Giacomo Oddo, Il brigantaggio o l'Italia dopo la dittatura di Garibaldi, Volume III, Milano 1870
[...] Conclusione.
Venuto al termine di un penoso lavoro, io debbo giustificarmi dinanzi ai miei lettori per la copia dei documenti che in quest'opera ho inseriti. Le storie contemporanee quasi sempre vanno a rompere contro gli scogli delle passioni politiche, di che è raro che uno scrittore sia spoglio. Ma se il ragionamento dello storico contemporaneo si fonda sui documenti, egli può dire: della presente età non ho rilevato che i fatti. E ciò che ai presenti parrà forse superfluo, ai futuri sarà non che utile, necessario; essi forse mi sapran grado di aver loro preparato i materiali della storia politico-morale della nostra epoca. Posto ciò, io compendio in pochi generali giudizi i fatti discorsi in questi volumi.
Il Brigantaggio è stato terribile più che nol comporti la mitezza dei costumi attuali in tutta Europa. Confesso che avrei creduto impossibile tali e tante stragi, tali e tante nefandezze nel secolo nostro, e sotto il cielo d'Italia. Ciò che prova come i secoli passino indarno sul capo dei popoli schiavi, ai quali non è lecito fare un passo dal punto a cui sono stretti dalle proprie catene.
La caduta dinastia Borbonica ha promosse ed aiutate queste scene di orrori con danaro, consigli ed inganni; ma tutto ha fatto pazzamente, perciocché oltre alle difficoltà di riuscire, nuove difficoltà si ha creato circondandosi di gente che era la più trista tra l'emigrazione napoletana. Talché, dopo aver perduto il trono, perdette anche la compassione che circonda i grandi infortuni e più scadde nella pubblica opinione che l'ha giudicata severamente. Non trovandone in Italia cercò uomini allo straniero, e credette poter far guerra al nuovo italico governo con avventurieri pochi e malvagi, venuti di Spagna o d'Austria. In tutte le disposizioni dei comitati borbonici io non ne trovo una che sia commendevole per moralità o per sapienza politica o per l'ardimento di cospirazione. Quella dinastia era cadavere nel corpo e nello spirito, e non seppe, dopo la sua caduta, che mandar puzzo di cadavere e stomacarne il mondo.
Il clero romano ha fatto più scaltramente, ma non più saggiamente. Le encicliche del papa, le circolari dei vescovi, le decisioni dei conciliaboli han dimostralo apertamente la incompatibilità della rivoluzione e del progresso col cattolicismo. Per la qual cosa le questioni si fermarono al punto di sapere se la società doveva ritornare indietro o continuare a muoversi, lasciando indietro il papato e con esso tutte quante le cattoliche dottrine. E non entrando nel pensiero di alcuno, fatte pochissime eccezioni, che si dovesse distruggere ciò che con tanti sacrifici avevasi edificato, ne veniva l'abbassamento ed il discredito della cattolica religione in faccia agli interessi della civiltà. Io penso che né Lutero, né Voltaire, né qualunque altra setta di increduli abbia fatto tanto male a Roma quanto ne hanno fatto papa Pio IX ed i vescovi attuali. I preti poi ed i frati, mentre da una parte si sono serviti della confessione e della predicazione per promuovere o la diserzione nelle truppe, o la disubbidienza alle leggi dello Stato, o il discredito del Governo, o l'avversione alla ricostruzione della nazionalità italiana, hanno continualo vita corrotta. E la loro immoralità pubblicata dai giornali per fatti particolari accaduti nelle città, nelle campagne, nei collegi, nei seminari, ha fatto raccapricciare chiunque abbia sentimento di onestà, e vegli sull'innocenza dei propri figli. In questo modo mentre essi privatamente e per vie indirette han cercato modo di avversare la rivoluzione italiana, questa pubblicamente, e col rivelare le turpitudini loro gli ha discreditati e resi odiosi, quindi isolali e in qualche modo impotenti. La parte presa dal clero cattolico nel brigantaggio nocque assai più a Roma sacerdotale; perciocché se si è disposti a compatire le passioni e gli eccessi di esse in certi argomenti, non si è inclinati a perdonar loro le passioni politiche delle quali dovrebbe esser spoglio chiunque voglia farsi credere consacrato a Dio, alla vita dello spirito, ai beni dell'anima immortale.
L'occupazione francese ha protetto il brigantaggio rendendo inviolabile Roma, il focolare di esso; dico protetto; perciocché i generali francesi e i ministri della Grande Nazione, residenti in Roma e comandanti l'esercito d'occupazione si sono mostrali peggiori dei preti e più avversi a noi ed alle cose nostre di quanto il comporterebbe l'inimicizia tra governo e governo, tra nazione e nazione. E qui ci conviene ritornare a quanto dissi nel principio di quest'opera: i francesi di lor natura più entusiasti che riflessivi possono formare il bene od il male della libertà secondo il talento di colui che li regge, e secondo le apparenze che si presentano ai loro sguardi. Luigi Napoleone assise sul trono di Francia coll'aiuto del clero, non ha più potuto né saputo disfarsi apertamente di quest'ombra fatale. Egli quindi a tenere in freno la potenza clericale dell'episcopato francese, ha dovuto, a danno nostro, proteggere il papa e Roma, e col papa, con Roma il brigantaggio che colà si organizzava. L'avvenire dirà che la bandiera francese bastantemente macchiata nel combattere contro la romana repubblica, divenne brutta in queste faccende del brigantaggio, proteggendo l'immoralità, l'assassinio, tutte quelle opere scellerate dalle quali rifugge la civiltà del secolo decimonono.
Il Governo italiano non si trovò mai all'altezza delle circostanze e dei tempi; colpa in parte dei sistemi, ed in parte delle persone. Le ambizioni accecarono, e la sete di potere e di influenza spinse sulle scene del Governo uomini che avevano orgoglio, non capacità. Nei momenti difficili costoro non sapevano trovar salvezza che nei consigli del gabinetto francese, e questo gabinetto se ne valeva per rassodare ed accrescere le sue influenze in Italia. Si andava in Francia per mendicare un portafogli, e si stava stretti alle consorterie per sostenersi e non cadere; gioco indegno che ha aperte piaghe infinite nel corpo della nazione e che ha condannato il popolo, degno di migliore fortuna, alle condizioni le più umilianti. La diffidenza verso gli uomini onesti del paese, la incapacità dei generali, nel guidar le truppe, un certo cinismo circa ai fatti sanguinosi che avvenivano; ecco le ragioni per cui il Governo italiano non li giunse a spegnere il brigantaggio. Lo studio più ordinario che mai si possa fare sui movimenti delle truppe nelle provincie napoletane insegnerebbe a chiunque la inettezza dei comandanti; ed i briganti che di ciò si accorsero a tempo, schernirono chi li perseguitava, correvano le vicinanze di Napoli, uccidevano, ricattavano, ed avrebbero preso il generale Lamarmora a pochi passi dalla capitale, se un caso non lo avesse salvato.
Il Parlamento italiano non è stato per noi guarentigia di sorta; la maggioranza serva, la minoranza ricca di generosi propositi ma indisciplinata. Il Governo ha fatto tutto ciò che ha voluto, e sanzionato dal Parlamento.
La rivoluzione vivente nel così detto partito di azione ha prodotto Sarnico ed Aspromonte; eroismo schiacciato dal governo, non secondato dalla addormentata nazione; pure questo partito vive ancora e forse usciranno da esso gli uomini dell'avvenire.
Introduzione alla Flora del Gargano
Ladri e briganti
- Dettagli
- Categoria: Note di profili
powered by social2s
