Casalmaggiore, et è di casa Catani). L'altare maggiore è di legno indorato e contiene nel mezzo la statua della beata Vergine predetta, dalli lati ha le statue di S. Giuseppe, S. Domenico, S. Francesco e S. Antonio, sta sotto una bella copoletta; ardono avanti dieci lampade d'argento che qua non usano molto. Le navi della chiesa sono distinte da quattro archi per banda, ma sono pochi altari. Del resto tutta la chiesa è piena di ceri offerti alla beata Vergine. Ha la facciata bella di pietre quadre et una spatiosa piazza avanti. Và coro grande e ben lavorato di noce con l'organo dietro l'altare maggiore et altro. Và campanile, il migliore che ho veduto in questa provincia, con quattro campane buone che fanno concerto. La sagristia ha argenteria. Questa chiesa fu già consacrata dal reverendissimo cardinale Orsini di Gravina, arcivescovo di Manfredonia. Il convento è assai capace poiché fatto in doi volte ha doi chiostri con duplicate officine tutte comode, con il molino a volta che macina, il nevario, e ciò è ordinario in Puglia per la penuria d'acqua. Ad alto ha 23 stanze abitabili, un buon appartamento per il superiore, et il noviziato con diece stanze. Stanno in esso nove novizi chierici et il maestro; li novizi laici stanno di fuori. Ha per ciascuno chiostro copiosa cisterna, et una avanti la chiesa. Ha horti e parco chiuso in clausura che gira più di un miglio. Per servitio de' frati tengono sei cavalli, mandrie di porci, di pecore etc. Nella piazza della chiesa è una fabbrica che contiene cinque stanze tutte e cinque alte, ciascuna delle quali è d'una terra de' contorni che vengono alla festa'.
Ad accrescere infine notorietà e devozione al santuario contribuì validamente la febbrile ispirata e santa attività di padre Salvatore da Morrone tra la fine del '600 e l'inizio del nuovo secolo. Figura di rilievo, di prim'ordine fra quelli che vissero e operarono in Stignano, egli così viene ricordato nel necrologio: 'Padre Salvatore da Morrone nel Sannio, di santa vita. Essendo guardiano nel 1686, in tempo di grande siccità, dopo umile fervorosa preghiera da lui fatta dinanzi il simulacro della Vergine, trovò la cisterna del secondo cortile, del tutto vuota, piene di freschissima acqua'. Morì nel 1719 (Nota 4). Un pio cronista, di molto posteriore, commentando a suo modo l'avvenimento miracoloso, riferisce queste notizie che comunque denotano la fama raggiunta dal santuario di Stignano:
'Ma aumenta lo stupore quando si pensa che quell'acqua non venne mai meno dalla primitiva quantità, quantunque se ne attingesse di continuo ed in gran copia. E la fama di quell'acqua miracolosa si sparse dovunque' (Nota 5).
Il D'Augelli attinge da padre Serafino Montorio, autore del già citato Zodiaco, il quale a sua volta aggiunge:
'quest'acqua fu portata dal barone di Rignano a Napoli dove ottenne molte e mirabili guarigioni' (Nota 6).
Al di là della leggenda e del miracolo presumibile il cronista non può che sottolineare la sempre crescente fama del pio luogo che raggiunge Napoli e oltrepassa i confini del reame. Nel settembre del 1776, come si rileva dall'atto (Nota 7) ufficiale di una dolorosa divisione della provincia monastica di S. Ferdinando del Molise da quella di S. Angelo in Puglia, Stignano rimase tra quei sedici conventi della provincia mutilata. E fu davvero inopportuna e dolorosa mulilazione, poiché, come si è bene osservato,
'se fu conseguenza di una mentalità allora diffusa, se fece tacere alcune voci d'inquietudine che non s'intende sottovalutare, certamente non rispondeva all'interesse generale dell'ordine serafico che postulava l'unione....... Fece difetto nei divisionisti di tutte le provincie il senso storico della realtà sociale e politica in cui i religiosi sono costretti a svolgere il loro ministero. Non si accorsero o non afferrarono nella giusta misura i sintomi di una grande tempesta politica che, alla fine del secolo, sconvolgerà l'Europa e travolgerà nel turbine gli ordini religiosi' (Nota 8).
Particolare di una inedita mappa della metà del Settecento relativa ai confini e ai possedimenti della Badia di San Marco in Lamis: tra le varie località l'indicazione Stignano - Da Romano Starace.Tuttavia ben che minimo dovette essere il contraccolpo accusato dal convento di Stignano se, confermata come casa di noviziato, potè accogliere nel febbraio del 1777 venticinque giovani come chierici e quindici come laici (Nota 9). Quanto alle già citate figure di rilievo e che impressero un'orma tuttora viva nella memoria e nella tradizione orale, avremmo voluto offrire notizie biografiche più ampie. Purtroppo ben poco si può dire intorno a personalità come il vescovo Pietro Mancini (Nota 10) e lo studioso ed educatore padre Giuseppe Campanozzi. Di quest'ultimo, nato a S. Marco in Lamis il 24 gennaio 1754 e morto a Foggia nel convento di Gesù e Maria il 7 giugno 1810, diremo che vestì l'abito francescano a Stignano il 2 gennaio 1770 facendosi subito notare ed apprezzare per le sue non comuni doti morali ed intellettuali. Lettore giubilato in sacra teologia, affidò a diverse pubblicazioni, facilmente reperibili nelle biblioteche monastiche e provinciali, il suo pensiero e la sua dottrina con interessi preminentemente filosofìci, liturgici e teologici. Perché di tali lavori non se ne spenga del tutto il ricordo e sempre nella speranza che qualche studioso o lettore curioso voglia intraprendere uno studio monografico su questa figura di notevole rilievo, segnaliamo qui di seguito alcuni titoli con indicazioni bibliografiche al fine di un più agevole orientamento: 1) Artis logicae elementa, Neapoli, typ. Rossi, 1790. (E' dedicata a Vincenzo e Antonio Saggese, nobili cittadini foggiani). 2) Riflessioni e avvisi sul ministero episcopale, Napoli, Tip. Giaccio, 1792. 3) Elementa cosmologico-metaphisica, Neapoli, Tip. Porcelli, 1793. 4) La visita al SS. Sacramento dell'Altare, dedicata all'Ill.mo Signore Don Arcangelo Vincitorio, canonico della Collegiata, professore dell'una e dell'altra legge e parroco di S. Antonio Abate in S. Marco in Lamis, Napoli 1793. 5) Manuale del sacerdote per l'altare, due volumi. Napoli, Tip. Costa, 1804. Vivo è anche il rammarico di non poter fornire che vaghi e scarsi elementi informativi intorno alla complessa e fattiva personalità del barone di Rignano. La sua dimora di Stignano, passata poi ai Centola di S. Marco in Lamis, doveva essere certamente da lui preferita come ameno luogo di soggiorno e anche per ragioni aziendali. Ma è da supporre che lo spirito di pietà che lo distingueva, dovette non poco contribuire alla vitalità ed alla fama di Stignano in provincia e negli ambienti napoletani da lui frequentati. Ma fra tutti i personaggi che contribuirono allo splendore di Stignano emerge, in questi tempi, la figura di padre Michelangelo Manicone, nato a Vico Garganico nel 1745 e morto a Foggia il 1810. Ebbe, questo frate francescano, vita intensa e varia tanto da lasciare una durevole traccia nel campo della storia minoritica della provincia e negli studi, ed è particolarmente da segnalare per la sua sensibilità storico-politica aperta agli eventi e ai nuovi venti che spiravano in Europa. Definitore provinciale e lettore giubilato in sacra teologia, impresse un'orma notevole alla vita francescana della sua terra e destò la rispettosa attenzione di autorevoli studiosi come il Checchia Rispoli e il Baldacci, per alcuni lavori di interesse scientifico sulla Daunia. Quale cultore di scienze naturali, sensibile ai problemi politici e sociali del suo tempo, e per l'infaticabile attività religiosa, è certamente padre Manicone una delle figure più rappresentative della Daunia, e non solo francescana, nella seconda metà del '700 e della prima metà dell'800. Quando Stignano era in piena e splendida attività per il fervore religioso e per la dimaica vita del santuario, il giovane Manicone, all'età di 15 anni (1760) vestì l'abito di S. Francesco e vi trascorse l'anno del noviziato (Nota 11). Sono, com'è noto, gli anni dell'adolescenza e della prima giovinezza i più incisivi e fecondi nella formazione e nell'educazione di un giovane. E non a caso egli, nel segnalare le bellezze del suo Gargano, unirà con un vincolo reale e spirituale le valli più belle di questa montagna: quella del suo luogo di nascita e l'altra di Stignano.
'Le valli garganiche presentano in generale un melanconico aspetto: ma vi hanno delle valli che rallegrano l'occhio colla prospettiva di una lieta e felice vegetazione. Le valli di Vico sono pressoché tutte coperte di castagni, noci, ulivi e di giardini di agrumi così vaghi e belli, che ogni passeggero grida stupito: ...qual Nume impera A questo loco? Forse... è Citera? Ridenti pur sono le valli di Rodi e d'Ischitella pei giardini di agrumi e altri frutteti. Finalmente la valle di Stignano offre in mezzo all'asprezza dei monti un vero spettacolo di ricca vegetazione. Vi si veggon vigneti, castagneti, frutteti. L'industria umana può dunque tanto?' (Nota 12).
E l'incantata attenzione del poeta non disgiunta da quella dell'osservatore scientifico gli farà subito aggiungere, a proposito della seguente valle dello Starale, cioè di S. Matteo, quest'altra annotazione a cui non badano più viaggiatori distratti e perfino persone del luogo:
'Molti echi hannovi nel Gargano: ma il più bello è quello del convento di S. Matteo in S. Marco in Lamis a sud-est del medesimo convento. Alta voce, massime nelle chete giornate, ben distinta torna e ripete ben distintamente sette sillabe. La plebe in udir questo eco polisillabo leva le meraviglie: ma la meraviglia è figlia dell'ignoranza' (Nota 13).
La memoria del Manicone, studioso della natura della nostra terra e dei suoi specifici fenomeni, è affidata appunto alla sua Fisica Appula, opera in cinque volumi apparsa a Napoli tra il 1806 e il 1807, e che, a parte ingenuità di osservazione, empiricità di metodo e digressioni più poetiche che scientifiche, conserva tuttora una copia di notizie di vario interesse per probità di ricerca e dignità di penetrazione. Deve egli aver studiato amorevolmente le nostre due valli dello Starale e di Stignano con al mezzo l'operoso e popoloso centro abitato di S. Marco in Lamis. Trascriviamo in merito alcuni passi il cui interesse non è da limitare alla semplice curiosità:
'La piazza di S. Marco in Lamis relativamente ai viveri è la più abbondante che siavi in tutte le popolazioni garganiche. Prima della recente ed infelice epoca dell'immenso e perniciosissimo disboscamento eravi anche una beccheria di selvaggiume. Al presente non v'è più; essendo poca cosa la caccia. Questa è sempre un prodotto proporzionale alla molteplicità dei nascondigli pel selvaggiume e conseguentemente alla copia de' luoghi selvosi. Tutto è cesinazione nel Gargano: ed ecco perché non vi sono più cinghiali, né daini, né altri animali salvatici' (Nota 14).
'Cesinazione', donde il nome di cesina, termine tuttora vivo nel nostro volgo contadino e sta per disboscamento, censuazione e determinazione di un pezzo di terra boschiva trasformato in podere sativo. Le sorprendenti preoccupazioni ecologiche del Manicone hanno il peso di un precoce e fatidico avvertimento, pensando alle recenti rovinose conseguenze della distruzione di boschi dalla Calabria alla Toscana. Infatti egli accenna con evidente sgomento:
'Le vette dei monti del Gargano meridionale non presentano generalmente alla nostra vista che pietre nudate di terreno vegetabile. Ciò nasce dall'azione delle piogge e dallo scioglimento delle nevi. Difatti osservate uno di tali monti, voi vedrete che il cacume è sempre il più spolpato e che lo scorticamento scema quanto più alle falde vi avvicinate. Or chi toglie alle punte delle montagne la loro coverta, la loro polpa? L'azione delle piogge e lo scioglimento delle nevi che sulle medesime montagne ogni anno si effettua. La dirottissima pioggia di luglio del 1792 dimostra ad evidenza la verità della mia assertiva. Ella cadde così impetuosamente che allagò S. Marco in Lamis, empì di terra le piazze, distrusse alcune abitazioni e coprì pur di terra e pietre molte vigne di S. Nicandro. Or questo terreno depositato nelle valli di S. Marco e di S. Nicandro non è egli un'abrasione e scorticamento degli alti monti che lo circondano?' (Nota 15).
La vita di questa valle è seguita dal Manicone con amorosa ed affettuosa partecipazione fino al punto di suggerire la costruzione di strade solide o più decentemente percorribili proprio alla fine di uno sviluppo rapidamente florido. Si alternano infatti nel seguente passo suggerimenti ora premurosi ora ingenuamente gratuiti.
'Adunque da S. Marco sino a Stignano di continuo si scende. La strada, che ogni giorno si calca, è fabbricata alla falda della eccelsa ed aspra montagna esposta al sud. Essa ha delle serpentine direzioni giacché nei piani inclinati, come detto abbiamo, tali direzioni sfuggir non si possono. In parecchi tratti ha delle ripide e sdrucciolevoli discese e in parecchi altri è affatto orizzontale. Essendo il canale della profonda valle di Stignano da due lunghe ed erte montagne contenuto, perciò il profondissimo dirupo alla sinistra fa veramente del raccapriccio in certi luoghi nei quali formar dovrebbonsi de' ripari. In certi siti essendo essa fatta in terreno argilloso è perciò di poca durata. Imperciocché essendo tagliato verticalmente il piano inclinato, manca perciò l'appoggio, il puntello al sovrastante terreno il quale, spinto dalla gravita relativa, impegnasi di continuo a calare. Difatti cala e ricopre la strada appena superata la coerenza che ha coll'altro terreno soprappostogli. Ad un tal mal rimediar potrebbesi con dei muri giacché solo i muri resister possono al peso verticale. E cedendo i muri dovrebbansi tosto o risarcire o ricostruire. La strada in detti siti argillosi è stretta assai e ristretta l'hanno i possessori delle vigne con riportar le siepi accosto alla selciata. Essendo tali siepi d'impedimento, d'incomodo e di pericolo ordinar dovrebbesi che i possessori delle vigne le tagliassero e le ripulissero. Preceda al privato il pubblico vantaggio' (Nota 16).
Circa 60 anni dopo il sindaco di S. Marco, Leonardo Giuliani, lamenterà gli stessi inconvenienti e deplorerà gli stessi pericoli presso le autorità dell'Italia unita; e sarà questa, la nuova Italia, come voleva il Manicone, a far precedere 'al privato il pubblico vantaggio'. In effetti ad onta degli ostacoli amministrativi e delle vessazioni politiche e brigantesche, la nuova strada rotabile, compiuta nel primo lustro postunitario, congiungerà finalmente S. Marco e Stignano a S. Severo ponendoli così in una circolazione più viva e civile col resto del mondo e soddisfacendo ad un'aspirazione plurisecolare degli abitanti del luogo. In altra sede, con ricerche di archivio certamente non avare intorno ai fatti del 1799, meglio si potrebbe ricostruire l'attività politica del Manicone. Noto simpatizzante per le nuove idee che venivano di Francia, l'8 febbraio del '99, egli, di famiglia al convento di S. Bernardino di S. Severo, col vescovo Del Muscio, espostosi ad un'improvvisa ira di popolo, dovette riparare in una masseria (Ciuffelli) a pié di Castelpagano e a pochi chilometri da Stignano. Anche se sappiamo che egli passò nel convento di Gesù e Maria di Foggia, è lecito opinare che dovette trovare un primo provvisorio rifugio a Stignano in quell'infuocato trimestre del '99, anche perché la sua fuga da S. Severo precede di pochi giorni la famosa e feroce battaglia tra gli ulivi condotta e vinta dal generale francese Duhesme nei pressi della stessa S. Severo (25 febbraio 1799). Ci siamo soffermati un po' più del solito sulla figura di padre Michelangelo Manicone: meritava egli doppiamente come francescano e studioso particolarmente attento alla vita della nostra valle di Stignano.
Eremi di Stignano - Eremo sconosciuto (di Andrea Grana e Team Argod) Luogo: San Marco in Lamis (FG), Gargano (Puglia) Documentario sugli Eremi della valle di Stignano, in collaborazione con Ludovico Centola e Gabriele Tardio.
Epigrafe di fondazione dell'anno 1515. Ricorda la (ri)costruzione della chiesa per volontà del 'Magnificus Dni Hector Pappacoda De Neapoli Utilis Castelli Pagan.' - Da Romano Starace.Circa le origini della chiesa e del convento si hanno poche notizie fondate; ne sono da ritenere attendibili le fonti in gran parte posteriori alla definitiva costruzione della chiesa, e forse dello stesso convento, almeno nella parte più moderna. Emergono comunque due dati ufficiali incontrovertibili: un'epigrafe e una bolla pontificia. Fissiamo pertanto alcune date. L'epigrafe è del 1515; la bolla pontificia del 1560; inoltre: la data del pozzale del secondo chiostro è del 1576; la data dell'elevamento della cupola è del 1613, quella del campanile incompleto è del 1615, quella dell'arco che unisce il caseggiato attiguo alla chiesa è del 1628, un anno dopo il terribile terremoto del 1627; mentre sull'attuale facciata nello stemma francescano, che fa pendant a quello dei Pappacoda, la data è del 1608. Cominciamo dall'epigrafe che testualmente recita:
Magnifìcus Dom. Hector Pappacoda de Neapoli ut III Dom. Castellipagani de elemosinis hanc Ecclesiam Divae Mariae de Stignano recondere fecit sub anno Domini MCCCCCXV die tertio novembris.
Stemma (1523) di Ettore Pappacoda presente sul campanile della cattedrale di San Pardo a Larino, feudo del nobile napoletano dal 1496 - Da Romano Starace.Se, come è diffusa tradizione, confermata anche da qualche cronista, la lapide non fu mai rimossa dall'attuale sito, si ricava che l'ingresso attuale era già quello dei tempi di Ettore Pappacoda. Il quale comunque trasferì così l'ingresso orientale del primitivo oratorio in quello meridiano attuale con tre portali. Dovettero i successori di Ettore continuare nella imponente opera di costruzione e ricostruzione fino al 1608 e ne sarebbe conferma lo stemma dei Pappacoda posto al di sopra del portale di sinistra. E' ben certo che i francescani, come si dice in altra parte, hanno il merito prevalente di tale opera edificatoria, ma a partire dal 1560 e non prima. E' questa la data ufficiale del passaggio del sacro luogo ai frati minori. Va notato che questi sono presenti, per lo meno ufficialmente, prima nella valle di Stignano e 18 anni dopo in quella dello Starale e cioè a S. Giovanni in Lamis, come si rileva da una bolla di papa Gregorio XIII del 1578. Questi gli esigui dati ufficiali; quanto ad altre fonti o cronache con valore di fonti c'è ben poco da attingere. In merito, con valore molto relativo, abbiamo i cenni cronachistici del Gonzaga e del Wadding. Ci affrettiamo a dire con franchezza che per quanto ci interessa, si tratta di elementi (o meglio di relitti, di dicitur) farraginosi, vaghi e imprecisi. Prima di tutto si può agevolmente non tenere in gran conto il Wadding il quale, nel suo transunto, con poche trascurabili varianti segue pedissequamente il Gonzaga ripetendone, quasi in copia conforme, stilemi, frasi, immagini con indicazioni ugualmente approssimative e confuse di località. Mentre gli Annales del Wadding videro la luce dal 1625 al 1654, il De Origine del Gonzaga, stando all'edizione che è del 1587, è quasi contemporanea all'attività ufficiale dei francescani nelle due valli. Le bolle pontificie infatti sono del 1560 per Stignano e del 1578 per il neonominato convento di S. Matteo in Lamis. Tuttavia trascriviamo dal Gonzaga: 'Eandem prorsus conditionem subiit hic conventus'(Nota 1). Cioè prima di questo convento un fra Salvatore 'discalceato' avrebbe fondato una casa a suo modo, a Celenza Valfortore (1510). Inoltre subito dopo, ottenuti i fondi della chiesa matrice di un borgo non precisabile, secondo il Gonzaga chiamato 'Castel di Forlì', fra Salvatore 'construxisset aediculam sub invocationem Sanctae Mariae de Gratiis'. Meraviglia tanta attività in meno di un quinquennio e turba per entrambi i conventi la eguale denominazione di Santa Maria delle Grazie; a meno che non si tratti di omonimia c'è da pensare a una grossa confusione compiuta dal Gonzaga, il quale, del resto, per quanto attiene a Stignano, così prosegue:
Eandem prorsus conditionem subiit hic conventus, gloriosissimae Virginis Mariae sacratus atque ad Angeli sive Gargani montis radices in valle Stignana situs, quam et praecedens (cioè il predetto convento di Santa Maria delle Grazie di Castel di Forlì): cum et a praefato frate Salvatore Discalciato, circa eundem annum Domini 1515 aedificatus, et ab eius confratribus derelictus, ac tandem huius provinciae patribus, praefatae vallis Stignanae incolis id maxime curantibus, collatus sit: qui nihilominus, cum ab indevotis, rusticisque quibusdam saecularibus molestarentur, pacificam eius possessionem plerumque ius a summo pontifice Pio IV anno Domini 1561.
La prima inesattezza del Gonzaga riguarda la datazione della bolla che è, come si è detto, del 1560 e non dell'anno successivo. Le altre riguardano l'attività di fra Salvatore Scalzo (discalceatus) il quale cooperando con Bartolomeo Carafa, abate di S. Giovanni in Lamis, avrebbe trasformato, nel volgere di pochissimo tempo, una piccola cappella (aedicula) od oratorio nel monastero di S. Maria delle Grazie nella località di Castri Forolivii (Castel di Forlì come egli stesso in parentesi traduce), località entrambe imprecisabili. Se dobbiamo ancora riflettere su quelle 'aediculae' che si trasformano in grossi monasteri con relative imponenti chiese e su quanto da altri è stato opportunamente rilevato, ci sembra, a dir poco, inverosimile che fra Salvatore, venuto a Stignano, potesse
presso la cappella dedicata a S. Maria, costruire un luogo di rifugio. Ben inteso secondo lo stile dei discalceati e cioè una capanna fatta di rami di alberi e di fango conforme alla strettissima povertà da loro professata(Nota 2).
Inutile cosa perché nello stesso periodo di tempo sorgeva accanto alla chiesa il primo chiostro con la relativa costruzione delle celle. Sfuma un po' dunque nelle nebbie del mito e della leggenda l'attività di questo rumoroso frate, già guardato con diffidenza dai suoi contemporanei. La storicità di questa figura è forse da prendere in considerazione solo come impulso e quale contributo di entusiasmo in un periodo di fervida costruzione di opere grandi e notabili. La seconda inesattezza riguarda quell'inquietante omonimia. La terza concerne l'attività di fra Salvatore di una dinamicità da far invidia a frati, tecnici e costruttori del secolo XX. Nessun accenno poi ai Pappacoda, i reali costruttori di Stignano con le collette di Castelpagano e certamente di S. Marco e di Apricena. Il Gonzaga parla inoltre di accordi tra i Carafa e fra Salvatore sia per il convento di Castri Forolivii sia per quello di Stignano. Ora se, come qualcuno vuole, Castel di Forlì è nei pressi dell'attuale Manfredonia, il grosso dubbio si complica: i Carafa, abati di S. Giovanni in Lamis, non avevano alcuna giurisdizione sui territori di Manfredonia e Siponto. In conclusione: inquietante è questo frate la cui attività, come abbiamo già detto, sfuma nel mito, e inquietante è la cronaca del confusionario Gonzaga che con evidenza accoglie notizie e informazioni e le fonde e confonde in modo indiscriminato. Del plagio del Wadding si è detto; potrà il lettore sincerarsi con la lettura dei due testi riportati in appendice. Tornando ancora al Gonzaga e rileggendo il Wadding, fra Salvatore avrebbe abbandonato nello stesso 1515 (data cioè dell'epigrafe del Pappacoda e di quella indicata dal Gonzaga: unico punto d'incontro) il 'conventus' di Stignano "circa eundem annum Domini 1515 aedificatus et ab eius confratribus derelictus". Nel medesimo anno praticamente, cioè di fatto, sarebbero subentrati i Minori i quali, sempre secondo il Gonzaga, 'conventum obtinuerunt'. Tutto ciò spiegherebbe la prodigiosa e ammirevole attività di fra Ludovico da Corneto che morì proprio nell'anno della concessione pontificia. Senonché mentre i francescani ricevevano il recente complesso delle opere di Stignano, ebbero a patire molestie non poche dai contadini e da altri abitanti secolari della valle e dei borghi circonvicini. Infatti
sed multas molestias ab indevotis rusticisque quibusdam saecularibus perpessi, pacificam possessionem usque ad annum MDLXI (sic), non acquisierunt, pieno eius tunc jure loci a Pio IV concesso(Nota 3).
E' ora di fissare un po' l'attenzione sulla dolce figura di Ludovico da Corneto. Questo frate che entusiasmò il popolo e mitigò e vinse le ostilità dei 'rustici indevoti', dovette contribuire non poco al pacifico possesso di Stignano da parte dei suoi confratelli, sollecitando così lo stesso papa Medici, Pio IV, al relativo riconoscimento ufficiale. La morte del beato Ludovico è del 1560 all'incirca (il necrologio francescano lo ricorda alla data del 18 febbraio) e la bolla pontificia 'Iustis petentium desideriis' porta infatti la data del 30 marzo 1560. Il risveglio religioso operato dai francescani e la risonanza sempre crescente del luogo sacro, cui il più bel tempio e l'ampliato convento permettevano un culto sempre più intenso ed esteso, come si rileva poi leggendo Serafino da Montorio, tanto che la devozione popolare ne traeva fonte di conforto e sollievo, per non tener conto dei numerosi miracoli attribuiti alla Vergine, interessarono anche un altro papa: il ferreo pontefice Peretti, Sisto V cioè, riconobbe l'alta funzione morale e il valore religioso del santuario, lo dichiarò insigne e lo dotò del privilegio di indulgenze speciali. (Nota 4). Così il Wadding ricorda, a circa un secolo di distanza, il nostro buon Ludovico: "Vixit hic (a Stignano) Ludovicus a Croneto laicus, daemonibus formidabilis, ob summam eius simplicitatem assiduamque orationem accepta a Deo in eos potestate" (Nota 5). Tanto per quanto è stato possibile ricostruire circa i francescani in genere e i frati Salvatore e Ludovico in particolare e prima cioè della bolla pontificia del 1560. Quanto poi a Ettore Pappacoda di Napoli e signore di Castelpagano e Larino siamo lieti di fornire, ad un eventuale interesse del lettore, notizie desunte con diligenza e con pazienza ricostruite. Si rileverà prima di ogni cosa la non trascurabile importanza che ebbero i Pappacoda nel regno napoletano soprattutto nel periodo aragonese e spagnolo. I Pappacoda o Papacoda appartenevano ad una delle più antiche ed illustri famiglie nobili napoletane avendo ricoperto, per circa sei secoli, e cioè dai tempi di Carlo d'Angiò a quelli di Ferdinando IV di Borbone, incarichi di prim'ordine nell'amministrazione del regno. Hanno goduto nobiltà in Napoli al seggio di Porto ed alcuni di essi hanno vestito pure l'abito dell'ordine gerosolomitano. Un loro capostipite, di nome Valente, possedeva una galera per servizio statale tra Ischia e Napoli, mentre un Guglielmo Pappacoda è segnalato alla corte di Re Roberto ed un suo figlio, Linotto, amministrò giustizia "in terra di Principato". È' certo che il figlio Baordo, "buon soldato di re Ladislao", fu uno dei tanti favoriti della regina Giovanna II, come pure a lui si deve la costruzione della chiesa di S. Giovanni Evangelista e della mirabile cappella di S. Niccolò ove sono seppelliti i più celebri dei Pappacoda. Alla corte di Ferrante d'Aragona si distinsero Annibale e Artusio, il primo ottenne il feudo di Tortorella, il secondo quello di Massafra. Artusio ebbe due figli: Francesco e Antonello. Da Francesco nacquero Annibale, Artusio, Baldassare, Ettore e Angelo. Poche sono le notizie riguardanti Ettore. Il Borrelli ci informa che Ferdinando V il Cattolico, conquistata Napoli nel 1503 'dedit Hectori Larinum' (Nota 6). Una tale concessione deve essere stata la risultante di una attività politico-amministrativa svolta dal Pappacoda in favore del re e di cui nulla sappiamo. Ma il più noto dei Pappacoda resta Giovanni Lorenzo del quale si innamorò Bona Sforza, regina di Polonia, moglie di Sigismondo I, figlia di Giovanni Galeazzo Sforza e Isabella d'Aragona, la quale, abbandonato il regno, si trasferì prima a Possano in Calabria e poi nell'altro suo feudo, il ducato di Bari, ove, nel 1558, per mano dello stesso amante, che si era fatto lasciare in eredità tutti i suoi beni, trova la morte (Nota 7). Così il principato di Possano e il ducato di Bari, assieme ad 'argenti lavorati, oro, mobili e bestiame che ascesero al valore di ducati 200.000' di proprietà della defunta regina, ritornarono nelle mani di Filippo II il quale, per il 'serviggio' resogli, nominò il Pappacoda marchese di Capurso. Infine i Pappacoda, secondo quanto affermano i vari compilatori (Nota 8) di dizionari storici delle famiglie nobili napoletane, possedettero ben trenta feudi, 4 contee, 5 marchesati, il ducato di Termoli e i principati di Bitetto, Centola e Triggiano. Il ramo dei Pappacoda dei principi di Centola, cui apparteneva Ettore, si estinse il 1773 con Giuseppe che fu reggente della gran corte della Vicaria e fece parte della reggenza nominata durante la minorità di Ferdinando IV, mentre quello dei principi di Triggiano e dei marchesi di Capurso si estinse con Anna, sposata a Gianbattista Filomarino, principe della Rocca. Da tutto ciò si desume l'importante attività dei Pappacoda nel regno. Delle dovizie di Ettore, signore di Larino e di Castelpagano, e della sua particolare opera svolta nel Gargano e nel Molise non rimane forse che questo bei monumento di Stignano. Nel popolo poi non resta che il relitto di un motto: "ormai è finito il tempo dei Pappacoda", indice rivelatore di una orgogliosa conquista antifeudale. Nella prima edizione di questo lavoro si parlava di una presenza dei cistercensi a Stignano. Cultori di storia (Nota 9) non registrano tale presenza che comunque viene messa in dubbio anche da altri. Non si posseggono infatti a tutt'oggi elementi precisi e fondati in merito. Tuttavia una certa perplessità rimane circa l'affermata presenza dei cistercensi, alimentata dalla permanenza di una tradizione orale (come mai nata?) e accolta, sia pure acriticamente, da taluni cronisti locali. Infatti a S. Giovanni in Lamis, nel sec. XVI, sia pure in crisi e prossimo all'abbandono (1578), operarono i cistercensi. Avranno mai essi avuto un'amministrazione fiduciaria per breve momento, e cioè quando fra Salvatore Scalzo abbandonò con tutti i suoi compagni Stignano? Non è da supporre un vuoto dal 1515 al 1560. Cadendo l'ipotesi della presenza effimera e provvisoriamente fiduciaria dei cistercensi dunque, c'è da tener presenti due fatti: quello della operosità di fra Ludovico che precede l'insediamento ufficiale dei Minori (1560) e l'indicazione di una fonte per noi preziosa, quella del già citato pellegrino padre Razzi. Questi afferma che all'epoca della sua visita (1576) a Stignano la 'divozione', cioè il culto, 'da sessanta anni fu data ai padri Zoccolanti'. Il che è in contrasto con l'affermazione del Gonzaga 'cum conventus et a praefato frate Salvatore Discalciato, circa eundem annum Domini 1515 aedificatus et ab eius confratribus derelictus' (Nota 10). In egual modo è da tenere in conto un'altra affermazione dello stesso Razzi. Già il Gonzaga annota :
Circestensibus patribus alio profectis in hoc sacrum monasterium in honorem Iohannis in Lamis, sive (ut aliis placet) beati Matthaei Evangelistae (Nota 11).
A sua volta il Razzi conferma l'eguale presenza di Vincenzo Carafa come il Gonzaga e parla esplicitamente di S. Matteo:
Salendo per la valle trovammo.... S. Marcuccio e più in alto miglio S. Matteo.
Dunque il 1576 la denominazione della badia è comunemente quella di S. Matteo, e cioè due anni prima della concessione pontificia e dell'insediamento ufficiale dei frati minori. In tal modo questi non hanno fatto altro che consacrare nella denominazione quanto già avveniva sotto i cistercensi. E torna qui opportuno discutere un poco di un'altra aporia offertaci dal Gonzaga: dito o dente di S. Matteo? Così recita il Gonzaga:
Quod haddubie in causa est ut sacra haec sedes (conventus S. Joannis in Lamis), modo divo Joanni modo vero B. Matthaeo cuius etiam digitus in sacrario diligentissime asseruatur prò cuiusque arbitrio dicetur consecraturque(Nota 12).
Invece l'atto ufficiale di autenticazione della reliquia di S. Matteo è di molto posteriore all'affermazione del Gonzaga e non si parla più di dito ma di dente. Infatti il 29 novembre 1759, essendo abate di S. Marco Nicola Colonna, fu esibita da padre Bernardino da Manfredonia, guardiano del convento di S. Matteo, al vescovo Ciro di Monopoli, un'antica 'cartula ex qua eruitur fuisse elargitam reliquiam dentis S. Apostoli et Evangelistae Matthei per Johannem Carusium civitatis Lesinae in beneficium expressi monasterii sub datum Cagnani 29 Julii 1622' (Nota 13). Ma tornando all'attività dei francescani, non importa se dopo la partenza di fra Salvatore o a partire dalla data di concessione pontificia, essa fu certamente vasta, ammirevole e determinante per la vitalità del santuario. In quanto alla bolla facciamo notare che questa tien conto dei postulanti sammarchesi, i quali in effetti, fin dall'inizio del secolo, erano ardentemente interessati all'opera di fra Salvatore, dei francescani poi, dei Pappacoda, dei Castelpaganesi a che Stignano fosse un centro pulsante di vita morale e religiosa. Appunto per venire incontro a queste giuste aspirazioni i francescani non vennero meno all'universale aspirazione. La mole dei lavori da essi ben presto intrapresa è una prima e diretta testimonianza: anzitutto l'ampliamento del convento con la imponente costruzione di un nuovo ordine di celle, del refettorio e del bellissimo aereo chiostro, di buona fattura rinascimentale; il quale pur ripete nell'agilità e snellezza della duplice fila sovrastante di archi e colonne i motivi del primo chiostro a ridosso della chiesa. Il grazioso pozzo centrale, puro gioiello d'arte, ne è il sigillo più ammirato (Nota 14). Anche la facciata della chiesa dovette subire modifiche, cioè subire l'impronta della mano francescana con la riconoscibile semplicità, sempre vigilata, della sua arte. Ne è prova la data dell'emblema francescano sovrastante la porta di levante del 1605 e il contemporaneo bel sagrato, tipicamente francescano, ad opus incertum, recinto da un muretto e percorso tutto dal sedile, scomparso definitivamente dopo i recenti restauri e dove una volta il respiro della folta erba che variegava il selciato, coll'aria primaverile, visitava la chiesa dandole una forte e suggestiva aura agreste e mistica. Degni di nota sono su una delle porte della facciata una lunetta raffigurante un Cristo benedicente e inoltre sull'architrave un rilievo, a tutto tondo in pietra: una Madonna con Bambino, di pregevole fattura. Anche il '600 è ancora, per merito dei francescani, ricco di opere e di vita. La cupola di forma irregolare e che si regge su quattro archi porta la data del 1613. Il solido e ardito arco scendivalle a tutto sesto, che congiunge la casa dell'allora barone di Rignano, è del 1628. Non per nulla abbiamo parlato della solidità di questo arco, e, potremmo aggiungere di tutto il complesso fondamentale della costruzione, chiesa e convento compresi, poiché lo spaventoso terremoto di S. Severo del 1627, ne fu un collaudo severissimo. In quanto agli effetti di quel cataclisma un cronista del tempo, Antonio Lucchino (Nota 15), potè certamente riferirsi al grave danno subito dalle mura di cinta del giardino e non a quelle della chiesa. Altra opera degna d'ammirazione, ma di cui non rimane che qualche miserando relitto, è il coro in noce ormai distrutto dai tarli, edaci denti del tempo, e che porta la data del 1663. Era composto di 49 stalli finemente intagliati ai lati dei quali una mano esperta e paziente aveva inciso 160 teste di putti, l'una dall'altra diversa, mentre sotto la cornice, a grosse lettere in oro, si leggeva:
Cum Domino psalmis non solum vox sonet laudes Dei sed opera concordent cum voce tua; cum ergo voce cantaveris, canta voce corde ne sileas vita ne taceas. (Nota)
Ora la produzione in serie di lavori consimili potrebbe in qualche modo sostituire quello antico. Ma mai degnamente: nessun'opera in serie potrà realizzare quella civile espressione d'arte, frutto di pazienza dell'artigianato monacale e locale.
Luogo: San Marco in Lamis (FG), Gargano (Puglia) Eremi di Stignano - Eremo di Sant'Agostino (di Andrea Grana e Team Argod) Documentario sugli Eremi della valle di Stignano, in collaborazione con Ludovico Centola e Gabriele Tardio.
La statua della Vergine col Bambino. Il culto della Madonna di Stignano ebbe popolarità e diffusione agli inizi del XVI secolo grazie ai francescani osservanti. Il santuario nacque su una precedente chiesa risalente al Duecento - Da Romano Starace.Ma pur ponendo da parte le leggende, un lume emerge dalla folta nebbia dei ricordi, dalla boscaglia dei miti, un fioco lume sì, ma di luce tranquilla e certa a significare che anche la valle di Stignano aveva già una fervida vita religiosa ancor prima dell'età più splendida del santuario. I miti occhi ridenti del poverello di Assisi si affisarono mai per riposarsi dopo un lungo viaggio sulle bellezze non comuni di questi luoghi, specie quando la primavera brilla nell'aria e per li campi esulta? Oppure salendo dall'infuocato Tavoliere, dopo aver attraversato l'arsa Puglia e scendendo poi dai luoghi 'terribili' dell'Arcangelo dove si era condotto in pio pellegrinaggio, la gentilezza della valle con gli oratori disseminati lungo le pendici e sui colli, con la sua perenne aria di presepio, avrà offerto allo stesso inventore del presepio, improvvisamente, una traccia del verde paesaggio umbro, un anticipo confortevole della piccola patria non lontana? In merito occorrerebbe dirimere due controversie: la data dello storico evento e l'itinerario percorso da questo pellegrino d'eccezione. Non il 1216 ma il 1221 o '22 sarebbe la data più accreditata. Così argomenta padre Doroteo Forte:
Due sono le date in discussione: quella dell'anno 1216, sostenuta da Ughelli, Sarnelli, Spinelli, Fraccacreta e da altri. Quella del 1222, ammessa da Wadding, da Montesarchio, Terzi e da altri, ed è la più fondata(Nota 1).
Senonchè il Terzi scrive testualmente che, dopo il viaggio in Palestina
il santo potè riprendere, dopo la Pentecoste del 1221, le sue peregrinazioni apostoliche, scevro da ogni cura. Questa volta si diresse verso il Mezzogiorno d'Italia giungendo fino ai santuari di S. Michele sul Monte Gargano e di S. Nicola di Bari. Sapendo che, nei mesi di luglio e di agosto il santo era nel sacro speco di Subiaco, possiamo ben dire, che sia il 1221 l'anno di detta peregrinazione(Nota 2).
Ma è poi veramente passato per questa valle gentile? Con bonaria arguzia il Forte ancora osserva :
La domanda non è oziosa, perché alcuni cronisti locali si sbizzarriscono in congetture, e ognuno vorrebbe che S. Francesco fosse passato per il territorio che è oggetto preferito delle sue indagini'. Ma lo stesso, già in merito al viaggio del Santo, deve ammettere: La mancanza di una citazione esplicita da parte dei primi biografi non può interpretarsi come una negazione (Nota 3).
Proprio per tale motivo, sempre per il viaggio in discesa da Montesantangelo, non ci sentiamo di buttar via senz'altro l'affermazione di alcuni nostri autori.
'Sulla via del ritorno (S. Francesco) raggiunse la località detta Pulsano..... Quivi pare che il Santo sostasse e poi passando per S. Giovanni Rotondo e Stignano e per il santuario di S. Giovanni in Piano presso Apricena si restituiva alla pianura di Puglia" (Nota 4).
Tondo mariano sull'architrave del portale maggiore della chiesa.Tornando ancora al Terzi sorge un dubbio per l'indicazione itineraria. Poiché S. Francesco, dopo la sosta a Gaeta, imbocca l'antica via Appia, è da ritenere la visita a S. Nicola posteriore a quella di S. Michele? Se così, cadrebbe ogni dubbio: il Santo non poteva passare per la via longobardica. Ma seguendo l'Appia può aver egli, sulla scia di Virgilio e Orazio, toccato precedentemente la terra di Bari e, salito poi a Montesantangelo, rispunta l'ipotesi della possibile discesa lungo la via sacra e quindi per Stignano (Nota di p. Doroteo Forte). E' pura leggenda la presenza di S. Bernardino sul Gargano. Tanto ci dicono autorevoli studiosi di questo dinamico Santo il quale, però, non sarebbe andato oltre la città di Aquila ove trovò immatura morte. Non è pertanto da prendere in considerazione qualsiasi fabulosa tradizione orale locale. Questa sarà stata alimentata forse dal grande impulso morale, religioso e civile impresso, nel suo tempo, da S. Bernardino e attivato dai suoi seguaci in più parti d'Italia. S. Bernardino infatti, in Firenze, più volte tornò per esercitarvi 'un'alta missione non solo religiosa, ma anche civile. Del resto è questa una delle finalità della predicazione francescana nel secolo XV' (Nota 5). I Bernardiniani (Nota di p. Doroteo Forte) dunque nel loro slancio di rinnovamento potrebbero non essere stati assenti a S. Severo, S. Marco in Lamis e altrove sul Gargano, donde l'alimento di tale leggenda. Coincide del resto tale attività francescana pròprio col primo splendido periodo di vita nella valle di Stignano. Ed è certo ancora che tale rinascita è dovuta precipuamente o esclusivamente ai francescani. Pertanto se, come vedremo subito, la migliore, più luminosa e certa fortuna di Stignano può fissarsi all'inizio del secolo XVI, è agevole convenire che nei secoli precedenti, e precisamente dal 1200 al 1400, il culto della Vergine è in rapida ascesa, mentre la rinomanza dei luoghi e del primitivo oratorio in particolare, varcava i confini garganici. Si potrebbe anche spiegare così all'inizio del '500 il felice incontro di un frate intraprendente e di un nobile generoso: fra Salvatore Scalzo ed Ettore Pappacoda, signore di Castelpagano. Questi ben dovettero comprendere la duplice importanza del crescente culto alla Vergine e della bontà del sito, prima tappa di riposo dell'iter a S. Michele dei provenienti dall'Abruzzo, per la via di S. Severo, e quindi lungo la già citata via sacra. Se Stignano fosse un primo o momentaneo luogo di riposo o cura dei pellegrini non è poi da porre in dubbio, anche se la vicina abbazia di S. Giovanni in Lamis, al vertice della valle dello Starale, consentiva una maggiore permanenza e un miglior conforto per, diremo così, un'attrezzatura più ampia e idonea a 'romei' affaticati e infermi (Nota 6).
Il promontorio garganico era addirittura disseminato di tali luoghi di ricovero: S. Giovanni in Piano, Stignano, S. Matteo (già badia di S. Giovanni in Lamis sorta nel VII secolo per opera dei Longobardi che ne fecero un ospizio per i pellegrini di S. Michele), l'Ospedale della confraternita dei Disciplinati istituiti in Vico da S. Vincenzo Ferrero, senza dire di tutti gli altri che circondavano la montagna stessa dell'Arcangelo(Nota 7).
Fra i tanti romei torna acconcio qui trascrivere inoltre, quale fonte non dubbia, l'ingenuo brano di un padre domenicano che visitò il Gargano tra il settembre e l'ottobre del 1576.
Il giovedì a 27 di settembre, detta messa, e fatta colazione partimmo da Procina et al nono miglio, nell'entrata del Monte Santo Angelo, trovammo S. Maria di Stignano, divozione che ottanta anni sono si scoperse e sessanta che fu data ai padri zoccolanti. I quali usano a tutti i viandanti che qui arrivano la carità, se però la chieggono e la vogliono. E ci narrò il vicario di detto luogo, come una botte di vino, solita durare un mese, per i meriti della gloriosa Vergine, dandone ai devoti peregrini era durata due mesi. Da Stignano, bevuto che havemmo ancora noi, partimmo et salendo per quella valle trovammo al terzo miglio S. Marcuccio, terra picciola e murata, abbondante di pomi e di castagne. E più in alto un altro miglio trovammo S. Matteo, badia del Sig. Gian Vincenzo Caraffa, cavaliere di Malta e priore di Ungheria, ove sono liberati gli indemoniati e coloro che sono morsi dai cani arrabbiati sono sanati(Nota 8).
Eremi di Stignano 2. parte - Eremi di Maddalena e Sant'Onofrio (di A.Grana e T. Argod) Documentario sugli Eremi della valle di Stignano, pubblicato il 13 agosto 2013, in collaborazione con Ludovico Centola e Gabriele Tardio.
Statua della Madonna che si trova nella Chiesa del convento di Stignano.Da uno dei suddetti oratori, ingrandito successivamente fino a raggiungere l'imponenza dell'attuale costruzione, ebbe certamente origine S. Maria di Stignano. Il complesso degli edifici comprende ora la chiesa, il convento con due chiostri, un capace refettorio ed ambienti adibiti a depositi, cantine ecc., e in più, dalla parte orientale, un palazzetto signorile che si congiunge alla chiesa con un forte arco a tutto sesto, creando un fornice che lasciava una volta libero il viottolo in ascesa verso la montagna. A mirare tanta opera di fabbrica vien fatto subito di pensare ad uno di quei miracoli compiuti dalla fede e dalla pietà. Una gentile leggenda infatti narra di un cieco della zona che, nel suo vario errare per mendicare un pò di cibo, fu sorpreso nel sonno dalla voce di una Donna bellissima, la quale, ad un tempo, gli ridonò la vista e gli indicò la presenza di un suo simulacro nascosto sui rami di una robusta quercia. Il miracolato avrebbe informato poi i vicini abitanti di Castelpagano i quali, colpiti dal duplice prodigio, accorsero in folla sul luogo, iniziando così, con la nuova costruzione e il culto intensificato, la fortuna dell'oratorio originario. Fin qui la leggenda, ma siamo propensi a credere nella presenza di un motivo di vero nel mito, tipico della devota fantasia popolare. Un qualcosa di eccezionale o di occasionalmente imprevisto dovette accadere: il rinvenimento della statua bizantina e il nome dello stesso miracolato affidateci dalla tradizione, un tal Leonardo Di Falco, nonché la precisazione della data 1350. Una cella del convento di Stignano.I soliti storici locali però, a nostro parere, vanamente opinano quando scrivono che la statua sia stata lì nascosta fin dal tempo della lotta iconoclasta per sottrarla al furore distruttore dei bizantini. A parte che il noto editto iconoclasta ebbe nella penisola italiana, e quindi anche sulle coste pugliesi, un effetto pressocchè nullo, data la maggiore autorità e la costante influenza della vicina sede papale (perché Roma contro Bisanzio oltre all'indubbia autorità morale faceva giocare a suo favore la maggiore distanza dalla capitale del Bosforo), un oggetto come quello, di discreta grandezza sarebbe stato mal nascosto fra i rami di una quercia: il cadere stagionale delle foglie di un primo autunno lo avrebbe reso ben visibile; ma soprattutto è da pensare quale scempiò ne avrebbe fatto il tempo per oltre sei secoli, tanti cioè quanti ne intercorrono dall'editto iconoclasta alla data del rinvenimento. Meglio sarebbe congetturare che, portato il simulacro dall'oriente, come tante altre cose sacre, in Puglia e sul Gargano, in data non precisabile e poniamo pure a seguito dell'editto di Leone Isaurico, fu poi tardivamente ritrovato in uno degli anzidetti oratori dov'era gelosamente custodito e venerato. Refettorio del convento di Stignano.Va d'altra parte notato che mentre l'autore dello Zodiaco dice che la materia di cui è composto il simulacro è sconosciuta, qualche cronista locale afferma invece che esso 'sia di pietra bianca, duttile, così comune nel Gargano'. Ma anche tale questione è controversa e rende possibili le due ipotesi della importazione e della produzione in loco dovuta a qualche artigiano, ispirato però ad antichi modelli bizantini. A meno che non si debba pensare che sia stato portato colà in epoca molto posteriore, non sappiamo se fortunosamente o procacciato di proposito. Certo è che la fortuna della chiesa è da attribuire al sec. XIV come attestano le primitive costruzioni, soprattutto del sacrato diruto dopo i recenti restauri e del primo chiostro tipicamente francescani. Può essere questa una indicazione dubbia, ma che ha il suo valore per quanto stiamo per dire. Infine un fatto è sicuro: che tale fortuna e la rapida prosperità del pio luogo sono state rese possibili in tempi più civili e sicuri, quando cioè gli uomini che si erano arroccati su vette inaccessibili, al tempo delle invasioni e delle incursioni, divallano alla scelta di un sito per un più ameno soggiorno. E la valle di Stignano ne rimane un luogo ideale. Il coro della chiesa del convento di Stignano.Ci pare ora opportuno aggiungere per l'intelligenza o curiosità del lettore altri elementi riguardanti la leggenda, la persecuzione iconoclastica in terra di Puglia e l'insediamento umano che discende dalle vedette dei monti all'amenità delle valli per la mutata temperie storica. Attingiamo tali elementi da un cronista, da uno storico e da un pittore. Il padre predicatore Serafino Montorio è l'autore dello 'Zodiaco di Maria, ovvero le dodici provincie del regno di Napoli, con tutti i segni illustrati da questo sole per mezzo delle sue pregevolissime immagini che in essa quasi tante stelle risplendono'. L'edizione è del 1715, precisamente due secoli dopo la costruzione della nuova chiesa. Narra infatti o descrive eventi prodigiosi che rimonterebbero a più di un decennio dalla pubblicazione dell'opera. La ingenua chiarezza del dettato, la grazia limpida delle espressioni la rendono di amabile lettura: si sente un tal quale aroma che deriva indubbiamente da letture di celebri cronache religiose e mistiche. Si è creduto riportarla integralmente in appendice per queste non spregevoli doti di forma e perché tale opera è stata vagamente o arbitrariamente utilizzata. Premeva far rilevare l'importanza di prim'ordine che ebbe Stignano, 'stella settima', come può desumersi già dal solo titolo del volume, sia sotto il vicereame spagnolo che sotto il nascente regno di Napoli, proprio all'indomani della guerra di successione spagnola e quindi coli'iniziale breve dominio austriaco. Per quanto detto se ne trascrive ora qui l'inizio riguardante la leggenda:
Il giardino che si trova nella parte posteriore del convento di Stignano.'Da due falde del monte Gargano nasce una valle, non meno spaziosa che amena, detta comunemente di Stignano, nella quale fra molte altre chiesette, abitate da esemplari romiti, vedesi innalzato un vago e magnifico tempio dedicato alla gran Madre di Dio, ed i vi annesso un ben ordinato e capace convento di padri minori osservanti di S. Francesco, ed ebbe egli origine nel 1350 nel seguente modo. Un tal Lionardo Di Falco dell'antica terra di Castelpagano, oggi distrutta, essendo cieco, per poter vivere procacciavasi il vitto chiedendo limosine dalle persone caritative. E perché forse non trovava tutto quello che abbisognavagli per detto effetto portavasi talora altrove mendicando poco lungi dalla sua patria. Un giorno dunque passando per detta valle di Stignano, stanco dal viaggio, per riposare alquanto, si pose a sedere sotto di una quercia e poco dopo coricatesi in terra, prese profondo sonno. Ma quando teneva doppiamente serrati gli occhi, per sua fortuna ricuperò la bella luce del giorno, perché, mentre dormiva, apparvegli la Madre di Dio e graziosamente gli restituì la vista. Svegliossi lieto Lionardo e vedendo essere vero quanto aveva sognato, senza passare più oltre, ritornossene pieno di stupore e di giubilo alla propria patria; ed a chi curioso osservavalo non più cieco, raccontò fedelmente quanto in lui operato aveva la Vergine. A tal novella il clero ed il popolo considerando il miracoloso avvenimento, giudicarono che vi poteva essere qualche mistero, nascosto bensì, in quel luogo per Lionardo sì fortunato; onde, ordinata una divota processione, colà portaronsi a ringraziare la Vergine, la quale, per far loro conoscere a qual fine avea operato sì bel prodigio, volle che trovassero su quella quercia una sua statua, tutta simile a se medesima e come veduta l'avea il cieco illuminato. E' quella statua di modello antichissimo, siede in una sedia formata dal legno della stessa quercia, su la quale fu ella trovata, non si sa però di qual materia ella sia formata, siccome nemmeno si è potuto conoscere del bambino che tiene fra le braccia, quantunque ne sia stata fatta molta diligenza. Trovato sì prezioso tesoro, da molti divoti con le limosine fu principiata la chiesa per collocarvela ed appunto nello stesso luogo, dove fu trovata la detta statua; quindi in progresso di tempi fabbricossi ivi un convento servito da Padri Osservanti di S. Francesco' (Nota 1).
A riprova della discutibile influenza in Puglia esercitata dalle autorità politiche ed ecclesiastiche bizantine per quanto riguarda la lotta iconoclasta e l'ossequio a riti diversi da quelli di Roma, sarà bene rileggere alcuni brani di un diligente lavoro di mons. Domenico Vendola, vescovo di Lucera, nella cui diocesi è tuttora giurisdizionalmente compreso il santuario di Stignano. La diversità dei riti tra Roma e Bisanzio è evidente pretesto alla estensione di sfere di influenza di carattere politico e religioso insieme. Nel periodo prenormanno,
mentre sul piano politico e militare in Puglia si svolgeva tutto questo succedersi di lotte, di guerre, di dominazioni in cerca di affermarsi il più largamente, in Oriente sorgevano e si svolgevano le controversie religiose e disciplinari suscitate dagli imperatori e dai patriarchi,
le quali in Puglia avevano
una risonanza molto attenuata e non generarono quella confusione negli uomini, nelle cose e negli istituti che si verificò in Oriente.
Senonchè, per quanto ci concerne, al tempo della lotta iconoclasta, e cioè
nella seconda conquista greca delle Puglie, operata da Basilio I, le cose religiose di questa regione subirono gli stessi contrasti dell'Oriente, con la conseguenza della confusione e del disordine, che lasciarono profondi strascichi.
Quadro di autore anonimo che si trova nella chiesa del convento di Stignano.Come rileva poi Liutprando, vescovo di Cremona, nel 968 l'imperatore Niceforo Foca emanò una costituzione per cui tutte le chiese calabresi e pugliesi dovevano abbandonare il rito latino, sino a quel momento in uso, per seguire quello greco. Vari i contrasti, anche per ragioni di interesse personale, tra i vescovi pugliesi: tra quello di Bari e di Trani unitamente a quello di Canosa e di Siponto. Non conosciamo quali i precisi motivi generali e particolari di rivalità tra Bari e Trani; è certo però che il vescovo rodostano e i suoi successori in Trani e gli altri altrove si dimostrarono disposti ad obbedire all'imperatore, tale non si dimostrò il popolo. Il quale popolo, se era restato indifferente nei secoli passati, alle controversie dottrinali e alieno alle sottigliezze fìlosofiche e teologiche, mostrò la sua aperta disapprovazione sia davanti ai matti furori degli iconoclasti, i quali nelle Puglie non si azzardarono a pubblicare l'editto imperiale di proscrizione delle immagini, ragione per cui i monaci dell'oriente vi trovarono fraterna ospitalità ed accoglienza; sia davanti alla sfrenata voglia di sostituire al rito latino quello greco delle nostre chiese, che erano pur l'unico luogo dove i cittadini, oppressi dal malgoverno bizantino, correvano a confortare gli immensi dolori. Quelle disposizioni servivano ad esasperare gli animi, a suscitare ed accumulare un vespaio di odi e di avversione che si estese a tutto quanto sapeva di bizantino. Quadro di autore anonimo che si trova nella chiesa del convento di Stignano.Di qua nascevano frequenti sedizioni contro gli ufficiali greci, il costante rifiuto di obbedire alle leggi che imponevano, la indifferenza e l'apatia nei loro confronti. Come più cresceva la rabbia e le arti per sottoporre le chiese della Puglia al patriarca di Costantinopoli, più il loro governo barcollava ed i fastosi catapani con i loro titoli ampollosi restavano bocciati. (Nota 2). Quanto al pittore, riportiamo la riproduzione di due quadri felicemente esistenti nella chiesa. Serva tale riproduzione fotografica al precipuo fine di conservare in qualche modo cose così facilmente soggette all'inesorabile distruzione compiuta da tempi sempre più vorticosi e travolgenti. Ma possa anche il lettore rilevare di persona quello che possiamo chiamare lo stato d'animo ispiratore di cotante ingenue pitture. L'imperizia prospettica, tipica dei primitivi alla Rousseau, lo sfavillio dei colori, voglion sì rappresentare la solennità di un grande evento della valle e del santuario ma indirettamente stanno ad indicare il fatto storico dei nuovi tempi: il poter dimorare finalmente con tranquillità in una valle doppiamente benedetta dalla pietà e dalla natura e una letizia, una grazia che emerge dai colori delle cose e dalle linee sinuose, quasi di danza, di chi si accinge a una festa di valore storico. Si vorrebbe aggiungere che il sorgere della 'stella' di Stignano segna l'ineluttabile fine di Castelpagano abbandonato, come vogliono tradizione e cronisti, a diversi abitatori: serpenti e briganti; mentre i successori dei Pappacoda si stanziano anch'essi allo sbocco della valle in una contrada che porta tuttora il loro nome. Brancia infatti per i nostri contadini è tutta la zona che va dal vertice di Castelpagano al Candelaro dove appunto sorgeva la già citata Ergitium.
Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?
Informativa sui cookie
I cookie ci aiutano a fornire, proteggere e migliorare i nostri servizi. Continuando a usare il nostro sito, accetti la nostra normativa sui cookie. Per approfondire clicca su 'Informazioni'.