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Da Qualesammarco, n. 2 del 1989
La nevaia

S. Marco innevata nel 2001
S. Marco innevata nel 2001
In questa società avanzata, post-industriale, in ogni famiglia ci troviamo, tra gli altri elettrodomestici, il frigorifero. Fa comodo ed è indispensabile: tiene al fresco le bevande e conserva le vivande soggette ad alterazioni.
Per le attuali generazioni sembra del tutto normale trovare la frutta fresca dopo diversi giorni acquistata senza aver subìto alcuna decomposizione. La carne può essere conservata a lungo nel freezer ecc. ecc. Ma guardiamoci un pochino indietro nel tempo, ad esempio cinquant’anni fa e oltre. Come facevano i nostri nonni per bere un bicchiere di vino fresco nella stagione estiva? E qui sarebbe il caso di dire: C'era una volta la nevaia... Già, cos’era la nevaia? Qui non possiamo sottrarci all’obbligo, anche per rispetto dei giovani, di descriverla, se pur schematicamente, nelle sue linee generali.
La nevaia veniva costruita generalmente inte nu funne (una ristretta zona concava del terreno), dove con le abbondanti nevicate il vento raccoglieva e ammassava molta neve dalla parte più esposta formando così le famose “nevifere”. La nevaia era un grande fosso fatto scavare dagli interessati profondo circa sei metri e della stessa misura era il diametro. La sua parete circolare veniva ricoperta con delle zolle erbose ricavate dai prati circostanti allo scopo di evitare smottamenti.
La base veniva spianata accuratamente con lu rastedde e lu ratavedde (arnesi che usavano i contadini per raccogliere il grano ed altro sull'aia) e quindi coperta da uno spesso strato di paglia.
Quando nevicava - e prima di neve ne faceva tanta - si andava a remette la neve, adulti e bambini. Parte degli adulti operava sulla “nevifera” formando grosse palle di neve che bambini e ragazzi infilavano con un bastone, si caricavano sulle spalle e andavano a buttare nel fosso. Lì dentro c’erano quattro uomini specializzati nel mestiere che raccoglievano la neve e formavano così degli strati di circa trenta centimetri l'uno di spessore e mentre due la sistemavano gli altri due con i paravise battevano con tutta la loro forza per far sì che venisse pressata al massimo.
Lu paravise altro non era che una grossa piastra ricavata dal tronco di un albero bene spianata, rettangolare con al centro un foro dove si innestava un manico più alto di un metro perpendicolare alla base e con questo attrezzo si batteva sulla neve per comprimerla il più possibile.
Dicevano che ogni strato si faceva di trenta centimetri circa.
Quegli strati si sovrapponevano l'uno sull’altro su su fino a colmare il fosso.
S. Marco innevata nel 2002
S. Marco innevata nel 2002
Da quella neve che cadeva lieve, candida, frolla; che volava via al primo soffio di vento, con il lavoro dell'uomo si trasformava nella nevaia, in un solo blocco duro e omogeneo e che a distanza di pochi mesi ci voleva un arnese a mo' di coltellaccio per tagliarlo a pezzi.
Quando la nevaia era piena, al colmo, subiva una forte, particolare pressione con i paravise battuti con forsennata insistenza tanto che alla fine risultava un pavimento liscio, compatto e ben fermo nella sua resistenza, sopra quel piano veniva sparsa una buona quantità di paglia che con la pioggia e il tempo si depositava bene e tuttavia, di tanto in tanto, veniva rifornita per surrogare quella portata via dalle intemperie.
Mentre si lavorava, non essendoci pozzi o cisterne nei pressi, per dissetarsi i lavoratori riempivano un secchio di neve pulita sperando che l’aria divenisse meno gelida e sciogliendosi si potesse bere. Cionondimeno, il padrone, per onorare le vecchie tradizioni, faceva portare sul posto di lavoro dei barili di vino, non certo del migliore, anzi. Si trattava di vino adulterato, cioè a dire che durante la fermentazione aveva preso un sapore non del tutto buono e sicuramente a tavola avrebbe disgustato chi l'avesse bevuto. Sulla nevaia, oltre al vino, veniva offerta la saraca (aringa), salata com'era, quel vino freddo acquistava il sapore del migliore degli champagnes.
A lavoro finito veniva offerta una cena generale a base di fagioli, magari un po' crudi, e la notte ...
si salvi chi può.
Quando a sera i lavoratori tornavano a casa erano bagnati dalla testa ai piedi. Nessuno di loro calzava scarpe degne di questo nome. Si usavano li scarpune (specie di cioce, vale a dire che di sotto erano di gomma ricavata dalle ruote vecchie delle automobili e di sopra i piedi erano coperti solo nella parte anteriore. Dietro il calcagno ci passava una cinghietta).
Arrivata l’estate si andava a scoprire la nevaia e con una specie di coltellaccio lungo anche un metro, con una lama larga di almeno dieci centimetri, a doppio taglio, si tagliavano i pezzi da cinquanta centimetri di lato per la lunghezza di un metro formando così una specie di gradino. Questi pezzi venivano sistemati nelle ballette di tela pesante con dentro la paglia per evitare l’esposizione al sole caldo della stagione. I pezzi a loro volta subivano lo spezzettamento a causa della vendita al minuto.
Nelle famiglie si metteva al fresco il vino quando era festa. Chi aveva la possibilità confezionava in casa la ruzzata (orzata), la lummenata (limonata) ecc. e comunque quelle bevande fresche e saporite le si trovava nella birreria, nei pochi caffè e da Iangelone a meze lu chiane.
La neve da Sammarco veniva richiesta ed esportata a S. Severo, S. Nicandro, dove si diceva che facessero dei gelati squisiti, a Manfredonia e Lesina per conservare il pesce e in altri paesi che la richiedevano.
Dovunque c’era la nevaia si costruiva la strada per i carretti addetti al trasporto della neve. Dove non era proprio possibile questa veniva trasportata a dorso di mulo.
Le nevaie si trovavano sempre nei posti meno agibili: Montenero, “li Cime”, “li Coppe” ecc.
(Informatore: Giuseppe Soccio detto Seppino)