di Matteo Stuppiello
Per avviare i lavori di impianto del vigneto, nell'appezzamento interessato se ndekkieve, si procedeva cioè a tracciare in tutto il terreno dei solchi - paralleli - a 1,60 m l'uno dall'altro, utilizzando allo scopo l'aratro monovomere ad un cavallo.
Ma il lavoro certamente più duro, che richiedeva un notevole impegno fisico, era senz'altro lo scavo delle buche, a skavé i fusse, per la messa a dimora delle barbatelle, i bbarbatèlle.
Vari erano i tipi di buche e diverse le fasi di esecuzione.
Il primo tipo era il cosiddetto fosso "a pilona", fusse a ppeloune, di l x l m, nel quale si piantavano - agli spigoli e a circa 60 cm di profondità - quattro barbatelle. Tale tipo di impianto veniva denominato "a vigna piena", a vvigna kieine.
Vi era poi anche la vigna a karrozze, realizzata con l'impianto di due file gemelle di buche a pilona, lasciando sempre - tra una buca e l'altra- una distanza di 1,60 mt. da ogni lato per consentire l'aratura a trazione animale e alleggerire così il faticoso lavoro di zappatura.
Un terzo tipo era la fossa "a cassettone", la fosse a kkascettoune, di forma rettangolare di 2 x 0,30 m ed una profondità di l m. In questo caso le barbatelle piantate erano tre, una per ogni lato corto e la terza in asse sulla linea mediana.
La distanza tra i filari era anche qui di 1,60 m e anche questo tipo di vigneto veniva denominato "alla francese".
Un altro tipo ancora di impianto era quello a fossi "aperti", fusse a rranghe apirte o fusse apirte. In pratica, veniva aperta, per tutta la lunghezza dell'appezzamento, una trincea - u fusse affoure affoure - larga 30 cm. e profonda un metro. La distanza fra una trincea e l'altra era sempre di 1,60 m e veniva piantata una barbatella ogni metro.
In linea di massima il fosso veniva scavato da un solo operaio, u fussajule, che prima procedeva a squadrare il terreno, se sfurmeve, poi iniziava a scavare.
Quando arrivava allo strato duro, la kruste, u taddoune, o a qualche pietra, la prete o la kianke, allora cominciava a rompere da un angolo fin quando riusciva a perforare lo strato, se sfunneve abbasce, e poi di lì procedeva a rimuoverlo a mano a mano, se pegghijeve all'appéise.
L'operaio non aveva un numero prestabilito di fosse da scavare, tutto dipendeva dalla natura del terreno e dal periodo scelto. Non vi era neppure un periodo fisso per scavare i fossi, anche se si preferivano l'autunno e l'inverno per evitare il caldo.
- la zappe, la zappa;
- la mezza zappe, la mezza zappa;
- u zappoune, piccone a due punte, di cui una appuntita, u pinele, e l'altra a lama tagliente, la vokke;
- u kuzze, piccone ad un unico dente corto, grosso e robusto, particolarmente usato in presenza di strati duri;
- u sciamarre, simile a u kuzze, ma più piccolo e leggero, particolarmente usato, anche questo, in presenza di strati duri;
- u kevalambascione, piccone ad un solo dente - appuntito - molto lungo e appena ricurvo;
- la mazze, grosso maglio di ferro per rompere la pietra.
Per mettere a dimora le barbatelle si procedeva ponendo nel fosso uno strato di 30 cm circa di terreno agrario fertile, sul quale veniva adagiata la barbatella tenendola dritta con una mano e con un piede sulla radice per farla aderire bene al terreno, mentre con l'altra mano si impugnava la zappa per prendere terra e coprirla; poi, si toglieva il piede e si metteva altra terra - pressandola bene, se nkalkagneve - finché la barbatella veniva coperta completamente, individuata all'esterno solo da un piccolo cono di terra, u kumalètte. Questa operazione veniva solitamente effettuata in febbraio.