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Le previsioni per il futuro
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Estratto dal Libro-dialogo tra Zygmunt Bauman ed Ezio Mauro. I due autori discutono di democrazia e della sua crisi. I capitoli del libro sono: 1 - Dentro uno spazio smaterializzato 2 - Dentro uno spazio sociale mutante - 3. Solitari interconnessi. La citazione qui offerta è tratta dal capitolo 2.
NB. Il libro è molto bello e ve ne consiglio la lettura. Il grassetto è del webmaster. Il testo riportato è di Z. Bauman.

[...]
L’amarezza era dovuta al fatto che ‘l’idea di democrazia economica [ha aperto la strada] a un mercato che è oscenamente trionfante..., mentre l'idea di una democrazia culturale ha finito per essere sostituita da un alienante mercato industrializzato di massa della cultura’.

‘La gente non sceglie un governo che porti il mercato sotto il suo controllo; al contrario è il mercato che in ogni modo condiziona i governi ad assoggettare la gente al suo controllo’.

Ne risulta che il mercato non è democratico, perché le persone non lo hanno mai eletto e non lo governano, e infine ‘perché non ha come suo obiettivo la felicità della gente’. ‘Non è una democrazia che è interna, ma una plutocrazia, che ha cessato di essere locale e vicina ma è diventata invece di colpo universale e inaccessibile’ (Nota 10).
In una delle sue più recenti pubblicazioni, il già citato J.M. Coetzee propone una versione aggiornata dell'allegoria della caverna di Platone. Un giorno un uomo della caverna si avventura fuori, barcollante. Tornato alla caverna dalla sua incursione esplorativa, riferisce ai compagni che ‘la caverna ha un esterno, e fuori della caverna è tutto completamente diverso che all'interno. C'è una vita reale che va avanti fuori da qui’. In risposta, ‘i suoi compagni se la ridono. Povero scemo, dicono, non riconosci un sogno quando lo vedi? Questo è ciò che è reale (e indicano la parete)’. La conclusione che ne trae Coetzee stilla malinconia: ‘In Platone (427-348 a.C.) c'è tutto, fino ai dettagli delle spalle curve, delle immagini tremolanti sulla parete, e della miopia’ (Nota 11). Ecco che quell'antica allegoria di realtà e fantasia, cambiati i luoghi e addobbata di una veste discorsiva, può essere ri-letta e ri-scritta nel 2008 d.C. senza che ci sia quasi bisogno di mutare i dettagli di una storia di speranze infrante.
Per te la sorprendente attualità dell'allegoria platonica si rivela nella ‘egemonia della necessità’. Ma è famosa l'annotazione di Antonio Gramsci in una delle sue Lettere dal carcere, nella quale dichiarava:

‘Sono pessimista con l'intelligenza, ma ottimista per la volontà’;

e in un'altra lettera, dopo essersi definito ‘eminentemente pratico’, osservava:

‘La mia praticità consiste in questo: nel sapere che a battere la testa contro il muro è la testa a rompersi e non il muro’ (Nota 12).

E spiegava che con quella praticità intendeva che dobbiamo essere realistici - brutalmente sinceri con noi stessi - quando si tratta delle nostre possibilità di produrre cambiamenti. Solo così è possibile cambiare le cose nella realtà, e non solo nei nostri sogni sbizzarriti e nei nostri desideri. La lezione di questo realismo è comunque un ottimismo radicale che rifiuta di accettare la sconfìtta e insiste che il cambiamento in meglio è per noi una possibilità reale. Ciò significa che nostro compito è di provocare il cambiamento; non siamo fuori dai guai solo perché vediamo quanto questo compito sia difficile. Al contrario, vedere la difficoltà del compito è l’inizio del nostro lavoro, non la fine.
E dipanava l'intrinseca ambiguità della strategia proposta con una stringatezza e chiarezza aforistica: ‘La sfida della modernità è vivere senza illusioni e senza diventare disilluso’ (Nota 13). Non c'è spazio qui per la necessità. La necessità è un'illusione, o peggio; per dirla con una citazione tratta dal discorso di William Pitt il Giovane alla Camera dei Comuni del 18 novembre 1783,

‘la necessità è la scusa per ogni infrazione della libertà umana. E l'argomento dei tiranni; è il credo degli schiavi’.

Noi non siamo determinati. Niente di ciò che facciamo è inevitabile e ineluttabile, privo di alternativa. Contro le pressioni provenienti dall'esterno, che sollecitano la nostra obbedienza e insistono per la nostra resa, possiamo ribellarci - e spesso lo facciamo. Ciò non vuol dire tuttavia che siamo liberi di agire come vorremmo o come sogniamo: liquidato lo spauracchio della necessità, ci troviamo comunque davanti al dilemma fin troppo reale della fattibilità. E la fattibilità - o più precisamente l'accessibilità dei nostri obiettivi, modulati e temperati dalle possibilità del loro conseguimento - a tracciare la linea divisoria fra le opzioni realistiche e quelle di fantasia, e a misurare la probabilità di scelte individuali alternative. Le persone scelgono, ma entro i limiti segnati dalla fattibilità degli obiettivi- un fattore non aperto alla loro scelta. ‘Essere realisti’, secondo Gramsci, è in effetti una posizione ambivalente: migliora la probabilità di successo, ma al prezzo di rinunciare al perseguimento di altri obiettivi considerati fuori portata. Soprattutto, rende plasticamente visibile la sconcertante complessità del compito: anche se solo per sollecitare ulteriori sforzi, non per suggerire il suo abbandono e la rassegnazione. La manipolazione delle probabilità può rendere alcune scelte eccessivamente costose e quindi ridurre la possibilità che vengano abbracciate - anche se difficilmente può riuscire nello sforzo di renderle impossibili da abbracciare. Il mondo degli uomini è un regno di possibilità / probabilità, non di determinazioni e necessità.
Le probabilità vengono in effetti manipolate; e nella maniera più potente e indomabile forse da quello che tu descrivi come ‘il pensiero dominante che vale per entrambi [il luogo fìsso e l'altrove]: le élites lo producono e lo riproducono, lo professano; gli scartati e gli espulsi ne contestano gli effetti ma non lo decodificano, lo subiscono'. Gramsci chiamava il ‘pensiero dominante’ col nome di ‘egemonia’ filosofica, che ai suoi occhi permeava e impregnava l'intera società da cima a fondo - e insisteva che non è concepibile alcun cambiamento radicale della società a meno che non venga trasformata questa filosofia egemone. La difesa più efficace che la filosofìa attualmente egemone oppone contro la trasformazione è la sua studiata impercettibilità al limite della invisibilità, e la sua portentosa capacità di assorbire ogni critica e resistenza e riciclarle da addebiti in punti di forza. La tenuta apparentemente inattaccabile della cultura consumista fonda il suo sorprendente successo sulla sua abilità nel deviare le vie che portano all'acquisizione di tutti e singoli i valori essenziali della vita (come la dignità, la sicurezza, l'accettazione e il riconoscimento sociale, il senso di appartenenza e insieme di distinzione, una vita carica di significato, il perseguimento della felicità, l'autostima, o infine una chiara coscienza morale) verso le strade dello shopping; con lo shopping che viene rappresentato come la soluzione universale al più universale dei problemi e delle preoccupazioni umane.

Un tempo tutte le strade portavano a Roma; ora tutte portano ai negozi.

Vari osservatori addebitano alla cultura consumista un altro crimine, direttamente connesso con la ‘crisi della democrazia’ che è al centro della nostra conversazione: il crimine di trasformare il cittadino - in parte di proposito, in parte involontariamente - in consumatore, cioè in una persona che si aspetta servizi da coloro che governano il paese, ma senza pensare di poter partecipare alla sua conduzione e senza sentirsi né invitata né autorizzata a prendervi parte. Ne abbiamo detto prima; e diversi aspetti della politica contemporanea sembrano confermarla. Se questa osservazione risulta alla fine fuorviante, non è perché non sia vera, ma perché distoglie l'attenzione dalle sottostanti cause cruciali dell'attuale esodo dei cittadini dalla dura responsabilità della politica, immersi come sono nei comfort del consumismo; che sono i fattori di cui quell'esodo non è altro che una conseguenza. L'osservazione di cui sopra è carente perché ‘fa sconti sulla verità’, poiché si limita solo a uno dei tanti fattori responsabili della crisi che attualmente assedia le istituzioni ereditate ed esistenti della democrazia. Trascura quello che è il nucleo duro della presente inquietudine: la crescente e sempre più manifesta impotenza degli strumenti di impegno e azione politica collettiva a disposizione, e la conseguente vanifìcazione delle poste in palio che ancora fino a non molto tempo fa rendevano così attraente e imperativo il coinvolgimento politico.
Mi sia consentito richiamare qui un passo di un recente articolo di Ivan Krastev (Nota 14), osservatore e analista degli attuali alti e bassi della vita politica straordinariamente acuto:

Alcuni paesi europei rappresentano oggi esempi classici di una crisi della democrazia prodotta da poste in gioco eccessivamente basse. Perché greci e portoghesi devono recarsi alle urne quando sanno benissimo che, con tutti i guai collegati all'euro, le politiche del governo che uscirà dalle elezioni saranno esattamente le stesse di quelle del governo esistente?... Le elezioni non solo stanno perdendo la loro capacità di catturare l'immaginazione popolare, ma sono incapaci di superare efficacemente le crisi. La gente ha cominciato a perdere interesse ad esse. C'è un diffuso sospetto che siano ormai diventate un gioco da idioti.

Bene, anche fra gli altri elettorati domina il sentimento altrettanto diffuso che un cambio di governo non cambierà nulla nella condizione dei propri paesi e nella loro miserevole situazione. I governi sono oggi ben noti sia perché si lavano le mani di ogni responsabilità nascondendosi dietro le ‘leggi del mercato’, il TINA ('There Is No Alternative', non ci sono alternative), e altre forze del genere che essi non controllano, sia perché promettono ai loro elettori più difficoltà anziché meno; o perché fanno promesse che non sono in grado di mantenere (come sanno troppo bene tanto loro stessi quanto quelli che li mettono in quei posti). Nella maggior parte dei casi, le elezioni non fanno che sostituire une squadra di governo incerta e imbelle con un'altra parimenti debole e improduttiva, se non di più. Gli elettori che nonostante tutto decidono di prendere parte al ‘gioco da idioti’ sono guidati soprattutto dalla loro frustrazione per le tante promesse disattese di chi occupa la carica, più che dalle speranze investite su coloro che puntano a rilevarla. Un'altra citazione da Krastev:

Non sorprende il responso degli studi secondo cui stanno sparendo in Europa i vantaggi goduti da quelli che occupano i posti di governo. I governi crollano più rapidamente di un tempo, e vengono riconfermati meno spesso. ‘Nessuno è più veramente eletto’, afferma il pensatore politico francese Pierre Rosanvallon. ‘Quelli che detengono il potere non godono più della fiducia degli elettori; semplicemente si avvantaggiano della sfiducia nei confronti dei loro oppositori e predecessori’.

I governi sono privi di fiducia non tanto per il sospetto di incompetenza o di corruzione nutrito nei loro riguardi dagli elettori (anche se queste accuse vengono usate da molte frange populiste come la loro rete preferita per pescare voti), quanto a causa dello spettacolo quotidiano che offrono della loro inettitudine e inefficienza. Il che, a sua volta, è un prodotto della notoria deficienza di tutti e singoli i governi che si succedono: la cronica incapacità del potere di far fronte alle preoccupazioni che toccano la vita quotidiana e le prospettive di vita dei loro cittadini.

Mi sia concesso di riportare un altro passo - questa volta un po' più lungo, data la sua efficacia -, tratto dall'illuminante saggio di Krastev:

Protestare conferisce potere e votare è frustrante perché il conquistare il governo non garantisce più che le cose cambieranno. Le elezioni stanno perdendo il loro ruolo centrale nella politica democratica, perché i cittadini non credono più che il loro governo governi effettivamente, e quindi non sanno con chi prendersela per le loro disgrazie. Quanto più le nostre società diventano trasparenti, tanto più è difficile per i cittadini decidere verso dove indirizzare la loro rabbia. Viviamo in una società di ‘criminali innocenti’, dove i governi preferiscono strombazzare la loro impotenza piuttosto che il loro potere. Prendiamo la questione della crescente disuguaglianza. Se vogliamo criticarla, contro chi o contro che cosa dobbiamo puntare il dito? Contro il mercato? Contro il governo? Contro le nuove tecnologie?... i vani tentativi di parecchi governi di sinistra di alzare le tasse a carico dei super-ricchi mettono con forza in evidenza le limitazioni con cui ogni governo deve fare oggi i conti nella sua politica economica. Vuol dire che anziché cercare di far vacillare il governo dobbiamo averne pietà?

Non sarà la prima volta che lo svago generosamente dispensato dai clown da circo si troverà mescolato con un pizzico di pietà per i loro poco invidiabili penosi graffi... Il divertimento, sarei tentato di dire, è l'ultimo atto della ‘politica quale la conosciamo’. I politici si sbracciano per offrire almeno quell'unico regalo ai loro elettori affamati di divertimento. Quella che per inerzia chiamiamo ancora, erroneamente, ‘lotta politica’, non è più una competizione di idee, ma di personalità: i punteggi più alti sono assegnati al personaggio fotogenico, arguto, a chi sforna abilmente a getto continuo divertenti barzellette e frasi ad effetto. Nel suo studio ingiustamente trascurato Amusing Ourselves to Death (Nota 15)Neil Postman individuava già nel 1985 i segnali eloquenti della fine imminente della ‘politica quale la conosciamo’:

Benché la Costituzione non ne faccia menzione, si direbbe che le persone grasse siano ora praticamente escluse dalla possibilità di correre per le alte cariche politiche. Probabilmente anche i calvi. Quasi sicuramente quelli che non possono contare sull'arte cosmetica per migliorare significativamente il loro aspetto. In effetti, forse abbiamo raggiunto il punto in cui la cosmesi ha sostituito l'ideologia come campo di competenza su cui un politico deve avere un occhio esperto.

Postman disegnava un futuro della politica a tinte fosche... In tempi in cui il divertimento da palcoscenico impone il modello obbligatorio del comportamento pubblico e fornisce il metro principale con cui vengono valutati i politici candidati e in carica, l'era della ‘politica quale la conosciamo’ deve subire uno stop. Per tutto l'insieme delle deviazioni che segnalavano l'arrivo della crisi della politica Postman se la prendeva con la cultura ‘che diviene burlesque’, in cui ‘la devastazione spirituale arriva più probabilmente da un nemico con una faccia sorridente che da uno con un volto ispirante sospetto e odio’:

Quando una popolazione è distratta dalla banalità, quando la vita culturale è ridefìnita come una perpetua giostra di divertimenti, quando la grave conversazione pubblica diventa una sorta di linguaggio infantile, quando, in poche parole, un popolo diventa spettatore e gli affari pubblici diventano vaudeville, a quel punto una nazione è a rischio.

Nessuna meraviglia che, come tu suggerisci, "diventa molto problematica quella che Hans-Georg Gadamer chiama la 'fusione di orizzonti"- Il bazar kuwaitiano in cui si svolge un buon tratto, forse la maggior parte, della nostra vita, è del tutto inadatto a realizzare quella fusione di orizzonti che Gadamer aveva in mente. La sola solidarietà di menti e fatti che è probabile venga fuori è quella dei venditori ambulanti che esaltano urlandosi l'un l'altro il valore dei loro articoli scadenti, di seconda mano.

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Intervista allo studioso statunitense che mette in guardia dai pericoli dell'avanzamento tecnologico.
Coates: Altro che progresso: il futuro è pieno di rischi'
a cura di Mediamente/Rai Educational
Da Repubblica del 30 novembre 1998

Domina oggi un generale ottimismo sulle prospettive del futuro, soprattutto in relazione allo sviluppo tecnologico. Tuttavia, al convegno della World Future Society lei ha presentato una relazione dal titolo 'Ten Dark Clouds on the Horizon', dieci nubi all'orizzonte. Quali sono queste dieci ragioni di preoccupazione, e su cosa fonda questo sguardo eccentrico in un contesto di ottimismo?

'Ci troviamo in una fase di transizione che non ha precedenti dalla rivoluzione industriale, nella quale le opportunità sono talmente abbondanti che non si può non vedere la potenzialità di uno straordinario progresso per l'intero mondo. Abbiamo di fronte 'rivoluzioni benefiche' che investono la nostra vita nelle aree dell'energia, della Information Technology, della genetica, dei materiali. L'atteggiamento verso l'ambiente si trasformerà radicalmente e assisteremo infine all'emergere delle tecnologie cerebrali. Queste rivoluzioni senz'altro giustificano un fondamentale ottimismo sul futuro del genere umano. Tuttavia, non dovremmo consentirci di essere così sopraffatti dall'ottimismo da ignorare le 'nubi' all'orizzonte, di non vedere la possibilità che di fronte a noi si trovino difficoltà importanti. Se non dovessimo affrontare queste difficoltà in modo tempestivo potremmo vanificare tutti i benefici in chiave di progresso di queste rivoluzioni. Ad esempio, pensiamo allo scenario nel quale la terra sia colpita da un asteroide o da un meteorite: il fatto che ciò sia già avvenuto, come testimoniano prove geofisiche incontestabili, non spinge nessuno, a livello governativo, a investire denaro in un progetto che possa stabilire quando ciò potrebbe avvenire, e cosa fare per affrontare una simile evenienza.
Abbiamo la tendenza a chiudere gli occhi di fronte a difficoltà che sono, a livello psicologico o temporale, distanti da noi. Questo è solo un esempio di un ampio numero di situazioni per qualche verso analoghe, come la possibilità di controllare i terremoti o le condizioni meteorologiche, di cui nessuno sembra percepire l'utilità come importanti applicazioni pratiche delle nuove tecnologie. Ma abbiamo poi altre difficoltà che dobbiamo affrontare, praticamente in ogni categoria. Ad esempio, oggi il modello di gran lunga più adottato nel mondo è quello democratico: su 193 paesi, circa 120 sono democratici, se non altro tecnicamente. Tuttavia, in molti dei paesi che hanno recentemente adottato il regime democratico coloro che si sono insediati al potere abusano del potere stesso, e ignorano l'imperativo del bene comune. Ciò è dovuto al fatto che il sistema democratico diffuso nell'Europa occidentale, in Inghilterra e negli Stati Uniti, si fonda su un corpo di valori quali il rispetto della legge e della gente, e non, semplicemente, su un sistema elettorale. La democrazia che si è diffusa nel mondo spesso viene utilizzata negativamente come strumento per consentire a figure discutibili di insediarsi al potere. Abbiamo numerosi altri esempi, e non è interessante qui produrne una lista, ma vorrei ricordare come nel mio paese, gli Stati Uniti, il documento fondamentale per la democrazia, ossia la Costituzione, è uno strumento che sta diventando obsoleto. La struttura del governo e della costituzione riflettono il periodo storico in cui sono stati costituiti e i problemi cui intendevano rispondere, dagli arbitri della corona inglese a vecchie nozioni su come organizzare la terra, il trasporto e la sicurezza. Oggi cerchiamo di affrontare il cambiamento con uno strumento funzionale a una società e a un'epoca a noi molto distanti, il che evidentemente non può dare buoni risultati. E' ovvio che riscrivere la Costituzione, con la sua carta dei diritti, sia un'operazione temuta ma sono convinto che resistere alla necessità di un suo aggiornamento ai problemi attuali sia un ostacolo decisivo per gli Stati Uniti del futuro.
Abbiamo poi ovviamente problemi più difficili da gestire. Nel processo di urbanizzazione della società, col che intendo la perdita di contatto diretto con la terra e con la manualità, si è spezzato il rapporto fra la gente e l'esperienza e la comprensione del modo in cui funziona il mondo. Ad esempio, quanti sono in grado di descrivere come l'acqua raggiunga gli impianti domestici, oppure cosa succeda all'immagine quando si spegne il televisore. Solitamente, a questa domanda risponde un mormorio divertito, ma questa reazione riflette il fatto che la gente non sa dare una risposta ed è a disagio. Questo disagio, legato alla non conoscenza di come funzioni il mondo, fa sì che la gente sia alla mercé di ogni sorta di manipolazione. Questi sono alcuni esempi delle 'nubi', delle minacce che si profilano al nostro orizzonte. Ora, è chiaro che se vediamo delle nubi cariche di pioggia all'orizzonte ciò non significa che necessariamente pioverà, ma al contempo le nubi segnalano una possibilità negativa cui dobbiamo prepararci'.

Un recente studio, apparso in volume con il titolo The Commanding Heights, sostiene che il potere si stia trasferendo dagli stati e dalle istituzioni pubbliche al mercato, e rivolge a questa prospettiva uno sguardo profondamente critico. Qual è la sua posizione in merito?

'Il variare dei ruoli di mercato e governo è un argomento di grande attualità e fascino. Molti, credo, spinti dal proprio entusiasmo e dalle proprie motivazioni ideologiche identificano un portato salvifico nel declino dei governi e nell'ascesa delle corporation. Questo, credo, è assolutamente fuori luogo su entrambi i piani di ottimismo, rispetto alla complessità e al ruolo delle corporation. In primo luogo, l'incremento di complessità globale, la dipendenza dalla tecnologia, l'interazione fra persone, istituzioni e affari, producono uno scenario di complessità non rassicurante, e per due ragioni. Da un lato i sistemi complessi rischiano il collasso sotto il peso della propria complessità; dall'altro questa complessità favorisce una strategia volta al vantaggio individuale, o al beneficio di un singolo gruppo, a scapito del bene collettivo. L'unico strumento che abbiamo sviluppato per controllare e limitare gli abusi nei sistemi complessi è la normativa di legge, e l'unico strumento a nostra disposizione per stabilire quest'ultima è il governo. Pertanto, a differenza di chi inneggia alla corporazione come risposta a ogni problema, ritengo che a un incremento di complessità deve corrispondere un incremento di sofisticatezza del sistema di governo per gestire la tecnologia globale. Per il momento abbiamo tre livelli di governo: locale, provinciale, centrale o federativo. Secondo me assisteremo all'emergere di un quarto livello, il governo globale, e in tempi abbastanza prossimi. Già ora ci sono segnali di questa tendenza, se si guarda all'attività recente delle Nazioni Unite. Anche se le Nazioni Unite non possono rappresentare la forma definitiva di governo globale, tuttavia costituiscono un segnale decisivo di un processo di controllo di questioni globali come l'inquinamento, oceanico o atmosferico, il trasporto dei beni, i flussi di popolazione, o questioni strettamente tecnologiche come il controllo delle frequenze radio. In secondo luogo, l'identificare nella dimensione corporativa la risposta a ogni problema contrasta evidentemente con ogni lezione storica. Storicamente la corporation ha sempre spinto i propri limiti al punto in cui il fine coincideva con avidità e pratiche monopolistiche. E in ogni paese si è reso necessario vincolarne le operazioni, disporre regole e leggi per fermare la sua natura essenzialmente predatoria. Oggi vediamo che la corporation attraversa nel mondo il tipico percorso di sviluppo, abuso e fallimento. Lo vediamo negli Stati Uniti, dove le corporation stanno attuando incredibili tagli di costi del lavoro, di benefit, e di pensioni, assegnando ai lavoratori il compito di farsi carico del proprio futuro; assistiamo a una fuga delle corporation verso paesi in cui il costo del lavoro è 5-10 volte inferiore agli Stati Uniti. Assistiamo a un tentativo da parte delle corporation di rappresentarsi come imprese globali, intendendo con ciò la negazione delle proprie responsabilità verso chiunque non siano i propri azionisti, cui in inglese si fa oggi riferimento con il termine di shareholder, ben più rassicurante e ruffiano del vecchio termine tecnico, stockholder. Tutti questi fenomeni conducono a un incremento degli abusi, che non si arresterà se non attraverso un intervento nazionale e internazionale di controllo. Ciò non significa che la dimensione della corporation non possa apportare benefici a moltissimi di noi, a livello mondiale. Semplicemente, dobbiamo mantenere la guardia contro i suoi abusi e prepararci a porre un freno a essi'.

Spesso si dà per assunto che il nostro cammino verso il futuro dipenda, in larga misura, dalle scoperte tecnologiche. Ritiene che questa visione abbia una validità, anche a lungo termine?

'Si tratta di una questione interessante, quale sia il ruolo della tecnologia nel futuro immediato e a lungo termine. Non credo ci siano dubbi sul fatto che l'attuale proliferazione di capacità tecnologiche costituisca una possibilità straordinaria per l'intera umanità. Abbiamo sistemi di telecomunicazione, di Information Technology, che aprono un universo di potenziali opportunità di formazione, di condivisione dell'informazione, e non solo per chi vive nei paesi avanzati. E' ovvio che la maggior parte della popolazione mondiale è ancora esclusa dalla tecnologia come strumento positivo: molti hanno radio e televisione, ma non hanno ancora la possibilità di usufruire dell'aspetto interattivo della tecnologia. Certamente è solo una questione di tempo; fra dieci, vent'anni o poco più, praticamente tutti saranno impegnati in modo interattivo, con tutti i benefici che ciò comporta. Analogamente, ci sono dei progressi in campo medico che produrranno interventi decisivi sulle malattie croniche e contagiose. La tecnologia sta apportando benefici ovunque, settore dopo settore. Il problema è che però dobbiamo chiederci se questi 'benefici' siano completamente positivi, oppure se, come credo, ciascuno di essi abbia in sé una potenziale negatività. Quello che dobbiamo fare è apprendere, e l'unico modo di apprendere è attraverso l'esperienza di questa negatività; dobbiamo imparare a gestirla, a controllare la sua influenza e a minimizzarne i danni. Ritengo che non vi sia nulla, entro i prossimi cinquant'anni, che apporterà benefici paragonabili a quelli delle nuove tecnologie. Tuttavia, se rivolgiamo lo sguardo al futuro a lunghissimo termine, fra cento, trecento, cinquecento, mille anni, è ovvio che altre forze, già visibili e influenti sul breve e medio termine, diverranno fattori primari. Ci sono insomma questioni non strettamente di ordine tecnologico che devono essere affrontate. In un mondo di crescente prosperità dobbiamo confrontarci con una serie di questioni, come il controllo delle nascite. Non possiamo continuare a crescere indefinitamente su un piano globale: anche un tasso di crescita del 100% ogni cinquant'anni è probabilmente insostenibile. C'è poi il problema della distribuzione dei benefici. Non si tratta di questioni tecniche, bensì di questioni socioeconomiche, politiche, e il potenziale di prosperità universale che ci si profila all'orizzonte è strettamente legato a queste problematiche. Non bisogna pensare a un'opzione alternativa, se si debba favorire questo o quest'altro nel determinare il futuro, ma a una complessa serie, in costante riformulazione, di priorità relative fra i fattori che hanno un potere di determinazione'.

Come ritiene si debba riformare l'istruzione, per affrontare i possibili cambiamenti nel futuro? E come può il cambiamento stesso, a sua volta, influenzare i sistemi tradizionali di acquisizione del sapere?

'L'istruzione è cruciale perché vi sia progresso: si tratta dello strumento più efficace per spostare le barriere intellettuali e disegnare nuove possibilità. L'istruzione è essenziale per l'apprendimento dei saperi elementari e per la nostra prosperità individuale, è la base per il benessere nazionale, e ciononostante almeno nel mio paese, gli Stati Uniti, essa è in un processo di drammatico declino. L'istruzione primaria e secondaria, i primi dodici anni di studio negli Stati Uniti, è prossima al collasso. I nostri ragazzi sono meno istruiti, meno informati, meno competenti rispetto a venti, trent'anni fa. Il sistema scolastico è diventato sede di finalità che non hanno nulla a che spartire con l'istruzione. Non esistono né standard né dati comparativi, e cosa ancor più importante, questa condizione cognitiva catastrofica trova una diffusa compiacenza perché non è recentissima ma alla seconda generazione. Il collasso è iniziato fra la fine degli anni 60 e i primi anni 70, e oggi abbiamo pertanto una generazione di genitori che sono stati 'truffati' da quel sistema educativo, e che non possono percepire la mediocrità dell'istruzione che ricevono i loro figli. Ciò è evidente nel declino delle high school, e della qualità degli studenti che si iscrivono all'università. Una percentuale sorprendentemente alta di studenti universitari americani deve fare corsi integrativi, che ripetono loro quello che avrebbero dovuto apprendere alle superiori. L'istruzione universitaria si sta contraendo in termini di durata, di contenuti, e di efficacia. L'unico settore di grande qualità negli Stati Uniti è l'istruzione post-laurea, per la quale siamo ancora invidiati da tutto il mondo; ma non dobbiamo dimenticare che coloro che conseguono master e dottorati di ricerca sono solo l'apice, composto del resto per una buona metà da studenti stranieri, di una enorme piramide nella quale la gran parte degli studenti è penalizzata.
Ora, cosa può cambiare questa situazione? Credo che il fattore più determinante sarà l'apprendimento a distanza, grazie alla Information Technology. E' estremamente probabile, secondo me, che in futuro i giovani si sposteranno fisicamente per andare in università solo per due ragioni: per seguire corsi che richiedono una presenza fisica, come le arti, la danza, la scultura, la ricerca di laboratorio e per curare i rapporti sociali, o per cercare un compagno. Sempre più il curriculum universitario sarà accessibile a distanza, attraverso Internet dal computer di casa. E questa tendenza toccherà anche la scuola secondaria, in particolare gli ultimi due anni di high school. Ciò implica una mutazione radicale nei curricula, nelle aspettative, nella valutazioni, nel controllo della qualità dell'apprendimento, ma il principio economico è così a favore di questo processo che ritengo sia destinato a concretizzarsi. E inoltre c'è un ampio numero di genitori insoddisfatti dell'istruzione dei figli che sono disposti a integrarla attraverso un'istruzione domestica, man mano che i computer e altre tecnologie dell'informazione diventano più accessibili. Il che rende probabile che l'apprendimento a distanza quale integrazione della scuola si diffonda a ogni livello. Se si guarda poi a paesi come Francia, Italia, Germania, alla gran parte dell'Europa, dove si ha un grosso problema di spazi, ad esempio di aule, in rapporto al numero degli studenti universitari, l'apprendimento a distanza costituirà una vantaggiosa alternativa. La capacità di compiere l'intero curriculum universitario da qualsiasi luogo e a un costo sostenibile potrebbe produrre una rivoluzione del sistema formativo in questi paesi. Invece di avere studenti che impazziscono per trovare un posto nell'aula, che non frequentano le lezioni più utili, che si affidano agli appunti del compagno, potremo raggiungere un nuovo livello di qualità e impegno. E vorrei ricordare il ruolo che negli Stati Uniti e sempre più nel mondo va assumendo il life-long learning, la formazione permanente. Qualsiasi tipo di attività oggi richiede un aggiornamento costante. Ciò significa essere pronti ad apprendere per l'intero corso della nostra vita; e ciò sarà realizzabile attraverso il life-long learning, che in larghissima misura si avvarrà della Information Technology'.

In Italia non è infrequente che gli insegnanti reagiscano con diffidenza a richieste di cambiamenti radicali rispetto ai curricula e al rapporto fra docente e studente. Si tratta di un fenomeno diffuso anche negli Stati Uniti?

'Quando si affronta un cambiamento radicale nel sistema dell'istruzione, come quello ad esempio dell'apprendimento a distanza, non possiamo dimenticare che gli insegnanti, come è normale che sia, temono tremendamente ogni mutamento radicale nel proprio ambiente. Ciò non riguarda, nel caso degli insegnanti, solo un problema di nuove tecniche, o di obsolescenza del sapere acquisito e del metodo didattico. Problemi questi che possono essere superati da un nuovo apprendimento. Gli effetti più clamorosi dell'insegnamento a distanza sono rappresentati dal fatto che i professori saranno in competizione con i migliori colleghi del proprio paese, e del mondo. Negli Stati Uniti, chi vorrebbe più seguire i corsi di storia europea di un'università di infimo ordine, quando si possono seguire le lezioni del docente più insigne di Harvard, oppure della London School of Economics, o di Cambridge? Saremo di fronte a una competizione nazionale e mondiale per avere i migliori docenti, che tengono le migliori lezioni attraverso i media, il che costituisce chiaramente motivo di preoccupazione perché può cancellare il lavoro di molti docenti mediocri. Ritengo che l'apprendimento a distanza eliminerà il concetto di 'tenure', che significa avere il posto di lavoro a vita di cui godono negli Stati Uniti i full professor. Questa è stata una straordinaria tecnica sociale dell'800 per controllare i rischi che correva chi era dissidente politico, ma che è oggi assolutamente obsoleta. Negli Stati Uniti, se qualcuno venisse licenziato per il proprio estremismo politico, raddoppierebbe probabilmente il proprio stipendio presso un'altra università, che sarebbe ben lieta di accoglierlo per le medesime ragioni. E pertanto oggi il concetto del posto fisso non è altro che un modo di tenere in vita una incipiente organizzazione di stampo geriatrico.
Inoltre un aspetto primario della struttura organizzativa dell'università è l'amministrazione. Anche il settore amministrativo sarà interessato dall'apprendimento a distanza, perché dovrà studiare strategie per raggiungere nuovi utenti. Ci sono oggi nel mio paese scuole e università che organizzano eventi estivi che coinvolgono i nuclei familiari. Si va sviluppando un mercato di adulti, paragonabile a quello dei giovani, in cui le persone si incontrano, svolgono attività fisica, si spostano nel paese e nel mondo, apprendono, si divertono e fanno un'esperienza intellettuale. Uno dei problemi decisivi per le amministrazioni è definire quale sia il nuovo ruolo delle università, e questo confronto con il cambiamento porta molti alla paralisi. Ritengo che l'università stia attraversando una fase di intenso cambiamento, che investe il corpo docente e l'amministrazione. Spesso invece di affrontare questo cambiamento come una grande opportunità, lo si nega. Ma ci sono ovviamente eccezioni, soprattutto nei dipartimenti scientifici dove si ha già familiarità con le nuove tecnologie della formazione'.

Spesso nei future study si usa il termine 'evoluzione'. Qual è il concetto che descrive, e che rapporto ha con il concetto di 'progresso'?

'Uno dei concetti che hanno segnato l'800, credo nato nel Regno Unito ma adottato nell'Europa occidentale e negli Stati Uniti, fu quello di progresso, in base al quale si riteneva che gli sviluppi tecnologici in larga misura portassero grandi benefici alla gente e alla società. Oggi, la fiducia in quel progresso ha perso parte della propria forza e la vecchia nozione di progresso si è resa ormai inattuale. Nelle nazioni sviluppate all'incremento di prosperità, ai benefici di quelle prime spinte di progresso, è corrisposta un'attenzione crescente agli elementi negativi, alle inadeguatezze, ai fallimenti, alle difficoltà connesse con esso. Le classi medie sono sempre più orientate a prevedere, a fronte di novità, cosa potrebbe non funzionare, qual è il problema, quale il potenziale fallimento, come evitarlo, e così via. Pertanto, una sorta di paura sistematica ha rimpiazzato il passato entusiasmo verso il progresso tecnologico. Mi auguro che potremo recuperare una visione positiva del progresso considerando la molteplicità di potenziali positivi che la genetica, i nuovi materiali e l'information technology potranno offrire. Tutto ciò, a ogni modo, è distinto dal concetto correlato di evoluzione. Ora, è ovvio che le società e gli individui si evolvono quotidianamente; ma non bisogna confondere questo processo con il concetto di evoluzione che si è imposto nel secolo scorso con Darwin, in base al quale l'evoluzione delle specie produce da una specie esistente una o più nuove specie fondamentalmente diverse. E' possibile che questa evoluzione si applichi a intere società, e in senso non necessariamente progressivo. Se si guarda alla storia degli antichi imperi, si può osservare quasi sempre una traiettoria di ascesa, di maturità, e di declino. Ciò dimostra come l'evoluzione non sia necessariamente positiva. Ma è frequente incontrare un rifiuto implicito del processo evolutivo umano, al quale bisogna però contrapporre la consapevolezza del nostro essere parte del regno animale, e dunque in costante, benché impercettibile, evoluzione. Una delle domande interessanti per il futuro sarà allora come vogliamo evolverci, perché ora, a differenza di 50 o 25 anni fa, siamo la prima specie a essere in grado di intervenire consapevolmente sulla propria evoluzione. Questa è una delle conseguenze primarie dell'emergere della genetica e delle tecnologie connesse. Di fronte a noi abbiamo dunque una questione estremamente interessante: in quale direzione noi, in quanto specie umana, scegliamo di andare'.

E' di questi problemi di cui si fa carico un programma di ricerca sul futuro a lunghissimo termine come Humanity 3000. Ce ne può descrivere i fini e l'utilità?

'Recentemente sono stato impegnato in un'interessante attività con Humanity 3000, che si propone di pensare al futuro su una scala di mille anni. Non credo che si tratti di un puro divertimento, un passatempo sterile, o un esercizio stupido, ma di un tentativo di guardare al potenziale a lungo termine dell'umanità. Quali sono i diversi modi in cui, in senso sociale, istituzionale, personale, possiamo evolverci? Potremmo avere nuovi tipi di persone con moduli informatici a livello cerebrale, o risultanti da tecniche genetiche? Cosa potrebbe accadere fra mille anni, cosa sarebbe auspicabile e cosa sarebbe assolutamente da rifiutare? Supponiamo che in questi scenari alternativi del futuro si identifichino alcuni futuri desiderabili, e altri indesiderabili; cosa significa questo per noi oggi? Dopo aver definito un obiettivo positivo, dobbiamo abbandonare un atteggiamento di censura e esaltazione e dobbiamo rivolgerci al futuro a breve e medio termine, da qui a cento, centocinquanta anni, e dobbiamo lavorare per far sì che ci si muova in una direzione preferibile a lungo termine, evitando le direzioni che potrebbero condurre a uno scenario non desiderabile. Pensiamo a scenari desiderabili lungo termine, per poter ipotizzare il nostro futuro a breve termine da qui a cento anni. Darsi una prospettiva di un millennio può influenzare il modo in cui diamo forma al nostro agire e alle nostre pianificazioni del futuro a medio termine, e consentirci di rendere probabile un futuro più sicuro e felice per l'umanità'.

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Repubblica del 19.01.2000
di Hans Magnus Enzensberger

Quando Gutenberg creò le sue lettere mobili, non pensava affatto alla distribuzione massiccia di materiale pubblicitario, e neppure ai giornali scandalistici. Voleva soltanto stampare una bella Bibbia. Sembra che quando Bell ebbe l'idea del telefono, pensasse a come risolvere il problema dei deboli d'udito; e Etienne-Jules Marey sviluppò la sua camera per esaminare le sequenze dei movimenti degli animali; la sua mente era lontanissima da Hollywood.
I nuovi media sono costantemente alla ricerca di bisogni ancora sconosciuti. Quello che colpisce nei loro pionieri è una curiosa forma di autonomia. Quando inventano qualcosa, costruttori di modelli, ingegneri e programmatori sembrano interessati esclusivamente alle caratteristiche dei loro giocattoli.
L'eventuale utilizzatore per loro non è altro che un ignorante importuno. I fratelli massoni della tecnologia, analogamente ai medici, si sono creati un gergo, una lingua segreta, per garantirsi il dominio del loro sapere. Del resto, già i tipografi avevano istituito veri e propri riti di iniziazione; e i tecnici dell'alta fedeltà si sono sempre dimostrati fieri dell'ermetismo dei manuali in cui si descrivono le caratteristiche dei loro prodotti.
Ma il primato dell'autoreferenzialità è stato incontestabilmente raggiunto dagli informatici e dagli ingegneri del software.
Mentre in passato i media erano ancora più o meno accessibili (dato che chi conosce l'alfabeto può maneggiare qualsiasi libro) il grado di astrazione delle nuove invenzioni è aumentato a un punto tale da rendere ormai impossibile la trasmissione delle loro applicazioni per via sensoriale. I sistemi operativi degli attuali computer sono inaccessibili a un utente normale, e neppure i tecnici addetti alla manutenzione hanno una formazione sufficiente in campo matematico per poter comprendere ciò che fanno. (...)
Quanto all'utente, non solo è completamente estraneo ai congegni su cui si fonda il sistema, ma è confrontato oltre tutto con una complessità che non tiene minimamente conto delle sue esigenze. E si vede offrire prestazioni delle quali può far uso soltanto in minima parte, descritte in manuali che sembrano opera di marziani.
La ricerca di possibili applicazioni dei mezzi oggi disponibili, che aumentano con ritmo esponenziale, assume talora forme grottesche. Il menu elettronico sostituirà il cameriere, il frigo multimediale farà la spesa automaticamente, la sedicente "casa intelligente" provvederà alla regolazione acustica e così via. Un' industria che si assoggetta alle fantasie dei suoi ingegneri obbedisce da un lato alla legge dell'accelerazione frenetica, ma dall'altro deve subire i più impensati episodi di paralisi. Gli indizi di quest'inerzia strutturale sono visibili nel soggiorno di qualsiasi appartamento. Chi vuole ascoltare musica deve costruire torri composte da sintonizzatori, amplificatori, box, lettori di CD e registratori dei più diversi formati.
Anche il televisore partorisce sempre nuovi cuccioli; ha bisogno di vari videoregistratori, decoder, ricevitori satellitari ecc. Telefoni, fax, segretarie telefoniche ingombrano le scrivanie; il computer esige a sua volta una famiglia di aggeggi: stampanti, modem, scanner e via dicendo; e per ogni componente c'è da studiare un manuale di 100 pagine. Lo stato del cosiddetto settore multimediale si può desumere dall'intrico dei cavi sui quali inciampa la donna delle pulizie. Della fusione, tecnicamente possibile, dei media elettronici nella realtà non si parla neppure.
Se i fabbricanti di automobili avessero preteso che prima di mettersi al volante i loro clienti seguissero corsi specializzati sulla dinamica degli scontri, tenuti in un assurdo tecno-ostrogoto, non saremmo mai arrivati all'ingorgo permanente delle nostre strade. I media digitali sono così poco 'amichevoli' nei confronti dell'utente da escludere dal loro uso due terzi della popolazione. Ci si chiede invano quale possa essere il significato economico di questo sabotaggio.
Obiezioni di questo tipo non possono però mettere in discussione il potenziale futuro dei media; esse dimostrano soltanto che la loro appropriazione comporta un processo lungo e irto di ostacoli. Come è avvenuto anche nelle fasi precedenti della loro storia, ci vorrà molto tempo per scoprire quando e a che cosa il nuovo può servire, e quando non serve a nulla. In questo senso, fanno bene sperare i ragazzini dodicenni, che per lo più non degnano neppure di uno sguardo gli inservibili manuali, ma si mettono a trafficare per proprio conto per scoprire a cosa possa servire tutta quella nuovissima ferraglia.

'Perciò qui fonderemo una città /E le daremo nome Mahagonny/ Che vuol dire: città delle reti./ Sarà come una rete/ Tesa per acchiappare/ Gli uccelli mangerecci./ Dovunque c'è fatica e lavoro/ Mentre noi qui ce la spassiamo. /Perché la voluttà degli uomini/ E' non soffrire/ E permettersi di tutto./ E' questo il succo dell' oro'.

L'ambigua anticipazione di questo testo del 1929 assume oggi un significato che l'autore stesso non poteva conoscere. Così come è avvenuto per il telegrafo, anche nel caso di Internet i militari e i servizi segreti sono stati i primi a rendersi conto della sua utilità. Poi sono arrivati gli scienziati del CERN di Ginevra che hanno creato, innanzitutto per le proprie esigenze, il world wide web. Da allora lo sviluppo della rete è stato esplosivo.
Anche qui i teorici hanno rincorso la prassi da vicino, né sono mancati i tentativi di superarla. Ma il vero evangelista della rete è il capitale. Mai prima d'ora si era investito, in così breve tempo, tanto denaro in un mezzo di comunicazione. Le imprese della tecnologia di rete, che anno dopo anno riescono a spuntare enormi perdite, sono quotate in borsa a livelli astronomici. Il loro valore di mercato supera quello di molti gruppi industriali multinazionali. Internet passa per essere la Mecca degli investitori. (...)
Si è scritto molto anche sugli effetti sociali dei nuovi media. Ecco ad esempio un testo del 1970, molto citato a suo tempo, che oggi colpisce soprattutto per il suo tono perentorio:

'Nella loro attuale configurazione, apparecchi quali il televisore o la cinepresa, anziché favorire la comunicazione, tendono a ostacolarla, dato che non consentono l'interazione tra emittente e ricevente. (...) Questo stato di cose non è motivato dalla tecnica elettronica, che anzi non conosce alcuna contrapposizione di principio tra emittente e ricevente. (...) La terrificante immagine di George Orwell, di una monolitica industria della coscienza, testimonia di un concetto non dialettico e ormai superato dei media. La possibilità di un controllo totale di questi sistemi da parte di un'istanza centrale appartiene non al futuro, ma al passato. (...) Le quarantene dell'informazione decretate dal fascismo e dallo stalinismo oggi sarebbero possibili soltanto al prezzo di un intenzionale regresso industriale'.

E conclude dicendo:

I nuovi media sono egualitari per la loro stessa struttura. L'accesso è aperto a tutti, mediante la semplice pressione su alcuni pulsanti. I programmi stessi sono immateriali e riproducibili a volontà.

Un discorso che poteva essere valido in un'epoca in cui ancora non si parlava di Internet. Ma nel suo tentativo di precedere la prassi dei media, l'autore si è abbandonato a ogni sorta di aspettative che oggi appaiono ingenue. Alla rete immaginaria del futuro si attribuivano - in netto contrasto con i vecchi media - possibilità utopistiche. La sua potenza emancipatrice era fuori discussione per il poeta che in piena aderenza alla teoria marxista, coltivava una fiducia illimitata nel famoso 'sviluppo delle forze produttive': una variante materialistica della triade cristiana di fede, speranza e carità. Oggi, soltanto gli evangelisti del capitalismo digitale sarebbero disposti a giurare su anticipazioni del genere. (...)
Questi pronostici si sono però rivelati esatti su un punto, quello della distinzione tra i media pilotati da un centro e quelli concepiti per una gestione decentrata. Basterà considerare i casi più estremi per comprendere l'importanza politica di questa differenza: da un lato l'editto, il messaggio imperiale che presuppone il rapporto diseguale tra il capo e i sudditi; dall'altro, un rapporto di parità tra i partecipanti, libero da qualsiasi 'discorso autoritario'. In questo senso, la rete è effettivamente un'invenzione utopistica, dato che ha abolito la differenza tra emittente e ricevente. Non esiste più alcuna istanza centrale in grado di controllarla.
Ma i media decentrati non sono una novità storica, e la linea divisoria tra la comunicazione unilaterale e quella reciproca è relativa. Anche chi detiene il comando non può fare a meno di un feedback. Un ottimo esempio della labilità di questa distinzione è offerta da uno dei media più antichi, il denaro. La moneta, come dimostra il simbolo e il ritratto dell'autorità che porta impressi, è innanzitutto soggetta alle disposizioni dell'istanza centrale che l'ha coniata. Ma in seguito prende a circolare, fuori da ogni controllo, tra gli attori del mercato. Anche la Posta, nella fase iniziale della sua esistenza, era esclusivamente al servizio della comunicazione tra signori e privilegiati, finché dopo un lungo tira e molla si riuscì ad imporre il suo uso pubblico. (...) E la prima rete planetaria di comunicazione è nata non più tardi dell'installazione dei primi cavi telefonici transoceanici. (...)
Anche dal lato dell'utente, la globalizzazione sta rivelando molti dei suoi lati negativi. Di fatto, il solipsismo e la dissidenza trionfano su migliaia di home page. Non c'è nicchia, né microambiente, né minoranza che non trovi nel web il proprio domicilio. La pubblicazione, che nell' era di Gutenberg rimaneva un privilegio di pochi, assurge al grado di diritto umano elettronico, secondo il motto: samisdat per tutti. Così si spiega la paura che la rete ha ispirato ai manovratori di società dittatoriali quali l'Iran o la Cina.
Ma Internet è anche l'eldorado dei criminali, intriganti, millantatori, terroristi, sobillatori, neonazisti e squilibrati. Qui, tutte le sette e tutti i culti trovano modo di starsene comodamente fianco a fianco. Finalmente, redentori e satanisti possono trovare modo di raccordarsi. Nessuno può meravigliarsi se in questi gruppi sparsi sull'intero pianeta covi la paranoia, e che le teorie della cospirazione fioriscano e prosperino tra i loro innumerevoli indirizzi. Dal momento che non esiste un centro, ciascuno può presumere, come il ragno nella sua rete, di trovarsi al centro del mondo. In breve, il mezzo di comunicazione interattivo non è né una maledizione, né una benedizione, ma riflette semplicemente lo stato mentale dei suoi partecipanti.
Sulle potenzialità intellettuali dei media digitali, le valutazioni non possono che essere provvisorie; e anche qui il giudizio potrebbe risultare ambiguo. A ogni meraviglia che hanno da offrirci corrisponde infatti una perdita fatale. Lo si nota già nella formula più corrente di autocelebrazione: 'la comunicazione è tutto', o in definizioni quali 'la società del sapere e dell'informazione', che non a caso omettono di specificare di che cosa esattamente si tratta. Di comprensione? Di pubblicità? Di puri e semplici dati? Di bla bla bla? Il discorso è inconsistente. Naturalmente, si potrebbe anche sostenere che l'informazione possa essere definita, secondo la teoria di Shannon, come entropia di una grandezza che si realizza in n eventi a un grado di probabilità pari a pi ...pn; ma Dio sa che questa definizione non ha davvero nulla a che fare con ciò che cerchiamo quando vogliamo sapere qualcosa.
La confusione tra dati nudi e crudi e informazione dotata di significato dà vita a curiose chimere. Un esempio relativamente innocuo è quello delle enciclopedie. Ci sono buone ragioni per sostenere che quanto più un'enciclopedia è recente, tanto più è ricca, ma anche inservibile. Il motivo sta nel fatto che le nozioni offerte si suddividono sempre più in voci che sempre più tendono a contrarsi, finché ogni definizione si riduce a pochissimi bit. Al posto del rinvio subentra il link, che attraverso il mouse invita a cliccare all' infinito alla ricerca di un contesto. Al confronto, la vecchia Enciclopedia Britannica del 1911 è un vero miracolo di forza esplicativa. In quei volumi, ad esempio alle voci 'Electricity', 'Song' o 'Anarchysm', si possono leggere trattazioni lunghe e al tempo stesso concise, redatte da esperti di prim'ordine, che forniscono - nei limiti delle conoscenze di allora - tutte le notizie desiderate. Mentre i nuovi media hanno da offrire soltanto detriti, frammenti di dati.
Altrettanto problematica è la quantità stessa del materiale che la rete rende accessibile - ammesso che si tratti di informazioni utilizzabili (un'ipotesi ardita, date le inimmaginabili dimensioni della montagna di sfasciume elettronico). Naturalmente, anche la spesso deplorata alluvione informativa non è cosa nuova. La maggior parte di noi soffre da tempo non per difetto, ma per eccesso di input. L'unica contromisura potrebbe essere una tecnica ecologica di dribblaggio, alla quale si dovrebbe allenarsi fin dalle elementari.
Naturalmente, anche i gestori delle reti hanno individuato il problema e hanno quindi sviluppato motori di ricerca sempre più differenziati. Ormai sono tanti che si ha bisogno di meta- motori di ricerca per trovare il filtro giusto. Tutto questo però non può cambiare il fatto che grazie all'evoluzione disponiamo, oggi come ieri, di un motore di ricerca impareggiabile: il migliore di tutti è ancora il nostro cervello. Un altro punto cardine è l'accesso generale e illimitato alla rete, che rappresenta senza alcun dubbio uno dei suoi grandi pregi. . (...)
Anche l'illimitata capacità di memorizzazione della rete informatica presenta i suoi lati negativi. Il ritmo frenetico dell'innovazione dei media ha infatti la conseguenza di ridurre sempre più il tempo di dimezzamento del loro valore. I National Archives di Washington non sono più in grado di leggere le registrazioni elettroniche degli Anni '60 e '70, perché le macchine in grado di farlo sono estinte da tempo. E gli specialisti capaci di convertire quei dati ai formati attuali sono rari e costosi. Di conseguenza, gran parte di quel materiale deve essere considerato irrecuperabile. Evidentemente, i nuovi media dispongono soltanto di una memoria a breve termine, tecnicamente limitata. A tutt'oggi, non si è ancora preso atto delle implicazioni culturali di questa realtà. Presumibilmente, la conseguenza sarà che

riusciremo a ricordare sempre più cose per un tempo sempre più breve.

Come è noto, la lotta di classe ha conosciuto giorni migliori. Per il prossimo futuro ha vinto il capitalismo, digitale o meno. Non per questo gli antichi conflitti sono placati; ma esplodono capillarmente, come se proprio i salariati avessero deciso di adottare l'imperativo neoliberista della privatizzazione. Potremmo parlare di lotte di classe molecolari, combattute su ogni possibile piattaforma secondaria.
A ciò si aggiunge un'ulteriore complicazione. Già da parecchio tempo, al posto dei conflitti economici di redistribuzione sono subentrati meccanismi culturali di esclusione di tipo nuovo. Finora, il capitale culturale era distribuito in maniera analoga alla stratificazione delle classi economiche. La borghesia si riservava l'alta cultura e quel patrimonio formativo che ne consolidava l'egemonia; la piccola borghesia investiva nella formazione dei propri discendenti, per migliorare le loro opportunità di ascesa; gli operai specializzati conquistavano le qualifiche in grado di garantire i loro posti di lavoro, e chi non aveva appreso nulla doveva accontentarsi del minimo di sussistenza culturale. Ma questa ripartizione stratificata appartiene ormai al passato. Chi non conosce uomini d'affari analfabeti e tassisti istruiti? La cultura - o ciò che passa per esserlo - non corrisponde più affatto ai livelli di reddito o al tenore di vita. Si può dire che si siano costituite, in senso trasversale alle fasce economiche, nuove classi in relazione all'informazione, per le cui prospettive future non si può più fare riferimento a denominatori semplici. Inoltre, il regime oggi al potere ha adottato un nuovissimo catalogo delle virtù, che ha vanificato tutti i passati codici dell'etica. Si premiano caratteristiche e comportamenti che un tempo erano considerati quanto meno sospetti. La più importante delle virtù cardinali oggi è la flessibilità, immediatamente seguita dalla capacità di imporsi, dalla mobilità e dalla disponibilità ad apprendere rapidamente e per tutta la durata della vita. Chi non riesce a tenere il passo è condannato all' esclusione.
La correlazione con l'attuale stato della tecnologia dei media salta agli occhi. A livello ipotetico, si potrebbe desumere da questi accenni una nuova struttura sociologica. Si esita tuttavia a parlare di un'analisi delle classi, data la forte disomogeneità dei gruppi che si delineano. Peraltro, non si può comunque più parlare di coscienza di classe nel senso tradizionale del termine. Abbiamo a che fare piuttosto con differenziazioni funzionali. Perciò cercherò di caratterizzarle con simboli che si avvicinano al mondo delle fiabe. Il quadro che ne risulta è più o meno il seguente: la sommità delle società digitali è riservata ai camaleonti. Il tipo in questione assomiglia a quello che alcuni decenni fa David Riesman definiva 'teleguidato'; solo che non si tratta di personaggi passivi, portati ad adeguarsi, bensì di veri drogati del lavoro, estremamente dinamici. Una condizione essenziale del loro successo è quella di non avere nulla a che fare con la produzione materiale. A questa categoria appartengono gli agenti, i sensali, gli intermediari, gli avvocati, i consulenti, gli addetti ai media, gli intrattenitori, i manager della scienza, della finanza e dell'informazione. Non trattano hardware, ma solo software puro.
Questa forma di esistenza trova la sua espressione più astratta nelle società finanziarie, i cui prodotti sono puramente virtuali. Ma anche nell'industria informatica, nelle telecomunicazioni e in altri settori affini, già da molto tempo non conta più l'apparecchio concreto e tangibile, bensì il know how. Brillanti naturalisti lasciano l'università per fondare imprese e trasformare in brevetti il loro sapere.
Ciò che tutte queste attività hanno in comune è l'appartenenza a una sfera un tempo definita sovrastrutturale. I suoi profitti sono saliti a livelli che l'industria tradizionale può soltanto sognare. La classe dei camaleonti oggi in ascesa ha sviluppato anche i suoi meccanismi di reclutamento. Chi ha talento e presenta le caratteristiche richieste, oggi non si dedica più alla politica né all'insegnamento, ma all'imprenditoria nel campo del software.
Una seconda categoria con buone probabilità di sopravvivenza è il porcospino. La sua caratteristica è per l'appunto la mancanza di flessibilità. Alligna nel guscio delle istituzioni, che offre tuttora un sicuro rifugio ai sedentari. La categoria dei funzionari degli organismi locali, nazionali e internazionali delle amministrazioni, dei partiti, delle associazioni, dei sindacati, delle varie Camere e Casse di tutti i tipi - in una parola: la tanto deprecata burocrazia, si è rivelata a tutt'oggi resistente a tutte le trasformazioni del mondo del lavoro. La richiesta di regolamentazioni aumenta inevitabilmente con la crescente complessità. Non è quindi il caso di preoccuparsi del futuro del nutrito esercito che si dedica a questo tipo di compiti.
Al contrario, il numero di tutti gli altri detentori di un posto di lavoro è probabilmente destinato ad assottigliarsi ulteriormente. Il loro simbolo potrebbe essere il castoro. I settori classici della produttività si contraggono grazie all'automazione, alla razionalizzazione e alla delocalizzazione nei paesi a più bassi salari. Nel settore agricolo, questo processo è ormai talmente avanzato che l'intero settore può essere mantenuto in vita soltanto grazie a massicce sovvenzioni.
La quarta categoria potrebbe essere definita una sottoclasse, se questo concetto non risultasse troppo generico. Non è possibile trovare un animale simbolico che la rappresenti, per la semplice ragione che in natura non esistono specie superflue. Si tratta infatti di gente che non trova posto nel catalogo delle virtù del capitalismo digitale, e di conseguenza risulta del tutto inutile nella sua ottica. Senza alcun dubbio, la fascia dei superflui rappresenta a livello mondiale la stragrande maggioranza, e anche nei paesi ricchi è in continuo aumento. In questo vasto esercito vi sono certo anche i volontari: persone che hanno fatto una scelta consapevole, sottraendosi alla pressione di una società dominata dalla produttività e dalla ricerca del successo. Si tratta però di un'opzione possibile solo per pochi, che presuppone l'esistenza di uno stato sociale ancora intatto, nonché una sana fiducia in se stessi. Esistono sicuramente i virtuosi dell'autoesclusione, che trovano modo di sopravvivere nelle più diverse pieghe e nicchie del regime capitalistico; e sarebbe ridicolo pretendere di giudicarli sulla misura di un'etica del lavoro che non ha ormai più valore, se non altro data la mancanza di impieghi sicuri.
Normalmente, la sorte di chi è stato dichiarato superfluo è tutt'altro che invidiabile. La maggior parte dei disoccupati, dei richiedenti asilo, dei non qualificati e delle donne sole con figli a carico - e l'elenco potrebbe continuare - trovano, nel migliore dei casi, posti di lavoro precari e mal pagati, oppure cercano di sbarcare il lunario con il lavoro nero o la prostituzione, quando non approdano nella criminalità. Il capitalismo digitale - per attenerci a questo termine - non può che inasprire queste tendenze, poiché gran parte della popolazione semplicemente non è all'altezza delle sue esigenze. Ciò non dipende soltanto dagli sbarramenti che impediscono l'accesso (non tutti riescono a frequentare la Harvard Business School o il MIT) ma consegue dal teorema gaussiano della distribuzione normale. Nei paesi del cosiddetto terzo mondo (ma il secondo dov'è rimasto?) non si può comunque nemmeno pensare all'integrazione della maggioranza nel ciclo economico globale. E le conseguenze politiche di questo sviluppo sono impossibili da prevedere.
(traduzione di Elisabetta Horvat)
Copyright H.M. Enzensberger

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Da Repubblica del 11.07.2001
di Federico Rampini
La notizia della mia morte è leggermente prematura. La New Economy oggi fa sua la celebre battuta con cui Mark Twain vivo e vegeto commentò il suo necrologio apparso su un quotidiano. Il settimanale americano Newsweek dedica la sua copertina a un'inchiesta su 'Il ritorno delle dot.com' l'economia di Internet cambia pelle e rinasce. L'ecatombe delle aziende online è meno disastrosa di quanto si creda.
Ecco i dati citati da Newsweek. Su diecimila start-up (aziende neonate) che in America furono lanciate coi soldi del venture capital o della Borsa alla fine degli anni Novanta, i fallimenti ne hanno eliminate 550.
Nonostante fioriscano nella Silicon Valley i siti 'necrofili' che aggiornano il bollettino dei concorrenti caduti e dei colleghi licenziati, la bancarotta per ora ha colpito una minoranza.
I funerali fanno sempre notizia. Ma guardando alle cifre, si scopre che i licenziamenti delle dot.com (le aziende online) (---> Approfondisci) dall'inizio di quest'anno non hanno mai raggiunto i ventimila addetti al mese in tutti gli Stati Uniti: una goccia nell'oceano del mercato del lavoro americano, una frazione minuscola rispetto ai licenziamenti massicci di una sola azienda che produce tecnologie 'in carne ed ossa' come Cisco (fibre ottiche per telecom) o Intel (semiconduttori per computer). Questo non significa che la crisi non ci sia, né che non possa peggiorare. Richard Tilton, amministratore delegato della società Recognition Management specializzata nel salvataggio di dot.com in difficoltà, sostiene che i finanziamenti del venture capital (l'ossigeno indispensabile per le piccole aziende innovative) si assottigliano a vista d'occhio e ormai bastano a mantenere in vita solo un terzo delle aziende Internet esistenti.
La selezione darwiniana della specie è destinata a continuare, e la morìa delle dot.com farà ancora notizia. Non a caso nei cinema di San Francisco a fianco della megaproduzione di Spielberg sull'intelligenza artificiale e di 'Pearl Harbour', spicca il successo di un bellissimo documentario verità intitolato 'Morte di una dot.com'.
E tuttavia dalle nebbie della crisi emergono due tendenze positive. La prima si chiama - nel gergo degli economisti - 'consolidamento'. I più forti divorano i piccoli. I vincitori tra le dot.com si affermano come marchi dominanti su scala planetaria. Le difficoltà dei piccoli concorrenti sono una magnifica opportunità per i più robusti: arraffano 'occasioni' a prezzi di saldo, scelgono fior da fiore il meglio delle aziende rivali e se le comprano.
Consolidamento vuol dire questo: nella prima fase della New Economy fiorirono cento fiori, nella seconda ondata crescono i baobab, e fanno ombra agli altri.
Alcuni giganti del settore sono già ampiamente redditizi, come la casa d'aste online eBay di San Francisco, leader mondiale negli scambi tra privati, o il portale Yahoo. Altri lottano per chiudere il loro primo bilancio in attivo, come la Amazon di Seattle: ma il gigante della vendita online di libri dischi e videoelettronica ha raggiunto una tale efficienza nella logistica, e una qualità del servizio talmente impeccabile, da affermarsi come un modello del commercio elettronico. Male che vada, Amazon se la comprerà un gigante della Old Economy così come la Walt Disney o Viacom potrebbero comprarsi Yahoo, ma il loro successo è indiscutibile. Poi ci sono i supercolossi da Champions League, monopolisti in pectore come Microsoft o America Online, che sono a cavallo tra la New Economy e mestieri più tradizionali (software, mass media) ma che anch'essi continuano a credere nello sviluppo di Internet e per dominarlo vi investono mezzi colossali. La seconda ondata della New Economy non è fatta solo di giganti, però.
L'altra novità è che nella lotta per la sopravvivenza molte piccole dot.com a furia di ingegnarsi e di esplorare nuove strade, hanno finalmente scoperto il Sacro Graal: il profitto. Spesso il miracolo in America è coinciso con il passaggio - faticoso, rischioso, non sempre fortunato - dalla gratuità al pagamento dei servizi Internet. La metamorfosi più significativa in questo campo l'hanno avuta i motori di ricerca. Un tempo, se su un motore di ricerca 'cliccavate' il nome di Albert Einstein, vi apparivano notizie scientifiche sul padre della teoria della relatività. Oggi, se fate la stessa ricerca, il primo risultato è un sito online che vende manifesti di personaggi celebri, Einstein incluso. Cos'è successo? Fino all'anno scorso i motori di ricerca - che per essere efficienti devono investire in tecnologie costose - si erano illusi di fare profitti attraverso la pubblicità semplice, le cosiddette 'bandiere' che appaiono sullo schermo. Ma la disaffezione degli inserzionisti pubblicitari ha costretto a percorrere strade nuove. Il pioniere GoTo.com ha trovato la soluzione: il risultato stesso della ricerca viene venduto al migliore offerente. Marche e prodotti che vogliono catturare l'attenzione dei navigatori online pagano, e i loro nomi balzano in testa alle ricerche.
America Online, Msn, Yahoo, Altavista: tutti si sono adeguati a questo modello di business. Dice Evan Thornley, chief executive della Looksmart di San Francisco: 'Oggi i motori di ricerca cambiano pelle e diventano Pagine Gialle, dove chi paga di più ha la visibilità assicurata. Un tempo se cercavi su Internet cattedrali gotiche o mitologia greca trovavi informazioni culturali, oggi finisci nei siti delle agenzie viaggi'. Qualcuno protesta contro questa commercializzazione a oltranza: Kalle Lasn ha fondato Adbusters, rivista e associazione che dichiara guerra all'invasione degli sponsor su Internet. Ma tra la morte e la salvezza, le dot.com non hanno avuto esitazioni: meglio una vita da mercenari.
Ma c'è un altro campo in cui il successo commerciale di Internet conosce un improvviso revival: è nelle aziende della Old Economy. In testa a tutte le compagnie aeree. Negli Stati Uniti le linee aeree hanno sposato con successo il commercio elettronico. Vendono biglietti e prenotazioni direttamente su Internet, il viaggiatore si presenta al checkin dell'aeroporto con un numero di codice e la sua 'carta d'imbarco elettronica' è lì che lo aspetta. I vantaggi sono evidenti. Viaggiatori e compagnie aeree saltano l'intermediario delle agenzie di viaggio, e i costi si riducono. L'americana Southwest Airlines ormai vende il 30% dei suoi biglietti in questo modo, ma ci sono emuli europei che fanno anche di più: la Ryanair (specializzata in voli a basso costo) ormai vende addirittura la maggioranza dei biglietti su Internet.
La rinascita del commercio elettronico avviene nei luoghi più insospettati. Enron, il gigante texano dell'energia (elettricità, petrolio, gas) realizza ormai i due terzi dei suoi affari su Internet: 5.000 transazioni al giorno per un valore di tre miliardi di dollari. La banca d'affari Merrill Lynch - uno dei più grandi specialisti mondiali del risparmio gestito - si è difesa dall'assalto dei broker online offrendo a sua volta tutta la gamma dei servizi alla clientela su Internet. Le due catene di supermercati Tesco (inglese) e Safeway (americana) usano lo stesso sistema online per approvvigionarsi dai fornitori. L'anima delle dot.com rinasce dentro la pelle di grandi aziende storiche, che possono ovviare alla fragilità dei pionieri: hanno capitali per investire nelle tecnologie più sofisticate (la qualità del software è cruciale) e una tradizione di servizio al cliente che a volte nelle prime dot.com lasciava a desiderare.
Perfino quei siti che si sono specializzati nei 'necrologi', rivelano segnali sorprendenti di rianimazione della New Economy. Quando su DotComDoom escono notizie sugli ultimi fallimenti di aziende online, i venture capitalist si precipitano sulle prede per acquistarne le spoglie.

Dietro il polverone della crisi, c'è chi fa ottimi affari e pensa già al dopo.

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E per tetto l'autobus numero 22 - Prezzi delle case alle stelle. Traffico impossibile. Scuole strapiene. Aria e acqua inquinate...
di Lorenzo Soria - da Los Angeles
Da L'Espresso del 21.12.2000
Menlo Park, California. È notte fonda e a bordo del 22, l'unico autobus in circolazione 24 ore al giorno, ci sono una dozzina di passeggeri. Passa davanti ai palazzi opulenti della Sun, della Oracle, della 3-Com e di altre aziende che hanno cambiato il mondo e generato migliaia di milionari in dollari e sfiora ville circondate da imponenti colonne e dove le Mercedes giardinetta sono le macchine della baby-sitter. Nel percorso tra San José e Menlo Park il mezzo fa fermate a Sunnyvale, Santa Clara, Palo Alto e in altre comunità il cui nome è entrato nella leggenda di Silicon Valley, ma nessuno lascia il proprio sedile. Dopo circa due ore, il 22 fa ritorno alla base e molti dei suoi passeggeri scendono solo per risalire sul prossimo autobus in partenza, ricominciando daccapo.
Ispettori dell'azienda dei trasporti? Nottambuli con una singolare ossessione per i mezzi pubblici? In realtà, anche questa notte a bordo del 22 c'è un'umanità varia quanto normale. Il cassiere di un ristorante fast food. Una giovane salvadoregna che fa le pulizie. Un giardiniere. Ma i loro impieghi molto poco high-tech pagano cifre ben lontane dal poter consentire un affitto e così, comprato un biglietto che con tre dollari al giorno permette l'uso illimitato dei veicoli pubblici, il 22 è diventato il loro hotel mobile.
La Silicon Valley rappresenta un modello di sviluppo economico studiato, invidiato e imitato nel resto del mondo. È il bacino imprenditoriale e creativo che ha dato avvio alla rivoluzione digitale. È un lembo di terra che ha generato ricchezze sproporzionate, dove il reddito medio delle famiglie assomma a ben 87 mila dollari, i milionari (sempre in dollari) sono oltre 17 mila e i teenagers usano le aule dei licei per scambiarsi dritte per la compravendita dei titoli. Ma se molti la descrivono come il Paradiso in Terra, la Silicon Valley offre anche un volto non proprio idilliaco. C'è un divario tra ricchi e poveri da Terzo mondo. E mentre continuano ad affluire da ogni parte del globo camerieri, ingegneri, imprenditori e avventurieri convinti di avere scoperto l'Eldorado dell'era moderna, i problemi si accumulano. Il traffico impossibile. Le scuole che straripano. L'aria e l'acqua inquinate. 'Eccoci nel cuore della New Economy', spiega Amy Dean, che come direttrice del South Bay Labor Council coordina le oganizzazioni sindacali che operano nella valle,

ma quello che trovi è in realtà un luogo di trasformazione economica senza precedenti che ignora le istituzioni e ha dimenticato i valori della nostra comunità.

Una famiglia per stanza.
Non è che i poveri qui guadagnino di meno che nel resto degli Usa, anzi. Con la disoccupazione appena al di sopra dell'1 per cento, un tasso che gli economisti ritenevano impossibile, anche i giardinieri e le donne delle pulizie che passano la notte sul 22 portano a casa più soldi che altrove. Ma con i nuovi ricchi 'dotcom' impegnati in aste per strapparsi le ville sul mercato a botte di milioni di dollari, con il prezzo medio di una casa che ha toccato la cifra di 430 mila dollari (più del doppio del costo medio nel resto degli Usa) e con niente in affitto al di sotto dei 1.500 dollari al mese, molti appartamenti accolgono ormai non un individuo, ma una famiglia per stanza. C'è chi vive nei garage, chi divide divani letto con sconosciuti che lavorano in turni diversi. Anche i poliziotti, gli insegnanti, i vigili del fuoco e altri lavoratori che forniscono servizi essenziali per il benessere delle loro comunità si trovano spesso forzati a cercare casa a due ore di distanza. 'Pensavo di avere una professione onorevole', spiega Anne Bryant, maestra in una scuola elementare nei sobborghi di San Jose che guadagna 37 mila dollari l'anno e che ha trovato un tetto solo grazie alle sovvenzioni del Comune: 'Che tristezza realizzare che sono invece a un livello che mi qualifica per l'assistenza pubblica'. Si lamentano persino i medici. Nell'ultima newsletter dello Stanford University Medical Center, il dottor Martin Bonk, presidente del centro, ha spiegato ai colleghi che sta diventando sempre più difficile 'mantenere le nostre famiglie'.
Ma la qualità della vita sta peggiorando anche per i Larry Ellison, gli Steve Jobs, i John Chambers e gli altri magnati che hanno creato e alimentato il miracolo. Uno dei problemi più evidenti è il traffico. All'inizio dello scorso decennio per andare da San Francisco a San Jose occorrevano circa 40 minuti. E un recente rapporto di un'organizzazione chiamata Silicon Valley Toxics Coalition ha elencato la presenza di preoccupanti livelli di sostanze contaminanti come piombo, mercurio e arsenico. Mentre i problemi si accumulano, il bacino economico all'epicentro della New Economy e della rivoluzione digitale si ritrova senza strumenti per rispondere con le appropriate contromisure. Questa è la valle degli spiriti indipendenti e ribelli, anche se alcuni imprenditori più illuminati hanno creato organizzazioni come il Silicon Valley Network e Manufacturing Group, che assieme con i leader delle comunità locali stanno cercando dei rimedi. Discutono la necessità di investire nei trasporti pubblici. Cercano fondi per appoggiare le strutture edilizie pubbliche. Hanno anche puntato il dito contro l' "outsourcing", la pratica di girare ai cottimisti alcune funzioni come l'assemblaggio di parti di computer per compensi che rendono impossibile il sogno di un tetto sotto il quale trovare riparo. I loro moniti non hanno tuttavia trovato molto ascolto e Carl Guardino, presidente del Manufacturing Group, è pessimista.

'Stiamo pensando ai prossimi 25 anni, ma troppi datori di lavoro sono disinteressati alla nostra prospettiva', sostiene: 'Pensano solo ai risultati del prossimo trimestre'.

Hai mai visto gli ex voto di san Matteo? Conosci Giovanni Gelsomino?